Exit, please, automatic washing in a few seconds

3 maggio 2006
Pubblicato da

di Paolo Anastasio

E’ cominciato tutto in una brughiera, una decina di anni fa. Una brughiera ghiacciata con la terra dura come l’asfalto. La brughiera sembrava una steppa, ma non ero in Russia. Ero in campagna, in mezzo al nulla. Il terreno era più duro che in tutte le città del versante occidentale. Io camminavo lì, al freddo siderale, in mezzo a muschi e licheni, come c’è scritto nei libri di geografia. Ma questo non era un libro delle medie. Era il percorso che facevo tutte le mattine per andare al lavoro, con il vento che mi sferzava la faccia. Perché il lavoro è importante, il lavoro nobilita l’uomo, “Arbeit macht frei”. Stavo andando al lavoro, nel capannone industriale lassù nel suburbio di Londra. Al lavoro, era il 1996. Non sapevo ancora niente.

Il lupo nella steppa, pensavo lì nella brughiera, evitando di calpestare la merda ghiacciata di qualche vacca estiva, la merda ibernata là da qualche mese ormai, lontano ricordo del pascolo soleggiato. Sempre la stessa merda ogni mattina, marrone sotto al ghiaccio, nella brughiera, lungo la linea retta che mi portava dritto al mio posto di lavoro. Sotto allo strato di ghiaccio della brughiera inglese c’erano anche degli insetti morti, sempre gli stessi calabroni, ghiacciati lì sotto la trasparenza del ghiaccio sporco.

“Oggi mi licenzio”, dicevo fra me.

Ai tempi, lavoravo in questo capannone industriale, nel cerchio concentrico più lontano dei mille gironi infernali che formano le spirali di Londra. Zone six. Per arrivare a Piccadilly, zone one dell’underground, dovevo sobbarcarmi cinquanta minuti di subway. Per la precisione, mi trovavo in una brughiera di Watford, un posto dimenticato da dio e dagli uomini, conosciuto soltanto perché nella squadra di calcio ci giocò Vialli, a fine carriera dopo il Chelsea e ci allenò pure. Il presidente della squadra era Elton John, lo stadio era tutto curato per essere una squadra di serie B, e l’ultimo allenatore che ricordo sulla panchina del Watford era Luther Blisset. Sì, quello vero. Il centravanti del Milan, quello che non segnava nemmeno se stava con la palla sulla linea di porta da soffiarla dentro. Luther Blisset, allenatore del Watford 1996-1997.

Il mio lavoro a Watford lo odiavo. Ero un tele marketing, anche se il mio boss me lo spacciava da international key account. I soliti paroloni, ma stringi stringi ero uno schiavo, uno schiavo telefonico. “Come ti chiami? Kunta Kinte. Come ti chiami? Kunta Kinte. Come ti chiami, Toby….”, mi ripetevo ossessivamente questa litania dello sceneggiato Radici, lì nella brughiera di Watford, camminando verso il mio ultimo giorno di lavoro in quel capannone di amianto e lamiere. Poi pensavo che quello era l’ultimo giorno e sarei tornato a casa. Basta. “L’inglese l’ho imparato”, pensavo.

Il mio lavoro era semplice, sulla carta. Dovevo cercare nuovi clienti esteri, da quel buco di culo di Watford. Dovevo cercare di piazzare videocassette in lingua originale, in inglese, a qualche malcapitato che vendeva videocassette all’estero. Ero pure in contatto con la Ricordi di Milano, in Galleria. Non avevano comprato niente, si vede che avevano i loro canali. Il mio lavoro era lo stesso identico di quegli sfigati che oggi ti chiamano e cercano di venderti l’olio Carli, al telefono, che gli sbatti il telefono in faccia ancor prima di farli fiatare. Io però vendevo videocassette, in lingua originale. Lavoravo in un magazzino industriale, una rivendita all’ingrosso di videocassette.

Io parlo quattro lingue, ho studiato io, le lingue servono per lavorare, quindi all’epoca il mio capo – si chiama Ken Hill se è ancora vivo. Un uomo sui quarant’anni, padre di due splendide figliolette una sui cinque l’altra sui sette, biondine e rumorose, marito di una moglie da stupro – mi aveva reclutato per rimpolpare le vendite sul mercato estero. Non gli sembrava vero che arrivasse un novellino da sverginare. Un neolaureato italiano, da sverginare a sangue nella brughiera inglese. Era venuto a prelevarmi nella sua Bmw fiammante e le figliolette al seguite, a Heathrow.

All’epoca avevo 26 anni e una laurea fresca in filosofia teoretica. No comment, certe cazzate non possono essere commentate, certi errori li fai e li paghi per la vita. Sono di Genova io. Mi trovavo in viaggio premio in Inghilterra, per imparare l’inglese. “Studia le lingue, che le lingue servono”, diceva sempre mio padre, che per l’occasione aveva aperto il portafoglio e mi aveva pagato il viaggio in Inghilterra. In fondo andavo a studiare l’inglese e poi avevo trovato lavoro. “Magari si sistema”, avrà pensato mio padre, povero coglione.

Ero rimasto lassù, dopo il corso estivo d’inglese, per perfezionare la lingua ed ero finito lì, a Watford, dopo un rapido colloquio in una employment agency, un’agenzia di collocamento, nella località balneare dove avevo fatto il mio bel corso di perfezionamento d’inglese. Una specie di Manpower, ma statale, lassù sono più organizzati di noi, sono statalizzati i ciuccia sangue, e all’epoca bastava chiedere e di lavoro da schiavi ne trovavi a iosa. “Come ti chiami, Kunta Kinte. Come ti chiami Kunta Kinte. Come ti chiami, Toby….”. Non sapevo ancora niente.

All’employment agency ho chiesto che mi trovassero un posto a Londra. Me l’hanno trovato, nella zone six, il girone dell’inferno più lontano dal centro di Londra, più periferico dell’orbita di Saturno rispetto al pianeta terra, più lontano di Begato da Genova. Di posti di merda in vita mia ne ho visti, ma una schifezza come Watford non so se l’ho mai incocciata, nemmeno per caso, nemmeno quando per sbaglio ero a Vittuone, un posto non so dove ficcato nell’hinterland milanese, dovevo tornare in centro e ho visto di tutto. Mi ero perso, in macchina. Era notte, ho visto più donne battere quella notte sulla camionale che in tutta la mia vita, e di troie ne ho viste in vita mia.

Era il 1996, un anno anonimo e vivevo a Watford, anzi ci sopravvivevo. Passavo le serate in questa discoteca, si chiamava Coloseum, con il figlio del padrone di casa, dove stavo in una stanza ammobiliata con la moquette blu. Una stanza dove gli lasciavo la metà dello stipendio che mi dava puntuale ogni mese Ken Hill, il mio capo al capannone delle videocassette in inglese. Era un magazzino discretamente grande, stipato di videocassette, per lo più porno. Conoscevo a menadito tutto il catalogo, vendevamo anche cd. I primi tempi, fortuna del principiante, avevo trovato molti contatti con nuovi clienti. Avevo venduto un centinaio di videocassette degli X Files al circolo di appassionati di X Files di Parigi. Parlavo al telefono con un certo Michel, che mi chiedeva paccate di puntate di X Files, gliele spedivamo maggiorate di prezzo. Ken Hill era contento, con quel chiodo sempre addosso, non se lo toglieva mai, manco per andare a dormire, perché aveva un sofà nel suo ufficietto lurido, ricavato con una lamiera divisoria fra il magazzino e il nostro ufficio. Portava i capelli lunghi, fino alle spalle, avrà avuto sui 45 anni, completamente calvo sulla nuca e sulla testa. Si vede che aveva l’alopecia, ma non ne sono sicuro, non ho mai cercato sul vocabolario come si dice alopecia in inglese. Sembrava uno dei Kiss con l’alopecia, anzi era il ritratto di Mick Jagger con l’alopecia.

In ufficio avevo fatto amicizia con Nat, un ragazzo sui vent’anni, capelli biondi lunghi, coda di cavallo, sorriso aperto. Era lui il magazziniere, il muletto lo portava come un dio, ci fumavamo sempre qualche Benson, rideva e a volte si presentava con un hangover del giorno dopo da far raccapricciare Ken Hill. Il dopo sbornia di quel ragazzo faceva paura, gli venivano dei brufoli alcolici che sembrava un butterato. Caricava bancali su bancali, vendevamo tantissimo ai supermarket, soprattutto al Tesco, la Standa inglese. Il lavoro più massacrante erano le etichettature, con la macchina etichettatrice, quando per grossi ordinativi passavamo le ore a etichettare, al freddo, lì nel capannone industriale.
Gran numero le cinquecento cassette che sono riuscito a piazzare in Austria, cinquecento cassette di Trainspotting, che il ’96 era l’anno di Trainspotting.

C’erano tre segretarie che lavoravano nella stanza con me. Mi odiavano. Parlavano un inglese talmente cockney, che non lo capivi nemmeno se ti compravi un dizionario cockney genovese. Una, la più acida, si chiamava Marion, una figlia della brughiera con la sua Ford Escort, mi prendeva per il culo apertamente mi diceva: “Get a life, get a life”, che vuol dire fatti una vita. Per questo quel giorno mi licenziavo per farmi una vita, perché lì, in quel buco di culo del mondo, di vita per me non ce n’era.

Un’altra delle segretarie, una caccara da competizione con le unghie rosse lunghissime, il rossetto fucsia alle otto di mattina e un profumo ributtante che nela nebbia dela brughiera l’avresti sentita a duecento metri di distanza, mangiava sempre quei luridi tramezzini inglesi, pieni di maionese, con le patatine al wineger.

Io ci bevevo su una birra, alle 11.30 di ogni santo giorno. Loro gestivano il database degli ordini. Alle 17.30 schizzavo via come un tappo di spumante, dietrofront nella brughiera fino a casa, era buio e non pensavo nemmeno più camminando nella brughiera non guardavo nemmeno se calpestavo la merda ghiacciata, tanto porta fortuna.

Le serate a Watford le passavo al Coloseum. Ci andavo con questo figlio del padrone di casa, un uomo sui cinquant’anni, separato e redundant che vuol dire cassintegrato. Il suo unico asset era la sua macchina, la lavava tre volte la settimana perché con la sua macchina ci lavorava, andava ogni tanto a ritirare qualche arabo in visita nella City all’aeroporto di Heathrow.

Le serate al Coloseum erano sempre uguali. Il figlio del padrone di casa si chiamava Rick, spero per lui che sia morto. Sarebbe meglio per lui non essere più in vita, lo dico per lui. Il figlio del padrone di casa di lavoro faceva quello che lancia il piattello, in un tiro al piattello. Una volta me l’ha spiegato come funzionava il suo lavoro. Ogni giorno, anche con la neve, andava al tiro al piattello, vicino a Watford. Si piazzava di fianco alla macchina automatica del tiro al piattello e quando il tiratore gridava “Pull”, lui premeva il pulsante e lanciava il piattello. Fra le sue altre mansioni, c’era la raccolta dei frantumi dei piattelli colpiti, la ricarica della macchina sputa piattelli, l’oliatura della macchina ecc. Si beccava sempre il raffreddore per il freddo del tiro al piattello e pisciava sempre fuori della tazza, impregnando la moquette blu dell’appartamento – c’era la moquette pure nel cesso – del suo piscio pieno di birra di seconda categoria.

Al Coloseum era un disastro. Portava occhiali spessi due centimetri, mi sono sempre domandato come facesse a fare il suo lavoro. Per raccogliere i frantumi di un piattello devi avere una buona vista. Ma non si lamentava. Non aveva mai scopato in vita sua, aveva venticinque anni, e seriamente gli auguro di essere già morto.

Al Coloseum l’atmosfera era da bolgia dantesca, il più sano della combriccola si era bevuto tre litri di birra in un qualsiasi martedì sera di novembre, buttandoci giù qualche ecstasy rosa, appena entrati, i pusher erano neri e le pillole rosa, con una fragolina sopra. Strawberry le chiamavano. Per terra al Coloseum c’era uno strato di alcol e sudore liquefatto e intriso di cicche di sigaretta, nero, sul pavimento plastificato e scivoloso. Il fetore di ascelle rancide era brutale, da chiamare il 113 in interurbana. Una volta, l’unica, mi sono fatto un’avventrice, una con la quinta, un vestito cortissimo e attilatissimo, bianco e nero come il manto di una mucca, e due zeppe alte cinquanta centimetri. Sembrava una drag queen, per fortuna la musica era talmente alta che non ho capito il suo nome. Sarà per sempre la mucca Carolina.

Per lo più, con Rick, ci sfondavamo di birre e passavamo dal fish and chips oppure dall’indiano, per un tandoori. Più raramente dal pizzaiolo che si spacciava per italiano. Ma se va bene era kosovaro, perché quando tentavo di scambiarci quattro parole con quel pizzaiolo di Watford non rispondeva mai. Se quello era italiano, allora io parlo swahili.

Quel giorno mi sono licenziato, mi hanno regalato una cassetta di Trainspotting per ricordo, ho deciso di passare qualche tempo a Londra, per sputtanarmi i pochi soldi che mi restavano in saccoccia. Ho salutato Ken Hill e i miei deliziosi colleghi, siamo andati a festeggiare al pub, ma prima di partire mi è capitata una delle cose più allucinanti della mia vita. Che a rileggerla è come una profezia sulla mia vita lavorativa.

Torno a casa, nella casa del redundant e del figlio che faceva di lavoro il tiratore al piattello. Sono le tre di notte, è marzo. Fa freddo. Mi tasto nelle tasche e scopro che ho perso le chiavi di casa. Non c’è nessuno, quella notte i due, padre e figlio, sono fuori, un weekend a pescare. Cos’altro potrebbero fare insieme, se non pescare. Non conosco nessuno in quel posto di merda dal quale il giorno dopo voglio scappare. Passo la notte camminando per non congelarmi, camminando in tondo davanti a quelle villette a schiera dei suburbi zone six di Londra. Bestemmio come non mai in vita mia. Le poche monetine che ho in tasca le uso per scaldarmi nel cesso chimico che si trova all’angolo sud dell’agglomerato urbano.

Un cesso che non scorderò mai. Mettevi la monetina da dieci cents. Si aprivano le porte. Entravi. Le porte si chiudevano automaticamente. Eri chiuso dentro, ermeticamente, con una luce al neon bianca o meglio trasparente. Dopo dieci minuti, se non aprivi tua sponte, le porte si riaprivano automaticamente ed eri costretto a uscire. Una voce metallica ti esortava ad uscire: “Exit, please, automatic washing in a few seconds”. Io uscivo. Il cesso chimico si auto lavava con una doccia all’ammoniaca. Aspettavo che l’operazione di auto pulizia si completasse, pescavo le ultime monetine e rientravo. Ho ripetuto l’operazione una decina di volte, ero stato fortunato e mi ritrovavo diverse monetine in tasca.

Nel cesso almeno ci stavo caldo, fuori c’era freddissimo e io indossavo una semplice giacchetta. Ho visto l’alba arrivare così, entrando e uscendo da un cesso automatico, l’ultima volta che sono entrato non ho rispettato l’ordine di uscire intimatami dal washing automatico e mi sono bevuto tanta di quell’acqua all’ammoniaca, in quel cesso di Watford, al buio perché le luci si spegnevano anche loro, che quando alle sette e trentacinque una signora ha infilato dal di fuori una dieci cents e mi ha visto uscire di corsa, fradicio e puzzolente che sembravo una macchina che esce dalle spazzole dell’autolavaggio, ha urlato “oh, my god, these fucking junks are every where” (“oddio, questi cazzo di drogati sono proprio dappertutto”).

5 Responses to Exit, please, automatic washing in a few seconds

  1. Miku il 4 maggio 2006 alle 09:19

    Belle le brughiere, ancorché dei cerchi infernali di Londra.

  2. Elena il 4 maggio 2006 alle 14:10

    bella paolo, sei sempre una certezza! ma la videocassetta di trainspotting ce l’hai ancora?

  3. Miku il 5 maggio 2006 alle 11:28

    Solo, a pensarci, si può ben fare a meno di quel “Arbeit macht frei”.

  4. paolo anastasio il 5 maggio 2006 alle 14:41

    grazie per i commenti, miku. ma ti sembra eccessivo come richiamo oppure è una questione linguistica?
    in effetti è un’entrata a gamba tesa, ora che mi ci fai pensare forse hai ragione tu su “arbeit macht frei”, magari è fuori luogo, fuori contesto, l’ho scritto di getto e può darsi che abbia esagerato. però, era anche voluto, per provocare. scorrettezza voluta, tu l’hai notata.

  5. Miku il 5 maggio 2006 alle 17:27

    Solo un accostamento forzato. Si potrebbe incastrare Jedem das Seine, a non voler rinunciare alla “scorrettezza”, esibendo altra ironia patibolare, però non in quel punto. È comunque meglio deporla.



indiani