<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss"
	xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#"
	
	>
<channel>
	<title>
	Commenti a: Tutto il mondo&#8230;	</title>
	<atom:link href="https://www.nazioneindiana.com/2006/05/03/tutto-il-mondo/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.nazioneindiana.com/2006/05/03/tutto-il-mondo/</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Thu, 01 Mar 2007 00:13:58 +0000</lastBuildDate>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=5.7.16</generator>
	<item>
		<title>
		Di: raffaele capasso		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2006/05/03/tutto-il-mondo/#comment-28523</link>

		<dc:creator><![CDATA[raffaele capasso]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 May 2006 08:27:35 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/2006/05/03/tutto-il-mondo/#comment-28523</guid>

					<description><![CDATA[H A S S E L B L A D]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>H A S S E L B L A D</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: wovoka		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2006/05/03/tutto-il-mondo/#comment-28151</link>

		<dc:creator><![CDATA[wovoka]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 May 2006 09:05:27 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/2006/05/03/tutto-il-mondo/#comment-28151</guid>

					<description><![CDATA[&#062; Di Lautréamont nemmeno io mai lessi un solo rigo. E però è vero che per provare a dire del contemporaneo occorre avere letto i contemporanei. 

E&#039; un tema importante. Io credo che bisognerebbe usare la massima trasparenza in affermazioni simili, sulle quali davvero si concentra l&#039;essenza del meccanismo di esclusione. E&#039; palese che bisogna sapere di che cosa si parla, ma se davvero non aver letto Lautréamont, o altri, può davvero far perdere un tassello essenziale alla partecipazione stessa al discorso, allora sarà bene il caso di analizzare questo &quot;quid&quot; al microscopio, per capire di cosa si tratti. Per lo più, fortunatamente, queste analisi risultano negative. Messo alle strette, riemerge un meccanismo snobistico abbastanza scontato, che identifica i saperi con gli stili di vita, vezzi compresi. Non conta il &quot;concetto&quot;, di cui &quot;chiunque&quot; può appropriarsi per via scolastica, ma conta la storia incarnata nei corpi, che determina le disposizioni estetiche, da cui l&#039;ineffabilità. Ma poiché il materiale da passare ormai sorpassa, di gran lunga, una vita a disposizione, non vi sarebbe speranza alcuna in queste imprese se non vi fosse (come in effetti vi è) una così grande &quot;ridondanza&quot;. Però credo che in quella circostanza Gavina non avesse alcun &quot;concetto&quot; definito (o definibile, con maggiore o minore sforzo) da opporre al suo giovane interlocutore, ma lo volesse semplicemente schiacciare, anche se con una certa grazia, con la propria storia personale caratterizzata dai contatti con Man Ray ed altre icone culturali, che si suppongono in grado di cedere per osmosi parte del loro carisma. Forse l&#039;aristocraticismo che rimane in sottofondo si può tradurre così: se non hai avuto in dono (versione idealistica, predestinazione) o non sei stato in grado di procacciarti (versione darwiniana) una vita di &quot;ozii&quot; (letterari, artistici ecc.) semplicemente non vuoi confrontarti con certi discorsi, o meglio, lo devi per forza fare con una certa postura&quot;. Si tratta di un discorso in fondo abbastanza plausibile, che però non viene mai articolato chiaramente, così da non indispettire il potenziale pubblico, al quale si propone in fin dei conti una sorta di &quot;elevazione&quot; della propria vita di serie B (o C, o D) attraverso l&#039;assimilazione profonda di narrative altrui. Mi chiedo quanta ambivalenza ci possa essere in simili processi, &quot;adattamenti&quot; come giustamente li chiami, la cui &quot;positività&quot; mi sembra essere data sempre troppo per scontata.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&gt; Di Lautréamont nemmeno io mai lessi un solo rigo. E però è vero che per provare a dire del contemporaneo occorre avere letto i contemporanei. </p>
<p>E&#8217; un tema importante. Io credo che bisognerebbe usare la massima trasparenza in affermazioni simili, sulle quali davvero si concentra l&#8217;essenza del meccanismo di esclusione. E&#8217; palese che bisogna sapere di che cosa si parla, ma se davvero non aver letto Lautréamont, o altri, può davvero far perdere un tassello essenziale alla partecipazione stessa al discorso, allora sarà bene il caso di analizzare questo &#8220;quid&#8221; al microscopio, per capire di cosa si tratti. Per lo più, fortunatamente, queste analisi risultano negative. Messo alle strette, riemerge un meccanismo snobistico abbastanza scontato, che identifica i saperi con gli stili di vita, vezzi compresi. Non conta il &#8220;concetto&#8221;, di cui &#8220;chiunque&#8221; può appropriarsi per via scolastica, ma conta la storia incarnata nei corpi, che determina le disposizioni estetiche, da cui l&#8217;ineffabilità. Ma poiché il materiale da passare ormai sorpassa, di gran lunga, una vita a disposizione, non vi sarebbe speranza alcuna in queste imprese se non vi fosse (come in effetti vi è) una così grande &#8220;ridondanza&#8221;. Però credo che in quella circostanza Gavina non avesse alcun &#8220;concetto&#8221; definito (o definibile, con maggiore o minore sforzo) da opporre al suo giovane interlocutore, ma lo volesse semplicemente schiacciare, anche se con una certa grazia, con la propria storia personale caratterizzata dai contatti con Man Ray ed altre icone culturali, che si suppongono in grado di cedere per osmosi parte del loro carisma. Forse l&#8217;aristocraticismo che rimane in sottofondo si può tradurre così: se non hai avuto in dono (versione idealistica, predestinazione) o non sei stato in grado di procacciarti (versione darwiniana) una vita di &#8220;ozii&#8221; (letterari, artistici ecc.) semplicemente non vuoi confrontarti con certi discorsi, o meglio, lo devi per forza fare con una certa postura&#8221;. Si tratta di un discorso in fondo abbastanza plausibile, che però non viene mai articolato chiaramente, così da non indispettire il potenziale pubblico, al quale si propone in fin dei conti una sorta di &#8220;elevazione&#8221; della propria vita di serie B (o C, o D) attraverso l&#8217;assimilazione profonda di narrative altrui. Mi chiedo quanta ambivalenza ci possa essere in simili processi, &#8220;adattamenti&#8221; come giustamente li chiami, la cui &#8220;positività&#8221; mi sembra essere data sempre troppo per scontata.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: tashtego		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2006/05/03/tutto-il-mondo/#comment-28133</link>

		<dc:creator><![CDATA[tashtego]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 May 2006 12:40:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/2006/05/03/tutto-il-mondo/#comment-28133</guid>

					<description><![CDATA[Di Lautréamont nemmeno io mai lessi un solo rigo.
E però è vero che per provare a dire del contemporaneo occorre avere letto i contemporanei.
Conosco persone assolutamente straordinarie nel campo metti della lettura iconologica dell’arte rinascimentale che rifiutano in blocco e con violenza l’arte contemporanea.
Il motivo di ciò, secondo me, sta nel fatto che chiamiamo con lo stesso nome, “arte”, fenomeni di volta in volta diversi che hanno riguardato il visivo.
Quella artistica è una risposta diversa, perché diverse sono le condizioni ambientali cui è chiamata a rispondere. 
In questo senso l’arte è evolutiva, cioè in senso adattativo.
Quindi mi correggo: ho una visione evolutiva dell’arte, ma non progressiva, cioè non nel senso di un susseguirsi di stadi sempre più evoluti.
Meglio parlare di stadi “diversamente evoluti”, quindi non paragonabili direttamente.
Al tempo di Mozart l’arte era TUTTA figurativa, l’architettura era TUTTA di impianto simmetrico e di linguaggio classico, la poesia era TUTTA basata sulla metrica, le comunità erano TUTTE rette da un sistema aristocratico, eccetera: disciplina, certo: di sicuro altre risposte adattative.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Di Lautréamont nemmeno io mai lessi un solo rigo.<br />
E però è vero che per provare a dire del contemporaneo occorre avere letto i contemporanei.<br />
Conosco persone assolutamente straordinarie nel campo metti della lettura iconologica dell’arte rinascimentale che rifiutano in blocco e con violenza l’arte contemporanea.<br />
Il motivo di ciò, secondo me, sta nel fatto che chiamiamo con lo stesso nome, “arte”, fenomeni di volta in volta diversi che hanno riguardato il visivo.<br />
Quella artistica è una risposta diversa, perché diverse sono le condizioni ambientali cui è chiamata a rispondere.<br />
In questo senso l’arte è evolutiva, cioè in senso adattativo.<br />
Quindi mi correggo: ho una visione evolutiva dell’arte, ma non progressiva, cioè non nel senso di un susseguirsi di stadi sempre più evoluti.<br />
Meglio parlare di stadi “diversamente evoluti”, quindi non paragonabili direttamente.<br />
Al tempo di Mozart l’arte era TUTTA figurativa, l’architettura era TUTTA di impianto simmetrico e di linguaggio classico, la poesia era TUTTA basata sulla metrica, le comunità erano TUTTE rette da un sistema aristocratico, eccetera: disciplina, certo: di sicuro altre risposte adattative.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: wovoka		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2006/05/03/tutto-il-mondo/#comment-28125</link>

		<dc:creator><![CDATA[wovoka]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 May 2006 19:05:40 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/2006/05/03/tutto-il-mondo/#comment-28125</guid>

					<description><![CDATA[Ok Tash, comunque dicendo “evolutivo” non alludevo certo a qualche ingenua idea di progresso, anzi, credo che nell&#039;arte si veda bene come un “accumulo di storia” possa condurre facilmente a dei veri e propri vicoli ciechi evolutivi, che sfociano nella “sostituzione” completa (di persone – inevitabile – ma anche di valori, abilità eccetera) . Nessuno spazio, in questa visione, neppure per la “purezza”: direi che tanto il progresso quanto la purezza si possono associare soltanto a dei limitati segmenti, o aree, di un processo di ramificazione senza confini: per certe epoche e segmenti di attività che abbiano mantenuto costanti alcuni insiemi di regole e valori, un gradiente di “progresso” può essere ragionevolmente determinato, anche se vi è spesso complessità sufficiente da poter rigirare le gerarchie, guardando alle cose con occhiali differenti. Allo stesso modo, in certi contesti sociali e storici, anche un concetto di “purezza” - per quanto illusorio - ha giocato un certo ruolo, e ritengo che esso sia ancora presente, almeno in certe dimensioni marginali del fenomeno artistico.
Si può dire che i tentativi di “dominare” cognitivamente queste complessità portano spesso a delle analisi molto interessanti, anche se il compito di metterle davvero a confronto per farci emergere qualcosa di “scientifico” mi sembra quasi impossibile. Spesso il dialogo sull&#039;arte si riduce ad un complicato e disorganico confronto di disposizioni e competenze, che sottintende questo semplice messaggio: “l&#039;Arte è fatta per gente come me (come noi) e non per quelli come te (come voi)”. Prendo un frammento da un testo che ho appena scorso, Dino Gavina (“mecenate”) intervistato da TempoFermo (n.005/2006) dice a  un certo punto al suo interlocutore: “Evidentemente non è ancora pronto a comprendere l&#039;operazione. Ma io spero di averle messo almeno un dubbio, perché quello che in fin dei conti vale è il risultato. Ora le mostro un&#039;altra foto di Man Ray, che ho all&#039;ingresso: L&#039;enigme d&#039;Isidore Ducasse”. Lei conosce il conte di Lautréamont, vero?”. Risposta: “Lo conosco di nome, ma non ho letto i suoi libri”. Gavina: “Dovrebbe farlo. Come può pretendere di scrivere su queste questioni senza avere letto Lautréamont, o Rimbaud o Joyce?”
Alla fine, ciò che si mette realmente a confronto sono sempre storie personali, cioé strutturazioni così ramificate e modellate dalla contingenza da farmi pensare che persino i limitati accordi che si possono stabilire abbiano natura per lo più illusoria. Ma tuttavia finché questi confronti rimangono piacevoli, penso che vadano continuati, proprio come quel “discorso anormale” di cui parla Rorty nel suo “Specchio della Natura” (il libro peggiore che io abbia comprato lo scorso anno).
Comunque ieri sera ho seguito un requiem di Mozart in duomo (per i 30 anni dal terremoto del Friuli) ed ho intuito su quale vertiginosa pila di talento disciplinato si reggesse la mera “esecuzione” di un  oggetto artistico di tal fatta. Indubbiamente le qualità di Duchamp, o di un Man Ray, o di un Keith Haring, o di un Basquiat, stanno da tutt&#039;altra parte (boh, proviamo a chiamarla “preveggenza”, fiuto sociale?). In ogni caso si tratta, in questo secondo, caso di opere che non hanno nulla da temere dagli “errori” in quanto ogni loro caratteristica è affermabile a posteriori in maniera autoritaria. Forse è proprio il concetto di Arte che ormai questo punto non regge più. Ma in fondo Duchamp voleva proprio distruggerlo, ed in questa coerenza risiede una certa grandezza che non posso certo riconoscere ai vari Hirst, Cattelan e via dicendo, indipendentemente da ciò che può accadere da Sotheby&#039;s.
Mi scuso per l&#039;affastellamento un po&#039; confuso di argomenti, ma in questo momento è tutto ciò che posso dare. Ciao]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ok Tash, comunque dicendo “evolutivo” non alludevo certo a qualche ingenua idea di progresso, anzi, credo che nell&#8217;arte si veda bene come un “accumulo di storia” possa condurre facilmente a dei veri e propri vicoli ciechi evolutivi, che sfociano nella “sostituzione” completa (di persone – inevitabile – ma anche di valori, abilità eccetera) . Nessuno spazio, in questa visione, neppure per la “purezza”: direi che tanto il progresso quanto la purezza si possono associare soltanto a dei limitati segmenti, o aree, di un processo di ramificazione senza confini: per certe epoche e segmenti di attività che abbiano mantenuto costanti alcuni insiemi di regole e valori, un gradiente di “progresso” può essere ragionevolmente determinato, anche se vi è spesso complessità sufficiente da poter rigirare le gerarchie, guardando alle cose con occhiali differenti. Allo stesso modo, in certi contesti sociali e storici, anche un concetto di “purezza” &#8211; per quanto illusorio &#8211; ha giocato un certo ruolo, e ritengo che esso sia ancora presente, almeno in certe dimensioni marginali del fenomeno artistico.<br />
Si può dire che i tentativi di “dominare” cognitivamente queste complessità portano spesso a delle analisi molto interessanti, anche se il compito di metterle davvero a confronto per farci emergere qualcosa di “scientifico” mi sembra quasi impossibile. Spesso il dialogo sull&#8217;arte si riduce ad un complicato e disorganico confronto di disposizioni e competenze, che sottintende questo semplice messaggio: “l&#8217;Arte è fatta per gente come me (come noi) e non per quelli come te (come voi)”. Prendo un frammento da un testo che ho appena scorso, Dino Gavina (“mecenate”) intervistato da TempoFermo (n.005/2006) dice a  un certo punto al suo interlocutore: “Evidentemente non è ancora pronto a comprendere l&#8217;operazione. Ma io spero di averle messo almeno un dubbio, perché quello che in fin dei conti vale è il risultato. Ora le mostro un&#8217;altra foto di Man Ray, che ho all&#8217;ingresso: L&#8217;enigme d&#8217;Isidore Ducasse”. Lei conosce il conte di Lautréamont, vero?”. Risposta: “Lo conosco di nome, ma non ho letto i suoi libri”. Gavina: “Dovrebbe farlo. Come può pretendere di scrivere su queste questioni senza avere letto Lautréamont, o Rimbaud o Joyce?”<br />
Alla fine, ciò che si mette realmente a confronto sono sempre storie personali, cioé strutturazioni così ramificate e modellate dalla contingenza da farmi pensare che persino i limitati accordi che si possono stabilire abbiano natura per lo più illusoria. Ma tuttavia finché questi confronti rimangono piacevoli, penso che vadano continuati, proprio come quel “discorso anormale” di cui parla Rorty nel suo “Specchio della Natura” (il libro peggiore che io abbia comprato lo scorso anno).<br />
Comunque ieri sera ho seguito un requiem di Mozart in duomo (per i 30 anni dal terremoto del Friuli) ed ho intuito su quale vertiginosa pila di talento disciplinato si reggesse la mera “esecuzione” di un  oggetto artistico di tal fatta. Indubbiamente le qualità di Duchamp, o di un Man Ray, o di un Keith Haring, o di un Basquiat, stanno da tutt&#8217;altra parte (boh, proviamo a chiamarla “preveggenza”, fiuto sociale?). In ogni caso si tratta, in questo secondo, caso di opere che non hanno nulla da temere dagli “errori” in quanto ogni loro caratteristica è affermabile a posteriori in maniera autoritaria. Forse è proprio il concetto di Arte che ormai questo punto non regge più. Ma in fondo Duchamp voleva proprio distruggerlo, ed in questa coerenza risiede una certa grandezza che non posso certo riconoscere ai vari Hirst, Cattelan e via dicendo, indipendentemente da ciò che può accadere da Sotheby&#8217;s.<br />
Mi scuso per l&#8217;affastellamento un po&#8217; confuso di argomenti, ma in questo momento è tutto ciò che posso dare. Ciao</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: db		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2006/05/03/tutto-il-mondo/#comment-28105</link>

		<dc:creator><![CDATA[db]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 06 May 2006 09:52:51 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/2006/05/03/tutto-il-mondo/#comment-28105</guid>

					<description><![CDATA[www.sitart.org/CONTACT/ilCairo.htm]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.sitart.org/CONTACT/ilCairo.htm" rel="nofollow ugc">http://www.sitart.org/CONTACT/ilCairo.htm</a></p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: tashtego		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2006/05/03/tutto-il-mondo/#comment-28094</link>

		<dc:creator><![CDATA[tashtego]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 May 2006 16:54:17 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/2006/05/03/tutto-il-mondo/#comment-28094</guid>

					<description><![CDATA[veramente io non ho una visione evoluzionista dell&#039;arte, wovo.
dicevo solo che il canone novecentesco è stato stabilito da un ristretto gruppo di persone.
tutti, anche gli artisti più &quot;liberi&quot;, per adesione o per negazione, devono farci i conti.
personalmente non ho nessuna &quot;visione&quot; dell&#039;arte.
tuttavia credo non si tratti di una cosa &quot;pura&quot; e nemmeno di una cosa &quot;libera&quot;.
credo abbia che fare coi soldi, i media e il potere, da sempre.
infine credo che nessuno di noi davvero sceglie cosa vedere.
qualcuno sceglie l&#039;arte per noi e ce la mette sotto gli occhi.
a quel punto noi disciamo &quot;bello&quot;, oppure &quot;brutto&quot;, oppure disciamo &quot;uhm...&quot;.
accettiamo o rifiutiamo il cibo estetico che ci viene proposto, insomma.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>veramente io non ho una visione evoluzionista dell&#8217;arte, wovo.<br />
dicevo solo che il canone novecentesco è stato stabilito da un ristretto gruppo di persone.<br />
tutti, anche gli artisti più &#8220;liberi&#8221;, per adesione o per negazione, devono farci i conti.<br />
personalmente non ho nessuna &#8220;visione&#8221; dell&#8217;arte.<br />
tuttavia credo non si tratti di una cosa &#8220;pura&#8221; e nemmeno di una cosa &#8220;libera&#8221;.<br />
credo abbia che fare coi soldi, i media e il potere, da sempre.<br />
infine credo che nessuno di noi davvero sceglie cosa vedere.<br />
qualcuno sceglie l&#8217;arte per noi e ce la mette sotto gli occhi.<br />
a quel punto noi disciamo &#8220;bello&#8221;, oppure &#8220;brutto&#8221;, oppure disciamo &#8220;uhm&#8230;&#8221;.<br />
accettiamo o rifiutiamo il cibo estetico che ci viene proposto, insomma.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: wovoka		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2006/05/03/tutto-il-mondo/#comment-28092</link>

		<dc:creator><![CDATA[wovoka]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 May 2006 16:20:55 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/2006/05/03/tutto-il-mondo/#comment-28092</guid>

					<description><![CDATA[Quanto è brutto aver l&#039;ultima parola, mi resta addosso l&#039;impressione di essere riuscito ad inaridire la piacevole questione. Suvvia diamogli ancora qualche sviluppo, che negli attuali thread di letteratura non ci capisco nulla :-)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quanto è brutto aver l&#8217;ultima parola, mi resta addosso l&#8217;impressione di essere riuscito ad inaridire la piacevole questione. Suvvia diamogli ancora qualche sviluppo, che negli attuali thread di letteratura non ci capisco nulla :-)</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: wovoka		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2006/05/03/tutto-il-mondo/#comment-28016</link>

		<dc:creator><![CDATA[wovoka]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 May 2006 14:20:45 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/2006/05/03/tutto-il-mondo/#comment-28016</guid>

					<description><![CDATA[Beh, Mattia, tanto passante quanto partecipante. E lungi da me l&#039;idea di imporre correttezze politiche di qualsiasi genere: se c&#039;è qualcosa di realmente buono in questo ambito è l&#039;effettiva tolleranza, almeno sulla faccia principale dello specchio (perché ai livelli sottostanti del fenomeno il controllo - i meccanismi di esclusione - appare ferreo, in forte contrasto con gli svolazzi colorati - da simpatiche canaglie dal cuore d&#039;oro - dell&#039;epifenomeno). 
Trovo però troppo facile la conclusione che &quot;ignorare&quot; corrisponda ad &quot;escludersi&quot;: si può campionare secondo criterio ed ignorare ciò che non pare assimilabile. La cosa che trovo assurda è che una certa ristretta cricca si arroghi il monopolio di definire l&#039;Arte, per la quale credo esista una dimensione antropologica non monopolizzabile da alcuno. Di artisti interessanti a mio giudizio se ne trovano a iosa, forse l&#039;unico problema è unificarne i brulicanti e divergenti percorsi entro una narrativa cognitivamente maneggievole, operazione che nelle condizioni attuali si può forse soltanto simulare, con enormi &quot;tagli&quot; sostanzialmente arbitrari. 
Concordo comunque con la visione evoluzionista di Tashtego: le &quot;forme&quot; che più &quot;lo meritano&quot; certo sopravviveranno, vuoi nelle nicchie ecologiche più in evidenza, vuoi rintanate in rifugi di sopravvivenza. Ma in fondo le forme, quali entità astratte, non hanno bisogno di patrocinio da parte di alcuna creatura mortale. 
Detto questo, penso ci si dovrebbe confrontare sulle narrative artistiche allo stesso modo che su quelle religiose, cioé badando soprattutto alla salvezza della propria, di anima. Quindi nessuna prescrizione e tutti liberi, di apprezzare o criticare, piangere o ballare.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Beh, Mattia, tanto passante quanto partecipante. E lungi da me l&#8217;idea di imporre correttezze politiche di qualsiasi genere: se c&#8217;è qualcosa di realmente buono in questo ambito è l&#8217;effettiva tolleranza, almeno sulla faccia principale dello specchio (perché ai livelli sottostanti del fenomeno il controllo &#8211; i meccanismi di esclusione &#8211; appare ferreo, in forte contrasto con gli svolazzi colorati &#8211; da simpatiche canaglie dal cuore d&#8217;oro &#8211; dell&#8217;epifenomeno).<br />
Trovo però troppo facile la conclusione che &#8220;ignorare&#8221; corrisponda ad &#8220;escludersi&#8221;: si può campionare secondo criterio ed ignorare ciò che non pare assimilabile. La cosa che trovo assurda è che una certa ristretta cricca si arroghi il monopolio di definire l&#8217;Arte, per la quale credo esista una dimensione antropologica non monopolizzabile da alcuno. Di artisti interessanti a mio giudizio se ne trovano a iosa, forse l&#8217;unico problema è unificarne i brulicanti e divergenti percorsi entro una narrativa cognitivamente maneggievole, operazione che nelle condizioni attuali si può forse soltanto simulare, con enormi &#8220;tagli&#8221; sostanzialmente arbitrari.<br />
Concordo comunque con la visione evoluzionista di Tashtego: le &#8220;forme&#8221; che più &#8220;lo meritano&#8221; certo sopravviveranno, vuoi nelle nicchie ecologiche più in evidenza, vuoi rintanate in rifugi di sopravvivenza. Ma in fondo le forme, quali entità astratte, non hanno bisogno di patrocinio da parte di alcuna creatura mortale.<br />
Detto questo, penso ci si dovrebbe confrontare sulle narrative artistiche allo stesso modo che su quelle religiose, cioé badando soprattutto alla salvezza della propria, di anima. Quindi nessuna prescrizione e tutti liberi, di apprezzare o criticare, piangere o ballare.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: tashtego		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2006/05/03/tutto-il-mondo/#comment-28013</link>

		<dc:creator><![CDATA[tashtego]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 May 2006 13:24:38 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/2006/05/03/tutto-il-mondo/#comment-28013</guid>

					<description><![CDATA[Assimilavo Hirst a Richard Serra a Kapoor, solo per il costo delle installazioni.
Non per altro.

L&#039;arte non è intrattenimento, o non solo intrattenimento, ma quella contemporanea è costretta a competere con l&#039;intrattenimento.
È anche costretta a competere con i media, a combattere per la visibilità in un mondo talmente invaso da immagini che oggi si può davvero affermare che esista una ICONOSFERA.
Dunque è l’arte parzialmente tornata al canone barocco della &quot;maraviglia&quot;, del &quot;docere et delectare&quot;, eccetera: stupire le masse, innanzi tutto.

Per Wovoka aggiungo che quando guardo un’opera “d’arte” non mi pongo il problema che sia arte oppure no.
Dò per scontato che lo sia, altrimenti legherei il concetto di arte a quello di qualità e sarebbe un errore idealistico e croceggiante.
Arte è tutto ciò che è costruito INTENZIONALMENTE allo scopo di suscitare il giudizio estetico.
Ma non tutto ciò che suscita giudizio estetico è perciò stesso arte.
Per esempio le Dolomiti sono belle, ma non sono arte.
Ne discende che ARTISTA è chi produce cose a scopo artistico, non solo chi è bravo a farlo.
Per me un’opera di Monet è pari, concettualmente, a quella di qualsiasi scalzacane che vende quadretti in serie a piazza Navona.

Occorre prendere atto che tutto il canone artistico modernista e contemporaneo è stato costruito e mantenuto dalle grandi istituzioni d’arte, dai grandi collezionisti, dai grandi musei.
Nella sostanza è stata imposta una lettura univoca dei valori in campo, un mainstream non contestabile, una sequenza immutabile e determinata di opere cardine che va dall’Impressionismo all’oggi. 
Questa sì che è una lettura totalitaria. 
Metti in fila la Fondazione Guggenheim, i Francesi del Centre Pompidou, la fondazione Ludwig in Germania, la Tate Modern, forse qualche altra istituzione, e capirai che l’arte che tutti vediamo LA SCELGONO LORO e nel passato hanno fatto lo stesso.
Capirai che i grandi collezionisti e mercanti alla Gagosian, alla Saatchi eccetera sono figure quasi “eroiche” e ancora deboli rispetto al Grande Gioco planetario dei valori artistici.
Altro che Palazzo Grassi.
La concezione dell’arte del Novecento come di un’evoluzione per equilibri punteggiati, segnata essenzialmente dal succedersi delle avanguardie sotto l’egida spietata del NUOVO e del SUPERAMENTO, la stessa che si ritrova nei manuali scolastici, è costruita sulle scelte delle grandi collezioni e dei grandi musei, sostenute dalla critica internazionale.
Tutto quello che resta fuori, spesso roba bellissima, non conta – da noi, per esempio, il Novecentismo Italiano, la Scuola Romana i Valori Plastici, eccetera, ma anche l’Arte Povera degli anni sessanta, gente come Pascali, per dire, conta poco sullo scacchiere mondiale.
Chi si è accorto che Afro Basaldella è il più grande espressionista astratto?
Sono solo esempi.

Oggi le cose sono ancora cambiate.
L’artista non aspetta di “essere scoperto”, ma forza i termini del gioco, coinvolge i media che entrano, direttamente e da subito, nell’opera (che talvolta SONO l’opera). 
Le dimensioni diventano, in questo quadro, un fattore decisivo di visibilità dell’arte come “meraviglia”.
L’opera di Hirst rientra in pieno, a mio avviso, nel canone del “docere et delectare”: le due mucche sezionate e rimontate sotto formalina a formare un animale simmetrico con due teste alle estremità, di “diverte”, mi “inquieta”, mi “repelle”, mi “stupisce”, mi “fa riflettere”, eccetera.
Niente di più lontano dall’”interiorità” sommessa e poetica di una natura morta di Morandi, ma pura arte barocca.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Assimilavo Hirst a Richard Serra a Kapoor, solo per il costo delle installazioni.<br />
Non per altro.</p>
<p>L&#8217;arte non è intrattenimento, o non solo intrattenimento, ma quella contemporanea è costretta a competere con l&#8217;intrattenimento.<br />
È anche costretta a competere con i media, a combattere per la visibilità in un mondo talmente invaso da immagini che oggi si può davvero affermare che esista una ICONOSFERA.<br />
Dunque è l’arte parzialmente tornata al canone barocco della &#8220;maraviglia&#8221;, del &#8220;docere et delectare&#8221;, eccetera: stupire le masse, innanzi tutto.</p>
<p>Per Wovoka aggiungo che quando guardo un’opera “d’arte” non mi pongo il problema che sia arte oppure no.<br />
Dò per scontato che lo sia, altrimenti legherei il concetto di arte a quello di qualità e sarebbe un errore idealistico e croceggiante.<br />
Arte è tutto ciò che è costruito INTENZIONALMENTE allo scopo di suscitare il giudizio estetico.<br />
Ma non tutto ciò che suscita giudizio estetico è perciò stesso arte.<br />
Per esempio le Dolomiti sono belle, ma non sono arte.<br />
Ne discende che ARTISTA è chi produce cose a scopo artistico, non solo chi è bravo a farlo.<br />
Per me un’opera di Monet è pari, concettualmente, a quella di qualsiasi scalzacane che vende quadretti in serie a piazza Navona.</p>
<p>Occorre prendere atto che tutto il canone artistico modernista e contemporaneo è stato costruito e mantenuto dalle grandi istituzioni d’arte, dai grandi collezionisti, dai grandi musei.<br />
Nella sostanza è stata imposta una lettura univoca dei valori in campo, un mainstream non contestabile, una sequenza immutabile e determinata di opere cardine che va dall’Impressionismo all’oggi.<br />
Questa sì che è una lettura totalitaria.<br />
Metti in fila la Fondazione Guggenheim, i Francesi del Centre Pompidou, la fondazione Ludwig in Germania, la Tate Modern, forse qualche altra istituzione, e capirai che l’arte che tutti vediamo LA SCELGONO LORO e nel passato hanno fatto lo stesso.<br />
Capirai che i grandi collezionisti e mercanti alla Gagosian, alla Saatchi eccetera sono figure quasi “eroiche” e ancora deboli rispetto al Grande Gioco planetario dei valori artistici.<br />
Altro che Palazzo Grassi.<br />
La concezione dell’arte del Novecento come di un’evoluzione per equilibri punteggiati, segnata essenzialmente dal succedersi delle avanguardie sotto l’egida spietata del NUOVO e del SUPERAMENTO, la stessa che si ritrova nei manuali scolastici, è costruita sulle scelte delle grandi collezioni e dei grandi musei, sostenute dalla critica internazionale.<br />
Tutto quello che resta fuori, spesso roba bellissima, non conta – da noi, per esempio, il Novecentismo Italiano, la Scuola Romana i Valori Plastici, eccetera, ma anche l’Arte Povera degli anni sessanta, gente come Pascali, per dire, conta poco sullo scacchiere mondiale.<br />
Chi si è accorto che Afro Basaldella è il più grande espressionista astratto?<br />
Sono solo esempi.</p>
<p>Oggi le cose sono ancora cambiate.<br />
L’artista non aspetta di “essere scoperto”, ma forza i termini del gioco, coinvolge i media che entrano, direttamente e da subito, nell’opera (che talvolta SONO l’opera).<br />
Le dimensioni diventano, in questo quadro, un fattore decisivo di visibilità dell’arte come “meraviglia”.<br />
L’opera di Hirst rientra in pieno, a mio avviso, nel canone del “docere et delectare”: le due mucche sezionate e rimontate sotto formalina a formare un animale simmetrico con due teste alle estremità, di “diverte”, mi “inquieta”, mi “repelle”, mi “stupisce”, mi “fa riflettere”, eccetera.<br />
Niente di più lontano dall’”interiorità” sommessa e poetica di una natura morta di Morandi, ma pura arte barocca.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: mattia paganelli		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2006/05/03/tutto-il-mondo/#comment-28012</link>

		<dc:creator><![CDATA[mattia paganelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 May 2006 13:20:42 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/2006/05/03/tutto-il-mondo/#comment-28012</guid>

					<description><![CDATA[A questo punto non posso esimermi dal domandare in quale ruolo ci si misuri con il mondo dell&#039;arte? 
Non si tratta di essere all&#039;ultima moda, un linguaggio che costantemente cresce su se stesso richiede continua informazione. Il lavoro è molto spesso risposta e riflessione su quello che si è visto. Quando sulla scena arriva una cosa nuova, la si puo&#039; criticare o apprezzare, ignorarla equivale a escludersi. Sempre partendo dall&#039;idea di voler partecipare alla societa&#039; in cui si vive. 
Ad esempio scegliere, di fronte a tutte le opzioni disponibili, di dipingere (non di continuare a dipingere) puo&#039; essere molto opportunista (mercato) o molto coraggioso (è quello che ti piace fare).
Quindi ripeto: in che ruolo ci si misura con l&#039;arte? Passante o partecipante? Ci giochi o ti ci giochi la vita? La differenza sta tutta li secondo me.

Inoltre ho l&#039;impressione che la critica che mossa alle &#039;novita&#039;&#039; esposte sopra sia piu&#039; ideologica che motivata. Mi pongo un&#039;altra domanda a questo punto: non è per caso che la nostra mentalita&#039; con radici a sinistra, non mi sento piu&#039; di chiamarlo pensiero, si sia scollata dalla produzione e dall&#039;innovazione culturale? Non è magari che in quanto famiglia perdente screditiamo comunque quello che non siamo noi a inventare?
È vero che certi artisti hanno fatto all&#039;arte quello che altri personaggi hanno fatto alla democrazia, ma non è lamentandosene che li si contrasta, ma con la qualita&#039; del lavoro che si produce. Io insisto, gli esempi proposti nell&#039;articolo di Spector sono estremamente validi. Senza dubbio le istituzioni offrono la possibilita&#039; di realizzare progetti molto piu&#039; consistenti che un singolo, ma serve comunque un&#039;idea da cui partire. E la figura dell&#039;artista che è mutata tante, volte e spero continui, negli ultimi tempi per alcuni ha assunto il carattere di generare disordine. Io spero vada molto avanti in quest&#039;intenzione.

E per concludere: non si puo&#039; imporre ad un artista di lavorare in modo politicamente corretto. Ciascuno fa quello che piu&#039; lo diverte (sottolineo l&#039;aspetto del piacere del lavoro). Se alcuni entusiasmano interferendo con la comunicazione di massa, ne hanno tanto diritto quanto chi adora l&#039;acquarello (tecnica nobilissima!). Bisogna pero&#039; saper riconoscere cosa ci piace fare, è questa quella che piu&#039; sopra chiamavo onesta&#039; (con se stessi).

Grazie per l&#039;opportunita&#039; di discuterne]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A questo punto non posso esimermi dal domandare in quale ruolo ci si misuri con il mondo dell&#8217;arte?<br />
Non si tratta di essere all&#8217;ultima moda, un linguaggio che costantemente cresce su se stesso richiede continua informazione. Il lavoro è molto spesso risposta e riflessione su quello che si è visto. Quando sulla scena arriva una cosa nuova, la si puo&#8217; criticare o apprezzare, ignorarla equivale a escludersi. Sempre partendo dall&#8217;idea di voler partecipare alla societa&#8217; in cui si vive.<br />
Ad esempio scegliere, di fronte a tutte le opzioni disponibili, di dipingere (non di continuare a dipingere) puo&#8217; essere molto opportunista (mercato) o molto coraggioso (è quello che ti piace fare).<br />
Quindi ripeto: in che ruolo ci si misura con l&#8217;arte? Passante o partecipante? Ci giochi o ti ci giochi la vita? La differenza sta tutta li secondo me.</p>
<p>Inoltre ho l&#8217;impressione che la critica che mossa alle &#8216;novita&#8221; esposte sopra sia piu&#8217; ideologica che motivata. Mi pongo un&#8217;altra domanda a questo punto: non è per caso che la nostra mentalita&#8217; con radici a sinistra, non mi sento piu&#8217; di chiamarlo pensiero, si sia scollata dalla produzione e dall&#8217;innovazione culturale? Non è magari che in quanto famiglia perdente screditiamo comunque quello che non siamo noi a inventare?<br />
È vero che certi artisti hanno fatto all&#8217;arte quello che altri personaggi hanno fatto alla democrazia, ma non è lamentandosene che li si contrasta, ma con la qualita&#8217; del lavoro che si produce. Io insisto, gli esempi proposti nell&#8217;articolo di Spector sono estremamente validi. Senza dubbio le istituzioni offrono la possibilita&#8217; di realizzare progetti molto piu&#8217; consistenti che un singolo, ma serve comunque un&#8217;idea da cui partire. E la figura dell&#8217;artista che è mutata tante, volte e spero continui, negli ultimi tempi per alcuni ha assunto il carattere di generare disordine. Io spero vada molto avanti in quest&#8217;intenzione.</p>
<p>E per concludere: non si puo&#8217; imporre ad un artista di lavorare in modo politicamente corretto. Ciascuno fa quello che piu&#8217; lo diverte (sottolineo l&#8217;aspetto del piacere del lavoro). Se alcuni entusiasmano interferendo con la comunicazione di massa, ne hanno tanto diritto quanto chi adora l&#8217;acquarello (tecnica nobilissima!). Bisogna pero&#8217; saper riconoscere cosa ci piace fare, è questa quella che piu&#8217; sopra chiamavo onesta&#8217; (con se stessi).</p>
<p>Grazie per l&#8217;opportunita&#8217; di discuterne</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: nazioneindiana.com @ 2026-08-09 01:31:52 by W3 Total Cache
-->