Le suicide de Paris

4 maggio 2006
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di Giancarlo Liviano

Oggi.

Se ne sta in disparte, segregata nel suo camerino, e sa bene che susciterà sensazioni forti stasera.
È bella, Paris. Porta il nome di una grande capitale europea. È così magra e lunga che sembra un chiodo da bara, e la sua silhouette è un parossismo d’armonia, con i seni polposi e incolonnati in un attillato corpetto nero, un doppio cannone sanguinario che atterrisce il suo obiettivo.
La forza eccitante contenuta in un seno. Non ha un’anima, eppure scatena un fremito brutale in chi lo sta osservando. Brilla attraverso lo schermo senza che si possa toccare, un bel primo piano ultra-ravvicinato che svela perfino le striature più impercettibili che solcano l’epidermide. Produce un anelito bestiale, subito strozzato da un rigurgito antagonista. È l’intervento della coscienza repressiva, rigorosa nella propria puntualità, il ricatto che riporta alla propria condizione incessante. L’immagine è voyeuristica e allo stesso tempo perentoria. Ti dice che non stai facendo nient’altro che desiderare qualcosa che non potrai mai avere.

È bella, Paris. Si guarda allo specchio con attenzione, osservando le sfumature del suo viso. Sta modellando un’espressione di sfida, e chi le restituisce lo sguardo è un pugile dai capelli color platino, con la chioma fluente valorizzata dall’extension. Si specchia e percepisce una missione. È In attesa dell’incontro decisivo per il campionato del mondo, pesi superleggeri a giudicare dalla sua magrezza macilenta, e l’unica emozione che evade la tenuta possente dell’eye-liner è la superbia solida di chi nella vita si sente imbattuta. Giura a se stessa che non proverà alcuna paura, e con mani orgogliose inizia ad accarezzare i contorni del proprio corpo. Assoda la vellutata pulitezza della pelle, e s’inacidisce se incontra qualche leggera protuberanza sotto le dita.

È nata il 17 febbraio del 1981. È un acquario, e come ogni acquario si sente tenace. Legge l’oroscopo tutti i santi giorni da quando ha compiuto sette anni. Ha addirittura un’astrologa personale, per non prendere a cuor leggero certe decisioni importanti. È ricca, ma non le basta. Vuole tutto, la fama, la storia, l’immortalità e l’adorazione dei fans. Il denaro per lei è solo un accessorio. È il suo phard, il rossetto, la lacca per i capelli. Avere quattrini a valanghe non è una fortuna per lei. Anzi. La cosa la lascia del tutto indifferente. Probabilmente non immagina neppure che esista una condizione differente da quella che è abituata ad abitare, non è che abbia molti amici lontano da Beverly Hills. Forbes Magazine stima il suo patrimonio ricevuto in eredità di poco superiore ai 20 milioni di dollari, cui vanno sommati i compensi personali racimolati con le varie attività lavorative e i dividendi annui ottenuti dalla catena alberghiera di cui è socia. Cifre che vanno ammortizzate con lo shopping.
Nella vita ha fatto di tutto. Ufficialmente è una presenzialista, ossia l’ospite immancabile a party, festini, ricevimenti, matrimoni di star del cinema, locali alla moda che appartengono a star della musica pop mondiale, sfilate di moda, eventi televisivi, cronache rosa, romanzi, film, serial. È diventata famosa diffondendo filmati porno in cui lei ha il ruolo di attrice protagonista, ed è assieme a uno dei suoi innumerevoli ex fidanzati, un certo Salomon Rich, è questo il nome di lui, un tipo dal grilletto facile e dall’eiaculatio prolungata. One Night in Paris 1 e 2, troppo facile cogliere il doppio senso, e il prezzo per noleggiare il paradiso in DVD è di tre dollari al giorno, con il 15% che va a finire sul suo conto corrente personale. Nel tempo libero, può vantare qualsiasi esperienza contemplata dalle commissioni parlamentari che investono denaro nelle pubblicità progresso. Acquista regolarmente cocaina. Corre in veloci auto sportive. Ha causato incidenti in stato di ubriachezza e se l’è cavata dispensando bacini volatili ai poliziotti, a cui sa bene di aver regalato un indimenticabile brandello di celebrità. Se non è a casa sua, ama far sgombrare i bagni pubblici di alberghi e ristoranti. Le piace ammirarsi allo specchio senza condividere il proprio spazio con nessuno, perché sa che la densità elevata è una prerogativa dei predenti.

Partecipa a campagne pubblicitarie in favor dei diritti degli animali e possiede un’invidiabile collezione di pellicce di scimmia, visone, volpe e leopardo. Ha inciso un album musicale e recitato come attrice. Ama i profumi, e in collaborazione con Dior, Yves Sain’t Loren, Armani e Valentino ha inventato delle fragranze che portano il suo nome, roba che sul mercato è andate letteralmente a ruba. Le capitano solo imprevisti da Star. Non rimane senza sale, né le si scoloriscono gli abiti in lavatrice. I suoi imprevisti medi sono di ben altra portata, sono notizie dei telegiornali. Una volta, un hacker le ha crakkato la rubrica del cellulare dove tiene i numeri personali delle star.
Alle sue spalle scodinzola Tinkerbell, il suo chihuahua nano. È poco più grande di una tazza di the di porcellana, ma rumoreggia come se fosse un giaguaro. Sta gironzolando per il camerino, bardato di pietre preziose. Indossa un corpetto di seta a strisce bianche e rosa, e se potesse camminare su due piedi sembrerebbe il bagnante in costume intero di una vecchia foto di famiglia in bianco e nero. Al collo porta una cinghia tempestata di perle, perle vere, e almeno ufficialmente è l’autore di un libro intitolato I diari di Tinkerbell Hilton. Paris lo striglia perché vuole silenzio, lui mugugna ma poi obbedisce, accucciandosi ai piedi della sua padrona.
E indovinate chi c’è sulla copertina del TIME questa settimana? Il confronto con la sua silhouette riflessa dallo specchio è inevitabile. Trova di essere più bella e in forma di allora, stasera. Ha un serial tv dedicato a lei e al suo stile di vita. I want to be a Hilton, è questo il nome scelto dai produttori, un titolo veritiero e di sicuro ascendente, un’opera che scruta a fondo i desideri dei fan. È stata fidanzata con Carter dei Backstreet Boys e vanta storie più o meno reali con Leonardo Di Caprio, con il campione di pugliato Oscar della Hoya, e con un esercito di altri attori, modelli e campioni dello sport.

È amata, Paris. È desiderata. C’è da meravigliarsi che finora qualcuno non abbia mai tentato di ucciderla. È immensa eppure così misera, è sfavillante e cinica, altezzosa e potente, eppure qualsiasi sedicenne con il tesserino della palestra potrebbe violentarla senza fatica. È decisa e miope, ha obiettivi consolidati, ha persino un anima candida tutto sommato. Piange e sanguina come tutti, ma quando succede lei la notizia fa il giro del mondo. Le è capitato d’intervenire chirurgicamente sul suo corpo, ma non potrà evitare di invecchiare fino alla morte. È bardata di diamanti ma tornerà polvere, è eccitante ma frigida, è egoista ma vuole mescolarsi a tutti. È l’istinto individualista di quattro miliardi di esseri umani raccolto in un unico macigno fatto di desiderio. È irraggiungibile. Divina. Troppo piena di sé per emozionare davvero per un periodo di tempo più lungo di un’inquadratura. È indiscutibile e incrollabile. È Beverly Hills ed è trendy. È tesi e antitesi di se stessa, specie quando i momenti-rimasuglio della sua vita non possono essere condivisi con degli sconosciuti, un avvenimento che la restituisce a una certa normalità che lei detesta. È pacchiana e ha classe infinita. È latex, feticcio e consumo. È Wall Street e brokeraggio. È capitalismo sfrenato ignorando di esserlo, perché Paris dame e caballeros, è il terzo millennio.

Paris sa che stasera sarà la sua notte. Darà il suo nome al mondo, per le prossime 72 ore. Vedrà il suo volto tuonare sui giornali, e il suo impero diverrà talmente grande da inglobare guerre, terremoti, avvenimenti sportivi, attentati, pandemie e scoperte scientifiche. Si lancerà da quel ponte rosseggiante, annerito dal buio e dalla vastità massiccia della baia che si apre all’oceano, e intorno a lei non si vedrà nulla, né il cielo, né il mare, saranno i suoi occhi l’unica luce a contrastare la morte, almeno finché non sarà lei a decidere di andarle incontro, per ribattezzarla. Sarà una sorpresa incredibile ma non troppo, perché l’ufficio stampa della CBC ha sapientemente lasciato trapelare qualche notizia in anteprima. Nessuno si aspetta di vedere Paris lassù, in equilibrio, pronta a spiccare l’ultimo volo, ma intanto ogni dettaglio è stato preparato con precisione scientifica. L’altezza, la velocità massima con cui dovrà giungere al pelo dell’acqua, il peso necessario che dovrà aggiungere a quello del suo corpo per toccare il fondo, il funzionamento dei dispositivi di sicurezza. Se la si guarda da vicino si vede che è in preda a un delirio gioioso. È eccitata. Tinkerbell sente l’adrenalina sulla lingua, quando le lecca le unghie dei piedi. Ha sempre sognato di ripetere le gesta di Gesù Cristo, e stasera dovrebbe farcela. Morire e resuscitare dopo tre giorni, il nazareno che cambia patria e sesso per diventare una newyorkese californiana d’adozione, la mangiatoia che si trasforma in una catena internazionale di alberghi di lusso. Ma a parte Paris, Tinkerbell e Alvin Nathan Muggeridge nessuno sa come andrà per davvero.
È pronta, guardatela bene. Sa che il suo dogma non impiegherà quindici secoli per raggiungere tutti i continenti. Avrebbe voluto Tinkerbell al suo fianco, ma gli esperti e gli stuntman le hanno detto che garantire l’incolumità del quadrupede sarebbe stato impossibile. Ha di fronte a se un bicchiere pieno d’acqua e una pillola colorata, la dose di LSD necessaria a farle compiere una performance indimenticabile.

È stato Alvin a richiedere la sua presenza al golden Death. – È una che buca lo schermo – aveva detto – Quando è stata ospitata al David Letterman Late Show, ha incollato alle poltrone una nazione intera. 50 Stati in pausa Hilton. Suscita fiumi emozionali in contrapposizione, amore dogmatico e odio viscerale, piscia e trasforma il cesso in una scultura dorata. E la forbice di telespettatori che desiderano vederla mentre vive o muore si allargherà come un bel paio di cosce.
In questo momento la dea sta aspettando in silenzio. Le bussano alla porta e lei risponde con un grido. Innervosita, dice che parlerà solo con Alvin perché è lui che comanda, e mentre il runner sottoposto al suo servizio prova a spiegarle che è pronta l’automobile che la condurrà al Golden Gate, in studio arriva un segnale dalla regia. Cinque secondi. Quattro, tre, due, uno e si torna in scena. Alvin sembra uno sposo con il frac e il farfallino, poi si sente un ciak, uno schianto tronfio e inconfutabile, ed eccola che arriva la morte.

Battete le mani.

Un cartello scritto con caratteri cubitali in nero con un pennarello indelebile recita così, tra le mani di un inserviente che è lì e si sta guadagnando da vivere, e il fremito scende giù all’improvviso, obbediente, corposo e sicuro di sé. Ognuno ha il compito cui adempiere perché lo spettacolo possa continuare. Le luci si spengono non appena torna a regnare il silenzio, un’assenza di suoni artefatta e irreale, e in un attimo tutto assume un significato universale, una codificazione inequivocabile. È l’antefatto di qualcosa di straordinario. Non c’è il rullo di tamburi ma è come se ci fosse. Un riflettore s’infiamma, c’è la luna piena sul palco adesso, e l’atmosfera è romantica e affascinante, ed è proprio l’orchestra la cellula impazzita che comincia a scandire con ritmo le note di una sinfonia arcinota. C’è il pianoforte e c’è il sassofono, intenso e gutturale, e il pubblico si accoda senza fatica mostrando un certo entusiasmo, ritmando le note con il proprio battito intermittente. Il cono di luce si muove in cerca di qualcosa, segue un binario circolare ma ancora niente, la luce è senza ombra, senza nucleo, rassomiglia al fanale di un elicottero della polizia che cerca un evaso ormai disperso nei boschi che circondano il penitenziario, e tutto d’un tratto si sente un sibilo progressivo che si avvicina. È sempre più forte, e in quell’istante si vede l’ombra di un uomo in frac che si materializza. È alto e pulito, e dà le spalle alla telecamera. Ha una tuba in testa e dei guanti bianchi, che sfrega contro un bastone da miliardario anni 50, nero col pomello dorato. La scena induce qualcuno tra il pubblico a pensare alla propria giovinezza, ai sogni infranti, alle speranze che si nutrivano a proposito della propria vita coniugale, ormai in frantumi. Qualcun’altro borbotta sillabe incomprensibili nell’orecchio del proprio vicino.
Il ritmo aumenta, diviene riconoscibile anche per i più giovani, e l’uomo con la tuba si volta mostrando la sua luce. Dame e caballeros, senoritas y chicos, madmoiselle e messiuers, gentiluomini e gentildonne di tutto il mondo. ecco a voi il volto magico di Alvin Nathan Muggeridge, l’affabulatore. È in versione cantante e ballerino, e solo per questa sera vestirà i panni di Gene Kelly in un revival dell’indimenticabile Singin’ in the Rain. E non c’è morte che tenga con questa musica, anche se questo è lo spettacolo di chi ha scelto di morire. Tra settantadue ore il Golden Death scivolerà nel passato, sarà il nulla, un caso da far analizzare ai Goebbels in colletto bianco di epoche a venire, ma chi scorderà mai Singin’ in the Rain? Alvin è scatenato. Affonda con gli acuti, la gente lo guarda estasiata, lo ammira e si lascia trascinare nell’apoteosi, e non c’è tempo per pensare alle stronzate del lavoro stasera, e la scelta di quella melodia non è stata casuale, non è stata riprodotta davvero per omaggiare gli anni cinquanta. La suonano perché è riconoscibile, perché piace a tutti, perché quelle note hanno già raggiunto migliaia di volte le orecchie di uomini bisognosi di svago in ogni angolo del pianeta. Ed è importante che chi guarda si senta protagonista stasera, è questa la chiave. La complicità è tutto. Gli ospiti si alzano in piedi e si lasciano andare in un ballo improvvisato, Saddam e Celine sembrano piuttosto emozionati, e si lasciano immortalare dai flash mentre eseguono un caschè riuscitissimo.

Alvin s’inchina e aspetta con pazienza di raccogliere il tributo della sua gente, che arriva puntuale. Qualcuno fischia ma è ripreso dai propri vicini di posto. Alvin aspetta che il silenzio ritorni, servile, cammina a passo lento e sfiora le poltrone degli ospiti famosi, ha uno sguardo corrucciato e si liscia il mento di frequente, lo stringe tra l’indice e il pollice della mano destra. Ha belle unghie e un’aria inquisitoria.
– Voi – dice, utilizzando un tono vagamente minaccioso. – Voi. Voi fareste mai quello che qualcuno tra loro dovrà fare stasera? – Subito dopo indica le nostre facce megalomani incollate sul maxischermo, occhi vuoti ed espressioni spregiudicate.
– Nient’affatto vero? – riprende. Non lascia a nessuno il tempo di rispondere. Poi prende fiato, cerca la telecamera, e con un gesto impercettibile richiede il primo piano, che arriva puntuale. – Beh – ricomincia – sappiate che stiamo per assistere ad un evento che diventerà storia nella storia. Prendete una donna bella, ricca e famosa, una che possiede qualunque gingillo esistente a questo mondo. Vi piacerebbe essere fantasmagorici come lei, vero? Beh, sapete cosa vi dico? Che non lo sarete mai. Mai. Vi state chiedendo il perché? Ve lo dico. Non ne avete la stoffa, tutto qui. Ma poniamo il caso che dentro ognuno di voi, dame e caballeros di tutto il mondo, si nasconda un cavallo di razza. Poniamo il caso. Vi andrebbe di morire per passare alla storia? La risposta è no. Ed ecco, ecco cos’è la stoffa. È il desiderio che travalica ogni cosa e rende disposti a tutto per diventare ciò che si è scelto di essere. Ecco perché non sarete mai come lei. Ma certo…certo. Sto parlando di…Doveva essere un segreto, ma tutti sanno che in democrazia i segreti non esistono. Democrazia vuol dire trasparenza, giusto? Beh, lei la trasparenza, di solito, lei la porta addosso, ma celebrità…ah quella le brucia dentro, le scorre nelle vene. Dame e caballeros, vi presento Paris Hilton, in diretta dall’auto che la sta portando…beh, indovinate dove? –

Paris si lascia inquadrare. È sorridente. Della macchina che la trasporta al Golden Gate si vede solo l’abitacolo. Lei condensa le labbra per bagnarle e sorride ancora. È in viaggio verso la luce del mondo.
Fa ciao con la mano e non risparmia un vasto campionario di smorfie e moine. Qualcuno si chiede cosa farà una volta in alto sul ponte, ma nessuno immagina che si butterà nel nulla per davvero.
– Sei decisa ?– le chiede Muggeridge. – Guarda che se vuoi puoi anche ritirarti ora. È in gioco la tua vita.
Lei non lo ascolta neppure, finge di non aver sentito, ma poi stringe il pugno per lasciar intendere che se la sente eccome, che non ha alcuna paura di morire. Prende in braccio Tinkerbell e lo bacia in mezzo agli occhi. Il pubblico in studio sembra apprezzare il gesto che ha qualcosa di materno.
– Allora va bene – riprende Muggeridge, riaprirò il collegamento con te quando sarai sul ponte.-

La regia restituisce la linea allo studio, e l’auto continua a procedere verso il Golden Gate.
Si trova al centro di una lunga colonna capeggiata dai mezzi pesanti della polizia, camion infuocati dal canto atono delle sirene, e a quei fasci di luci intermittenti seguono una decina di furgoni della produzione. Trasportano tecnici, guardie del corpo e macchinari per le riprese, un’accozzaglia di attrezzature costose e piuttosto potenti. Poi c’è la Rolls, lucidissima. La regia lancia una panoramica. Intorno a Paris, c’è una grande periferia di uomini. Ci sono palazzi, focolai, baracche e campi coltivati completamente in ombra, dimenticati, perché a San Francisco c’è un solo nucleo che ha davvero un’anima stasera. Ci sono assembramenti di persone che provano a sfiorare la Rolls con le dita, allungando gli arti e le proprie pulsazioni al di là delle transenne. È gente infelice. Persone che non hanno alcun controllo sulla propria vita. Sono lì perché vogliono pregare sulla presunta bara in movimento, lasciare una traccia sul mausoleo, ma i fari di servizio necessari per le riprese abbagliano e ostruiscono la vista. Ci sono persone che si spingono e si ammassano busto contro busto, sudano e provengono da ogni parte d’America. Stanno provando sentimenti contrastanti, ma tutti sono proiettati verso il medesimo bersaglio. Hanno dimenticato i loro stessi nomi, il loro gruppo sanguigno. Non ricordano chi sono o da dove vengono, in quel momento non saprebbero né enumerare né chiamare per nome i propri familiari. Stanno dimenticando se hanno un cane, se hanno fame, si sono bevuti il loro promemoria quotidiano di compromessi e dolori, e non riconoscerebbero l’olezzo malsano inchiodato al loro corpo prima di andare a dormire. Hanno perso persino la voglia di infilare qualcosa nella fica.
Sul lato destro c’è il cospicuo contingente formato dai fanatici iscritti al fan club di Paris, gente eroica che la segue ovunque, fan che conoscono al millimetro ogni spostamento del proprio oggetto di culto. Hanno tutti lo stesso vestito, donne e uomini, una t-shirt rosa che s’indossa sopra i giubbotti e che spara negli occhi dei passanti la sagoma della torre Eiffel in miniatura. La torre è raffigurata per mezzo di un mosaico di brillantini e paillette d’argento, e ai piedi dei basamenti d’acciaio c’è un’epigrafe. “Di Paris c’è una sola, e non è in Francia.”, ecco quello che dice.

La Rolls intanto sta sfilando al loro cospetto, e il loro cuore viene catturato dall’agitazione. Eccoli che si abbandonano al dominio di una perfetta coralità di sensazioni tecnologiche, dall’evolversi così sincronizzato da risultare inquietante. Le lacrime s’impossessano di tutti i corpi bardati di rosa. La guardano e piangono. La pensano e piangono. Lei decide di abbassare il finestrino e loro piangono, e le lacrime scivolano come una pioggia acida che discioglie l’asfalto. Lei fa un cenno con la mano e loro piangono. È un mezzo saluto seguito da un sorriso, qualcuno sostiene di aver intravisto un sorriso nei riflessi del vetro annerito, e al concludersi di quel gesto si sente il rumore epidermico di un battito cardiaco unitario, e non è più il cuore di ogni singolo individuo a pulsare, è l’anima della folla che tambureggia in attesa di un infiammabile che inneschi la miccia, che li faccia esplodere e impazzire di felicità.
Sul lato opposto vocifera uno sparuto gruppo di contestatori controllato da una falange di poliziotti in tenuta antisommossa. Indossano caschi e scudi, armi da taglio, da fuoco e da percosse. Sono immobili come guerrieri di terracotta e tengono gli occhi fissi sui sovversivi, che a loro volta ondeggiano rumorosi ma pacifici. Mettono in mostra slogan di protesta e aspettano il passaggio della Rolls con occhi rabbiosi e impauriti. Per loro si tratta del momento della verità, Paris si sta avvicinando lentamente, a bordo di trecentocinaquantamila dollari fatti di lamiera, pomelli in mogano e sedili in pelle. Ci sono gli ambientalisti. La odiano per la sua collezione di pellicce, e poco più dietro l’associazione delle madri dei soldati morti, che ce l’ha con lei a causa di una campagna pubblicitaria sull’arruolamento volontario, spot in cui Paris dichiarava la sua predilezione per gli uomini in divisa. Poi c’è un gruppetto di salutisti, gente disintegrata dal diabete che impugna immensi cartelli che mostrano immagini disgustose. Panini che colano salse di coloranti. Fotografie scattate di nascosto nelle catene internazionali di Fast-Food. Ed è a questo punto che iniziano momenti tremendi, orrori visuali, si vedono mannaie automatiche che sventrano bovini nati e cresciuti senza sole, borse dell’acqua calda che contengono gli scarti delle liposuzioni, e le scritte che si sovrappongono alle fotografie esposte in alto enumerano in migliaia di dollari il giro d’affari che ruota intorno alla promessa di una placida sedentarietà. Un uomo ha una gigantografia di Paris che addenta un mega cheese-burger bisunto di grasso e senape, mentre afferma che un pasto così buono andrebbe consumato tutti i giorni. Di fianco all’uomo col cartello c’è una rappresentanza di donne obese, gonfie, sembrano lottatrici di sumo. Odiano la Hilton solo perché è magra. Qualcuna di loro lancia una pietra e chi si trova vicino ai poliziotti viene pestato a sangue. Ci si muove con agitazione adesso, e il fiato delle moltitudini assume la stessa perseveranza del vento che soffia dalla baia. C’è profumo d’oceano e di Chanel numero 5, un vento caldo e pulsante.

La gente non è più in grado di controllare la propria attenzione. Ormai è concentrata sulla Rolls, e gli esagitati attardatisi più lontano, fuori dai campi di forza recintati dalle transenne, tutti quelli che dal vivo non riescono a vedere nulla, ricostruiscono ogni istantanea attraverso le urla dei fortunati che si sbracciano nelle prime file. Più sale in alto il grido minaccioso della folla, più Paris deve essere vicina, in carne e ossa. Si sente il suo profumo, è a portata di tatto e d’olfatto, e nella mischia ci sono alcuni bambini che esultano. Sono saliti a cavalcioni dei genitori, e finalmente riescono a vedere qualcosa, indispettendo gli individui coperti dalle loro sagome così minute.
È tutto come previsto, uno straordinario successo.
I riflettori offrono giochi di luce esaltanti, le telecamere lanciano carrellate e primi piani sulla folla, la riprendono dall’alto e poi si concentrano sulle prime file, mostrando volti emozionati e gioiosi, gente che per i prossimi due mesi non avrà nient’altro altro di cui parlare attorno al tavolo da pranzo.
L’apoteosi arriva quando Muggeridge chiede la linea e mostra la folla in diretta. È il gesto che gli permette di conquistare il resto del mondo, e quelli che riconoscono il proprio volto sui maxischermi rischiano l’arresto cardiaco. In studio Muggeridge intrattiene il dibattito. Si avvicina a Saddam Hussein e gli offre assist per qualche battuta.
– Per vedere lei dal vivo è mai venuta così tanta gente?-
Quello raccoglie senza lasciarsi pregare, conosce il meccanismo e sfoggia la necessaria autoironia. Si scopre che conosce l’inglese perfettamente, che l’interprete è solo un artificio scenografico. Per rivolgersi ad Alvin Nathan Muggeridge utilizza il nomignolo Mugger, che significa letteralmente teppista, o coccodrillo palustre in etimologia più arcaica.
– Io li andavo a chiamare uno per uno, direttamente da casa, Mugger – replica. E mentre la platea ride di gusto dimostrandogli una certa simpatia, i suoi occhi tradiscono commozione, lo rendono umano e garbato. Ora c’è chi lo trova persino simpatico, mentre io, Nancy, Ronnie, Pablo, Peter e Sobzcek il detenuto polacco, siamo ancora cementati dietro le quinte, in silenzio.

La Rolls Royce procede. Adesso è quasi arrivata nel bel mezzo del Golden Gate, dov’è stato predisposto il montacarichi che porterà in alto i gladiatori. Un cerchio rosso indica il punto preciso in cui si fermerà l’automobile. È tutto pronto, naturalmente. Resta solo il tempo per un fuoriprogramma, un deus ex machina che possa trasmutare in leggenda questo avvenimento. La regia segnala a Muggeridge che tra un paio di minuti al massimo Paris poggerà la suola delle sue scarpe sexy sull’asfalto del Golden Gate. Quello dimostra di aver capito rilasciando un cenno impercettibile del capo, un dondolio, e a quel punto la linea diviene proprietà assoluta di Barbara Collins, l’inviata sul posto, che saluta il pubblico a casa e dice – Qui sta succedendo qualcosa d’incredibile. –
Barbara prova a descrivere cosa vede nei minimi particolari, è emozionata ma trova le parole giuste. Prima che abbia finito una serie di boati la annichilisce, si sente solo una gran confusione, il trambusto è quello di una metropoli danneggiata da un terremoto, e la regia si rifugia in una panoramica volante della baia. Il ponte è così vivo e illuminato che ricorda l’insegna al neon di un casino pirotecnico a Las Vegas, mentre la Rolls di Paris procede lentamente emanando lussuria. Qualcuno trova una certa somiglianza tra l’insieme di energie che si congiungono in questo momento e l’inconsapevole perseveranza con cui l’auto di John Kennedy procedeva verso il suo breve futuro, e intanto mancano appena cento metri al grande cerchio rosso. Paris apre il finestrino suscitando agitazione nelle prime file. La gente inveisce, vomita calci e pugni e bestemmie. La Rolls rallenta, ora procede letteralmente a passo d’uomo, e lei è così impegnata a sorridere da non accorgersi di un uomo che ha iniziato a inseguirla. È un tizio buffo, che qualche metro più indietro è riuscito a scavalcare le transenne approfittando del caos. Il servizio d’ordine entra in azione con tempismo, e proprio quando una guardia del corpo blocca l’esagitato per un braccio, dalla regia arriva l’ordine perentorio di lasciarlo andare.
– Controllatelo da vicino ma lasciatelo andare, la gente ama questi fuori programma – dice il regista, che poi è anche il produttore, e mentre guarda non crede ai suoi occhi, è stralunato, perché c’è un operatore a bordo di una motocicletta che può riprendere la scena madre in primo piano.
– Lasciate che entrino in contatto – ripete – quel tizio è innocuo. Lo ripeto, lasciatelo andare, è innocuo –
Effettivamente, l’uomo sembra innocuo. È basso e gracile, ingobbito ed affamato. Potrebbe avere 40 anni vissuti piuttosto male, tra ristrettezze ed autoerotismo patologico, e l’idea comune è che se la Rolls andasse appena un po’ più veloce lui non riuscirebbe neppure a mantenersi in scia, arrancherebbe nelle retrovie per poi accasciarsi al suolo. Si muove in modo talmente approssimativo che molti lo credono zoppo. Ha un volto tondo spruzzato qui e là da qualche macchia di grigio, e veste un’espressione da adolescente disagiato. Prosegue la sua corsa e intona un grido disperato. Dice qualcosa. È una parola quella che ripete, una parola che è la sua vita, ed è anche il nome della sua finalità estrema. Dalla regia decidono di aprire l’audio in presa diretta, e allora si sente – Paris, Paris, Paris –. Il tono è altalenante come la costanza della sua corsa, e Paris ovviamente non si accorge di nulla, e continua a mostrare alle falangi ancora nei ranghi il suo sorriso magniloquente.

La folla pian piano si accorge dell’uomo che avanza con andatura sempre più estenuata, ed è in quel momento che succede qualcosa di prodigioso. La sua azione sta assimilando il desiderio comune. Si sta forgiando maestosa sull’energia feroce di quella moltitudine in fuga dalla propria vita, sta diventando enorme e famelica. È il sogno su larga scala dei presenti, che di colpo abbandonano qualsiasi aspettativa incentrata su Paris, sul suo corpo e i suoi oggetti-feticcio. Ora tutti gli occhi agognanti sono convogliati su di lui, è lui che deve soddisfarli regalando qualcosa di memorabile, ed ecco che proprio adesso l’uomo familiare entra in una condizione che lo rende tipico. È un archetipo in questo momento. L’antieroe per eccellenza che sullo slancio di una scelta necessaria diventa eroe momentaneo, prima di affondare definitivamente. Ed eccolo lì, rabbioso, mentre si procura un finale lottando con tutte le sue forze. Ha la solita andatura scalcinata, sembra quasi che non percepisca l’attimo che si accinge a vivere e il luogo in cui si trova, si limita a correre e a gridare il nome della sua dea. Urla -Paris, Paris, – e la gente orami lo incita, gli offre un mormorio d’ammirazione che è un tributo al suo coraggio, e la sua fisicità rabberciata è un elemento importante di tutta la faccenda, perché conferisce al gesto alcunché di leggendario.
Al cerchio rosso mancano poco meno di trenta metri, e l’uomo, in apparenza, sta consumando la sua rivincita nei confronti nella vita. È il messia che si rivela gli occhi di tutti adesso, ma ad un tratto il suo destino si rivela più forte, più invincibile e più spietato. Non intende liberarlo, e la linea di continuità con la sua condizione si manifesta in un elemento in nascosto quanto evidente. È contenuta nel fatto che nessuno dei suoi osservatori si sta chiedendo davvero cosa gli stia maciullando dentro. Ed è in questo modo che la vita lo inchioda all’eterno ruolo di uomo ombra, ancorandolo a forme camaleontiche di solitudine, ossia il particolare immortale che lo riporta alla sua natura. La solitudine. E questo nonostante ci siano migliaia di persone che lo incitano a portare a termine la sua nebulosa impresa, qualunque essa sia.
Il cerchio rosso intanto è sempre più vicino, e la temperatura corporea dell’uomo s’innalza oltremisura. La gente comincia a chiedersi come andrà a finire. Paris gli darà un bacio sulla testa e lui sarà contento per il resto della vita. Quelli del servizio d’ordine lo prenderanno prima che la Rolls si fermi e lui scomparirà per sempre. Le dichiarerà il suo amore e sarà portato in studio per raccontare in diretta le sensazioni e i motivi della grande impresa. Sono queste le sensazioni dominanti.
Ma in realtà l’epilogo è già scritto, e l’impresa dell’uomo dalla faccia familiare finirà come finisce ogni cosa. Lui è inconsapevole naturalmente, continua a correre con andatura dinoccolata, e quando mancano dieci o quindici metri al punto in cui Paris scenderà dalla Rolls, infila la mano destra nei pantaloni e inizia a masturbarsi. È ancora più goffo, ma impugna il pene e si masturba in movimento. Corre e si masturba, e l’attività sincronizzata tra braccio e gambe quasi gli inibisce il respiro.

È una scena memorabile.
Muggeridge esplode in un delirio divertito e dice – Mandate a dormire i bambini gente! – e subito dopo la trasmissione in diretta dal ponte si abbatte di nuovo sul pianeta. L’operatore cerca un primo piano, negli occhi dell’uomo mancano le pupille, ha il bulbo bianco perché forse è drogato, oppure si sta semplicemente avvicinando all’orgasmo represso che ha sempre sognato. Corre e si masturba, e non è necessario che abbia Paris dinanzi a sé, immagina il suo corpo depilato dentro la macchina, e il suo incedere è sempre più determinato. Ad un tratto lancia un grido disperato. Rallenta e si masturba con insistenza, adesso è in cielo, è al grado supremo di ogni felicità immaginabile, si sente già morto e ripagato delle sofferenze patite in vita. Sente l’orgasmo che si avvicina. È raggiante. Grazie ad un primo piano glielo si legge in faccia, e appena la folla si accorge di quello che sta accadendo, il ruggito che nasce nell’infinito polmone di strada comincia a lievitare sempre più, cedendo al migliaio di sensazioni contemporanee che si decompongono e non si possono contare.
Il regista, nel frattempo, ordina di spostare il primo piano su Paris che sta scendendo dalla Rolls. L’uomo dall’aria familiare si trova qualche metro più indietro, e ha tirato fuori la mano dei pantaloni. È infuocata, piena di sperma, ma nonostante ciò il suo profilo è tutelato da un certo orgoglio, la dignità fraterna contenuta in un tentativo estremo. Quelli del servizio d’ordine lo braccano ma lo lasciano avvicinare alla Hilton che intanto è sfavillante, la sua pelle rifulge come se fosse cosparsa di titanio, e per lei è quasi un fastidio ascoltare con l’auricolare le istruzioni provenienti della regia. Le stanno dicendo di dargli un bacio sulla fronte. Qualcuno tra la folla comincia a chiedersi se non si tratti di una patetica messinscena, ci si domanda se l’uomo non sia semplicemente una vecchia comparsa in cerca di spiccioli per assurgere ai bisogni di una vecchia dignitosa.
Muggeridge osserva e commenta in studio, ha preso la linea a intermittenza finora, sembra divertito e vagamente sorpreso. Spergiura di saperne esattamente quanto tutti gli altri, ma adesso non è lo studio il nucleo dell’azione principale. È l’uomo, il nucleo, solamente l’uomo familiare e la sua azione. Si trova lì, di fronte a Paris, è lontano meno di un metro, ed è talmente imbarazzato che quasi prova ad implementarsi all’interno di se stesso. Si contorce e cade in ginocchio. Si strugge e china la testa come in uno slancio di pentimento religioso, come se si trovasse davanti alla Vergine Maria in persona. Paris si abbassa e gli porge le labbra fosforescenti. La folla è intimidita, si guarda e profonde commozione. Poi Paris prova a baciarlo sulla fronte, ed è allora che succede l’impensabile. L’effetto sorpresa. Il capovolgimento delle forze in campo, quando il forte diventa debole e viceversa. L’uomo è armato ed ha uno scopo preciso. Ha con sé un coltello da macellaio nascosto nella manica della giubba, lo impugna e la lama lucida regala un riflesso che è soprattutto presagio di morte. L’uomo prova ad assestare un colpo tirando indietro l’avambraccio, per caricare con tutta la potenza necessaria. È paonazzo, eccitato, e sembra che il colpo non vada a segno. Sessualmente è all’apoteosi, probabilmente sta venendo nei pantaloni in questo esatto momento. Il suo sguardo è famelico, tradisce rabbia e inconsapevolezza. Siamo nell’attimo di vita celebrale che nella mente dell’uomo non è ancora trascorso, e rieccolo mentre cerca di penetrare con il coltello nell’addome di Paris, mentre assorbe nel polso le residue forze di cui è capace. Lei grida qualcosa ma c’è troppa confusione. C’è il boato della folla che ricaccia fuori il proprio turbamento in disgregazione, paura che si manifesta sotto forma di voce, e le movenze violente e repentine delle guardie del corpo che provano a fermarlo causano una rissa estrema, lo spartiacque tra un secondo e l’esito ingovernabile di quello successivo. Paris cade per terra, è travolta nel marasma, c’è del sangue ma non si capisce bene a chi appartiene, è un magma rossastro e appiccicoso che impregna asfalto, pelle e vestiti, dipingendo un tratto comune. Tinkerbell abbaia, ma il peso della gente che gli frana addosso lo zittisce e lo sommerge, e in studio domina un silenzio irrespirabile. Soltanto Muggeridge riesce a trovare parole tranquillizzanti che possano commentare la scena sacrificale.
– E’ tutto a posto, è tutto finito – dice, risentito di essersi inchinato al ruolo di comparsa.
Fuori la folla rimane stranamente tranquilla. Somiglia alla platea di un teatro in centro città. Trascorre un altro istante concitato ma poi l’ordine si riconfigura, diffondendo nuove e false speranze. Paris si rialza. È sporca di sangue ma sembra integra, e la tensione sta corrodendo i nervi dei fan. Non era questa la modalità di morte in programma, ma intanto sgorga sangue. Forse sono le guardie ad essere ferite, non si riesce a capire, e mentre la vicinanza dei corpi s’indebolisce restituendo zone d’ombra che si mischiano a zone di luce, ecco che la fine si manifesta inesorabile. È una fine drammatica, scialba, ha le sembianze corporee dell’uomo familiare che ora è tenuto a braccia da due energumeni incravattati. Il suo organismo è invertebrato, macilento, sembra addirittura disabitato. Il collo slacciato e chino verso l’asfalto lascia intendere il peggio, e l’immagine complessiva è lapalissiana nell’esprimere il proprio significato. Sta dicendo che l’elemento sconfitto è solo lui, l’attentatore, e proprio in quell’istante s’intravedono i segni di una poderosa emorragia sotto la giubba che cinge il corpo di quest’uomo. La folla è atterrita e non sa cosa pensare, ma presto l’ordine è ristabilito. Muggeridge riprende la linea e stempera l’accaduto con una battuta. – Doveva trattarsi di un tipo passionale – commenta. È in pieno delirio ciarliero, cerca approvazione, sente di dover ricompattare il momento, di richiamare a sé il pubblico prima che qualcuno possa lanciarsi in qualche impeto d’azione decisionale, e accompagna la battuta con una smorfia rassicurante da venditore di enciclopedie. Poi si collega con Paris e la rassicura dicendo che il peggio è passato. Lei chiede un attimo per rifiatare e alle sue spalle si vede gente emaciata, con le mani tra i capelli. Ed è allora che Alvin sale di nuovo in cattedra sprigionando tutto il suo inconfondibile charme. Sorride. Abbassa il capo. Stringe il microfono. Intona My Heart Will Go On motteggiando Elvis Presley, e chiede a Celine Dion di scaldare le corde vocali, di condensare il fiato, d’intrattenere con un diversivo che raggiunga il suo scopo, rivoltare ancora una volta il cuore dei telespettatori.
Quando la musica finirà, il Golden Death potrà andare avanti. Inesorabile. Scaltro. Incurante di come reagiranno le molecole di buio che compongono la sua stessa ombra.

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26 Responses to Le suicide de Paris

  1. christian raimo il 4 maggio 2006 alle 17:39

    questo pezzo è fantastico. veramente, complimenti.

  2. piero sorrentino il 4 maggio 2006 alle 17:50

    Lo sapevo che ti sarebbe piaciuto! :-)

  3. roberto il 5 maggio 2006 alle 10:42

    @Liviano

    “ho visto la Luce”

    Il suicidio di Paris Hilton, reginetta del Fast Porn, è un capitolo della prossima rivoluzione pornografica.
    Un racconto in terza persona plurale. Parlano gli Essi che strisciano come zombie intorno alla Rolls, i dannati della rete che avvolgono la protagonista fino a stritolarla (“È l’istinto individualista di quattro miliardi di esseri umani raccolto in un unico macigno fatto di desiderio…” “È latex, feticcio e consumo. È Wall Street e brokeraggio. È capitalismo sfrenato ignorando di esserlo”. Evidentemente Liviano legge De Lillo). Solo un consiglio per un’eventuale riscrittura, rivedere l’attacco di “Battete le mani”.
    La seconda parte del racconto dovrebbe farmi pensare a un Libra vietato ai minori, una sorta di “Taxi Driver” porno, ma non so perché mi viene in mente Luce Caponegro. Il vero nome di “Selene”, classe 1966, ex star del pornbyz. Ricordo il suo primo film, “Orgia di compleanno”, pellicola maledetta perché uno degli attori – tal Ferdinando Bordogna – in seguito accoltellerà la cognata. Ma ora scusate, mi sono distratto.

  4. zerbini2002@yahoo.it il 5 maggio 2006 alle 15:40

    Un pezzo davvero fantastico !!! Complimenti di vero cuore. Spero di poterti rileggere presto, con un altro tuo brano mozzafiato….
    Alessandra

  5. fm il 5 maggio 2006 alle 17:22

    Tra i dieci/quindici testi più belli che io abbia mai letto su NI dalla nascita ad oggi. Veramente “fantastico”, come scrive Raimo.

    Magliani, Di Consoli, Cesano, Dell’Anna, Laviano…: “piccoli” grandi scrittori crescono. Forse sarebbe il caso di abbandonare tante delle “consuete” rotte e mettersi ad esplorare più da vicino queste scritture silenziose, discrete, ma di grandissimo, assoluto valore.

    p.s.

    E’ chiaro, va da sé, che i redattori di NI sono fuori concorso… ;)

  6. fm il 5 maggio 2006 alle 17:26

    Scusate il refuso: Liviano.

  7. gianni biondillo il 5 maggio 2006 alle 17:47

    Ovviamente, fm, altrimenti avrei censurato i tuoi commenti da qui all’eternità! ;-))))

  8. fm il 5 maggio 2006 alle 18:25

    Gianni, è solo per questo che l’ho fatto. Non penserai, spero, che io creda davvero in ciò che ho postato nel p.s. ;-)))))

  9. tesi il 5 maggio 2006 alle 19:14

    Trovo questo pezzo veramente bellissimo.

    tesi

  10. roberto il 6 maggio 2006 alle 10:24

    @fm

    “indagare le scritture silenziose”

    “Le suicide de Paris” è un buon racconto che potrebbe essere migliorato, ma andateci piano con le etichette amazoniane (“fantastico”). Ieri consigliavo a Liviano di rivedere l’incipit del secondo capitolo, che a rileggerlo sembra un po’ confuso. Oggi vorrei proporgli addirittura di rimettere in discussione l’architettura della storia, rinunciando alla seconda parte, quella del tentato omicidio, per concentrarsi sulla prima, riscrivendo con la stessa passione la scena del suicidio (non parlo di una nuova stesura, solo di piccolissimi cambiamenti). Sarà un peccato rinunciare al colpo di scena finale, quando si scopre che il maniaco non nascondeva solo l’uccello ma anche un coltello, ma l’ammazzadivi è un personaggio fin troppo riconoscibile della storia americana. Focalizzare la narrazione sul suicidio di Paris aiuterebbe a distillare meglio il succo del racconto, cioè il destino della diva, la sua morte pornografica, come la vita. Ieri mi era venuta in mente Luce Caponegro. Oggi ci ho pensato su e capito il motivo. Liviani non è riuscito, voglio dire non è riuscito fino in fondo, a staccarsi dal suo modello di riferimento per interpretarlo creativamente. Mi riferisco al “noi” epico di De Lillo che riscalda la narrazione. Perché scegliere una protagonista e una ambientazione “atlantica” per sperimentare nuove forme? Sto dicendo che forse ci saremmo esaltati meno se invece di Paris sul ponte ci fosse stata Simona Ventura. Perché non raccontare la terza plebe catodica che aspetta “la Simo” sotto lo yacht per una foto ricordo? Insomma, punto e a capo. Dov’è il romanzo sperimentale, realistico e visionario, che “parla dell’Italia”? Un’altra sfida per il bravo Liviano.

  11. christian raimo il 6 maggio 2006 alle 13:37

    dicevo fantastico, ma pensavo anch’io a molti aggiustamenti di editing. l’immagine del suicidio potente, immotivata, viene offuscata da quella del masturbatore solitario e poi del killer. il momento dell’arrivo al ponte è il clou di questo stile molto delilliano, ovvio, di metafisica senza dei. paris hilton è più di simona ventura perché ha molti più soldi e meno cellulite, e perché è la coscienza del niente. il suo suicidio non evoca strazi, e questo è terribile? quando mai l’abbiamo vista soffrire? è come la morte di moana, se ci pensate. una parabola esistenziale dolorosissima perché tutta superficiale, tutta esposta. la terza plebe catodica italiana va raccontata in un altro modo, perché è altra cosa. ma questo è un discorso appena più lungo. il provincialismo dell’italia è la sua cifra. e bypassare questo provincialismo e costruirci un’epica è un’operazione facilmente kitsch. ma vorrei tornarci.

  12. fm il 6 maggio 2006 alle 15:15

    Due commenti di seguito letteralmente volatilizzati. E’ possibile recuperare almeno il primo? Saluti.

  13. christian raimo il 6 maggio 2006 alle 15:41

    questo pezzo fa schifo. veramente, fa schifo.

  14. tashtego il 6 maggio 2006 alle 17:44

    Mi tocca sempre la parte del cattivo.
    I ggiovani sempre e solo manierismi americani et postmodernazzi.
    La realtà è ormai la scrittura della scrittura della scrittura: l’originale è in inglese, certamente.
    Invece di “voler essere” qualcosa/qualcuno, si potrebbe cominciare a provare direttamente ad “essere”.
    Senza mediazioni, che la materia, a voler essere precisi, non mancherebbe.
    Intanto, a proposito di precisione, gli editor potrebbero anche sapere che, è solo un esempio, San Lorenzo non fu bombardata coi B52.
    Dunque, marginalmente, si scrive Saint Laurent, ma è solo un esempio: la smania di imitare genera mostri (ortografici).

  15. fabrizio virgili il 6 maggio 2006 alle 20:25

    Andateci piano con le critiche…l’invidia è una brutta bestia!complimenti liviani.

  16. roberto il 7 maggio 2006 alle 18:38

    @christian raimo
    @tashtego

    “paris hilton è più di simona ventura”

    Io non credo che siamo una provincia dell’Impero. Voglio dire che non mi convince fino in fondo il nuovo medioevo di Toni Negri, per cui da una parte ci sarebbe il Network imperiale/emettitore di segnali e dall’altra tanti Ripetitori su scala continentale/nazionale. Credo invece che il postmoderno sia chiunque, ovunque, nello stesso tempo.
    Il postmoderno è nell’aria. La terza plebe è sempre la stessa, cambiano solo i tic antropologici, tribali, non la “esistenza superficiale”.
    Perché se veniamo ispirati dalla l’industria “imperiale” dello spettacolo allora siamo disposti ad azzardare giudizi “alti” (il suicidio di Paris come “coscienza del niente”, l’epica “metafisica” di De Lillo), mentre se parliamo della nostra industria “provinciale” rischiamo di fare come Tafazzi, per cui l’epica italiana sarebbe soltanto “kitsch”? Quando scriveremo la storia di Simona Ventura aggredita da un maniaco sulla provinciale di Bitonto? Prima o poi avremo la nostra epica, il nostro realismo kitsch.

  17. christian raimo il 8 maggio 2006 alle 02:28

    no credo che il provincialismo abbia una forza e un linguaggio e un’epicità sua. non posso mettermi a scrivere un romanzo italiano avedno in mente la frontiera, i grandi ponti sull’hudson, o le praterie sterminate. potrò invece scrivere un’epica del borgo, e sarà ugualmente universale, posso essere il fellini di amarcord o il pasolini di accattone o il verga dei malavoglia o il tomasi di lampedusa del gattopardo. se l’italia è una piccola penisola di comuni, scrivere un grande romanzo sull’italia vuol dire raccontare questo provincialismo.
    quando scrissi “babette factory” avevo in mente molto fortemente, forse troppo, i modelli “american” (pastorale, rosso, tabloid, psycho…) e volevo tentare di fare un’operazione del genere in italia. mi resi presto conto che se volevo centrare l’obettivo dovevo storcerlo come ha fatto per esempio per anni la commedia all’italiana: dovevo dare una dignità di personaggi tridimensionali alle caratterizzazione. dovevo inseugire un modello come il sorpasso o er pasticciaccio più che roth o de lillo. è a vanvera quel che dico?

  18. tashtego il 8 maggio 2006 alle 14:11

    Il tema della collocazione del narrato, geografica, culturale, temporale, spaziale credo sia centrale.
    Così come quello del rapporto centro/periferia.
    Ho iniziato la lettura del Dies irae di Genna e vi ho trovato una forte intonazione epica che mi è sembrata suggestiva, ma a conti fatti un po’ forzata, proprio nei termini imitativi di cui faccio cenno sopra, che peraltro Genna dichiara apertamente.
    Aggiungo, visto che molto a proposito lo cita Christian, che Il sorpasso di Risi – capolavoro assoluto se mai ve n’è stato uno – è un raro esempio di epos narrativo italico, dove si dice con un vasto respiro la svolta dell’Italia del boom

    Il problema centro/periferia esiste, eccome.
    C’è una cultura molto forte, l’anglo-americana, alla quale nessuno di noi riesce a sottrarsi, perché tutti in modo più o meno consapevole ne facciamo parte.
    Fare finta che non esista, che non conti, che non pesi, non solo è inutile, ma anche sbagliato, perché tiene fuori artificiosamente una parte rilevante di realtà o supposta tale.
    Il punto è forse che la realtà nostra è composta proprio da questo mix culturale, da questa ibridazione degli immaginari, che però va solo in una direzione: nel senso che noi siamo specchio all’America, ma l’America non lo è per noi.
    All’opposto, sembra essere solo oblio e totale indifferenza non solo a noi, ma all’intero pianeta, o quasi.
    Percepire Simona Ventura come la Paris Hilton dei poveri è, appunto, da poveri.
    Se esiste un’epica di Elvis non occorre per forza andarne a cercare/costruire una per il suo corrispettivo Bobby Solo o Little Tony che sia (Little Tony).
    Tuttavia esiste la possibilità di un’epos narrativo per un paese che sembra perdere progressivamente se stesso e nel processo di perdita forse c’è posto per i cloni nostrani di Elvis.
    La commedia all’italiana, che per certi versi aborro per il ruolo consolatorio che ha ricoperto e ricopre, è davvero tutta incentrata sulla perdita di noi stessi.

  19. roberto il 9 maggio 2006 alle 10:03

    @christian raimo
    @tashtego

    “salviamo la provincia dal provincialismo”

    Ricordo il Borgo del “Liga”. Da ragazzo, Ligabue abitava nello stesso palazzo di Tondelli. Al piano di sopra c’era lui che strimpellava la chitarra. Al piano di sotto il Nostro, morente. Nati nel Bordo. Liberi da consolazioni neorealistiche e ibridazioni postmoderne. In cerca di una identità.

    *** Little Tony io lo rispetto come farei con il presidente Scalfaro.
    Mica faccio come quei truzzi neofascisti dei Cugini di campagna che lo hanno sfottuto in diretta alla Fattoria. La verità è che in tv non c’è rispetto per chi ha i capelli bianchi. Gli over 65 sono fuori target per Mediaset.

  20. tashtego il 9 maggio 2006 alle 10:32

    @roberto
    little NON HA i capelli bianchi.
    non può averli.
    li ha, e li avrà sempre, color volpe.

    ligabue non te lo appoggio, mi sa.

  21. roberto il 9 maggio 2006 alle 18:56

    tash, mi sa che non me lo appoggio nemmeno io, mi sa.
    Con tutto quello che può voler significare, non so se ti rendi conto.

  22. MariaGiovanna il 10 maggio 2006 alle 21:43

    Bellissimo, davvero bellissimo!

  23. jack il 12 maggio 2006 alle 09:59

    Paris è stupenda anche e perchè finta e senza mediazioni

    vuole essere solo simulacro ..vuole essere vuota

    vuotospinto che risucchia e attrae

    no horror vacui ma cupio vacui

    Jack

  24. Paolo il 16 maggio 2006 alle 10:35

    Gran Pezzo!!

  25. Jane il 5 settembre 2006 alle 21:12

    [URL]http://www.culo.prosesso.org [/URL] [URL]http://www.anne-geddes.prosesso.org [/URL] [URL]http://www.amici.mezzogiorno.info [/URL] [URL]http://www.amalfi.mezzogiorno.info [/URL] [URL]http://www.calcio.mezzogiorno.info [/URL] [URL]http://www.ferrari.forze.info [/URL] [URL]http://www.tinto-brass.prosesso.org [/URL] [URL]http://www.formula-1.forze.info [/URL] [URL]http://www.erotismo.prosesso.org [/URL] [URL]http://www.casa.forze.info[/URL] [URL]http://www.bianchi.mezzogiorno.info [/URL] [URL]http://www.campioni.forze.info [/URL]

  26. *Paris (hottie) Hilton* il 1 novembre 2006 alle 14:12

    complimenti, tu si che sai padroneggiare il languaggio, sai cosa usare e come usare..sei grande…



indiani