La piega delle cose

9 maggio 2006
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 di Paolo Cesano

 Hirst.jpgCon un’acrobazia sproporzionata alla pochezza del tuffo, il creativo pluripremiato James Fortezza, freschissimo vincitore di un oro a Cannes nella categoria Toieltry, che bissava l’oro di un mese prima al potentissimo One Show, l’ottimo Eurobest di dicembre, il prestigioso, inaccessibile Silver Award al D&AD di Londra e che avrebbe fatto incetta di argenti tra Clio Award, New York Festival e Art Directors Club Europe, non senza un certo rammarico sul bronzo rimediato al pur sempre importante London International Advertising Award, altrimenti detto LIAA, schiuse la lastra azzurro screen-saver della piscina riemergendo con una teatralità che, coesa alla schiuma e all’incandescente rifrazione della superficie, imprimeva a quel portarsi indietro il ciuffo ancora folto un che di goffamente divino, volendo con essa lasciarsi alle spalle anni di studiate fatiche per trovare se stesso, nei termini di una fisicità adulta, comportamentale, che spegnesse, come fosse da anni un fosco ma liberatorio presentimento, ogni velleità esistenziale.

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Il suo corpo sbalzò fuori dall’acqua per essere osservato, riconcepito, desiderato da Francesca, già fidanzata con una serie di pubblicitari, avvocati e manager che ne avevano intristito la fisionomia generale fino a farle credere che l’unico aspetto su cui poteva fare affidamento era quello elegante, sobrio, rassicurante vestito di nero, come una signora fatale della nouvelle vague sociale baciata in fronte da Prada, che bazzica i bei posti da aperitivo asettici e ritualmente minimali.
Il costume intero faceva rientrare le natiche, leggermente ingombranti e con un principio di mollezza contenuto da annose diete, in una postura accettabile per non sparire sul mercato dei fidanzamenti di un certo peso. La parte superiore dell’indumento che andava ad allacciarsi dietro il collo, fasciava il seno negando al pubblico maschile commenti ingloriosi. Era difatti un seno piccolo e un po’ cadente pure se rintuzzato da capezzoli puntuti e invitanti. Accanto a lei, aperto sulla sdraio, il capolavoro di John Fante, Ask the Dust, nell’edizione economica Stile Libero Einaudi, come un piccolo totem che valeva per la sua stessa presenza, essendo quel testo così come l’autore, in gran voga tra i trend-setters di ogni specie e deriva.
 

La retta di sole che limitava l’ombra sotto il bianco ombrellone quadrato viaggiava perfettamente parallela al lato del tavolino basso vicino alla sdraio, formando l’attuale campo visivo di Francesca, concentrata a guardare le piastrelline del bordo piscina, come ne stesse calcolando le misure. Una dimensione di pulizia perfetta e infinita stasi allagava il perimetro della piscina quando, con un colpo di reni olimpionico, James si sollevò fuori dall’acqua e raggiunse gocciolante il proprio lettino. Era una bella giornata per lui, all’indomani di una consacrazione ampiamente desiderata, pur se gestita nella maniera dei creativi dell’ultima generazione, ovvero come non fosse così importante e che anzi andava a scombinare quella sua idea di aprire un negozietto sperduto, magari un ciringuito in Spagna, o girare il mondo col suo adorato windsurf, perché “la pubblicità non è mica tutto”; tanto da farlo pontificare per tutta la cena della notte prima, piena di noiose pacche sulle spalle, sull’importanza di “altre cose” che però faceva fatica a specificare.
La sua espressione migliore, che dava lustro a una pesante verbosità, era un piccola, prolungata risatina che non negava a nessuno, qualunque fosse il contesto, vi fossero o meno testimoni, mettendo così a proprio agio l’interlocutore e conferendogli, come lucente valore aggiunto, una certa importanza. Ridacchiava James, mondano e vittorioso anche ora, uscito dall’acqua, per una semplice, fortuitamente spiritosa osservazione di Francesca sulla postura inattaccabile che manteneva in quei brevi passi che lo separavano dal lettino. Camminava diritto James, cercando di indurire i pettorali pelosi, tenendo in dentro la pancia che scollinava fino al pube con un paio di pieghe flaccide, la prima delle quali nascondeva l’ombelico. Una certa vanità però non si nega a nessuno perché la vanità è tutta grottesca, anche sopra un dio.
 

Un lembo di cielo si stava macchiando di bave biancastre, quando il suo cellulare cominciò a suonare ed egli, non prima di averlo lasciato gracchiare un po’ e di aver controllato sul display che  numero fosse, rispose con un occhio che si ingrigiva e l’altro che si spegneva con maturo contegno. Poi con un’espressione bovina, da obeso sgonfio, innescò la sua solita risativa che nel volgere di pochi secondi rallentò fino a tossicchiare, come un treno che giunge per inerzia alla stazione. “Ma dài!…” disse ad alta voce e questo fu tutto quello che James concesse di origliare a Francesca che adesso aveva recuperato il suo libro, cercando di capire a quale pagina era arrivata. Ah sì! Questa! Forse era il momento che Bandini cominciava la lettera al rivale in amore, quello che suo malgrado teneva la messicana sulla corda. Ah, che coincidenza sarebbe se la pista amorosa che stiamo seguendo, noi gente da piscina e colloqui, figli di avvocati, dentisti e direttori, inforcasse la parallela a un romanzo di tanto scrittore!
Il colloquio telefonico di James fu breve e giostrato molti passi più in là, tanto da apparire come un’altra chiamata di congratulazioni, pure se di complimenti, in questi casi, ne arrivano meno di quanti te ne aspetti. Francesca aveva spostato le sue pupille sporgenti su una compagnia rumorosa di ragazzi brasiliani che si affacciavano a bordo piscina con asciugamani e birre. Per un attimo si rammaricò di non far parte di quel gruppo esotico e divertente che pareva disporre di un’altra piscina, fare altri tuffi e ridere in altro modo. Gente bella e giovane, senza motivo. La sua vita stava invecchiando più della sua età. La fortuna di non avere mai avuto problemi di denaro, di godere di un discreto aspetto e di avere un buon mestiere, non le impediva di essere una persona triste, anche se col tempo aveva trasformato quell’inutile infelicità in un contegno vigile, di quasi allegria ben gestita nella socialità. I vestiti sempre perfetti, una certa forza di volontà al momento di sedersi a tavola e un senso dell’umorismo urbano mandato a memoria, la mettevano al riparo da tragedie che potevano ben restare sull’uscio di chiunque altro. Quello che invece accadeva a Francesca nel vuoto del suo appartamento minimale non era dato sapersi.
Il cielo di fine giugno buttava quell’aria inerte, calda e acquosa da far scoppiare. La vetrata alle spalle della piscina nascondeva gente dall’aria stanca e umida, accovacciata a chiaccherare e fumare sulle poltrone in vimini all’interno del bar. James procedeva avanti e indietro curvo sul cellulare, forse evitando di gesticolare troppo, ma tenendo ancora ritta la schiena, semmai fosse tenuto d’occhio da Francesca, invece ora impegnata a sistemarsi, come faceva sempre, ogni dettaglio fuori posto del costume; in particolare ravanava quella striscia di stoffa nera inguinale, che ora era stretta, ora troppo larga.

 

Non aveva proprio il physique du rôle, James. La sua discreta altezza era intozzita da una massa muscolare cadente, come avessero levato il tappino a un grosso gommone. Il culo rientrava sotto le cosce setose e le gambe si univano alla ginocchia per allontanarsi da lì in poi, muovendosi con una flemma che sembrava un progetto stilistico. Quando stava nudo davanti a qualcuno, si preoccupava di apparire sciolto, a suo agio, quasi strafottente nel suo essere sintonico senza fatica, destando invece l’impressione di un statua posticcia, un discobolo in posa per la foto ricordo. Nondimeno faceva l’atletico lui, smanioso di giocarsela questa vita finalmente un po’ comoda e gaudente.
La telefonata finì e con essa lui seppe che l’adorata moglie, rifugio di mille sconfitte, porto di meste navi dismesse, era già sul treno che da Milano porta a Ventimiglia e da lì conduce a Cannes. La vita è un po’ fatta così. Pensi che quando sta per capitare qualcosa, qualcos’altro ti avvisa, come un humus che butta fuori il suo odore prima del temporale, con uccelli che si balzano in volo gridando, un posacenere che cade, una bimba fuori campo che si intristisce di colpo. E invece niente. Tutto è muto, la calligrafia del mondo non sbaglia una grazia, procede come non fosse scritta da mano incerta su un treno che corre, ma incisa da un pedante notaio su un foglio da macelleria. Nient’altro. 
Francesca stava lì come se aspettasse un’investitura per lasciarsi alle spalle anni di analisi invasiva, di genitori che ti salutano stringendoti la mano e di assegni regalati per il rogito, col suo sguardo molle, a inseguire la rotta di pensieri spaginati, mentre davanti a lei un branco di brasiliani voraci sbranava la vita come ne avesse ancora un bel minuto pieno prima di schiattare. Simili a farfalle amazzoniche questi brasiliani, che ridono alla faccia di tutto, ben facile deve essere governarli, con quattro sambe sguaiate e un carnevale.
 

Intanto la luce continuava la sua bella diaspora, secchiando il cielo di un manto caliginoso che non rendeva più possibile abbronzarsi. Come un muro scrostato, si vedevano qua e là delle pezze più grigie che sembravano delimitare un territorio. La piscina, adesso che James si era seduto sul lettino, con una calma deserta, era diventata più piccola, inospitale. Le piscine hanno senso fintanto che non piove. Nessuno guarda una piscina mentre fa brutto.
Francesca lo osservò senza farsi notare, pronta ad una via d’uscita. Aveva un grande paio di occhiali da sole curvi e neri, con lenti scurissime. Uno dei ragazzi brasiliani uscì dall’acqua insieme a una fanciulla che fece il bagno con su la maglietta. Le sue tette dure, sbalzate dai contorni fradici, furono un pugno in faccia che per motivi diversi Francesca e James ricevono all’unisono, con inquietudine e compostezza. James è solo, non è con gli amici, non ha da commentare. La brasiliana si scrolla i capelli, si allunga il costume sotto i glutei e sparisce oltre il loro dominio sensoriale, transitando con tutta la sua carne invadente e i suoi denti bianchi a un palmo da loro.
Dopo che le cose accadono, allora sì che tutti sanno, che tutti capiscono, che i segnali erano evidenti. Puoi fissare cent’anni un albero senza vederlo mai crescere, ma solo quando cade ti accorgi di quant’è vecchio. Dopo, è un gran parlare con senno, un mettere assieme cose e dettagli come la spesa al mercato per il gran cenone. Dopo si è tutti più saggi, pronti a tornare ciechi.
 

Francesca aveva un asciugamano firmato, color nero, spugnoso, con delle righine grigie sui lati più corti. L’aveva steso in modo che non una sola parte del suo corpo toccasse il lettino. Qualche anno prima si era presa l’herpes a contatto coi sedili di un’auto a noleggio, lei in costume. Ogni volta che stende il telo se lo ricorda e se ne compiace. James realizza il corpo di Francesca in accordo con il perimetro del telo, uno stampino in rilievo. Per un attimo la sua vita è tutta lì, assordante e piena d’oro, a voler far fagotto di quella spugna e portarsela via. Un attimo non è più un’unità di tempo.
Però doveva fare in fretta James, perché se è vero che una vita generosa aveva provveduto a fiaccare quel po’ di domande che uno prova ancora a farsi alla soglia dei trentasette anni, era altrettanto vero che c’era una donna sposata in procinto di raggiungerlo. La compagna di una vita, come a James piaceva definirla al riparo di orecchi indiscreti, era anche la sua spina nel fianco, perché da un paio di anni le cose con lei andavano decisamente male. E lui ci stava i giorni e le notti su quella crepa dolorosa, sul suo matrimonio stanco morto, su quelle abitudini di cui non poteva più fare a meno, su affanni sessuali sempre più evidenti. Ma le voleva bene, e quando è così, si accetta di campare con meno pretese, in un’attesa che sbraita buoni propositi e rassegnazione in uguale misura. Si è ancora giovani sì, si è ancora in tempo per cambiare tutto, si dicevano i due sposi con la fretta di cenare.
 

La notte prima James aveva fatto l’amore con Francesca, entrambi ubriachi si erano rintanati nella camera di lei a chiaccherare di cose importanti senza che nessuno dei due ne avesse molta voglia. James era tutto il giorno che parlava di cose importanti. Si erano portati dietro una bottiglia di Souternes, per festeggiare fino alla fine il grande giorno. Al momento di baciarsi, dopo un faticoso avvicinamento, lei si tirò parzialmente indietro, come se quel puzzo di sudore e deodorante mischiati le avessero levato il fiato (aveva reclinato il capo sospirando ambiguamente). Poi lui le accompagnò la testa verso la propria con quelle manone da meccanico e tutto cominciò. Non fece più resistenza Francesca, però si lasciò spogliare tenendo d’occhio il proprio corpo, vigilando per quanto poteva su ogni posizione che assumeva. Lo vide levarle i pantaloni, slacciarle il reggiseno a coppe, sfilarle le mutandine di seta, come se la cosa accadesse a un’altra e con la precisa sensazione che quel tipo di cose così, senza un progetto, una stima certa, una dichiarazione d’intenti anche sottaciuta, l’avrebbero riportata in fretta dall’analista. Ah, non era quello il modo di volersi bene e neppure quello di lasciarsi andare! Dopo che un professionista l’aveva rimessa in piedi facendole infine credere che la sua vita era importante, la più importante, svangando decine di ore depressive col metodo Klive, adesso Francesca lo ripagava così?
Il peso di James, un mucchio di carne che ora la leccava ora la sbaciucchiava, pronto a infilarsi non appena avesse tastato un chiaro fradiciume, ebbe il sopravvento nel suo corpo, dopo una decina di minuti vaghi, laboriosi, indefinibili, nell’attimo in cui un corpo altrettanto ubriaco si lanciava nel buio della piscina sotto la loro finestra, seguito da altri, chiassosi e stranieri. La stanza, riportata brevemente in vita dal coito, si ridusse in quel silenzio che solo gli oggetti sanno dare. 
A una distanza di sicurezza, ciascuno si era stranamente scelto un lettino che faceva capo a un diverso ombrellone, i due si giudicarono in silenzio, quasi benevolmente. James disse: viene mia moglie. Francesca rimase normale, ma ne approfittò per accendersi la quarta camel light della giornata. Una ogni quaranta minuti. Chi fuma fin dal mattino con aspettative di vita decenti impara a razionarsi le sigarette. Alle loro spalle, un contingente di nubi bavose dalle forme irresolute, piomba in campo bianco sporco, annullandolo. Adesso il cielo è un torrente in secca, cupo e triste. Una mosca, dopo una spirale prevedibile, si posa sul bracciolo del lettino di James rimanendovi come un sasso caduto. Poi rifà un giro con una parabola lenta, involuta, per parcheggiare alla fine nello stesso punto. Le mosche possono andare avanti così dei quarti d’ora. James la guardò e le avvicinò la mano, fermandola a dieci centimetri dall’insetto. Non è che pensava di ammazzarla, pochi riescono a far fuori le mosche, senza uno spray o roba simile. E poi la scena, in presenza di altri, non è mai un granchè. Puoi provarci una volta, poi lasci perdere. La mosca però, dopo un altro giretto funambolico, si ripiazzò lì, spavalda. Sa che gli umani non ci arrivano. Non ha quasi un cervello, ma lo sa. James sferrò il colpo lo stesso, neppure così rapido e deciso che la mosca stecchì. James disse: è la prima volta che uccido una mosca. Tutto vero. Francesca annuì con un’espressione torbida che non avrebbe saputo rifare.
 

Una coppia tedesca sui cinquant’anni, vestita come ragazzini di Harlem, lui con un vistoso amuleto da bancarella al collo, lei con delle zeppe di sughero di dieci centimetri, prese posto sotto l’ombrellone accanto a Francesca che aveva ripreso la sua abituale postura vigile, da sentinella di se stessa, con il pacchetto di sigarette ben stretto in mano come un oggetto transizionale e il libro richiuso nell’altra. La bouganville che reticolava l’area piscina mandava un bel colore da cartolina, e James ne fissava la perfezione algebrica come una cosa ostile, considerando la sua vita come una massa di informazioni che invece subiva un raschiamento.
Adesso si sente osservato dai romanzi che ha letto, dalla furbesca morale di tutto ciò che ha fruito con passione relativamente assoluta, vuole vivere i suoi ori con mondana serenità James, facendoli fruttare in termini di libido e soldi. Denaro e sesso sembrano uguali pulsioni, non più meschine attese sociali. S’immagina un racconto severo su se stesso e ne trova i difetti, si vede intervistato da un grande giornalista che lo mette spalle al muro e ne esce vincitore, in un black-out liberatorio dove anche una canzone a mo’ di invettiva contro di lui, diventa la stecca di un mondo vecchio che sarà lui stesso a seppellire; James trova l’assoluzione di James. Volgendosi a nord, schifato e felice dall’incedere dei propri pensieri, parlando e riparlando con se stesso, sotto gli occhi afasici di Francesca, già delusa da una schiera di ingegneri, già offesa da decine di inviti a cena, innamorata di un pescatore di Salina e già in procinto, trascorsi solo sette minuti, di accendersi un’altra camel light, con ciò disturbando la signora tedesca, James partorisce un’iniziativa. Avevano cinque-sei ore vuote: lui la invita da Gasteaux a mangiare ostriche. Ci vanno anche i francesi, le star del cinema, i turisti, ma un italiano non può farne a meno dei luoghi di culto. Ci va e deve dire: sono stato lì. Sbaraccano velocemente gli ombrelloni e si danno appuntamento nella hall tra un quarto d’ora.
 

Nella camera 322, appena rifatta, dove erano stati amanti, Francesca nota con piacere l’ordine compiuto nel frattempo. Quelli della pulizia le hanno piegato la sottoveste di seta avorio come l’avessero stirata. Non ha altre percezioni così nette, a parte il fatto che messa così la camera, sembra non essere successo niente. Nella hall, dove James è già in attesa, i toni di grigio e beige sommati all’argento dell’alluminio,  tipici da boutique aspirazionale, dileguano nella sua retina qualunque ricerca visiva alternativa.
S’incamminarono lungo la Croisette, rifugiati in una serie di osservazioni incompiute sull’inadeguatezza dei luoghi rispetto a ciò che rappresentano. Il Palais ad esempio. Lì avevano alzato la palma Scorsese, Linch, Tarantino e non gliene venivano in mente altri a James mentre teneva un passo veloce, lei provò con un paio di attori arcinoti sicura di beccarci, lui si affrettò a confermare, temendo di infilarsi in un gioco più grande di lui. Ancora poche ore e tutto si sarebbe fermato, in un pomeriggio prestabilito forse, nell’intervallo definitivo tra due possibilità.
James capisce che le persone s’incontrano nella debolezza e che la notte prima ciascuno aveva fatto il suo amore, vittimizzandosi. Prova affetto per questa consapevolezza, la ripensa in modo più compiuto ma non gli viene. Francesca ha dei sandali bianchi che le incorniciano i piedi mediamente abbronzati. Quando cammina sembra parlarci con quei piedi, con un qualcosa di assorto e ironico che, mentre risponde di sì o di no, le dà un tono cinematografico e decadente. E forse è quello che piace a James, il non sapere come sarà giudicato tra un secondo da quella donna che tiene sempre qualche distanza tra sé e il resto senziente. Non è un po’ tonta e materna come sua moglie. Questa legge libri e giornali, questa ha dei silenzi che sembrano scritti. Svoltato l’angolo davanti al Palais (James si sforzò di camminare più lento per non spaiare i passi paralleli) che adesso pareva un grigio, asfittico balocco per fiere con luminarie da casinò, proseguirono per Rue de la Paix, fino a raggiungere il mitico Gasteaux, dove scoprirono che era troppo pieno anche per aspettare. “Conosco un posto a Juan Les Pins dove si mangia ancora meglio, prendiamo l’auto e andiamo?”.
 

Sudaticcio, preoccupato e forse pentito della proposta appena fatta (dovevano tornare  a piedi all’hotel con l’odiosa-non collaborativa lentezza di Francesca, salire in camera prendere le chiavi e passare una mezz’oretta in auto sepolti in un per lui inedito mutismo), James era sotto la dorsale di un monte franoso. Parevano a lui quegli edifici vacanzieri a ridosso del marciapiede, dei grossi massi incombenti che accordavano alla sua andatura ciondolante la protettiva cautela di una guida. Francesca stava finendo, senza inciampare, in un buco di piccolo odio. Questo suo incedere noioso da eterno shopping, di unghie laccate che non c’era verso di spezzare, questa passerella ciondolante protesa ad arrivare da qualche parte cominciava a indisporre James. Risalirono la Croisette con lui che ancora una volta stimolava il dialogo, avvolto in uno spiro di vento appannato come il cielo. Una nebbiolina sciroccosa li avvolgeva passo dopo passo, come fumo dentro un posacenere ricolmo. Di cosa sono fatte le cose se non di parole?
Intanto James pensava a come mai la mattina appena alzati non avessero fatto l’amore, al fatto che la cosa si fosse ripetuta un’ora fa e alla certezza che non l’avrebbero fatto ora che c’era solo da rimediare la chiave dell’auto. Allineati sul marciapiede, scansavano gruppi di pubblicitari, turisti e vecchie, signore bardate da Costa Azzurra, come in una voluttuosa corsa all’incontrario solamente pensata.
La chiave era nella sacca, quella Spalding in pelle nera appena acquistata a caro prezzo in via Solferino. James guardò quasi compiaciuto l’ordine rinfrescante della sua camera. Lo specchio con sotto lo scrittoio con sopra la tv con sotto la moquette. Controllò anche il nitore del bagno in prospettiva della moglie. Si immaginò qualcosa che fosse lontano da lì e poi chiuse la porta.
 

Juan-les-Pins è un posto molto francese, pieno di residence con posti auto e moli privati e combinazioni per entrare dovunque. E’ la dependance scomoda e senile di Cannes”. Francesca si compiaque del ritratto ingeneroso, ammettendo a se stessa una certo piacere per le definizioni crude, pure se si sentiva in dovere ogni volta di rimproverarle. Quelle sugli umani la facevano sentire ancora meglio. Un uomo che sapeva criticare era avvolto da una certa luce, con un potere magico. Avrebbe passato volentieri la vita a giudicare l’essere delle cose insieme a un altro, ad associarsi a un sistema dialettico, anche primitivo, in grado, se il caso, di punirla moralmente e perciò di dare sfogo ai suoi sensi di colpa. Con James, una volta entrati in una certa intimità orale, avrebbe giocato a fare la bambina cattiva per il solo piacere del rimprovero, verboso, vittimistico e ultrareferenziale, crogiolandosi nel grasso alambiccarsi del suo partner reattivo, sodale e in carriera.
Quando per qualcuno le cose di questo mondo stanno per finire, da qualche parte si acquistano più galleggianti e da qualche altra un signore con una bacchetta in mano sbaglia clamorosamente la portata di una perturbazione. Nuvole come schiuma spruzzarono qualcosa di grigiastro che punteggiò l’asfalto sconfinante nel manto di una iena. Le palme perfette sul boulevard spiumacciavano il cielo, mosse da un’aria polverosa, opaca. Nei bagni dei grand hotel, omini lontani come pastori di un presepe chiusero in fretta gli ombrelloni con grandi gesti, mentre gabbiani solitari planavano urlando sopra le creste del mare. Nei bistrot la gente si guardava intorno e rideva, assuefatta alla vita.
 

La corsa in auto a San Juan ebbe qualcosa di teatrale per il solo fatto di come teneva il volante. In James, l’accentuarsi della sua verbosità marciava di pari passo con l’impazienza di arrivare, sedersi a tavola e trovarsi finalmente a suo agio. C’era una parte di lui che non sopportava più quel tipo di evasione, un’altra invece tirava a viverla il più possibile, in attesa forse di una svolta proficua. Gli interni della Megane Scenic grigia presa a noleggio puzzavano di rimessa e aspirapolvere, con una leggera deriva catramosa per via del paio di sigarette che Francesca fumò, tenendo però la mano accostata al finestrino semiaperto con una posa che la invecchiava. La pioggia sporadica che finora era caduta aumentò d’intensità. James azionò il tergicristallo a una velocità superiore nell’attimo in cui Francesca stava per chiedere: ma tu hai così fame da mangiare al ristorante? Sono le due passate, abbiamo fatto colazione alle undici. Avrebbe risposto James seguendo la strada stringersi in una sola corsia che affrontò scalando di una marcia, non senza una certa sorpresa. Dall’altra parte la careggiata percorreva una di quelle curve innaturali che i cantieri compongono prima di terminare i lavori: Io ho questi ritmi. Anche in agenzia, spostando tutto indietro di un’ora, sarei andato a pranzo. Lavoro permettendo. Una risata più forte delle altre avrebbe sottolineato lavoro permettendo. Non hai fame? Preferivi il solito yogurt con una mela e il caffè? Io amo mangiare, sono anche bravino a cucinare, e poi siamo qui, mica a Milano, val la pena approfittarne anche per un piatto di cozze marinate o due ostriche. I creativi si strafogano, gli sarebbe venuto in mente, si rovinano di cibo e alcool. Francesca è accomodante ma non riesce a nascondere mentalmente il suo conflitto col cibo, perciò il tergiscristallo in azione spazza via tutto: “io non sono una buongustaia come te, oggi ti deluderò”, dice allora quando l’auto riprende a marciare a una velocità spedita. James ritiene la cosa un complimento, vale a dire: mi piace mangiare ma non distinguo come te il buono dal cattivo. Si sente allora intelligente, quasi raffinato. Da istruirla anche, perché è bello dividere i piaceri con qualcuno, fintanto che c’è.
 

Il motore 1900 tdci è silenzioso, non intralcia la conversazione che adesso procede a singhiozzo, tre parole lui, una lei. Sono pause stancanti che James riempie con sorrisi tirati che vogliono sembrare buffi e che Francesca gestisce sgranando gli occhi, come avesse visto due secondi di porno durante la messa televisiva. E’ improbabile che duri o almeno che prosegua, entrambi accettano la verosimiglianza della spontaneità, anche da adulti. Sanno che è meglio quando ci si trova subito. Lui ha dalla sua la facilità di parola, direbbe tutto quello che gli passa per la testa, ma con lei gli viene male. Sa che non potrebbe mai fare innamorare una donna con lo sguardo e che le ragazze che a lui piacciono rifiuterebbero alla prima occhiata il suo aspetto. Ma sa anche che poi tutto si ribalta, nella testa di una donna. Che una volta blandita, non guarda più nulla. Perciò va sulla risata, sulla simpatia, sulla lamentela. Così può funzionare. Francesca sembra capire i meccanismo delle cose, l’analisi l’ha spinta a riflessioni evolute, in parte tragiche, ma responsabilizzanti. Adesso è il momento della pratica, di tirare una riga e agire. Il suo analista le ha spiegato il significato di aprire la vita, con tanto di glossario buddista, perché anche il buddismo è un buon coadiuvante alla cura. Fuori continua a piovere, sempre più forte. Manca poco all’Etranger, giusto il tempo di ritrovarsi con la strada, adesso che bisogna svoltare da qualche parte. Un ciclista fradicio guarda passare la Megane, un cane si scrolla l’acqua vicino a un lampione. Ville e palazzine si susseguono fino a che James non azzecca la laterale giusta che li porta davanti al ristorante.
 

 

L’odore di fritto e dopobarba invasivo smantella ogni principio di coerenza olfattiva nella corteccia cerebrale dei due che si trovano invisibilmente d’accordo a rimorchio dello stesso fastidio. Due ricambi di diversa provenienza che miracolosamente funzionano all’unisono. Si guardano a dire: dà fastidio anche a te? E’ forse tardi per il pranzo ma due dozzine di persone sono ancora alle prese con voluminosi piatti di pesce. Gente del posto? Pubblicitari anche qui? James spera di non essere riconosciuto ma per primo non riconosce nessuno. In due stanno preparando il tavolo. Un cameriere è basso e precocemente brizzolato, l’altro somiglia al prete di Fronte del porto per via di un grosso naso tuberoso e di un’espressione mansueta. Quest’ultimo dà più affidamento.

E’ lui a chiedere l’ordinazione controllando fiscalmente l’incerto percorso oculare di Francesca sul menu. La ragazza, sentendosi spiata, si affretta a leggere, James l’aiuta traducendo compulsivamente le varie voci, anch’egli riconoscendo una chiara tecnica di vendita nell’attesa collaborativa del cameriere alto che pattuglia il loro tavolo distribuendo lo sguardo sugli altri due da cui partono richieste improvvise. La parola pardon, il tatto umido delle dita a contatto col cartoncino increspato della carta dei vini, il tintinnio delle posate che affondano nel pesce, l’ipotesi di un complotto esistenziale da parte di cose animate e non. James decide per un piatto unico, anticipato da un’entré di ostriche, Francesca (scortata da una sorta di approvazione oculare) chiede un’insalata nizzarda, disponendosi già mentalmente al termine del pasto, allorché il suo commensale sarà ancora alle prese col pesce e lei disoccupata ad assisterlo, forse senza poter fumare perché è maleducazione, o forse fumando dopo avergli chiesto e ottenuto il permesso. Ma la parte più dura sarà l’attesa di cominciare, perché adesso le sembra che quella bocca funestata da un ridacchio quasi offensivo che scuce una dentatura fitta e uguale, potrebbe rivolgersi a lei affettuosamente, con lo stesso tono confidenziale della sera prima, quando ebbe da lamentarsi del poco credito di cui godeva nella sua società nonostante i successi, della scarsa stima che gli concedevano alcuni amici, della noia che suscitava in lui la pochezza intellettuale della consorte, e potrebbe riportarla a quel gioco seduttivo (fare la vittima per ottenere il suo consenso cerebrale e poi la sua disponibilità sessuale) che, dopo averlo sostenuto e alimentato, adesso trovava ignobile. James non era tipo da autocritica, per lui esistevano solo le malefatte degli altri. Sul lato opposto del ristorante un uomo sulla cinquantina con dei bermuda colorati e un cappello da pescatore beige spingeva nel garage di una villetta bianca con balconi in ferro battuto, il traino di una barchetta in vetroresina. La nizzarda arriva qualche secondo prima delle ostriche, ma in tempo per un brindisi innaturale a base di Chateaux Bonnet. James le parla delle pause a pranzo dalla mamma, del telegiornale dell’una e mezza e del sigarillo che si fuma prima di rientrare a lavoro come di un percorso della salute rassicurante per lui, uomo d’azione e grandi tormenti esistenziali, e intanto succhia un’ostrica dopo l’altra pulendosi di continuo le dita e lanciando sguardi collusi ad ogni persona che rientra furtivamente nel suo campo visivo.

Poi, mentre il cameriere basso ripulisce il tavolo accanto al loro specchiandosi insistentemente nella vetrina, comincia a lamentarsi, senza perdere di vista l’ingresso della sala.

La sua società nutre odio nei suoi confronti, non lo sopporta. Francesca, che della società stessa è complice e vittima, lo ascolta perfino ammirata, con un piacere ritrovato che solo formalmente cozza con il biasimo che poco prima le era parso introiettare, come un’onda che torna al mare dopo essersi infranta, il suo processo di giudizio nei confronti di James si è imbattuto in una pena solidale che può superare uno schifo, comunque gestibile, in virtù di una promettente anche se lontana vita comune. Una moglie in agguato, da poco sposata non la spaventa più: conosce qualcosa di quell’uomo così vicino a un modello di vita relativamente desiderato, che può bastare per passare sopra un mucchio di cose. Finalmente le sembra di superare lo choc della notte precedente, adesso è pronta a ricevere nuovamente quel corpo offensivo, grassoccio, imbastito intorno a due occhi gelatinosi che non guardano nulla, ma in rassicurante contrasto con la sua figura esile, mollemente anoressica. Solo il dolore è bulimico. Ha un alibi dall’altra parte del tavolo e non vuole lasciarselo scappare. Mangia James, divora le ultime ostriche, mangia anche per me, due diventano uno all’occorrenza. Il cameriere basso, rimasti solo loro a tavola, comincia a fissarli insistentemente, non volendo però con questo dare un’impressione sciatta del ristorante. “Lui è pagato per un certo numero di ore, non gli facciamo un piacere restando qui”. “ Se la vedrà lui col suo capo, se ci hanno fatto sedere possono aspettare” – “Però avevamo assicurato che avremmo fatto alla svelta” – “Stai tranquilla, conosco la gente”. James è sempre stato servito nella vita, ci tiene a ricordarlo. Non vuole sembrare il figlio di un dottore con tanto di appartamento regalato, ma sa che funziona. Se la società lo paga di meno, ci pensa la famiglia. Per qualunque cosa ci pensa la famiglia. Lui deve solo pensare a trarre profitto, a spassarsela. Ha una sfilza di ritorsioni che gli fanno strada nella vita. Sa che se lascia sua moglie ne trova un’altra in tre mesi, sa che se lascia il lavoro la famiglia rimedierà in un qualche modo. Non ha altro da fare che sfogliare un catalogo, fare shopping, acquistare una moto, programmare le vacanze, parlare di sé.

 

Adesso si alzano, James si pulisce la bocca con una certa eleganza, sembra un uomo vecchio che non vuole più avere rapporti col tempo, si procura un complimento di Francesca per la reattività al francese del cameriere, mette mano al portafoglio con studiata empatia e si dirige alla cassa con la conta tra le mani e un cameriere stizzito che lo tallona. Francesca segue entrambi rinfrancata, per quanto la moglie – va detto, non è una cima – sia prossima alla Costa Azzurra, pensa di rivederlo a Milano, fuori dall’orario d’ufficio. Continua a piovigginare, nubi su nubi si addensano, se nascondi qualcosa in cielo, non la ritroverai più. La Megane grigia semi-nuova è un guscio che stabilisce una promiscuità inattesa e ovviamente romantica a causa della pioggia, James prova a baciare Francesca che non si oppone, prima la svezza sul collo con dei piccoli fruscii delle labbra, poi le scivola sul mento e alla fine le appoggia la bocca sulla sua, ancora, come era successo la notte prima, a sondare una disponibilità che non riesce a dare per sicura. La cedevolezza di lei, forse solo un po’ irrigidita contro lo schienale, è un punto a suo favore e se ne compiace. Visto che all’andata sembrava tutto finito, dovrà ricordarsi com’è andata al ristorante. Quel bacio, nonostante tutto, non ha ritardato di molto la partenza, a James non piace troppo baciarsi, probabilmente lo stanca, forse non lo ritiene un atto compiuto, forse teme del suo alito, così accende e parte. Quando non sa cosa dire (o non vuole dire nulla) Francesca si mette a frugare nella borsa, un po’ come in altre circostanze armeggia al cellulare o fa finta di rileggere qualcosa su un taccuino, in questo modo tiene a distanza l’interlocutore di turno che in questo caso, zittito da un’atmosfera improvvisamente ostile, si sente vulnerabile e così accellera. “Hai fretta?” le domanda. “No, ma forse tu sì”. James non vuole ribadire nulla ma è il caso che si arrivi all’albergo velocemente perché, come primo giorno in compagnia di questa persona può bastare.

 

Il suono perfetto delle spazzole che sgombrano il parabrezza dalla pioggia è la marcia di un riavvicinamento convulso alla vita di qualche ora prima, il silenzio che i nuovi materiali di isolamento brevettati qualche anno prima dal centro studi Renault garantisce un appiattimento mentale sulle rispettive posizioni, determinate da soffocanti percorsi egotici e vittimistici. Una schiera di cose non dette osserva le piccole gocce che offuscano i vetri. Trascinati da un imbarazzo quasi ricercato, sono tornati a diffidare l’uno dell’altro nei paraggi della strettoia che James affronta troppo velocemente per porvi rimedio, così l’auto schizza come una biglia sopra i coni dei lavori in corso che saltano come bottoni fino a che non va a sbattere con la fiancata destra contro un palo della luce. Francesca che sta per accendersi una sigaretta con la postura contratta sul pulsante del finestrino, centra quel palo insieme a tutta la portiera, con una smorfia che non sembra definitiva. L’accendino bic lilla le schizza dalla mano per finire sulla pancia di James insieme a due bustine di Aulin che stazionavano sul cruscotto. L’auto prosegue la carambola per una decina di metri finendo il suo viaggio sulla carreggiata opposta. James urla qualcosa contro la strettoia ma solo dopo qualche secondo si accorge che Francesca è zitta accanto a lui, come una bambola appoggiata su un divano che fissa la tappezzeria. I suoi occhi, avvolti dal pallore chimico del viso, sono due gocce d’inchiostro su vetro, due spruzzetti che potresti cancellare col dito per lasciare il bianco sotto, con una luce che circoscrive chirurgicamente il volto sconvolto di James, mentre uno sfacelo olfattivo trapianta l’ultimo fiato della ragazza in un passaggio cavernoso, neutro, che diventa via via un’altra cosa. La scritta airbag davanti a lei, fissata sino a poco prima con tanta avidità, si squaglia in un silenzio notturno, forestale, dove il suo corpo sfiamma quello che la teneva viva, sgonfiandosi sul sedile.

James scende dall’auto e con gli automobilisti fermi per soccorrere, ritrova la parola: erano amici sì, colleghi anche, erano andati a pranzo a festeggiare. Lei una nizzarda, lui Plateaux Royale e vino sì, una bottiglia in due: Chateau Bonnet forse, non ricordo. Il vino? Solo una bottiglia! Ha mangiato con appetito sapete? Le piaceva tutto. Si parlava di lavoro, di vacanze, di Cannes, ha bevuto più di me, tutti sanno che ci si frequenta.
Ci sono delle onde che smagnetizzano la vita, allo stesso modo, all’incontrario, funziona un parafulmine. Un uomo si mette in bocca una sigaretta e James, che tiene ancora stretto il bic lilla, gli fa accendere. Lo tenga pure, dice chiudendogli l’oggetto nel pugno, io non fumo.
 

 

 

 

 

 

4 Responses to La piega delle cose

  1. cara polvere il 9 maggio 2006 alle 21:59

    “Tutto è muto, la calligrafia del mondo non sbaglia una grazia, procede come non fosse scritta da mano incerta su un treno che corre, ma incisa da un pedante notaio su un foglio da macelleria. Nient’altro.”

    (trovo che tutto il contesto sia sostantivato egregiamente da questo pensiero)

    tutto è muto. esatto. in questo assoluto mutismo apparente del tutto il “pedante” destino in soma di accadimenti, accade.
    fa giostra, si fa mercenario delle nostre vite, garante dilatato e assassino immediato.
    lasciando tracce oppure non lasciandone.
    seppur con riserva mi piace questo tuo raccontare.
    mi piace il gradino che tu vuoi che lo scrittore non salga.
    mi dà la sensazione che tu voglia tenere il lettore distante, come lo sei tu stesso da quello che scrivi. almeno questa è la sensazione che ne ho ricavata.
    guardi e fai guardare dall’alto ma se il discorso va bene per te alla maniera deleuziana secondo me non va bene per tutti i lettori ma forse solo per quel lettore che si, rimane coivolto, ma rigorosamente in guanti bianchi come a non volersi senza volersi sporcare più di tanto.
    ecco la mia riserva ma solo perchè io sono una lettrice che quando va al ristorante ama ritirare lo scontrino alla cassa soddisfatta e mettiamocela pure, con qualche patacca di sugo a ricordo dell’onore fatto alla tavola.
    qui non mi è successo del tutto ma non per questo posso non posso apprezzare il tuo stile che, seppure a volte accartocciandosi in certe descrizioni caricate dei personaggi tende a risultare di una spontaneità costruita, risulta efficace nel traslare all’immaginario con effetto immediato e con precisione, il freddo delirio mascherato dei sentimenti umani e il loro addomesticarsi volontario pur di evitare un’introiezione crudele alla scoperta della vera identità autofagocitante di ognuno di loro. (e di noi)

    ***qualunque finale tu avessi adottato per questo racconto sarebbe stato adatto.
    così sento personalmente.
    un saluto

  2. cara polvere il 9 maggio 2006 alle 22:02

    chiedo scusa per gli errori

  3. Virginia Fiume il 10 maggio 2006 alle 00:19

    Un racconto che mi ha fatto mancare l’aria.

  4. ran il 10 maggio 2006 alle 23:47

    Io mi sono commosso leggendolo. Però concordo con polvere sul distacco dell’autore dai personaggi. Forse descrive meglio la vita di quanto l’apprezzi. Beato lui.



indiani