da “Tic”

15 maggio 2006
Pubblicato da

docciamare_w.jpg di Emanuele Kraushaar

Non chiedere la marmellata alla mamma, per l’amor di Dio

In collegio ogni volta per prendere la marmellata eravamo costrette a vestirci da piccole pagliacce e fare lo spettacolino solito che la Madre Superiora ci diceva: “Les plaisirs sont doux” e poi ci faceva credere di essere speciali e che Dio voleva bene solo a noi. E che a noi sole dava la marmellata.
Per questo ogni volta che mio figlio mi chiede la marmellata, ho quello scatto che sempre lo terrorizza e l’altro giorno, mentre andava a scuola, mi sono accorta che ha già un ciuffo di capelli bianco come la neve.

*

Un’infinità di problemi

Entro nel nuovo appartamento in punta di piedi. Come se entrassi in casa di qualcun altro. Purtroppo questo buco con quattro pareti è mio.
I miei sono morti in un incidente d’auto. I miei cari parenti del nord mi hanno spedito un paio di lettere: non li vedrò mai ne sono sicuro.
Ho dovuto vendere la casa e dato che non lavoro e non ho nessuna intenzione di farlo, mi sono trasferito in un piccolo appartamento in affitto.
“Fa veramente schifo” mi ha detto così Steve, che è anche il mio unico amico. E che è venuto al funerale dei miei e mi ha dato una pacca sulla spalla.
Non poteva dire altro. Non si respira nemmeno qui.
Per fortuna c’è un piccolo terrazzo. Non so di preciso quanta gente abiti in questo palazzo.
Mi suona quello della porta accanto. È magro come un cadavere. Ogni tre parole fa un sorriso. Dopo un po’ mi chiede che lavoro faccio.
Gli dico che non lavoro e quello si preoccupa di domandarmi come occupo le giornate.
“Non ho bisogno di occupare le giornate” penso.
Le giornate scorrono da sole ed io non posso farci niente.
C’è un sole fuori che spacca l’asfalto. Non me la sento di uscire con questo caldo. Ma si suda anche dentro casa. Apro il frigo e tiro fuori una grossa bottiglia di succo di frutta. Prendo un bicchiere, ma poi decido di bere direttamente dalla bottiglia. Non è fredda abbastanza e così mi metto in bocca del ghiaccio.
Mi sento male. Un principio di congestione. Mi accartoccio sul divano con la bottiglia davanti a me. E il bicchiere ancora in mano. Ripenso alle parole del vicino: magari se lavorassi sarebbe meglio. Ma per vivere in questo buco non c’è bisogno di lavorare. Se uno inizia a guadagnare poi pretende qualcosa di meglio. E poi ancora di meglio e vengono fuori un’infinità di problemi che prima non si avevano. Insomma alla fine preferisco starmene sul divano. A non fare niente. Anche con il mal di pancia.

*

Vicino al letto

Quello prese subito confidenza. Ci aveva messo mezzo secondo a bruciare lo spazio che lo separava dalla mia scrivania, ad appoggiarcisi sopra, a rivolgermi la parola.
“Da quanto lavori qui?”.
Borbottai qualcosa. Erano mesi che non davo confidenza a nessuno, perché era quella la linea che avevo deciso di avere in ambito lavorativo.
“Guadagni bene?”.
Insomma, invece di farsi le sue ricerche in biblioteca, aveva deciso di non lasciarmi in pace e di bersagliarmi di domande.
“Vivacchio, sto qui perché non ho trovato di meglio, perché ho bisogno di soldi per vivere” avrei voluto dirgli. Eccetera.
Invece non dissi niente, perché un grosso topo attraversò la biblioteca.
E così a quel punto incominciò a raccontarmi la storia dei topi. Che una volta ne aveva visti tre in una sola giornata e in tre posti diversi.
Da quel giorno aveva iniziato a contare gli animali che incontrava e si segnava tutto su dei fogli e poi a fine mese inseriva i dati in una grossa agenda che teneva vicino al letto.
Quando entrò Lorena a portarmi dei dati da inserire nell’archivio, mi venne fuori una voce autoritaria e gli dissi di uscire dalla biblioteca.
Lui se ne andò senza dire una parola, ma quella notte non riuscii a prendere sonno, pensando di essere finito nell’agenda che teneva vicino al letto.

*

Mezzo lepre

L’altro giorno sono sceso di fuori. C’era un cielo bianco quasi nucleare. Ho comprato il giornale e c’era scritto di uno strano essere mezzo lepre e mezzo cavalletta che si aggirava dalle parti del mio quartiere. Sono subito tornato a casa e mi sono chiuso dentro. Ho invitato la signora della porta accanto.
Le ho cucinato qualcosa e lei ha preso a parlare dell’essere mezzo lepre e mezzo cavalletta. Mi faceva venire i brividi sulla schiena, perché ne parlava con naturalezza. Che sembrava suo figlio quella specie di mostro.
Il pranzo è stato un mezzo incubo.
Poi mi sono alzato per sparecchiare e dalla finestra della cucina ho visto che una lepre con le zampe da cavalletta aveva sbattuto sul vetro. Stava morendo e aveva sporcato tutto di sangue. Solo allora ho preso coraggio, sono tornato dalla signora della porta accanto, l’ho presa con forza per mano, l’ho portata in cucina, le ho mostrato la bestia morente, l’ho baciata con passione, ho preso la macchina fotografica digitale, ho fatto un paio di foto, poi ho preso una gabbia e ho detto: “Con i soldi che ci daranno giornali e televisioni ti porterò a cena fuori per un mese”.
Lei mi ha guardato con gli occhi che le brillavano.
Poi quel mostro deve aver detto qualcosa mentre cercavo di metterlo nella gabbia. Ha cominciato a saltare ed è riuscito ad entrare in casa, lasciandosi dietro una scia di sangue.
La signora della porta accanto sembrava divertita. Io ero ricaduto nel vortice di terrore, perché non mi aspettavo che quella bestia parlasse anche. E poi credo abbia detto tu sia maledetto per sempre.
Dopo un attimo mi sono accorto che avevo perso la signora della porta accanto, perché aveva preso a guardarmi con disprezzo.
L’ultima cosa che ho visto prima di chiudermi in camera da letto è la sua sagoma che usciva accompagnata dal mostro zoppicante.

*

Poco più di mezz’ora

Che Matteo Rolli fosse un bastardo lo sapeva da tempo. E lo sapevano tutti in paese. Che fosse un duro anche lo sapeva. E da quando lui si era messo con Elisabetta, la figlia del barista, lo temeva.
Perché sapeva che era sempre piaciuta anche a Matteo Rolli.
Quando quello arrivava con il suo motorino truccato e parcheggiava davanti al bar, un brivido gli percorreva la schiena.
Spesso gli veniva questo pensiero: di bloccare Rolli e di colpirlo con un grosso bastone fino a ricacciarlo dentro al bosco, lui e il suo motorino truccato.
Matteo Rolli faceva il muratore o meglio aiutava Faustino Iacono a fare qualche lavoretto nelle ville di Riva del Lago.
Ogni due tre ore era lì al bar a bersi il caffé. E a servirglielo c’era Elisabetta, che la mattina era sola e lavorava anche alla cassa.
Lei ci metteva del suo. Lo guardava con una certa riverenza e ammirazione. E poi sembrava aspettarsi qualcosa da lui.
Lo faceva andare fuori di testa lo sguardo della sua ragazza, che serviva il caffé a Matteo Rolli.
Un giorno Elisabetta aveva i capelli legati e sembrava più bella del solito.
Avrebbe voluto prenderla, portarla al piano di sopra e fare l’amore, distogliendola dal lavoro per una mezz’ora.
Ma non aveva questo potere su di lei e lo sapeva.
Una sera Matteo Rolli gli si avvicinò. Lui era seduto alla fontana e si fumava una sigaretta in solitudine.
Erano due anni e più che non si parlavano, perché erano due anni e più che non avevano niente da dirsi.
Dopo aver parlottato per una decina di minuti, Rolli si fece dare e accendere una sigaretta. Prima di andarsene e lasciarlo solo vicino alla fontana.
Il giorno seguente di mattina non si fece vedere al bar. Rolli invece comparve verso le undici.
Si portò Elisabetta al piano di sopra e per poco più di mezz’ora nessuno entrò nel bar, perché non c’era nessuno a servire.

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da Tic, Atì Editore, Aprile 2005 – www.emanuelek.it

(immagine dell’autore)

One Response to da “Tic”

  1. Maria il 16 maggio 2006 alle 12:56

    L’essere umano contemporaneo trasfigurato nelle sue ossessioni e nella sua esistenza senza meta né felicità, quando esiste è apparente o fuggevole…Frammenti insignificanti della nostra realtà vengono elevati a segnali d’allarme inquietanti, gli unici ancora capaci di toccarci dentro e forse di salvarci…
    Tic scuote e spera insieme a noi
    Grazie Emanuele



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