La frontiera nascosta

18 maggio 2006
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copertina di Marino Magliani

[Marino Magliani ha appena pubblicato uno splendido libro. Questo. Gli ho chiesto, per festeggiarne l’uscita, un racconto, che lui prontamente ci regala. Un inedito che ha sapore e luoghi del suo romanzo. Buona lettura.]

La piazza era senza fumo. Zanellu era stato dappertutto. Il mattino davanti ai bar di chi bottava la scuola, sotto le palme dove i ragazzi temevano di più il passaggio di un genitore o di un professore che quello di una volante. Segno che fumo non ne girava, poi sotto i portici, dove la puzza di hascisc non contaminava l’ aria da tempo, gente curva, seduta sulla spalliera delle panchine, mezza tappata da altri, intenta a fabbricare castelli, visione gratificante che precedeva un arresto, un sequestro, una denuncia, un complimento del questore. Niente. E il questore chiedeva risultati.
“Che c’ è Zanellu, l’ abbiamo beccato qualcuno, guagliò?”
Macché, Zanellu, sbirro in borghese, rientrava sconfitto dal turno, sbatteva pistola e placca sul tavolo e scuoteva la testa. Sempre la stessa storia. Dopo la zona delle palme sul lungomare di Oneglia, Zanellu in tuta, il cannone in cintura, girava le spiagge, passo da segugio che sa stanare, girava i posti assolati e pieni di perdigiorno, sebbene non fosse ancora la stagione dell’ abbronzatura. Girava deluso, perché dell’ odore acre che promette arresti non c’ era traccia neanche oggi. Ed erano più di due settimane, forse tre dall’ ultima stecca sequestrata. Gente sdraiata sulla sabbia, la giubba per cuscino, il sole che rimpicciolisce gli occhi, non l’ hascisc che acceca e suggerisce una perquisa dalla quale uscirà senz’ altro una stagnola, ma il sole che acceca, il sole di mezzo aprile, natura pura. Zero deliri. E Zanellu che vagava, arrancava nella sabbia, sudato, disorientato, maledetta carestia…
Al Rainbow, all’ ora degli aperitivi, i tre o quattro che hanno sempre le tasche piene di stecche e in zero secondi han venduto tutto, li guardò, lo guardarono puliti, senza abbassar lo sguardo, niente, non c’ era movida, non c’ é fumo, non una risata mariuanata, non un passaggio di cartine, non un filtro di cartone, non un cartoncino che manca al pacchetto duro delle sigarette. E neanche quando arrivò Pantera, (Zanellu aveva aspettato solo più lui)  il transero per eccellenza, quello che ce l’ ha sempre, magari meno buono del solito, ma lui l’ ha e tutti lo cercano con gli occhi e lui arriva rasentando i muri e capisce tutto al volo, quanti sbirri girano (se c’ é quel bastardo di Zanellu), se è già passato un collega transero… Neanche allora apparve il fumo. Pantera arrivò abbracciato a una tipa, andò a prendere una cocacola per lei e una tonica per sé, camminava mollo, Pantera, la faccia rilassata di chi è in ferie, fece un sorriso pietoso a chi gli cercò gli occhi, fumo non ce n’ é ragazzi, é inutile che la meniate. E allora dal RainBow, Zanellu si spostò anche oggi ai portici di Oneglia, il saliscendi di perdigiorno che fanno su e giù, oh i portici di quando bastava arrivare e arrestare.
Per ultimo, prima di tornare in questura, Zanellu provò in Piazza Roma. Sotto i pini, movimento di macchine e motorini, il posto della Pantera, erano lì che aspettavano, punk, tossici, ex sessantottini, fighetti. Via, cazzo fate, non viene, non c’ é un cazzo, avrebbe detto loro. E già sapeva che domani il questore si sarebbe incazzato, perché il problema non era che non ci fosse fumo, ma che la antinarco non ne beccasse, zero arresti nell’ ultimo mese, avrebbe gridato il questore…e i superiori, Genova, Roma, vogliono risultati…Bisogna spiegarla la faccenda che non gira fumo, mica se lo credono a Genova, a Roma, diceva il questore una volta calmo.
 
“Niente?” chiese la moglie a letto vedendogli nel buio le pupille spalancate e le mani dietro la testa.
Sospirò, prima di rispondere un: “Niente” Come da lontano. Lei si rivoltò verso di lui dopo un paio d’ ore. L’ aria ingrigiva la camera. Lui immobile, mani dietro la testa, pupilla fissa e malinconica sulla tapparella.
“Non farci caso, é già successo…poi da un momento all’ altro ne becchi tre o quattro in una settimana. ” Gli mise una coscia sull’ inguine. Dalla voce non sembrava crederci neanche lei.
Stavolta lui sospirò soltanto.
Dalla settimana entrante, Zanellu cominciò il turno pomeridiano, e un mattino, guidando come se fosse di servizio e avesse da andare ad arrestare qualcuno, egli vide una cosa che lo fece frenare e accostare. Un transero, un cavallo, un piccolo spacciatore insomma, che di solito acquistava dal Pantera e ci faceva uscire la canna per sé e le spese, si stava guadagnando la jurnata, nel cantiere accanto alle palme di Spiaggia D’ oro. Era vestito da fatica, tra i sacchetti di cemento aperti e la montagna di sabbione, sudato, con la pala in mano, che imboccava una betoniera…Incredibile. Zanellu scese dalla macchina, si avvicinò e gli chiese come mai.
“Eh, brigadiè”, gridò el transero per via del rumore della betoniera, allargando le braccia. Come dire che qualcosa bisognava pur fare.
Già, qualcosa bisognava pur fare…
Zanellu si diresse al Rainbow. Aveva un piano, in questura non ne aveva parlato con nessuno, una strategia disperata.
Attese che arrivasse il Pantera e, dissimulato, gli disse: ” Seguimi, devo parlarti”
“Perde tempo, brigadiere, sono come l’ uomo dasch. Ma bene, andiamo, vada avanti lei, io la seguo a distanza, non vorrei che la mia gente mi tacciasse d’ infame.”
Giunto a metà molo, Zanellu l’ aspettò.
“Dica in fretta brigadiere, non vorrei davvero che ci vedessero assieme”
“Pantera, come mai sei sempre senza fumo?”
“Che sta dicendo brigadiere, lei deve beccarmi col fumo, allora può farmi tutte le domande che vuole… Perché non arriva niente, brigadiere, ecco perché” Questa situazione gli faceva venire da ridere e per non guardare in faccia il brigadiere puntò il mare che scompariva in cima al molo.
“Hascisc, Pantera” tornò a dire alle spalle Zanellu, “Tu devi rimetterti a far circolare hascisc.”
Pantera sentì un brivido, non credeva a cosa gli stava capitando, e stavolta, come a cercare riferimenti solidi, guardò la città che risaliva il colle ad alveare.
“Come si fa, Pantera, a far arrivare del fumo da fuori?”
Pantera arrugò la fronte e fece per andarsene.
“No, resta, dobbiamo fare qualcosa, capisci, se questa città rimane senza fumo rimane paralizzata.” E lo raggiunse, lo fermò prendendolo per il braccio.
Pantera gli guardò serio la mano sul suo braccio. Zanellu lo mollò.
“Come mai Diano é a secco, Sanremo, Genova…”
“A Ventimiglia hanno messo i cani, hanno beccato non so quanto marocchino, o non l’avete saputo in questura?”
“Certo, ma il mercato della riviera non s’ era mai bloccato.”
“Stavolta pare di sì, ma prima o poi si sblocca, vedrà.” 
“Quanto ci vorrà?” si morse un labbro.
“Due tre mesi, dicono.”
Zanellu si mosse come se fosse lui ora a volersene andare. “Troppo, non si può aspettare tanto.” Guardò l’asfalto e d’in sotto lanciò un’occhiata a Pantera che gli aveva detto: “Lo porti lei allora il fumo, brigadiere, glielo compro a qualsiasi prezzo, ma buono, io vendo solo doppio zero.”
“Sto pensando”
“Cosa, di passar la frontiera ? …non fare cazzate, hanno i cani.”
“Ponte San Luigi allora ? ” Che era la frontiera con la Francia sulla Via Aurelia.
“Cani anche lí ” scosse la testa Pantera.
“Sul treno allora ”
“Ti beccano anche un’ aspirina sul treno…Un altro modo ci sarebbe.”
“Parla! ”
“La frontiera dell’ autostrada non é in linea con quella di San Luigi né della ferrovia, ma come dire, é in Italia.”
“Si sono sbagliati?”
“Non ridere. E’ come qui sul molo, immagina che ci sia una frontiera sull’asfalto che é quella della ferrovia, una appena sotto sugli scogli e un’altra volante sul muro spartivento. Quella sugli scogli e questa sull’asfalto sono in linea, quella sul muro no, é cento metri più in là, cosa significa questo, significa che se sei in Francia, sull’ autostrada, e getti un pacchetto, cade in Italia.”
Zanellu sputó sugli scogli, si passò una mano sui capelli, non sopportava che Pantera avesse preso a dargli del tu.
Passò qualcuno, e Zanellu aspettò che rifossero soli.
“Non c’ é altra maniera.” E assottigliò gli occhi come se là davanti avesse intravisto la Corsica.
“In che senso?”
“Che sarà così, non vedo altra soluzione, faremo entrare il fumo gettandolo dall’ autostrada. Quando sei pronto e i contatti dov’ é che li hai?”
“A Nizza, io sono pronto fin da oggi, ma, due cose…”

Fu per l’indomani. Zanellu diede appuntamento a Pantera fuori Porto Maurizio, posteggiò nello slargo del gommista prima dello svincolo di Imperia ovest e là rimase in attesa.
Pantera tardò pochi minuti, caricò Zanellu, e la BMW ripartì scattante.
Sull’autostrada, verso San Lorenzo, le prime parole. Erano le due cose sui cui Pantera era stato intransigente. Due condizioni.
“A fare la storia a Nizza ci vado da solo, se gli arabi vengono a sapere che mi presento con uno sbirro non arrivo a riprendere l’ autostrada…L’ altra te la ricordi?”
“Sì” disse Zanellu. La mano andò nel taschino interno del giubbetto. Pantera contò i soldi togliendo ogni tanto la vista dalla strada. Se li mise nella tasca davanti e non disse altro. Era la cosa su cui non aveva voluto trattare: se Zanellu ci teneva a che diventassero complici doveva metterci la sua parte, che non era la metà – si trattava di comprare due chili di fumo a quindicimila franchi francesi e la quota di Zanellu era di mille franchi – ma una specie di rimborso delle spese di viaggio.
A Ospedaletti, la BMW entrò nell’ aria di servizio. Fecero benzina e ripartirono.
Prima della frontiera, Zanellu chiese: “A che ora li vedi?”
“Alle tre. Ti lascio in Plaza Massena e ti passo a riprendere poi.”
Zanellu guardò la palazzina bassa e le scogliere gialle e bucate sulla destra del confine, avvicinarsi. Era la frontiera.
La BMW si fermò al casello, Pantera pagò il conto dell’autostrada italiana e si rimise in colonna. Il finanziere fece segno di andare, avevano appena fermato un vecchio peugeot pieno di nordafricani. Sulla corsia di emergenza un tir e un altra pattuglia di finanzieri.
“E’ al ritorno che fanno i fetenti. Questo é il primo tunnel,” e ridiede un po’ di gas. “Sull’ autostrada siamo già in Francia ma di sotto é Italia…”
Zanellu non commentò. Usciti dal tunnel, quando stava per chiedere qualcosa, Pantera disse: ” Ecco, guarda di là”, e indicò alla sua sinistra le macchine che procedevano in senso inverso, “L’ hascisc lo getti esattamente da quel punto.”
Zanellu non fece in tempo a vedere molto che rientrarono in un secondo tunnel, un buio brevissimo, poi ci fu di nuovo luce per meno di un chilometro e un altro tunnel. A metà del terzo tunnel, le luci dei fari che costellavano le pareti e il soffitto della galleria, illuminarono un cartello: Confine di Stato Italia – Francia. Pantera incrociò un istante gli occhi di Zanellu che guardò altrove. Stava pensando a quanto tempo aveva ancora a disposizione per mollare tutto, farsi ridare i mille franchi o perderli, quando la macchina rallentò, rientrò nella corsia a destra, e imboccò l’ uscita di Menton.
“Problemi?” disse Zanellu quasi sperando.
“Per niente”, scalò, si fermò a pagare al casello con una manciata di franchi in moneta che teneva nel portacenere, e fuori, sulla national disse: “Abbiamo tempo, voglio farti vedere il punto da cui getti, così ci arrivi preparato.”
La BMW fece un giretto per Menton prima di rientrare sull’ autoroute e al casello Pantera riprese il ticket. In direzione dell’ Italia il sole arrivava dal mare ma era ancora a levante e il buio del primo tunnel liberava da una morsa, dalla coscienza, come da un’urgenza. Ora che ripassavano il confine di stato naturale, l’impressione era di entrare in una sorta di solco che scendeva sotterraneo nelle viscere delle due bestie sorelle, Italia e Francia, unite come in un vergognoso incesto. Zanellu stava sprofondando in quelle viscere, quando, poco prima della luce, lo scossero le parole di Pantera. La BMW s’ era spostata sulla corsia a destra.
“Tieni bene d’occhio la rete metallica sulla destra…eccola, devi avere il finestrino aperto, io rallento quasi fino a fermarmi e tu getti.”
Zanellu andò a schiacciare con la faccia il vetro della portiera, come per vedere cosa C’ era di sotto. Pantera intuì e disse:
“Cade in un gerbido.”
Questo gliel’ aveva già spiegato il giorno prima sul molo: sotto c’era questo gerbido e uno sterrato che ci si arrivava in macchina e bisognava gettare in quel gerbido perché intorno erano rovi, sapeva Zanellu, ma tutto questo non lo preoccupava. Di sotto potevano anche esserci i serpenti, pensava, che tanto era Italia e in Italia il pericolo era passato.
“Allora, ce la fai a far passare la rete?”
Zanellu si rimpiocciolì nel sedile. “E’ alta, cazzo, e io getto da seduto, con le sole braccia che escono dal finestrino. ” 
“Credevi che ci fosse la scaletta. Devo saperlo, sì o no?”
Zanellu non rispose, ma Pantera sorrise.
Alla frontiera di Ventimiglia i gendarmi non c’ erano, gli italiani invece erano parecchi e chiesero i documenti. Un marciapiede pieno di sbirri, di cani, di macchine ferme, cofani alzati, cani che tiravano i finanzieri di qua e di là, e gente che attendeva accanto alle macchine, a braccia conserte. Le rocce gialle sulla riva sinistra del Roja si alzavano torreggianti e piene di buchi, un paesaggio che doveva essere il terrore dei passeur e dei trafficanti. Pantera diede la sua carta di identità, Zanellu il suo tesserino, il finanziere restituí immediatamente e fece segno di andare.
Per non dar nell’occhio la BMW non riprese l’ autostrada, ma scese e entrò in Ventimiglia. e a San Luigi, a un centinaio di metri dal mare, si rifermarono a consegnare i documenti ai finanzieri (di là le macchine che rientravano in Italia aspettavano in colonna di essere perquisite e annusate da un paio di pastori tedeschi) e poi ai gendarmi.

Pantera guidava rilassato, conosceva Nizza come le sue tasche, percorse Promenade des Anglais, e al Moresco tagliò verso l’ interno, rue Gambetta. In Plaza Massena fece il giro intorno alla fontana e si fermò davanti a un bel bar.
“Sono le tre meno venti, alle quattro e un quarto, quattro e mezza sono di ritorno, fatti trovare qui fuori, non farmi cercare un posteggio. Ah, se é troppo caro non lo prendo, e dev’essere doppio zero, sia chiaro.”
“Vai ora.” disse Zanellu abbassandosi a parlare nel finestrino.
Rimase qualche istante a guardare la Bmw che si mischiava nei colori di nizza, e quando non la vide più provò a pensare che era finito tutto, che non era mai cominciato nulla, ora si prendeva un taxi, si faceva portare alla stazione e saliva su un treno per l’Italia. Il caldo pomeridiano, uscito dal clima fresco dell’ aria condizionata sulla macchina, gli rammollì in testa anche le idee più felici. Si voltò e si diresse al caffè, si sedette nel dehors, al tavolino che dava sulla piazza, ordinò un’acqua tonica. La clientela era varia, turisti, tedeschi, giapponesi, nizzardi pochi.
Alle 15, 20 entrò il garzone della verdura col carrello. Il furgone s’ era fermato davanti e la piazza non si vedeva più.
Alle 15, 35 il furgone aveva rilasciato libera la visuale, il traffico era intenso, il caldo francese non assomigliava a quello italiano, gli odori e i camerieri neppure.
Alle 15, 45, un signore alto e molto elegante con in mano alcuni giornali entrò nel caffè e si sedette al tavolino accanto al suo. Il cameriere venne in fretta e chiamandolo per nome gli chiese cosa desiderava. Il signore ordinò un caffè americano, e prese a leggere Il Nice Matin. Poi posò il giornale, tirò fuori dal taschino interno della giacca bianca un taccuino e una penna e prese a scrivere muovendo la mano sulla carta come i surfisti diventano un’ unica cosa con le onde.
Una coppia, marito e moglie, molto eleganti, nel frattempo, entrarono nel dehors e s’ avvicinarono al tavolino del signore che scriveva. Egli al sentire il suo nome, alzò gli occhi paziente. Marito e moglie si presentarono e gli parlarono in un ottimo italiano, senza accenti.
“Salve, professore, l’ ho vista dal marciapiede e ho detto a mia moglie: ma é lo scrittore. Dobbiamo farle i complimenti.”
Il signore s’ era alzato e aveva dato la mano a entrambi, ringraziandoli.

Alle quattro e dieci, Zanellu si mise sull’ angolo del dehors a respirare il gas delle macchine che scendevano da rue Jean Medecin. Aspettò fino alle quattro e quaranta, (guardava d’in tanto in tanto lo scrittore dietro i vetri che aveva ripreso a scrivere chissà quale trama elegante) poi cominciò a pensare che Pantera non sarebbe venuto, poteva essere successo di tutto, non c’era hascisc, gli avevano fatto il pacco, tolto i soldi, o poteva essere stato lo stesso Pantera ad aver fatto il pacco a lui, togliendogli quei mille franchi.
La realtà, se Pantera non arrivava, poteva essere ancora incredibilmente bella e felice, come dovevano essere le storie dello scrittore… Aspettava ancora dieci minuti poi se ne tornava alla stazione.
Il Bmw uscì da una traversa che il sole arrugginiva i palazzi e l’ombra s’ incassava in Rue de Medecin e nel verde dei platani. Si fermò davanti a Zanellu. La faccia di Pantera era una maschera tesa che provava a essere naturale come quando entrava al Rainbow alla Marina di Porto e i suoi occhi sondavano l’ambiente.
Come salì, Zanellu vide sul sedile di dietro una borsa da sport.
“Sono 2 chili e 250, nove panetti da un quarto di chilo di Doppio zero,” disse Pantera.
Il Bmw aveva lasciato il corso alberato per una strada laterale, il centro si allontanava e la periferia di Nizza, popolata da arabi, era una ragnatela che inesorabilmente conduceva allo svincolo dell’Autoroute.
“Passato il casello prendi la borsa in mano, mi raccomando le cinture, ti bloccherebbero i movimenti…”
Zanellu ascoltò e basta, poi con la coda dell’occhio sbirciò di nuovo la borsa e la mano, involontariamente, vi andò sopra e la sollevò un istante. Pantera gli cercò gli occhi. Zanellu sospirò.
Al casello, Pantera allungò la mano, posò il biglietto accanto alle marce e al bivio che diceva Marsiglia o Genova scelse a destra per Genova. Subito l’autostrada passava alta su Nizza, volante, il mare a destra, poi s’incassava tra i colli argillosi e penetrava i tunnel.
A quel punto non era già più il nizzardo delle palme e dei palazzi, ma il paesaggio assomigliava sempre più a quello del ponente ligure con orti, canneti al fondo dei corsi, e serre di vetri.
A Mentone Pantera tornò a guardare Zanellu. I finestrini alzati, l’aria condizionata raschiava la gola. Zanellu fissava davanti, aspettava un ordine.
“Il secondo tunnel é il nostro” disse Pantera quando il cartello diceva Confine di stato Km 6.
Zanellu respirò a lungo come se ci fosse da immergersi nell’acqua e prima di voltarsi mosse il collo come i pugili. Si asciugò le mano sui pantaloni. Prese la borsa dal sedile di dietro e se la mise sulle ginocchia. Era di una tela ruvida e in quanto a volume, le mani sentirono che avrebbe potuto contenere anche il doppio di quel peso. Allora fece andare tutto da una parte e la parte vuota la piegò riducendo il volume. All’ uscita del tunnel di Villafranche, disse “E’ quello?”
Se ne accorse prima ancora che Pantera rispondesse. La macchina aveva diminuito la velocità e lasciato la corsia di sorpasso.
“Quando entriamo nel tunnel comincia ad aprire il finestrino e a prepararti, io rallento il più possibile, l’ importante é dietro…”
Zanellu fece la faccia di chi non aveva capito. Ma ora per chiedere spiegazioni era tardi. Il cartello diceva Confine di stato km 4 Imperia km 48 Genova km 151. Poi la luce venne ingoiata dal tunnel e si accorse che la sua mano aveva aperto il finestrino quando sentì l’ aria infetta e calda della galleria.
“Sei pronto?” dovette alzare la voce Pantera.
Zanellu era già con le braccia fuori che tenevano la borsa arrotolata su se stessa, e gli occhi due fessure per respingere la sporcizia dell’aria, guardavano verso levante in modo da non farsi sorprendere dalla fine del buio… La galleria si faceva color del piombo e gli occhi sentivano la luce.
“Te lo dico io” gli aveva già detto decine di volte, Pantera. Te lo dico io quando é ora… La macchina non superava i 50 all’ora, gli occhi di Pantera erano fissi nello specchietto retrovisore, videro qualcosa che gli fece muovere gli ossi delle mascelle. Il tunnel finiva in quel preciso istante, e mentre Zanellu ricevette l’ ordine: “Ora!” il piede di Pantera aveva schiacciato sull’ acceleratore e questo era successo in concomitanza col suono del clacson che arrivava loro a 80 l’ora nel culo.
Il lancio non era riuscito, la borsa non aveva superato la rete ed era ricaduta sul marciapiede dell’ autostrada protetto dal guardarail.
“Non ha scavalcato” si voltò a dire Zanellu rientrando con le braccia e chiudendo il finestrino.
“E’ rimasto accanto al guardarail” ripeté per far dire qualcosa a Pantera.
“L’ ho visto” Seguitava a guardare nello specchietto. Si riportò nella corsia di mezzo e poi in quella di sorpasso.
Prima del penultimo tunnel il Bmw rientrò a sinistra nello spazio creato per gli addetti al lavoro e con una manovra rischiosissima cambiò direzione, scatenando alle spalle e poi a superare, un paio di clacson disperati. Zanellu sbarrava gli occhi muto. Allo svincolo di Mentone il BMW scese dall’ autostrada, Pantera cercò dei franchi e pagò la quota fissa come se provenisse da Ventimiglia.
Fece manovra nel piazzale, riprese il biglietto e imboccò di nuovo l’autostrada.
“Cosa vuoi fare? …esce un tir ci porta a Bordighera” disse Zanellu intuendo che voleva fermarsi dopo il tunnel e dargli il tempo di scendere e gettare la borsa oltre la rete. Trenta secondi almeno, non bastavano forse neanche ed erano troppi.
Il cartello disse di nuovo: Confine di stato Km 4 e Imperia 51 Genova 154, poi il tunnel rilasciò il posto alla luce e Zanellu si disse che era italiana l’aria, il suolo, quegli alberi sul fianco alto e quelli sotto, le case, il sottosuolo, tutto era italiano tranne ciò che esisteva su questa maledetta sopraelevata. Durante tutto questo tempo, non aveva protestato e all’entrata dell’infernale tunnel udí, assieme al motore ruggire meno, l’ordine di Pantera.
“Tieniti pronto, scendi, scavalchi getti, senza guardare, dove cade cade.”
Zanellu ubbidì, si tenne pronto, mantenendo il contatto con la maniglia, e quando la luce esplose e la macchina frenò, premette la maniglia, scese, scavalcò, gettò la borsa, e al voltarsi vide che Pantera s’ era mosso di una dozzina di metri in modo da dar il tempo a chi fosse uscito dal tunnel di gettarsi sulla corsia di mezzo.
Pantera accelerò e riprese velocità prim’ancora di sentir chiusa la portiera.

Il cartello Uscita Ventimiglia 1800 m. e Polizia di stato 1600 metri era all’imboccatura dell’ultimo tunnel. Poi nel tramonto li accolsero le rocce rose dai secoli e la ghiaia del Roja.
Al casello Pantera uscì la mano e mise nel cestello i franchi del pezzo Mentone Ventimiglia. Al solito i gendarmi fecero segno, mentre i finanzieri chiesero i documenti. Un brigadiere barbuto, faccia da montanaro, teneva i cani. L’ altro finanziere guardò la carta d’identità e il tesserino di Zanellu e fece segno di andare. Che rabbia, pensò Zanellu. L’ avessero avuto sul sedile dietro l’ hascisc, il peggio sarebbe stato alle spalle ormai. Ma i cani…Quei cani lì non si perdevano un grammo, non passava un grammo da mesi che quei cani lì non l’ avessero segnalato…Si rilassò un attimo, passata la tensione, sprofondò quasi nel sedile fino a scomparire.
“Il bello viene adesso” gli disse Pantera come a non fargli perdere la concentrazione.
Zanellu disse che lo sapeva.
La macchina lasciò lo svincolo ed entrò nell’Aurelia, si diresse verso Ventimiglia Alta e là, a fatica, per stradine che Pantera doveva essersi studiato appena, abbandonò l’abitato per uno sterrato. Il sole era dietro le rocce, alle spalle, era in Francia ormai da una mezz’ ora, e ai lati dello sterrato erano rovi, gerbidi quando la macchina si spense.
Scesero. Ora dalla montagna giungevano i rimbombi delle macchine nei tunnel, come pulsa una ferita. Zanellu seguì Pantera in fondo allo sterrato, andarono contro la parete di cemento che costituiva le fondamenta dell’autostrada, coi suoi giganteschi pilastri, e lassù, alzarono gli occhi e videro la rete e sentirono il traffico che ora passava come a Imola.
Pantera fece qualche passo tenendo come riferimento un punto della rete. “L’ hai gettato da lassù” disse.
E questo significava che la borsa era caduta oltre il muro di rovi che avevano davanti. Le prime ombre nere ingigantivano la selva. Trovare il carico non sarebbe stato semplice. Tornarci di giorno forse era peggio. Pantera diede l’esempio, si chiuse la cerniera della tuta fino in cima, si alzò il colletto, si tirò giù le maniche per offrire meno pelle possibile ai rovi ed entrò a schiena bassa, muovendosi a zig zag dove trovava un’ apertura. Lo stesso fece Zanellu, cercava squarci, avvertendo le spine che si fermavano tra i capelli e sulla pelle e allora sceglieva se proseguire con uno strattone, fino a sentire le spine spezzarsi nella carne e strappare il giubbetto, o se indietreggiare e cercare altre vie, ma mentirsi poiché la borsa poteva essere proprio oltre quel dolore. Gli sembrava pure di far molto rumore e ogni tanto si fermava in ascolto e riconosceva nella frasca, ora vicino, ora a venti metri, la smania di Pantera e le sue bestemmie. Zitto, gli diceva, che fra poco attiriamo qui mezza Ventimiglia.
Quando il buio fu totale e il traffico a mezz’ aria diminuito e qua e là solo più le rane al fondo del vallone, timidamente, facevano le prove al concerto della notte, insomma quando Zanellu temeva da un momento all’ altro che una raffica di fari si accendesse su quei rovi e un elicottero in cielo puntasse loro altra luce, Pantera gettò un grido di gola soffocato, come di orgasmo: “Alla macchina!”
Teneva la borsa in grembo come corrono i giocatori di rugby nascondendosi addosso il pallone. Mise in moto, ma senza accendere i fari. In retromarcia si portò al punto in cui lo sterrato terminava nell’ asfalto. Là fece manovra e i fari illuminarono la stradina che riscendeva a Ventimiglia.
Allo svincolo dell’autostrada ripresero la direzione per Genova e fecero in tempo a guardare la palazzina della frontiera, illuminata, alle spalle e le rocce buie che Zanellu sapeva piene di buchi. Ora sì, Zanellu era rilassato. Pantera mise un po’ di musica e gli chiese di aprire la borsa dietro e di cercare tra i panetti di fumo il pacchetto di sigarette. Zanellu non protestò e ubbidì. Pantera aprì il pacchetto e tirò fuori un moncone di spinello, lo raddrizzò e lo accese. Respirò…Ora l’abitacolo si riempiva di ricordi, il piacere di sentire quelli  odore alla Marina o alla Spianata di notte, arrivare e sapere che in un colpo si potevano arrestare mezzo mondo. E Zanellu si toccava la fronte e le guance e le braccia, calde e segnate dai graffi dei rovi. Anche a Pantera doveva bruciare la pelle, faceva una faccia patita o forse era già l’effetto dell’ hascisc.
Dopo Sanremo, nella notte facevano chiaro le serre illuminate sulle colline e il lungomare di Arma di Taggia. Ancora Tunnel. Il cartello diceva ora Imperia ovest 18 km. Zanellu pensava all’indomani, all’hascisc che avrebbe invaso la piazza, agli arresti, agli appostamenti, agli sbagli che si commettevano a volte pedinando magari uno invece di un altro, agli inseguimenti, a quanto di quel fumo gli era passato nelle mani e a quanto ne avrebbe recuperato, ai complimenti del questore. E forse anche Pantera pensava ai panetti da un quarto di chilo che il suo coltellaccio arroventato avrebbe tagliato in pezzi da 25, da 50, da un etto. Al prezzo che avrebbe chiesto, a dove l’ avrebbe imboscato ora. Il silenzio doveva essere pieno di strategie.
Dopo San Lorenzo la vide, la roccia del Parasio con le luci azzurre e verdi delle Logge di Santa Chiara. La macchina, per l’ultima volta si portò sulla corsia di destra e mise la freccia. Scese dallo svincolo, e Pantera pagò al casello.
C’ era una pattuglia della volante sul piazzale, un posto dove Zanellu s’ era messo tante volte, quando era ancora nella volante, a far posto di blocco. I poliziotti erano in macchina, il BMW passò lentamente davanti a loro.
Zanellu provò a vedere chi era di servizio, non riconobbe nessuno, probabile che neanche i colleghi l’ avessero riconosciuto. Meglio.
Prima dell’Aurelia, all’altezza del distributore dove aveva posteggiato la sua macchina, disse: “Lasciami qui.”
Pantera accostò e gli cercò gli occhi: “Mi dia almeno tempo fino a domani sera che faccia girare la voce e ne distribuisca una parte. ”
“Fino a domani pomeriggio, alle tre son di turno e esco,” disse Zanellu rimettendo la testa nel finestrino, come ci si accorda per il prossimo appuntamento di lavoro col collega che ti ha accompagnato fin sotto casa.
Pantera non trattò e la BMW ripartì. Fino alle tre dell’indomani, sapevano dunque, oltre la tregua non durava.

 

 

8 Responses to La frontiera nascosta

  1. Bartolomeo Di Monaco il 18 maggio 2006 alle 10:16

    Racconto con molto ritmo. C’è qualche errore. Almeno qui, Gianni, vedi di correggere:
    “il piacere di sentire *quelli odore* alla Marina o alla Spianata di notte, arrivare e sapere che in un colpo si *potevano* arrestare mezzo mondo. ”

    Bart

  2. luigi ramenghi il 18 maggio 2006 alle 10:29

    ho letto il libro di magliani, proprio bello. mi verrebbe quasi da dire che cercavo una cosa del genere. anzi, lo dico.
    grazie marino, ciao!
    luigi ramenghi

  3. oltrenauta il 18 maggio 2006 alle 12:19

    sembra interessante. bene.

  4. Baldrus il 18 maggio 2006 alle 17:05

    Un tipo pragmatico, il brigadiere Zanellu.

  5. Writer il 18 maggio 2006 alle 22:24

    dalla presentazione del romanzo di Magliani su internetbookshop:
    “C’è una partita, c’è un rischio, c’è un dolore. Un noir ambientato tra il Sud America e la Liguria scheggiata e scoscesa di Biamonti”.

    Questo passaggio mi ha incuriosito e, se non temessi di andare O. T, chiederei all’autore qualche elemento informativo in più, soprattutto sul rapporto tra Italia e America Latina, tema che mi è particolarmente caro e che segna parecchie delle cose che ho scritto.

  6. marino il 19 maggio 2006 alle 08:18

    Grazie davvero a tutti quanti. A Writer: un paio di archeologi liguri trovano in una grotta del ponente un graffiti preistorico raffigurante una scena di caccia e scoprono che la stessa rappresentazione é stata rinvenuta in Guatemala su drappi funebri e su oggetti di tombe di civiltà preincaiche in Perù. Cosí
    decidono di passare la pozzanghera. Questa é la genesi del
    romanzo e il ” rapporto” che mi chiedevi. Un augurio per le tue cose sudamericane.

  7. Un Passeggere il 23 maggio 2006 alle 00:27

    Ho scoperto Marino Magliani su NI (che ringrazio nella persona di Gianni Biondillo), leggendo un suo splendido racconto qualche mese fa. Qualche giorno fa, invece, per inevitabile conseguenza di quel primo incontro, ho investito undici euro, l’equivalente di tre pacchetti di sigarette, e mi sono portato a casa un grandissimo (si può ancora dire?) romanzo. Magliani, grazie, ma cerca di pubblicare in fretta qualcos’altro: mi sa che ho trovato il modo di smettere di fumare. Complimenti vivissimi.

  8. marino il 23 maggio 2006 alle 04:26

    ci proveremo, caro Passeggere, grazie davvero anche a te



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