C’è Vespa e Vespa/a proposito di Roberto Saviano

23 maggio 2006
Pubblicato da

di
Francesco Forlani
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Il testo che stai per leggere è il primo di un trittico (breve) dedicato al libro Gomorra di Roberto Saviano. Ai cuori ma soprattutto alle menti tutelari del ” che non si facciano recensioni o pubblicità ad un libro scritto da un autore redattore del medesimo blog” risponderò che non si tratta di recensione – la potenza di questo romanzo travolgerebbe con violenza ogni “recinzione”, steccato, classificazione di genere- né tanto meno di pubblicità: se non indiretta alla Vespa.
Allora, cosa sarà mai?
Nel primo cercherò di descrivere l’angoscia quasi handkiana del libraio che, ricevuto il volume si chiede: in quale settore, comparto, ripiano, metterò mai questo libro?
Il secondo entrerà nel merito dell’opera e in particolare sulla “potenza” della sua composizione, sui suoi dispositivi narrativi.
Il terzo sulla sua ricezione soprattutto a Napoli e dintorni. Le tre riflessioni saranno dilazionate nel tempo, in modo da non “monopolizzare” l’attenzione. Intanto faccio i miei auguri a Roberto , a Blondil e Antonello (detto Pérec) per l’uscita dei loro libri e a Jan per altre creazioni, una in particolare di nome Viviana.
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Mezzanine: dice il saggio
Quando sono entrato alla Feltrinelli di Piazza Castello a Torino m’immaginavo di trovare il libro entrando, a qualche metro dall’ingresso al punto da poterlo “scippare” e correre via tra i portici e portoni di via Po. Come Franti. Sui tavoli recanti il cartellino novità invece di Gomorra, nessuna traccia. Mi sono aggirato tra i tavoli e al terzo giro, sull’orlo ormai dello smarrimento, ho chiesto alla commessa. Carina. Ha digitato il nome sul computer e quando lo schermo si è illuminato di nuovo mi ha indicato dove cercare.
– Al primo piano
– E perché?- ho chiesto
– La saggistica è al primo piano.
Avevo letto dei passaggi in anteprima, e su Nazione Indiana, Roberto ha scritto pagine memorabili, di letteratura. Chi e cosa dice “saggio” di questo libro? Seguo le indicazioni della commessa ed effettivamente trovo il libro di Roberto accanto a quello di Giorgio Bocca, per citarne uno. Il fastidio che provavo, in un moto empatico con l’amico autore, era diventato intanto insostenibile. “Viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra” recita il sottotitolo di Gomorra. – Questo non aiuta i librai- penso sottovoce, anzi glielo dico proprio al responsabile del piano. Lui, gentilissimo mi ascolta e credo farà qualcosa. Intanto, dopo aver pagato alla cassa il dovuto ed essere uscito, non correndo, in piazza, una domanda mi risuonava dentro. Dove mettere Roberto Saviano?
Da qualche giorno ci si sta interrogando attraverso la carta stampata e i blog (vd Lipperatura) su una delle questioni fondamentali, in questo momento, della narrativa italiana. E sul modello di Porta a Porta, e Vespa (Bruno) si espongono lavagne con i pro-romanzo e i contro-romanzo, fautori di una scrittura letteraria non di invenzione, grosso modo assimilabile al reportage. Due interventi apparsi su “La Stampa” la settimana scorsa mi hanno colpito: parlo di Giuseppe Genna da una parte e Filippo La Porta, dall’altra. Interventi che secondo me sono sintomatici di una “difficoltà” a definire il campo. Innanzitutto le due posizioni non mi sembrano così dicotomiche come l’impaginato del giornale vorrebbe farci credere. Con un Genna- invenzione- a sinistra e un La Porta- documento- a destra. Tanto più che proprio Giuseppe Genna insieme ai Wu-Ming, a Valerio Evangelisti indica una via d’uscita dall’impasse, attraverso le rielaborazioni dei miti moderni e una forma letteraria “epica” – che lo avvicina alle posizioni di La Porta. Un La Porta che ho trovato commovente soprattutto nel tentativo di far riaffiorare una tradizione letteraria italiana un pò trascurata ultimamente. E allora prendendo spunto da quanto affermato da quest’ultimo mi sono chiesto. Giusto per citarne solo tre, la Pelle di Curzio Malaparte, Cristo si è fermato a Eboli, di Carlo Levi, l’Affaire Moro, di Leonardo Sciascia, ebbene questi libri, oggi come oggi, finirebbero al primo piano della libreria Feltrinelli di Piazza Castello o resterebbero nel “Rayon” letteratura, al piano terra, godendo di quella dignità letteraria che in qualche modo a Roberto Saviano viene negata? Dobbiamo per forza immaginare un piano ammezzato in cui mettere libri insoliti?
Ho cominciato a leggere Gomorra di Roberto Saviano, negli stessi giorni in cui Giorgio Vasta organizzava un incontro a cui ho assistito, veramente interessante, sulle fiction televisive, a cui erano stati invitati autori, sceneggiatori editors e produttori delle stesse. Ad un certo punto uno degli scrittori, ponendosi più o meno le stesse domande di cui sopra, citava come esempio di impasse narrativa/cinematografica il Morettismo. Non Nanni Moretti, ma la pericolosità di quell’estetica che in una sottrazione alla storia attraverso la presenza di un narratore/narrato induceva a porre come elemento di inizio e di fine il sé stesso, sacrificando sull’altare dell’autoreferenzialità ogni desiderio di raccontare storie.
La Vespa di Nanni Moretti aveva un senso in quei primi e sconclusionati anni novanta. Quella leggerezza ondivaga e sonora, quella flânerie nostalgica su un mezzo meccanico che pareva- come aveva capito Benjamin, il malinconico cercarobe- assumere l’aura del suo autore, era un antidoto al nichilismo che avrebbe devastato il paese. Quella leggerezza oggi, nel primo decennio di secolo, sarebbe insostenibile e devastante. Ecco perchè dalle prime pagine di Gomorra esplode il grido di una Vespa: quella che imbraccia il narratore come un mitra, per essere dove si è: all’inferno, o se si vuole chiamarlo diversamente, a Gomorra.

ps
Dalle nostre parti le vespe sono quasi sempre truccate. Perchè la fuga sia più veloce. Perchè nessuno ti acchiappi. E concludo con un’annotazione. Se vuoi acquistare il libro via internet ti appare questa indicazione. Normalmente spedito in 3-5 gg. lavorativi. E per i giorni precari?

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28 Responses to C’è Vespa e Vespa/a proposito di Roberto Saviano

  1. daniele il 23 maggio 2006 alle 16:14

    roberto saviano è il più grande scrittore italiano vivente!!!
    il suo libro dovrebbe essere regalato nelle piazze, dovrebbe essere donato casa per casa all’ ignara popolazione italiana.
    ciao

  2. gianni biondillo il 23 maggio 2006 alle 16:56

    Io ho un modo molto banale per capire quando un libro è letteratura o saggistica: se mi prende alla pancia è letteratura.
    E le cose che scrive Roberto mi prendono alla pancia, come una morsa.

  3. Carlo Capone il 23 maggio 2006 alle 17:18

    Non l’ho ancora letto, ma quella vespa di Francesco Forlani con la marmitta ‘sfonnata’ mi ha già punto. Grande (pre) recensione, poscritto velenosissimo, grande Saviano. Ad opere del genere dedicherei un piano di libreria a parte. Piano kapuscinski sarebbe un bel nome.

  4. marco v il 23 maggio 2006 alle 21:11

    io l’ho quasi concluso – intendo “Gomorra” – e credo che sia un portento.
    Certo, per mia inclinazione caratteriale tendo inizialmente a deprimermi (oppure a desiderare di farmi giustizia da solo..), ma è questione di attimi: poi capisco che l’ambizione dell’autore (e anche del lettore) devono essere superiori, pur partendo da un livello che è prima di tutto il valore della testimonianza… – e in questo caso quella di alcuni sacerdoti, ad esempio.. –
    Come ho scritto altrove (e anche a Saviano stesso ;) , per suggerire questo libro fermerò la gente per strada. A costo di prendermi del matto!

  5. Antonio D. il 23 maggio 2006 alle 21:43

    Per me Saviano è il più imporante scrittore italiano vivente. Gomorra è un romanzo di verità, ho pianto come un bambino. Chi non lo leggerà si perderà il più bel libro degli ultimi cinque anni, anzi dieci. Grazie Saviano.

  6. Antonio D. il 23 maggio 2006 alle 21:47

    Sempre io, scusate. Ho una curiosità. Io provengo da un paese del napoletano, mio padre mi raccontava sempre che le persone che provenivano dalle zone di Saviano, avevano tutte il coltello in tasca. Mio padre continua a dirlo, domanda idiota, ma uno come Saviano il coltello in tasca lo tiene o no?
    Penso di no, tiene la penna…Ma la domanda sorge spontanea…

  7. cristina il 24 maggio 2006 alle 00:38

    Feltrinelli Piazza CLN Torino
    Gomorra è al primo piano, in Attualità.

    Gomorra può essere catalogato in qualsiasi modo, resa il fatto che quando leggi i passi di Roberto senti una morsa nell’addome, questo è importante!

  8. Cato il 24 maggio 2006 alle 00:59

    @ Roberto Saviano

    Solo tre parole, una stretta di mano, un abbraccio fraterno: grazie di esistere.

  9. Diego Ianiro il 24 maggio 2006 alle 12:45

    [per Roberto Saviano]

    avrei dovuto farteli, prima o poi e nonostante l’invidia (vera ossessione) e nonostante io.
    non sapendo dove te lo dico qui:
    complimenti
    [veramente]

  10. damiano il 24 maggio 2006 alle 18:13

    Grazie Roberto,
    c’è molto da imparare – moltissimo da fare.

    A Feltrinelli Largo Argentina, Roma, dopo tre giri tra le novità esposte vicino all’entrata, sull’orlo dello smarrimento, ecc. – il libro mi è stato indicato nel settore “Criminalità”, in fondo al grande ambiente di piano terra.

  11. gianni biondillo il 24 maggio 2006 alle 22:01

    “Criminalità”??? Ma chi fa i settori nelle librerie?

  12. temperanza il 29 maggio 2006 alle 13:30

    Arrivo dal post su Zangrando e (pur con tutta la stima, ed è davvero molta, per Roberto Saviano) alcune reazioni di là mi spingono a chiedere anche qui, ma si deve proprio dire:

    “roberto saviano è il più grande scrittore italiano vivente!!!” ?

    oppure

    “Per me Saviano è il più imporante scrittore italiano vivente.” ?

    Se non avessi già avuto occasione di sapere chi è Saviano, giuro che sarebbe bastato questo per metterlo idealmente nel settore Circo Orfei. Andiamo ragazzi, e non sono neppure sicuro che Saviano ne sia contento, anzi, dubito.

    Biondillo, la pancia va bene, ma non c’è mica solo quella per giudicare se una cosa è o non è letteratura.

    @saviano
    lo comprerò, il libro, ti ho già letto e lo faccio a ragion veduta, ma “i più grandi scrittori viventi” mi fanno sempre venire l’orticaria.

  13. gianni biondillo il 29 maggio 2006 alle 14:06

    Temp, la mia semplificazione come ogni semplificazione è semplificatoria. Ovvio. E io per primo (e Roberto insieme a me) non direi mai che Saviano è il più grande scrittore vivente dell’universo.
    Capisco che il tuo nick impone una certa misura e moderazione. Ma è anche vero che certi entusiasmi sono sani. Poi con la giusta calma (e temperanza) si saprà setacciare il grano dalla pula.
    Riconosciamogli quanto meno, a Roberto, delle quattro virtù, almeno la fortezza, no?
    ;-)

  14. daniele il 29 maggio 2006 alle 19:00

    @ temperanza
    dico, sarà possibile essere emotivi ed emozionali nello spazio comunicativo di un blog. il mio breve commento di qualche giorno addietro è scaturito dalla imminente lettura e da un senso di partecipata empatia verso l’autore del libro tuttavia, come dice biondillo, sarà il tempo a restituire i giudizi su saviano.
    il mio commento così azzardato è stato magari un modo per segnalare la lettura di qualcosa che valga la pena leggere dinanzi a tanti scritti che sembrano nati come “spilli per inculare le mosche”(da saviano 17.04.05 su nazione indiana).
    buon lavoro a tutti
    ps. saviano è il più grande scrittore italiano vivente

  15. fabio il 29 maggio 2006 alle 19:39

    @daniele

    so che hai letto entrambi i libri di cui ti sto per parlare: saviano e l’ultimo desiati (e sei riuscito anche nell’impresa di dies irae, per dire…).

    e già questo è un punto oggettivamente a tuo favore, visto che, in effetti, mi ci metto anch’io, il sospetto per vaghe (o verbose) esaltazioni o, all’opposto, per stroncature spietate, fa il paio con l’istinto a voler parlare di libri SENZA ancora averli letti, affidandosi piuttosto al ‘dibattito’ che essi producono, perchè si ‘leggono’ con urgenza (con istinto, rimandandone letture critiche e più ‘organiche’), come SINTOMI del discorso culturale, o letterario, o politico corrente.

    ma ora beccati genna che mirabilmente ‘rilegge’ l’ultimo romanzo di desiati, che tu hai letto, e vai se vuoi su carmilla di oggi per il resto (con tanto di lettura stilistica finale, a riscattare l’apparente trascuratezza del suo stile: me se fosse voluta, diciamo necessaria, quella trascuratezza? vabbè…).

    ecco, ‘gomorra’ e ‘vita precaria ecc..’ (e dicevo, in un altro post, anche nove, perchè no?, accanto, in un tutto un po’ indifferenziato):

    ” Non è dissimile, il tentativo civile che Desiati conduce a termine con questo suo nuovo romanzo, dalla carica e dall’impatto di Gomorra di Roberto Saviano: altro genere, altra poetica, eppure medesima appartenenza alla frangia estesissima di chi privilegia lo snodo tra politico e poetico, adottando qualunque retorica a sua disposizione, senza che l’attenzione sia centralizzata sulla modalità o sullo stile, ma sulla potenza d’impatto rispetto a un enorme rimosso collettivo, che è non soltanto la storia recente dell’Italia, ma anche l’immaginario che doveva esserne partorito e non lo è stato.”

    Ora, la moda (forse anche su NI) della critica lett. ‘generazionale’, nel peggiore dei casi, ‘agonistica’, nei migliori, è quella di intruppare le voci e le espressioni odierne, benchè dissimili, per parlare come sai di ‘nuove ondate’ della narrativa (o della poesia) italiana, eccetera. come fossero tutti, indistintamente, ‘sintomi’ di qualcosa (sintomo di qualcosa che, alla fine, si mostra per quello che è, per quello che non in altro modo ci si affanna a definire: in modo, cioè, indifferenziato…).

    Tu che hai letto i due libri e so che, distintamente, ti sono ‘piaciuti’, ti hanno convinto, potresti ora ‘riscattare’ il sospetto di temperanza (che ci sta, per carità), di un tuo approccio ai testi troppo ‘empatico’, eccetera. ci saranno delle differenze, insomma, tra i due libri e quindi tra le tue valutazioni….

    saluti (ricordati di tondelli…), f.

  16. temperanza il 29 maggio 2006 alle 19:57

    D’accordo, di fronte a tanta empatia, sì, Saviano è il più grande scrittore italiano vivente. Contento, Daniele?

  17. temperanza il 29 maggio 2006 alle 20:01

    Però, contentato Daniele, non si può parlare dei libri senza sbrodolare sempre nell’un senso o nell’altro?

    Cioè parlarne con serietà, anche se con empatia, o leggerezza, o passione? Secondo me vi fa paura la fatica, dare un giudizio articolato e senza superlativi è un po’ più faticoso di dire svengo di fronte a tanta grandezza. O no?

  18. daniele il 29 maggio 2006 alle 23:45

    @ temperanza
    mi piace molto sbrodolare, ho 23 anni e preferisco buttarmi a capofitto nelle cose che dico anche a rischio di prendere cantonate colossali(questioni di età, credo)
    comunque qua sotto proverò a rispondere.
    @ fabio
    sarò lungo(spero di non scrivere troppe cazzate)
    posso dire, con umiltà, che la stampa sta facendo molta confusione attribuendo una linea comune a libri come quello di desiati, nove(2006), bajani(2006), dezio(2004): ovvero l’idea di una nuova narrativa del precariato che non esiste in alcun modo! Ripeto: questa linea esiste solo nelle teste degli editor delle grosse case editrici. Esempio lampante il titolo del libro di desiati che dice: “vita”( e non) “lavoro” precaria/o. giocando sull’effetto che la parola “precaria” suscita in mezza europa da diversi anni a questa parte. nulla di più lontano, credimi, dalla realtà del testo. in desiati resta solo sullo sfondo la condizione lavorativa del giovane martino.

    altro punto dolente, il fatto che si voglia parlare del libro di desiati omettendo il finale: questa situazione ai limiti del grottesco la si vive ovunque desiati vada presentando il proprio libro. tutti parlano, recensiscono, disquisiscono tuttavia aggirando il fatto determinante del romanzo.
    Una volta per tutte: martino bux è uno schizzato, nevrotico qualunquista che ha perso l’amore della sua vita, Toni, nell’incidente aereo di malpensa 2001 (ma questo è il finale del libro) e da allora finge di scriverle lettere e finge che Toni gli risponda: con il risutato che noi siamo indotti a credere che toni faccia la volontaria in africa e funga da controcanto buono e filantropico del sottoculturato martino. senza sapere che così facendo martino narrativizza, idealizza una toni che non esiste se non nella mente deflagrata del protagonista. senza sapere che i rapporti burberi intrattenuti con i genitori, in apparenza quelli che ogni tardoadolescente o “mammone” italiano potrebbe avere, sono in realtà una distrazione della percezione tra la pazzia di martino che appare vittima per l’intero libro, e la sanità-normalità di genitori che per tutto il romanzo appaiono come i portatori di quelle colpe che inesorabilmente i padri farebbero ricadere sui figli.
    adesso svelato il mistero la lettura potrebbe iniziare, io mi fermo qui per desiati giacchè credo di non aver i mezzi per proseguire. tuttavia ritengo che la critica dovrebbe occuparsi di vivisezionare il testo e non di preoccuparsi di incasellarlo nello scaffale giusto. mi permetto di dire che è un libro importante.

    su saviano:
    parto da un punto: ho avuto modo di sentire saviano dal vivo, presso una libreria leccese l’anno scorso. questo libro se lo portava dentro da anni perchè, come recita anche genna nel suo mirabile dies irae: chi sa troppo, o tace o racconta tutto! saviano ha raccontato tutto tutto circa quella trincea dalla quale scrive che è la campania. il suo libro è anomalo( recita la quarta di copertina) perchè è il libro di un giornalista indipendente molto informato che non ci pensa su a gettare il suo occhio sulla materia incandescente che egli vede sotto gli occhi. è un libro che fa letteratura con i bilanci comunali, con le carte bollate della realtà politica ed economica della zona geografica analizzata. ma è anche il libro che ci racconta chi sono i nuovi boss di quella che non è più la “Camorra”(alludendo con ciò a “guappi” armati di coltello) ma il “Sistema”, parola che a me evoca echi letterari e filosofici diversi: uno su tutti la definizione di “sistema” che Roland Barthes dà nel suo “Frammenti di un discorso amoroso”, 2001, pg 188.
    SISTEMATI: il soggetto amoroso vede che intorno a lui tutti sono “sistemati” e gli sembra che ognuno disponga di un piccolo sistema pratico e affettivo di vincoli contrattuali da cui si sente escluso; egli ne ricava un ambiguo sentimento d’invidia e di derisione”.[…] Egli vuole fare parte di un sistema poiché il sistema è un’insieme in cui tutti hanno il loro posto.[…](Forza delle strutture: ecco ciò che in esse è desiderato).

    E forse proprio adesso si può tentare addirittura di accomunare Desiati e Saviano, laddove la follia di chi scrive lettere ai morti e quella di chi rischia la propria morte seguendo i percorsi della mala napoletana basterebbero da sole a lodare i libri di due autori che hanno provato con i loro mezzi a scalfire, se non a buttare giù la sistematicità e sistemabilità delle nostre vite, entrando duro sull’attualità dei fatti e dei sentimenti. Sull’attualità del rischio che oggi corre uno spiantato, qualunquista e “mezza-sega”(parole di Desiati) Martino Bux dentro la regolarità di quelli per cui “in fondo/accontentarsi di mille lire di più/ in saccoccia, è una forma di santità”, (PPPasolini nell’esergo di Desiati).
    Buon lavoro.
    Daniele.

  19. gianni biondillo il 30 maggio 2006 alle 10:13

    Cazzo, Daniele, mi hai svelato il finale di Desiati. ora non lo leggo più!
    ;-)

  20. temperanza il 30 maggio 2006 alle 11:48

    Volevo commentare l’estetica della matita, ma insomma, egoisticamente non voglio far la fine di san Sebastiano e altruisticamente penso che di me se ne abbia abbastanza.

    Mandi

  21. fabio il 30 maggio 2006 alle 12:05

    @daniele

    hai riscattato, eccome, i sospetti che gravavano, per via generale, sul rapporto ‘empatico’ coi testi. leggendo, e riflettendo; e poi, con un sano e fresco guizzo leggero, rivendicando la passione che s’accende, magari sbagliando, ma accendendosi.

    però… : ‘il metodo, ecco l’essenziale’, mi pare dicesse sterne. mi pare.

    ecco, a me, preventivamente, interessa il metodo, il laboratorio, l’officina di uno scrittore, di chiunque voglia avere ‘intelligenza della realtà’ (proprio materialmente: la scrivania o le scrivanie, quali e quanti libri, come si lavora, eccetera).

    lì, in quello spazio, si decidono le forme (letterarie, narrative o poetiche, o ‘critiche’) nelle quali un materiale raccolto, inevitabilmente, dalla realtà, dalla propria esperienza di realtà, avrà poi disposizione testuale (narrativa, letteraria, eccetera).

    da questo cruciale punto di vista, io credo, non saviano e desiati in quanto tali, ma gli autori di oggi in generale, vadano ‘letti’, e poi ‘riletti’ criticamente. come sintomi, appunto.

    per esempio, se interessa, come sintomo dell’ipotesi di una scrittura ‘civile’ rinnovata ma resistente. come sitomo di un ‘metodo’ potenziale, potenzialmente comunitario, nella sua fruizione.

    leggevo di là che il punto della ‘tenuta’ del neo-governo democratico (non ancora il grande partito-governo democratico populista) è confrontarsi, infine, con il metodo del tertium non datur. la ‘guerra umanitaria’, sì o no: la mafia, sì o no.

    ecco, credo che il metodo di saviano sia di per sè una risposta IN letteratura all’ipotesi di una scrittura ‘civile’. tutti gli autori, d’accordo, sono liberi di sperimentare e di esprimersi come, in quel momento della loro esperienza di realtà, ritengono di fare (nove, desiati, saviano, eccetera). c’è un rinvio tondelliano (ancora lui….), ad una lieta epigrafe di p. bichsel: ‘in fondo, la letteratura è una forma di gioco, che piace agli uni, gli scrittori, e agli altri, i lettori: una forma di gioco a cui si può decidere di partecipare o meno’.

    secondo me, però, giocando, occorre evitare di fare confusione e sovrapposizioni (intertestuali) almeno tra i METODI di un lavoro. questo per gli uni e per gli altri. sembra ovvio, ma per processi che stanno forse a monte, forse già dentro i testi di certi autori (vedi editoria – critica – uffici stampa eccetera…), non lo è. e tutto finisce col nutrire questa grigia spuntata melassa monolitica che sembra essere la cultura, la letteratura il romanzo italiano oggi. a scapito dell’esatta ricezione critica dell’invenzione finale di desiati, ad esempio. ma soprattutto danneggiando, offuscando e stemperando l’indicazione di metodo dello scrittore-saviano, che mi pare una delle più rilevanti ‘novità’ del romanzo italiano oggi. su cui occorerebbe riflettere, senza strabismi comparativi…
    saluti, fabio

  22. francesco forlani il 30 maggio 2006 alle 17:21

    Prima di venerdì dovrei “postare” il secondo intervento. Come scritto a premessa del primo, entrerò nel vivo del romanzo (che di romanzo di tratta). Si intitolerà: Kalashnikov Kafè . Spero che Temperanza abbia per allora letto il libro di Roberto. Avere qualche sua nota a riguardo sarebbe comunque, per molti di noi, un privilegio.
    effeffe

  23. temperanza il 30 maggio 2006 alle 18:26

    @Biondillo

    Gli entusiasmi sono sani, sì, non son mica una suorina, ma tutte queste esagerazioni stuccano,
    comunque se ci riesco domani me lo compro, se non altro per non essere sberleffeggiata da @ effeffe;–)

  24. gianni biondillo il 31 maggio 2006 alle 00:16

    Cazzo, Temp… già che ci sei compra anche il mio, no?
    Non lo sai che sono il più grande scrittore di tutti i tempi? ;-)

    (diciamo il più “grosso”, dai…)

  25. temperanza il 31 maggio 2006 alle 01:17

    Ma non sono mica Creso, mandatemeli, ‘sti libri, e io ve li commenterò, giuro, e dirò che siete i più grossi scrittori del paese, anche se siete secchi, mano sul cuore;–)

  26. Daniela il 1 giugno 2006 alle 00:05

    Saviano è bono!

  27. daniele il 1 giugno 2006 alle 23:11

    su http://www.ilprimoamore.com
    Antonio Moresco parla di Gomorra di Roberto Saviano: imperdibile!

  28. Francesco Murano il 16 luglio 2006 alle 22:09

    Si il libro di Saviano dovrebbe leggersi in Confindustria, ai vertici, e poi per strada così da disvelare la continuità tra il circuito illegale e l’economia quotidiana… e si parla di polo del lusso e poi si scopre che il lusso è prodotto da mani esperte e sottosalariate, e si parla di invasione asiatica per poi scoprire che gli stessi imprenditori ora allarmati utilizzavano la stessa manodopera che ora si affranca e termina in proprio il circuito di distribuzione e vendita. Si scoprono troppe cose troppo vaste nel libro di Saviano ed io scopro di amare ancora di più la gente di questi quartieri nel loro bisogno disperato di vivere… penso che senza queste persone l’economia legale non avrebbe sufficiente volano per sostenersi… e mi piacerebbe approfondire… e poi questo libro mi riallaccia alle radici che tornano prepotenti e sono canti di sirene… desiderio di riapprodo nel ventre dell’antica ma violenta metropoli, ricca di una umanità semplice, fertile, disperata e felice… e poi mi rimanda ad una vecchia amicizia che per caso ritrovo tra post e recensioni… felice di reincontrarti Francesco !!!



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