L’insostenibile kitsch della giovinezza

25 maggio 2006
Pubblicato da

egon.jpgOsservazioni su Il libro di Egon di Stefano Zangrando

di Gianluca Gigliozzi

“Ebbi un principio di nausea. Di che si trattava? Il vino, la Brezel, la pagnotta al formaggio? Macché era qualcos’altro. Quell’improvviso voltastomaco era un malessere interiore, spirituale […]”.

Apparentemente Il libro di Egon (Greco & Greco Editori, Milano 2005) è il solito libro del giovane scrittore sulla giovinezza, del giovane scrittore che usa la scrittura per mettere in scena (e rimettere in sesto…) la propria incontenibile o anche desolata giovinezza, per ricostruirne le linee di tensione e di dispendio, mostrarne le deboli configurazioni e gli emeriti collassi. Ma la differenza è grande rispetto al modello imperante, anzi, a mio avviso, la sua caratteristica è proprio nel rovesciamento del modello. In questo testo leggiadro e crudele viene scalzata l’astuzia della giovinezza che si rispecchia in forme complici: è azzerata cioè la complicità pornografica, anche se ben accetta non solo dai giovani lettori, tra la giovinezza rappresentata e la giovinezza dei lettori (che a volte non sono neanche anagraficamente tali, ma vogliono sembrare e dire di esserlo). Così, il modello della opportunistica e ultramercantile letteraturina per venti-trentenni in cerca d’emozioni fortissime viene tenuto presente da Zangrando per essere progressivamente e sottilmente smontato. Un testo nitido ed esilarante, questo, che funziona, per me, anche – ma non solo – come una parodia capillare del giovanilismo letterario di gran voga, compiaciuto, segnato da un manierato vitalismo e dalla coazione a trasgressioni preconfezionate: insomma, kitsch e vacuo al punto giusto, così come lo vuole il Nuovo Dominio (e la parodia è già nel nome dell’attore del tragicomico apprendistato, tutto all’insegna del rovinoso pronome; e anche di più nel cognome, Ventura, a indicare ironicamente una tensione, più che altro mentale, all’avventura e al rischio). Per rovesciare l’ameno genere (più educativo di quanto credano, da scontenti, i soliti polverosi moralisti, scontati promotori d’altre gabbie: nel senso che questo genere educa a godere della propria gabbia, del proprio giro chiuso di riferimenti condivisi/risaputi e di programmatiche spremute, altro che strizzatine, d’occhio) – dicevamo, per attuare il rovesciamento, Zangrando inietta, un po’ diabolicamente, in un intreccio ordinato e ordinario, le sottigliezze e i sussulti del pensiero interrogante: si prende tutto il tempo di rovinare il tempo del plot, mette l’indugio dove ci si aspetterebbe libidine narrativa, concepisce il movimento anche come mentale, s’abbandona alla passione un po’ metafisica e kunderiana per le definizioni e gli ètimi: insomma fa della libertà un principio di composizione. In tal modo rompe il meccanismo implacabile che fonda e giustifica il modello: ovvero fa largo all’ombra interna, fa spazio alla domanda che s’interpone tra percezioni ed eventi, e neutralizza così, nella sospensione dolorosa e necessaria, ogni ingranaggio canonico. Zangrando scrive con una trasparenza strafottente, la sua prosa prende energia e fascino da una forma cristallina e inesorabile, lenticolare e divertita, nonostante qualche discontinuità. Il protagonista Egon, giovane altoatesino da poco laureato in lettere, decide di s-provincializzarsi con un viaggio-premio nella cosmopolita Berlino; decide cioè di mettersi alle spalle (magari per sempre…) la sua identità sofferta ma ben consolidata di intellettuale inchiodato a un milieu confortevole quanto snervante, sopportato grazie alle velleità letterarie e a una percezione libresca delle cose, avulsa dalla vita dei sensi. Egon è ossessionato dalla enormità dell’esser vivi e della possibilità di aprirsi alla vita come esperienza totale, di cui la multiforme Berlino diventa il simbolo o anche la prefigurazione. Il suo percorso di desiderio e frustrazione, tra erotismo trasognato e fluttuazioni dell’io vacanziero (reso vacante dalla “vacanza esistenziale”), tra insorgenze oscure e balenanti epifanie, è una sorta di tragicomico sogno di regressione verso una condizione pura, originaria, insieme infanzia mitica e adolescenza finalmente e infinitamente appagata. Con acume Zangrando rilegge un fenomeno minimo, particellare, in parte connesso con l’infantilismo dilagante nel nostro tempo superspettacolare, che però caratterizza i tratti determinanti della psyché di molti suoi coetanei (e coetanei di Egon), cioè il rimpianto di giovani non giovanissimi di non aver vissuto fino in fondo la giovinezza, di non essersi abbastanza sottomessi all’ideale della giovinezza, così com’è stato modellato dalle rappresentazioni e dalle convenzioni dell’Occidente progredito e satollo. L’epifania quasi-finale e forse rivelatoria è quella, onirica e grottesca, di un signore paterno ed estraneo, un simbolo insolente che potrebbe forse leggersi come il Nuovo Super Io, che non censura né castra più, ma semmai obbliga al godimento, impone ai giovani e agli uomini del presente il dogma della giovinezza perpetua, del godimento totale e della vacanza altrettanto totale, pena l’esclusione dalla vita, dalla Vita Vera.

Sul piano formale Zangrando tenta una sintesi difficile e ardita tra i suoi due numi tutelari, al cui magistero dichiara di rifarsi proprio all’interno del racconto: Kundera e Gombrowicz, (ma, a quanto possiamo ricordare, più il Gombrowicz del grottesco cifrato di Cosmo che quello comico-espressionista di Ferdydurke). Ha il coraggio di confrontarsi con esempi alti ed europei, cosa rarissima in Italia, di questi tempi; va da sé come non sempre tutto possa andargli per il verso giusto, e come alcuni segmenti narrativi non sembrino intimamente necessari. Inoltre il fraseggio risulta talvolta fin troppo prosastico, cioè appagato della propria capacità di mimesi, d’illusoria riproduzione: dunque non sempre meditato; per quanto, specie nei segmenti più speculativi, e negli enunciati più complessi, esso si dispieghi calibrato e sinuoso. Infine, le convinzioni di Zangrando sull’arte in generale (pag. 165), espresse con una divagazione filosofica à la Kundera, non riescono ad innalzarsi sul piano ludico, come lo stesso maestro propugna (non sempre, peraltro, rispettando il proprio insegnamento…), ma restano proprio quello che non vorrebbero sembrare: cioè delle convinzioni personali, peraltro non strettamente agganciate al “discorso” del libro. Ma si perdona volentieri a Zangrando questa caduta nel “personale”, anche perché queste sue convinzioni sull’arte sono discutibili ma fondamentalmente razionali, e da esse traspare una legittima e vitalissima insofferenza per il soggettivismo sfrenato e opportunistico di tanti discorsi e rappresentazioni che infestano lo spazio pubblico, che ha come conseguenza una notevole contrazione della razionalità critica.

Quello che, in definitiva, colpisce però in un testo del genere, è la sua capacità di alludere a un fondo di insensatezza non astrattamente inteso ma concretamente “attivo” e perturbante, dunque la tensione a un irrappresentabile che sottende l’esperienza e la concatenazione di eventi che si agglutinano nel cosiddetto quotidiano: concatenazione, questa, che forma una specie modesta di tutto, di cui l’opera denuncia la falsa continuità, e da cui traspare la natura insufficiente di tempo orizzontale, di puro presente: di tempo dell’accumulo, finalmente spogliato del mito (di massa) ed esibito come non innocente. Il tempo dell’accumulo è sempre pieno di buche e squarci dispersi sotto l’accumulato: e solo inciamparci, finanche fratturandosi qualche osso, può far diventare il viaggio una vera esperienza: ma è proprio questo che gli eterni giovani, gli egoici Egon, non vogliono sapere e dire…

9 Responses to L’insostenibile kitsch della giovinezza

  1. effeffe il 25 maggio 2006 alle 12:11

    Sottoscrivo quasi tutto della lettura di “Egon” fatta da Gigliozzi. L’unica cosa da cui dis-sento è il non vederci del grottesco “comico-espressionista “, che confesserò, ritrovo nelle pagine più felici del romanzo. In particolare nella descrizione di personaggi incidentali e necessari – la proprietaria della camera, la bibliotecaria ecc. Trovo che Zangrando appartenga a quella scuola – nord est italico- di poeti, saggisti, narratori, che posseggono tra le varie qualità narrative quella di poter alternare, sovrapporre, confondere, codici differenti. Un romanzo di formazione ma allo stesso tempo capace di interpretare i luoghi dell’origine (heimat altoatesino esotico quanto un villaggio del Laos) e soprattutto tempi, in particolare quello del ritorno, in cui emerge la poesia da cui è “vissuto” Stefano.
    effeffe

  2. Giacomo Sartori il 25 maggio 2006 alle 20:27

    Pure io ho trovato il romanzo di Zangrando estremamente interessante. E vorrei fare – purtroppo senza avere il libro sottomano – qualche postilla agli acutissimi e molto stimolanti ragionamenti di Gigliozzi.

    Anch’io leggendo Il libro di Egon mi sono ritrovato a riflettere – credo sia inevitabile, visto che ci sarebbero tutti gli ingredienti – sull’abissale distanza dai tanti testi in misura maggiore o minore giovanilisti. In questo romanzo non c’è la minima traccia di giovanilismo. E’ anzi il lettore stesso – intriso malgrado lui dal giovanilismo imperante (da dove nascerebbero altrimenti queste nostre riflessioni?) – che vorrebbe a tratti che il giovane personaggio si giovanilizzasse un pochettino, nella fattispecie facesse finalmente un po’ di sesso. Ma in realtà Zangrando non è in polemica con il giovanilismo dei molti giovani o meno giovani (italiani e non) che parlano di giovani o meno giovani, ma come dire, se ne va avanti sospinto da un suo vento diverso, fa “qualcos’altro”. E’ evidente che la sua preoccupazione non è – come dice meglio di me Gigliozzi, con delle azzeccatissime definizioni – quella di sedurre il lettore utilizzando le corde della trasgressione e/o dell’epopea giovanile, è evidente che non considera come un bene in sé l’essere giovani, che quindi è immune dai tarli – il cui lavorio può avvenire alla luce del sole, o più spesso subliminalmente – del narcisismo e dell’autocompiacimento. Il personaggio di Zangrando considera il proprio statuto di giovane – statuto che la nostra società e tanta nostra letteratura mitizzano e feticizzano – uno stato precario, guarda già oltre. Tanto è vero che non si stupisce più di tanto quando, alla fine del libro, nello spazio di un paio di mesi, si accorge che lo ha già bell’e che perso.

    L’altra puntualizzazione riguarda i riferimenti letterati, smaccatamente espliciti. Anche qui ci si trova a riflettere su una peculiarità che avrebbe tutti i presupposti per essere il difetto tipico di tanta narrativa italiana, e che invece non si traduce affatto in difetto. I richiami a Kundera e a Nabokov sono in effetti ripetuti e insistenti, sfiorano qua e là (soprattutto nei confronti di Kundera), come segnala Gigliozzi, il pastiche. Eppure – tranne appunto qualche piccola e per me non grave caduta – il tutto resta estremamente personale, va avanti portato da una sua necessità intrinseca. Anche questo mi sembra un elemento notevole. Come dire, non è vero che un esordiente (ma anche un non esordiente) debba per forza prendere subito le distanze dai propri numi, il fatto che abbia dei riferimenti ben precisi non implica necessariamente che resti ingabbiato nelle asfittiche strettezze dell’imitazione. I suoi numi può anche abitarli dall’interno, farseli propri.

    L’altro elemento, forse non sottolineato da Gigliozzi, è che il personaggio di Zangrando – come del resto Zangrando stesso – è altoatesino. Si esprime in italiano, ma non è italiano. Non è quello che si intende per “italiano”. E’ cresciuto in un posto dove gli italiani hanno delle radici recenti e precarie, sono per moltissimi versi degli stranieri, un posto dove la lingua italiana è minoritaria. Un luogo che lui non può considerare la propria terra, e dal quale è per certi versi respinto (l’intolleranza e le ristrettezze mentali). Il proprio bisogno di capire se stesso e il mondo, bisogno appunto necessario e quasi doloroso, nasce da questo spaesamento. E io non riesco a non vedere proprio qui l’origine della distanza dalla(e) convenzionalità dei testi giovanilisti, e l’origine della profondità dei rapporti – “necessari”, quasi viscerali, mi verrebbe da dire, nonostante la sua indole resti in fondo molto cerebrale – con i propri riferimenti letterari. Come tanta altra narrativa di qualità degli ultimi tempi, il testo di Zangrando mi sembra nascere dai margini (in questo caso geografici e linguistici). Se dio vuole la nostra molto conformata – anche letterariamente – Italia, è fatta anche di questo.

    Non mi sembra casuale che ci si ritrovi a parlare dei difetti che questo libro non ha. Ma le cose da dire sarebbero in realtà – come per qualsiasi testo di notevole spessore – anche molte altre. Si potrebbe partire invece delle qualità.

    NB: Zangrando la settimana scorsa ha pubblicato su NI un saggio su un mio romanzo: il nostro non è un incensarci a vicenda, non comunque premeditato. A quanto pare la stima è reciproca.

  3. tashtego il 26 maggio 2006 alle 19:45

    tutto bene.
    però mi permetto di dire che io conosco una che si chiama Ventura di cognome e tutto indica (tristezza, bruttezza, piattezza, squallore, stupidità, ecc.) tranne che “una tensione, più che altro mentale, all’avventura e al rischio”.
    forse quel cognome è solo un cognome.
    qualsiasi.

  4. tashtego il 26 maggio 2006 alle 19:46

    Effettivamente il vostro non è un incensarvi a Vicenza.
    Ma allora dove?

  5. temperanza il 29 maggio 2006 alle 09:22

    Ho letto un po’ in fretta quelli che mi hanno preceduta, e rimedierò, per fortuna anch’io ho letto il libro, inizialmente con una piccola diffidenza, temendo di trovarmi di fronte a un’ennesima forma di giovanilismo. Poi con grande divertimento (Zangrando ha il dono dell’ironia, beato lui) e la prima brutale formula che mi viene in mente per descriverlo un po’ in sintesi è “scrittura di resistenza” . Non nel senso corrusco di essere in armi contro qualcosa, ma semplicemente della resistenza dell’intelligenza contro i modelli precotti che ormai ci soffocano (o almeno soffocano nella noia me) e nel coraggio, perché ormai ce ne vuole molto, di ritrovare le proprie radici nella grande letteratura europea, e non sempre in quella senz’altro dominante e probabilmente vincente di modello americano.
    Io sono andata a pescare i modelli ancora più lontano e Ventura, con il suo stupore e la sua perplessità, mi ricorda, ma solo nel tono ovviamente, la voce del giovane Peter Schlemihl di fronte a tutto quello che esce dalle tasche del diavolo.
    Capisco la perplessità di Tashtego di fronte ai toni un po’ magniloquenti di Gigliozzi, ma il libro è un bel libro, molto fuori dagli schemi.

  6. Cato il 29 maggio 2006 alle 12:21

    Sono veramente contento di leggere questi autorevoli giudizi sul romanzo di Zangrando, “bello” e “molto fuori dagli schemi”, come giustamente dice Temperanza. Concordo con molte delle linee interpretative esposte, che non vale la pena ribadire, tanto sono state chiaramente enunciate, ma mi preme porre l’attenzione su uno spunto contenuto nel commento di effeffe, perché è quanto anch’io ho avvertito con particolare forza rileggendo il libro a distanza di qualche settimana. Parlo dell’impressione, netta, che il romanzo sia costruito, in modo consapevole, su una trama e un vissuto poetico che ne costituisce la cifra essenziale, un percorso sotterraneo, in filigrana, che attraversa tutta la narrazione, ben dissimulato dall’uso di alcuni artifici usati in modo molto calibrato: un’ironia che fluttua dalla matrice socratica di fondo a punte di grottesco “comico-espressionista”; l’ostentazione, molto spesso in chiave di schermo, di “modelli” generazionali da dissacrare o già in fase di palese disfacimento, etico prima ancora che antropologico; il ricorso, mai sopra le righe, all’autorità dei maestri, che non ha solo funzione esornativa o metatestuale, in quanto segna le coordinate precise di una ricerca, di un percorso che non sfocia nel riconoscimento di una realtà “altra”, diversa finché si vuole ma comunque già storicamente e culturalmente data, ma si pone nell’ottica della lenta, faticosa costruzione di una geografia antagonista, una sorta di proiezione utopica che non è mai evasione fine a se stessa, piuttosto un luogo concentrico dove convergono frammenti di senso restituiti a una sguardo che li legge, e li iscrive nelle sue coordinate, per la prima volta. Il “poiein”, restituito alla sua essenza, mi rimanda l’idea di un romanzo costruito, anche, a partire da un’intuizione, un’idea balenata nei territori che si aprono tra storia e coscienza: quella di un “altrove” che si profila fuori da ogni fissità del dato, e si definisce nella sua natura mobile di spazio sempre da inventare. (Penso, in modo particolare, alla sesta parte del libro).

    p.s.

    Domanda (sempre la solita, e non solo qui): se ci si imbatte in libri di valore, che in qualche modo rompono la monotonia al ribasso (e al degrado) del panorama letterario-editoriale italiano, cosa si fa? li si ignora per evitare la (eventuale) enfasi e magniloquenza della presentazione? Si lasciano commenti asettici e anonimi? Ormai basta usare un aggettivo, piuttosto che un altro, per passare dal novero di coloro che, anche ingenuamente, desiderano esprimere gioia per un buon libro letto, e comunicarla agli altri, all’albo d’oro dei markettari di professione. Una via di mezzo ci dovrebbe essere, credo. E, in ogni caso, perché uno dovrebbe negarsi il piacere/obbligo di dire, a fronte della schifezza cartacea da cui siamo sommersi, che “Gomorra” è un libro epocale? Che “Le cose come stanno” è un grande romanzo? Così, tanto per fare degli esempi concreti. Cos’è che dovrebbe trattenermi? il fatto che siamo su NI e che gli autori dei libri sunnominati sono tra i redattori? Ma chi se ne frega, ragazzi: muro contro muro!: per ogni immane cazzata critica letta nelle bacheche dei padroni, un urlo di liberazione dal fondo delle cantine (il vino buono è sempre da quelle parti, a quanto dicono).

    p.s.s.

    Quanto sopra non è un rilievo mosso a tash (fa bene a tener svegli su un certo rischio che si corre), ma solo una notazione di ordine generale.

  7. temperanza il 29 maggio 2006 alle 13:20

    @Cato

    negarsi il piacere di dir bene di un libro che si considera buono, mai!
    Ma cercare un linguaggio pacato, argomentato senza superlativi (parlo in generale, non di Gigliozzi) è molto più efficace che gridare iperbolicamente il proprio piacere o anche la propria gioia, più efficace e più autorevole, e fa molto meglio al libro.

    Qui si è parlato spesso della lingua letteraria, ma la lingua letteraria comprende anche la lingua della critica.

  8. Cato il 29 maggio 2006 alle 21:00

    @ Temperanza

    Credo che il mio intervento precedente possa essere letto nella direzione critica, pacata e argomentata, che auspichi. Almeno spero. Piuttosto che ripetere rilievi già emersi dai precedenti commenti, mi sono sentito di aggiungere un’ipotesi di lettura (magari l’ho vista solo io, ma non penso sia questo il problema) intorno a un libro che continuo a considerare bello e importante. Detto questo, e come al solito sono d’accordo con te al cento per cento, ritengo anche che l’enfatizzazione vada in ogni caso contestualizzata, ricondotta, se non altro, a una parvenza di giudizio, sia pure sommariamente espresso (e questo, ne convengo, non sempre avviene, come fai giustamente notare spesso). Mi (ci?) concederai, comunque, a fronte di qualche centinaio di post spesi a demolire (e, quindi, anche se in negativo, a parlare, facendone oggetto di attenzione) determinati libri e autori (cfr. dibattiti dei giorni scorsi), uno possa sentire anche il bisogno di un elogio liberatorio non controllato, che non vuole essere un giudizio tassativo, ma forse solo il respiro di sollievo di fronte a opere che vale veramente la pena di leggere, rileggere e conservare con rispetto e amore. Quindi, dire che “Gomorra è un libro epocale”, ad esempio, rientra in questa categoria pre-critica (una categoria dello spirito liberato, forse). Solo che per me, e lo dico anche a rischio di farti simpaticamente incavolare (ma tanto ti voglio bene lo stesso!), in qualche caso, come per il libro appena citato, quel semplice giudizio è proprio quello che credo profondamente. Un gran bel dilemma davvero! Che fare?
    Intanto, un caro saluto. ;)

  9. stefano zangrando il 30 maggio 2006 alle 12:24

    @tashtego

    Ventura è un nome parlante e qualsiasi al tempo stesso: polisemia.

    @tutti gli altri

    La mia riconoscenza per l’attenzione che avete accordato a questo libro è arginata solo dallo stupore per la pertinenza delle interpretazioni: non mi aspettavo tanto, davvero. Non sapendo come altrimenti esprimerla, cercherò di trarre il massimo giovamento dalle vostre osservazioni.
    Nel primo racconto più o meno maturo che scrissi, qualche anno fa, il protagonista raggiungeva il proprio climax esistenziale, un miscuglio inestricabile di crisi e goduria, nel momento in cui, all’improvviso, si sentiva compreso da un altro individuo.



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