Lo schiocco

28 maggio 2006
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copertina Lo schiocco di Maria Luisa Venuta

28 maggio 1974 ore 10.12
A Brescia, in piazza della Loggia si sta tenendo una manifestazione organizzata dal comitato permanente antifascista di Brescia per protestare contro la violenza di gruppi della destra radicale.
Dall’inizio degli anni 70 c’erano stati diversi episodi con aggressioni e attentati ad antifascisti, operai e giovani della sinistra. Nei primi mesi del 1974 la sensazione che le destre stessero preparando qualche attentato importante era cresciuta, fino a creare i presupposti per una manifestazione pacifica in piazza da parte dei sindacati e delle forze di sinistra. Mentre l’esponente del sindacato sta intervenendo dal palco, improvvisamente uno scoppio dal lato opposto della Piazza, sotto i portici. Otto i morti, più di un centinaio i feriti. Sono trascorsi trentadue anni da quella data, da quello “schiocco” come di petardo, che ha creato una frattura nella storia della città, nella sua memoria. Trentadue anni di indagini, di atti giudiziari e di documenti scoperti, di sospetti insabbiamenti e di presenza silenziosa dell’attenzione dei servizi segreti. Ma questa, direbbe Carlo Lucarelli, è un’altra storia.

Proprio Lucarelli introduce un libro di ricostruzione giornalistica e narrativa dell’intreccio delle storie individuali delle vittime con le storie e lo svolgersi dei fatti. E’ “Lo schiocco” scritto da Giancarlo Feliziani, giornalista e caporedattore a La7 e pubblicato da Limina Edizioni.
Una narrazione serrata, giornalistica della ricostruzione dei gesti quotidiani delle vittime e dei sopravvissuti, della tessitura tra scelte individuali e presenza politica e sociale, che sembrava il presupposto ad una maturità della coscienza collettiva, e che invece si è persa completamente nel decennio successivo. Gesti semplici, quasi intimi e naturali, tra i quali la decisione di partecipare ad una manifestazione in piazza e la sua condivisione con gli amici più vicini.
La strage di piazza della Loggia è stata anche uno degli attentati più documentati di quegli anni. La registrazione dello scoppio, le foto dei corpi straziati e delle espressioni volti dei sopravvissuti, il ricordo dell’odore acre che si spande sul comizio, la registrazione della voce concitata di chi sul palco invita alla calma i compagni e le compagne muove ancora un senso di dolore profondo, quasi fisico in chi ne legge i ricordi nelle pagine scritte da Giancarlo Feliziani. Questo è ciò che il libro “Lo schiocco” trasmette: le corporeità, le quotidianità, i volti che improvvisamente diventano altro, il dolore e il disorientamento. Disordine e materia che cambia e muta le percezioni dell’essere partecipe della vita della città e della comunità. Schiocco infatti è inteso sia come il rumore del petardo sia come colpo di stato. E di quello schiocco l’eco si avverte ancora a livello di emozioni sia per chi è bresciano, ma anche per chi a Brescia e in piazza della Loggia ci passa per caso.

16 Responses to Lo schiocco

  1. Trespolo il 29 maggio 2006 alle 13:54

    Mi sono rotto di scrittori/giornalisti più o meno preparati che romanzano vicende come questa solo per motivi economici: raccattare qualche soldo dal fondo del barile dell’editoria.
    Vogliono scriverne? Facciano indagini serie, si spendano professionalmente e la smettano di pretendere e/o sbandierare una credibilità che non hanno.

    Quella mattina c’ero, in Piazza Loggia, e l’idea di ritrovarla raccontata e stravolta sull’ennesimo libro verità me le fa un po’ girare. Che ci lascino in pace con i nostri ricordi e i nostri pianti i signori “professionisti” della scrittura.

    Buona giornata. Trespolo.

  2. daldivano il 29 maggio 2006 alle 15:05

    qui, a brescia, quello “schiocco” si chiama in un solo modo: la strage.

    daldivano

  3. Maria Luisa Venuta il 29 maggio 2006 alle 16:27

    Ieri in piazza della Loggia, durante la manifestazione di ricordo del 28 maggio 1974, Lidia Menapace ha fatto un bellissimo intervento. Ha raccontato con forza il suo periodo di partigiana, ha difeso in modo essenziale il valore della carta costituzionale, ma soprattutto si è soffermata sul valore della memoria individuale e sociale di fatti dolorosi come quello della strage del 28 maggio 1974. Ha affermato come la memoria viva delle stragi, delle guerre o degli attentati abbia un valore fondamentale per l’evolversi della storia politica e sociale, come per quella individuale lo è il ricordo di un trauma o di un dolore. Un popolo smemorato è plagiabile, facilmente indirizzabile, non ha radici. In questo senso è essenziale che per chi non c’era quel giorno a Brescia, per coloro che all’epoca non erano ancora nati sia trasmessa la ricostruzione storica dei fatti, ma anche quel sapere più diretto e immediato del racconto e della narrazione, che permette di dare voce, corpo e forma a quanto è avvenuto. Giancarlo Feliziani ha svolto direttamente le interviste ai sopravvissuti, ha seguito un metodo corretto e trasparente di raccolta delle informazioni, che non pretende di sostituire alcun altra ricerca storica o giuridica su quanto è avvenuto. Ci sono speranze di arricchimenti elevati, che spingono a scrivere e a pubblicare testi di questo genere? Ne dubito.

  4. daldivano il 29 maggio 2006 alle 19:36

    Non conosco di persona il signor Feliziani, ma ho un’idea abbastanza precisa di chi possa aver intervistato e dove si possa essere documentato. Leggerò il libro, anche se il titolo, come già detto, mi indispone; cercherò di farmi un’opinione al di là del titolo.
    Che una strage rappresenti un “patrimonio storico” della collettività non ci sono dubbi, ma rappresenta anche un patrimonio personale, con tutto il suo portato di dolore.
    I sopravvissuti, mi permetto, non sono solo le persone intervistate, ognuno, in città è un sopravvissuto, chi c’era, chi doveva esserci, chi era da un’altra parte, chi conosceva chi c’era e chi non era nato, perché questa è una storia che viaggia ancora di bocca in bocca, di passo in passo, di generazione in generazione e se qualcuno vive in modo privato il proprio essere un sopravvissuto, forse, per delicatezza, ci si potrebbe risparmiare la lezioncina sulla bontà delle intenzioni.
    Non è il caso di stabilire quale delle due priorità debba prevalere, vanno di pari passo, memoria collettiva e memoria personale.
    Ben venga la divulgazione, ma ben venga anche il rispetto per chi quel giorno l’ha addosso e, ogni tanto, non sempre, semplicemente ogni tanto, preferisce ascoltare la voce di un’altra persona con quel giorno addosso. E’ così difficile da intuire? Non credo.

    daldivano

  5. Trespolo il 29 maggio 2006 alle 21:41

    Senti, cara Venuta, tu e il Feliziani potevate rimanere dove eravate e infilarvelo dove non batte il sole “lo schiocco”. Quello “schiocco” mi ha fottuto l’orecchio destro, si è portato via la mia Prof. e quella dei miei compagni del liceo, ha lasciato un ricordo che non è di “schiocco” da stronzetti scribacchini che ne scrivono comodamente seduti davanti a un computer e mescolando interviste a narrazioni più o meno fantasiose.
    Quello “schiocco” ti auguro non ti capiti mai di sentirlo e mi auguro, per i giornalisti (?) e gli scrittori (?) di questo Paese un po’ più di pudore e di rispetto e che la smettano di sfruttare, a fini COMMERCIALI e PUBBLICITARI eventi che non conoscono, che non hanno vissuto e che intendono solo mercificare nel peggiore dei modi.
    E non nasconderti dietro la Menapace, lei gli “schiocchi” veri li ha sentiti e vissuti sulla sua pelle e ha tutto il diritto di parlarne.

    Tornatene nella tua università e non distribuire lezioni di morale senza prima aver ben capito cos’è la morale.

    Buona notte. Trespolo.

  6. gianni biondillo il 29 maggio 2006 alle 22:18

    Dai, Trespolo (ma anche daldivano), ho la sensazione che tu l’abbia presa dal lato sbagliato.
    Non conosco il libro, e comprendo perfettamente il tuo dolore (vivo in una città dove le bombe, e le perdite, non sono mancate). E capisco anche il dovere della memoria però. Prima di giudicare il libro (che in effetti ha un titolo davvero “sfortunato”) forse bisogna leggerlo, no?
    (e credo davvero poco che chi l’ha scritto miri a guadagnarci chissà che…)
    Io so, comunque, che tutte le volte che passo per Brescia, faccio il mio personale pellegrinaggio (così come tu, quando ci siamo incontrati, passando davanti alla Loggia, hai sentito il dovere morale di ricordarmi la strage).

  7. Andrea Raos il 30 maggio 2006 alle 09:28

    L’avevo già scritto da qualche altra parte, non ricordo dove, ma mi sembra opportuno ripeterlo anche qui. La lapide di piazza della Loggia è la più straordinaria, profonda e ricca che abbia mai visto, perché non dice NULLA. Impone un lavoro di memoria reale. Non la dimenticherò mai.

    (Trespolo, non sono di Brescia, è grave?)

  8. Trespolo il 30 maggio 2006 alle 13:45

    @Gianni, può essere che l’abbia presa dal lato sbagliato, ma rimango della mia idea: mi sono rotto di chi sfrutta questi episodi. Leggerò il libro e poi riferirò, ma non è difficile né immaginare, né conoscere chi Feliziani sia andato a intervistare in una città piccola come Brescia.
    Spero almeno che si sia risparmiato, oltre al titolo pessimo (ma mi veniva un altro aggettivo) e inopportuno, le solite evoluzioni retoriche sul tema.

    @Andrea: non è grave che tu non sia di Brescia. Almeno credo… :-)

    Buona giornata. Trespolo.

  9. Maria Luisa Venuta il 30 maggio 2006 alle 13:47

    Non mi nascondo dietro la Menapace. Ne riporto le parole e i pensieri, non appropriandomene. Rispetto il dolore e il ricordo di chi ha vissuto la strage, di chi è bresciano, di chi ha perso qualcuno di caro, di chi ha perso qualcosa di sè. Non ho verità da proporre, non ho voglia di sfruttare situazioni o di far bella figura alle spalle di chi soffre. Fine.
    Credo solo che fare memoria collettiva sia vitale e che questi ricordi si condividano anche con chi non ha vissuto direttamente quegli eventi, altrimenti la manifestazione di domenica scorsa in piazza della Loggia non avrebbe avuto senso. Allora l’installazione la “scatola della memoria” nella quale si trasmettevano le testimonianze televisive e le immagini della strage era solo pubblicità. Quindi Trespolo e Daldivano non sto togliendo nulla alla vostra città, ai vostri ricordi, a voi, partecipo alla memoria collettiva della strage e rispetto i ricordi personali dei lutti individuali. Vi sembra strano?

  10. Andrea Raos il 30 maggio 2006 alle 14:14

    Trespolo, mi dispiace che tu mi risponda con una faccetta, perché io volevo dire una cosa seria. Un paio di settimane fa ho avuto la fortuna, l’onore di incontrare un ultra-ottantenne sopravvissuto di Nagasaki, e che ancora si parli di quell’evento, in modo “giornalistico” o no, e che non si lasci a loro il monopolio di quel lutto (per “rispetto”, certo), non sembrava dargli alcun fastidio.
    Non so se il libro in questione sia una mera operazione commerciale, perché non l’ho letto (e tu nemmeno). Ma trovo davvero fuori luogo il tuo tono aggressivo, il tuo sottintendere fini di lucro o superficialità in chi di quel libro (e soprattutto dell’evento in sé) ha parlato, mi sembra, con il massimo rispetto.

  11. Trespolo il 30 maggio 2006 alle 16:26

    @Andrea: Andrea, la faccetta era relativa alla tua battuta finale sul non essere di Brescia e non mi pare abbia spostato di mezzo millimetro quello che dicevi circa la serietà della lapide di Piazza Loggia e che mi trova d’accordo.
    Per il resto che dirti: libero tu di approvare la scrittura di libercoli (scusa se sono prevenuto e magari dopo la lettura cambierò idea) su fatti come questo, che meriterebbero a mio parere ben altro tipo di scritti (ribadisco: sono prevenuto) e, se me lo concedi, libero io di incazzarmi per un libercolo che chiama “Schiocco” una bomba !!! che ha ammazzato 8 persone e ne ha ferite un centinaio (compreso il mio banale e poco importante timpano destro). Non ne vedo né il senso, né l’utilità se non quella di sfruttare, a scopo personale (pubblicitario? economico? politico? varie?), eventi che meriterebbero ben altro.
    Per i dubbi della Venuta circa la memoria da non disperdere per questi fatti posso rassicurarvi: nessuno se ne dimenticherà e la memoria è ben viva e trasferita anche alle nuove generazioni. Magari col pragmatismo bresciano che non ama fanfare e intellettualismi arzigogolati.

    Scusami se non risponderò più, ma avevo 15 anni all’epoca e andare a rivangare questi ricordi per sprecarli in uno “schiocco” mi pare troppo; rientro nel mio fare bresciano e mi zittisco.

    Buona giornata. Trespolo.

  12. Trespolo il 30 maggio 2006 alle 16:34

    @Venuta: sì, mi pare strano e non perché tu tolga qualcosa alla città o ai ricordi dei bresciani, ma perché vi appropriate di “uno “schiocco” e lo trasformate a vostro uso e consumo vestendolo della retorica buona per tutte le stagioni.
    Quel titolo è un’OFFESA per tutti quelli che c’erano, è un’offesa per tutta la città, è un’offesa per i morti e per i vivi.
    Se né tu, né Feliziani riuscite a rendervi conto di una simile banalità, mi dispiace, ma per favore: basta con la retorica del ricordo e con i libri scritti solo per essere presentati dal Sindaco e dal Presidente della Provincia e che non hanno altro destino se non quello di regalare 5 minuti di notorietà a chi l’ha scritto per poi finire nel dimenticatoio.

    Buona serata. Trespolo.

  13. Maria Luisa Venuta il 30 maggio 2006 alle 17:55

    Non sono dello stesso parere, ma prima ti invito a leggere il libro e poi ne riparliamo. Buona serata a te. Maria Luisa

  14. daldivano il 30 maggio 2006 alle 21:07

    a) un testimone oculare deve comportarsi come richiesto dai non testimoni oculari, per non urtarne sensibilità e mancanza di sensibilità;
    b) narrare le storie altrui è lecito, anzi è un dovere, anzi è un diritto; è lecito perché posso, è un dovere perché devo, è un diritto perché posso/voglio;
    c) la civiltà di un popolo si misura in base alla capacità di sopportazione dello stesso di lasciar manipolare (in senso tattile) la memoria dei propri estinti.

    Voglio andare a parare qui: vi chiedo di pensare a un evento personale doloroso.
    Vi chiedo di pensare a quale reazione potrebbe insorgere nel caso in cui questo evento doloroso personale, magari condiviso con qualcun altro, fosse preso, sistemato, impacchettato, titolato malamente e pubblicato da un estraneo. Narrare storie altrui è lecito fino a quando io, protagonista della storia, non sono d’accordo. Per essere d’accordo devo conoscere bene chi racconterà la mia storia e fidarmi di lui, perché i miei pezzi non siano lasciati incustoditi. Certo, una mezza dozzina di persone avranno plaudito alla pubblicazione, molte altre, dopo lettura, hanno storto il naso, ma, purché se ne parli… e di pubblicazioni ne sono state fatte molte, quella che personalmente ritengo la più bella è un libro di sole fotografie. Non nego l’importanza della divulgazione, chiedo che questo tipo di divulgazione mi rispetti, lo schiocco di un petardo non è rispettoso, nemmeno lo schiocco della lingua lo è e nemmeno quello delle dita. Evidentemente è una questione di puntiglio pretestuosa, una botta di protagonismo, no? Certamente non siamo obbligati a metterci nelle scarpe degli altri, ma ogni tanto è cosa che non fa male, o meglio, un po’ di male lo arreca.

    Dimenticavo, anch’io quando rispetto i ricordi personali dei lutti individuali chiedo alla persona in lutto: “ti sembra strano?”, lei mi risponde “cosa?”, io ribadisco il concetto dicendo “sì, io rispetto i ricordi personali dei lutti individuali, ti sembra strano?”.
    Me la cavo con una sputata nell’occhio perché è in lutto, ma è una burlona, come me del resto, ci diamo amichevoli pacche sulle spalle, io mi asciugo l’occhio e andiamo a giocare a tresette al bar.

    daldivano

  15. jan il 30 maggio 2006 alle 22:25

    Purtroppo non esiste il copyright sul dolore, la proprietà privata delle stragi. Altrimenti potremmo comprarle e venderle, e magari liberarcene. Invece ne abbiamo avuto a piene mani e nessuno può rubarne un pezzetto a un altro, ma solo farlo vivere di nuovo.

    Dell’esplosione della bomba in via Palestro a Milano, il 27 luglio 1993, ricordo distintamente l’eco, perdersi tra i rumori della notte e durare fino a tutta la mattina dopo, quando in strada la gente non riusciva a parlare con la sua voce.

  16. Andrea Raos il 31 maggio 2006 alle 10:14

    Eravamo insieme, Jan, ti ricordi?



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