Cronache dalla ditta #1 / Ballarò e neve

1 giugno 2006
Pubblicato da

di Andrea Cisi

Comincia un nuovo giorno, nella Città delle Nebbie. Sono le 7.35 quando mi chiudo alle spalle l’uscio del cortile interno. Per un istante cerco di non pensare al grigiume della giornata che m’attende al lavoro, alle otto ore di fronte al muro, a sguainar cavetti e premer pedali.
M’appresto a mettere in pratica quella disciplina tantrica che permette, col solo ausilio dell’annullamento forzato della mente, di mascherare il grigiore della vita operaia di ogni giorno con un bel rosa ottimismo fittizio e irreale. Di solito, quando riapro gli occhi fuori in strada, vedo comunque solo grigio. Ma oggi no. Oggi è bianco.
Davvero non ci credevo appena alzato, quando il mio gatto, il Fulvia, mi ha detto con la coda a punto di domanda “Vieni, maaow… muoviti. Alzati che nevica!” Beh, alzarmi mi sono alzato, ma dar retta a un gatto maschio col nome da macchina ormai fuori produzione è da fusi. Così mica ho guardato fuori, mica ci ho creduto. Invece nevica.
Sono le 7.35 insomma, e col fiato bianco che mi esce dalla bocca gongolo fino al mio R4. Sembra un igloo, ha su 30 cm di tappeto bianco. Spettacolo. Niente, nulla oggi può turbare il buonumore di un risveglio sotto le falive. Nulla oggi può distrarmi dal mantenere il mio pensiero tantrico positivo. Oggi il grigiume non mi prenderà.
Così passo con l’indifferenza tipica dell’illuminato tra slitte rovesciate ed orsi polari ubriachi ai margini della Postumia, dove Tir messi di traverso occupano contemporaneamente più carreggiate sgommando sul ghiaccio e bloccando il traffico. Ma io sono positivo, oggi. Neppure il pazzo sullo scooterone che viaggia a 1 km/h con giù i piedi tipo triciclo per non volar via mi mette di cattivo umore, nemmeno il cinese con la borsina della Coop in mano che mi si ribalta in terra a 2cm dal cofano, neppure il vigile solerte che prima di me fa passare sulle strisce 1.987 bambini con le cartelle gonfie di obbligo scolastico. Nulla oggi può alterarmi.
Tranne il fatto che arrivo in ditta alle 8.01, timbro e mi sono appena mangiato mezz’ora di permesso! La flessibilità nelle piccole ditte familiari è un concetto un tantino sopravvalutato.
Vado da Montano, 40 anni, supervisore addetto al Controllo Qualità e al Magazzino. Lui è uno comprensivo. “Teh, Montano… -gli chiedo- …in centro è un cinema muoversi, autobus bloccati, vigili ai semafori, si slitta in salita, non è che quel minuto qui me lo correggi alla timbratura? Mica c’ho voglia di perdere il permesso.”
Lui mi capisce, ha proprio lo sguardo di chi mi verrà incontro. “Càsi tòo (mi spiace per te), -mi poetizza- el fiòca anca a cà mia ma sunti riàat ’istès! (la neve scendéa pur da me eppur son qui!)” Gli altri mi guardano e ridono, fanno tre con le dita, vuol dire trenta minuti, mezz’ora di permesso sfumata. O non pagata, non si capisce bene, nessuno qui dentro sa spiegarti bene che fine fanno queste mezz’ore che scappano via così, nel nulla.
Oggi per me è un caso raro, ma c’è uno giovane da noi che si chiama Parrucca che tutte le mattine da cinque anni arriva a 8.01. Viene da lontano lui, ma non è che parte 5 minuti prima no, e non ce la fa mai. A fine mese a volte ha 10 ore di stipendio in meno, a volte no, gli mancano ore di ferie. A volte il padrone gli riga la macchina. Non si capisce bene insomma come ti puniscono.
Vicino alla timbratrice c’è un foglio con scritto che dopo tre ritardi ingiustificati ti arriva a casa una lettera. La Lettera è l’arma della Direzione, un’arma psicologica più che materiale, di lettere Parrucca non ne ha mai viste pare. Eppure dicono che dopo tre di queste Lettere ti piantano a casa.
Io son qui da un anno, a casa in quest’anno ne han piantati tre. Uno era un tipetto nervoso, gli sono arrivate tre lettere, piantato a casa. Gli altri due erano entrati come me, con l’interinale.
Io, l’interinale, gli darei fuoco. A questi due non gli hanno rinnovato il contratto, dopo tre settimane li han silurati. Non è una cosa strana, l’ho subita anch’io in acciaieria. Quattro contratti con l’interinale di tre settimane l’uno, dodici settimane consecutive a spaccare acciaio in mezzo a cristoni grandi e grossi che si accendevano la sigaretta col cannello della fiamma ossidrica. I capi lì sapevano già che ci piantavano a casa dopo poche settimane, nessuno ha avuto il coraggio di dircelo prima del penultimo giorno. Avevano paura che ci mettessimo in malattia gli ultimi 15 giorni, i ‘capetti’ dicevano che gli interinali di origine slava usavano questo sistema. I capetti.
Il Capetto è una figura che non esiste in nessun organigramma imprenditoriale, inventata dal sistema di fabbrica e dall’uso di dare credito maggiore a chiunque lavori lì dentro da più anni di te e sia un gran lavoratore o un gran paraculo. E’ una figura intermedia, tra il Capo e lo schiavo, che non risulta in busta paga, che non appare nell’ordine dei turni, che non si inserisce in un curriculum vitae. Un filtro umano invisibile. Eppure, almeno una volta nella vita, tutti si sentono dire “Beh ma se vuoi io sono amico di un Capetto lì dentro, ci metto una buona parola.”
Io in acciaieria ho conosciuto alcuni capetti. Io, ai capetti di tutto il mondo, gli darei fuoco.
Insomma mi cambio, mi preparo alle otto ore di vuoto mentale, vado alla mia postazione, oggi ho una sessione emozionante di spelatura di fili di rame, otto ore belle lente, belle lunghe, belle noiose. Fortuna che ogni tanto riesco a parlare di cinema col Bomber.
“Cosa hai visto ieri sera, Bomber?” gli chiedo.
“Rocky III!” mi fa.
Stupisco. “Ma ancora lo danno in tv?”
“Che tv? –si offende- L’ho affittato!”
Ci ragiono su un attimo. “Cioè, –gli faccio- tu hai buttato via dei soldi per affittare Rocky III?”
Annuisce serio. “Stasera dopo allenamento ho il IV!”
Arriva il Boss, ore 8.30, dopo aver portato a scuola il bimbo. Ha lo sguardo basso, pensieroso, ragiona già sui lavori che dovrà fare. E’ uno di noi il Boss, anche se è il padrone. Si cambia in 3 minuti, tutina marroncino cammello, sta in laboratorio, salda, brasa, taglia. Insomma fa, e di brutto. Però non saluta, il Boss, troppi pensieri, non saluta mai. E’ dura esser Boss, mica gioie, tanti pensieri, tante complicazioni, tante cose da fare. Poi non saluti, ovvio.
Oggi, chissà perché, il Boss passa in mezzo a noi ma saluta solo il Bomber. “Ciao Bomber!” gli dice.
Parte l’applauso al Bomber, son 2 punti, a 50 diventi capetto onorario per un giorno. Poi ti si dà fuoco simbolicamente. Niente capetti, da noi.
Alle 8.31 arriva Parrucca, oggi è record. Dice che al paese un trattore ha spalato la neve in modo poco professionale, che la sua Tigra Cabrio da giovane rimorchiatore da disco ne ha risentito parecchio, sbrinarla c’è voluta mezz’ora.
Fischiamo tutti, vuol dire ‘balla!’.
Lui dice mogio “E’ vero.”
Fischi a ripetizione.
Almodòvar invece non viene del tutto. Almodòvar è un tipo losco, techno dipendente, che abita in una frazione di una frazione di un paese già di per sé così piccolo che ha solo il night con le donnine porche. Telefona in ufficio a 8.20 che ha una nutria in garage e deve accopparla perché gli rosicchia i rivestimenti in vernice di fibra vegetale. Sentiamo Montano che in ufficio gli fischia nella cornetta.
Balla!
D’altronde fiocca di brutto, la neve è un impedimento qui, figurarsi in mezzo alla campagna su strade dove non passa la calata comunale. Ti passa la voglia, insomma.
Anche la Maura non viene, ha la bambina malata.
Zico invece non trova più la bici!
Zico è l’addetto Silicone Rosso. Senza di lui la ditta si blocca, perché molto di quel che facciamo comprende il silicone.
Però Zico viene sempre in bici, lui non ha la patente.
La bici invece non ha i freni.
Ha bitorzoli ovunque perché frena coi piedi e a volte manca l’attimo, ma c’è sempre, mai assente. Oggi però la bici è sepolta da qualche parte, non riesce a venire.
Perciò oggi siamo solo io, il Bomber, Parrucca, il vecchio Gino, la minuta Rosalia da Napoli e il sosia di Stàam. Decido di rompere il ghiaccio dopo la prima ora di silenzio assoluto nel sottofondo brontolone dei macchinari.
“Chi è che ha visto Ballarò ieri sera?” chiedo senza alzare gli occhi dal mio bancone. Tutti fanno di no con la testa.
Passa Montano e mi deride “Chèla roba lé da comunista de mèrda te la vardet te! (quei programmi lì d’informazione politica vagamente sinistroidi te li guardi tu)”
Per le restanti sette ore me ne resto in un mutismo rassegnato. L’umore infatti si spacca sempre verso le nove e mezza, quando l’ora di creatività mentale giornaliera mi sfuma dalla testa mentre faccio andare le mani che, invece di picchiar tasti di una macchina per scrivere, taglian cavi col trancino affilato. Poi fino alle 18 è routine immodificabile. Per fortuna che poi torno a casa e il mio gatto maschio, il Fulvia, mi consola mentre aspetto il rientro serale della Pupina.
“Com’è andata oggi, meoww?” mi fa.
“Solito.” rispondo.
“Mrrr… te la sei cercata, -chiude andando alla ciotola- studiavi di più…”
Io una volta o l’altra, al mio gatto maschio Fulvia, gli do fuoco.

2 Responses to Cronache dalla ditta #1 / Ballarò e neve

  1. cara polvere il 1 giugno 2006 alle 20:28

    al posto di illuminato tantrico, dato il contesto avrei messo ihmo: allumminiato.
    in complesso questo testo non mi è parso provvisto di grande potenziale espressivo. continuando la lettura mi è caduto il livello d’attenzione. sarà che a me in questo momento della vita mi piace leggere solo in periodi brevi zac, punto. zac, punto. così. fulminei .schioccanti.
    anche l’argomento, trito e ritrito nel suo tema a grigiore o grigiore a tema, non ha sfumature troppo interessanti da seguire.
    a parte il gatto maschio Fulvia più sveglio del protagonista. si potrebbe ripartire da lui.
    un saluto
    paola

  2. Emma il 5 giugno 2006 alle 11:32

    Io invece odio i periodi brevi. zac. Sarà per questo che non mi è dispiaciuta “la cronaca”? Battute a parte, trovo interessante il racconto della fabbrica e della sua fauna. Credo sia un privilegio poter godere dello spaccato di una realtà come questa nel duemila e passa(perchè l’autore, in fabbrica ci lavora, giusto?).
    Mi diverte lo stile “parlato” e il rapporto surreale tra il protagonista e il suo gatto Fulvia e trovo che anzi, il potenziale espressivo ci sia eccome. Forse per approfondire la questione dovrei leggere altri pezzi di cronaca, se ce ne sono. Ce ne sono?
    Alla prossima



indiani