L’ITALIANO NON SI SCOMPONE

1 giugno 2006
Pubblicato da

Rizzoli ristampa Cima delle Nobildonne di Stefano D’Arrigo

Di Daria Biagi

C’è un secondo (e ultimo ) romanzo che Stefano D’Arrigo scrisse dopo Horcynus Orca, e che sembra fin dall’aspetto esteriore voler rinnegare il precedente: smilzo, scorrevole, scritto in tempi brevi e in italiano apparentemente piano. Cima delle Nobildonne – in realtà D’Arrigo avrebbe voluto chiamarlo Hatshepsut, ma l’idea fu scartata dall’editore perché con un titolo del genere “non lo avrebbe letto nessuno” – esce in ristampa per Rizzoli; Walter Pedullà cura la prefazione e propone possibili percorsi di lettura dell’opera, ricostruendone le fasi e frugando con discrezione nella biografia di uno degli scrittori più misteriosi della nostra letteratura.

La composita pattuglia dei lettori e sostenitori di D’Arrigo discute in gran parte via internet, col malcelato entusiasmo di chi sa di aver scovato un capolavoro ma non riesce a convincere gli altri a leggerlo, le invettive alla cultura dominante che trascura un narratore incatalogabile come il nostro, le esortazioni a superare gli ostacoli linguistici delle pagine iniziali; qualcuno ammette di non essere in realtà mai andato oltre le prime cinquanta, altri asseriscono di aver letto addirittura un’inesistente Festa della fera.

A difesa dell’illeggibile Horcynus Orca si era levata anni fa la voce di George Steiner, in un articolo che si soffermava a descrivere anche quel misto di frustrazione e gelosia che si prova scoprendo i libri di D’Arrigo:

“Nulla è più frustrante, per un lettore appassionato, di trovare un libro che per lui è travolgente, un capolavoro, e scoprire che quasi nessuno lo conosce e che non è facile persuadere gli altri a condividere il piacere che gli dà. […] Gli incontri con i libri che ci cambiano la vita, che rieducano la nostra sensibilità sono ambigui come le relazioni intime. Da un lato desideriamo fortemente mantenerli privati, per noi stessi. Dall’ altro vogliamo condividere la nostra fortuna, il nostro appagamento, con gli altri.”

Se la letteratura italiana è costellata di romanzi che si presentano e si dicono isolati, esterni a qualsiasi scuola o linea narrativa (Steiner accoppiava il romanzo in questione ad un altro grande escluso del secondo Novecento, Il giorno del giudizio di Salvatore Satta), la definizione è tanto più calzante per D’Arrigo, che dichiarava apertamente di scrivere “solo prototipi”, e di non voler avere “figli, nipoti e nipotini”. Abbiamo a che fare con scrittori di romanzi programmaticamente sterili, legati forse a una tradizione più o meno recondita, ma in ogni caso decisi a non proseguirla.

E’ arduo, di conseguenza, anche cercare di collocare Cima delle Nobildonne nel panorama del romanzo postmoderno italiano, già abbastanza problematico di per sé. L’opera non ha avuto successori, l’argomento stesso della narrazione, per quanto innovativo (tutta la storia prende le mosse da un’operazione chirurgica con cui un adolescente cambia sesso), non riesce a smobilitare neanche gli appassionati della critica tematica.

Le caratteristiche più evidenti di Cima delle Nobildonne non sembrano opporre resistenza a una sua eventuale classificazione nel marasma del “romanzo postmoderno”; le peculiarità della forma in questione si possono riscontrare con facilità. Per cominciare, tutta la narrazione è “montata” per spezzoni giustapposti, con una tecnica a metà tra il cinematografico e le strips dei fumetti, e per ricomporre la trama il lettore viene spinto a seguire il protagonista in una sorta di originale “detection”:

“«A voi, signori dottori, piacciono le strips, i fumetti?»
«Certo che ci piacciono» gli avevano risposto in un coro babelico, come si fossero accordati prima.
«E i gialli, gli enigmi, i misteri?»
«E a chi non piacciono i gialli, gli enigmi, i misteri?» gli aveva risposto di nuovo il piccolo coro babelico.”

Montaggio e giallo, dunque, ma anche mescolanza realtà/finzione e spettacolarizzazione degli eventi: il romanzo si apre con l’operazione tramite la quale il chirurgo Belardo installa una neo-vagina nel corpo dell’ermafrodito Amina, perché possa diventare la sposa di un ricco emiro. Tutte le fasi vengono descritte dal chirurgo a beneficio dei suoi studenti, che seguono, insieme all’emiro ed alle sue tre mogli, lo svolgimento dell’intervento su un maxi-schermo. Tra i presenti c’è il medico Mattia Meli, al quale tornano alla mente le lezioni di placentologia seguite all’università: il suo insegnante, il medico praghese Amadeus Planika, parla agli studenti di un’antica stele egizia in cui il faraone di Narmer issa tra i suoi stendardi l’immagine della placenta, e di Hatshepsut, l’unico faraone donna, il cui nome significa “colei cha va davanti alle nobili” (la “Cima delle Nobildonne” del titolo) e che, dopo aver guidato l’Egitto lungo un periodo di prosperità e fioritura delle arti, fu spodestata e condannata all’oblio dal bellicoso figliastro Thutmosi.

Da una ipermoderna clinica svedese si passa all’arcaico Egitto e alla credenza nella metempsicosi (l’emiro vuole infatti costruire una placentateca perché convinto di essere la reincarnazione di quel faraone di Narmer): il modo di intendere la storia come magazzino in cui tutto viene archiviato e riciclato, e l’imminente ribaltarsi della tecnologia più avanzata in mito ancestrale, sono anch’esse due caratteristiche tipiche del cosiddetto postmoderno.

Poi, mentre il lettore comincia a perdere il filo dell’indagine, fanno la loro comparsa sulla scena un assistente lappone del professor Planika, i quattro Rabbi di una leggenda cassidica che giustificano l’oblio dei riti tradizionali con la capacità di raccontare storie, due campioni di football americano che crollano sui campi da gioco all’apice della carriera, e la donna di cui si innamora il protagonista, Irina Semiodice, che conserva nella sua camera, dentro un vaso di vetro, il feto in decomposizione di una gravidanza non portata a termine, il figlio abortito, forse, del professor Planika.

Pur non riuscendo a ricomporre pienamente la vicenda, e continuando ad avvertire il disagio di qualcosa che sfugge alla lettura e all’analisi, si riesce ad identificare un filo conduttore nell’immagine della placenta, centro d’interesse di tutti i personaggi del racconto, nella quale si condensa l’idea archetipica della vita e il presagio della morte: in essa si sviluppano infatti anche i Seminomi, le cellule anarchiche che portano l’organismo all’autodistruzione. Tutto il romanzo ruota intorno a un’angoscia di morte e sterilità, incarnata e allo stesso tempo sublimata dall’ermafrodito Amina, che si sottopone ad un intervento inconcepibile per diventare una donna che non potrà mai procreare.

Fin qui, tuttavia, nonostante la novità del tema trattato e la complessa struttura del romanzo, non sarebbe molto il contributo di Cima delle Nobildonne alle questioni sollevate nella narrativa contemporanea. Per procedere nell’indagine, conviene forse tenere conto del fatto che D’Arrigo era sì uno scrittore di romanzi, ma era soprattutto un inventore di lingue, di “italiani stranieri”. Se per ambientazione e respiro il romanzo dell’’85 può apparire persino speculare rispetto a Horcynus Orca (un asettico scenario della contemporaneità al posto dello “scill’e cariddi”, un’analisi chirurgica minuziosa anziché l’epica onnivora dell’orca e dei pescatori siciliani), il procedimento linguistico messo in atto è esattamente lo stesso: per aprire un varco nelle problematiche della realtà è necessaria di volta in volta una lingua adatta alla materia; nel presente sterilizzato di una sala operatoria, dunque, D’Arrigo racconta con una neo-lingua austera e raggelata, fitta di termini scientifici e medici.

C’è un intento di realismo alla base degli idiomi quasi-italiani che lo scrittore inventa, e allo stesso tempo la volontà di inglobare qualsiasi manifestazione linguistica del mondo rappresentato. Il punto non è ottenere effetti espressionistici con l’urto di registri diversi, D’Arrigo era sempre stato critico nei confronti delle avanguardie (“non ho la fisima dell’incomunicabilità come le avanguardie nuove e vecchie che tanto ti piacciono”, spiegava a Pedullà), quanto il “non rinunciare a nessun materiale linguistico disponibile” , per creare una lingua talmente affinata e potente che possa parlare potenzialmente di tutto. Nei romanzi di D’Arrigo c’è la morte, il dolore, l’innamoramento, e chi li mette in scena avrebbe potuto limitarsi a narrare le costanti dell’umano con la lingua di sempre, ma nel frattempo la realtà si fa più complicata (la donna amata sarà pure intramontabile, ma che due mesi prima potesse essere un uomo è senz’altro una novità) e il narratore può tacerla? Per parlare anche di questo si deve necessariamente slargare – “cruentare”, nella lingua delle Nobildonne – il vocabolario, e non semplicemente con intenti di parodia (o non solo). La scrittura di D’Arrigo non scarta nessuna parola a tavolino, non è schizzinosa neanche quando è selettiva come in quest’opera. Invece di ingaggiare battaglie da accademico della Crusca contro l’italiano che si impoverisce, si inglesizza, D’Arrigo lo piega a diventare espressivo anche così, inframmezzato di terminologia medica, neologismi ospedalieri, trefoblasti, lampade scialitiche, Bundle of life, e porta il tragico e il comico nel gelo di una sala operatoria. Anche di fronte all’irraccontabile l’italiano non si scompone (o solo all’occorrenza: se il chirurgo che opera – operatore – lo fa davanti ad una telecamera – come un attore – con un punto di sutura intradermica diventa un “operattore”).

Negli anni ottanta le trasfusioni di parole all’italiano letterario vennero soprattutto dal linguaggio parlato (Tondelli, Busi, Palandri), e la proposta di integrare nella lingua quotidiana una dose massiccia di lessico scientifico pare tuttora poco attuabile, probabilmente anche a causa dell’isolamento in cui sono confinate le discipline scientifiche in generale. Termini come “complessità”, “catastrofe”, “stringa” risuonano ben poco, nell’uso comune, dei significati che hanno assunto nell’ambito della fisica e della chimica; un linguista potrebbe forse dire con più precisione da quanto tempo il linguaggio delle scienze non lascia sedimenti “apprezzabili” nella lingua italiana.

In una breve recensione a Cima delle Nobildonne , Carla Benedetti definisce il romanzo scritto “con un’arditezza ancora oggi stupefacente, nonostante ci siano arrivati dall’America Pynchon e De Lillo”. I due autori chiamati in causa mi sembrano particolarmente calzanti con la lettura di D’Arrigo che qui si è proposta: come De Lillo e ancor di più come Pynchon, la cui formazione scientifica affiora di continuo nelle opere, D’Arrigo pone alla “società postmoderna” una domanda cardine, ben più cruciale delle trenodie sulla fine dell’arte o la paranoia della spettacolarizzazione. E’ possibile dare della realtà una rappresentazione abbastanza chiara da renderla comprensibile, e allo stesso tempo abbastanza fedele da non ridurne la complessità? E la letteratura, e la lingua in cui si scrive, che ruolo ha in questa operazione?

Note
1)“Stefano sapeva ciò che voleva dalla scrittura e quando non era soddisfatto distruggeva il suo lavoro. Tempo fa lo ha fatto con un romanzo di cui aveva già scritto almeno cinquecento pagine. Si trattava di un’idea straordinaria […]. Poi, una mattina, ho trovato il romanzo a brandelli nella spazzatura.” dall’intervista alla moglie Jutta che compare in R. Petri, Il mare non bagna Scilla, in «Leggere» 47, gennaio-febbraio 1993, p. 17.
2)L’intervento di Steiner, pubblicato sul «Corriere della Sera» del 04/11/2003, è consultabile anche su http://www.24sette.it/contenuto.php?idcont=98.
3)Non so se D’Arrigo avesse letto Il caso Franza di Ingeborg Bachmann, o conoscesse la scrittrice austriaca che aveva trascorso a Roma gli ultimi anni della sua vita: nel romanzo della Bachmann compare infatti la stessa semisconosciuta figura di Hashepsut.
4) cfr. l’intervista a D’Arrigo pubblicata in S. Lanuzza, Scill’e Cariddi. Luoghi di “Horcynus Orca”, Acireale, Lunarionuovo, 1985, p.135.
5) L’intervento compare su www.ilprimoamore.com (link: aprile 2006), insieme ad una pagina del romanzo proposta come anticipazione da Antonio Moresco, che definisce il brano “il più raggelante e cruento coito in differita di tutta la letteratura” (link: anticipazioni).

17 Responses to L’ITALIANO NON SI SCOMPONE

  1. daria il 1 giugno 2006 alle 15:20

    potete leggere o commentare questo articolo anche su http://www.rivistatabard.it, sito della rivista universitaria Tabard appena nata a Bologna. stiamo cercando di aprire il dibattito su questo romanzo (e su altro), coinvolgendo i vari siti su cui sono già apparsi interventi in proposito.

  2. daria il 1 giugno 2006 alle 15:25

    L’articolo è un’anticipazione del terzo numero di Tabard dedicato al postmoderno, in uscita a luglio.

  3. marco v il 1 giugno 2006 alle 17:59

    … quante cose avrei da dire sul mio amatissimo D’Arrigo… e anche su Cima delle nobildonne… un romanzo incredibile, che ti fa venire la voglia di dire “è stato scritto domani”. E pensare che Jutta raccontò – a me, laureando impacciato ed emozionato che non sapeva dove sedersi e finì col sedersi sul tavolino di legno di fronte alla poltrona dove 34 anni prima si era seduto Arnoldo Mondadori quando venne a trovare i D’Arrigo per dire a Stefano che era “certo del suo capolavoro” – che Stefano spedì il malloppo a Segrate dicendo “l’ho scritto per dimostrare che anch’io, se voglio, so fare certi romanzetti piccoli piccoli che piacciono tanto ai miei cari colleghi” (e intendeva i suoi acerrimi avversari Moravia e Sciascia)!
    D’Arrigo considerava Cima delle nobildonne… un romanzetto.
    Leggo anche del celebre episodio della distruzione di un terzo romanzo a cui lavorò poco prima che morisse. E’ vero. Forse più d’uno. A quanto ricorda la moglie – vera e unica depositaria dell’opera e della memoria darrighiana – ci fu soprattutto un romanzo molto lungo, simile per certi aspetti a Horcynus Orca. Un altro librone, per così dire, un altro lavoro immane che non ebbe il tempo di finire. Aveva per titolo provvisorio “Un fox terrier di nome creatività” e raccontava di un professore che si rende conto a un certo punto di essere ammalato del morbo di Alzheimer. L’idea che stava alla base del romanzo era che progredendo nelle pagine, il racconto, la lingua stessa del protagonista andasse mutando, si corrompesse, si disfacesse praticamente fino alle estreme conseguenze della malattia che, portandosi via la mente dell’uomo, si portava via, cancellava quelle macchie nere di inchiostro che sono le parole dalle pagine. La morte, la sparizione, corrispondeva ovviamente all’ultima pagina bianca. Era un’idea che si stava sviluppando in direzioni precise, tanto che – avendo la famiglia alcuni medici come amici intimi – D’Arrigo li tormentò a lungo per conoscere fin nei minimi particolari il morbo di Alzheimer, esattamente come aveva fatto con la vita dei pescatori per Horcynus Orca. Arrivò a scrivere centinaia di pagine, questo all’incirca nel 1990, due anni prima della scomparsa, ma purtroppo si convinse che non avrebbe mai avuto il tempo e la forza di “buttarsi mani e piedi nel romanzo” come aveva fatto per l’Orca, così lo distrusse. Jutta disse “per non correre il rischio che finisse nelle mani sbagliate quando non ci fossimo stati più».

  4. Bartolomeo Di Monaco il 1 giugno 2006 alle 19:42

    “altri asseriscono di aver letto addirittura un’inesistente Festa della fera”

    Non so in che senso ciò sia stato scritto. Il romanzo esiste, l’ho qui davanti a me, curato da Andrea Cedola e Siriana Sgavicchia in collaborazione con Jutta Bruto D’Arrigo (Bur, 2000. Euro 10).

    “(Steiner accoppiava il romanzo in questione ad un altro grande escluso del secondo Novecento, Il giorno del giudizio di Salvatore Satta)”

    Sul romanzo di Salvatore Satta scrissi anch’io qualcosa su vibrisse, qui:

    http://www.vibrissebollettino.net/archives/2005/08/salvatore_satta.html

    Bart

  5. Bartolomeo Di Monaco il 1 giugno 2006 alle 19:44

    Naturalmente il titolo è I fatti della fera, e non Festa della fera.

    Forse ho capito… :-)

    Bart

  6. andrea barbieri il 1 giugno 2006 alle 22:35

    Bello l’articolo di Daria Biagi e il ricordo di Marco V.
    Non so, sarò illuso come al solito, ma mi pare che l’aria sia cambiata e che parlare ‘light’ di narrazioni ‘light’ non sia più di moda, anzi che sia diventato penoso, vecchissimo, da outlet. E che allo stesso tempo si possano fare discorsi di qualità sulla letteratura, trovare percorsi, connettere, muoversi verticalmente. La qualità – come ripete sempre Igor Tuveri – paga. Capito Andrea I?, manifestati più spesso che adesso è il momento di quelli come te (tu l’unico difetto che hai è di manifestarti poco).
    ciao

  7. andrea inglese il 2 giugno 2006 alle 00:46

    andrea barbieri ti ringrazio per le incoraggianti sollecitazioni, sopratutto perché mi sono sempre sentito poco light, ma quanto a difetti, quello vero in questo momento è la fracca di roba che ho da fare, e per i miei ritmi di lavoro è già decisamente troppo; buone cose a te

  8. andrea barbieri il 2 giugno 2006 alle 08:37

    Lavora pure come un bricco, ma ogni tanto devi fermarti e immaginare qualcosa che dà piacere, sennò la vita diventa breve.
    Già che ci sono, Signor Qualità, volevo dirti che il pezzo sulla lingua delle traduzioni imbucato tempo fa su Nazione indiana era bellissimo e che da quando l’ho letto ho cominciato a chiedermi se non considero il fumetto una “immagine provvisoria” nel senso in cui tu parli di “lingua provvisoria”. Provvisoria rispetto a cosa? Alla lingua madre, quella più bella di tutte: la pittura. Ve’ quante cose possono venire fuori da un pezzo scritto con le unghie.
    Stai benone Inglé :-)

    qui il testo di cui parlo
    https://www.nazioneindiana.com/2006/02/20/la-lingua-provvisoria/

  9. angelo petrelli il 2 giugno 2006 alle 11:49

    gran ben pezzo questo, veramente “lucido”; avrò letto una dozzina di interventi, anche di grossi nomi, sul caso D’Arrigo e sulla sua idea di lingua, ma questo li batte tutti..
    forse anche perché è l’ultimo.
    complimenti comunque!

    ps. come faccio per acquistare, o acquisire, una copia della rivista bolognese in questione ?
    gentilmente fatemelo sapere.
    grazie

  10. eugenio il 2 giugno 2006 alle 11:53

    Sul sito http://www.rivistatabard.it è possibile scaricare il pdf dei primi due numeri.
    Per averne delle copie cartacee, potete scrivere a redazione@rivistatabard.it

    ciao a tutti

    eugenio

  11. daria il 2 giugno 2006 alle 20:35

    mi pare che ci sia in realtà molto interesse per lo scrittore “pesante” D’arrigo, ma per qualche motivo resta segregato, non saprei perché (ma non è solo per la lunghezza e la lingua). però io stessa non credevo che nascesse così il dibattito, lo ammetto.

    marco v, il romanzo cestinato infatti è proprio quello di cui parli sul professore (o scrittore, non so) colpito dal morbo di Alzheimer (ho dovuto citare solo un pezzettino del racconto di Jutta. ma dunque hai fatto la tesi su D’Arrigo? su cosa?)

    grazie Bartolomeo di Monaco per la precisazione sulla Festa/Fatti della fera, stavo ormai per andarmelo a cercare in biblioteca, pensavo fosse sfuggito a me (e data la quantità di volte che D’Arrigo ha riscritto il romanzo non era improbabile). Satta è senza dubbio un altro autore da esplorare (anch’io ero rimasta folgorata dalla pagina sul mosto che fermenta), ma gli altri due libri che nomini (La veranda e Il mistero del processo) per chi sono pubblicati, si trovano?

    per Angelo Petrelli: la rivista di cui sopra sta lentamente crescendo tra la penuria dei fondi universitari e l’ipertrofia della redazione, per motivi contingenti siamo insomma centrogravitati su Bologna (per adesso la rivista è distribuita solo qua), ma stiamo tentando di ampliare il raggio tramite il sito: lì magari puoi leggere qualcosa e risponderci. ci siamo occupati di complessità e relativismo, cercando di unire più discipline; ci sono anche poesie, interviste (una a Sanguineti). per chi non ne avesse ancora abbastanza di D’Arrigo, sul secondo numero c’è anche qualcosa su Horcynus Orca.
    saluti

  12. marco v il 2 giugno 2006 alle 21:05

    @ daria

    .. sì, ho fatto una tesi su Horcynus Orca, ma niente di particolarmente originale, né tantomeno letterario: si tratta di un lavoro tipicamente da “sociologia della letteratura” nel quale ho studiato a fondo il “caso” editoriale H.O. prendendo le mosse da documentazione dell’epoca (ritagli stampa, recensioni e altro), testimonianze (Jutta, e Mirella Delessert, l’editor della Mondadori che riuscì a portare a casa il “visto di stampi” dopo due anni – terribili – vissuti fianco a fianco di D’Arrigo per la correzione e consegna delle bozze) e soprattutto – il mio piccolo orgoglio – dopo aver scartabellato e quasi riordinato il fondo su D’Arrigo e H.O. conservato nell’archivio della Fondazione Mondadori (epistolario, appunti, note tecniche e di lettura, telegrammi, contratti, cartoline… tutto).
    Conclusioni?
    Che Horcynus Orca è stato, tra le tante cose, vittima di un lancio editoriale totalmente sbagliato, imputabile – semplificando, s’intende – alla frattura generazionale e professionale avvenuta all’interno della casa editrice a cavallo degli anni Settanta (scomparsa di Arnoldo e Niccolò Gallo, graduale ritirarsi di Vittorio Sereni…) insieme ad altri fattori (teoricamente) esterni come il passaggio a Segrate, l’apertura dello stabilimento di Clés. Se poi si aggiungono la ristrutturazione del “mercato delle lettere” (cito Ferretti) e il già evidentissimo carattere consortile di molta critica militante… si giunge alla conclusione che il romanzo fu gettato in pasto ad una società letteraria che non lo poteva accettare per una lunga serie di ragioni, non ultima – anche se sembra futile – l’assoluta incapacità diplomatica di Stefano D’Arrigo, oltre alle ancora forti influenze di certi correnti che da tempo avevano decretato la morte di un certo tipo di romanzo “totale”. Per non parlare del fatto che alcuni intellettuali romani si misero sull’attenti. I “capibastone”, come li chiamava D’Arrigo, erano celebri scrittori, gelosi, invidiosi, turbati dal comportamento di Stefano, dall’esempio di totale sacrificio al libro che quelli che invece scrivevano “un libretto l’anno” non avevano mai avuto il coraggio di imitare.
    Mi piace raccontare un piccolo ma significativo aneddoto (credo che si possa ormai, è passato molto tempo): Una sera, era la primavera del ’75, chiama Maria Bellonci. E’ molto chiara con Stefano: gli dice apertamente che se accetterà di partecipare allo “Strega” lo vince. Aveva il premio in tasca. Lui risponde che se le cose stanno così non vede la ragione di accettare… Dato che la Bellonci finge di non capire, allora Stefano le fa un paragone che non ho più dimenticato: quello con le Olimpiadi. Lui, che era stato uno sportivo e amava ancora molto lo sport (avevo smesso di giocare al calcio a livello professionistico per un brutto infortunio al ginocchio), le chiede: «Ma lei, signora, parteciperebbe a una corsa campestre se si fosse preparata per la maratona alle Olimpiadi?». Quando la Bellonci risponde di no, Stefano replica: «Vede? E allora perché io, che sarei certo di vincere questo suo premio per gli scrittori col fiato corto, dovrei partecipare quando con Horcynus Orca mi sono preparato per le Olimpiadi?». E così detto, le sbatte il telefono in faccia! ;)

  13. Andrea Raos il 3 giugno 2006 alle 02:45

    Marco V, a me questa storia (il lancio mancato di Horcynus, annessi e connessi) sembra molto MOLTO interessante. Perché non ce ne dai un pezzo (un capitolo, quello che vuoi) da pubblicare qui?

  14. marco v il 4 giugno 2006 alle 17:17

    @ Andrea Raos e Nazione Indiana – su Horcynus Orca

    Mi fa piacere che le mie ricerche e riflessioni – così malamente riassunte nel precedente commento – su H.O. siano ritenute interessanti.
    Lo ammetto: d’istinto vorrei ripararmi dietro un “non sum dignus, domine”, perché questo è il miglior lit-blog dello stivale ed io non ho i numeri per metterci anche solo un piedino. Però, tutto sommato, spedire un contributo sull’argomento lasciando alla redazione di N.I. la valutazione se sia pubblicabile non costa nulla, anzi, ripeto, mi onora. Dunque facciamo così. La tesi-monstre che non finisce più ;) non è particolarmente adatta, troppo lunga e, nella sua parte centrale e più appetitosa – dove adopero la documentazione del fondo d’archivio – mancherebbero premesse e conclusioni. Se per N.I. va bene, preferirei – perché alla fine faccio prima – rielaborare una sintesi, con note, non troppo lunga, del lavoro che ho fatto prendendomi poche righe sulla ormai leggendaria attesa quindicennale della pubblicazione del romanzo per parlare poi del lancio editoriale di H.O. secondo le considerazioni che ho prima accennate e che mi pare siano quelle che interessano di più. Mi prendo qualche giorno (una settimana) e la spedisco. Ovviamente, se riterrete non sia all’altezza di N.I. mica m’offendo! Qui il livello è troppo più alto di me (e davvero, non lo dico per piaggeria).
    A proposito: a quale indirizzo dovrò spedire?

    Grazie! :)

  15. Andrea Raos il 4 giugno 2006 alle 19:29

    Caro Marco,
    grazie per la disponibilità e per gli ultra-eccessivissimi complimenti. Puoi scrivere o al plenum di NI (all’indirizzo che appare nei “Contatti”) o a me all’indirizzo ndriacambria[at]hotmail.com (nomen omen…), come preferisci.
    Grazie ancora, ciao,
    Andrea

  16. marco v il 5 giugno 2006 alle 08:43

    .. beh, allora scriverò senz’altro all’indirizzo orcynuso… (magari mi faccio anch’io una casella di posta elettronica così… “ciccinacirce[at] oppure caitanello[at] …
    – anche il mio blog cita H.O. L’avevi notato..?.. ;) –

  17. gianni biondillo il 6 giugno 2006 alle 01:00

    … che bello ritrovarsi in questo club di lettori dell’immenso D’Arrigo…
    HO è stata una delle mie “scalate letterarie” più faticose ed entusiasmanti.

    Attendo anch’io con trepidazione il tuo pezzo, Marco.



indiani