Disorder

5 giugno 2006
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di Marco di Marco

1. I’ve Been Waiting for a Guide to Come

Lo osservo mentre fuma una sigaretta disteso tenendo un braccio piegato dietro la nuca. Lo guardo che butta fuori il fumo a più riprese via via sempre meno intense. Gli occhi dritti verso un punto della stanza che non riesco a individuare e che potrebbe essere il gruppo di fotografie della mia famiglia – mia madre, mio padre, i gemelli – oppure il quadro di natura morta cubista che mi ha regalato Donatella. . O più semplicemente non sta guardando niente se non lo zenit ridotto che si può raggiungere con gli occhi in una stanza di venti metri quadri.
Lo osservo, osservo l’altro braccio, quello che ora tiene steso lungo il corpo, l’incurvarsi della pelle dall’avambraccio al deltoide, i tre nei a distanza ravvicinata, quasi a inseguirsi lungo le dune dell’arto, tre atomi scuri in fuga verso la spalla, una volata che non ha nessun traguardo. Il mento appena pronunciato, le labbra grandi, i capelli scuri disordinati e appiattiti dal cuscino. Mi accorgo di guardarlo davvero soltanto adesso. Prima è stato un istinto più forte della vista a comandare il gioco. Prima forse non ho neanche notato la piccola cicatrice che ha all’altezza della mascella destra, una piccola nicchia senza i peli della barba, atollo glabro di pelle nuova.
Chiudo gli occhi per un istante non appena mi passa gli ultimi due tiri della sigaretta. Rimango immobile, nel silenzio imperfetto delle nostre respirazioni a basso regime, concentrandomi unicamente sui residui impulsi di piacere che stentano ad annegare tra le pieghe delle lenzuola. Faccio un ultimo tiro lungo, sbuffo lentamente tutto il fumo, cicco nel bicchiere di carta sul comodino, il mozzicone crepita e si spegne a contatto con l’acqua rimasta sul fondo. Lui si smuove, si stiracchia mentre sono ancora ad occhi chiusi, lo sento emettere piccoli gemiti, e si riassesta. Mi mette una mano sulla pancia. È calda, con le dita lunghe. Lo vedo guardarmi. Sorrido un poco, timidamente, avvampo in viso, non so cosa dire. Divento sempre così dopo, ristagno in un imbarazzo stupido, quasi dando sfogo a un’ipocrita vergogna.
“È stato bello”, dico.
“Sì”.
Metto la mano sulla sua. Lui sorride, si stacca, esce da sotto le coperte e si alza, nudo, verso la sedia dove ci sono i suoi vestiti bagnati. Li appoggia alla meglio sul termosifone sotto la finestra. Scosta le tendine ma quasi non entra luce ulteriore. Guarda fuori, attraverso i vetri, attraverso lo strato d’acqua che continua a scorrerci sopra.
“Tempo di merda”, dice, “posso restare ancora un po’?”
“Sì, certo”, gli dico mentre mi rigiro nel letto, coprendomi fino al mento con le coperte. “Puoi restare fino a che non smette”.
“Grazie”.
Si aggira ancora per la stanza, torna a guardare fuori, come se aspettasse impazientemente la fine, come se cercasse, in fondo alla cortina grigia che è il cielo questo pomeriggio, il pulsante giusto a far smettere il monotono pioviccicare fitto e regolare. Appoggia le dita sulla finestra che ora si è appannata per il contrasto tra l’acqua e la sua temperatura corporea, componendo il terzo strato che lo divide dall’esterno. Lascia quattro strisce parallele lungo il vetro, come morbide artigliate sul vapore. Va in bagno.
Vedo il suo culetto giovane arrivare fino alla porta e scomparire. Io resto nel letto a immaginarmi di nuovo il pomeriggio. A ripercorrere il suo ansimare mentre lo masturbo, il suo prendermi da dietro con l’audacia appena conquistata, il mio mordere il cuscino, il suo stringere le coperte con le sue dita lunghe mentre il suo sperma mi schizza addosso caldo e denso.
Lui esce dal bagno, ora vedo anche il marrone dei suoi occhi, chiaro e vivo, si appoggia al bordo del letto e mi accarezza, ora che sono di nuovo debole, di nuovo vulnerabile, adesso che ne voglio ancora. Mi scopre lentamente. Comincia a toccarmi, quasi affettuosamente, quasi nascondendo una voglia inconfessabile. Ora è lui timido e imbarazzato.
Si avvicina con la bocca ai miei fianchi. Mi bacia la pancia e poi più giù. Dolcemente, accarezzandomi, si mette in bocca il mio cazzo, e lentamente lo fa scomparire tra le sue labbra. Chiudo gli occhi e gli accarezzo le guance piene. Penso a lui, ai suoi diciannove anni, ai miei, passati da vent’anni. Quando aspettavo una guida che mi portasse per mano e trovasse il modo giusto, la combinazione esatta per farmi sentire come sono. È per questo che sono dolce con lui, perché io sono stato quei diciannove anni e nessuno mi ha regalato la dolcezza dovuta della prima marchetta, perché ogni giovane come lui si aspetta questo, perché incontrarsi a Valle Giulia non è un caso. Le sue gambe magre dentro un jeans stretto e fradicio per la pioggia, io che gli chiedo se vuole un passaggio, la mia macchina che slitta sulle rotaie bagnate del tram. Una volta ero io a essere fradicio sotto la pioggia, ero io in un lontano autunno 1979. Ero io in una 1100 granata a farmi sbattere da un ciccione brizzolato e sudato, che come migliore souvenir di battesimo da marchettaro mi lasciò lividi lungo la schiena, orrende macchie blu verdastre su una pelle ancora bianchissima, di cui andavo fiero. Ero io a prendere le prime poche migliaia di lire per un pompino tra le siepi di Valle Giulia. Ero io preso a sassate da bastardi crani rasati, io steso a terra in un’aiuola del Pincio che piango di fronte all’alba romana dei primi anni Ottanta.
Ansimo. Il frenetico andirivieni della sua testa mi fa recedere di nuovo all’istinto. Gli tengo le spalle con le mani, un ultimo sussulto, poi mi stacco. Bianco. Tutto è bianco. Il soffitto, la mia mente, la mia camicia per terra, i suoi calzini di spugna. Il respiro rallenta, tossisco. Lo guardo e lui si asciuga la bocca con una mano.

“Era davvero la prima volta che-?”
“Sì”.
“E che ne dici?”
“Non lo so ma mi sento bene”.
Gli scompiglio i capelli. Mi sento stanco. Mi sento bene anch’io. Restiamo ancora stesi l’uno accanto all’altro. Poi mi metto seduto sul letto, e di punto in bianco gli dico chi ero, chi sono, cosa faccio nella vita, gli vomito addosso tutto, e mi sento ancora meglio, non so bene perché, ma sono meno a disagio dopo avergli sbattuto in faccia la stabilità della mia posizione nella società, divento più forte, perché mi sembra di poter gestire meglio tutta la situazione.
“E dopo la specializzazione e la libera professione, ho iniziato a insegnare psicologia sociale. Da pochi anni. E mi piace”.
“Lo so, sei un prof eccellente”, dice, “io sono un tuo studente del primo anno”.
Ride. Guarda la mia faccia pietrificata e ride. Coprendosi la sua con le mani. Ride e dice di scusarlo.
“Sei un bastardo”, gli dico, “sei un vero bastardo!”
Lo butto fuori dal letto con un calcio. Lui si rialza, inviperito, “Vaffanculo, professore!”, urla, “vaffanculo! che cazzo volevi che facessi?”
“Vattene. Prendi le tue cose e vattene. Che cosa volevi fare, eh? Cosa volevi che succedesse?”, gli dico. Mi alzo e prendo i suoi vestiti dal termosifone, glieli lancio addosso. Penso che gran cazzata ho combinato. Questo non l’avevo mai preso in considerazione. Un mio studente che batte Valle Giulia. Sento le vene pulsare di nuovo, il cuore pompare sangue a ritmo accelerato. Inizio a girare per la stanza, scalciando su ogni cosa mi capiti a tiro. L’aggravante di tutta la storia è proprio questa mia trascuratezza, il fatto di non averci mai pensato a tale eventualità. Con la conseguenza di non aver neanche mai riflettuto su come mettere argine questo straripare di coincidenze.
Lui resta lì, nudo, con i vestiti a terra. Le braccia lungo i fianchi.
“Sei uno stupido”, raccoglie i vestiti e li appoggia sul letto, “a me non me ne frega un cazzo di chi sei”.
“Ah, sì?”
“Sì”.
“Ma piantala, cosa vuoi adesso eh!? credi di avermi in pugno ora, ma me ne sbatto di te, me ne-”
“Guarda che non voglio proprio niente, a me sta bene così, punto”, dice in tono pacato, “datti una calmata, io sto bene così, davvero”.
Lo guardo in una maniera che vuole essere tra lo sgomento e l’esasperato, ma deve rivelarsi un’espressione facciale buffa o ridicola, perché lui ride di nuovo, questa volta in maniera meno cattiva, è una risatina di comprensione, mi viene vicino e mi abbraccia, strofinandomi le mani dietro la schiena. Appoggia la testa alla mia spalla e restiamo di nuovo immobili e in un silenzio reso ancora meno perfetto dai nostri respiri affannati, e io sento una nuova tipologia di emozioni che inizia a espandersi dallo stomaco, in maniera quasi virale, ed è affezione, voglia di consolare e di consolazione. Gli alzo il mento con le dita, ha gli occhi lucidi ma non piange.
“A me va bene così. Come è stato”, mi dice con la voce appena appena più roca. Emozionata. “Fra un po’ vado via e basta. Non c’è nessun problema per me. E non ce ne saranno per te”.
Fuori non smette di piovere. Io mi accascio sul letto, respirando di nuovo in maniera più regolare. Lui si adagia accanto a me, mi appoggia una mano sulla spalla, chiude gli occhi e dopo pochi minuti mi accorgo dal suo respiro più pesante che si è addormentato. È steso di lato con il viso verso di me. Lo guardo ancora, il corpo magro e regolare, il suo pene che pende verso il basso perpendicolarmente alla sua posizione distesa, le gambe con i pochi peli all’inizio della ricrescita, segno di una depilazione non recentissima. Gli accarezzo le gambe dal basso verso l’alto e sento le punte ispide sotto le mani. Poi mi metto steso sulla schiena e mi torturo la fronte con le dita, misuro la profondità delle stempiature, mi strofino avanti e indietro i capelli, mi ritrovo tra le mani qualcuno di questi sottili fili biondi. Li lascio cadere sul pavimento.
Vado in bagno e apro il getto della doccia.

Infilato nell’accappatoio mi guardo allo specchio, controllo le rughe intorno agli occhi, cospargo tutta la zona con della crema antinvecchiamento. Cerco di accaparrarmi tranquillità con ogni gesto.
Lo trovo che sfoglia il tascabile della Casa stregata che sta leggendo Francesco. Inserisce il segnalibro nel punto in cui era e rimette a posto il libro sul comodino.
“Ciao, io mi chiamo Leo”, mi fa e mi tende la mano.
“Ciao Leo. Io sono Alberto”, e gliela stringo, assecondandolo nel gioco e trattenendo la presa per un intervallo superiore alla norma.
“Mi piace Lovecraft”, dice mentre ritira la mano, “che altro hai letto?”
“Non lo sto leggendo io”, mi asciugo i capelli con il cappuccio dell’accappatoio, “è del mio compagno”.
“Ah, già, giusto il tuo compagno”.
“Perché, che ne sai che vivo con una persona?”, mi aggiusto la cintura di spugna.
“Prima in bagno ho visto due accappatoi appesi vicino alla doccia”, mi fa tamburellando l’indice sotto l’occhio destro.
“Acuto”, dico, un po’ in ritardo sul ritmo del nostro botta e risposta, “Senti, ti va di cenare qui, tanto non smette di piovere”.
“Per me va bene, ma il tuo compagno? non torna?”
Controlla i vestiti che aveva nuovamente appoggiato sul termosifone.
“No, è fuori Roma per lavoro, tornerà domani nel pomeriggio. Va bene allora?”, mi avvio verso il soggiorno.
“Ok, resto, tanto i vestiti sono ancora umidi”, si gira di nuovo verso la finestra. Ormai è buio, c’è la luce del lampione dall’altro lato della strada che colora la stanza di quel giallo che ha in sé un nucleo di rosa fucsia. Nella luce del lampione controlla l’intensità della pioggia, instancabile nella regolarità di caduta, ancora fitta, ancora sottile, ma imponente.
Metto a sfriggere della cipolla in una pozzanghera d’olio. Affetto dei peperoni verdi e gialli. Li aggiungo alla cipolla, spargo sale, un po’ d’acqua calda e mentre aspetto che friggano torno in camera a rivestirmi.
“Puoi farti una doccia se vuoi”, gli dico, “C’è un asciugamano grande nell’ultimo cassetto alla sinistra dello specchio, in bagno”. Indosso una camicia jeans di Francesco.
“Grazie. Posso accendere lo stereo, professore?”, mi dice, “Scusami: Alberto”, si corregge perché lo fulmino con lo sguardo, accusandolo con gli occhi della stupida battuta.
“Sì, scegli il cd che vuoi, sono nel cassettone che sta sotto”.
Torno all’angolo cottura del soggiorno, aggiungo dei pomodorini ai peperoni, metto a bollire l’acqua. Stappo una bottiglia di vino bianco e ne verso in due bicchieri. Vado a sedermi sul divano, sorseggio il vino e inizio a confondere la velocità dei pensieri con la tromba di Chet Baker impazzita nello stereo. Come correre in maniera scomposta lungo una discesa sfruttando il peso del corpo a creare accelerazione. Fino a perdere l’equilibrio. L’ultima elucubrazione si spinge alla faccenda dei soldi. Non abbiamo parlato di soldi, e mi crea un forte imbarazzo questo, non voglio parlarne. Una guida, aspettavo che venisse una guida. È un pensiero fisso, una mancanza ripescata dalla memoria e richiamata all’attenzione da quando mi sono portato a casa questo ragazzo. Mentre io che guida posso essere. Posso essere un educatore, un cattivo educatore, o semplicemente cattivo.
Vado in camera e prendo il portafogli, appoggio cento euro sui vestiti ormai asciutti, nel sottofondo del jazz triste di una marcia funebre proveniente dal soggiorno. Resto per un attimo con il portafogli in mano davanti alla finestra. Alzo gli occhi sul lampione e sulla pioggia. Guardo gli euro. Chiudo il portafogli e lo rimetto nella tasca della giacca. Spero che non si faccia parola della questione. Spero che non mi chieda niente.
Scelgo la pasta e calo nell’acqua le farfalle.
Arriva già vestito e asciugandosi i capelli con l’asciugamano.
Gli do il suo bicchiere di vino, spengo il fuoco sotto i peperoni. Sorveglio il suo aggirarsi per il salotto, guardare le foto in bianco e nero di Anversa sulla parete sopra il divano, scorrere i cd nel cassettone. Osservare in silenzio il manifesto del Mago di Oz. Avverto il sottile piacere di una trasgressione nel sentire la presenza di quest’estraneo che si muove nella casa, ma ciò va a stridere tuttavia con il paradosso delle nostre opposte posizioni, e alla fine il cavo che unisce tutti gli anelli delle mie sensazioni è come filo di ferro elettrificato.
“Ti va se metto la radio?”, mi dice.
“Fai come vuoi. Io finisco di preparare”.

Finita la pasta e il vino, fumiamo una sigaretta ascoltando musica rock. Mi dice dei suoi, di sua madre e i bambini della scuola, di suo padre guardia giurata, del suo paese nella provincia calabrese, della sua venuta a Roma. Non è per niente a disagio. Parla quasi allegro, io lo ascolto e faccio i piatti che si era offerto di lavare lui. Continuo a passare da uno stato emozionale all’altro. Questo suo distendersi e rilassarsi nella discussione stranamente mi rende ansioso. Arrivo a pensare che la sua allegria dipenda anche dal fatto che gli ho lasciato tutti quei soldi. Scariche di tensione si alternano a istanti di relativa tranquillità. Sono io che aspetto la fine adesso.
“Ti va se faccio una canna?”, mi chiede mentre mi asciugo le mani con uno strofinaccio.
“Che ore sono?”
“Le dieci e dieci”.
“Forse è meglio che vai adesso”, apro le ante del balcone, “Non piove quasi più”.
“Hai ragione, dovrei andare”, mi dice e salta in piedi dalla sedia, “hai ragione”, facendosi più serio, rendendo più netto lo stacco tra l’atmosfera ammorbidita di prima e il momento dei saluti con gli inevitabili strascichi d’imbarazzo di entrambi.
Si infila le scarpe da ginnastica, indossa il giubbotto jeans scuro. Lo accompagno alla porta senza dire nulla.
“Grazie”, mi dice, “grazie della cena e dell’ospitalità e non so che altro dire. Ti lascio il mio numero di cellulare?”
“Non mi sembra una buona idea, meglio di no, lascia perdere”.
“Ok, ciao Alberto”, mi bacia sulle labbra e se ne va per le scale dopo aver arretrato di un passo, avermi guardato un attimo ancora e essersi infilato in testa un cappelletto di lana blu.
“Ciao Leo”.
Chiudo la porta e torno in soggiorno. Mi stendo sul divano. Respiri lenti e profondi. L’adrenalina molla la presa sui nervi. La sensazione di quando finisci di leggere un libro: l’ansia che ti spinge verso la fine, le ultime pagine divorate a impressionante velocità, e il senso di vuoto che comincia chiudendo l’ultima. Poi lo spazio è tutto invaso da un ineluttabile rimuginare. Le immagini sono quelle di domani. L’apprensione dilagante varcando la soglia della facoltà, la distrazione nervosa nello scrutare la platea cercando di individuare la sua faccia tra i duecento studenti del corso. E anche pensieri più pratici, tipo le lenzuola da cambiare, gli esoneri scritti da organizzare, i vestiti per il matrimonio di Donatella da portare in tintoria. Aspetto la chiamata di Francesco. Dalla radio arrivano le note di un pezzo di vent’anni fa.

2 Responses to Disorder

  1. maline il 5 giugno 2006 alle 18:43

    Disorder

    I’ve been waiting for a guide to come and take me by the hand,
    Could these sensations make me feel the pleasures of a normal man?
    These sensations barely interest me for another day,
    I’ve got the spirit, lose the feeling, take the shock away.

    It’s getting faster, moving faster now, its getting out of hand,
    On the tenth floor, down the back stairs, into no-man’s land,
    Lights are flashing, cars are crashing, getting frequent now,
    I’ve got the spirit, lose the feeling, let it out somehow.

    What means to you, what means to me, and we will meet again,
    I’m watching you, I’m watching her, I’ll take no pity from friends,
    Who is right, who can tell, and who gives a damn right now,
    Until the spirit new sensation takes hold, then you know,
    Until the spirit new sensation takes hold, then you know,
    Until the spirit new sensation takes hold, then you know,
    I’ve got the spirit, but lose the feeling,
    I’ve got the spirit, but lose the feeling,
    Feeling, feeling, feeling, feeling, feeling, feeling, feeling.

    Joy Divison

  2. guglielmo feis il 6 giugno 2006 alle 16:12

    Complimenti a MdM (e Christian per aver postato)! Anche il Mago de Oz! L’unica cosa che mi ha stupito è stato scoprire che La casa stregata non era Lost in the funhouse… ma oramai è patologico: vedo spiriti wallacebarthiani ovunque… è grave?



indiani