Il nazismo che è in noi

7 giugno 2006
Pubblicato da

cpt.jpg di Moni Ovadia

[esce oggi, di Marco Rovelli,  Lager Italiani – BUR, 280 pp. E’ un libro davvero importante, dove narrazione e testimonianza si fondono trasformandosi in una denuncia senza indulgenza alcuna nei confronti dei Centri di Permanenza Temporanea (CPT). Il libro ha una prefazione di Erri De Luca e una postfazione di Moni Ovadia che qui riporto. C’è anche un sito del libro dal quale può continuare la discussione.  Più avanti pubblicherò qualche altra cosa di pugno di Rovelli su NI. G.B.]

L’iperbole è una delle forme retoriche preferite del linguaggio sopravvissuto alla morte apparente delle ideologie. La terminologia che definisce le modalità del totalitarismo nazista e dell’universo concentrazionario, pratica estrema e senso ultimo di quel regime, oggi viene mutuata con ridondanza da coloro che vogliono attirare l’attenzione e l’indignazione dell’opinione pubblica verso le forme della violenza, della guerra, del razzismo o della repressione contro popoli, minoranze, ceti sociali marginali. Molto spesso, l’uso di quella terminologia è sensazionalistico, ignora i contesti, le specificità e le differenze, ha il solo scopo di soddisfare il desiderio di schieramento militante a buon mercato da parte di coloro che se ne servono.
Un libro sui CPT dal titolo “I lager italiani”, sembrava rientrare in questa fattispecie e prima di accingermi alla lettura, ho provato un moto di fastidio per la scelta di quel titolo minaccioso. La mia sensazione di disagio era del tutto immotivata. Il titolo è pienamente legittimo e corrisponde con coerenza ad un’opera che ha un intrinseco valore narrativo e una rilevanza morale indiscutibile. Leggendo questi racconti straordinari e paradigmatici che danno voce e fanno emergere dall’inesistenza uomini a cui l’appellativo infamante di “clandestino” ha tolto persino le dimensioni reali dell’essere vivente, prendiamo coscienza di quanto la nostra pseudodemocrazia consumista, conviva con nonchalance con l’eredità totalitaria nazifascista e capiamo in quale misura, una parte della classe politica che ci governa, sia a proprio agio con i princìpi concettuali che ispirarono quel sistema.
I clandestini rinchiusi nei CPT, non vivono come gli internati dei lager nazisti. Se ci riferiamo alle loro condizioni strettamente materiali, la correlazione è improponibile ed è lo stesso autore a segnalarcelo nel suo acuto saggio conclusivo per non prestare il fianco ad eventuali critiche capziose che mirassero strumentalmente a banalizzare l’intero discorso. Il merito non è quello delle pur ignobili condizioni della mera esistenza dei reclusi, indegne di una qualsivoglia civiltà, bensì le coordinate giuridiche ed ontologiche che definiscono il clandestino e che ne legittimano la reclusione in uno spazio d’eccezione in cui viene  spogliato di ogni status e di ogni diritto.
Marco Rovelli, con la forza di una narrazione che trapassa ogni possibile indifferenza o attenuazione di convenienza e con una lucida, appassionata riflessione politico-filosofica nel solco dei fondamentali studi di Hannah Arendt e di Giorgio Agamben, dimostra che i CPT sono dei lager veri e propri e che il ventre che partorisce questo obbrobrio, è il  ventre pasciuto della nostra società occidentale.
Ho visitato il CPT di via Corelli a Milano a pochi mesi dalla sua istituzione come inviato del Corriere della Sera e in quell’occasione scrissi che quei luoghi erano inaccettabili per un paese che si vuole libero e democratico. In quella circostanza parlando nella loro lingua con alcuni dei reclusi bulgari, avevo percepito la durezza e l’iniquità della loro condizione, ma non nei termini di cui ho letto in queste pagine. L’ascesa al governo di Berlusconi e della sua coalizione, che annovera fra i suoi più “autorevoli” esponenti gli eredi del fascismo, ha portato alle estreme conseguenze il senso ultimo di ogni istituzione concentrazionaria con la compiaciuta coerenza di un’ignobile cultura nazionalista. La Bossi-Fini ha dato il là alla fascistizzazione dei CPT. Le anime belle dell’eterna retorica “italiani brava gente”, i sedicenti moderati che coltivano la ferocia contro “l’altro” dietro le linde tendine del benpensantismo, non si facciano illusioni, quando questa vergogna emergerà in tutto il suo schifo, la loro infamia sarà evidente.
Dopo Auschwitz, dopo i Gulag, nessuno può essere assolto per avere girato la faccia al fine di non vedere e non sapere.
Il clandestino è l’ebreo di oggi. Egli è ridotto a “sotto uomo” prima dalla sinistra cultura retorica “sicuritaria”, poi una legge fascista lo dichiara criminale per il solo fatto di essere ciò che è, un essere umano che ha fame e cerca futuro per sé e i suoi cari e che per questo viene privato di qualsivoglia status, sottoposto alla violenza della reclusione, sottratto alle tutele minime che spettano ad un essere umano per diritto dei nascita. Una volta sepolto in uno spazio d’eccezione, il clandestino è alla mercé di arbitrii, percosse, torture, privazioni, abusi sessuali. Il suo “rimpatrio” lo sottopone ad ulteriori brutali abusi e talora al rischio reale di perdere la vita nel modo più atroce.
L’abolizione immediata dei CPT, la ricerca di soluzioni autenticamente democratiche per il problema dei migranti, deve diventare una priorità politica e umana. E’ urgente denunciare il carattere totalitario di questa vergognosa istituzione e smascherare i politici che fanno i pellegrinaggi della Memoria per rendere omaggio alle vittime della Shoà, calcando gli zucchetti dell’ipocrisia per rifarsi l’immagine, mentre a casa praticano e difendono la logica dei carnefici.
 

25 Responses to Il nazismo che è in noi

  1. volodja il 7 giugno 2006 alle 11:03

    Francamente, trovo lo scritto di Ovadia omertoso: la “fascistizzazione” dei CPT è insita nella sua stessa istituzione (rinchiudere persone senza aver commesso alcun reato, etc.), dunque non è dovuta alla Bossi-Fini, bensì alla Turco-Napolitano, ossia al centro-sinistra allora al governo. L’infamia era già contenuta, in tutta la sua evidenza, in quella decisione. O forse prima del Governo Berlusconi i CPT erano degli alberghi?

  2. gianni biondillo il 7 giugno 2006 alle 12:59

    Volodja. Leggi il libro e poi ne riparliamo, d’accordo?
    ;-)

  3. tashtego il 7 giugno 2006 alle 13:48

    che bisogno c’era di attanagliarlo tra una pre-fazione di de luca e una post-fazione di ovadia?
    in una tale morsa anche kant soffocherebbe.
    quando si smetterà una buona volta di pre-fare e post-fare?

  4. volodja il 7 giugno 2006 alle 15:31

    Caro Biondillo, il libro posso anche leggerlo, ma quel che ho commentato è riferito allo scritto di Ovadia qui pubblicato, dove davvero non mi pare si dica nulla sul fatto che i primi responsabili di CPT sono i centro-sinistri (e invece ci si scaglia con frasi roboanti contro la Bossi-Fini, che certo ha peggiorato la Turco-Napolitano, ma non ha certo inventato i “lager” in questione) … Ma Ovadia si è presentato, a Milano, con gli stessi che hanno inventato questo obbrobrio giuridico e anti-democratico, dunque perché dovrebbe dirlo? è più facile saltare tra le parole per cercare di restare in equilibrio … Ovadia è una splendida persona, spesso dice cose condivisibili; nello scritto qui pubblicato – e io mi riferisco a questo e solo a questo – mette in mostra solo il solito (e invero squallido) equilibrismo di chi non vuole troppo scontentate il suo principale referente istituzionale … Tutto qui …

  5. gianni biondillo il 7 giugno 2006 alle 15:59

    ok, Volodja, ora ho capito. ;-) Ciao.

  6. roberto il 7 giugno 2006 alle 17:45

    In Spagna, Zapatero preferisce sparare.

  7. marco rovelli il 7 giugno 2006 alle 19:07

    Volodja, se leggerai il libro, credo che tutto sarà chiaro. Non a caso quella di Moni è una postfazione, e deve essere intesa come tale. Perché sottoscrive quanto nel libro è esposto. Quando dice “fascistizzazione” dei CPT, intende l’aggravio di condizioni già insostenibili attuatosi con la Bossi-Fini, non certo l’assoluzione di quanto precede: non a caso dice, Sono d’accordo con l’uso della parola lager, e sottoscrive la mia analisi che parte dai presupposti di Arendt e Agamben, secondo la quale i CPT sono un “campo” ab initio, e non certo a partire dalla Bossi-Fini.

    Tashtego, capisco i tuoi dubbi. Per quanto mi riguarda, ho voluto che Erri e Moni entrassero nel libro, perché le loro poche parole sono (direbbe Agamben) “soglie” con un’esperienza altra, un’esperienza che io (che restituisco le storie riscrivendole, riscrivendo il mio stesso ascolto, narrando il mio essere-nel-gioco) ho con/vissuto – con i ragazzi che ho incontrato, e anche con Erri e Moni, amici e compagni.

  8. wovoka il 7 giugno 2006 alle 20:04

    Nell’attesa che il mondo si riequilibri in qualche modo, le soluzioni “autenticamente democratiche” per il problema dei migranti coincidono con l’apertura totale delle frontiere? Cosa dice di fare Agamben?

  9. marco rovelli il 7 giugno 2006 alle 20:31

    Si è già cominciato a degenerare.
    Gianni, grazie, a presto.

  10. wovoka il 7 giugno 2006 alle 21:58

    Macché degenerare, sintetizzando troppo mi è uscito un tono polemico piuttosto fuorviante sulle mie disposizioni, che non mi sembrano poi tanto distanti dalle tue. Pazienza, tieni conto che non tutti sono scrittori. A me sembra prioritario esplicitare la posizione di un simile discorso nei riguardi delle frontiere perché da questo discende logicamente molta parte di tutto il resto, e potrebbe quindi consentire di risalire più rapidamente alle autentiche discriminanti.

  11. marco rovelli il 8 giugno 2006 alle 00:05

    Ok, scusa allora.
    Detto che Agamben non ne dice nulla, ché non sta a lui dirne…;-) – la questione è complessa, ma sintetizzando non si tratta tanto di “aprire le frontiere” – cosa che in sè è vaga e significa poco – in questo modo la questione è mal posta. Si tratta invece di fare uscire dalla clandestinità, ciò che è una terribile condizione esistenziale. (Già il fatto di non parlare più di clandestini – con tutto ciò che il termine evoca e comporta – ma di irregolari, per rimanere al linguaggio, è molto importante). Si tratta di smettere di nascondere la testa sotto terra, di non rimuovere come si sta facendo adesso – stante il presupposto che le migrazioni in corso sono un grande fenomeno naturale inarrestabile. Se è questo è vero, ne risulta che va governato. E lo si governa aprendo i flussi (che oggi sono bloccati), concedendo permessi per ricerca lavoro, attuando vaste politiche di integrazione – laddove i “clandestini”, ovvero i lasciati a se stessi, tendono ad affidarsi a reti illegali, dal viaggio fino ai modi di procacciarsi vitto e alloggio, visto che non altro modo di farlo. (E mettono continuamente a rischio la propria vita: se potessero, evidentemente, eviterebbero ben volentieri di farlo). Si tratta di far sì che sia il migrante stesso ad avere interesse ad esporsi, a farsi “identificare”. E quando accade che uno ha interesse a lasciarsi identificare? Quando ha speranza di accedere a qualche diritto, per quanto minimo. Altrimenti si nasconde. Ed è ciò che succede oggi (ed è per questo che i CPT, oltre che inumani, sono inefficienti: meno del 50% dei trattenuti viene espulso). I CPT hanno senso, oggi, anzitutto come luogo simbolico, come terminale di una politica sull’immigrazione restrittiva e carceraria, e come segnale lanciato da uno Stato che si vuole mostrare forte al cittadino impaurito. E questo rafforza la paura esponenzialmente. (Crea la underclass). Eh sì, si dice, ma se uno è delinquente deve essere espulso. Ebbene, per questo i CPT non servono: se uno è in carcere, il viaggio può essere organizzato durante quel periodo. Perché dover infliggere un insensato supplemento di pena? Dopodiché, è proprio nei CPT che lavoratori, “onesti cittadini”, che magari hanno lavorato non pagati per anni e da un giorno all’altro sono presi e messi dentro, oppure giovani appena sbarcati in cerca di lavoro – è proprio nei cpt, dicevo, che queste persone entrano a contatto con “delinquenti”. – Ciò che diceva Foucault del carcere vale ancora di più per i CPT. – E come mi diceva Jihad, che si è fatto ventun anni a Rebibbia, Il CPT è stata l’esperienza più traumatica della mia vita. Questo perché in carcere almeno hai dei diritti. Sei una “persona”. In un CPT, invece, in quello spazio d’eccezione dove il diritto è sospeso, non sei nessuno. E in quanto Nessuno, sei strutturalmente esposto all’abuso.
    E qui mi fermo: nel libro, di queste cose – passando per le forme di vita tracciate nei racconti – ne ho scritto in abbondanza…

  12. wovoka il 8 giugno 2006 alle 07:49

    Grazie. Il tuo discorso mi sembra assolutamente coerente “stante il presupposto che le migrazioni in corso sono un grande fenomeno naturale inarrestabile”. Presupposto non da poco.

  13. jan il 9 giugno 2006 alle 09:50

    Nei fatti l’immigrazione in Italia continua ogni giorno, senza che i CPT e il sistema di cui fanno parte dimostrino efficacia significativa. Aumenta il prezzo del viaggio, aumentano i rischi e i morti nelle traversate, ma gli arrivi continuano.
    Allora possiamo pensare che i CPT non siano un elemeto regolatore, un male necessario per arginare l’immigrazione, il lavoro spiacevole che lo stato deve pur fare.
    I CPT sono un elemento per imprimere all’immigrazione precise caratteristiche, mettere le persone in balia dell’arbitrio, timorose e senza diritti, fungibili. Caratteristiche che permettono a determinati interessi di estrarre ricchezza dagli immigrati senza rendere conto a nessuno. Organizzazioni criminali ed evasori fiscali che sono accomunati dall’obiettivo dell’arricchimento a breve termine e dall’ostilità alla collettività.
    Lo stato qui perde entrate fiscali da potenziali nuovi citadini, da imprese che si dissolvono nell’elusione. Perde rafforzando l’anti-stato, l’impresa senza responsabilità sociale, l’economia che non produce nulla se non caporali.
    E perdono i cittadini e la democrazia, naturalmente.

  14. angelo il 9 giugno 2006 alle 12:38

    Sono d’accordo nel cominciare a cambiare i termini di classificazione della persona: da clandestini a irregolari.
    Ciò che però m’intriga è il discorso che si fa sul rapporto tra identificazione
    e illegalità e sulle considerazioni che qui in Italia la gente che arriva è resa dalle strutture di accoglienze in genere ma soprattutto dai Cpt, dei signori “nessuno”, meno di zero perchè poi, a veder scorrere le immagini degli sbarchi e dell’accoglienza, notiamo che arrivano tutti sprovvisti di documenti, ovvero già in partenza sono dei signori “nessuno”, lavoratori, che altro, ma anche insieme a loro delinquenti comuni, trafficanti, terroristi; non c’è solo da ricostruirgli un futuro ma anche una identità. Compito enorme che certo un Cpt, come luogo di sosta (da migliorare)momentaneo non può alla lunga offrire, ci rendiamo conto, così come garantire diritti e doveri che non nascono sol perchè ti presenti alla porta o su di una spiaggia a chiedere asilo, quando non si scappa appena approdati ( lo fanno perchè sanno della durezza dei Cpt?). Il dovere dell’accoglienza è una problema che la storia si porta dietro da secoli. E’ un problema immane. Un lavoro duro che non ha bisogno di coloriture
    dx sx con lisciate ideologiche soprattutto a sinistra per dimostrare che al solito sono più bravi degli altri o che ci tengono di più degli altri a queste persone. I Cpt saranno anche lager (perchè non gulag?) ma sono credo una prima risposta quantomeno organizzativa perchè non si può pensare di portarli tutti in albergo appena sbarcati, sarebbe l’ideale ma credo siamo tutti impreparati a passare nel mondo come il Paradiso degli irregolari.
    Che direbbero poi quelli che ne sopportano i costi ? E poi francamente a chi non darebbe fastidio essere additati nel mondo come violatori di diritti umani? Siamo in queste condizioni come presumo vuole denunciare l’autore del libro?

  15. marco rovelli il 9 giugno 2006 alle 14:11

    “anche insieme a loro delinquenti comuni, trafficanti, terroristi”
    Quando, dove, come.

  16. georgia il 9 giugno 2006 alle 23:43

    a Primo piano su rai tre c’era marco che leggeva il suo libro in una camera piena di libri, la cosa mi ha messo una grande allegria :-)
    geo

  17. gianni biondillo il 9 giugno 2006 alle 23:50

    Insisto, il libro di Marco (ti ho visto in tv!!!) è un libro importante. Settimana prossima posto qualcos’altro.

  18. angelo il 10 giugno 2006 alle 10:18

    (ieri ho postato diverse volte ma usciva la scritta: cowboy…!?)
    comunque per rispondere alla sottolineatura dell’autore: quando sono arrivati altri tipi di irregolari che non fossero dei semplici lavoratori.
    Voglio ricordare innanzittutto le prime navi che arrivarono dall’albania che darano la stura al grande assalto alle froniere italiane. In albania come si ricorderà c’era la caduta di un regime, disordini sociali e le carceri si svuotarono all’improvviso, ecco molti di quei delinquenti arrivarono puntuali in italia.
    Le stime del ministero dell’interno (che pure valgono qualcosa o no?)
    sull’aumento della criminalità di questi ultimi anni danno un crescendo del fenomeno con una grossa percentuale riferita proprio alle diverse etnie entrate nel paese. Tutti questi signori, migliaia, sono entrati nella clandestinità solo perchè non nutrivano speranze di vedersi riconoscere gli stessi diritti dei cittadini italiani? arrivati in italia poi cercano di fuggire, sapendo della durezza delle strutture ricettive come i Cpt? Francamente l’analisi non sta in piedi. Perchè, mi chiedo e vi chiedo, nonostante questi signori sappiano del numero chiuso continuano a tentare comunque di entrare ? Fuggono da situazioni disperate di sicuro ma perchè non inscenare proteste nei loro paesi pe spingere i governi ad accordi bilaterali ? negli altri paesi, come la libia, non stanno lì a gingillarsi, sparano. Così anche altri paesi sono costretti alla mano dura a cominciare dalla civilissima spagna(che comincerà a sparare in mare), alla francia, all’olanda, all’inghilterra e questo vorrà pur dire qualcosa o no? marco dice che bisogna aprire del tutto le frontiere, alzare i ritmi del flusso d’entrata: ma siamo sicuri di essere pronti, che sia l’unica strada a questo fenomeno mondiale? ora per tornare ai Cpt. Chi sostiene che non servono mente sapendo di mentire, perchè basta poco ad immaginare che da qualche parte bisognerà pur ricervere tutta questa gente o no? Riconvertiamo le nostre strutture turistiche? Si forza ancora quando si paragonano gli stessi a dei lager(perchè non gulag italiani?), che c’entrano ? e poi non si fa onore alla verità e sfiderei chinque a gestire centinaia di persone che ti arrivano in una nottata
    e sistemarli con tutti i confort(cosa che tra l’altro si cerca di fare). Chiudere i Cpt che sono una delle prime fasi dell’accoglienza? L’idea del lager è forte, da infatuazione ideologica, troppo se pensiamo alla mole di lavoro che c’è dietro l’accoglienza. Fuorviante rispetto alla cultura dell’accoglienza nata in questi anni e al volontariato civile a supporto di questa. Veniamo al tema forte: la privazione dei diritti e delle libertà che subirebbero i convenuti. A parte ma non meno importante l’iter burocratico di riconoscimento difficile visto che arrivano tutti senza arte nè parte, siamo sicuri che tutti sbarcano in italia e vogliono seguire la prassi del riconoscimento o più di qualcuno punta a vivere la sua libertà al di fuori delle leggi locali, corpi separati dal paese ospitante?
    Una legge dalle maglie più larghe ci trasforma in essere più buoni? e perchè noi dobbiamo rinunciare alle nostre leggi e loro se ne devono fottere delle stesse? Siamo per questo antidemocratici, razzisti (!?),schiavisti,egoisti e con la puzza al naso? Eh già: qui costruiamo anche le moschee con i soldi dei contribuenti, da loro ti costringono a pregare al richiamo del muzzin. Chi sarebbero i barbari che dimenticano di essere stati emigranti, noi ? ma volete scherzare, spero. Poi c’è anche l’aspetto politico legato alle immigrazioni clandestine: sì caro Rovelli arrivano e sono arrivati anche terroristi nel nostro territorio sfruttando le leggi vigenti e quelle non vigenti,questa era l’idea del magistrato Vigna, se non ricordo male. L’idea è quella espressa ultimamente da gheddafi circa una guerra sotterranea che il mondo mussulmano sta conducendo contro l’occidente ovvero islamizzare tutti quanti, una nenia che tanti imam recitano da diverso tempo e ogni mattina. Sono anni che allarghiamo le braccia ma più di tanto non riusciremo a stringerli, con tutto il cuore credetemi. Un lavoro importante il tuo ma quando ho visto la copertina e il titolo devo essere sincero ho storto il naso.cordialmente.

  19. Lorenzo Galbiati il 10 giugno 2006 alle 10:58

    marco eri proprio bbono ieri sera a primo piano! ;-)
    lorenz

  20. marco rovelli il 10 giugno 2006 alle 11:51

    Angelo, le tue certezze sono talmente salde che non mi permetto di scuoterle.
    Se volessi provarci, non potrei che invitarti a leggere il libro, dove di queste cose ne ho scritto in abbondanza, per sapere chi davvero è “ospite” in questi centri di “accoglienza” dotati di tutti i comfort. E per capire qual è il senso giuridico e ontologico del concetto “lager”.
    Se non avessi creduto di poter offrire un’altra visione, non avrei scritto il libro.

  21. marco rovelli il 10 giugno 2006 alle 11:53

    Georgia, sono felice di averti messo allegria, quella era la “sala” di casa mia, colorata di un gioioso giallo acido.. (lorenz, sarà stato il colore che ti ha confuso…;-)

  22. roberto il 11 giugno 2006 alle 09:23

    @rovelli
    @ovadia
    @tash

    “fenomeno naturale inarrestabile”

    Spero di non rientrare tra i “capziosi” se dico che la “sicurezza”, insieme alla sanità, è una delle due richieste principali che vengono dalla base della nostra società. Vengono prima del lavoro, prima delle tasse, eccetera, eccetera. Ora, vogliamo derubricare questa richiesta di sicurezza a foglia di fico dei “benpensanti”, come dice Ovadia?
    Prego, ma allora non ci lamentiamo dei benzinai con la pistola che sognano un governo nordista (i benzinai non sono la upperclass).

    Magari direte che me ne esco sempre con dei filmetti per spiegare i massimi sistemi, ma ve lo ricordate Scarface?
    I campi profughi di Miami erano i progenitori dei nostri CPT, ma non riuscirono a bloccare l’ascesa del criminale. Direte che la colpa fu degli americani, che non seppero dare un’opportunità al reuccio della coca.
    Ma la funzione dei CPT dovrebbe essere proprio questa: spartire il grano dall’erbaccia. Perché non crederete mica che tutti i migranti che arrivano in Italia hanno voglia di farsi benedire da quell’anima pia di don Benzi.

    E no, ci stanno anche i tipi come Scarface. Questo non significa che tutti i migranti e/o clandestini sono potenziali stupratori di ragazzine sull’autobus: i loro cugini italiani formano bande altrettanto e forse meglio assortite. Ma credere che Scarface voglia farsi “identificare” solo perché gliene diamo l’occasione, be’, questo sì che mi sembra ingenuamente colposo.

    Preferisco le aperture di Tash e Rovelli, il pensare al dopo, le vie di fuga. Se non ci diamo la sveglia sulle campagne culturali utili a cambiare le cose rischiamo di finire con il cerino in mano. Per esempio la battaglia per il voto agli immigrati, chi ne parla più? Una vittoria che favorirebbe anche la condizione dei clandestini. Ma guardate come hanno ridotto la consulta islamica, poi ne riparliamo.

    A proposito, che ha fatto Jihad per beccarsi 21 anni?

  23. Cato il 11 giugno 2006 alle 11:08

    @ Marco Rovelli

    Ho finito di leggerlo stanotte. Non hai scritto un libro “importante”, come viene detto nella presentazione del post: hai scritto un libro “fondamentale”, che getta luce, e dirada ogni ombra, su uno degli abomini più vergognosi e subdolamente rimossi dell’Italia di oggi. Un’opera di grande valore, anche dal punto di vista letterario. Spero trovi la più ampia diffusione possibile, a iniziare dal mondo della scuola. Ti faccio i miei complimenti e ti dico grazie. Fin quando saranno pubblicati libri come questo o quello di Saviano, la letteratura avrà ancora un senso e il ruolo dello scrittore ancora dignità. Un caro saluto.

  24. marco rovelli il 12 giugno 2006 alle 20:07

    @ roberto.

    Gli scarface non passano per i campi. Hanno maniere migliori di entrare, e di rimanere indisturbati. E prosperano proprio perché ci sono maree di clandestinizzati che per soddisfare un qualsiasi, minimo bisogno, hanno bisogno di qualcuno cui rivolgersi. Se continuerà questa politica di chiusura – allora è certo che tra una decina d’anni sentiremo parlare parecchio di mafie africane, per dirne una. Già ci sono (Roberto Saviano insegna), e ci sono per questo motivo.

    @ cato

    Non posso che restituirti il grazie, felice di questa empatia.

  25. Monia Gaita il 16 giugno 2006 alle 12:22

    Lo scritto di Ovadia schiude le labbra a qualche riflessione. Abbiamo raggiunto lo sconveniente primato dell’indifferenza; presidiamo come se fossero fortezze i nostri luoghi frastornati, facciamo la scolta ai nostri spazi, girando le manovelle all’egoismo più bieco. L’altro può respirare tranquillamente i vapori mefitici del suo disagio purchè non peggiori o determini il nostro. Distribuiamo a volte chicchi di melagrana di bugie sull’unione universale, sul bello dell’integrazione, quasi una melodia orecchiabile che autoimponiamo all’ascolto per l’orrore di capirci diversi, orribilmente proiettati su noi stessi. Le membra solide della parità dei diritti sono ancora un miraggio per chi va mendicando il pane di una vita migliore, nella mutilazione menomante di sentirsi al di sotto, parte di quel vasto fratricida mercato all’ingrosso di forza lavoro da sfruttare. Fa lunga messe di guadagni l’ipocrisia, mette la chiave nella toppa delle azioni, tenta ogni mezzo per cambiare faccia. E i militaristi accesi del rifiuto, le millefoglie screpolanti dell’emarginazione, non stanno a destra o a sinistra, ma in tute mimetiche,vagano un po’ dovunque. Ridotta in minuzzoli la solidarietà, dobbiamo preparare un cocktail che legittimi l’ingiusto, difenda con porte blindate i propri interessi, produca in serie monopoli, senza sentir rimorso. Parrebbero fulminate le lampadine dell’amore: noi non odiamo i clandestini, assai più semplicemente li vorremmo fuorigioco, calciatori in campi lontani, scongiurando il timore che ci stringano in panchina.



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