Germania-Polonia, 1-0

18 giugno 2006
Pubblicato da

logotipo Razzismi Quotidianidi Helena Janeczek

“Jeszcze Polska”, dico quando alza la cornetta. Sono le prime parole dell’inno nazionale: “La Polonia non è ancora sconfitta, finché noi viviamo”. Mia madre ride, poi mi aggiorna sul fatto che i polacchi secondo lei stanno giocando bene. Sono le dieci e qualcosa, dodici minuti del secondo tempo di Germania-Polonia, zero a zero. Parliamo con l’ansia di perdere di vista i nostri televisori, col tipico pensiero magico che se smetti di fissare la porta, l’avversario piazzerà il gol temuto.
“Ah, se lo sapessero i miei jiddn”, sospira mia madre, prevedibile e civetta, “che faccio il tifo per questi antisemiti.”
Ci salutiamo presto, in modo da poter tornare a tifare con la giusta concentrazione “für diese Antisemiten” che mia madre continua a preferire ai tedeschi democratici che allineano i loro bambini in prevalenza ancora biondi davanti alle squadre di tutti i colori.
La partita va avanti, non si sblocca. Non conosco nessun giocatore della nazionale tedesca, polacchi meno che zero. Però mi viene da cristare ogni volta che i tedeschi provano qualche tiro in porta e al giocatore polacco che si becca l’espulsione lancio un paio di insulti- “stronzo, coglione!”- quasi certa che mia madre stia facendo lo stesso a Monaco di Baviera nel suo tedesco sgrammaticato, però promosso ad essere la lingua che sa meglio.
“Jeszcze Polka nie sgineła”.
Un tempo tifavo contro la Germania. Ora, dopo ventitre anni che vivo in Italia, non più. Se non avessero giocato con la Polonia, non li avrei nemmeno guardati. Sono nervosa. Tengo alla Polonia in modo assolutamente istintivo e automatico, fai pure coatto, e non so perché. Non so perché ricordo persino la vittoria dei Jagelloni contro i Cavalieri dell’Ordine Tedesco, nessuna memoria patriottica, a quanto ne sapessi fino ad ora, mi è mai stata inculcata. Devo infatti consultare Wikipedia per stabilire con certezza data e luogo: “Bitwa pod Grunwaldem,” 1410.
Residui di materna scolarizzazione, rovine pre-1939.
Il 1939, certo. Siamo ancora lì, io e mia madre, mentre i dieci polacchi in campo e il loro portiere miracoloso e forse la Madonna nera di Częstochowa, Matka Boska Częstochowska, Matka Boska Częstochowska, respingono i palloni avversari?
Lei certo: senza invasione, niente shoah; senza shoah, nessuna perdita dei manuali che ti insegnavano le date della vittoria di Grunwald e dell’eroica sconfitta di Dombrowski commemorata nell’inno nazionale.
Io preferirei di no. Io preferirei essermi mossa almeno in parte, preferirei non avere la sensazione che sto componendo una postilla a un libro scritto dieci anni fa. Che rimarrà probabilmente la cosa più bella che avrò mai scritto, va bene, me ne frego, vorrei trovare qualche ragione più lontana e vasta, qualche ragione che non siano soltanto io e la mia famiglia ridotta a mia madre.
Il fatto che per i polacchi è diverso giocare contro la Germania che per i tedeschi giocare contro la Polonia; il fatto che le due squadre stanno in campo a una distanza radicalmente diseguale dal 1939. I giornali polacchi, a quanto pare, si guardano bene dall’evocare il nazismo, si limitano alla battaglia di Grunwald del 1410, i giornali tedeschi non si limitano affatto: quelli seri parlano di una partita come le altre, mentre il tabloid “Bild”- da sempre il più demagogico e popolare- ci dà dentro con lo sfottò linguistico: “Jawollski!” Che la perdita di memoria, la beata innocenza ritrovata, sia sapidamente razzista o politicamente corretta e sterilizzata, non cambia molto.
Ma tutto questo lo scopro solo oggi.
Quel che scoprivo ieri distraendomi sulla traversa colpita al 45° minuto del secondo tempo, lo devo a mio figlio. Lo devo al suo album Panini, “Fifa World Cup Germany 2006, Official Licensed Sticker Album”, il suo primo album di figurine di calciatori. Il giocatore che per mio giubilo ha appena cannato vergognosamente il colpo di testa per il gol decisivo, questo Klose, figurina numero 33 ancora vuota, si chiama Miroslav ed è nato a “Oppeln (POL), 9-6-1978”. Il 35, Lukas Podolski- “Gleiwitz (POL), 4-6-1985”- lo hanno rimpiazzato al 26° minuto con Oliver Neuville che ha un cognome ugonotto e una madre calabrese.
E’ Neuville grazie a un cross di Odonkor- madre tedesca, padre ghanese- che al 2’ di recupero va a segnare.
Avevano nella formazione due attaccanti su due polacchi e ne hanno dovuto eliminare uno per strappare la vittoria al penultimo minuto. Sembra questa la morale, quel che trapela con un po’ più di titubanza e discrezione il giorno dopo dalla stampa tedesca e internazionale.
Ma Miroslav Klose e Lukas Podolski non sono polacchi. Sono venuti in Germania nel 1987, sono arrivati che erano bambini- otto e due anni-, sono entrati con le loro famiglie grazie alla legge che permetteva a chi poteva stabilire una discendenza da etnia tedesca- gli “Aussiedler” qualificabili come “deutschstämmig”- di trovare aperte le frontiere, ricevere aiuti per l’inserimento, accedere in tempi brevi alla cittadinanza, quella cittadinanza che dalla stessa legge dello jus sanguinis veniva negata dopo decenni agli immigrati di qualsiasi altro ceppo etnico e spesso persino ai loro figli nati in Germania.
Miroslav e Lukas invece sono nati in Slesia, terra di esodo e nazionalizzazioni, Heimat sognata dalle associazioni di nostalgici e irredentisti che sarebbero felici di sapere che a partire dall’”Official Licensed Sticker Album” edito a Modena, Italia, dalla Panini, le città di Opole e Gliwice sono tornate a chiamarsi Oppeln e Gleiwitz, rientrando nei territori del 1945.
Ma la stessa “Bild” che grida “jawollski” abbiamo battuto i polski!, il giorno prima pubblica un’intervista ai campioni e eroi nazionali Miro e Poldi in cui dichiarano – titolo-“Polnische Frauen sind erotischer als deutsche!”
Dicessero soltanto “più sensuali”, cosa che a seconda di chi vuol intendere e di Bild vorrebbe sottintendere un’altra cosa, ma loro no, loro ci tengono a sgomberare il campo dagli equivoci: “più allegre, più tranquille, più cordiali, più rilassate”.
L’estetista con cui il ventunenne Podolski sta da due anni e la moglie con cui Klose ha avuto due gemelli, sono polacche. In famiglia parlano polacco, parlano polacco anche sul campo tra di loro, tranne, si intende, mercoledì sera, secondo dichiarazioni rilasciate da entrambi. Vanno in vacanza in Polonia. Impazzisce per le salsicce e l’hip-hop polacco, Lukas Podolski. Sua nonna a Gliwice voleva tenere alla Germania nella prima metà tempo, nella seconda alla Polonia. Le è andata male: ha sbagliato le metà.
Senza il nipote che all’indomani della partita promise di cantare l’inno nazionale tedesco, vuoi perché l’altro manco lo conosce, forse faceva volentieri a meno del tifo ammezzato. Ma al momento buono- dicono- il suo Łukasek è rimasto muto.
“Ich fuehle mich Deutscher durch und durch”- “mi sento tedesco fino in fondo”, dichiara Klose a “Bild”, “però non dimentico da dove provengo”.
Miroslav Klose proviene da una cittadina in Slesia che aveva avuto due nomi, poi uno solo, poi solo l’altro dei due. Opole poteva dimenticare di essersi chiamata Oppeln, ma i Klose non potevano dimenticare di chiamarsi Klose. Rispetto alle molte famiglie che erano state ben contente di perdere la memoria di qualche bisavolo germanico fino a quando per immigrare conveniva ritirarlo fuori, i Klose sembravano non poter far altro che farsi perdonare la discendenza dando al figlio il più arcislavo dei nomi: Mirosłav, Mirek. Come mai non fossero stati fra i circa quattro milioni e mezza di tedeschi espulsi dalla Slesia nel 1945-47, che cosa avessero fatto negli anni prima quando, nel caso migliore, i maschi “volksdeutsch” furono arruolati nella Wehrmacht, non è dato sapere. Del resto, giustamente, nessuno chiede conto di cosa combinava il nonno fra il 1939 e il 1945 a un campione di calcio chiamato Miro.
Mirek che a otto anni proveniva da Opole, proviene poi dall’”Aufnahmelager Friedland”, un campo di accoglienza in cui più famiglie stavano ammassate in uno stanzone ad aspettare i passaporti nuovi, con sempre qualcuno che piangeva e qualche madre che chiamava sempre un figlio scappato fuori, nel territorio percorribile fra le sbarre e la Germania. In seguito proviene da una cittadina del Palatinato dove fu iscritto alla quarta elementare, il primo giorno fanno il dettato e Mirek conosce appena quattro parole della sua lingua nuova, così, a suo dire, si candida da solo a rifare la seconda. Per questo, alla fine, Mirosłav, Mirek e Miro Klose principalmente non proviene forse da nessuno di questi luoghi. Proviene dal primo campo di calcio e dal primo pallone dietro al quale correva e correva perché ci riusciva, perché ci riusciva senza scrivere né parlare, perché tendendoselo attaccato al piede, questo pallone lo portava avanti e lo difendeva.
Miroslav Klose è diventato tedesco grazie al calcio, e lo dichiara.
Qualche anno fa gli offrirono di giocare per la nazionale polacca, rifiutò, contò di farcela ad essere selezionato per quella tedesca, ce la fece.
Il bomber Miro non dimentica e ce lo dice. Ma questo non serve, non serve se la nazione per cui gioca, la sua come ogni altra simile nazione, possiede una memoria che corre via su tutto come un palla, un’attenzione sferica, un razzismo democratico e rotondo che alla meglio sbandiera “benvenuti!”, ma non si chiede mai “questi da dove vengono, dove vanno e chi sono?” Non serve fino a quando continuiamo beatamente a non sapere che una cittadinanza non la forma né l’etnia, né l’integrazione, né la lingua, né il gusto, né il desiderio, né il cuore, ma, se hai fortuna, il potere muto, equo e indifferente di un pallone, immagine e somiglianza del nostro globo.
“Nemec”, la parola polacca per “tedesco”, all’origine significava “muto”.

 Le dichiarazioni di Mirolsav Klose sono state tratte- con leggerissime elaborazioni- da articoli apparsi su “Bild” (http://www.bild.t-online.de/) e “Frankfurter Allgemeine Zeitung”( http://www.faz.net/s/homepage.html)

 

30 Responses to Germania-Polonia, 1-0

  1. Giuseppe A. Veltri il 18 giugno 2006 alle 14:10

    un bellissimo post

  2. Marco il 18 giugno 2006 alle 15:22

    un abbraccio commosso all’Autrice, se si può, da uno che passò cinque mesi del suo ventitreesimo anno a fare avanti e indietro attraverso l’Oder / Odra. Purtroppo imparando solo a balbettare il tedesco, e due o tre formule di polacco, e niente più. Ognuno ha i suoi limiti.
    Una bella parola che mi ricordo, anche se non so dove mettere qualche accento o altro segno, è “spotkanje”.
    E “Włochy”, all’origine, cosa significava?

  3. Carlo Capone il 18 giugno 2006 alle 15:58

    Un pezzo magnifico, dolente come una frattura irrisolta. Sbaglio o in Polonia l’Italia la chiamano Wlochy? Mi aggiungo alla domanda di marco.

  4. Wrangler il 18 giugno 2006 alle 17:20

    Troppo bello!

  5. marco rovelli il 18 giugno 2006 alle 17:50

    Degna postilla al libro. Perfetta ‘immagine dell’in-differenza del pallone in cui culmina il tuo scritto (costruito come sempre secondo criteri di composizione more geometrico).
    Considerazioni attuale, certo. Ma, viene da dire, anche profondamente inattuale. La seconda, per la precisione.

  6. db il 18 giugno 2006 alle 23:11

    ciao, helena!

  7. antonio sparzani il 19 giugno 2006 alle 01:10

    Helena, è bellissimo, è l’unico articolo che parla (anche) di calcio che ho letto tutto e con crescente piacere. Una delizia, grazie.
    antonello

  8. angelo petrelli il 19 giugno 2006 alle 11:13

    ciao helena,
    riuscitissimo il post!
    complimenti

  9. tashtego il 19 giugno 2006 alle 11:13

    chiedo scusa per l’ignoranza, ma cos’è un jiddn?

  10. vins gallico il 19 giugno 2006 alle 12:01

    in quel sentirsi deutsch durch und durch di klose, c’è a mio avviso una delle basi del razzismo moderno: l’esigenza dell’integrazione ad un modello strutturale (e nazionale) ben definito che viene legittimato e dato per ovvio attraverso una tradizione storica e un presente politico. sentirsi tedesco dentro: cosa dovrebbe significare? una mutazione del dna? o forse la scelta di corrispondere alle richieste (pressioni) che una società nazionale applica dall’esterno sul soggetto singolo? pressioni che portano il singolo a “lavorare per il bene della nazione”, perché questa diventi sempre più potente, sempre più “patria”. due dei calciatori citati da helena, neuville e odonkor, vengono accettati soltanto per il loro contributo patriottico. se odonkor non corresse sulla fascia destra per la germania, sarebbe probabilmente uno di quegli sporchi negri spesso e volentieri vittime della violenza dei naziskins come della polizia. se neuville non la buttasse dentro con gran facilità, i tedeschi farebbero di lui un mangiaspaghetti con la evve rollata.
    non so come sia vissuto in italia il mondiale. qui in germania c’è un’atmosfera di tensione, c’è aggressivita nell’aria, desiderio di vendetta, di cancellare la storia, di riscriverla, di ritornare a poter essere forti. “eS eSkaliert” si sente urlare per le strade. E tutto è condito da questo concetto di “noi”, “voi”, “loro”, questo essere e voler essere “deutsch durch und durch”.
    helena, quasi inutile dirtelo, come al solito un pezzo molto bello.

  11. helena il 19 giugno 2006 alle 12:41

    Cominciamo dalle domande.

    @ Tashtego
    “Jiddn” è “ebrei” in jiddish e credevo che fosse desumibile dal contesto e dall’assonanza con “Juden”. Anche per questo ho usato la traslitterazione tedesca, mentre quella anglo-americana sarebbe “yidn”.

    @ Marco e Carlo

    “Wlochy “, il nome dell’Italia in polacco deriva da un “vlach” germanico, etimo usato per designare in generale le genti latini da cui anche “vallese”, “Vallacchia”ecc

    guardate anche su

    http://en.wikipedia.org/wiki/Vlach

    “spotkanie” significa “incontro”

    @ Vins, a me colpiva soprattutto quanto le dichiarazioni di identità “durch und durch”nazionale fossero palesemente forzate e finte. Questo impressione soprattutto in un caso come quello di Klose in cui la radice “volksdeutsch” pare inconfutabile.

    A tutti:

    grazie, dienkuje, danke…..!!!!!

  12. roberto il 19 giugno 2006 alle 15:00

    @helena
    @Nazione
    ITALIA – USA UNO A UNO

    “Heidegger fu acerrimo nemico di quello che chiamava ‘amerikanismus’, e che, a suo avviso, indeboliva l’anima europea. ”
    (Buruma & Margalit)

    “Hanno voluto la guerra e la guerra hanno avuto.”
    (Giampiero Galeazzi)

    La partita tra Italia e Stati Uniti ha fatto emergere il diffuso pregiudizio antiamericano, quella malcelata repulsione, che gli italiani nutrono verso gli yankee. A destra e a sinistra.

    Leggendo i quotidiani del prepartita (Corriere dello Sport, Gazzetta dello Sport, la Repubblica, il Giornale, il Manifesto) e ascoltando i telegiornali (per esempio quello di Italia 1), e le trasmissioni delle redazioni sportive (dalla Rai a Mediaset), emerge un’immagine “disumana” della squadra guidata da Bruce Arena.***

    I giocatori americani sono freddi, arroganti, efficienti, “scaltri tatticamente”, ma in fin dei conti vengono descritti come delle stupide macchinette che giocano in modo meccanico. Secondo il mister Lippi: “i movimenti degli americani sono quasi automatici”.

    In fondo è “gente abituata a mangiare hamburger e bere birra”, assicura un tifoso italiano intervistato sulle spiagge di Cattolica. L’americanismo, dunque, è innanzitutto una forma di “riduzionismo”: i giocatori americani sono infantili, minorati, inferiori, è acclarato. Per Luigi Ferraiolo, Corriere dello Sport: “Il livello medio resta non altissimo, comunque decisamente inferiore al nostro”.

    Sono una “squadra-cocktail, “malriuscita”, come scrive Gianni Mura, spostandosi (credo inconsapevolmente) dal piano tattico della strategia di gioco a quello della composizione etnica di un popolo: l’America è una civiltà senza radici, cosmopolita, razzialmente mista. Una caratteristica che si presta a giudizi storici più agghiaccianti, come quello espresso da Carolina Morace: “Questi (gli americani) dimenticano che nell’Ottocento quando da noi c’era il Romanticismo loro avevano il Far West e si sparavano addosso”.

    Ecco riemergere il solito manicheismo tra noi (i greci) e loro (i barbari), per cui da una parte c’è la nostra provincia, tecnologicamente ed economicamente arretrata, ma depositaria dei veri valori della cultura calcistica, e dall’altra parte un mondo corrotto, fatto di giocatori pompati all’idrogeno e raccomandati dalla “Coca Cola”. Per cui ai nostri eroi del pallone, sempre pronti a sacrificarsi per un ideale supremo, la Vittoria***, si contrappongono i mercanti sponsorizzati dalle multinazionali, che giocheranno anche bene, sì, ma lo fanno per soldi: “ai rapporti di fiducia dell’onesto mondo rurale, si sostituiscono subdoli contratti forniti da uomini in abito scuro”.

    E’ la storia del conflitto tra Vecchio e Nuovo (calcio), tra “cultura autentica”, provinciale, campagnola, e “i cavilli artificiosi” del mondo cittadino, metropolitano, globale, il mondo del capitalismo e della supertecnologia senza cuore. Ma il clan Moggi e gli stipendi d’oro di Totti & Co. dove li mettiamo?

    Nella pubblicità di Dolce & Gabbana, lo spogliatoio della squadra italiana è situato in un’antica palestra siciliana. “Sono i valori a cui sono legato”, dichiara Stefano Dolce in un’intervista a Sport Week. Nella foto si vedono finto- poster anni quaranta alle pareti, finto-old-appendiabiti e armadietti in legno, finto-corpi lisci, oliati, e col pacco bene in mostra. Mancano solo la coppola e il gessato dell’uomo che non deve chiedere mai.

    Una idillico revival, un gallismo rurale:
    – il richiamo al sano Spirito della Patria-Palestra
    – il bel suol natio
    – le nostre caratteristiche razziali più ‘autentiche’ (e artificiose e paramafiose), che diventano i tratti del nazionalismo finto-etnico proposta dalla coppia di stilisti.

    Un’operazione culturale che, se non riproponesse schemi e parole d’ordine del fascismo più bieco e pomposamente bellico, avrebbe curiosi tratti dal sapore burroughsiano (“lontano vento e polvere del 1920”).

    Stefano Dolce parla del libro fotografico che ha realizzato vestendo la squadra di Lippi: “L’Italia è l’Italia”, confessa, “è il cuore”, e ancora, “siamo italiani, ci mettiamo davanti alla tv e ci viene fuori il tricolore che abbiamo nel sangue”.

    “Speriamo che il sangue non incida”, è il commento, a caldo, del romanista Daniele De Rossi, subito dopo l’espulsione.***

    “Cuore” e “sangue” sono le paroline magiche su cui viene costruito l’intero impianto della umanizzazione dei “nostri” e della loro “disumanizzazione”. Ecco cosa voleva dire la Morace quando parlava di “romanticismo”.

    La visione romantica è nella esaltazione del gioco “intuitivo”, nella “creatività” italica, nel “guizzo” di testa di Gilardino, forme ideali, a un passo dal metafisico, in grado di rompere il macchinismo schematico degli avversari (i brasiliani sono i maestri del calcio magico).

    Questo romanticismo ha origine nel nativismo tedesco (per esempio l’opera di Johann von Herder), e nei contro-movimenti anti-illuministici che hanno percorso la storia europea (anche quella che oggi vuol mettere un bavaglio alla Scienza).

    Nel Novecento, lo stesso romanticismo è stato usato dai fascisti e dai nazisti, esportato nello Stato Shinto e nelle dittatura comuniste, è stato adorato dai kamikaze giapponesi prima e dai martiri islamisti poi (tutta gente che crede di avere un “cuore” e “un’anima” da difendere fino alla morte).

    Ma vorrei rassicurare chi sta leggendo: una cosa è il pregiudizio antiamericano del bagnante di Cattolica, altra cosa farsi esplodere, donare il proprio sangue per una causa superiore. Eppure… come archiviare (ironicamente, dai!) l’ennesima bomba di Galeazzi? “Far saltare il bunker americano!”

    Alcuni giornali sono stati più attenti di altri a non cadere in questa trappola culturale. Tuttavia, un editoriale di Mariuccia Ciotta sul Manifesto, e i reportage di Vittorio Zucconi su Repubblica, offrono qualche insidiosa caduta di stile.

    La critica del calcio occidentale, nell’approfondimento di Ciotta sul Manifesto, è affidata a uno schema esotico piuttosto gratuito. Al “gioco duro” delle potenze belligeranti, americani e italiani, si oppone il “gioco come gioco” dei calciatori del Ghana. Secondo l’autrice ci vorrebbe “un po’ di Africa sul campo”.

    Sentite questa: “Africa come luogo dell’immaginazione, sogno di calcio giocato senza quotazioni in Borsa, moviolone truccate e mazzette degli arbitri”. Ovvero l’Africa testuale inventata, direi vagheggiata, da Ciotta.

    Il continente del calcio-che-non-c’è. L’idealismo romantico in salsa antagonista, insomma.

    La corrispondenza da Kaiserslautern firmata da Vittorio Zucconi, infine, sembra alludere a quel “risentimento” che, secondo Buruma e Margalit, caratterizza i paesi (come l’Italia) che, pur godendo dell’aiuto e della protezione del governo degli Stati Uniti, nutrono una forma di amarezza, indignazione e sdegno, nei confronti di questo genitore sentito come “iperprotettivo”.

    “Un’america fragile e blindata”, titola Zucconi. Il pezzo indaga le imponenti misure di sicurezza, germaniche e dell’FBI, dell’intelligence e dei tiratori scelti travestiti da pali della luce, che accompagnano la partita. Come se fosse colpa degli americani oppure degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco se in giro ci sono matti pronti a tutto pur di farSi e farVi fuori.

    Quando Zucconi descrive una squadra e “corazzata”, ancora una volta disumanizzata, sta dicendo che l’unica uniforme che gli americani sono in grado di esportare nel mondo è quella militare: la maschera della sicurezza a oltranza, ed è per questo che faranno pressing in attacco e in difesa. Non sono capaci di fare altro, solo combattere, fuori e dentro il campo (la partita viene giocata accanto a una base militare americana).

    Su questo siamo d’accordo: tante volte gli Stati Uniti se la sono andata a cercare. E’ vero che la “corazzata yankee” è figlia delle politiche della amministrazione americana nel mondo, di una politica interna guastata da vizietti come la pena di morte, e di un’economia drogata chiamata turbocapitalismo.

    Ma nelle parole dei giornalisti liberal e di sinistra resta questa sorta di ‘fastidio’ verso una potenza ritenuta troppo forte e pericolosa, e dunque capace di giocare a calcio, sì, ma in modo “triste”. Ma dopo tutto quello che abbiamo letto, visto e sentito, la vera tristezza è stata il pareggio.

    NOTE
    *** L’allenatore americano viene scannato a dovere: “non parla l’italiano, capisce solo un po’ di dialetto, ‘cumpà’, ‘paisà’, pasta e fasuli” (Matteo Dalla Vite, La Gazzetta dello Sport, 17 giugno 2006

    ***Pensate all’infortunio di Perrotta. Il giocatore resta in campo dolorante. Un’immagine che ricorda al telecronista altre scene eroiche che ebbero come protagonisti calciatori italiani pesti ma non domi. La retorica del sacrificio di sé funziona così, è il “siam pronti alla morte” a cui “l’Italia chiamò”. Per Buruma e Margalit: “Il fascismo si appellava proprio a uomini mediocri, lasciando loro intravedere la gloria di sentirsi parte di una nazione preferibilmente dotata di virtù superiori e qualità spirituali. Spesso i movimenti religiosi politicizzati attraggono la gente per analoghi motivi. Il Sacrificio di sé per una causa superiore, per un mondo ideale libero da sofferenze e ingiustizie, è l’unica via dell’uomo medio per sentirsi un eroe. Meglio morire gloriosamente per un ideale che vivere nel Konfortismus. La scelta di una morte violenta si traduce così in un atto eroico di volontà umana. Nei sistemi totalitari può essere l’unico atto che a un individuo è dato di scegliere liberamente”. (Occidentalismo, Einaudi 2004)

    ***Guido d’Ubaldo sul Corriere dello Sport di sabato scorso: “De Rossi non si fa condizionare dalle dichiarazioni bellicose degli americani alla vigilia: ‘Sarà una partita dura, maschia’ dice il giocatore intervistato durante il ritiro, ‘(…) io dovrò stare attento a evitare un’altra ammonizione dopo quella con il Ghana’ ”.

  13. helena il 19 giugno 2006 alle 15:19

    @roberto (& i fratelli indiani)

    Stai facendo un gran lavoro e ti accolli pure questi straordinari (straordinari). Io questo pezzo lo metterei in homepage, ma non posso qui dall’ufficio. Qualcun’altro lo farebbe?

    Grazie….

  14. tashtego il 19 giugno 2006 alle 16:54

    Qualche parola sui temi toccati dal pezzo di Helena e dal commento di Roberto.
    Le modalità del senso di appartenenza comprendono la deformazione e la visione convenzionale – di solito in negativo – di ciò a cui non si appartiene e che crediamo non ci appartenga, del non apparentato, delle culture che si fa fatica ad includere nell’internità della propria: una sorta di familismo amorale di tipo nazionale.
    Credo alla fin fine si possa parlare tout court di ritorno dei nazionalismi, cioè dell’idea semplificata di patria come forma – vincente – di stupidità de massa, alla quale nessuno riesce sotto sotto a sottrarsi.
    Il gol di Gilardino mi ha fatto alzare d’impulso la mano destra col dito medio alzato: mi sono ritrovato col braccio sollevato contro gli USA, come un cretino preda di un impulso che trova libero sfogo, per mancanza ormai, anche in me, di un solido sistema di concetti interrelati tra loro (ideologie, in pratica), capaci di inibirlo e fare diga: cultura versus natura.
    Sembra esagerato dirlo, ma in occasione di questi mondiali si vede abbastanza bene che un certo ritorno del veleno della storia – il nazionalismo identitario e aggressivo – c’è, eccome.
    Ed è un fenomeno comune a molti paesi.
    La parola Internazionalismo ha perso completamente di significato, assieme al concetto che ogni forma di aggressività tra nazioni non è cosa che riguardi i subalterni e gli oppressi, i quali invece hanno interessi comuni e lottano in comune per pace e fratellanza.
    Se il pacifismo attualmente in corso, generico & cattolicante, non è capace di sottoporre a critica le ideologie nazionaliste che al postutto generano il consenso all’aggressività guerresca, se col muro de Berlino, è caduta qualsiasi identità ideologica di sinistra (anche qui molti si pensano con sollievo “liberi da ideologie” e sono tutti contenti: vedi prefazione di La Gioia al libro di London), il brutale sentimento amico-nemico rimane senza veri antidoti e può emergere anche in queste occasioni senza che nessuno sollevi obiezioni.

  15. andrea inglese il 19 giugno 2006 alle 20:35

    “preferirei non avere la sensazione che sto componendo una postilla a un libro scritto dieci anni fa”, cara helena per me quel libro, “Lezioni di tenebra”, è un libro che ho letto (come sai) due mesi fa, ed è attualissimo, anzi, è ancora da capire (come si possa avvicinare il più remoto/orribile della storia con le nostre sole forze, all’altezza delle nostre sole forze, e pero’ ben vicino, oltre ogni rassicurante distanza cultuale): la postilla ha dunque un suo lungo avvenire, il libro è stato scritto dieci anni fa, ma la sua voce (la sua forma) è ancora davanti a noi, interrogante….

  16. J. J. Lurker il 19 giugno 2006 alle 22:21

    ho appena lasciato un breve commento-apprezzamento al post sopra, quello su usa-italia: veramente un bel pezzo a cui non ho nulla da aggiungere o contraddire, tranne sottoscriverlo tacitamente con un semplice complimento.
    adesso leggo i commenti qua e mi sento di dire, senza polemica: non esageriamo, tashtego, suvvia! una qualche divisione in squadre-nazioni può starci in un mondiale, ne rappresenta il suo carattere di festa, di sublimazione -e quindi soluzione/allontamento -della guerra; se nel gol di gilardino si alza il dito o ci scappa il gesto dell’ombrello non sarà elegantissimo ma da qui a vederlo a come la primazia della natura sulla cultura… insomma, dai… che nel piccolo orgasmo del gol, nella liberazione libidinale della deflorazione della rete che ci fa saltare gridando e abbracciando il vicino ci sia qualcosa che in qualche modo ci “spossessa” non solo è vero ma è anche il senso e la ragione (parte del senso e della ragione…) per cui si dovrebbero guardare 22 ragazzotti inseguire una palla: è altrettanto vero che in questo condivide qualcosa del suo oscuro potere con i regimi dittatoriali di massa o anche con pratiche del consumo contemporaneo ma, io credo, non perdiamo il senso della misura.
    del resto tutto ciò lo condivide anche col sesso (perchè dovrei dimenarmi grottescamente strusciandomi sopra una ragazza e infilandole un’escrescenza del mio corpo nel suo allora?) ma non per questo dovremmo smettere di farlo, no?

  17. roberto il 20 giugno 2006 alle 13:29

    @lurker
    @tash

    Non perdiamo il senso della misura, certo. Infatti vorrei sempre essere letto con il beneficio dell’ironia, una qualità che, da parte di chi scrive, non è facile coltivare, lo so, e che invece rappresenta uno dei modi migliori per sfuggire al dominio del consueto (non riuscirci contribuisce alla mia alienazione).

    Voglio dire che il calcio è il calcio, Lurker ha ragione, molto meglio giocarlo che vederlo, molto meglio vederlo che scriverlo, e così via (meglio una scopata che l’amor bianco).

    Però sono stato davvero contento di leggere il commento di Tash. Seguendo con attenzione i suoi discorsi, nei mesi scorsi, mi sono accorto che parte da un punto di vista, da una visione delle cose, diversa dalla mia, com’è giusto che sia. Eppure ieri ha messo in luce lo stesso punto critico, la stessa zona d’ombra dove finiamo per approdare e naufragare insieme, quello scoglio insuperabile che riassumo con le sue efficaci parole:

    “per mancanza ormai, anche in me, di un solido sistema di concetti interrelati tra loro (ideologie, in pratica)”

    Voglio dire che alla fine è facile ruotare, forzare, il proprio punto di vista (faccio così), smontare e declassificare tutto, contraddirsi, sottoporre i sistemi ideologici a ‘dubbio sistematico’. E poi?

    Che succede dopo? Come riempiamo questa mancanza? Lavorando in gruppo? Lo facciamo già. Ma su quali basi? Letterarie e non ideologiche? Puramente conservative? (altri ci provano con successo).

    Dovremmo accontentarci di difendere il lavoro a tempo indeterminato, il sindacato, la costituzione, i diritti civili? Mi mette i brividi la pubblicità scelta dal Comitato per il No.

    E’ un’operazione protettiva speculare a quella dei nostri competitori (non penso alle lobby pecorecce, ma a quelli seri), che difendono i loro valori tradizionali, ma che a differenza nostra sono in grado di ri-configurarli con più successo nel mercato politico e sociale (il Family Pride, la fede, l’integrità biologica dell’essere umano di fronte alla sua ricombinazione bionica, la democrazia da esportare contro il terrore e la tirannia, eccetera).

    Ho l’impressione che se li seguiamo su questo terreno – la difesa dell’ideologia –, i nostri avversari saranno sempre più avvantaggiati: partono favoriti, considerando la plasticità storica delle loro idee (penso a come cambia la chiesa cattolica rispetto, mettiamo, alla ‘novità’ di un Ferrando).

    Come dire, siamo sicuri che difendere il Gay Pride sia davvero il non plus ultra della lotta per l’emancipazione? Credo che lo sia, immagino di sì, tutti mi dicono che è così, ma perché, e soprattutto per chi? E con quali conseguenze?

    Ora salto giornalisticamente da un argomento all’altro, senza mantenere una continuità logica. Ogni metodo contiene i suoi errori.

    Tash, hai mai letto Terry Eagleton? Credo che ti piacerebbe, visto che smonta una per una le presunzioni della teoria postmoderna, dimostrando come i miti dell’internazionalismo (comunista, democratico, liberale), la baggianata della “fine delle nazioni”, abbiano riprodotto nazionalismi su larga scala, aggressivi e ultra-identitari (penso ai Tamil dello Sri Lanka di questi giorni).

    In fondo mi sembra che sia una delle linee di fuga più interessanti proposte da Negri: non c’è ancora un impero globale, o meglio, nel cammino restaurativo che porta verso l’impero viviamo ancora in una fase mediana, dove più regni e teste coronate si contendono l’egemonia planetaria (il sistema economico multinazionale, l’impero americano, i regni europei e postcoloniali, la Cina, i fondamentalismi etnici e religiosi, e via discorrendo). Il problema è che tutto questo si chiama Medioevo, non Rinascimento.

  18. helena il 20 giugno 2006 alle 14:43

    Scusate se dribblo (dribblo?!) per il momento le massime questioni sollevate nel ultimo commento di Roberto e in quello di Tashtego.
    Metto insieme due cose che mi fanno- credo- trasportare “Germania-Polonia” qui da noi.
    Ieri, andando a una presentazione, ho visto sotto la metropolitana milanese, manco farlo apposta, la pubblictà D & G a cui si riferisce Roberto. E ha colpito molto pure me. Molto omoerotica (sarò politically abbastanz correct), machista, parafascista. Ci sono cinque giocatori della nazionale. In primissimo piano Gennaro Gattuso, accato a lui, accovacciato, Zambrotta, dietro Pirlo, Cannavaro e un quinto che non ricordo.
    Gattuso è una star, sì, ma non è certo il più bello della Nazionale, né di quelli ritratti in quella pubblicità. Gattuso è piccolo, tozzo, compatto, neronero. Nato in Calabria. Eppure D & G sbattono in primo piano proprio lui, il più terrone. E sembra che il criterio che hanno usato per stabilire chi domina la foto sia proprio questo: la maggiore o minore corrispondenza a un’immagine etnica del giocatore italiano che corrisponde a un assai ambivalente cliché meridonale.
    Questo, oltre a manco tanto criptofascismo, questo etno-folk terronico è l'”orientalismo” di casa nostra e lo è da sempre. Angelo del Boca, il nostro più grande studioso di storia coloniale, sostiene che la prova generale per la prassi e l’ideologia da sviluppare in Africa fosse la guerra al brigantaggio meridionale.
    Che questo avvenga ancora oggi, per mano di stilisti nati in Sicilia ma con sede aziendale a Milano e produzione in todo el mundo, è terribile, ma non stupefacente.
    Sembra che la presa e l’aggressività di questo nazionalismo calcistico, sia proporzionato alla realtà che vuole/deve mistificare.
    Mi ha colpito subito che dei primi commenti a questo pezzo, un numero cospicuo abbiano come autori persone che sono immigrate, come se quell’esperienza risuonasse dentro al dilà dei luoghi e delle “etnie”.
    Non mi ricordo i dati esatti dei neo-flussi migratori fra sud e nord (Italia), ma sappiamo che sono nell’ordine dei più di centomila.
    E sappiamo pure che al Nord c’è la Lega, e dietro la Lega un pregiudizio a volte più forte che contro gli africani.
    Questo dopo oltre un secolo e mezzo dall’Unità d’Italia, dopo oltre cinquanta di Repubblica Italiana con omologazione scolastica e televisiva.
    Qualcuno si scandalizza? Qualcuno- dico anche a sinistra- ci vede un problema, un problema non esattamente secondario?
    @andrea
    quel passaggio era- ovvio- anche un piccolo trucco retorico, per passare alla seconda parte. Il libro non lo rinnego per niente, non lo voglio neanche “superare”, perché quello è la mia matrice. Cerco solo di ampliarne l’applicazione

  19. roberto il 21 giugno 2006 alle 09:04

    @helena
    ok, il metodo mi sembra quello giusto se continuiamo così.
    Ma per parlare di nordismo e nuovo meridionalismo devi darmi tempo.

    Intanto, ecco cosa diceva il calabrese Ilario Franco, studente combattente, al fianco del Mussolini della prima ora: “elevare il popolo, che lavora e che soffre, a questi fastigi di libertà e d’indipendenza economica di questo industre settenttrione”.

    Prendo la citazione dalla “Storia della Calabria” di Gaetano Cingari edita da Laterza.
    http://www.illaboratorio.net/sto_11.html
    http://www.pertini.it/TURATI/lacsoc/14.html
    http://www.internetbookshop.it/ser/serpge.asp?type=keyword&x=cingari

  20. g il 21 giugno 2006 alle 11:10

    witam, sto per prendere un aereo da cracovia e scendere in italia per uno forse due mesi. grazie di questo bel post, mi accompagnerà in questa calata nel delirio del pallone che so mi aspetterà, a piene mani nella mediocrità emotiva italiana. speriamo finisca in fretta, sono ventate che non credo facciano per nulla bene ai paesi, qui per fortuna hanno riposto le bandiere e con esse gli sguardi da attaccanti, e la vita prosegue immutata.
    pozdrawiam, g

  21. helena il 21 giugno 2006 alle 19:57

    Roberto, e che fretta c’è?

    Cara g., non disperare, magari anche l’Italia la buttano presto fuori dal circo e tu non hai il problema dei clacson che svegliano i pupi (ho dato uno sguardo al tuo blog: bello):-)

  22. roberto il 22 giugno 2006 alle 17:01

    @helena
    Tra primo e secondo tempo.
    Una cosa, mettiamo, è Gattuso. Sporco e neronero sì, ma in fondo un bravo ragazzo, uno che ci mette il cuore e il sangue come abbiamo detto.
    Ma c’è sempre il negro buono e quello cattivo. Pensa a Cassano, che in Germania non c’è andato, non se l’he meritato, perché va con i trans (dicono), ha messo su la pancetta (dice City), e se la fa con quei pericoli pubblici degli ispanici che temiamo tutti arrivino in finale.

  23. roberto il 22 giugno 2006 alle 17:02

    scusa, il lapsus, non volevo dire negro, ma terrone

  24. georgia il 22 giugno 2006 alle 18:47

    :-) non ho letto tutti i commenti (girello qua e là fra questi post di QR) ma mi ha colpito quello lunghissimo di roberto. Interessante e anche condivisibile anche se solo in parte, dove però mi ha strappato un sorriso divertito è dove scrive:
    “Ecco riemergere il solito manicheismo tra noi (i greci) e loro (i barbari), per cui da una parte c’è la nostra provincia, tecnologicamente ed economicamente arretrata, ma depositaria dei veri valori della cultura calcistica, e dall’altra parte un mondo corrotto, fatto di giocatori pompati all’idrogeno e raccomandati dalla “Coca Cola””.
    Ora va bene che i manichei e gli sciovinisti sono dei sempliciotti e non brillano certo per intelligenza però … la vedo dura, al momento, in Italia, vedere GLI ALTRI parte di un mondo corrotto, pompato e raccomandato ;-). Sì, la vedo proprio dura e infatti non credo proprio ci sia qualcuno che veda (se non per mestire e in malafede), in questo periodo, il calcio italiano depositario di alcun valore calcistico.

  25. roberto il 23 giugno 2006 alle 12:51

    @georgia

    tanto per far sorridere ancora, avrei anche scritto, qualche rigo sotto:

    E’ la storia del conflitto tra Vecchio e Nuovo (calcio), tra “cultura autentica”, provinciale, campagnola, e “i cavilli artificiosi” del mondo cittadino, metropolitano, globale, il mondo del capitalismo e della supertecnologia senza cuore. Ma il clan Moggi e gli stipendi d’oro di Totti & Co. dove li mettiamo?

  26. fabio il 23 giugno 2006 alle 15:08

    @georgia
    voglio dire che gli essenzialismi sono costruzioni testuali (il mito della provincia greca migliore della capitale barbara), mascheramenti della realtà (il Clan Moggi e Co.).

  27. roberto il 23 giugno 2006 alle 15:10

    il pc oggi è in comune.
    il commento di cui sopra è mio.
    Un neurone di meno.

  28. Hans Suter il 28 settembre 2006 alle 08:32

    “..Tengo alla Polonia in modo assolutamente istintivo e automatico,..”
    un rimedio contro questo automatismo:

    The Epilogue
    A review by Ruth Franklin

    I.
    In spring 1945, not long after his liberation from Auschwitz,
    Primo Levi, traveling across southern Poland by train, got off
    in a small town to stretch his legs and immediately found himself
    at the center of a group of curious people, all speaking excitedly,
    and incomprehensibly, in Polish. “Perhaps I was among the first
    dressed in ‘zebra’ clothes to appear in that place,” he surmised,
    referring to the striped uniform of the death camp, in The Reawakening,
    his memoir of the journey home through the wreckage of Europe.
    Fortunately for Levi, “in the middle of the group of workers and
    peasants a bourgeois appeared, with a felt hat, glasses and a
    leather briefcase in his hand — a lawyer. He was Polish, he spoke
    French and German well, he was an extremely courteous and benevolent
    person; in short, he possessed all the requisites enabling me
    finally, after the long year of slavery and silence, to recognize
    in him the messenger, the spokesman of the civilized world, the
    first that I had met.” Levi spoke “at dizzy speed of those so
    recent experiences of mine, of Auschwitz nearby, yet, it seemed,
    unknown to all, of the hecatomb from which I alone had escaped,
    of everything,” and the man translated.

    But it did not take Levi long to figure out that something was
    amiss. “I do not know Polish, but I know how one says ‘Jew’ and
    how one says ‘political’; and I soon realized that the translation
    of my account, although sympathetic, was not faithful to it. The
    lawyer described me to the public not as an Italian Jew, but as
    an Italian political prisoner. I asked him why, amazed and almost
    offended. He replied, embarrassed: ‘C’est mieux pour vous. La
    guerre n’est pas finie.'” It’s better for you. The war isn’t over.

    This was literally true. Russian troops had liberated areas of
    eastern Poland as early as November 1944, but they did not reach
    Auschwitz until the end of January 1945, and other concentration
    camps remained operative as late as May. But it was in a larger
    sense that the war was not over for any Jew in Poland, and it
    would not be for some time. As Jan T. Gross recounts in his harrowing
    new book, Polish Jews who had the amazing fortune to survive the
    camps were “unwelcomed” upon their return home with brutal violence.
    In June 1945, several Jews traveling by train in eastern Poland
    were murdered by their fellow passengers. In August, a mob attacked
    the synagogue in Kraków and then pursued Jews throughout the city,
    killing several and wounding dozens. The writer Zofia Nalkowska,
    visiting a Jewish orphanage that fall, noted that the children
    were unable to enroll in public school because of “beatings and
    persecution.” The following spring, the French Catholic intellectual
    Emmanuel Mounier reported that more than a thousand Jews had been
    killed in the Polish countryside over the past nine months. And
    on July 4, 1946, scores of Jews were killed and hundreds injured
    in a day-long city-wide bloodbath in Kielce that has become notorious
    as the deadliest peacetime pogrom in modern Europe.

    It is the timing of these episodes, the dates — 1945 and 1946!
    — that makes them so dumbfounding. We have all seen the pictures
    of the skeletons liberated from Buchenwald and Dachau: even in
    Poland, one of the most notoriously anti-Semitic nations in Europe,
    how could such figures elicit anything but sympathy? But as Gross
    has already shown, the Nazis’ persecution of the Jews was met
    with tacit — and sometimes open — acceptance in many parts of
    the country. With his last book, Neighbors: The Destruction of
    the Jewish Community in Jedwabne, Poland, Gross exposed the horrifying
    story of the massacre of more than a thousand Jewish residents
    of a small Polish town by their fellow citizens in July 1941.
    Though the incident was incited by the Germans, Gross established
    beyond a doubt that the mass murder was willingly carried out
    by Poles, who beat Jewish men, women, and children in the streets
    before rounding up nearly all who remained — half the town’s
    population — and burning them alive in a barn.

    “We hypothesized that the frightening tragedy of the Polish Jews
    would cure the Poles of anti-Semitism,” wrote the journalist Wincenty
    Bednarczuk after Kielce. “It cannot be any other way, we thought,
    but that the sight of massacred children and old people must evoke
    a response of compassion and help…. But we didn’t know human
    nature…. It turned out that our notions about mankind were naïve.
    The country surprised us.” In fact, far from being wiped out,
    anti-Semitism continued to be so virulent after the war’s end
    that Poles who had hidden Jews or otherwise helped them during
    the war guarded their good deeds with a secrecy normally reserved
    for the most heinous crimes — for fear of reprisals from their
    fellow citizens.

    In Fear, Gross takes the argument of Neighbors a devastating step
    further. Jedwabne, he now concludes, may have been anomalous in
    its scale, but it was not an isolated incident. The ingrained
    anti-Semitism that made it possible for half the citizens of a
    town to rise up against the other half was a general feature of
    Polish society. Rather than magically disappearing after May 1945,
    it continued to manifest itself in violence against Jews until
    its climax in the murderous rampage in Kielce the following year
    — which, like the Jedwabne pogrom, was carried out in large part
    by ordinary Poles. “This could have happened anywhere in Poland,
    and at any time during this period,” Gross writes. “Evidently
    the moral economy of Polish society after the war allowed for
    the murdering of Jews.”

    How did such a “moral economy” come to exist? Part of the blame,
    of course, rests with the Nazis, who formulated their policies
    and propaganda deliberately to dehumanize the Jews so as to make
    their genocide as self-evident, as uncontroversial, as the extermination
    of vermin. “The Germans accustomed our children and us grown-ups
    as well to concepts of differentiating between human beings and
    people who were less than human…. A well-known question asked
    by a small child was widely written about in the underground press:
    ‘Mommy, was it a human being that was killed or a Jew?'” wrote
    one Polish journalist in December 1945. “I cannot forecast the
    future moral development of children who during their formative
    years, when moral and ethical notions crystallize, were taught
    that it is all right to kill a few million people.” But Gross’s
    book documents, in disturbing and indisputable detail, that many
    Poles did not need the Germans to teach them this lesson. Auschwitz
    simply made it easier for them to act upon what they already believed.

    II.
    On July 1, 1946, Henryk Blaszczyk, eight years old, hitched a
    ride from Kielce, an unremarkable mid-size city in south-central
    Poland, to visit friends in a village fifteen miles away. He returned
    two days later, telling his parents that he had been kidnapped
    by Jews and hidden in the cellar of their Kielce headquarters
    on Planty Street, from which he had escaped. The following morning,
    July 4, the boy, his father, and a neighbor reported the crime
    to the police and then proceeded, accompanied by police officers,
    to the Jewish Committee building, spreading the word en route
    of Henryk’s kidnapping and their plan to arrest the Jews and liberate
    the other children held there. It was quickly discovered that
    Henryk had been lying: the building had no cellar. But a crowd
    of police and civilians had already gathered. A confrontation
    ensued between the police and the state Security Service, which
    had been called in on the suspicion that the incident was a “provocation”
    on the part of the Jews to stir up unrest. Soon about a hundred
    soldiers appeared and the crowd briefly settled down; the Jews
    in the building, according to one witness, “sighed with relief,
    convinced that this was our rescue. And shooting began. But directed
    at us, not at the assailants.”

    The police and the military entered the building and forced its
    inhabitants outside for the crowd to attack with pipes, stones,
    and their bare hands. Once they saw the soldiers engaged in violence
    against the residents, the mob let loose. One policeman testified
    that “Jews were brought from the building into the square, where
    the population cruelly murdered them, and the armed soldiers …
    went back into the building and kept bringing out other Jews.”
    A Jewish woman deposed two days later recalled that a policeman
    threw two girls off a third-floor balcony “and the crowd in the
    courtyard finished them off.” The head of the Jewish Committee
    was shot in the back while telephoning the Security Service for
    help. Despite efforts from individual army commanders to restore
    order, the violence went on all morning. A second surge began
    when workers from a nearby foundry showed up on their lunch break
    to join in. Injured Jews lucky enough to escape were assaulted
    in the hospitals by other patients and even the staff. A Polish
    nurse who came from a town more than seventy miles away to help
    — only she and a single Jewish doctor were willing to minister
    to the victims — testified that some of the patients had been
    treated so cruelly that when she first approached them, they tried
    to hide under their beds.

    The violence spread throughout the city: according to one historian,
    up to one-quarter of Kielce’s adult population was actively involved.
    Anyone who appeared to be Jewish was in danger. There was no coordination;
    in many cases, people who banded together to carry out attacks
    did not even know each other. The incidents that Gross reports
    are unbearable to read. Regina Fisz, a mother with a newborn baby,
    was taken from her home, along with a male friend, by an impromptu
    gang of four men, among them a police corporal. The men had no
    plan for how to dispose of their victims, so they flagged down
    a truck driver to ask for a ride, telling him, in the corporal’s
    words, “we had Jews whom we wanted to take out to kill. The driver
    agreed, he only asked for a thousand zloty, and I said, ‘It’s
    a deal.'” (It is worth remembering that the “Jews” in this case
    consisted of a man, a woman, and a baby.) The driver took them
    to a forest outside the city, where Fisz and her baby were shot,
    while the friend escaped. Afterward, the four men left the bodies
    for locals to bury and adjourned to a restaurant with the truck
    driver, where they enjoyed a meal together and split the proceeds
    from the sale of the two adults’ valuables.

    Such incidents were not limited to the city center. A student
    walking by a creek on the outskirts of Kielce that afternoon came
    upon a crowd stoning a young Jewish man. “I remember that he had
    a vest and a white shirt, and he wasn’t screaming or moving anymore.
    With head hanging low he was just standing in the middle of that
    creek.” The people “were throwing stones in a somehow detached,
    leisurely manner — a stone would fly, people saw whether the
    man fell, then somebody else would throw a stone.” All the while
    they were talking among themselves in what the student described
    as a “picniclike atmosphere.” “They shared their impressions,
    observations, how this one caught a Jew here, and that one somewhere
    else…. They were lifting stones and throwing them calmly, as
    if the death of a human being … were not at stake here. This
    was the most incredible sight.”

    As the hysteria spread to the railway station, even Jews on trains
    passing through Kielce became potential targets. As Gross reports,
    Boy Scouts aboard the trains helped to finger Jewish passengers,
    who were either pulled out and murdered in the station or thrown
    off as the trains passed through. In at least one instance the
    dispatcher held a train at Kielce longer than the scheduled stop
    to allow more time for the “impromptu pogrom” to proceed. One
    man waiting to meet a passenger at the station testified that
    when he tried to help the victims, he was threatened by a crowd
    yelling, “Jews have killed our children and you dare to defend
    them!”

    A historian who passed through the station that day as a ten-year-old
    boy later recalled it as a defining moment of his life. He remembered
    an atmosphere of excitement after the train stopped; then a boy
    appeared at the door of his compartment and looked all the passengers
    over. Soon a group of armed railway guards came for one of the
    men: “Today I know that he was a Jew, a man with Semitic features.”
    The man was shot on the spot. Years later, the historian was still
    “helpless” to explain what had happened:
    On the one hand there was … a sense that something
    bad, not good, was taking place, but that it could not
    be helped. It was happening because it had to be that
    way. And no attempt to respond, to defend, nothing of
    the sort…. One can speak about longembedded anti-Semitism
    but this is not enough…. I know today that I was one
    of many people — my age is of no importance — who
    did not react at all to this. The remainder of the trip
    passed as if nothing had happened…. The entire society
    behaved this way. For decades this matter was covered
    under a veil of silence.

    III.
    The human response to such reports is simply to howl, “Why?” It
    is to Gross’s credit that he manages to turn his own howl — his
    meticulously researched book is not devoid of emotion — into
    a serious investigation of how these brutalities could have occurred.
    He quickly writes off the Blaszczyks’ given explanation: the ancient
    canard of ritual murder — the use of the blood of Christian children
    to bake matzo — which took on a perverse new twist after the
    war, when emaciated and depleted concentration camp survivors
    were said to seek Polish children for “blood transfusions.” Although,
    unbelievably, residents of Kielce interviewed as late as the mid-1980s
    were still not willing completely to disavow the blood libel,
    Gross finds compelling evidence that it could not have been the
    primary motivator for the pogrom — not the least of which is
    that, after the Jewish Committee moved out of its building on
    Planty Street, locals were happy to help themselves to the provisions
    that were left behind, including matzo. “I liked it too, why not,”
    said one Polish woman interviewed for a documentary about the
    pogrom.

    Gross treats more seriously the claim that the violence was incited
    by Jewish collaboration with the communists, a belief that is
    held by many in Poland to this day. As a commission led by Kielce’s
    bishop, Czeslaw Kaczmarek, to investigate the pogrom wrote in
    a report delivered to the American ambassador later that year,
    “Jews are disliked, even hated on the entire territory of Poland”
    because of their preferential treatment by the Soviets in exchange
    for collaboration. “The vast majority of the Jews in Poland eagerly
    proselytize Communism, work in the notorious Security Service,
    make arrests, torture prisoners and kill them,” wrote Kaczmarek,
    “and for this they are disliked by society, which does not like
    Communism and has had enough of Gestapo-like methods.” (Of course,
    everyone in postwar Europe had “had enough of Gestapo-like methods,”
    but the Jews most of all.)

    Gross acknowledges that some Jews did occupy positions of responsibility
    in the Security Service, though Poles of course held many more.
    But he rightly shows to be nonsense the idea that Jews systematically
    informed on their Polish neighbors — and that they benefited
    materially as a result. One Polish woman, believing the rumors
    that the Jews were “rich, powerful, and well-connected,” had gone
    to the Jewish Committee building shortly before the pogrom to
    seek help for her mother in prison; the family had sheltered Jews
    during the war, and she presented a letter from the woman they
    had saved. She found that the rooms were barely furnished, and
    their occupants “seemed like they were shipwrecked…. [They looked]
    sad, subdued, crushed.” Needless to say, no one there had any
    “connections,” but they offered to start a collection to help
    her hire a lawyer. Gross notes the discrepancy between these two
    stereotypes: the images of rich and powerful Jews torturing Poles
    and emaciated Jews returning from concentration camps to prey
    on Polish children for their blood cannot be logically reconciled.

    Gross concludes that the depth and the ferocity of postwar Polish
    antiSemitism, which he describes as a “cultural phenomenon,” must
    stem from psychological sources, arguing that it was “widespread
    collusion in the Nazi-driven plunder, spoliation, and eventual
    murder of the Jews that generated Polish anti-Semitism after the
    war.” Again, clearly anticipating the inevitable attacks, he has
    marshaled an array of shocking evidence, much of it from contemporaneous
    newspaper and magazine reports and testimonies of Jewish survivors
    returning to Poland. As he demonstrates, the mass murder of Polish
    Jews created a “social vacuum” that the Poles jockeyed to fill,
    foremost by taking over the possessions that their Jewish friends
    and neighbors had abandoned. What was robbed from the Jews ranged
    from the existential to the minuscule. Survivors who had left
    property with their neighbors often were unable to get it back:
    the legal department of the Central Committee for Polish Jews
    recorded a variety of complaints, including one from a woman trying
    to reclaim “two eiderdowns and four pillows.” There were no societal
    or legal norms regulating the return of Jewish property, only
    the understanding that “those who were more intimately involved
    with dispossessing the Jews had a better claim on the goods than
    anyone else.”

    Locals, Gross writes, “came to perceive Jews as a resource that
    could be harvested,” to the point of territorial behavior: opportunists
    who arrived from other villages after a pogrom were told to plunder
    their own Jews. When one Polish woman went to Radzilów, a village
    in northeastern Poland, to claim an apartment among the vacancies
    left after Jews were killed in a pogrom during the summer of 1941
    — since the publication of Neighbors, Gross has discovered that
    Jedwabne-like pogroms took place in many villages in the area
    — a man reproached her for “not having been there when people
    were needed to kill the Jews, and only showing up later…. ‘You
    could have killed ten Jews and you would have gotten a house.'”
    The woman’s mother-in-law spoke up in the family’s defense, pointing
    out that on the day of the pogrom, her grandson had poured gasoline
    on the roof of the barn where the Jews were imprisoned. As with
    the Kielce truck driver who needed no convincing to join in the
    murder of a Jewish baby, the most chilling element of this story
    is the mother-in-law’s unself-conscious assertion of the family’s
    rights: the morality of killing Jews is not up for discussion,
    nor is there any evidence of coercion. As Gross wrote in Neighbors,
    “Local Polish people killed the Jews because they wanted to, not
    because they had to.”

    How did relations between Poles and Jews — who had lived together
    in the same cities and villages, for the most part peaceably,
    for hundreds of years — so thoroughly and violently unravel?
    Indeed, one of the most tragic features of the Jedwabne killings
    is the familiarity between the victims and their executioners,
    a closeness recalled fondly by both sides. “Everybody was on a
    first-name basis, Janek, Icek,” said a Polish pharmacist interviewed
    for a documentary about Jedwabne. “Life here was … somehow idyllic.”
    When discussing the Jedwabne pogrom with Gross, Rabbi Jacob Baker,
    who emigrated from the town before the war, used the diminutives
    “Franek” and “Staszek” to identify two of the most brutal murderers.
    Marta Kurkowska-Budzan, a social historian who grew up in Jedwabne
    and interviewed some of the residents before the news of the pogrom
    became public, found numerous stories of cooperation and friendship
    among Polish and Jewish residents. A man who served as a butcher’s
    apprentice had assisted the local shochet in ritual slaughter
    and remembered some Yiddish; a woman who led the local Catholic
    girls’ youth group became interested in Jewish dance and later
    taught it to Polish children.

    Yet a chasm opens wide beneath these surface pleasantries. Consider
    the language used by even the most horrified observers of the
    Kielce pogrom: the victims are never simply identified as women
    or men, but always as “Jews.” (It is worth noting that the Polish
    word for Jew, Zyd, has unavoidably negative overtones.) “Jews
    were brought from the building into the square, where the population
    cruelly murdered them, and the armed soldiers … went back into
    the building and kept bringing out other Jews,” says the policeman.
    The student who witnessed the stoning in the creek speaks of “a
    Jew, a twenty-some-year-old man….” At the same time, Poles speak
    of other Poles, even those who have committed murder, as “our
    people,” nasze ludzie. “A [German] gendarme stood on the balcony
    and looked at the scene. But our people did it,” testified an
    inhabitant of Radzilów about the pogrom there. When Kurkowska-Budzan
    asked her interviewees who killed Jedwabne’s Jews, they answered,
    “Ours.” As Joanna B. Michlic demonstrates in her important new
    book, Poland’s Threatening Other: The Image of the Jew from 1880
    to the Present, the distinction between “ourselves” and “the other”
    (foreigners, usually Jews) has long been a crux of Polish national
    identity.

    Gross has confessed his inability to understand how “a wave of
    crimes against Polish citizens, committed over an extended period
    of time by numerous Polish citizens” — in Jedwabne as well as
    in some two dozen other villages in the region — had remained
    invisible to historians for so long. The answer is that the Jews
    were not really considered Polish citizens. The two populations
    had lived side by side and were often socially or economically
    interdependent, but that did not negate their essential separation,
    which Michlic attributes to the enduringly powerful tropes of
    anti-Semitism disseminated by the Catholic Church in Poland and
    by the press. Another important factor, particularly in eastern
    Poland during the interwar years, was the right-wing National
    Democratic Party, which argued that the Jews were the worst threat
    to Poland’s independence and advocated their removal.

    And after the war, the Polish population simply did not have room
    in its national narrative for the crimes it had perpetrated against
    another group in its midst. According to the mythology that arose,
    the Poles had heroically struggled against both the Nazis and
    the Soviets before finally, bitterly, succumbing. Like all national
    mythologies, it is founded on truth: the Poles did struggle heroically,
    and they were indeed victimized terribly by their occupiers and
    oppressors. The history of Poland in the twentieth century inspires
    both compassion and awe. But victimization does not erase historical
    agency. Not only are victims still capable of criminal acts, but
    their victimization can sometimes function as the psychological
    foundation for their criminal acts. No matter what depredations
    have been perpetrated against a group, that group must still be
    responsible for its own actions. (Can the country that created
    Solidarity really be considered a pathetic pawn of history?)

    “If the Nazis had eradicated Jewish life in view of stunned and
    traumatized (rather than mostly indifferent and partly complicitous)
    Polish neighbors, postwar anti-Semitic violence would have been
    a practical and a psychological impossibility,” Gross concludes.
    He has support from a contemporaneous authority, the sociologist
    Stanislaw Ossowski, who wrote an article about Polish attitudes
    toward Jews that appeared shortly after the Kielce pogrom:
    Let one imagine that in 1939 someone predicted the inconceivable
    destruction of the Jewish population in Poland…. Let
    us imagine that … we were asked to deduce what the
    attitudes of the Polish population would be toward the
    remnants of the Jews in 1945 and 1946.

    Simple human compassion, in view of the terrible sufferings
    of the murdered masses and the horror of the extermination
    camps; hatred of a common enemy; blood jointly shed
    … these would be arguments sufficing, probably, to
    lead one to conclude that in postwar Poland anti-Semitism
    as a social phenomenon would be an impossibility.

    But someone more insightful, or more cynical, or more
    disputatious, or better informed about historical precedents
    could have reminded us even then that compassion is
    not the only imaginable response to misfortune suffered
    by other people. That those whom fate has destined for
    annihilation easily can appear disgusting to others,
    and be removed beyond the pale of human relations….
    We could be reminded that if one person’s disaster benefits
    somebody else, an urge appears to persuade oneself and
    others that that disaster was morally justified.

    IV.
    So let us imagine, now, that in 1999 someone had predicted the
    revelation that the inconceivable destruction of the Jewish population
    in Poland had been carried out in part by Polish hands — by the
    Jews’ Polish neighbors. Let us imagine that we were asked to deduce
    what the attitudes of the Polish population would be toward the
    historians and the journalists who unearthed these stories and
    toward the survivors and their descendants who asked for some
    kind of recognition on the part of the public. Simple human compassion
    in view of the terrible sufferings that had taken place; sorrow
    and shame that ordinary Poles could have committed such heinous
    crimes against unarmed victims; a desire to apologize, to bring
    all the facts to light and to rewrite the falsified pages of history
    — these would be arguments sufficing, probably, to lead one to
    conclude that in twenty-first-century Poland anti-Semitism as
    a social phenomenon would be an impossibility.

    But, as Stanislaw Ossowski discovered, “compassion is not the
    only imaginable response to misfortune suffered by other people.”
    Neighbors garnered accolades in the United States and abroad,
    but it was the subject of a passionate and often appalling debate
    in Poland. While some journalists and academics supported Gross’s
    conclusions, others — including revisionist historians, members
    of the clergy, and much of Jedwabne’s current population and leadership
    — savagely attacked both the book and its author, arguing that
    the murderers represented only a handful of thugs rather than
    the general public, quibbling over the precise number of Jews
    killed at Jedwabne, and claiming, again, that the attack was revenge
    for the Jews’ collaboration with the Soviets (a myth that persists
    to this day). Fear has not yet appeared in Poland, but preliminary
    mentions in the press leave no reason to doubt that it will meet
    with a similar reception.

    One is shocked to read of the brutalities in Jedwabne and Kielce,
    but the shock is mitigated somewhat by the knowledge that sixty
    years have passed since these crimes. There can be no such consolation
    reading about the responses to Jedwabne. Far from regarding Neighbors
    as an opportunity to come clean about the past and to ask for
    forgiveness, many in Poland treated Gross’s book as a personal
    affront, with reactions ranging from defensively churlish to openly
    anti-Semitic. At a ceremony held in Jedwabne on July 10, 2001,
    marking the sixtieth anniversary of the pogrom, President Aleksander
    Kwasniewski issued a formal apology “in my own name and in the
    name of those Poles whose consciences are shattered by this crime.”
    Sadly, he did not speak for the majority of his constituents:
    in a poll conducted around the same time, 60 percent of the respondents
    opposed offering any apology for the pogrom.

    An insulting debate was conducted over the semantics of a new
    monument to replace the old one that held the Nazis responsible
    for the crime; the inscription that was finally decided upon honors
    the dead but does not name their murderers, despite complaints
    from Jewish groups and the Israeli ambassador. The commemoration
    ceremony was boycotted by almost all of Jedwabne’s residents,
    who posted signs reading “We Do Not Apologize” and “Let the Slanderers
    Apologize to the Polish Nation.” Also not in attendance were any
    representatives of the Polish church: not the local priest, Edward
    Orlowski, who had claimed that “what happened in Jedwabne also
    happened all over Europe,” or Cardinal Józef Glemp, who said in
    a statement that the Jews should apologize for collaborating with
    the Soviets. (Just a few months earlier, a priest in Gdansk had
    constructed an Easter display featuring a replica of the charred
    barn from Jedwabne with the words “Jews killed Jesus, the prophets,
    and also persecuted us”; thankfully, he was ordered to remove
    it.)

    It should be said that many Poles did confront the news from Jedwabne
    with sadness and horror, and did try to use the occasion to pay
    their respects to the memory of the murdered Jews and to their
    descendants. The town’s mayor attempted to rename a local school
    in honor of Antonina Wyrzykowska, a local woman who saved seven
    Jedwabne Jews by hiding them in her home and as a result has been
    ostracized by the community. (Not only was the mayor’s proposal
    rejected, but he had to resign after participating in the commemoration
    ceremony.) One resident told a journalist that she lights a candle
    at the memorial every year on the anniversary of the murders,
    “without letting anyone see me.” And liberal commentators raged
    against the ignorance and viciousness of their compatriots. “The
    tragedy of Jedwabne, which sixty years after the fact could have
    become a national catharsis and an occasion for correcting Poland’s
    record in the international marketplace of the conscience, has
    become merely the latest display of Polish failure,” wrote Jerzy
    Slawomir Mac in a leading opinion magazine. But such voices sound
    sadly thin against the torrent of unreconstructed anti-Semitism
    unleashed by this episode.

    Not unjustifiedly, those who have been honest enough to recognize
    the beastly tenor of the debate tend to carefully separate themselves
    culturally from the elements of society that they are criticizing.
    There is a sense among Polish intellectuals that anti-Semitism
    is something of a class issue: a problem among the masses, certainly,
    but not for the elite. But this can be true only up to a point.
    Consider one particularly bizarre contemporary manifestation of
    anti-Semitism: the trend, in certain cities, for rival soccer
    teams to label their opponents “Jews.” Visiting Lodz several years
    ago, I was bewildered to find Jewish stars and swastikas spray-painted
    all over town, together with the tags of the soccer teams. “These
    are young boys, students, hooligans, just making trouble,” said
    one person I asked about the graffiti, a cultured woman in her
    sixties. I later learned that it is a common anti-Semitic trope
    for the word “Jew” to be used as a generic slur, regardless of
    whether the person being insulted is actually Jewish — in Poland
    it has been applied not only to soccer players, but also to members
    of parliament and even to priests.

    To write off such uglinesses, even relatively insignificant ones,
    as the problem of a different sector of society is a dangerous
    evasion. The issue of class is visible in the background of the
    various accounts examined here, from the lawyer whom Primo Levi
    welcomed as a “spokesman of the civilized world” to the student
    who observed the stoning in the creek to the future historian
    in the railway carriage. These were all members of the intelligentsia
    who chose, at least in the reports here, not to confront the anti-Semitism
    they witnessed even as they privately condemned it. And there
    is every sign that the Polish elite still do not recognize how
    serious a problem Polish anti-Semitism continues to be.

    This summer, after Elie Wiesel wrote that he had been the subject
    of antiSemitic attacks after giving a speech in Kielce ten years
    ago, Adam Michnik, a former dissident who is the editor-in-chief
    of Poland’s leading liberal newspaper, responded angrily that
    Wiesel had conveyed “the image of a country unable to confront
    the plague of anti-Semitism.” Citing the debate over Neighbors,
    Michnik wrote that “there is probably no other country in East
    Central Europe that would be accounting for the dark chapters
    of its own history with such seriousness and honesty.” To write
    about anti-Semitism in Poland without acknowledging this, he said,
    “falsifies — even if unintentionally — the truth about Poland.”
    Who does not have the deepest respect for Adam Michnik, one of
    the founders of the Solidarity movement? Not surprisingly, his
    newspaper published many of the most responsible and thoughtful
    articles about Jedwabne. But to say that the debate over Neighbors
    as a whole represented a serious and honest intellectual accounting
    is itself a falsification.

    Eleven years ago, when I was a student in Kraków, Poland’s Jewish
    past was still something of a dark secret. It was not always easy
    to find sites of Jewish interest in Poland, or people willing
    to talk about them. Synagogues lay unrestored, their distinguishing
    details obscured by piles of rubble. Memorials to the victims
    of the Holocaust were in out-of-the-way spots, often unmarked
    on maps. Even the Jewish cemetery in Lodz, the largest in all
    of Europe, was entered from a back street, its gate unmarked.
    Kraków’s old Jewish quarter, Kazimierz, was largely deserted,
    with only the glimmerings of the once-rich Jewish community evident:
    one synagogue held services, and the bookstore across the street
    had just hung out a shingle advertising “Schindler’s List” tours.
    The only Jewish issue that received prominent press coverage that
    summer was a minor scandal involving a flea market vendor who
    had been selling what he claimed was “Jewish soap” from the Stutthof
    concentration camp.

    Now anyone who reads the travel pages has heard about the muchballyhooed
    renaissance of Jewish culture in Poland, complete with sold-out
    klezmer festivals and a popular brand of spirits called “Kosher
    Vodka.” Half a dozen Jewish-themed hotels welcome visitors to
    Kazimierz, with names like “Alef” and “Ester” and “Klezmer Hois”;
    the “Eden” sports mezuzahs on every door and advertises “the only
    mikveh bath in Poland,” as if it were a jacuzzi. Kazimierz also
    boasts a number of Jewish restaurants, which interpret the cuisine
    creatively but can turn out a decent matzo-ball soup. On sale
    everywhere are sepia-toned postcards depicting the neighborhood
    a century ago, with “Kazimierz” spelled in Yiddish across the
    bottom, as well as wooden figurines of Jews with painted-on black
    coats and beards and prayerbooks.

    This grim carnival of Holocaust tourism and Western capital is
    neither a sign nor a symptom of a greater change in Polish society.
    It is evidence only of the Polish national schizophrenia on the
    subject of Jews. It is lovely to restore old buildings and to
    cherish a culture that has perished. But the celebration of the
    Jews of Poland cannot substitute for a genuine confrontation with
    the manner of their disappearance: when, where, and by whom. There
    is no indication that the consumers of “Kosher Vodka” are interested
    in engaging in such a reckoning any time soon. As recently as
    January 2004, 40 percent of the respondents to a nationwide survey
    believed that Poland was “still being governed by Jews.”

    Read the review online at:
    http://www.powells.com/tnr/review/2006_09_28

  29. helena il 6 ottobre 2006 alle 09:30

    Lei non mi offre nessun rimedio perché non mi sta rivelando delle novità. Conosco il libro di Gross, conosco a grandi linee il dibattito che ne è seguito e il pogrom di Kielce lo conosco- come dire-indirettamente sulla mia pelle, perché è stato in seguito a questo fatto che i miei decisero di lasciare la Polonia.
    E allora come si fa- la sottoscritta e, peggio ancora, la di lei madre sopravvissuta- ad essere così sceme e continuare a tifare per la Polonia?
    Non sarebbe meglio tifare per la Germania che tutta la sua bella “Trauerarbeit” l’ha svolta, come al solito, coscienziosamente?
    Probabilmente, solo che al cuor non si comanda.
    E, mi scusi la franchezza, trovo perlomeno di dubbio gusto che lei posti il uo articolo sull’antisemitismo polacco col cappello introduttivo di quella frase, che si crede in diritto, forse persino in dovere,di correggere dei sentimenti eleborati sotto forma letteraria (con venature ironiche che sembra non cogliere affatto).
    Nel merito dell’articolo: i fatti sono fatti. L’antisemitismo in Polonia c’è stato, ha facilitato la shoah, ha portato a episodi come Jedwabne e Kielce, è riaffiorato nel ’68 polacco. Ma ci sarà un motivo se gente come Michnik (che è di origine ebraica, cosa che gli è stata fatta pagare nei tempi della dissidenza) o Marek Edelman dissentono in maniera ragionata da Wiesel e amici. Insomma la questione dell’antisemitismo polacco è più complessa di come non vorrebbero certi autori americani.

  30. Razzismi quotidiani | Nazione Indiana il 23 marzo 2007 alle 11:30

    […] Germania-Polonia, 1-0 […]



indiani