Apokalisse araba

22 luglio 2006
Pubblicato da

di Etel Adnan

traduzione di Toni Maraini

Un sole di guerra a Beirut in pieno aprile un vento fresco nelle imbarcazioni
un sole giallo che sventola un occhio nel buco del fucile un morto di Palestina
un sole lilla nella tasca della mia amica passeggiata errabonda a Parigi
un uccello sull’alluce di un palestinese defunto e una mosca dal macellaio
Beirut-acido-solforico STOP il quartiere in quarantena brucia i suoi folli STOP Beirut
un sole nel dito un sole nell’ano un sole in groppa all’elefante
un sole cannibale armeno antropofago piaghe sulle provvigioni! ! ! ! !
un sole giallo sul volto di cancrena sul palestinese crudeltà dell’albero di palma
Ho preso una nave sotto il mare nel regno dei morti e dei vivi sì sì sì
un sole nero 45 cadaveri neri per una sola bara e un orecchio nero che ascolta
Ho visto uno sparviero nutrirsi d’un cervello di bambino in un immondezzaio a Dekuaneh

 


Ho visto un sole spento usato come pallone a Sabra ho tagliato in due il cielo

Un sole putrido e divorato dai vermi sovrasta Beirut il silenzio si vende a chili

beduini ammantati di bare una luna tatuata vi impregna con la sua dinamite

un sole dinamitato un bambino dinamitato un pesce dinamitato la strada dinamitata
mangiate e vomitate il sole mangiate e vomitate la guerra Ho ascoltato un angelo esplodere

un sole animale si arrampica sulla mia schiena e mi divora il collo. I suoi capelli
I suoi capelli cadono Per le strade il fascismo in abito verde masturba i fucili

O avventura alla rovescia! Ho visto Beirut-la-folle scrivere col sangue. Morte alla Luna!

Un missile traversa la casa. Rimbombo di pallottole. Negozio sventrato e gatto calpestato.

Ho preso il sole per la coda e l’ho gettato al fiume. Esplosione. Bum…

Beirut-puttana sudicia malata di sifilide anche il sole è contaminato dalla città

un sole blu che indietreggia un kurdo che uccide l’armeno l’armeno che uccide il palestinese
la ruota solare delle razze di Siria o nomadi insensati bevitori di polvere
un sole lilla idrofilo un sole giallo istrione un sole rosso vanitoso
Beirut-la-malevole un partito ebbro di petrolio e la milizia dei vortici della Via Lattea

un sole dal ventre nutrito di legumi sistema di opulenti tuberose un sole MOLLE

gli eucalipti sono fioriti Gli arabi sono sottoterra. Gli americani sulla Luna

il sole ha divorato i suoi figli. Una volta io ero mattino felice.

[tratto da Etel Adnan, Apokalisse araba, Semar (www.semarweb.com), Roma 2001, pp. 77. Non mi è stato possibile conservare l’impaginazione dell’originale, che vivamente consiglio di consultare.
*
Etel Adnan, nata a Beirut nel 1925, è autrice di testi di narrativa, poesia, saggistica.]

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40 Responses to Apokalisse araba

  1. Cato il 23 luglio 2006 alle 00:36

    Mi ricorda la Todesfuge di Paul Celan. Di fronte a opere di tanto profonda, devastata, viscerale bellezza e forza pro-fetica, si può solo leggere e rileggere, e poi riporre ra le pagine più segrete della memoria. In silenzio.

  2. Cato il 23 luglio 2006 alle 00:37

    “tra” le pagine…

  3. davide racca il 23 luglio 2006 alle 10:32

    non è un testo originale, ma non importa. è poesia vera, questo conta! e ogni parola, ogni lettera, conta battiti di morte. non importa che sia una poesia sulla guerra e per di più tradotta. è un edificio distrutto in macerie che ci viene da lì, da Beirut… in questi tempi non è facile pensare i torti e le ragioni di qualcuno. ciascuno prende posizione ma si sà che in fondo in fondo siamo preda di pregiudizi e convinzioni. questa poesia dà conto meglio di qualsiasi analisi sull’argomento, perchè ha lasciato le intenzioni alle nostre capacità di indignazione
    grazie andrea

  4. Loris il 23 luglio 2006 alle 14:06

    A me fa venire in mente i versi civili di Ginsberg, come modo di poetare. Molto bella, al di là delle immagini.

  5. LoScrittoreFantasma il 23 luglio 2006 alle 15:04

    è incredibile!

  6. a.b. il 23 luglio 2006 alle 23:13

    A me fa venire in mente la Biennale di Venezia di quattro anni fa, che nell’intento del curatore doveva restituirci la realtà. E invece girando per i padiglioni si capiva che nessuno dei linguaggi progettati erano capaci di ciò, sentivi sempre la ricerca estetica mai la forza di qualcosa di vivo. Come se gli artisti avessero studiato cosa si stava facendo in quel momento, quali scatole degli attrezzi avevano i colleghi e si sforzassero prima di tutto di stare nel flusso principale, mentre invece c’era da coinvogersi visceralmente.
    Così leggo questo testo, come un linguaggio brillante (ma nemmeno tanto) che non riesce a farmi fare esperienza nuova della realtà.

  7. ce ne faremo una ragione il 23 luglio 2006 alle 23:19

    ce ne faremo una ragione

  8. andreij rubliov il 24 luglio 2006 alle 00:44

    @a.b.
    se cerchi un’esperienza nuova, decisamente non poetica, vai a beirut! e portami una poesia!
    se poi cercavi l’arte, mi spiace dirtelo, ma non dovevi andare alla biennale di venezia! cazzo, sono anni che è solo per gli addetti ai lavori!

  9. a.b. il 24 luglio 2006 alle 10:09

    Appunto è quello che dico: queste parole possono servire a chi si trova a Beirut? non sono piuttosto per addetti ai lavori?

  10. Marco Saya il 24 luglio 2006 alle 11:41

    cronache di ordinaria follia…, la poesia è in ognidove, anche nei quartieri degradati delle nostre squallide metropoli , impoverite da soli malati dove si può morire con la “vita appiccicata addosso”… Marco

  11. andreij rubliov il 24 luglio 2006 alle 11:52

    @a.b.

    “possono servire” è un termine utilitaristico. la poesia non serve a niente. ma lascia comprendere. vedere e sentire. non tutta la poesia ovviamente, ma quella vera ha questa forza (che poi non ti piaccia è altra questione). stando alle tue parole tutta la poesia è per gli addetti ai lavori (ma quando parlo di addetti ai lavori alla biennale parlo degli interessi economici delle grandi collezioni!). ma, attenzione! se pensi che con una poesia tu puoi fare qualcosa… era meglio non scriverla e fare quella cosa che volevi fare. dunque la questione è semplice: và a Beirut… torna con una poesia, se ne sei capace… e fanne qualcosa. allora sì che sarai un addetto ai lavori tra gli addetti ai lavori.

  12. a.b. il 24 luglio 2006 alle 12:15

    Rubliov, io scrivo di questa poesia: un linguaggio brillante che non riesce a farmi fare esperienza nuova della realtà.

    Tu dici che la poesia: lascia comprendere. vedere e sentire.

    Quindi abbiamo la stessa concezione della poesia, e se sopra ho scritto “non serve” non è perché mi aspetto una qualche virtu “performativa”, mi aspetto invece una rivoluzione piccola o grande del mio sentire e vedere.

  13. andreij rubliov il 24 luglio 2006 alle 12:23

    @a.b.

    capisco! ma allora è solo questione di sensi. i tuoi non sentono questo testo. va bene!

  14. a.b. il 24 luglio 2006 alle 12:42

    Me lo chiedo sempre se è colpa mia, anche con l’arte contemporanea. Da sempre è così, l’arte contemporanea, quella qui e ora, è respinta. Non so, possiamo fare discorsi sui testi che li aprano, forse. Proviamo.

  15. a.b. il 24 luglio 2006 alle 12:55

    Insomma mi rendo anche conto di avere una specie di criterio guida quando leggo o guardo un’opera. Vorrei che un artista riuscisse a sostenere il confronto con la realtà e non che ci fosse una differenza enorme di potenziale soprattutto nello scrivere di dolore, guerra. Dovrebbe esserci una specie di forza uguale e contraria tra parola e morte. Non so se mi sono spiegato o ho fatto solo casino.

  16. andreij rubliov il 24 luglio 2006 alle 13:16

    @a.b.
    già avevo capito quello che intendevi. ed è un discorso profondo. misurarsi con la realtà per l’arte deve essere un corpo a corpo. ci sono artisti e poeti che lo fanno. ma volevo chiarie qualcosa sulla poesia di cui sopra: ogni nazione, ogni paese, ogni cultura, ha una sua tradizione. la tradizione è come una madre. non te la scegli. questa poetessa, di cultura araba, viene esattamente dalla sua tradizione, nonostante si sentano gli influssi europei e non solo. metti Darwich, il vate palestinese. non troverai nella sua poesia una briciola della realtà, se non metaforizzata continuamente, liricizzata in modo quasi assoluto, talvolta eccessivamente… eppure lui è stato un uomo politico concreto. anzi, concretissimo. ma perchè per quella tradizione poetica la parola ha una forza fondamentale di realtà. come per il corano, la cui grandezza è principalmente nello stile.

    un abbraccio

  17. cara polvere il 24 luglio 2006 alle 14:39

    “un sole nel dito un sole nell’ano un sole in groppa all’elefante
    un sole cannibale armeno antropofago piaghe sulle provvigioni! ! ! ! !”

    poesia.
    un saluto
    paola

    [… dei morti udii solo il prestigiare degli albumi…]

  18. temperanza il 24 luglio 2006 alle 17:53

    Per me questa poesia è un incrocio tra retorica e kitsch.

    Anche se sento il pathos, ma appunto, il pathos ai miei occhi attiene al campo retorica-kitsch.

    Ma appunto, PER ME, che vengo da un’altra tradizione. Un poeta italiano che scrivesse così farebbe la gioia di molte signore/i che hanno bisogno di emozioni facili, di lessici dannunziani.

    Ma come ho detto, PER ME, e io ho qualche difficoltà anche con Adonis.

  19. Daniele il 24 luglio 2006 alle 19:11

    Perchè non una poesia sulla causa dei gatti morti? Ovvero HEZBOLLA e dietro di loro Siria e Iran?
    Per quale motivo oggi come oggi dove ci sono mussulmani ci sono guerre e morti?…..cominciamo a porci queste domande….Afganistan, Cecenia, Iraq, Israele, Libano, Eritrea, Somalia, Thailandia, India………

  20. a.b. il 24 luglio 2006 alle 22:42

    Ci sono guerre perché incontrano quelli come te?

  21. andreij rubliov il 25 luglio 2006 alle 08:55

    @temp

    certo la difficoltà è sempre traduzione. bisognerebbe ascoltarla nel vivo della voce che l’ha partorita. il fatto che si dica lessico dannunziano è ancora riportare a sè il testo. sarebbe un pò come guardare una icona russa di Teofane il Cretese pensando di poterla giudicare con gli occhi di un Pontormo…

  22. andreij rubliov il 25 luglio 2006 alle 09:19

    @temp

    scusa, “lessici dannunziani” è rivolto ai poeti italiani… ma il discorso è valido lo stesso…

    sono ancora ubriaco di sonno.

  23. ce ne faremo una ragione il 25 luglio 2006 alle 11:08

    il problema, in fondo, è proprio quello di ridurre un’intera tradizione poetica, quella in lingua araba in questo caso, sub specie di un unico testo letto. testo che, oltretutto, viene consegnato alle categorie estetiche e interpretative della tradizione che si ritiene dominante, cioè la nostra. le parole della poesia “non sono qua per descrivere, né per insegnare, né per dire, ma solo per essere”, chiedono e ritagliano spazi di esistenza da strappare al silenzio e all’oblio.

    peccato. un’altra occasione persa.

  24. andreij rubliov il 25 luglio 2006 alle 11:27

    @ce ne faremo una ragione

    dai, non è il caso di dire occasione persa…

  25. Andrea Raos il 25 luglio 2006 alle 11:29

    dice andreij rubliov: “certo la difficoltà è sempre traduzione. bisognerebbe ascoltarla nel vivo della voce che l’ha partorita.”

    L’originale è in inglese. Dico questo per dire che non si tratta di poesia ‘araba’ in senso proprio – non mi sembra secondario che sia scritta in lingua ‘d’esilio’. Anche – non solo – per questo, io in questa poesia ho sentito, piu’ che il “dannunzianesimo” di Temperanza, la “devastazione” di Cato. Posso capire che non piaccia a tutti (per fortuna!); ma davvero consiglio di dare almeno un’occhiata all’originale, dall’impaginazione traversata da segni, graffiti e incisioni che secondo me ne irrobustiscono il dettato, sliricizzandolo.
    Altro elemento anti-lirico (e anti-estetismi) che in questo brano purtroppo non appare, la narratività che percorre il poemetto.

    Daniele, so che non si dovrebbe cedere alle provocazioni, ma solo per sincera curiosità ti chiedo: cosa c’entrano i musulmani con questa poesia?

  26. temperanza il 25 luglio 2006 alle 11:33

    @andreij

    ne sono ben consapevole, ma uscire da sé è piuttosto difficile:–)
    soprattutto quando come noi si ha un ‘900 alle spalle, con tutto il suo percorso critico e tutti i suoi -ismi

    @ ce ne faremo

    nessuno riduce un’intera tradizione poetica sub specie di un unico testo, (che tra l’altro qui è stato molto apprezzato).

    Io non lo ho apprezzato particolarmente e l’ho detto, ma ho detto anche che parlo per me, come chiunque qui, e anch’io ho sulle spalle una tradizione poetica che mi spinge a essere più sensibile a una certa poesia occidentale che a quella piuttosto immaginosa e rutilante della tradizione araba.

    Io non ritengo che la nostra tradizione sia dominante nel mondo, ma è certamente la nostra, e nel mio caso è stata molto fortemente formativa.

    Il che non vuol dire che di quello che è stato tradotto io sia completamente digiuna, sono abbastanza curiosa da essere andata a guardare, e abbastanza estranea da non aver continuato dopo aver guardato.

    E’ un limite, e lo è anche quello di non sapere l’arabo, come dice giustamente @andreij, ma che ci posso fare, è così.

    @Ce ne faremo, non essere così pessimista, sarà un’occasione persa per me, gli altri mi sono parsi molto ben disposti.

  27. temperanza il 25 luglio 2006 alle 11:36

    Non avevo letto la precisazione di Raos, dunque non è scritta in arabo, mi ero stupita infatti che Toni Maraini conoscesse l’arabo. resta il fatto che per me, almeno in traduzione, prevalga quell’elemento che ho detto, non ho sentito la narratività che forse nella versione inglese si sente di più.

  28. andreij rubliov il 25 luglio 2006 alle 11:53

    @raos

    non sapevo che il testo d’origine era inglese e che sia stato scritto in lingua d’esilio. questo in realtò rafforza la mia idea di tradizione. la tradizione araba si sente, eccome, in questa poesia. il fatto che sia scritta in lingua inglese non sposta il punto ma lo approfondisce.

  29. andreij rubliov il 25 luglio 2006 alle 11:54

    … sotto certi aspetti

  30. Andrea Raos il 25 luglio 2006 alle 11:59

    Temp, volevo dire che una certa narratività (molto franta, e che proprio per questo mi interessa) si coglie dall’insieme del libro, non in questo brano in particolare.
    Il mio accenno alla ‘lingua di traduzione’ significava che non sono d’accordo col ricondurre subito e in via definitiva questa poesia a una più o meno fantomatica ‘tradizione araba’. Tantomeno, come fa Daniele per estensione dello stesso atteggiamento, ad un mondo “musulmano”: questo brano mi sembra dimostrare con chiarezza che – se si legge senza a priori – si è di fronte a una poesia pienamente e totalmente laica (ebbene sì, ce ne sono anche lì…).
    Peraltro posso garantirti, Temperanza, che il ‘nostro’ (!) canone novecentesco Etel lo conosce quanto te (e quindi molto meglio di me…) – e a me sembra che nella sua poesia questo sia visibile. Ma la potenza dello ‘schermo orientale’ (su cui nelle scorse settimane ci ha eruditi Roberto Santoro) è più forte che mai. E’ un problema che, in quanto studioso di poesia giapponese anche contemporanea, conosco bene: se vieni ‘da fuori’, potrai dire o fare ciò che vuoi, ma lo zen (o il Corano o quant’altro) ti verrà sempre incollato addosso.

  31. Andrea Raos il 25 luglio 2006 alle 12:09

    rubliov, ti leggo solo ora. Il punto secondo me non è che la tradizione ci sia o non ci sia: c’è sempre, è ovvio, in qualunque artista, ma questo non conclude nulla.
    Se stessimo parlando di un poeta ‘europeo’, ciò sarebbe lampante: quanti poeti riconducibili (volendo) ad un àmbito ‘cattolico’ – tipo Dante e Leopardi, per esempio… – non hanno nulla, ma davvero nulla a che vedere l’uno con l’altro!
    Ma il fatto che Etel provenga da un contesto ‘altro’ le incolla addosso un’identità precostituita che – paradossalmente ma non tanto – la rende invisibile nei suoi tratti specifici. Alas.

  32. temperanza il 25 luglio 2006 alle 12:17

    @Raos

    Forse hai ragione a dire che la tradizione araba è assente e io sono vittima di un certo “anti-esotismo”, ma avendo davanti un testo soltanto, da versi come questi:

    “…
    un sole nel dito un sole nell’ano un sole in groppa all’elefante (tra l’altro la cosa che formalmente mi era piaciuta di più era proprio “un sole nel dito un sole nell’ano”)


    beduini ammantati di bare una luna tatuata vi impregna con la sua dinamite


    mangiate e vomitate il sole mangiate e vomitate la guerra Ho ascoltato un angelo esplodere


    un sole animale si arrampica sulla mia schiena e mi divora il collo. I suoi capelli
    I suoi capelli cadono Per le strade il fascismo in abito verde masturba i fucili


    O avventura alla rovescia! Ho visto Beirut-la-folle scrivere col sangue. Morte alla Luna!


    Ho preso il sole per la coda e l’ho gettato al fiume. Esplosione. Bum…


    Beirut-puttana sudicia malata di sifilide anche il sole è contaminato dalla città

    ho tratto appunto un’idea di “orientalismo”. Moderno, certo, e debitore dell’attualità, ma sull’esotismo, come sai meglio di me, i discorsi non sono semplici.

    Poi, come ho detto, avendo letto solo questo testo e per di più in traduzione, sono pronta a darti ragione.

    Resta da chiedersi perché hai scelto proprio questo testo:–)

  33. Andrea Raos il 25 luglio 2006 alle 12:28

    Mah, l’ho scelto così, per rilassarmi al sole… :-)

  34. andreij rubliov il 25 luglio 2006 alle 12:46

    @raos

    vorrei precisare che non è appioppare il corano a etel adnan alla base del mio discorso sulla tradizione. quello andava un pò oltre il testo… e ad ogni modo l’universalismo dell’inglese non è a detrimento di nulla in questo senso… l’inglese dilata semmai il senso ulteriore della catastrofe. ma la poesia che si laicizza non è un tema per la poesia stessa. così come quella che si coranizza…

  35. andreij rubliov il 25 luglio 2006 alle 12:49

    @raos ti leggo in ritardo anche io… ok tutto chiaro! ciao

  36. tashtego il 26 luglio 2006 alle 08:19

    Qui, adesso, senza conoscere nulla della poesia araba né dell’impaginazione originale, ma leggendo questo testo così com’è qui presentato e tradotto, ne desumo un’impressione in tutto simile a quella di Temperanza.
    Qualcuno ha ricordato Ginsberg, ma l’accostamento chiede una verifica.
    L’impressione che mi fa questa poesia è della serie: “se non sono riuscito a stupirti/indignarti/commuoverti/rivoltarti, ma soprattutto sorprenderti & intrattenerti (facendoti sentire buono & disperato per i mali del mondo e in particolare di Beirut), col verso precedente, allora leggi un po’ cosa riesco a dirti in questo qui”.
    Eccetera.
    Questi versi sono una caricatura della realtà.
    Qualsiasi realtà, anche la più atroce, non merita poesie come questa.

  37. Se ne faranno una ragione? il 29 luglio 2006 alle 23:32

    chissà…………..

  38. Se ne faranno? il 29 luglio 2006 alle 23:33

    cosa? quanta?

  39. ce ne faremo una ragione il 2 agosto 2006 alle 00:45

    @ tashtego

    “Questi versi sono una caricatura della realtà”.

    – Quale?

    “Qualsiasi realtà, anche la più atroce…”.

    – Atroce per chi? Per chi guarda le “atrocità” al riparo della distanza, o per chi le vive sulla propria pelle? O crediamo che l’atrocità rimanga la stessa, sia realtà a sé, a prescindere dal fatto che a parlarne è chi la guarda o chi la subisce?

    “… non merita poesie come questa”.

    – Ce ne faremo una ragione.

  40. ness1 il 6 agosto 2006 alle 13:49

    “Ritratto di un uomo che affoga”… Io credo che ‘ce ne faremo un ragione’ intenda muovere una critica generale, più che diretta ai versi in questione.



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