Considera il pesce rosso segreto

27 luglio 2006
Pubblicato da

di Christian Raimo

L’ossessione che da sempre perseguita la coscienza intransigente di David Foster Wallace è quella per l’empatia, per la comunicazione dei sentimenti, per la spontaneità. In “Caro vecchio neon”, uno dei soli due racconti straordinari della sua ultima raccolta (Oblio, edito l’anno scorso da Einaudi), il protagonista – omonimo dell’autore – è un suicida che dal tempo impossibile della propria morte racconta il suo peccato senza redenzione: “Per tutta la vita sono stato un impostore. E non esagero”.
La critica ferocissima alla propria inconsistenza, al proprio ego narcisista, alla propria pusillanimità che Dfw rivolge contro il sé narratore si combina con un desiderio più intenso: quello della comunione, della condivisione con il lettore, della possibilità dello scambio.
Non sorprende quindi che l’atteggiamento che tiene – da saggista – nei confronti della società e della cultura americana sia lo stesso. I dieci pezzi di Considera l’aragosta (Einaudi, Stile Libero, euro 15,50, traduzione da premio di Adelaide Cioni e Matteo Colombo) stigmatizzano, mettono in ridicolo quest’impero dell’autoindulgenza e dell’artificio che sono gli States, proprio perché vogliono dare del tu al lettore, chiamarlo in causa su questioni politiche, etiche, letterarie. Fargli ammettere di essere scoperto, vulnerabile.
In questo senso Dfw ha un modello preciso. Scrittore culto di quella generazione sovracculturata e socialmente handicappata che ha frequentato le università negli ultimi quindici anni, Dfw è una personalità in tutto e per tutto wittgensteiniana: come il filosofo austriaco mise a punto la teoria dei giochi linguistici, per cui il significato del linguaggio sta nel suo uso interno, nell’accordo della comunità dei parlanti; così anche la produzione di Foster Wallace appare come una serie di “ricerche narrative”: uno sperimentalismo onnicomprensivo che però non si limita a funzionare come intrattenimento dell’intelligenza ma desidera ardentemente coinvolgere il lettore ogni volta in un’altra variante dell’ennesima possibilità della letteratura. Si può spaziare dall’opera-mondo Infinite Jest ai racconti iperdensificati di Oblio all’eterogeneissima Considera l’aragosta, in cui si parla di starlette del tennis, Oscar del porno, campagne elettorali per candidati repubblicani, Kafka e Dostoevskij (adorati), Updike (considerato uno stronzo), prescrittivismo contro descrittivismo nella linguistica, fiere culinarie dell’aragosta, dj sproloquianti nelle nuove emittenti radiofoniche americane, signore vecchiette provinciali disorientate dopo l’11 settembre nel loro piccolo avamposto del Midwest. Foster Wallace come Wittgenstein si sente imprigionato dal linguaggio, dall’evidenza del suo essere un costrutto e anela invece – impossibilmente – a forzarne i limiti.
Ad esempio di fronte alla vicenda del senatore McCain, a cui è dedicato il lungo reportage “Forza, Simba”. Il candidato repubblicano anti-Bush alle ultime primarie durante la guerra del Vietnam venne catturato e torturato a sangue, gli vennero spezzate le ossa, ma essendo il figlioccio dell’ammiraglio della Marina Statunitense, i vietcong gli diedero la possibilità di essere liberato. Che lui declinò, per non infrangere il codice d’onore che non può privilegiare un prigioniero all’altro. Dfw dice: “…immaginatevelo un dottore vero e una vera operazione con gli antidolorifici e le lenzuola pulite e la possibilità di guarire e finire quest’agonia e rivedere i vostri figli, vostra moglie, sentire il profumo dei capelli di vostra moglie… Riuscite a sentirlo? Cosa succederebbe nella vostra testa? Avreste rifiutato l’offerta, voi? Ci sareste riusciti?
Quello che (ancora, purtroppo) manca a Dfw come a questo libro (che è generoso, illuminante, politicamente radicale) è ciò che lui stesso in un saggio del ’90 si augurava sarebbe stata la caratteristica eminente della nuova generazione di scrittori americani: la capacità di essere commoventi, a scapito della iperconsapevolezza. Lì, l’avremmo capito inseguito, Dfw non parlava solo dei suoi padri e dei suoi fratelli maggiori postmoderni, minimialisti, metaletterari, ma del suo limite: l’analiticità, la sua abitudine di anatomizzare le emozioni fino al loro substrato atomico. Forse è per questo che mentre dovevo recensire questo libro, ero continuamente tentato dal finirmi di leggere i racconti – sublimi fino alle lacrime – di David Means, Il piccolo pesce segreto (Einaudi, Arcipelago, 13 euro, trad. di Silvia Pareschi). In fondo, ha ragione Foster Wallace, qualsiasi lettore vuole un libro che gli tocchi il cuore.

31 Responses to Considera il pesce rosso segreto

  1. missy il 27 luglio 2006 alle 20:13

    Hai ragione. Questo libro NON tocca il cuore. Ma è una vertigine. Sto saltando alcune parti che si allungano in un genere da trattatistica coltissima e ironica, una vivisezione dell’oggetto che sembra quasi malattia. Le salto perché mi ritrovo all’improvviso malata anch’io, tra tecniche di uccisione compatibile dell’aragosta o meeting da festival porno. Le salto perché non permetterei mai certi attardamenti, ma poi ci torno perché è una droga della testa e la seduzione linguistica e l’osservazione estremamente cervellotica del particolare diventa qualcosa di così sublime da far sparire quasi la realtà intera in una dimensione artistica che mi appare alla fine perfetta.
    Per quanto mi riguarda, però, non ho più trovato quel superamento della sperimentazione multilevel di “Mondo Adulto” in “Brevi interviste con uomini schifosi”. Lì tutto fu breve e sublime.

  2. cara polvere il 27 luglio 2006 alle 23:45

    meglio se glielo strappa il cuore, perchè toccarlo non basta più.
    un saluto
    paola

  3. sergio garufi il 28 luglio 2006 alle 02:16

    @christian
    “un desiderio più intenso: quello della comunione, della condivisione con il lettore, della possibilità dello scambio.”

    aggiungerei che si scrive per comunicarsi, non per comunicare, e che questa comunione non è tanto condivisione e scambio, quanto piuttosto una liturgia discorsiva, un rito sacrificale in cui ci si immola innanzitutto per se stessi, perché quello è l’unico modo per rimovuore l’interdetto che confina l’autore in una dimensione solipsistica. quando rilutta ad abbandonarsi, quando è incapace di rinunciare al proprio autocontrollo, e ci infligge decine di pagine inutili e lucidissime sulla morte delle aragoste bollite, lì la comunione fallisce, la kenosi diventa un atto intollerabilmente esibizionistico; mentre nelle riflessioni folgoranti su kafka e il comico (e nei migliori racconti delle “brevi interviste”) la porta si apre per tutti, insieme varchiamo la soglia e insieme scopriamo che anziché entrare stiamo uscendo. dai nostri pregiudizi e dalla nostre piccole vanità.

  4. cara polvere il 28 luglio 2006 alle 03:06

    dunque l’arte va tenuta sotto rigoroso autocontrollo?
    a che pro. al fine di che?
    l’arte non è anche esibizionismo oltre ad essere rito cannibalico?
    non è anche vuoto a perdere oltre ad essere un grido che parte dal centro delle reni e scuote nascita morte masch-ile e femmin-ile?
    l’autore dispenserebbe solo ostie per i comunicanti?
    ah, che consolazione.
    ah, che bella categoria di impiegati.
    bah. vhr visione piccola piccola che s’illude di essere grande grande. ma è senza sbocchi.
    sembra di entrare nella pubblicità di un supermercato
    d’ ostie d’- (autore)-volmente consacrate dall’autocontrollo&controllo.
    leggo di pagine e pagine di aragoste bollite.
    non ci dimentichiamo che ci sono stati e ci sono scienziati che perdono tutta la vita dietro le ciglia di una cellula e scoprono porzioni di universo
    solipsismo?
    scienza e poesia. mai separarle.
    un saluto-
    paola

  5. tashtego il 28 luglio 2006 alle 08:21

    apparte la scapigliatura di cara polvere, aggrappata all’idea dell’arte come “spontaneità” e dell'”artista” come uno che nun se controlla e la creatività gli deborda a fiotti da tutti i pori e sarebbe davvero un peccato e un assassinio (dell’arte) dirgli vabbè però io questa cosa qui, sai, la toglierei, e questo lo rifarei e quest’altro lo butterei e contieniti figliolo e ragiona e tieni a freno la sindroma narcissica.
    e apparte l’uso qui della parola “arte” ancora del tutto crociano e dunque liceale, che io la parola “arte” l’abolirei dal dizionario o almeno ne cancellerei e proibirei l’uso in senso idealistico, cioè come vetta estetica insuperabile.
    sono convinto che la prima regola di uno scrivente sia cancellare l’ego.
    o meglio, situarlo sotto la scrittura, a sorreggerla.
    piuttosto che galleggiarvi sopra in bella evidenza et pavoneggiarsi.

  6. tashtego il 28 luglio 2006 alle 08:21

    no “sindroma”, ma “sindrome”.

  7. cara polvere il 28 luglio 2006 alle 09:21

    @ tashengo.

    lei proibirebbe l’uso qui e là della parola “arte” in senso idealistico.
    ah. ma questa è dittatura, neh! altro che ego.
    vedo che anche lei si vuole arrogare qualcosa.
    manco l’ho fatto il liceo. manco so chi è croce.
    so cos’è invece vagamente cos’è la croce, le quadra qualcosa?
    poi lei scrive,
    mai indirizzandosi direttamente a me, che io sarei scapigliata.
    e fin qui c’azzecca perchè mi pettino poco (ahahahah, non si lasci scappare la parola bohemienne che le vedo rivolare e scalpitare dietro il pomo d’adamo)
    ma poi mi crolla laddove:
    […]dell’ “artista” come uno che nun se controlla e la creatività gli deborda a fiotti da tutti i pori e sarebbe davvero un peccato e un assassinio (dell’arte) dirgli vabbè però io questa cosa qui, sai, la toglierei, e questo lo rifarei e quest’altro lo butterei e contieniti figliolo e ragiona e tieni a freno la sindroma narcissica…”
    uno che nun??:-)))
    era il suo intento evocare quelle incontrollabili spanciate spaghettare cucinate da ave ninchi sulla spiaggia di fregene???
    l’ha visto il film mozart di milo forma quando il principe dice al musicista: “uhm, qui ci sono troppe note?
    e capiva un fringuello di musica
    ma se contraddetto dall'”artista”lo avrebbe potuto anche ingattabuiare il mozart
    lei, tashengo, la vedo lì a pensare più o meno la stessa cosa: ci sono troppe parole…
    e poi vola proprio rasa terra quando, come uno gnomo ghignante e biricchino, m’ incanala il tono della sua risposta
    giù nello sfottimiento. ma le riesce male e la marmellata che le rimane agli angoli della bocca dopo il blitz le va subito in rancido.

    ossequii al novello messia del vocabolo
    e alla sindroma narcissicica-

    ps: poi mi spiega dove galleggiano i pavoni?
    un saluto
    paola

  8. temperanza il 28 luglio 2006 alle 10:44

    Se il protagonista di uno dei racconti migliori “è un suicida che dal tempo impossibile della propria morte racconta il suo peccato senza redenzione: “Per tutta la vita sono stato un impostore. E non esagero”. ”

    (ma dev’essere proprio un suicida? e per di più parlante? e se uno è stato un impostore non è meglio che lasci perdere e se lo tenga per sé? Questa nuova tendenza a confessarsi post mortem la trovo poco americana, vedo una contraddizione. Anche in Tender bones la morta parlava, uno dei libri più brutti e di successo che mi siani capitati tra le mani. Questa mania degli americani di far confusione tra l’al di qua e l’al di là non viene ricompensata ai miei occhi da alcune belle cosette che offrono.)

    eppure, con tutto ciò,

    “Dfw è una personalità in tutto e per tutto wittgensteiniana”

    se è così devo ammettere, ed è doloroso, che sono sopravvissuta al mio tempo, Spero di andarmene anch’io, vi parlerò da dietro il muro.

    Santo zio Ludwig, ebbi già modo di invocarti ‘sta notte, qua mi sembri citato a sproposito.

    “Foster Wallace come Wittgenstein si sente imprigionato dal linguaggio, dall’evidenza del suo essere un costrutto e anela invece – impossibilmente – a forzarne i limiti.”

    sarà davvero così? mah!

    @Christian Raimo (perché prima era in generale)

    tu dici:

    “qualsiasi lettore vuole un libro che gli tocchi il cuore”

    ma sei sicuro? Secondo me questa è una convinzione post-post-moderna, una degenerazione del neo-sentimentalismo tardo novecentesco. Io non posso più andare a teatro, con mio gran dispiacere, perché il pubblico ride. E non ride quando c’è da ridere, ride perchè è uno spettacolo, gli spettacoli sono fatti per intrattenere, l’ intrattenimento deve far ridere e dunque ridono per convincersi che non hanno sprecato i soldi del biglietto.

    Non sarà lo stesso con i libri? che adesso i lettori si sono convinti che la lettura deve “toccare il cuore” e volenti o nolenti chiedono solonquello?

  9. cara polvere il 28 luglio 2006 alle 12:23

    @temperanza
    lei sa dove galleggiano i pavoni?

    @ in generale
    però.
    “et dove galleggiano i pavoni…”
    bel titolo. suona.
    non me lo rubate

  10. cara polvere il 28 luglio 2006 alle 12:26

    @temperanza
    lei sa dove galleggiano i pavoni?

    @ in generale
    però.
    “dove galleggiano i pavoni…”
    bel titolo. suona.
    non me lo rubate

  11. roberto il 28 luglio 2006 alle 12:35

    secondo me gli editori italiani piccoli e grandi campano de rendita americana. Nessuno sa che fine abbia fatto la letteratura italiana.

  12. b.georg il 28 luglio 2006 alle 12:37

    ho il sospetto però che in questo bel pezzo di Raimo si consideri un limite ciò che invece potrebbe essere la cifra (scusate questo modo di esprimermi orribile) di dfw. Ossia, si tende a fare una critica che dà per scontato che per uno scrittore sia importante avere un certo atteggiamento emotivo (o politico, o intellettuale o ecc ecc) piuttosto che un altro, e non piuttosto la capacità di presentarlo, di farne la propria maschera, di ripiegarlo su di sé (che questa operazione sia del tutto consapevole e meramente tecnica o no, è questione complicatissima) rendendolo paradigmatico, costruendoci un mondo abitabile, o anche inabitabile, chiamando così in causa il “lettore futuro”. In questo modo si finisce però per giudicare pregiudizialmente non letterarie (in base a un’idea di “arte”, come s’è detto, fondata su non si sa cosa, cioè in base all’idea insieme normativa e tutta tarata sulla ricezione che, ad esempio, “i personaggi devono suscitare queste impressioni”) quelle che invece a me paiono precise scelte stilistiche, che vanno considerate non in astratto ma sulla base della capacità o meno di dfw di raggiungere gli scopi che egli stesso si prefigge.

    La sindrome di solipsismo linguistico che Raimo reperisce nei testi (mi pare una delle tante interpretazioni possibili di dfw, certamente interessante, anche se forse un po’ affrettata se così formulata, che ne fa una specie di esistenzialista fuori tempo, mutatis mutandis uno uelbeck qualunque in salsa ammerigana – ricordo che il problema per il tronfio francese è “la fine di ogni speranza di fusione, distrutta dell’evidenza della morta materiale”, il che ne fa un autore patetico nel senso letterale del termine, cioè sentimentale, ma anche lo rende sideralmente lontano dal punto in cui si colloca dfw -. Io ad esempio credo che in dfw proprio il mettersi di fronte a questa questione segnala che il problema non è più quello) è da considerarsi un limite solo se ne inficia la qualità (e qui casca il solito asino, cioè il critico: come si giudica la qualità letteraria? cos’è un giudizio di valore letterario? Perché non si può definirlo?). Ma che ne debba inficiare la qualità letteraria è tutto da vedere, così come il nazismo di céline, per fare un esempio che non c’entra ovviamente niente, non inficiava la sua.

    insomma, chi ti dice che quell’io ossessionato che pare (pare) si dibatta nelle sue frasi non possa suscitare magari una forma altissima di inedita “empatia intellettuale” in un lettore, esattamente quello per cui dfw scrive i suoi libri?

    scusate l’eccesso di parentesi e tortuosità, ma visto l’argomento un po’ di “empatia” era d’obbligo (mi era impossibile del resto mettere note in piede di commento…)

    ;-)

  13. temperanza il 28 luglio 2006 alle 12:49

    @ cara polvere

    certo che lo so. galleggiano ovunque ci sia acqua, purché morti abbastanza di recente.

  14. cara polvere il 28 luglio 2006 alle 13:11

    @ temperanza
    ma morti con la coda chiusa o aperta?

  15. tashtego il 28 luglio 2006 alle 13:45

    Fuori luogo, certo.
    Oltre la parola “arte” e il suo concetto (se ne esiste davvero uno), proibirei:

    gli oleandri
    le tuie
    i gerani
    le parole “spurgo”, “cognato”
    la cacca
    tutti i dialetti
    i cani piccoli con gli occhi sporgenti
    i cani piccoli, tutti
    il sushi e il sashimi
    Torvaianica e ogni altro insediamento costiero venuto su dopo il 1960
    i vestiti scuri
    le scarpe con la punta lunga e a becco di papera
    i reggi-seno con le spalline de plastica trasparente
    i jeans pre-consunti
    il liceo classico (anche lo scientifico e l’artistico)
    le scuole di sceneggiatura, per diventare “sceneggiatori”
    Arbasino (taglia sulla testa per chi lo cattura)
    un’automobile che si chiama “Picasso”, ché mi vergogno per lei
    tutta la filosofia idealistica di tutti i tempi
    i tombini infossati nell’asfalto
    nuvenia pocket
    i kiwi intesi come frutti
    le pesche-noci
    i parchi acquatisci
    e molta altra roba, moltissima.

  16. cara polvere il 28 luglio 2006 alle 14:23

    @signor tashengo. perchè io le scrivo in faccia, mica come lei…

    ci ha messo pure le pesche noci perchè ha la dentiera. confessi.
    se si, abolisca anche quella e si getti a capofitto nel paese dei dolcetti duri, alle mandorle.

    p.s: io abolirei anche quei costosissimi corsi di scrittura creativa, soprattutto quelli che offrono soggiorni di una settimana in agriturismo e ti fanno mangiare fuori a ottobre-novembre.
    uhm.

  17. cf05103025 il 28 luglio 2006 alle 15:58

    Non abolirei,
    ma toglierei alla parola “arte” manto, l’aureola, l’enfasi, il panneggio accluso
    ovvero la trasformerei, ché in me l’ho bell’e fatto,
    in capacità ed abilità tecnica creativa,
    cosa come l’artigianato,
    ovvero oggetto eseguito con pialla sega connessioni ed incastri lima raspa vernice,
    roba come quando si dice:
    è fatto ad arte, opera d’arte, ci ho messo dell’arte,
    ( ché poi prima di ‘sti balordi romantici si usava così)
    ché poi ci sono vari gradi d’arte: mica sono tutti da 10 o 100 o 30 e lode, moltissimi sono da 5/6, altri da 4, altri inclassificabili,
    tipo un mobiletto imitazione Chippendale fatto dal falegname qui sotto, tale Eusebio Montersino.
    MarioB.

  18. temperanza il 28 luglio 2006 alle 16:01

    @cara polvere

    questo bisognerebbe chiederlo all’acqua, che va e viene

  19. cf05103025 il 28 luglio 2006 alle 18:44

    però il pezzo di Raimo mi piacque,
    esso fu molto chiaro

  20. Michele il 29 luglio 2006 alle 12:12

    Qui ho scoperto che a Tash. non piace la poesia di Cara polvere. Insomma non la sopporta, non la capisce. A cara polvere non piace il luogo, comune che sia. Nel corano la parola “sura” significa… recinzione, mura che recintano, ecc. Il corano è formato da 114 sure. Il corano tende all’unicità, conduce all’unicità dell’uomo. Ma è una questione tutta psicologica, credo. Gli intendi sarebbero un “poco” più profondi, della semplice apparenza. Si parlava di empatia?

  21. temperanza il 29 luglio 2006 alle 15:30

    Il commento di cara polvere era una poesia?

    Autori, avvertite.

    Quello di michele è un commento semplice, mi pare. Ma oscuro. Ai miei occhi.

  22. viola il 30 luglio 2006 alle 12:59

    Raimo ha ragione. E non trovo si debba chiamare in causa chissà quale corrente – postmoderna, dice? – perché da che mondo e mondo (e mi risparmierei le menate sull’arte e per l’arte) la lettura ha a che fare, a livelli diversi, ovvio, con un sentire comune che parte -adesso parlo per me- da un movimento tutto interiore che poi, se ricondotto ad altro, può astrarsi oppure no…Detto questo conocordo anche con chi dice che in nome dell’arte si giustificano troppe cose. E che quella vera – non quella assoluta, si badi bene – è un bel miscuglio di controllo, pulizia e talento.
    viola

  23. sergio garufi il 31 luglio 2006 alle 02:21

    @tashtego
    A me l’operazione pubblicitaria della Citroen Picasso mi è parsa il degno corollario del film documentario di Henry George Clouzot “Le mystere Picasso”, del ’56, in cui l’artista spagnolo interpreta se stesso (con un reciproco prestito linguistico: effetto quadro nel cinema e taglio filmico dei dipinti). Nella sequenza finale, quando il regista avverte Picasso che ormai ha a disposizione solo pochi metri di pellicola, ossia pochi secondi di ripresa, Picasso accetta la sfida e decide di dipingere un quadro in quel minimo lasso di tempo. Tracciando la sua inconfondibile firma su una tela immacolata, tutto pare infine compiersi. Il mistero di Picasso non risiede nella sua arte, ma in lui stesso, in quell’epitome folgorante rappresentata dalla sua firma. L’artista celebra se stesso e così facendo pone le basi della propria distruzione simbolica. Se prima la mitologizzazione avveniva a sue spese, ora si verifica un feticismo di cui lui stesso è responsabile. Ridotto a feticcio di se stesso, Picasso è pronto per venire stigmatizzato e fagocitato, in primis dalla pubblicità, che userà la sua firma come logo.

  24. temperanza il 31 luglio 2006 alle 12:28

    @ Garufi

    forse hai sbagliato post?

  25. temperanza il 31 luglio 2006 alle 12:30

    @ Garufi

    no, scusa

  26. tashtego il 31 luglio 2006 alle 18:55

    Altre firme diventate logo, quella di Rembrandt, quella di Van Gogh, quella di Monet.
    Per dire.
    Ma esistono loghi che diventano firme.
    È un via vai.
    C’è chi ci fa i soldi.
    Molti soldi.

  27. Andrea il 1 agosto 2006 alle 11:46

    purtroppo ho abbandonato la lettura di Oblio (al primo racconto, non riuscivo proprio ad andare avanti) e ho messo il libro sopra un altro non-finito (Vollman, I racconti dell’arcobaleno).

  28. b.georg il 3 agosto 2006 alle 12:58

    potevi sempre passare al secondo ;)
    (il primo è uno scoglio per molti, non capisco bene il motivo…)

  29. ness1 il 5 agosto 2006 alle 15:41

    Educazione (anodina – catodica)

    Perché i bambini sono così soli,
    fermi agli schermi dei televisori
    che li rapiscono dal ‘mondo vero’,
    in cui non trovano interlocutori?

    Nessuno gli racconta più le storie:
    non ci si resta insieme, in quel calore
    che viene dallo scambio di visioni.
    Balie meccaniche per figli-automi.

  30. guglielmo feis il 11 agosto 2006 alle 21:44

    e se a volte David invece di mirare al cuore trasformasse l’arco di Nechtr in un taser che genera paranoie e ironici tormenti intellettuali (cose tipo le verboossesioni di Avril Incandenza, le numerose manie di Hal – cose blu nella stanza, succo di mirtillo, droghe varie ed eventuali, Eschaton, i film del babbo, etc etc -, le fisse di Pem quando spiega mate/chimica agli altri, i calcoli mamma-guarda-senza-mani di Otis Lord (che, vorrà dire qualcosa?, a furia di fare tanti calcoli si ritrova con un pc ficcato in testa… esempio mirabilmente post^n-moderno di contrappasso?))???
    forse, e qualcosa del genere l’ho già letto da ‘ste parti, DavidFosterMuroServiziovincente resta più “scrittore di idee” (Garufi TM, se non ricordo male…) che squartacuori. Uff! Ma così vien fuori che Dfw è uno scrittore intelligente e intellettualoide (ovviamente paranoico e voyeur come Joe Valigietta) che vorrebbe – come Mark – aprire i cuori, quindi fare il “sentimentalista post-post-(..)-post-moderno?
    Non so perchè ma non mi piace…

  31. guglielmo feis il 12 agosto 2006 alle 12:12

    Tutt’altra storia: ma non stiamo chiedendo troppo a quello che, almeno in teoria, è una raccolta sul saggistico andante (1)? Nel senso: un qualcosa di scritto con pretese saggistico-didascaliche che ci trafigga il cuore non è un’esagerazione? Cioè… mi metto a pensare a qualche saggio che mi ha davvero colpito e quello che mi viene in mente mi ha scosso più a livello mentale/intelletuale/di-idee/eccetera che al cuore. Che so: E unibus pluram, David Lynch non perde la testa, Il rap spiegato ai bianchi per restare in casa Dfw; L’esistenzialismo è un umanismo di Sartre; i saggi di Eco o le bustine di Minerva; quelli di Queneau; parecchi saggi di Calvino (con eccezione delle Lezioni americane che, per quello che mi riguardano, pigliano il cuore un 40-50% delle volte); tutte queste cose sono soprattutto uno sconvolgimento a livello di ragione, di cose che vengono viste in un altro modo dopo che hai letto uno di questi libri, di Hei-ma-io-una-cosa-del-genere-mai-l’avrei-immaginata, e cose del genere…
    Insomma… per pensare a un saggio che mi abbia preso al cuore come – boh? l’infinito, Infinite Jest, Oceano Mare, Orientarsi con le stelle, Sulla strada, Finzioni, Città invisibili (okokok, lo so che alcuni dei titoli che mi hanno preso sono libri concettosi iperconsapevoli e ipermeditati, però mi han preso non solo la testa ma anche il cuore.) – mi viene in mente poco. Forse le lezioni americane, probabilmente qualche dialogo di platone (le leggi? il fedone?). Insomma: vero che Wallace ha il gran pregio di avere dei saggi molto narrativi e di riuscire a parlare di qualsiasi cosa “elevata” mentre sta raccontando esperienze di tutti i giorni (vedi Berkeley che si insinua in una fiera agricola nell’Illinois, Platone parlando di rap, eccetra^n) però, ecco, ci lamentiamo che un saggio sia troppo analitico, troppe parole, troppi concetti, troppe scomposizioni, troppe sintesi che non ci sono familiari e che ci sorprendono (ma ci sorprendono solo a livello “di testa” e non “di cuore” indipercuiciò non ci piacciono)?
    Una critica del genere la vedo più per i racconti veri e propri che per i saggi molto narrativi/reportage (2).

    _________________________________________

    (1) Lo so. Dividere il fiction dal non-fiction con Dfw è un notevole casino. Però, ecco, almeno nelle intenzioni Infinite Jest è un (iper)romanzo come La scopa del sistema; Tennis, tv, trigonometria…, Everything and more, Considera l’aragosta, Il rap spiegato ai bianchi delle cose saggistiche (con un impianto fortemente narrativo che, per me, è una delle cose che rende il Wallace formalmente non narrativo/romanzesco una cosa fantastica); La ragazza dai capelli strani, Oblio, Brevi interviste con uomini schifosi dei racconti. Poi – sempre con i dovuti limiti delle etichette – Verso occidente è un saggio sull’arte di narrare travestito da racconto e Una cosa divertente che non farò mai più un ibrido tra il saggio-molto-ironico-sull’ipocrisia-turistico/vacanziera-americana e il racconto/reportage sul “Ho fatto questo questo e questo in crociera. Una figata, ma non lo rifarei”.
    … Chissà se la nota è servita per giustificare l’uso della parola saggio? Bah.

    (2) Che anche sulla questione del prendere il cuore nei romanzi/racconti non so quanto sia il caso di far valere il “sentimentalismo postmoderno”. Nel senso: se per provare a prendere il mio cuore Baricco deve costruire un’epica dell’automobile credendo di potermi raccontare una bella storia tutta patinata e ordinata non mi piace… Nel senso: finito Questa storia ho la sensazione di aver mangiato una bistecca buonissima in un McDonald’s, di aver divorato un’epica di plastica… A questo punto preferisco un autore che se ne freghi di fare “come se” non esistesse e che si dichiari in tutte le sue paranoie come autore di finzione. Uff, ma sto degenerando più OT del solito e mi fermo prima di arrivare al 1a persona contro 3a persona ed esigenze autoreferenziali. Stop.

    (3) OT: ma si possono mettere note che non hanno riferimento nel testo? :-)



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