L’estetica delle firme

31 luglio 2006
Pubblicato da

di Sergio Garufi

arnolfini.jpgCom’è noto, solo una piccola parte dei dipinti del Rinascimento ci è giunta firmata dai loro artisti. A volte questo succede perché furono smembrati delle loro cornici, sulle quali gli ebanisti avevano inciso il nome dell’autore, ma in molti altri casi questo càpita perché firmare non era ancora un’usanza diffusa. Quando siglavano le proprie opere, quasi tutti i pittori si attenevano a regole precise, codificate nel tempo. Tranne il caso eclatante, citato come unicum da tutti i manuali di storia dell’arte, della cappella Baglioni a Spello affrescata dal Pinturicchio, in cui l’artista introduce orgogliosamente nella rappresentazione un piccolo riquadro col proprio ritratto, in genere il modo più semplice e tradizionale di rivendicare la paternità di un’opera consisteva nell’apporre in calce il proprio nome, al più seguìto dalla data di esecuzione. Le formule più comuni erano, per esempio, “questa opera fece X” (hoc opus fecit X), oppure “Y dipinse”(Y pinxit).

Curiosamente, analizzando le rare infrazioni alla norma, si scopre che spesso queste anomalie suggeriscono una personalissima concezione dell’arte, un’estetica poco ortodossa ma per certi versi ancora attuale. Il caso più singolare resta quello di Vittore Carpaccio. Descritto nelle Vite del Vasari come “molto bravo nel dipingere dal vero”, il Carpaccio fu innanzitutto pittore di scuole, ossia di confraternite religiose, le quali sovente gli commissionavano l’esecuzione di grandi teleri aventi per oggetto la narrazione di temi religiosi, eventi e cerimonie sullo sfondo di angoli suggestivi della città lagunare. Per l’apparentemente analitica ricostruzione delle architetture veneziane lo si è presentato come un antesignano dei vedutisti settecenteschi quali Canaletto e il Bellotto, trascurando invece le tante, deliberate trasgressioni di Carpaccio, che lo farebbero semmai accostare simpateticamente ai capricci del Guardi.

Difatti, Carpaccio firmò un certo numero di opere declinando forme del verbo latino fingere (come Victor Carpathius finxit), al posto del più usato pingere. Non c’è dubbio che, con quel cambio di consonante, egli intendesse essere esplicito sulla natura del suo intervento: il compito dell’artista non era tanto quello di imitare la natura, ma in qualche modo di ricrearla. La Venezia che fa da sfondo alle sue processioni è falsa, seppur verosimile, perché è una sua rappresentazione arbitraria, non diversamente dalla famosa pipa di Magritte (ceci n’est pas une pipe). E a ben vedere, in entrambi i casi il compito di svelare il trucco della finzione fu affidato alla scrittura (alla didascalia nel secondo e alla firma nel primo), anziché alla pittura.

Jan Van Eyck fu tra i primi a infrangere la regola della firma codificata, e lo fece in una delle sue opere profane più celebri e polisemiche. Nel ritratto dei Coniugi Arnolfini (1424), oggi esposto alla National Gallery di Londra, sulla parete di fondo, subito sopra lo specchio convesso, campeggia la scritta Johannes Van Eyck fuit hic, cioè “Jan Van Eyck era qui presente”; tant’è che l’immagine dell’artista fiammingo compare nella scena riflessa in piccolo sulla superficie deformante dello specchio. L’idea notarile dell’artista che, più che creatore, si fa testimone del proprio tempo, sembra per alcuni versi precorrere di alcuni secoli la “teoria dello specchiamento” di Lukacs, sebbene senza le implicazioni socio-politiche di quest’ultima.

Alla Pinacoteca di Brera, invece, è esposta una tavola cinquecentesca di grosse dimensioni raffigurante la Madonna in trono con Gesù bambino e due santi ai lati. E’ di scuola veneta ma, per le ragioni sotto esposte, non dirò quali sono le diverse attribuzioni che gli storici dell’arte hanno proposto finora. Basti sapere che non si tratta di nomi molto noti. Ai piedi del trono c’è un piccolo cartiglio bianco privo di scritte, solitamente usato dagli artisti per apporvi la propria firma. All’inizio si pensava che il tempo avesse cancellato la scritta, ma, dopo le analisi di laboratorio eseguite in occasione di un restauro recente, si è giunti alla conclusione che è sempre stato bianco, vale a dire che l’artista non vi scrisse nulla volutamente.

Non è improbabile che siano solo ardite congetture prive di fondamento, ma mi piace pensare che quell’anonimato intenzionale esprima una sorta di panteismo estetico (in perfetta sintonia con la novecentesca utopia tloniana), secondo il quale l’arte è una vasta creazione anonima, e l’autore è soltanto l’incarnazione fortuita di uno Spirito atemporale e impersonale, capace di ispirare il più bello dei quadri al più mediocre dei pittori e viceversa.

38 Responses to L’estetica delle firme

  1. Lucio Angelini il 31 luglio 2006 alle 03:51

    Si veda, in proposito, anche se in campo letterario, l’analoga battaglia anti-Autoriale ingaggiata dal gruppo dei Wu Ming, anonimi cinesi di Bologna:- /

  2. cf05103025 il 31 luglio 2006 alle 10:35

    Bel pezzo, Sergio,
    e lo so che ti piace pensare che il dipinto con la Madonnona porti il cartiglio bianco perchè vi è un’implicazione filosofica, anche a me piacerebbe…
    ma propendo verso una ipotesi di cancellazione/ grattamento con bisturi o raschietto avvenuta poco tempo dopo l’esecuzione da parte di qualche invidioso, opure una cancellazione per eliminare un nome falso e famoso apposto per rendere più prezioso il dipinto: son cose che si facevano.
    Di firme ricordo soprattutto quella di Duccio da Buoninsegna che, nel 1308, sul gradino posto sotto la Vergine in Maestà di Siena vergò la scritta:
    SIS DUCIO VITA QUIA TE PINXIT ITA
    sapeva di essere bravo il Duccio…

    MarioB.

  3. sergio garufi il 31 luglio 2006 alle 11:36

    @mario
    al museo del castello sforzesco, nella sezione dedicata alle sculture medievali, sono esposti un paio di bassorilievi che decoravano il pilone centrale dell’antica porta romana, demolita nel 1793. i fregi narrano il rientro in città dei meneghini dopo la cacciata del barbarossa. sono firmati da anselmo e girardo, artisti noti solo per queste opere. nonostante la povertà espressiva e lo stile rozzo e impacciato, entrambi se la suonano e se la cantano. uno perché dice “hoc opus anselmus formavit dedalus alter”, e l’altro perché afferma “istud opus sculpsit girardus pollice docto”.

  4. cf05103025 il 31 luglio 2006 alle 13:46

    noi artisti siamo vanitosi,
    si fa per dire…..
    MarioB
    :-)

    e mi viene in mente pure quella epigrafe sul Duomo di Ferrara,
    pressapoco così:
    Li mellecentotrentacenqe nato
    fo questo templo a San Gogio donato
    da Glelmo ciptadin pe so amore
    e mea fo l’opra
    Nicolao scolptore

  5. ahster il 31 luglio 2006 alle 15:46

    Voi sì che siete vecchi. Parlate come enciclopedie, come libri muffi. Quelle sculture sono adolescenti rispetto a voi. Fate schifo per quanto siete anziani nel linguaggio e nella forma. Ve lo dice una minorenne che non si farà mai toccare dalle vostre parole bifolche e geriatriche.
    Non lo sapete che la nostra lingua non è più quella?
    Imparate a scrivere come scrive il mondo, oggi.
    Solo così camufferete di un atomo la vostra età.
    Sconci.

  6. cf05103025 il 31 luglio 2006 alle 16:18

    Ho letto il commento precedente al fantasma di Benvenuto Cellini che sta qui accanto,
    alquanto scazzato,
    e mi ha urlato che gli sparerà un’archibusiata a cotesta fimmina da conio, de supra.
    Marioallospizio

  7. gianni biondillo il 31 luglio 2006 alle 16:37

    C’è anche l’autoritratto del Pergino incorniciato a mo’ di firma a Palazzo dei Priori a Perugia. (per non parlare di tutti quei pittori che appaiono di scorcio nei propri quadri, a partire da Caravaggio…)

  8. sergio garufi il 31 luglio 2006 alle 17:11

    @mario
    “noi artisti siamo vanitosi”

    non sempre: la storia di ercole de maria, il bartleby del 600, il celestino V della pittura, è l’esempio di un anonimato artistico accanitamente perseguito come scelta di discrezione. allievo di guido reni e copista nella sua bottega, fu incaricato dal suo maestro di accompagnare una sua opera a roma presso il pontefice barberini. l’apprezzamento per le sue opere derivative fu talmente elevato da ispirare una piena fiducia in ambito papale, e gli venne commissionata un’opera nuova di zecca, una gigantesca pala d’altare addirittura per san pietro. ercole declinò l’offerta dichiarando di non considerarsi “un inventore”. la motivazione di essere solo un copista fu scambiata per un eccesso di affettata modestia, e allora ercole si rivolse a un amico che fece giungere a roma la notizia di una grave infermità di sua madre, motivo per il quale gli fu concesso di tornare in emilia, non prima però di ricevere dal papa in persona una collana con croce d’oro e l’investitura al rango di cavaliere del nostro signore. la sua riservatezza fu tale che una volta tornato a casa non fece menzione di tutto ciò, e gli amici e il biografo lo vennero a sapere solo dopo la sua morte, ritrovandogli in casa il breve papale.

    @gianni
    caravaggio ne firmò solo uno, quello col sangue che cola dal san giovanni decollato di malta; ma si ritrasse in diversi, vedi lo spettatore atterrito sullo sfondo del martirio di san matteo a san luigi dei francesi.

  9. cf05103025 il 31 luglio 2006 alle 17:22

    mi correggo,
    invero, o Sergio,
    io sono vanitoso
    ;-( MarioB.

    Cercherò di Ercole De Maria,
    grazie

  10. cuk il 31 luglio 2006 alle 17:27

    Cûk condivide, in particolare ci tiene ad applaplaudire il finale di Garufi: l’arte è una vasta creazione anonima (Cûk non è convinto però dello “spirito atemporale e impersonale”, troppo idealistico). E Cûk comunque trova importante il ragionamento anche per le cose letterarie, anzi: Cûk invita gli altri a dare inizio al plagiarismo bizantino: praticatelo come una ginnastica mentale, il saltinlungo del plagio. Solo così l’autore si ritira e vince la scrittura. Solo così l’Io lascia il posto alla materia (e il corpo vince sulle idee). Ecco, per Cûk in ogni retrocopertina dovrebbe esserci l’avvertenza: “Attenzione, tutto ciò che l’autore ha scritto non è suo”. Una quasisuicidazione dell’autore, dunque, un esperimento di dialettica realizzata: dalla morte del nome nasce il cibo della scrittura. Così in molti potranno raccontare altre storie. Così l’asfissia della letteratura potrà essere curata dalla goliardia dei ladriscribacchianti. Orsù: copiate e moltiplicatevi. Smemoriatevi di voi stessi e fate bisboccia di parole. In molti l’hanno fatto. Lautréamont scrisse: “il plagio è necessario, il progresso lo implica”. E Lucini plagiava coscientemente, infischiandosene dei permessi. Io copio talmente tanto – scriveva Heiner Muller in “Tutti gli errori” – che nessuno se ne accorge. Ma, in fondo, la letteratura non è sempre stata una enorme opera di citazione e stravolgimenti di materiali precedenti? Non sono stati forse i poeti orali greci a influenzare gli sviluppi successivi della letteratura occidentale? E il metodo compositivo usato dai cantori era essenzialmente basato sul “plagio”: il rapsodo, ad esempio, veniva considerato un “cucitore di canti”, cioè come colui che compone i suoi canti “cucendo” insieme formule, frammenti altrui, temi rubati (Cfr. Zumthor). L’epica procede infatti mediante un collage di “incessanti rifacimenti”, per successive e continue variazioni di motivi ereditati. Brecht era plagiatore recidivo, e per niente intimorito. Apriva fenditure in testi altrui, creando sensi ulteriori. Ebbene, ci fu un avvocato, tale dottor Fischer, che nel processo intentato contro Brecht per l’Opera da tre soldi, dichiara che siamo in presenza di un’opera non originale, visto che l’autore ha “trapiantato nella sua opera alcune poesie di Villon senza alterarne l’idea stilistica”. Quando gli è stata chiesta ragione, Brecht ha dichiarato che “tutto ciò che riguarda i diritti d’autore è medievale e sorpassato”: all’autore epico, ha poi aggiunto, “è indispensabile copiare”. I veri poeti – e qui cito Eluard – non hanno mai creduto che la poesia appartenesse loro in proprio. La scrittura è una grande cancellatura.

    Cûk-Utitz

  11. ahster il 31 luglio 2006 alle 17:30

    “fu incaricato dal suo maestro di accompagnare una sua opera a roma presso il pontefice barberini. l’apprezzamento per le sue opere derivative fu talmente elevato da ispirare una piena fiducia in ambito papale, e gli venne commissionata un’opera nuova di zecca, una gigantesca pala d’altare addirittura per san pietro”

    presso?
    apprezzamento?
    ispirare?
    piena fiducia in ambito?
    nuova di zecca?

    Ma come scrivi???
    e poi: ancora “ispirare”? ancora “presso”?

    Ma smettila, quartultima ruota del carro degli apocalittici!
    Guarda che se parli del Seicento non significa che tu debba scrivere come nel Seicento. Zuccone!

    Fate schifo, colpa anche vostra se a scuola si tudia ancora certa merda antica e fasulla come voi. Cugini di dante siete.

  12. gianni biondillo il 31 luglio 2006 alle 18:12

    Sergio:
    Lo so, lo so… non c’è bisogno che me lo ricordi. ;-)

    Ahster:
    “zuccone”? ZUCCONE??? ma come cazzo scrivi, sembri in libera uscita dal reparto geriatrico!

  13. temperanza il 31 luglio 2006 alle 18:12

    Ma

    smettila

    quartultima

    ruota

    carro

    apocalittici

    Zuccone!

    soprattutto ZUCCONE!

    ma come si possono usare parole così ottocentesche:–))

    @Asher, smettila di vivere tra i libri, esci di casa e impara un po’ a conoscere la vita vera:–)

  14. temperanza il 31 luglio 2006 alle 18:13

    @ Gianni

    vedo che noi adolescenti siamo in consonanza:–)

  15. sergio garufi il 31 luglio 2006 alle 18:15

    ha ragione l’ottimo cuk: è tutto un plagio. all’inizio mi inquietava, l’idea di avere una vita virgolettata, in cui perfino quando parlo d’amore replico i dialoghi dei fotoromanzi e delle soap opera, poi ho capito che la tecnica di cesar paladion in fondo è l’unico modo per vincere l’insana passione del nome, quella riassunta magistralmente nel chiasmo allitterativo dell’ecclesiaste (“tov shem misshemén tov”). ma questo l’ha già detto qualcun altro.

  16. Carlo Capone il 31 luglio 2006 alle 18:25

    Per non parlare, Gianni, della firma di Michelangelo sulla Pietà (la prima).

    Grande pezzo, Garufi mi affascina. E riprende in parte una mia congettura secondo cui l’artista è il transfert rivelativo di un’Anima Universale, a prescindere dal diritto/dovere di firma. Però questa cosa che gli artisti di allora non si firmassero la vedrei anche in altra ottica. Io non me lo immagino un Michelangelo che sigla la Sistina, e per un motivo: il committente non l’avrebbe permesso. A testimonianza, idea personalissima, della subalternità dell’arte al potere, almeno in quel contesto. E in effetti il fregio del Duomo di Ferrara differisce dalla versione scherzosamente modificata di marioB per un aggettivo, cruciale. ‘E toa fo l’opra, Nicolao Scolptore’, avverte l’anonimo, non ‘mea’, quasi che la bellezza del manufatto giustifichi l’eccezionalità della menzione.
    In campo letterario il dramma della subalternità è più sottile, il mecenate non poneva obblighi di anonimato, sia pure formale, salvo pretendere – e arrivo a un andazzo tutto italiano- la più o meno esplicita dedica dell’opera. Certe sviolinate che si giustificano con la necessità di sbarcare il lunario, certo, ma testimoniano, specie nel dopo Trento, la rigidità di una società a strati. Sarà un caso ma, tornando in ambito figurativo, il pittore moderno si firma, vuoi per una questione di cassetta sia e soprattutto per affermare un’esigenza di non sanzionabilità.

  17. cf05103025 il 31 luglio 2006 alle 18:32

    mi voglio plagiare in tutto e per tutto,
    mi voglio copiare de supra e de sutto,
    me autofotocopio
    no me firmo e poi me bbutto

  18. tashtego il 31 luglio 2006 alle 18:42

    mi piasce invece “il chiasmo allitterativo dell’ecclesiaste”.
    può darsi che alla fin fine abbia ragione Asher?

  19. tashtego il 31 luglio 2006 alle 19:50

    anche l’ipotesi che l’artista sia “il transfert rivelativo di un’Anima Universale” andrebbe ad avvalorare la tesi di ahster, tipo, piuttosto che darci un contributo decisivo per il tema in oggetto.

  20. Trespolo il 31 luglio 2006 alle 20:29

    Non so chi sia Ashter, e non me potrebbe fregare di meno, ma le 4 cose 4 che ho letto da lei sono scritte MOLTO bene.

    Per il resto null’altro da dire se non Buona serata. Trespolo.

  21. Carlo Capone il 31 luglio 2006 alle 22:40

    Trol(l)

    Pei putti
    Brutti;
    E per le citte
    Che non stan zitte
    Intorno al fuoco,
    Dirò la favola
    Del cuoco
    Trol.

    Trol
    Mariuol
    E’ un fier colosso
    Negro, alto, grosso,
    Ha una figura
    Che fa paura;
    Tocca il soffitto
    Quando sta ritto,
    Sulla ventraia
    Tien la mannaia…
    Bimbi copritevi
    Sotto il lenzuol,
    Che viene Trol.

    Trol
    Mariuol,
    Ha doppie cuoia,
    E’ cuoco e boia;
    Strozza i puttelli,
    Cuoce i tortelli,
    Dà vita e morte;
    Ma le sue torte,
    Pei santi Dei!
    Non mangerei.
    Bimbi copritevi
    Sotto il lenzuol,
    Che viene Trol.

    Parenthesis

    (Fanciulli, omicciattoli – vecchiardi ed impubi,
    Se sotto le coltrici – v’affogan gl’incubi,
    Se a notte col moccolo – guizzante allo scuro,
    Vedete dipingersi – di scheletri il muro,
    Temete di leggere – la pagina orrenda
    Di questa leggenda.)

  22. gerontofilosessantenne il 31 luglio 2006 alle 23:41

    bravo capone, hai subito sgamato il troll di turno. purtroppo, ogni volta, per un arguto capone ci sono dieci ottusi trespolo che non capiscono, non ci arrivano proprio a capire, e fanno il loro gioco, fomentano il loro disperato protagonismo. del resto da uno che si chiama trespolo non è che puoi attenderti molto…

  23. Trespolo il 1 agosto 2006 alle 00:00

    @gerontofilosessantenne (con prostata ingrossata, il pannolone che perdi piscio e ego ipertrofico), forse ti sfugge un piccolo particolare: ho altro da fare che passare le giornate a cercare troll (gratis). Facevo una semplice constatazione, pur portandomi appresso qualche dubbio sull’identità e sull’età di Ashter.
    Quindi, tanto per mettere le cose in chiaro, se non me ne frega nulla di rincorrere alcuni troll, ho una predisposizione per l’identificazione e il monitoraggio dei vecchi bavosi. Sono pericolosi, untuosi, subdoli e spesso con istinti pedofili. Quindi lasciami perdere, vecchio merdoso del cazzo, e ritirati. Hai il catere da cambiare, la dentiera da ripulire e spandi puzza di merda da tutte le parti.

    Ma vaffanculo stronzo. Trespolo.

    PS: visto che si ironizzava sul termine zuccone, mi pareva il caso di non lasciare dubbi e voglio anche ringraziare per le grasse risate che mi regalate quotidianamente (almeno quando ho tempo per collegarmi); mi riferisco ovviamente ai troll vecchi e merdosi.

  24. tashtego il 1 agosto 2006 alle 07:48

    “con prostata ingrossata, il pannolone che perdi piscio…”
    ecc.
    noblesse oblige.
    prima o poi la classe si impone.

  25. imparziale il 1 agosto 2006 alle 08:43

    A me Trespolo ha sempre dato l’idea di essere un ingenuotto.

  26. missy il 1 agosto 2006 alle 11:47

    Caro Garufi…che argomento hai scelto!
    Un invito a nozze.
    Per me è curioso leggere la percezione di uno stesso tema, ma riferita ad altra epoca. Pensa che noi archeologi ci “lamentiamo” di non conoscere il nome degli artisti antichi. L’autore di una delle opere più emozionanti al mondo, (tempio di Zeus ad Olimpia) è convenzionalmente chiamato il “Maestro di Olimpia”: non sappiamo nulla non solo della sua vita, ma neanche il suo nome.
    E chissà per quanti anni ancora non sapremo chi scolpì il toccante e sublime kouros di Motya!!
    Per lavoro, sono chiamata a fare attribuzioni nell’arte antica, ma pur trattando per esempio centinaia di vasi ateniesi, posso disporre dell’originalità del nome solo per pochissimi artisti. Il resto, sono nomi convenzionali, tipo “Priam Painter” o “Penthesileia Painter” (riferendosi al mito dell’opera eponima) oppure “Painter of Berlin 1686” o “Painter of Villa Giulia 482” (in riferimento al n.inv. della prima opera cui è stata assegnata una precisa personalità artistica), oppure “Group E” per indicare una bottega gravitante intorno all’esperienza del maestro Exekias (uno dei pochi nomi rimasti).
    E così via, quasi un inferno. Talvolta capita anche di individuare, circoscrivere (e dover provare) l’esistenza di una figura artistica ancora inedita, cui assegnare altro nome convenzionale. Capisci che esercitare un percorso di ricerca storico-artistica diventa assai complesso, molto circostanziato, capillare, minuziosissimo, anche per la mancanza oggettiva di altre notizie collaterali.
    Quando, per esempio, ho avuto la fortuna (ma anche sventura, perché non dormivo più la notte) di occuparmi di un’opera rinascimentale (solo perché copia di una copia romana da originale ellenistico perduto: quindi il terzo passaggio formale dello stesso mito), sono rimasta stupefatta nello scoprire che di quel periodo (da lettere, resoconti, transazioni di vendita, restauri, disegni, etc.) si conosce praticamente a che ora un artista era stato avvicinato da un cardinale, a che ora aveva mangiato, o scritto al fratello, etc. (e soprattutto, cosa pensava!). Una ricchezza di informazioni che per noi archeologi sarebbe come la gioia di andare al luna park!!
    A parte gli scherzi, strano il rapporto degli artigiani greci con la firma. Per esempio firmavano sui vasi, ma non sappiamo con quale criterio. A volte, firmavano vasi dozzinali , mentre tralasciavano le loro opere più belle. Eppure, la firma è tutto quello che sappiamo di loro (molto di più si consce di architetti e scultori, cui le fonti letterarie hanno lasciato ampia testimonianza).
    Ci sono tre tipi di firme: tizio mi ha fatto (epoiesen = mi fece) ed è la firma del ceramista; tizio mi ha dipinto/disegnato (egraphsen), quindi è firma del pittore; a volte lo stesso nome si firma come vasaio e come pittore: egraphse kapoiese. A volte il nome del vasaio e quello del pittore si trovano sullo stesso vaso, e vuol dire che quell’oggetto è stato creato da due artigiani diversi i quali, per motivi che non sappiamo, decisero entrambi di firmarsi.
    Exekias a si firma a volte da solo sullo stesso vaso come pittore e come ceramista.
    Tuttavia, anche queste poche informazioni non sono sicure. Epoiesen significa “fece” ma la parola ha un largo significato: può significare che il ceramista l’ha fatto con le proprie mani oppure che la firma è quella del proprietario della bottega (quindi non necessariamente dell’autore del vaso). Un collega mi disse: “ok, è ragionevole supporre che chi scrisse “l’ho dipinto io” sia proprio il pittore; ma chi ha inciso la parola “epoiesen”? lo stesso che ha scritto “egraphsen”: il pittore, quindi? Cioè il pittore firma il nome del vasaio?”.
    Certo sembrano deliri tra tecnici, ma è certo che a parte il nome di alcuni, poco altro ci è concesso di conoscere di questi artisti come uomini, al di là della loro produzione artistica!

  27. sergio garufi il 1 agosto 2006 alle 12:26

    @missy
    in effetti ci sono diversi paralleli possibili fra i vasi attici e l’arte rinascimentale. ricordo per es. che beazley paragonava il pittore di berlino (che è il mio preferito) a un artista rinascimentale senese per la sua grazia, contrapponendolo alla forza “fiorentina” del pittore di kleophrades. manganelli poi diceva: “come sono lunghi i nomi degli anonimi”! (vedi “il maestro dell’annuncio ai pastori” o “painter of villa giulia 482”). è un argomento di studio che mi affascina molto e che mi piacerebbe approfondire. in un’altra vita, mi sa :-)

  28. missy il 1 agosto 2006 alle 12:56

    Ehi, Sergio…ma che bella sopresa…:-))
    Il Pittore di Berlino è anche il mio preferito, per la contenutezza e il simbolo della semplice posa, che è interiore più che formale.
    Ma in assoluto amo, poco prima, Exekias, perchè in quello sguardo tra Achille e Penthesilea c’è l’amore/morte che neanche mille chilometri di letteratura. Un fotogramma e basta.
    Come la palma solitaria nel suicidio di Aiace.
    Anch’io vorrei una seconda vita…:-)) (anzi, una terza per fare la dj)

  29. tashtego il 1 agosto 2006 alle 16:08

    “…l’arte è una vasta creazione anonima, e l’autore è soltanto l’incarnazione fortuita di uno Spirito atemporale e impersonale, capace di ispirare il più bello dei quadri al più mediocre dei pittori e viceversa.”
    Che enfasi.
    Devo confessare, non richiesto, di provare una certa irritazione di fronte ad affermazioni del genere.
    Per tagliare corto, direi che si tratta del riprodursi estenuante et estenuato della solita concezione idealistica dell’arte come produzione di un non ben definito Spirito Universale, una specie di Manitù estetico che garantirebbe della presenza del divino nella specie humana, eccetera.
    Il più mediocre dei pittori farà sempre delle gran pippate, perché non esiste nessun Manitù che lo possa ispirare e non c’è verso.
    Aggiungo che un artista, secondo me, non è l’incarnazione di niente.
    Si provasse a partire da qui, forse da qualche parte si arriverebbe.

  30. missy il 1 agosto 2006 alle 17:02

    TASH: nel caso dell’arte greca arcaica (specialmente per i vasi) l’anonimato era una scelta obbligata, nessuna motivazione “eccelsa” o “divina”. Erano semplicemente artigiani cui non era concesso neanche di partecipare ai banchetti che ritraevano così bene. Quindi, si trattava di una motivazione sociale. Alcuni riuscirono a dedicare col proprio nome qualche statua di kore sull’Acropoli, ma era un caso eccezionale, e segno esclusivo di un certo benessere economico . Non a caso Pisistrato (tiranno affatto scemo) potenziò lo sviluppo economico del commercio di vasi, riuscendo così a dar vita e sviluppo al primo ceto medio della nostra storia.
    L’eroe simbolo del periodo fu Eracle, non a caso eroe del lavoro, della fatica.
    Dopo la tirannide, con la democrazia, arrivò Teseo…e le cose cambiarono. Anche il senso di “artista”, molto lentamente.

  31. proprio me il 1 agosto 2006 alle 19:15

    Batchin dice: “a nome suo lo scrittore non può dire nulla”, ma c’entra con l’anonimato nell’arte figurativa? No non c’entra, perché è legato alle forme della scrittura. E allora perché ce l’ho messa, ma per fare il trenino anch’io… ciuf ciuf ciuf.

  32. sergio garufi il 1 agosto 2006 alle 21:20

    @tashtego
    come aveva intuito cuk, ogni scrittura è riscrittura. la frase che ti irrita è di quel fesso di gerard genette, ed è tratta da uno dei suoi saggi su borges (da cui il mio riferimento al racconto di tlon) più famosi e citati (l’utopia letteraria, in “figure 1”, einaudi, pag.115). riportandola più estesamente, mi pare che se ne comprenda meglio il senso.

    “questa visione della letteratura come uno spazio omogeneo e reversibile in cui le caratteristiche individuali e le presenze cronologiche non hanno corso, questo sentimento ecumenico che fa della letteratura universale una vasta creazione anonima in cui ogni autore è soltanto l’incarnazione fortuita di uno spirito atemporale e impersonale, capace di ispirare, come il dio di platone, il più bello dei canti al più mediocre dei cantori e di resuscitare in un poeta inglese del XVIII secolo il sogno di un imperatore mongolo del XIII – questa idea può apparire agli spiriti positivi come una semplice fantasia, o magari una pura follia. cerchiamo piuttosto di vedervi un mito, nel senso forte della parola, un voto profondo del pensiero. borges stesso suggerisce due possibili livelli di interpretazione: la versione estrema, o panteista, per la quale un solo spirito abita l’apparente pluralità degli autori e delle opere, degli avvenimenti e delle cose, e che decifra, nelle più audaci combinazioni d’atomi, la scrittura di un dio; secondo questa ipotesi il mondo dei libri e il libro del mondo non sono che una cosa sola e se l’eroe della seconda parte del don chisciotte può essere il lettore della prima e amleto spettatore dell’amleto, ne può derivare che noi, loro lettori o spettatori, siamo senza saperlo personaggi fittizi, e che nel momento in cui leggiamo amleto o don chisciotte qualcuno è impegnato a leggerci, scriverci o cancellarci. l’altra lezione è quella idea classica che regnò incontrastata fino agli inizi del secolo XIX, secondo la quale la pluralità degli autori, semplicemente, non merita alcuna considerazione: se omero era cieco, la sua opera non ne reca traccia. si può, a volontà, vedere nella prima versione una metafora della seconda, o nella seconda una timida intuizione della prima. ma l’idea eccessiva della letteratura, in cui borges si compiace talvolta di trascinarci, designa forse una tendenza profonda dello scritto, che è di attirare fittiziamente nella sua sfera la totalità delle cose esistenti (e inesistenti), come se la letteratura non potesse conservarsi e giustificarsi ai suoi stessi occhi se non in questa utopia totalitaria”

  33. tashtego il 2 agosto 2006 alle 14:52

    “questa idea può apparire agli spiriti positivi come una semplice fantasia”
    esatto.
    e proprio così, mi appare.
    ferma restando la poesia di Borges.

  34. ness1 il 6 agosto 2006 alle 18:33

    Uhm… Leggo tutto ciò, testo e commenti, con grande interesse – ma di tipo antopologico più che documentario/informativo (nel senso che ‘ste cose già le conoscevo, e praticavo, pur se non riferite all’arte pittorica).
    Mi vengono da dire un paio di cose che forse portano fuori pista, ma le dico lo stesso anche perché da una prospettiva generale poi i problemi particolari magari risultano di minore entità e più facilmente ‘risolvibili’:
    1) oggi si considera “arte” (si fa cioè rientrare nel grande sistema arte) tante cose che magari all’epoca cui risalgono non erano considerate tali – quindi è un po’ strano riferirsi ad esse come a opere d’arte da qui, oggi; come se tra migliaia d’anni gli archeologi del futuro considerassero arte perfino i case dei pc o, che ne so, gli occhiali da sole o le automobili (la qual cosa potrebbe anche capitare, visto che dall’orinale di Duchamp e dalla Merda d’artista di Manzoni ogni cosa NON s’è capito è ormai arte);
    2) contestualizzando le opere (cosa che non fa mai male, anzi!), si vede per es. che in epoca medievale un universo verticistico retto in Dio non aveva certo bisogno di curarsi del singolo autore, il quale lodava il vero nonché unico grande Autore attraverso le proprie opere (San Francesco scrisse: “cum tucte le Tue creature” – ma proprio tutte, nessuna esclusa);
    3) questa è una 3a cosa che aggiungo solo per puro amore di simmetria elencativa, e non per altro: ma voi quando guardate qualcosa che vi dà un’emozione/intuizione/illuminazione fortissima state a pensare chi/cosa l’ha mai fatta, o ci restate secchi-impappinati-balbi di tuttalasuabellezza?! Voglio dire che anche Van Gogh pensava che firmarsi eran solo bubbole: ma perché? Perché chi fa è nel fare: il poeta è battezzato in ciò che dice.

  35. ness1 il 6 agosto 2006 alle 18:47

    Dimenticavo: Omero, chi era costui? Ma Shakespeare: e questo chi è mai? E la Bibbia, chi mai l’ha scritta? Bih buh boh bah… Va beh. Ah beh. Sì beh! E chi ha ‘scritto’ quel tal perfetto proverbio, e la tal altra ottima barzelletta?

    @ Garufi: potresti spiegare a chi non conosce l’ebraico antico questa frase:
    “poi ho capito che la tecnica di cesar paladion in fondo è l’unico modo per vincere l’insana passione del nome, quella riassunta magistralmente nel chiasmo allitterativo dell’ecclesiaste (”tov shem misshemén tov”). ma questo l’ha già detto qualcun altro.” (e per gli inioranti: chi ha detto cosa?)

    @ Carlo Capone: grande!!! Ti posso commissionare delle altre filastrocche?

  36. Gemma Gaetani il 6 agosto 2006 alle 22:09

    Il chiasmo, tradotto, dice: “Buono è il nome, più del più buon profumo”.

  37. ness1 il 6 agosto 2006 alle 23:47

    Gemma tu sei nu lume appicciato nella scuranza della mia cerebra marcita!

  38. sergio garufi il 7 agosto 2006 alle 14:41

    @ness1
    “ma voi quando guardate qualcosa che vi dà un’emozione/intuizione/illuminazione fortissima state a pensare chi/cosa l’ha mai fatta, o ci restate secchi-impappinati-balbi di tuttalasuabellezza?! Voglio dire che anche Van Gogh pensava che firmarsi eran solo bubbole: ma perché? Perché chi fa è nel fare: il poeta è battezzato in ciò che dice.”

    precisamente. l’interpretazione genettiana di quella sentenza panteistica invitava appunto a non soffermarsi troppo sull’ossessione della ricerca degli elementi biografici in un’opera (che è poi una delle tipiche inferenze indebite del lettore ingenuo nelle presentazioni dei libri, quando vuol sapere se il testo e i protagonisti sono lo specchio della vita dell’autore; come se contre saint-beuve non fosse mai stato scritto). e se fosse vero, per es., che il “don chisciotte” era opera di cid hamet benengeli, e che cervantes fu solo il suo disciplinato amanuense?

    “ma questo l’ha già detto qualcun altro.” (e per gli inioranti: chi ha detto cosa?)”

    se ogni scrittura è riscrittura, quello che ho detto io l’avrà certamente già detto qualcun altro. in fondo, anche che “tutto è già stato scritto” è già stato scritto :-)



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