Un discorso architettato peggio

7 agosto 2006
Pubblicato da

di giuliomozzi

[a parte il titolo, credo che questo pezzo non c’entri niente con quello che ha pubblicato Gianni Biondillo qualche giorno fa. gm]

Io sono un uomo orientato. Se mi fermate in centro a Milano, di notte, con la pioggia, dopo una serata magari allegra, e mi domandate all’improvviso: “Dov’è il Sud?”, io di scatto alzo un braccio e dico: “Di là”. Fate un segno per terra, prendete nota, fotografatemi, fate come vi pare, e tornate sul posto la mattina dopo. Controllate, e vedrete che davvero il Sud sta lì, dove dico io.

Io sono un uomo urbano. In campagna, non è certo difficile sapere dov’è il Sud. Basta sapere all’incirca che ora è: e, di solito, noi uomini urbani, sappiamo con precisione che ora è. L’altro giorno viaggiavo in automobile con un’altra persona, in aperta campagna; l’altra persona guidava, io facevo il navigatore. Dovevamo trovare un paesino minuscolo, una frazione. A un certo punto l’altra persona ha detto: “E adesso? Da che parte andiamo?”. Era l’una, stavamo procedendo con il sole in faccia. “Prendi la prima strada che va a est”, ho detto. L’altra persona ha detto: “Eh?”. Io ho detto: “A sinistra”. L’altra persona ha detto: “Ah”.

Il libro di Franco La Cecla Perdersi, che sto leggiucchiando in questi giorni, comincia raccontando (tra le altre cose) che ci sono popoli per i quali esistono prima di tutto la destra e la sinistra, il davanti e il dietro; e altri popoli per i quali esistono prima di tutto l’Oriente e l’Occidente, o la parte del mare e la parte della montagna, o il punto dal quale viene il vento freddo e il punto dal quale viene il vento caldo; e così via.

Ci sono popoli, in somma, presso i quali lo spazio si organizza a partire dal soggetto che sta parlando in quel momento (“alla mia destra…”, “alle nostre spalle…”), o al massimo – per gentile concessione – a partire dal soggetto che ascolta il soggetto che sta parlando (“lì, dietro di te…”), e altri popoli presso i quali lo spazio esiste, ed è orientato, indipendentemente da chi parla e da chi ascolta.

Ho detto: è orientato. Ha dunque una sorgente, un luogo dal quale sorge, questo spazio.

Negli ultimi anni ho fatta l’esperienza di un modo forse un po’ bizzarro di fare fotografie. Volevo riuscire a fare delle fotografie nelle quali non ci fosse un soggetto. Però non volevo, per dire, chiudere gli occhi e scattare, o appendermi la macchina fotografica dietro le spalle e scattare (come pare faccia, ma non certo come pratica esclusiva, Wim Wenders). Volevo riuscire a concentrarmi così bene, ma così bene, su ciò che vedevo, da riuscire a fare delle fotografie nelle quali non ci fosse un soggetto. Delle fotografie delle quali non si potesse dire “che cosa” fotografavano. (Che poi fossero belle o brutte, non m’interessava; né avevo l’ambizione di fare fotografie belle o, peggio, di fare arte).

A un certo punto cominciai a fotografare il cielo. Dirigevo verso l’alto l’obiettivo della macchina fotografica, e scattavo. Ci fu il grande periodo delle Polaroid, poi a un concorso a premi vinsi una macchinetta fotografica digitale. La cosa che mi impressionava di più, in realtà, di quelle fotografie che facevo, era la loro memorabilità. Se a distanza di anni le guardavo, immediatamente le riconoscevo: “Ah sì, questo è il cielo di Mestre, di quella volta che… E questo è il cielo di Campobasso, che ci andai con Gualtiero…”.

Fotografare il cielo è forse il modo più spiccio per illudersi di fare fotografie senza soggetto. Tant’è che nel giro di pochi anni ho smesso di fare fotografie del cielo; ora faccio, in sostanza, fotografie di cose che si sporgono contro il cielo. Cartelli stradali, pali della luce, muri, tubi che sporgono dai muri, fili dell’elettricità. Delle fotografie, in somma, che hanno un soggetto apparente (la cosa che si sporge, che si mette tra me e il cielo), che però solo in apparenza (o, al massimo, in intenzione – l’intenzione però di una falsa coscienza) è un soggetto apparente: in realtà, c’è poco da fare, è un soggetto vero e proprio (qualcuno mi presenti, peraltro, un soggetto che non sia apparente; se non appare, che soggetto è?). I 32 propositi di Carlo Dalcielo, ai quali tanto mi ero affidato, li ho sostanzialmente dismessi: non perché non li prenda più per buoni, ma perché non ce la faccio.

Fare fotografie senza soggetto è disorientante. Se la fotografia è un “ritaglio” della visione, un “mettere tra virgolette” un pezzo di mondo, l’assenza di un qualcosa in base al quale orientare la fotografia, l’assenza di una “sorgente”, ci mette (noi, uomini urbani) un po’ nei guai. Ci mette nella condizione di quello che va a vedersi la mostra d’arte antica e ci trova quadri astratti, grumi di cera, pezzi di legno ammucchiati, e ingenuamente domanda: “Ma che cosa rappresenta?”. “Che cosa c’è in questa fotografia?”, noi domandiamo al fotografo, “Che cosa devo guardare? Per quale ragione hai fatto questo scatto qui? Qual era la tua intenzione? Parla, accidenti!”.

Quando fermammo l’automobile, l’altro giorno, in mezzo alla campagna modenese, e ci decidemmo ad aspettare che qualcuno passasse, cominciammo a guardarci intorno. I punti cardinali ci erano chiari. Avremmo saputo dire da che parte era il mare più vicino, in che direzione si trovava il Po, all’incirca da che parte stava il paesotto dal quale eravamo partiti. Non riuscivamo però a immaginarsi dove fosse (ci eravamo fermati, giustamente, a un crocicchio) la frazione che cercavamo (e che risultò, poi, composta di esattamente quattro case una chiesa un cimitero). Quando finalmente qualcuno passò, era un uomo in bicicletta. Al quale domandammo: “Dove siamo?”, e lui rispose: “Dove dovete andare?”.

Perché, dove eravamo – ci rendemmo conto subito -, nemmeno lui l’avrebbe saputo spiegare. Ma la strada per andare dove volevamo andare, la sapeva e la sapeva spiegare benissimo. La sorgente dello spazio, in quell’occasione, non era l’oriente, non eravamo noi: era il nostro dover andare.

Se siete mai stati a bordo di un’automobile con il navigatore satellitare, provate a guardare il piccolo schermo del navigatore. Vedrete (almeno ho visto io, nelle occasioni che ho avute) che la freccia simboleggiante l’automobile (e, in un certo qual modo, voi stessi) rimane immobile; mentre il mondo, tutt’attorno, continuamente ruota. Lo schermo del navigatore offre una visione del mondo così radicalmente centrata su noi stessi da risultare, all’osservatore inesperto,  quasi incomprensibile. Perché noi, è vero, ragioniamo secondo destra e sinistra e davanti e dietro; ma, se siamo in città, ancor di più se siamo nella nostra città, abbiamo sempre ben presente una visione in pianta. E ha senso dire “destra, sinistra” solo se il mondo sta ben fermo, saldo, e noi ci muoviamo dentro di lui. A me, se guardo lo schermo di un navigatore satellitare, viene il mal di mare.

A uno che fa un discorso, come io lo sto facendo ora, a un certo punto si domanda: “Sì, vabbè, ma dov’è che vuoi arrivare?”. Se poi il ragionamento sembra divagante, o policentrico, o semplicemente confuso, tanto più si giustifica la domanda. La risposta: “Da nessuna parte” è vagamente offensiva.

Sto leggendo, in queste settimane, diversi libri di quelli che spingono il lettore a domandare: “Sì, vabbè, ma dov’è che vuole arrivare questo qui?”. Alcuni sono libri pubblicati, magari da secoli, e sono dei classici; altri, un paio, sono libri da pubblicare, libri che forse saranno pubblicati e forse no. Io so che, se questi due libri saranno pubblicati, io dovrò rispondere alla domanda: “Di che cosa parla questo libro?”. Dovrò fornire (a chi lavora in redazione, all’agente che farà il giro delle librerie, al libraio, al potenziale acquirente, al lettore, al recensore, eccetera) una risposta attendibile. Addirittura: dalla mia sicurezza nel dare una risposta a questa domanda già in casa editrice, nella sede in cui si decide che cosa pubblicare e che cosa no, dipendono le chances di esistenza di questi due libri.

E allora, se da qualche parte porta questo mio discorso, forse porta a una domanda. Come ci orientiamo, noi, nei libri? (Dico: “libri”; non dico: “narrazioni”, “romanzi” ecc.; mi interessa l’orientamento nell’oggetto fisico, nel testo esistente come cosa). Abbiamo davvero così tanto bisogno di un “soggetto”? In che modo riconosciamo (e quindi costituiamo) un soggetto? (In un libro, intendo). I nostri modi di sentire lo spazio (destra e sinistra, o Oriente e Occidente, o villaggio e bosco, o noto e ignoto…) hanno delle somiglianze esplorabili con i nostri modi di sentire un libro come un luogo? (Ma voi, sentite un libro come un luogo? Perché io, vedete, sì).

Ho visto più volte delle persone con ruolo di “critico” (magari non erano dei critici di professione, o riconosciuti come tali; ma in quel momento esercitavano il ruolo del critico) essere sperduti dentro un libro più o meno come noi eravamo persi in mezzo alla campagna modenese, al crocicchio, l’altro giorno. E fortuna che l’uomo al quale avevamo rivolta la domanda sbagliata ci ha suggerita la domanda giusta. Qualche giorno fa, a Milano, in mezzo a un traffico assurdo per essere agosto, nell’esatto momento in cui ci passava difronte una Prinz verde con a bordo tre africani neri, un amico mi ha detto: “A Milano non c’è niente da vedere”.

Io passo delle ore a guardare il cielo. Non ho, credo, nessun “sentimento poetico” del cielo. Ma, mi accorgo, ormai considero il cielo come sorgente dello spazio nel quale mi muovo o sto fermo. C’è chi, per capire dov’è, si guarda intorno; io tendo a guardare in alto. Così, mentre leggo certi libri, magari con la responsabilità di decidere se impegnarmi o no per una loro pubblicazione, tendo a non accorgermi dell’intreccio. Non riesco a farmi un’immagine “in pianta” del libro.

Stop (un arresto arbitrario, tanto qui non si capisce dove si va).

59 Responses to Un discorso architettato peggio

  1. magda il 7 agosto 2006 alle 10:08

    Chissà se ti riferisci ai collegamenti delle mappe neuronali occipitali con i lobi temporali associativi orientanti vista, focalizzazione e presa dell’oggetto.
    Anche questo meccanismo, la coordinazione neurologica e il conseguente processo di localizzazione e utilizzo dei piccoli oggetti, gesti che compiamo quotidianamente con estrema facilità e apparentemente banalità, sottendono dei processi molto complessi.
    Quindi la tua domanda, anche se presa fuori di metafora, non è affatto superficiale.
    Come se ci si chiedesse cosa succede al nostro senso dell’orientamento quando ogni mattina sentiamo il profumo del caffè, guardiamo la tazzina, la prendiamo per il manico, e beviamo.
    Affordances degli oggetti.
    Reciprocità tra processi interni ed esterni, capacità di relazione con l’esterno, utilizzabilità del mondo circostante, intelligenza pragmatica.

    MM

  2. vella il 7 agosto 2006 alle 10:37

    Ciao Giulio,
    che spettacolo di pezzo hai scritto! Grazie.
    Solo una cosa, ormai a me le fotografie del cielo fanno venire in mente Windows. Mi hanno rubato il cielo (o meglio, la sua rappresentazione in foto). Mica poco.

    Vella

  3. a.b. il 7 agosto 2006 alle 11:14

    “Volevo riuscire a fare delle fotografie nelle quali non ci fosse un soggetto.”
    L’informale è stato risolto in cambiamenti di scala: una fotografia ravvicinata dà una texture: ecco che il soggetto scompare e compare l’infinito. Ma può essere anche la foto dell’infinitamente grande, l’immagine dello spazio.
    Anche nella letteratura c’è l’informale. Mi vengono in mente il racconto di Questo è il giardino in cui il protagonista si perdeva guardando i vetri nella ghiaia (cito a memoria, questo è il ricordo indelebile che ho, magari sbagliato). E il racconto di Forme d’onda in cui c’era un “delivery” di pizza immaginava che le mattonelle esagonali del pavimento fossero i tasselli di un pallone da calcio grande come la terra(cito a memoria, questo è il ricordo indelebile che ho, magari sbagliato). Immaginte l’emozione per un lettore nel trovare “narrato” l’infinito in questo modo “materico”, mica come Borges che faceva della matematichina architettonica! Sono frequenti i cambi di “obbiettivo” (micro-macro) anche in Moresco, ma in lui mi pare rimane sempre una traccia della figura, al limite dell’esplosione nell’informale.
    Eh gli scrittori veri che belle cose sanno fare…

  4. cara polvere il 7 agosto 2006 alle 11:46

    nemmeno non togliendo il cappuccio all’obiettivo è possibile fotografare senza soggetto. fotograferesti il lato b del cappuccio. davvero non se ne esce, dall’insoggettabile.
    però il soggetto oroginale si può desoggettivare dalla forma che abbiamo voluto “capturare”rendendolo quel qualcosa d’altro che niente ha a che vedere con ciò che era all’inizio.
    ne sa qualcosa Jürgen Reble colui che metteva le sue pellicole impressionate a bagno per giorni nei laghi o appese sugli alberi in bàlia degli agenti naturali. una cosa affascinante. desoggettivare-risoggettivare. mi permetto di lasciare un link, forse potrà interessare a qualcuno.

    http://www.cinemah.com/videosofia/reble/ju_reble.htm

    ps: persino il pensierò è soggetto a onde fotografabili, mi pare.
    non la sostanza del pensiero, lì ci riusciva solo la psicopolizia.
    ecco. forse la sostanza pensierosa è ancora infotografata.
    le emozioni… boh… chissà-

    un saluto
    paola

  5. a.b. il 7 agosto 2006 alle 11:53

    Se l’informale esiste nella pittura, esiste nell’immagine, esiste nella fotografia.
    Ma vi hanno lobotomizzato da piccoli?

  6. giuliomozzi il 7 agosto 2006 alle 12:36

    Niente impedisce che qui si scrivano insulti. Chiedo, a chi passa di qua e decide di intervenire, di non scrivere insulti.
    Tra i miei amici c’è una persona che è stata lobotomizzata da piccola (per salvarle la vita).

  7. Sandro Dell'Orco il 7 agosto 2006 alle 13:02

    [riporto qui quanto mi ha scritto via email, perché lo pubblicassi, Sandro Dell’Orco. gm]

    A proposito dell’orientamento in un libro. Un libro che voglia essere opera d’arte. Tenere sempre presente la massima: “ciò che dice un un’opera d’arte linguistica non è ciò che dicono le sue parole”. Così come in un quadro figurativo ciò che viene rappresentato è solo una parte – e la meno importante – di ciò che il quadro “dice”. Per la musica poi la non discorsività è ovvia, perché non ha parole, non ha concetti, non ha rappresentazioni oggettuali di nessun tipo, e dunque la sua comprensione deve abbandonare i canoni della consequenzialità discorsiva, e lasciarsi andare – non all’arbitrio – ma *ad un’altra logica, altrettanto cogente e consequenziale di quella normale, ma percepibile da un sensorio sufficientemente educato*. Voglio dire che non è importante che ogni scena di un romanzo sia causata dalla scena precedente e causi la scena successiva secondo il principio di realtà, secondo le leggi che governano questo mondo; può accadere anche che a una scena ne segua un’altra senza un legame spiegabile con le leggi della realtà, ma in modo *altrettanto necessario* delle leggi della realtà. E’ evidente che questa necessità sarà colta soltanto dal lettore educato all’arte, e non dal lettore che legge solo i significati delle parole, e tralascia il loro il valore mimetico, icastico ed espressivo. La forza, la necessità di un nesso narrativo strano, innaturale, inesistente nella realtà, sono percepite nell’anima del lettore come gioiosa emozione, come un irresistibile sentimento di intima verità: *è proprio così!*, si dice attraversati da un brivido improvviso. Questo per dire che per orientarsi in una prosa o poesia degni di questo nome, occorre avere una doppia bussola: quella della logica discorsiva, legata al principio di non contraddizione e alle leggi empiriche – in fondo si opera con il linguaggio e questo ha tra i suoi principi la logicità (qualsiasi discorso che si contraddice è nullo) – e quella di una logica interiore, “pulsionale”, emotiva, che riconosce la logicità nascosta del testo per empatia, a posteriori, un po’ come quando si riconosce la donna che ci piace solo dopo averla vista: è lei! diciamo, ma non sapremmo mai spiegare il perché. Dunque per orientarsi bisogna prima smarrirsi. Mettere tra parentesi la nostra normale esigenza di punti di riferimento esteriori, e abbandonarsi, con l’anima aperta e trepidante, nello sconosciuto luogo che l’autore ci propone.

  8. a.b. il 7 agosto 2006 alle 13:04

    Posso usare almeno come metafora la “lobotomizzazione da grande” per descrivere la volontà editoriale di fare fruire al lettore l’ultimo libro di Marilù Manzini ennesimo personaggio irreale ad ambizione bestselleristica recensito in buona fede da Pallavicini?
    Mi rispondo da solo, sì.
    Scusate non volevo turbare la discussione, continuate pure tenedo per buono l’intervento sull’infinito e le texture, e non facendovi prendere la mano dall’orrore che per caso si è affacciato sul colonnino – da una fessura causata da cattiva educazione mia (perché la cattiva educazione sembra davvero oggi l’unico modo efficace per creare fessure è un mistero da chiarire…) – orrore che esiste purtroppo, ma un mondo di libri ottundenti rende giorno per giorno inaccesibile. Come se ci fosse un cartello: lavori in corso, stiamo imbonendo questi orrori per fornire al telespettatore un’immagine da prima serata.

  9. mag il 7 agosto 2006 alle 13:12

    la tomografia a positroni fotografa i pensieri, o meglio i passaggi elettrici che noi chiamiamo protopensieri.

  10. Ugolino Conte il 7 agosto 2006 alle 13:20

    Ho molto apprezzato questo testo, la sua sottile sospensione tra certezza e stupore, tra l’immagine netta riflessa nello specchio e il suo rovescio simmetrico, il dubbio che il centro, la “sorgente” dello “spazio” percorribile e indagabile, possa darsi proprio in ciò che apparentemente non ha “luogo”. Il riferimento al libro come luogo, anche fisico, da percorrere, mi sembra la conclusione più adeguata a questa serie di quadri, di frammenti della “visione”.

    L’unica cosa che stona, se mi è permesso, è il titolo. Io l’avrei chiamato, ammesso che possa servire a qualcosa, “Le forme dell’andare”.

  11. mag il 7 agosto 2006 alle 13:24

    Quello che dice Sandro dell’Orco invece, è intelligenza emotiva.
    E’ un peccato turbarla con l’accademismo o l’acculturamento da cui dovremmo spogliarci se c’impedissero di esercitarla armonicamente con essi.

  12. mag il 7 agosto 2006 alle 13:26

    Il libro, in fondo, attraverso la sua narrazione, si equipara al viaggio.
    io l’avrei intitolato “Erranza sfogliabile”

  13. a.b. il 7 agosto 2006 alle 13:31

    “La forza, la necessità di un nesso narrativo strano, innaturale, inesistente nella realtà, sono percepite nell’anima del lettore come gioiosa emozione, come un irresistibile sentimento di intima verità: *è proprio così!*, si dice attraversati da un brivido improvviso.”

    Per me è naturale leggere così Ortese o Moresco o un lavoro di Piero della Francesca. Sonno e veglia, realtà e illusione stanno sempre insieme e non è detto che la realtà sia più importante. Anche l’infinito, quello che a un certo punto alcuni pittori hanno dipinto paradossalmente usando la materia, addirittura delle terre, è una parte del sogno. Alcuni titoli di Dubuffet accostati alle sue immagini informali come i fondi di fiume sono straordinariamente evocativi, sono grandi visioni, che contengono anche la musica.
    Dipingere ascoltando musica – non storie ma suoni – è fondamentale per comporre un quadro. La logica rettilinea delle storie e un’invenzione consolatoria. La logica vera delle nostre testoline mi pare molto più simile a una composizione musicale. Per questo mi fa così ridere chi dice: la letteratura ha bisogno di belle storie…

  14. sergio garufi il 7 agosto 2006 alle 14:20

    bel pezzo giulio, molto stimolante. mi è venuto in mente il libro “infinito” di luigi ghirri (meltemi editore), con 365 fotografie di porzioni di cielo, una per ogni giorno dell’anno, che forse ispirò il tuo testo con voltolini e il tuo fotoblog. sono immagini prive di riferimenti spaziali, scattate in luoghi sempre diversi. poi ho pensato alle indicazioni stradali che si danno a barcellona o a new york, che prendono a riferimento soprattutto il sopra e il sotto; nella città catalana per un criterio orografico, perché si sviluppa dal mare alla collina, e nella metropoli americana perché è un’isola disposta longitudinalmente, in cui la divisione fra parte bassa e alta (downtown/uptown) rispecchia in qualche modo (non sempre) una gerarchia economica e sociale. la loro struttura ortogonale, a scacchiera (con le vie numerate a NY), risulta molto comoda per chi, come me, ha uno scarsissimo senso dell’orientamento. era in fondo la struttura urbanistica romana, del cardo e del decumano, con le direttrici nord-sud est-ovest e la divisione in quartieri. il parallelo con i libri, poi, riflette in qualche modo questa nostra diversità. io nelle letture rinuncio a orientarmi e preferisco farmi trasportare, seguire un percorso senza aver ben chiare le coordinate e la direzione, spesso lasciandomi incantare dal paesaggio privo di segnaletica che si offre al mio sguardo. forse è per questo che mi piacciono gli scacchi cinesi. se il disegno della scacchiera definisce la proiezione simbolica di uno spazio geografico, nel gioco cinese le pedine non occupano un campo, ma si dispongono su un nodo, ossia sull’intersezione delle linee lungo le quali si spostano. individuano quindi un percorso, mentre quelli indoeuropei stabiliscono una posizione.

  15. cuk il 7 agosto 2006 alle 14:45

    Dalla lettura del post qui smozzicato a Cûk son venuti alcuni quesiti: se non c’è soggetto rappresentato ci può essere soggetto che guarda? La fotografia senza soggetto non è anche una fotografia senza sguardo? E l’assenza di sguardo non è un po’ come essere ciechi? La cecità apre altre prospettive di visione? Sì, direbbe Cûk; la sensibilità “non geometrica” che smaterializza il soggetto – che in un certo senso abolisce la stessa prospettiva fotografica – può aprire altre e diverse prospettive emozionali, libere nella mondografia rappresentativa. Una visione antipsicologica e astratta. Una visione sensologica che sostituisce l’atto del “guardare-per-riprodurre-il-visto” con quello del “sentire-per-produrre-nuovo-reale” . Per tradurlo in letteratur-pensiero, direi che una tal proposta rifugge dal mimetismo per rilanciare la scrittura come realtà autonoma, ormai del tutto senza tracce didascalico-memorative. Una scrittura discontinua, mutilata irreparabilmente nelle sue interrelazioni con il mondo-di-fuori e con le cadenze lineari del linguaggio. Una sorta di coitus interructus, o se si preferisce di lacuna della scrittura. Il commento di Sandro Dell’Orco mi sembra vada in questa direzione. Una cupidità della parola. Chiedo a questo punto: ma non siamo dentro l’annoso problema del rapporto tra realtà linguistica e realtà extra-linguistica? E questo rapporto non è stato rovesciato – in direzione appunto dell’abolizione del soggetto – dalle migliori scritture novecentesche? Le quali hanno praticato l’eccedenza della norma, convinti di non appertenere all’ambito della “traducibilità” di qualcosa dato come “anteriore” … Anche Cûk, comunque, quando legge un libro preferisce perdersi nelle dispersioni della lingua, più che soffermarsi nel descritto; preferisce respirare nell’apoteosi dei guizzi linguistici, nel gagliardo baroccarsi delle ramificazioni della scrittura …

    Cûk-Utitz

  16. a.b. il 7 agosto 2006 alle 14:46

    “…il tuo testo con Voltolini” ?!?
    Hanno scritto insieme una prefazione al volume Sotto i cieli d’Italia (Sironi) che raccoglie testi dei due autori. E’ una prefazione su quali cambiamenti producano le parole su un lettore, sull’invenzione di forme per raccontare luoghi diversi. Ghirri non c’entra nulla.
    Il titolo è una suggestione che raccoglie sia i Cieli di Voltolini sulla Stampa, sia le fotografie di Mozzi.

  17. cara polvere il 7 agosto 2006 alle 14:55

    cito Mag:
    “Il libro, in fondo, attraverso la sua narrazione, si equipara al viaggio.”

    … potrebbe essere anche che il libro attraverso e trasversalmente la sua narrazione si equipaggi del/ in viaggio.
    un saluto
    paola

  18. a.b. il 7 agosto 2006 alle 14:58

    Cûk scrivi “guardare-per-riprodurre-il-visto”. Ma gli artisti sempre riproducono o tentano quello che hanno visto. Non riproducono o non dovrebbero quello che “si” vede. Dire che vedono quel qualcosa che finisce nella tela àncora il loro lavoro alla persona, esclude che l’opera sia una combinazione fatta a tavolino. Non so.

  19. cf05103025 il 7 agosto 2006 alle 18:38

    Non è proprio la medesima cosa,
    ma voglio solo ricordare che Giorgio Vasari, l’insigne, nella vita di Piero di Cosimo dice questo:
    “Fermavasi talora a considerare un muro dove lungamente fusse stato sputato da persone malate, e ne cavava le battaglie de’ cavagli e le piú fantastiche città e piú gran paesi che si vedesse mai; simil faceva de i nuvoli de la aria.”

    Così si dice che similmente Leonardo da Vinci prendesse spunto da segni casuali trovati su muragli, stracci o carte per immaginarvi e costruirvi sopra storie e figure.

    Per me, poi se, dobbiamo proprio dire di un romanziere che, ironicamente, non sapeva dove dirigersi o menava il can per l’aia, basta pensare a Laurence Sterne con la “Vita e opinioni di Tristham Shandy” opera straodinaria giocosa seria unica.2
    Nel romanzo vi è pure inclusa, guarda caso, una famosa “pagina marmorizzata”.
    MarioB.

  20. mag il 7 agosto 2006 alle 18:58

    1)Questo è un post metafisico:
    l’autore cerca il suo ideale di libro o il suo futuro libro in cielo, luogo di Dio, Mozzi cerca la bibbia? e lo cerca tanto da volerlo fotografare, connotare, racchiudere, delimitare, come appunto vorrebbe delimitarlo per facilitarsi la lettura e l’orientamento nei libri. Fotografare i libri potrebbe essere una soluzione. oppure fare, per un po’,altro, tipo scrivere un libro, vendere libri, o semplicemente, cantare.

    2) Cartelli:
    Verso l’equatore il cielo si dialata e si abbassa, tanto da sembrare toccabile. Verso l’una di notte di una caldissima e ventosa estate mediterranea, ci trovammo sulla spiaggia nera di Santorini a guardarlo, scrutarlo e ascoltarlo. Questo pareva dai racconti e dalle elucubrazioni delle mie compagne di spiaggia lavica, nera nella notte nera, quasi come le vacche di Hegel.Io ascoltavo muta senza vedere assolutamente nulla di ciò che evocavano i loro entusiasitiche sensazioni riguardo stelle cadenti e luci abbaglianti.
    Sgomenta, mi alzai, e spostandomi, mi resi conto che tra me e il cielo era interposto un enorme cartello metallico pubblicitario, nero anch’esso.

  21. Gemma Gaetani il 7 agosto 2006 alle 19:25

    Condivido quest’affermazione di Wenders: “Una fotografia è sempre un’immagine duplice: mostra il suo oggetto e – più o meno visibile – “dietro”, il “controscatto”: l’immagine di colui che fotografa al momento della ripresa”. Come se l’immagine fotografata fosse allora il calco dello sguardo del soggetto fotografante, soprattutto, paradossalmente, nel momento in cui egli decida di non fotografare un soggetto preciso. Perché è lui che “ritaglia la visione”, “mette le virgolette” al pezzo di mondo che vede. Sei tu Giulio il soggetto di quelle tue foto senza soggetto. Tu – e solo tu – puoi ricondurne ognuna alla datità che parzialmente rappresentano.

    Molti anni fa venni investita mentre attraversavo la strada. Avevo in mano una Polaroid che mi era stata appena regalata, era il mio compleanno. Planando a terra dopo il volo che la macchinetta fece, per un tratto, in mano mia, la macchinetta scattò una foto. La ritrovai estraendo la macchinetta dalla sua confezione, molti giorni dopo (uscita dall’ospedale). La conservo ancora come “una foto di quell’incidente”, come una “mia foto di quell’incidente”.

    Forse l’unica “fotografia” assolutamente pura di quella stessa totalità che tentiamo di fotografare, illudendoci di coglierne l’essenza se la priviamo di un soggetto riconoscibile, è quella stessa totalità. La sua essenza è l’infotografabilità nella sua essenza materica e totale.

    (Un bellissimo pezzo Giulio, davvero suggestivo).

  22. ASTROFILO il 7 agosto 2006 alle 19:51

    Un pezzo sul cielo e l’orientamento che ignora le stelle ed astronomia, Mozzi non ha nessuna passione per la scienza che forse lo porterebbe a quel sentimento poetico che adesso non trova.

  23. Bartolomeo Di Monaco il 7 agosto 2006 alle 21:37

    Dentro questo bel racconto c’è anche il Totò di “Totò, Peppino e la malafemmina” (lo splendido episodio davanti al Duomo di Milano).
    Bart

  24. a.b. il 8 agosto 2006 alle 03:14

    Furlen hai scritto una cosa che va all’osso, viva, bella. Ma perché le cose vere stanno riparate nei commenti e quelle più artificiose (ok, “artificioso” è un po’ esagerato ma rende l’idea) diventano post? boh.
    ps ieri ho visto per la prima volta Raul Montanari. E’ in forma, molto gentile e durante la presentazione del suo ultimo libro ha detto delle cose importanti sul mestiere dell’artista.

  25. a.b. il 8 agosto 2006 alle 03:17

    Scusate, ho visto che il mio precedente commento è stato moderato. A questo punto vi prego di NON pubblicarlo, e nemmeno questo. Scriverò direttamente a Forlani appena trovo la sua nuova mail (che mi ero scritto da qualche parte).
    saluti

  26. Cuk il 8 agosto 2006 alle 03:19

    Ora Cûk sbotta in citazioni: queste pagine – scrisse nel 1869 Boito – non costituiscono un romanzo: sono frammenti di un più grande libro. E scrisse ciò per difendere il suo non-romanzo dalle accuse di porsi fuori da quelle che erano le configurazioni solite dello scrivere romanzi. Le relazioni combinatorie di Boito erano, per quel periodo, altamente distanti dalla disciplina: indisciplinate, appunto. Per ciò il candido dire del Marco intervenuto mi pare tautofuordilogica, in particolare quando scrive che “ci sono narrazioni che pur non conservando le caratteristiche di una narrazione si sono comunque imposte”. E che diamine!, qui scacconeggia Cûk. Ma la storia della letteratura c’è qualcuno che la conosce? Mi sbarazzo di un’altra citazione … Era il 1877 quando lo scapigliato Praga scrisse in “Memorie del presbiterio”: qui non scrivo un romanzo col suo principio, col suo mezzo, col suo fine, colle sue cause, il suo sviluppo e le sue conseguenze, e tutte le belle cose che si leggono nei trattati di estetica … Insomma, cari amici di commentar-m’è-dolce-questo-mare, da molto ci sono narrazioni che sbarazzano dal proprio interno il soggetto: che, nel groviglio dei segni, o nella loro scompostezza, si caratterizzano per la loro indipendenza dal referente; o meglio: dove il referente è la lingua stessa … Certo, ultimamente non hanno goduto di ottime referenze – ah, ‘sta merda di ‘vanguardia!, han chiacchierato un po’ tutti ultimamente nel mondo dell’illetteratura – però il loro respiro è immenso, talmente immenso da sbarazzarsi in se stesse di ogni esposizione pacificata …

    Cûk-Utitz

  27. Cuk il 8 agosto 2006 alle 03:28

    non so per quale strana magia elettronica, ma il mio intervento precedente, che è pseudorisposta a quello di Marco, è stato pubblicato prima del suddetto intervento e con un orario del tutto irreale … Il computer-di-morte ha avuto la meglio sull’ora di vita …
    Cûk

  28. sandro dell'orco il 8 agosto 2006 alle 04:07

    Ieri ho parlato a proposito dell’orientamente nel romanzo. Oggi vorrei aggiungere qualcosa sugli altri due temi proposti da Giulio: il soggetto, e il romanzo come luogo. E’ necessario un soggetto? Che sia necessario è indubbio: anche chi non volesse averlo, chi intendesse spingersi oltre ogni limite nella destrutturazione linguistica, nel non-realismo e nell’ermetismo, è costretto dal linguaggio, dalle sue leggi, a fare un discorso coerente, non contradditorio, e quindi, alla fine, a produrre un discorso significativo – difficile quanto si vuole – ma sgnificativo, cioè appunto un soggetto. Questo deriva, come già ho fatto notare, dalla natura concettuale del linguaggio. Gli altri aspetti del linguaggio, quello musicale, mimetico, espressivo, per quanto vengano privilegiati dallo scrittore non potranno mai lasciarsi dietro e mollare l’aspetto concettuale. Questo rimane sempre. E’ ciò che impedisce alla narrativa e alla poesia di farsi canto, o musica. Allora il soggetto ci dev’essere, sempre. Ma qui soregono i problemi. Aristotele ci dice come si faceva una volta: il poeta si sceglieva un’idea, un soggetto, di contenuto mitico, storico o inventato (Aristofane), componeva gli episodi dell’azione del protagonista, e poi, fatto il piano, andava a mettere carne, sangue e sentimento intorno ai personaggi. Evidentemente si poteva fare, il soggetto, l’azione da rappresentare non era estranea al tragediografo o al poeta epico, era invece così vicina alla sua anima che probabilmente si sarebbe comportato allo stesso modo del protagonista. Voglio dire en passant una banalità, che è impossibile scrivere qualcosa che si regga in piedi, se l’autore non VIVE con tutta la sua anima quel qualcosa, sia pur in forma irreale e rappresentativa. Chiusa la digressione. Anzi no: come farebbe il lettore ad emozionarsi se l’autore stesso non è emozionato? Ma torniamo al tema. Il soggetto per gli antichi e per la retorica va cotruito prima. Ma con l’accortezza di sceglierlo in modo tale che l’autore poi SIA IN GRADO DI VIVERLO. Mi spiego: se volessi fare un racconto su una immigrata dell’est, che arriva in Italia per lavoro, ma poi viene irretita nella prostituzione, nella droga, da una gang di connazionali, e alla fine viene uccisa, io sarei pazzo. Non sono nato in est europa, non sono stato formato nel dispostismo pseudocomunista, non mi sono mai prostituito né drogato, non sono mai stato minacciato da gang, non conosco niente della cultura, poniamo, rumena. Io dentro di me non potrei dare nessuna forza, nessuna pulsione reale al mio personaggio. Tutto rimarrebbe, ammesso che scrivessi lo stesso il racconto, piatto, freddo, arbitrario o noioso come un serial televivo americano o italiano. Dunque si deve scegliere e praticare solo quel soggetto, quell’azione, in grado di essere VISSUTA DA NOI, in modo totale, in modo che il racconto sia vivificato dalla nostra stessa vita. Perché il racconto sia vivo, ci deve essere sempre l’estrinsecazione, la liberazione, di una pulsione che era prima compressa: il racconto è come una molla che era premuta e che viene liberata: la spinta stessa della molla in avanti è il racconto. E la pulsione deve esser dentro l’autore. Non c’è scampo da questo. Bregola, nel suo romanzo, ha scelto come soggetto IL SUO smarrimento nei confronti dell’anomia dominante (molla compressa) e la sua ricerca di norme condivise e di verità (molla liberata). Ha scelto di avere come soggetto se stesso; racconta – a volte fin troppo in dettaglio – la sua stessa vita giorno dopo giorno; fa quello che definisce “auto-fiction”. Glielo vorrei chiedere: non fa questo per la difficoltà di trovare un soggetto esterno a sé stesso? Un soggetto esterno in cui pienamente identificarsi? Che non si senta a suo agio, perfettamente sincero, solo dentro se stesso? Storie ne vengono scritte tante e diverse, ma quali sono quelle che veramente hanno la vita dentro? Che non sia diventato molto difficile prestare la vita ad altri soggetti? Tanto che sia possibile parlare, magari in forma metaforica e nascosta, solo di sé? Il soggetto, alla fine, è un’azione (come dice Aristotele) e per scriverla, bisogna viverla MENTRE LA SI SCRIVE, viverla veramente, con con tutte le pulsioni scatenate, come se invece nella rappresentazione ci si trovasse nella realtà. Questo, molto incompletamente, per il soggetto. Quanto al romanzo come luogo, è evidente che spazio e tempo sono forme a priori, ci appartengono nella realtà e nella fantasia. Collochiamo sempre, in un tempo e in un luogo, ogni realtà spirituale o sensibile. E’ chiaro che nel mondo romanzesco tali forme possono operare diversamente, sconvolgersi, creando spaesamento, shock, e altre emozioni, ma a partire appunto dalla loro stabilità di forme onnipresenti.

  29. sandro dell'orco il 8 agosto 2006 alle 04:11

    Il mio intervento trasmesso alle ore 12 di oggi 8 agosto è stato registrato alle ore 4,07 del mattino!

  30. mag il 8 agosto 2006 alle 04:16

    Beh dipende dal fatto che i critici letterari debbono forzatamente mediare tra l’aleatorietà della logica possibilistica dell’estetica, quella dell’autore, si spera, e una logica non contradditoria dell’editore che li paga e del lettore che legge.
    Due logiche a confronto che spesso non coincidono, partorendo meticciati ermeneutici e semantici.
    critici: siete tutti dei bastardi :-)
    Lo dice anche Pera.

  31. Michele il 8 agosto 2006 alle 04:27

    Non conosco il sig. G. M. (giuliomozzi, come si firma) spero che non gli dicano: -Per Bacco Giulio!, è la cosa migliore che hai scritto. – Evito i miei commenti inutili, però un poco Re Lear e un poco quello che serve. E’ un bel play, come direbbero le persone che hanno studiato. Un colpo asciutto e senza sbavature. Arrivare fino a qui, niente male. Il buio viene dopo, quando si separano i pezzi… del puzzle. (no, non occorre specificare e neppure rispondere).

  32. cara polvere il 8 agosto 2006 alle 04:45

    (s-o)
    a)orientarsi: cercare l’oriente, il punto dove sorge il sole.
    il sole è stato il primo dio ai cui regali e capricci affidarsi.
    l’uomo ha sempre adorato il sole e quindi il punto in cui nasce è stato l’elemento stabilizzante attorno al quale ha ruotato e ruota ancora tutta la natura, uomo compreso.

    b) il libro nasce prima dalla necessità di non poter tenere a mente delle quantità fossero esse quantità numeriche che, in un secondo tempo, narrative.
    è quindi “magazzino” o “casa”.
    l’uomo nel suo essere disattento maestro di chiavi ha bisogno di un luogo quale avere libero accesso.
    il libro è questo luogo dove le pareti sono anche il cielo in cui “sporcarsi” i piedi dal quale impugnare i fili senza bisogno d’alzare gli occhi o essere morti. il libro non ha toponomastica propria se non quella che gli viene s-oggettivata dal lettore.

    quando il signor Mozzi dice ” io il libro lo vivo come luogo” (temporaneamente o a lungo termine o per sempre, perchè le pareti di un libro possono costituire davvero una seconda una terza, tante case “nostre” sempre chiavi in mano) credo che voglia sottolineare che vede nel libro (in senso a-oggettivo)un punto in cui sorge il sole e da cui egli può ritrovare/rsi alcune coordinate per orientare/dis-orientare/allumare/etc etc attraverso la tenuta a mente dei sensi, certi vuoti – certe percezioni, certi odori che lo rapportano a sè stesso e a ciò che lo circonda senza che essi resino a perdere.

    trovo l’ articolo del signor Mozzi è una grande dichiarazione di rispetto, quasi cultuale, per il libro come s-oggetto abitabile del libero arbitrio e s-oggetto del libro arbitrio abitabile, come “amico”, come luogo anche altro in cui deporre tutto ciò che la senape delle maschere disodora e detiene facendoci smarrire e allontanare da quello che ogni uomo è. indipendentemente dalla copertina e dall’impaginazione se ci siano o no .

    ps: rileggendo, non capisco nulla di quanto ho scritto.
    buon segno
    un saluto
    paola.

  33. e.man il 8 agosto 2006 alle 04:53

    Che bello guardare il cielo, io a dire il vero sono appassionato di nuvole e passerei ore (di solito mi distoglie qualcuno prima…) a vedere come cambiano continuamente: le forme, le luci, il vento che le trasporta e le stravolge.
    Avevo anche pensato di fare sculture che rappresentassero nuvole, una bella sfida, che quel Fuksas là (sono architetto pure io, nessuno è perfetto) ha banalizzato in uno scarabocchio tridimensionale.
    Per seguire invece altr parti interessanti del discorso, io sono un partigiano delle opere (film sopratturro) che non si capisce bene dove vadano, che mostrano cose interessanti per strada ma non lasciano presagire una conclusione, una fine.
    Prendi Fellini ad esempio ma anche tanti altri. Mi sembra invece che varie forme d’arte si siano irrigidite in questa formula di “inizio-fine”, a cominciare dal cinema. Peccato.

    P.S. L’impagionazione del testo “giustificato” rende il testo stesso una massa paurosa ed illeggibile. Mai pensato ad una bell impainazione a bandiera?

  34. Rino il 8 agosto 2006 alle 08:19

    L’idea che per orientarti guardi il cielo mi sembra… più che poetica, fantascientifica (che comunque finiscono tutte e due in -ica).

    “C’è chi, per capire dov’è, si guarda intorno; io tendo a guardare in alto.”

    Attento a non sbattere!

    :-)))))

  35. furlen il 8 agosto 2006 alle 09:16

    gran bel pezzo ô Iulius!
    a proposito del doppio a me è capitato qualcosa che ha prodotto un’esperienza per certi versi simile a quella evocata da Gemma.
    Lavoravo qualche anno fa sulle poethiquettes, (piccole etiche poetiche) per immaginarie bottiglie e il caso volle che proprio allora mio padre comincio’ a stare male. le poethiquettes diventavano allora in una corrispondenza con Biagio Cepollaro le tappe dell’elaborazione di un lutto (come cronica di una morte annunciata). Poco prima che morisse trovai una vecchia fotografia e la prima cosa che vidi non era quella mescla di volti di ragazzi d’inizio anni settanta ma esattamente gli occhi di colui che scattava la fotografia, in quel caso mio padre. Quella foto la porto sempre con me e quello sguardo in me.
    effeffe

    http://www.manuscrit.com/msites/morphoses/bt/poethiquett30campet.jpg

  36. Marco il 8 agosto 2006 alle 09:22

    “Così, mentre leggo certi libri, magari con la responsabilità di decidere se impegnarmi o no per una loro pubblicazione, tendo a non accorgermi dell’intreccio. Non riesco a farmi un’immagine “in pianta” del libro.”

    Il titolo di questo pezzo è: “Un discorso architettato peggio”. Ora, in questo titolo di accostano i due termini “discorso” e “architettare”. Mi chiedo, allora, se un “discorso” si possa realmente “architettare”. Visto che si usa la parola “discorso” e non la parola “testo” oppure “brano” (“brano” significa “pezzo” e “pezzo” mi ha l’aria di riferirsi a qualcosa di scritto con la caretteristica di essere “avulso”, “svolazzante”, “informe” addirittura), allora forse si è autorizzati a pensare che si è di fronte a un “testo” (ossia una pagina dove le parole hanno una certa collocazione) che segue le regole classiche della composizione di un “discorso”. Le regole classiche per la composizione di un discorso sono: l’inventio, la dispositio e l’elocutio (actio e memoria non attengono le operazioni che si mettono in atto per collocare le parole sulla pagina). Poi però c’è la parola “architettura”. Se voglio architettare una colonna in stile dorico, non c’è scampo, lo dovrò fare utilizzando i canoni classici. Se voglio architettare qualcosa di classico (cioè qualcosa che segua regole di composizione classiche) dovrò seguire regole di composizione classica. Quali sono queste regole? Sono l’ordinatio, la dispositio, l’eurythmia, la symmetria, il decor e la distributio. A questo punto mi chiedo: se voglio “archiettare” un “discorso” (“male” o “peggio”, “brutto” o “ancora più brutto” che sia), quali regole dovrò seguire? L’ordinatio, la dispositio, l’eurythmia, la symmetria, il decor e la distributio oppure l’inventio, la dispositio e l’elocutio? Non credo che queste regole siano assimilabili, anzi mi pare del tutto evidente che non lo siano confrontandole.

    Quando diciamo “questa narrazione non sta in piedi”, mi chiedo, stiamo poi dicendo qualcosa che ha un senso? Non lo so. No, non credo. Una narrazione è un luogo? La pagina è un luogo (un luogo è uno spazio, in fondo); ma: una narrazione è un luogo? Forse c’è un po’ di confusione anche qui. Una narrazione è quel che il luogo (la pagina) contiene. Il “bosco” è un luogo, ma gli “alberi” del “bosco”, non sono un luogo.

    Allora: si può “costruire” un discorso così come si può “costruire” una casa o pianificare un luogo? No, non lo si può fare, perché la materia è diversa. Si può usare una metafora, ma la si può usare con un certo fondo di ironia, non la si può usare prendendola “completamente per quel che è”, credendoci fino in fondo. Credere fino in fondo in una metafora è un errore, e impegnarsi seriamente in un errore è una perdita di tempo. L’espressione “archittettare un discorso” è un’espressione sbagliata. Non è in senso proprio che si usa; ma in senso figurato. “Senso proprio” può significare “senso che aderisce di più alla reatà”. Ora, proporre una visione di una narrazione (di un romanzo, di un racconto, ecc.) a partire da un’espressione sbagliata (perché mette assieme e tenta di far coesistere parole che pertengono a universi incompatibili) significa proporre una visione sbagliata di una narrazione.

    Mi rendo conto che ci sono centinaia di libri che propongono la visione di luoghi come narrazioni e narrazioni come luoghi, ma io ho come l’imnpressione che tutti questi libri si siano innamorati di una bella metafora e abbiano cercato di darle uno statuto scientifico.

    Detto questo, per rimanere al tema: e se si provasse a dire, come in parte è stato già detto (in Opere mondo di quel tal professore, ad esempio), che ci sono narrazioni che pur non conservando le caratteristiche di una narrazione (un inizio e una fine credo sia la caratteristica principale di una narrazione, o meglio ancora una “convincente impressione” di inizio, e una “convincente impressione” di fine; l’individuazione di un sistema di regole generale, come dire una Regola Generale, che presiede e rende possibile la scelta di quelle parole, di quelle forme e di quella disposizione di parole e di forme – e molto altro ancora – per comporre la narrazione; e poi altro) si sono comunque imposte forse perché hanno creato occasioni di discussioni e approfondimenti? Se una “narrazione archittetta male” è riuscita a “essere abitata” da un numero impressionante di persone per moltissimo tempo, (e faccio appena notare che di solito una casa architetta male crolla e fa morire i suoi abitanti), forse non è il caso di cominciare a pensare che le narrazioni “non” si abitano, che le narrazioni “non” sono “case”, “castelli”, “città”, “luoghi”? Non è il caso di cominciare a pensare che la letteratura è una disciplina con sue proprie caratteristiche e leggi, che si possono adattare e trovare punti di contatto solo sporadicamente, e sottolineo: solo sporadicamente, e in modo utilitaristico, e non una disciplina che “si nutre” di altre discipline (architettura, biologia, medicina, diritto, filosofia eccetera).

    Stop (un arresto arbitrario; anche se mi chiedo se possano esistere in un testo arresti che non siano arbitrari).

  37. caracaterina il 8 agosto 2006 alle 16:14

    Il tuo incipit, giuliomozzi, mi ricorda un’amica mia carissima che ha uno sbalorditivo senso d’orientamento nel tempo. Sa sempre che ora è e, naturalmente, non porta MAI l’orologio. Non bara, non guarda di sottecchi. E’ provato. Non so un’acca di fisica ma che spazio e tempo siano strettamente correlati credo che sia acquisito. Che poi le correlazioni diventino problematiche dopo la fisica classica forse non è poi così importante per gente che, come noi, continua a dire che il sole “sorge” e “tramonta”. Penso a magda che, in uno dei suoi primi commenti qui, parlava dell’orientamento (la radice è “oriente”, già) parlando dell’esperienza del caffè al MATTINO. E che giuliomozzi riconosca nelle foto i cieli di “dove” non avrà nulla a che fare con i cieli di “quando”? Usare prevalentemente destra e sinistra o sopra e sotto quando si determina l’orientamento è puramente spaziale, geografico, e penso anche alle osservazioni di garufi su Barcellona e New York, ma oriente e occidente, levante e ponente, invece, implicano anche l’idea di un’agire e di un tempo. E la narrazione è tempo. La “pianta”, l’intreccio, è tempo concluso, è un libro finito, è un inizio che ha già la sua fine. Per me, in un libro nuovo, come in un posto (città) nuovo, la pianta è qualcosa che viene dopo (ecco, ancora, il tempo) che ho un po’ girato, annusato, sleggiucchiato. E’ una curiosità posteriore. Ancora una cosa, prima di scappare a fare una mousse al cioccolato che mi scade il latte, (time is running), dal saggio di Calvino sull’arte dell’orientamento:” E’ chiaro che per descrivere la forma del mondo la prima cosa è fissare in quale posizione mi trovo, non dico il posto ma il modo in cui mi trovo orientato … in quanto ogni orientamento comincia per me da quell’orientamento iniziale, che implica sempre l’avere sulla sinistra il levante e sulla destra il ponente e solo a partire di lì posso situarmi in rapporto allo spazio, e verificare le proprietà dello spazio e delle sue dimensioni”.

  38. mag il 8 agosto 2006 alle 16:21

    Ma se nel medioevo, il genere letterario delle summae era paragonato al genere architettonico delle cattedrali gotiche, la letteratura contemporanea a quale modulo costruttivo(o distruttivo) potremmo paragonarla?

  39. Michele il 8 agosto 2006 alle 16:26

    Un purosangue è un purosangue. Non può farci nulla, malgrado i “vari tentativi”, le proiezioni e i rincorrere. Continuo con la tua poesia. Ogni mille anni (so che tu non vuoi saperlo) nasce un poeta.

  40. cf05103025 il 8 agosto 2006 alle 19:40

    “la letteratura contemporanea a quale modulo costruttivo(o distruttivo) potremmo paragonarla?” dice mag.

    Secondo me potremmo paragonarla ai vari modi di lavorare di molti architetti i quali scelgono stili diversi che convivono più o meno bene/male/così così.
    Da Frank O.Ghery con le sue multiple direzioni, piante asimmetriche, nuovi materiali fino a Botta o ai postmodernisti che continuano con le loro finestre quadre e qualche pilastrone che ricorda, dico io, il ritorno all’ordine.
    Come nelle “arti figurative”: girando per le mostre, nelle rassegne internazionali si vedono pitture (neoespressioniste, neorealiste, neoneo…) con tutte le giustificaziono concettuali possibili, installazioni, scatole vuote, telefoni rotti, cumuli di spazzatura, robe di marmo, cubi di gesso, lumini ad olio, gabbie per uccelli e ratti morti, uomini in gabbia, una palestinese che piange di poliuretano…
    E’ il momento massimo della convivenza di tutte le tendenze; basta un giustificazione ampia di qualche critico/mercante insigne, una sede importante reclamizzata dai media e magari si vende qualcosa.
    MarioB.

  41. sandro dell'orco il 9 agosto 2006 alle 12:37

    Ancòra sul soggetto del racconto o del romanzo. Il tema è troppo importante per lasciarlo al punto di ieri. Si trattava nientedimeno di giudicare se è possibile avere un soggetto preso dalla realtà esterna all’autore oppure (e a questo proposito facevo l’esempio dell’ultimo romanzo di Bregola) se si è costretti ad avere come soggetto solo se stessi, e magari la propria esperienza (ciò che si è effettivamente fatto e pensato). Mi sono accorto, tra l’altro, che da un lato avevo dato una risposta limitata al quesito (avevo fatto coincidere l’impossibilità di assumere un tema esterno con l’impossibilità ad identificarsi con un altro essere umano di diversa cultura, formazione, ecc.), e dall’altro avevo concluso in forma interrogativa la questione, senza indicare una risposta convincente. Se non che, tornando a casa, nella metro, mi è balzata alla mente la risposta – il cervello aveva lavorato da solo nel frattempo – , una risposta lì per lì confusa, tutta da articolare, ma la risposta. Proverò a riferirla qui. Il fatto è che la realtà empirica, quella quotidiana, di tutti, è diventata impoetica. Detto così sembra una banalità. Ma vediamo meglio. Non è che la realtà, lei, sia cambiata, che so, da Omero o da Eschilo in avanti. No lei è rimasta quella che era, magari modellata dalla mano umana e anche deteriorata, ma è la stessa, sempre obbediente alle sue leggi naturali che la governano. No, chi è cambiato siamo noi, noi uomini in rapporto a lei. Siamo noi ad esser diventati impoetici nella realtà, mentre prima, per esempio ai tempi in cui Aristotele scriveva, avevamo ancora un atteggiamento poetico nei suoi confronti. “Poetico” qui significa un atteggiamento passionale nei confronti del non – Io, nei confronti degli altri uomini e della natura, un atteggiamento per il quale di fronte ad un richiamo naturale – per esempio la particolare bellezza di una donna – non possiamo far altro che seguirlo, senza avere la forza e la capacità di frenarci, neanche se tale nostra dipendenza dovesse causarci danno, o addirittura la morte. Ulisse è morso dalla nostalgia, ma per il resto non se la passa male, divide il letto con una dea, inoltre sa che il viaggio per Itaca sarà terribile e forse mortale; eppure la nostalgia lo travolge, lo prende per la collottola e lo butta sulla malsicura zattera; Achille è agganciato e travolto da un’altra passione, contro la quale non ha scampo, l’ira: egli non ha la forza interiore di frenarla e di frenarsi; Ippolito è afferrato dal fascino sottile della purezza, la segue a tal punto che aborre ogni contatto erotico, e ciò lo perderà. Ecco, l’uomo antico, ma possiamo dire con grande approssimazione, l’uomo precedente l’industrializzazione, l’avvento della borghesia, aveva questo tratto generale di “poeticità”, di debolezza dell’Io, che da un lato lo manteneva in condizioni di vita miserabili, e dall’altro lo avvicinava al regno naturale, nel senso che obbediva ai suoi comandi senza potersene affrancare. Dove prima e dove poi – in Italia dobbiamo aspettare il secondo dopoguerra – questo atteggiamento “poetico” scompare: l’Io diviene padrone delle pulsioni che lo legano alla natura e lo fanno animale tra gli animali. A ciò provvede il pensiero scientifico, la tecnologia, l’uso della ragione in ogni campo del sapere, insomma l’Illuminismo. Operativamente, le esigenze della produzione inducono le agenzie sociali della formazione: famiglia, scuola, media, ecc. a “rafforzare” l’Io fin dalla più tenera infanzia, relegando nell’inconscio, come assolutamente proibito, l’atteggiamento di abbandono verso il non – Io, che deve essere controllato, calcolato, al fine di garantire l’autoconservazione. Bene. Oggi, con il trionfo planetario della borghesia, la struttura individuale che la sostiene – l’atteggiamento calcolante in rapporto al non- io – tende a diventare universale: in Italia ciò si colloca intorno agli anni settanta. Se le cose stanno così, l’autore è costretto a disertare la realtà. La letteratura con la L maiuscola, infatti, da sempre, è anche sempre estrinsecazione di una passione, di un’azione irresistibile (Aristotele), che avviene – è vero – “in verbis”, ma che l’autore sente in sé e negli altri come possibile “in factis”. Ma se ogni angolo della realtà empirica, ogni altro essere umano, è visto a priori come un oggetto privo di richiami passionali, e buono solo per i nostri egoistici interessi, allora la letteratura realistica non è più possibile. Qualunque soggetto realistico io scelga, quando mi ci vado a mettere dentro per vivere la mia passione “in verbis”, mi trovo castrato: perché io sono come tutti, la realtà è ormai spenta per me, i suoi raggi luminosi, che filtrano ancora dalla grande poesia greca, vengono fermati dalla corazza che si è formata attorno alla mia anima, o al mio cuore, alla mia interiorità. In qualsiasi situazione realistica mi vado a mettere con la fantasia, io non mi abbandono alla passione, la cui libera estrinsecazione è uno dei fini dell’arte, ma, come nella realtà vera, non posso far altro che fare ciò che mi conviene, che conviene al mio successo, alla mia sopravvivenza. Al limite potrei anche abbandonarmi ad una passione, ma solo se essa è stata calcolata nei vantaggi che può darmi. Io non sarei mai preda della passione, libero cioè, completamente libero, tutt’uno con la mia passione. Il mondo diventa così un unico deserto poetico. Io lo debbo lasciare per dirigermi verso me stesso (questo può esser stato il percorso di Cervantes, ad esempio). Sperando che la mia fantasia appresti uno scenario tale che permetta alla libera passione di esprimersi e di realizzarsi “in verbis”. Sembrerebbe a prima vista possibile l’autobiografia più o meno mascherata. Ma essa ha lo stesso inconveniente dell’assumere un soggetto esterno: solo chi ha conservato in sé la capacità di vivere “passionalmente”, “poeticamente” , potrà narrare poeticamente la propria vita. Io non ci riesco.

  42. cara polvere il 9 agosto 2006 alle 14:47

    @signor dell’orco.

    leggendo il suo pezzo mi è venuta una sana e realistica voglia d’ accasare la mia gola dentro un tubo del gas…
    un bel momento d’eccitazione di cui le sono grata.

    a)lei dice: “Il fatto è che la realtà empirica, quella quotidiana, di tutti, è diventata impoetica…”

    forse la sua metropolitana sarà impoetica. la mia, ai miei occhi, ancora non lo è-
    mettiamola così : basterebbe realizzarci, ognuno di noi, come “soggetto in oggetto e viceversa” per avere una visione poetica globale.
    forse gli uomini antichi si sentivano ancora parte di questa terra perchè questa terra era tutta da conoscere, in cui integrarsi, da cui difendersi: era il l u o g o e per quello sapevano ancora orientarsi per abitarci le passioni, il diritto, l’etica, la coscienza.
    oggi il luogo è sempre più virtuale (anche il loculo a dire il vero, certi cimiteri visrtuali da fare paura) si fumano sigari da 3500 euro, e si arrostiscono bambini. forse non è cambiato niente nel fumo, certo è si è ridotto enormemente lo spazio dell’uomo poetico (evviva autoreferenziale!amo l’autoreferenzialità.) per via di quella castrazione egoistica delle passione di cui lei parla o solo perchè c’è troppo competizione e poca aria.

    b) cosa ci resta di abitabile? l’isola dei famosi?
    quale il punto dell’est che possa ancora dirsi nostro? il libro. il libro?
    e che ci scriviamo in quel libro che ci faccia sentire a casa?
    lei dice quasi un boh. lo dice?
    con cosa lo scriviamo il libro perchè si faccia sentire casa? deserto su deserto. deserto du deserto? dovremmo farci l’abitudine. dovremmo farci l’abitudine?
    un saluto
    paola

  43. sandro dell'orco il 9 agosto 2006 alle 15:35

    cara polvere,
    non ho risposto con un boh. Ho semplicemente terminato il discorso che verteva sulla possibilità o meno del soggetto realistico in letteratura, domanda posta da Giulio Mozzi. Quanto alla infinita produttività del soggetto interiore, autoprodotto, fantastico, ho citato Cervantes, ma potrei aggiungere Dante, Goethe, Gogol, Turghenief, Poe, Kafka, Beckett e tantissimi altri: come vede può stare tranquilla, anche abbandonando la realtà, rimane all’autore un mondo immenso e ricchissimo dentro di sé, molto più sorprendente di quello esterno. Addentrarmi sui meccanismi di produzione di questo mondo, sarebbe molto appassionante, ma esula dal tema del blog e quindi mi fermo qui. Grazie comunque per il suo intervento. Un caro saluto. Sandro

  44. cara polvere il 9 agosto 2006 alle 19:28

    ricambio e grazie per la risposta.

  45. tashtego il 11 agosto 2006 alle 13:42

    le foto del cielo fanno venire in mente le foto del cielo di Ghirri.
    per dire.
    365 foto del cielo, una per ciascun giorno dell’anno (quale?).

  46. ness1 il 13 agosto 2006 alle 22:50

    “L’epoca sulle ruote noi, scalzi, non raggiunge.” – Josif Brodskij.

    Chi conosce/vive un posto, non necessita di mappe e cartelli d’indicazione.

    Nella mia esperienza: dove siamo, e nello stesso tempo continuamente andiamo, è un incontro e un appuntamento – insieme.

    “domandammo: ‘Dove siamo?’, e lui rispose: ‘Dove dovete andare?’.” – non c’è nessun luogo (conoscenza orientata/consapevolezza di esso, per la verità/precisione), prima: poi, è un incontro che ‘genera’ l’esistenza di noi e del mondo/altro e insieme dello spazio (il qui e il là) e del tempo (da dove/chi arriviamo = passato; dove/chi siamo = presente; dove/chi stiamo andando/diventando = futuro): questo l’ha ‘scoperto’ abbastanza di recente anche la fisica post-einsteniana (con evidente tempestività, visti i tempi!).

    L’incontro genera anche la parola/domanda/risposta.
    E l’incontro è generato da uno smarrirsi…
    Chi perde cosa e chi trova dove?

    Un libro è un veicolo: con/in esso, si va insieme a qualcuno (noi stessi/io è un altro, l’autore/Autore, nessuno/chiunque?)…

    (Ah: i miei cieli per il tuo blog aspettano ancora una tua risposta, grazie.)

  47. sandro dell'orco il 14 agosto 2006 alle 09:40

    Per chiarire ulteriormente il mio concetto di “orientamento” all’interno di un romanzo o di un racconto di soggetto non realistico, tema proposto alla discussione da Giulio Mozzi, riporto qui la mia recensione – pubblicata sul n. 3 – 2006 della rivista “Libri e riviste d’Italia” .

    Gunter Anders, Kafka. Pro e contro, Quodlibet, 2006, p. 200, Euro 14,50

    Com’è noto, l’ermetismo kafkiano, cioè la compatta, logica e inattaccabile chiusura al senso delle opere del grande scrittore praghese, ha prodotto, durante tutto il Novecento, una sterminata letteratura critico – interpretativa. Sono state avanzate spiegazioni di ogni genere: teologiche, filosofiche, sociologiche, antropologiche, psicologiche; tutte plausibili e interessanti, che colgono ora questo ora quell’aspetto dell’opera dello scrittore praghese, ma nessuna veramente risolutiva. Che cosa voleva dire Kafka è rimasto e rimane oscuro. Questo libro di Gunter Anders, filosofo tedesco allievo di Heidegger e di Husserl, emigrato negli Stati uniti durante il nazismo e morto a Vienna nel 1992, al di là di molti e interessanti spunti chiarificatori sullo stile di Kafka, rimbalza anch’esso contro la rotonda e durissima superficie del corpus kafkiano e ricade malinconicamente tra gli inutili testi degli altri esegeti. La sua interpretazione – concepita nel 1934, e pubblicata nel 1951 – è, in pochissime parole, la seguente: che Kafka abbia adeguatamente rappresentato l’uomo moderno alienato e oppresso dalla nascente società industriale burocratizzata, ma ne abbia al contempo proposto e promosso l’uniformazione e la cieca obbedienza ai poteri sociali dominanti. Ciò lo renderebbe un precursore dell’atteggiamento e della mentalità fascista e quindi un modello morale e letterario da combattere. A questa tesi cerca di ribattere, nell’Appendice del libro, Max Brod, opponendovi la sua ben nota tesi di Kafka quale homo religiosus.
    Il senso di datato, superato e superfluo che emana – nonostante i pregi sopra notati – dal testo, non ha, a ben vedere, una ragione cronologica, ma deriva tutto dalla stanchezza per un dibattito che dura da quasi un secolo senza alcun costrutto, per una spiegazione che, come tutte le altre, si lega al perno della ragione discorsiva girandovi intorno ciecamente e inutilmente. E’ quello che tra l’altro sta succedendo con Beckett. Viene quasi da chiedersi se l’ermetismo di Kafka non sia semplicemente da accettare, così come si accetta un quadro non figurativo, o una composizione musicale, senza cercare una spiegazione concettuale che non può essere assolutamente trovata. Da questo punto di vista, i lettori e gli esegeti di Kafka dovrebbero forse cominciare a regolare il proprio approccio alla sua opera riflettendo sulle parole di Matisse, che rispondendo alle critiche di scarsa verosimiglianza di un suo viso di donna, disse: “Signore, io non creo una donna, io faccio un quadro.”

  48. michele il 15 agosto 2006 alle 19:13

    Tempo fa qui un’autrice, un poeta ha tracciato con precisione un percorso da seguire (orientamento?). Scriveva con molta precisione su kafKa (era un commento). Ma la verità è difficile da comprendere. Mia moglie è di religione ebraica. (un poco di pazienza) In America, nel romanzo di K. il protagonista, arrivato (forse nella terra promessa?) scende con la sua valigia. E’ tutto quello che ha. D’un tratto si ricorda di aver perso l’ombrello, di aver lasciato l’ombrello in nave. Lascia la valigia e ritorna in cerca del suo ombrello. Perde la valigia e perde l’ombrello. Mia moglie è in mare (l’acqua è profonda) con se ha nostro figlio di tre anni avvolto in una ciambella per galleggiare, vicino ha mio figlio un altro bambino di sei anni (sa nuoticchiare). Per mano mia moglie ha un canottino per bambini. Una folata di vento teso e il canotto si allontana.
    Mia moglie lascia i due bambini e d’istinto va dietro il canotto, si capisce che non può raggiungerlo, lei stessa ne è consapevole. I bambini rimangono soli, la barca dove sono io è distante da mio figlio e dall’altro bambino. Tutto sembrava irreale ma vi assicuro era tutto come copione Kafkiano.

  49. ness1 il 15 agosto 2006 alle 22:35

    Fotografia è scrittura della luce. Orientarsi in oriente-origine-sorgente-sole.

  50. ness1 il 15 agosto 2006 alle 22:39

    @ michele: “qui Kafka l’asino” (come disse una volta un saggio anonimo…)

  51. Zack Ball il 16 agosto 2006 alle 17:20

    Ho dimenticato di augurare a Mozzi e a Gialli Biondillo buon Ferragus!

  52. michele il 17 agosto 2006 alle 10:05

    a ness, mi spiace scrivo veloce e non rileggo. Scrivo pensando ad altro.

  53. ness1 il 18 agosto 2006 alle 15:53

    @michele: mah beh bhi boh buh io scrivo senza pensare o magari pure no.

  54. ness1 il 18 agosto 2006 alle 23:41

    @ giuliomozzo (e basta con ‘sta pantomima delle minuscole!): smemorato?

  55. michele il 19 agosto 2006 alle 21:35

    A ness 1

    (?)

  56. ness1 il 20 agosto 2006 alle 12:47

    A michela

    (…!)

  57. michele il 20 agosto 2006 alle 19:41

    A ness-una

    % ?

  58. Pietro Pane il 20 agosto 2006 alle 21:26

    E se invitassimo Lucy Van Pelt? Non ci avevate pensato?

  59. ness1 il 21 agosto 2006 alle 19:51

    A mike-l’è

    Fa#9



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