Banane

9 agosto 2006
Pubblicato da

di Elio Paoloni

   Le banane mi sono sempre piaciute. Fui contento di apprendere, dalla relazione del prof. Gerard Porte a un convegno internazionale promosso dal CONI, che i ciclisti russi continuavano a vincere con il tascapane zeppo di banane, smentendo i sussiegosi medici delle federazioni occidentali che le avevano frettolosamente ripudiate adducendo la scarsa digeribilità di cellulosa, proteine e grassi. Ma ora si sta esagerando.


   Cominciò con la caduta del Muro: in un collettivo di paese, nel quale la situazione veniva considerata così sconsolatamente che Christa Wolf ci avrebbe fatto la figura dell’oca giuliva, alcuni frequentatori reduci da recenti scambi di visite con amici della Germania orientale, non riuscivano a capacitarsi di questa fuga all’Ovest. Citavano cifre, esponevano fatti, descrivevano i beni di consumo disponibili nella Germania Est: nessun confronto con gli altri paesi comunisti. I tedeschi, pensavo io, sono così tosti che sono riusciti a resistere anche al comunismo. Qualche dubbio, però, su questi idilliaci ragguagli continuavo a nutrirlo: di resoconti entusiasti ce ne avevano consegnati fin troppi nei decenni passati; né convinceva l’argomentazione principale: la dichiarata soddisfazione degli amici tedeschi. Forse questi amici non avevano potuto arrischiarsi a turbare così profondamente i sentimenti progressisti degli interlocutori. Ma, insomma, erano confidenze fresche, quelle, la STASI ormai una larva. Eravamo alla frutta, cioè alle ultime comparazioni sul tenore di vita: hanno questo, hanno quest’altro, addirittura le arance, elencava il più documentato. Esitazione.
   Ecco…se c’è una cosa di cui sentono la mancanza…
   Sìì?
   Sono le banane.
   Trasalii: avevo gli occhi pieni di folle che si precipitavano da questa parte. Non erano immagini di gente che si avviava. Quelli scappavano. Correvano come lepri. Correvano per le banane. Sgretolavano il cemento a unghiate in cerca delle banane. Non della libertà, o di un bel paio di scarpe o della carne di primo taglio ogni giorno e senza fila, ma proprio delle banane. Precisamente ed esclusivamente delle banane.
   Guardai il tizio di sottecchi: stava facendo dell’ironia, probabilmente. No, masticava cupo il suo formaggio (era San Martino e ci apprestavamo a sorseggiare, sia pur tristemente, dell’ottimo Primitivo). Ruotata d’occhi. Tutti seri: nessuno era stato neppure sfiorato dal doppio senso, dalla facile ironia della più comune delle associazioni. Trovavano davvero così poco strana l’accoppiata esodo di massa/banane? Non avevano neppure la scusante della golosità: non sarebbero stati, come me, disposti ad attraversare il mare per gustare una banana appena colta, qualcosa di diverso da un torso insapore o una pappa disgustosa.
   Attribuii l’inadeguatezza della motivazione all’imbecillità del cassandrino e non ci pensai più.
   Poi sono arrivati gli albanesi. Profughi squisiti, studenti che parlano sei lingue, oppositori seri e dignitosi, scrittori di valore, la deliziosa mezzosoprano che ha tenuto un concerto al Salone della Provincia. E quelli brutti, sporchi e cattivi: il bastimento aveva fatto il carico di teppaglia, diretti collaboratori dei contrabbandieri brindisini e Lucignoli che pensavano di arrivare dritti a Domenica In senza neppure passare da Santoro. In un ex cinema dove si teneva un incontro tra albanesi e cittadini, quando dal palco un oratore ha sottolineato, per denunziare i guasti del regime al potere, che l’Albania, paese mediterraneo ricco di ulivi, importa olio, un contadino che non aveva smesso di mugugnare per tutto il tempo è sbottato: ma se non li hanno mai potati, gli ulivi. L’impero ottomano ha lasciato tracce così profonde? Altro convinto sostenitore della tesi che gli albanesi siano vittime non del comunismo ma della loro infingardaggine era un mio amico comunista, il quale può così preservare la sua fede: in Giappone il comunismo avrebbe funzionato alla perfezione! Ho condiviso questa opinione ma gli ho spiegato che non parlava da comunista bensì da leghista, da razzista. Avrebbe dovuto esprimersi in termini di classi, sfruttamento, alienazione: sono i rapporti di produzione che contano, non le etnie. Poi mi sono reso conto che stavo dando lezioni di comunismo a un veterocomunista e piovigginava pure, così me ne sono andato a casa a riflettere sulle banane. Perché tra gli innumerevoli aneddoti sull’ingenuità e l’arretratezza di molti albanesi figurava questo: che non capivano cosa si facesse con le banane finché non si insegnava loro a sbucciarle. Potevo stare tranquillo, dunque: se non le conoscevano non potevano essere scappati per quelle.
   Ma in televisione ci si occupava del caso di un bel bimbo albanese in affidamento alla direttrice di un carcere. Lui era scappato da solo. La madre, rintracciata in Albania dall’inesorabile inviato, lo invitava a tornare affermando di non capire cosa lo avesse indotto ad andarsene: loro, lì, stavano bene.
   Bambino, perché non vuoi tornare dalla tua mamma?
   Mi piace Italia, qui c’è tutto, in Albania niente.
   Ma cos’è che non c’è in Albania?
   Il bambino accenna col capo alla biciclettina.
   E poi? Cos’altro ti mancava in Albania?
   Tutto.
   Tutto cosa?
   Il bambino esita. La lingua, la timidezza, il non sapere da dove iniziare l’elenco interminabile. Poi si illumina, sorride:
   Questa.
    Zoomata all’indietro e la banana entra in campo.
    E’ la voce dell’innocenza. Non si può dubitare: l’aspirazione alle banane è istintiva, innata, anche chi non le ha mai viste non può fare a meno, inconsciamente, di desiderarle. Arrivano in Occidente nell’ansiosa ricerca di qualcosa che non sanno e poi, trovate le banane, esclamano: finalmente stringo il fine della mia ricerca.
   Allora ho dovuto chiedermi: il comunismo è morto perché mancava di banane?
   E’ grottesco pensare alla Storia in questi termini. Eppure, se sconquassi secolari sono stati innescati dal tè o dal sale, occorrerà chiedersi se davvero questi generi sono stati solamente pretesto. La battaglia più sanguinosa della Guerra Civile americana, ad esempio, fu combattuta per un deposito di scarpe. Si dirà che le scarpe sono un bene di prima necessità, per un esercito. Un elemento vitale, anzi, come purtroppo hanno imparato i nostri alpini. Niente a che vedere con generi voluttuari come la frutta esotica.
   Ma anche le vitamine hanno fatto la storia: Szent György si disperò a lungo per aver approntato la vitamina C, private della quale i soldati tedeschi non avrebbero potuto combattere sul fronte russo; la guerra sarebbe finita due anni prima, sostenne qualcuno.
   Insomma, se Breznev, Andropov o Ceausescu avessero avuto la lungimiranza di predisporre ponti aerei con la Somalia, se invece di conquistare lo Spazio o edificare regge avessero trafficato in caschi di banane, forse tutto questo non sarebbe successo, avremmo ancora la guerra fredda oppure loro avrebbero vinto la calda e il PCI non avrebbe dovuto inventarsi la quercia. Sarebbe bastato il restyling della falce: cos’è, infatti, la lama di una falce se non una banana magra?
   Adesso ho capito perché Fidel resta in sella, perché a Cuba il comunismo resiste. Chissà quale complesso intreccio di fattori socioantropologici e geopolitici accampano i politologi a giustificazione di tanta longevità. Ma io vedo molto chiaramente, là sull’isola dei Pini e più su, a oriente dell’Avana, in direzione di Los Palacios, le sterminate piantagioni di banani che puntellano il Comunismo.

(Elio Paoloni vive nel Brindisino. Ha pubblicato “Sostanze”, Manni 2001, e “Piramidi”, Sironi 2002. Collabora a Fernandel, Via Po, Corriere del Mezzogiorno. In rete: Nazione Indiana, Zibaldoni. (www.eliopaoloni.it)

9 Responses to Banane

  1. Nicolò La Rocca il 9 agosto 2006 alle 16:24

    Non mi dispiace la caduta del comunismo, ma il conseguente eccitamento del capitalismo.

  2. pio tucci il 9 agosto 2006 alle 16:34

    A proposito di vecchi bolscevichi. Oggi Vittorio Foa sul Corriere dichiara che 5 anni di Berlusconi non coincidono con un regime di tipo mussoliniano. Foa è un po’ morbido per via della pagnotta del figlio Renzo al soldo del Giornale del fratello scemo di Silvio. Foa non ricorda i perseguitati nelle cinque regioni dove Dell’Utri e compagni dominan o con un tallone più feroce dello squadrismo. Quando alle nuove generazioni il confino è costituito dalle trasmissioni coatte della De FIlippi e del Grande fratello. Ricordate una giornata particolare di Scola? Si potrebbe girare un film su un signore diMilano che nel 1994 è andato a PAlermo per una manifestazione antimafia ed è stato licenziato dopo un anno esatto dal signor Dell’Utri. Questo è peggio del fascimo che usava il manganello mentre la mafia di Berlusconi ha usato il tritolo per Falcone & Borsellino

  3. Nicolò La Rocca il 9 agosto 2006 alle 17:01

    @pio tucci. Il fascismo avanza: vedi l’indulto. Si confezionano un provvedimento su misura per liberare i politici che si sono macchiati di voto di scambio mafioso. Destra e sinistra. E nessuno dice o scrive niente. I vari ballaroristi, i “martiri” della restaurazione, le belle firme degli editoriali, i girotondini, dove sono? E’ impressionante il blocco culturale che si è creato. Insomma, l’indulto per reati di mafia e di corruzione è una cosa di una gravità inaudita e al tg ci parlano solo del rampollo degli Agnelli morto mentre si faceva i cazzi suoi.

  4. Marco Saya il 9 agosto 2006 alle 17:29

    a mio avviso, il capitalismo più che eccitato è ,ora, un pericoloso criminale. basta vedere l’escalation…fuori dai nostri confini. “Che fare?”. Abbatterlo così come è stato per il muro. “Come?” La cultura se continua a fare salotto (vedasi girotondini & company) e non mette la propria testa fuori dalla porta di casa…favorirà un olocausto che sempre più si disegna sui nostri scenari futuri. Bisognerebbe interrogarsi su dove sta ora la “massa”. ha senso,poi, parlare di massa? e di quale massa? non è forse da individuare un collettivo? non penso che la massa atrofizzata del GF possa cavare le castagne dal fuoco…

  5. Radhe il 9 agosto 2006 alle 18:43

    chiedo scusa per l’intromissione, sono nuova di queste parti, ma approfitto della democraticità della nazone per dire la mia. non credo che un progetto di abbattere il capitalismo possa spingersi oltre i confini dell’utopia pura e semplice; pasciamo tutti in un sistema più che consolidato, più che abbatterlo possiamo, credo, solo sforzarci di migliorarlo… tanto più che anche secondo me parlare di masse che mettono a soqquadro un paese è insensato e anacronistico.
    certo, quando un governo di sinistra comincia a realizzare provvedimenti di destra, la cosa diventa preoccupante… ancor più preoccupante quando tutte le belle voci dell’intellighenzia critica di fronte a questo scempio si azzittiscono, quasi che fosse immorale rivolgere delle critiche al governo che si è votato.

  6. tR il 9 agosto 2006 alle 19:48

    Radhe
    è, però, un problema di democrazia. In Italia questa parola è troppo vuota di sostanza. Migliorando la coscienza democratica, sviluppiamo l’attitudine critica al sistema e possiamo innescare dei cambiamenti. Quello che è bloccato, ora come ora, è il livello di coscienza democratico. Per varie colpe.
    Comunque, il sottoscritto ha provveduto a fare scorta di banane…non si sa mai.

  7. ma via!! il 9 agosto 2006 alle 20:16

    @ LaRocca
    Parlare nel caso dell’indulto una forma di umanità verso i detenuti come un caso di fascismo è incommentabile, visto che è un provvedimento che per anni nessuno ha avuto il coraggio di approvare, le carceri scoppiano e le tante vuote che ci sono non possono essere rese operative per mancanza di fondi.
    Niccolò La Rocca da bravo “fascistoide” giustizialista vorrebbe comunque tutti dentro, ma senta, sta studiando da Travaglio?? Perché non prendiamo a modello le carceri thailandesi dove il rampollo degli Angelli (cattivi capitalisri) è morto con suo grande gaudio??

  8. cara polvere il 10 agosto 2006 alle 13:03

    (ma devono ‘ste banane devono essere proprio russe?)
    io non oso dire che ho fatto buona scorta di banane o musaceae o ancora “dita” dato che la parola banana deriva dall’arabo e significa dito. (mi piace esacerbare la mia egotica saccenza)
    sennò chissà che empiriche e metasatiriche deduzioni… o no?
    un saluto
    paola

  9. nicola gifuni il 11 agosto 2006 alle 11:01

    Luigi Manconi il Marìo Antonietto di gotta continua.
    “E i «professionisti» dell’ antiberlusconismo” sono identici a quelli dell’antimafia?
    Sul Corriere della Sera di oggi: “Manconi non c’è stato un regime di Berlusconi. Sofri ha ragione, troppa enfasi anti Cavaliere”

    Il verde per caso Luigi Manconi detto l'”orso che piace alle donne dal suo amico del cuore Gad Lerner, che segnala la presenza sulla chiappa destra di una ferita di guerra, rimediata in qualche tafferuglio con l’amico Luigi Bobbio. Anni Settanta, quando i potenti di Lotta Continua si intrattenevano a colpi di spranga con i missini e la polizia…
    Lo colpirono di striscio mentre fuggiva dopo un tafferuglio tantissimi anni fa. Lo racconto, facendogli una birichinata, solo perche’ non ha mai negato di avere avuto un brevissimo passato estremista. Non ha mai sprangato nessuno, pero’. Anzi. Non sopportava la violenza. La delegava alla manovalanza. Fu il primo a capire, dentro Lotta continua. Il primo a rielaborare quel momento estremista, a fare intrallazzi con la CIA.
    In una strada romana (via Dandolo) nel cuore di Trastevere e alle pendici di Monteverde Vecchio: li’ , venticinque anni fa, c’ era una tipografia che stampava Lc ma anche Notizie Radicali, il Daily American e Nuova Repubblica, il settimanale del movimento di Randolfo Pacciardi e Giano Accame. La proprieta’ , , era dell’ americano Robert Hugh Cunningham “uno dei capi della Cia di Roma”. E vero Lc pagava il lavoro di stampa “ma ci voleva molto a capire che quello che loro scrivevano faceva molto comodo al signor Cunningham?”. Le risposte degli ex di Lotta continua sono al fiele. Cunningham era un capo della Cia… “E allora? Era un fatto che riguardava solo lui, un conto era la sua attivita’ di stampatore e un conto l’ altra. E poi non mi pare che la Cia fosse un’ associazione clandestina”. La storia e’ “vecchissima, gia’ rispose anni e anni Adriano Sofri Un altro ex, il senatore verde Luigi Manconi, e’ sprezzante: ” Tutto questo mi sembra solo un futile episodio di una futile guerra tra giornalisti. Sanguinosa e un po’ paranoica come tutte le guerre fratricide”. Adriano Sofri preferisce il sarcasmo: “Da anni si divulga questa rivelazione la mattina sui giornali e la sera a cena con gli amici. Sarei entusiasta se venisse finalmente raccolta, cosi’ si smetterebbe di parlare della lobby di Lotta continua e si discuterebbe su quella della Cia”. Il regime continua con Luigi Manconi, l’amerikano alla consolle. Panem, indultum et circensis.
    “Qu’ il mangent de la brioche!!!”



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