Psalm/Salmo x3

1 settembre 2006
Pubblicato da

di Paul Celan

Psalm
 

Niemand knetet uns wieder aus Erde und Lehm,
niemand bespricht unsern Staub.
Niemand.
 

Gelobt seist du, Niemand.
Dir zulieb wollen
wir blühn.
Dir
entgegen.
 

Ein Nichts
waren wir, sind wir, werden
wir bleiben, blühend:
die Nichts-, die
Niemandsrose.
 

Mit
dem Griffel seelenhell,
dem Staubfaden himmelswüst,
der Krone rot
vom Purpurwort, das wir sangen
über, o über
dem Dorn.
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SALMO
 

Nessuno c’impasta di nuovo, da terra e fango,
nessuno insuffla la vita alla nostra polvere.
Nessuno.
 

Che tu sia lodato, Nessuno.
E’ per amor tuo
che vogliamo fiorire.
Incontro a
te.
 

Noi un Nulla
fummo, siamo, reste-
remo, fiorendo:
la rosa del Nulla,
la rosa di Nessuno.
 

Con
lo stimma anima-chiara,
lo stame ciel-deserto,
la corona rossa
per la parola di porpora
che noi cantammo al di sopra,
ben al di sopra
della spina.
 

Traduzione di Giuseppe Bevilacqua
 

 

Salmo
 

Nessuno ci impasta di nuovo da terra e da fango,
nessuno dà parola alla nostra polvere.
Nessuno.
 

Tu sia lodato, Nessuno.
Per amor tuo vogliamo
fiorire.
A Te
in-contro.
 

Un Nulla
eravamo, siamo, ancora
resteremo, fiorendo:
del Nulla la rosa
di Nessuno.
 

Con
lo stilo d’animo chiaro,
il filamento di un cielo desolato,
la corona rossa
della parola di porpora, che cantammo
sopra, oh quanto sopra
la spina.
 

Traduzione di Luigi Reitani
 

 

Salmo
 

Nessuno di nuovo ci impasta di terra e di fango,
nessuno parla alla nostra polvere.
Nessuno.
 

Che tu sia lodato, Nessuno.
A te piacendo noi
fioriremo.
A te
incontro.
 

Un niente
eravamo, siamo, saremo
noi sempre, fiorenti:
La – niente, la
rosa nessuno.
 

Con
lo stilo chiaro d’anima,
il filamento cielo-deserto,
la corona rossa
per la parola purpurea che cantammo
sopra, oh sopra
la spina.
 

Traduzione di Helena Janeczek
 

 

Invitata da Camilla Miglio cui avevo mandato alcune mie traduzioni, ho tenuto l’autunno/inverno scorso un seminario all’Orientale di Napoli in cui abbiamo lavorato sul problema traduzione/ ermeneutica/ interpretazione di tre poesie di Celan.
Mi piacerebbe scrivere qualcosa su quest’esperienza, ma per ora non ce la faccio. Quindi alla fine ho pensato che presentare anche su N.I. una poesia in più versioni possa essere più interessante che proporre soltanto gli originali e le mie traduzioni.
Ps. Ogni contiguità con il sacramentario di Garufi è puramente casuale (ma il caso, a volte, signori miei….) h.j.
 

– 1.segue
 

749 Responses to Psalm/Salmo x3

  1. effeffe il 1 settembre 2006 alle 14:23

    Elena giusto tre domande a margine della poesia (decisamente un capolavoro)

    E’ possibile avere l’anno delle tre traduzioni?
    ovvero i traduttori erano presenti allo stesso seminario?

    Nella prima traduzione c’è un a capo che fa torto alla prima prova (reste-remo)

    In tedesco esiste una differenza tra niente e nulla? O c’è una sola parola (come in francese)?

    non posso “capire”i tre punti di vista perchè il tedesco non é tra le mie lingue, devo pero’ confessarti che il verso da te tradotto con:

    Un niente (nulla nelle altre)
    eravamo, siamo, saremo
    noi sempre, fiorenti:
    La – niente, la
    rosa nessuno.

    mi è piaciuto moltissimo anche se avrà fatto storcere il naso ai puristi il la- niente, la rosa nessuno

    Un Nulla
    eravamo, siamo, ancora
    resteremo, fiorendo:
    del Nulla la rosa
    di Nessuno.

    noi un Nulla
    fummo, siamo, reste-
    remo, fiorendo:
    la rosa del Nulla,
    la rosa di Nessuno.

    effeffe

  2. effeffe il 1 settembre 2006 alle 14:38

    Da francofona quale sei come avresti integrato la traduzione francese (curata recentemente) di Martine Broda e che presenta molte dissonanze con la versione italiana?

    PSAUME

    Personne ne nous repétrira de terre ou de limon, (fango in italiano…ec ec)
    personne ne bénira notre poussière.
    Personne.

    Loué sois-tu, Personne.
    Pour l’amour de toi nous voulons
    fleurir.
    Contre
    toi.

    Un rien
    nous étions, nous sommes, nous
    resterons, en fleur;
    la rose de rien, de
    personne.

    Avec le style clair d’âme,
    l’étamine désert-des-cieux,
    la couronne rouge
    du mot de pourpre que nous chantions
    au-dessus, au-dessus de
    l’épine.

  3. Cato il 1 settembre 2006 alle 15:56

    Caro effeffe,

    stamattina ho ricevuto una bella telefonata da un più che carissimo amico francese, e la mia giornata si è illuminata. :-))))

    Leggo ora il post della Helena e la luminosità investe anche il pc. :-))))

    Poi, sempre dalla Francia (con tutte le mie scuse per la gentilissima Martine Broda), mi arriva un terrificante “la rose de rien” e, di colpo, mi sento mancare… .-)

  4. helena il 1 settembre 2006 alle 16:00

    La traduzione di Bevilacqua è presa dal Meridiano Mondadori uscito nel 1998.
    Luigi Reitani- grandissimo traduttore di Hoelderlin- ha tradotto Salmo per una trasmissioni di “Uomini e Profeti” e la rivista “Anterem” credo nel 2005.
    La mia idem.

    In tedesco c’è una sola parola per niente/nulla. A differenza degli altri tradutto ho preferito la prima per varie ragioni.
    – una questione di impasti e simbolismo sonoro (“niente” è più “piccola”, pi soffio di “nulla”) e di registro meno alto, più colloquiale. Per me era importante sottolineare che la poesia di Celan è intrinsicamente colloquio.
    Quel “- niente” che ti piace, si ispira a una situazione linguistica in cui magari uno chiede “che hai?” e l’altro risponde “niente…”
    -per togliere Celan da una tradizione interpretativa filosofica e/o metafisica (di una certa interpretazione della metafisica) di stampo soprattutto heideggeriano e postheideggeriano
    -perché quel nichts/niente è il risultato della “Vernichtung”/”Annientamento” degli ebrei d’Europa.

    “rosa nessuno” anzicché “rosa di nessuno”:
    Sono assolutamente corrette, credo, entrambe le soluzioni. Il tedesco, come forse saprei, ama le parole composite e ne permette la creazione senza che questo appaia un procedimento particolarmente “sperimentale”. “Rosa di Nessuno” sarebbe, letteralmente” “Niemandes Rose” o “Die Rose von Niemand”. “Niemandsrose” è sospeso fra “rosa di nessuno” o “la rosa che è nessuno”. Se l’originale contiene più di una possibilità di lettura, il traduttore deve scegliere. E’ questo che rende utile la circolazione di più di una traduzione di poesie così ricche di possibilità interpretative

    Con “reste-remo” Bevilacqua intende alludere a un resto.

    “Entgegen” in tedesco ha la doppia valenza di “incontro a”/ “contro a” (vedi anche il francese).

    Avrò dimenticato qualcosa, ma per adesso la chiudo qui…

  5. helena il 1 settembre 2006 alle 16:02

    Cato, perché…non ti piace “rrrien, rrien de rrrien, non, je ne regrette rien…”?

  6. helena il 1 settembre 2006 alle 16:06

    Ragazzi, scusate, sono un covo di refusi..altro che postheiggeriano!!!!

  7. mayfly il 1 settembre 2006 alle 16:15

    Oltre al titolo l’andamento è di una preghiera e viene reso nella lingua originale in modo irraggiungibile perché è il mezzo di codificazione utilizzato dal poeta. La traduzione di Helena J. è ineccepibile e trovo assolutamente interessante questo tipo di presentazione in più versioni.
    Per quanto conosco io il tedesco, Nichts (sostantivo) è niente e nulla e non c’è altra parola.
    Poesia e nulla si equivalgono l’uno nonostante l’altro.

  8. helena il 1 settembre 2006 alle 16:31

    Trovo invece una forzatura, sia in Bevilacqua -“insuffla vita”- che in Martine Broda -“bénira”-, non rendere il riferimento alla parola che genera la ri-creazione da parte di nessuno: “bespricht”, da “be-sprechen”, parlare, parlare addosso.

  9. guglielmin il 1 settembre 2006 alle 16:46

    Se posso essere utile, la traduzione di Reitani è uscita sul numero 72 (giugno 2006) di “Anterem”, preceduto da un saggio sul’eresia dove, appunto, mette in relazione l’atto del tradurre con l’attività dell’eretico.

    gugl

  10. mgd il 1 settembre 2006 alle 17:06

    Nessuno ha mai imprecato contro il Nulla.
    Sarà per questo che rimane intatta la sua sacralità.

  11. effeffe il 1 settembre 2006 alle 17:13

    scusa Helena
    e il fango che diventa lemon?
    effeffe

  12. Cato il 1 settembre 2006 alle 17:15

    Helena, devi scusarmi, ma amo talmente quel “Niemandsrose” che ritengo ogni traduzione del termine, compresa quella italiana, per quanto bella, incapace di renderne la pienezza e la complessità simbolico-semantico-fonica.
    E’ un po’ quello che succede, tanto per fare un esempio che non ha nessuna pretesa di accostamento o di parallelismo, con la “Douve” di Yves Bonnefoy.

    Comunque le traduzioni sono tutte veramente validissime.

    p.s.

    Per quanto riguarda il tuo riferimento a Bevilacqua, credo che il termine scelto, “insuffla vita” per “bespricht”, sia sostenuto da una evidente volontà di agganciare i primi due versi al racconto del Genesi biblico (2,7).

    *
    Anche a me è sempre piaciuto, ad esempio, traducendo pro domo mea, rendere il “Gelobt sei du” con un “laudato sii” di francescana memoria, fedele al richiamo che questo verso mi suggerì la primissima volta che lo lessi: anche per l’effetto di straniamento, e di totale rovesciamento di prospettiva, che il successivo “Niemand” provoca rispetto alla “memoria” che il “gelobt” contiene.

  13. Ascanio il 1 settembre 2006 alle 18:53

    L’unica finezza a me pare proprio questa di Reitani, proprio nel verso cruciale:

    del Nulla la rosa
    di Nessuno

    Qui c’è del genio, che altrove, traduzione francese compresa, dice bene Cato, difficilmente si riesce a sentire consonante all’originale comunque inarrivabile.

  14. Andrea Raos il 1 settembre 2006 alle 19:25

    La soluzione di Reitani è senz’altro molto elegante, forse troppo (troppo “italiana”, mi verrebbe da dire, con un retrogusto quasi da ermetismo anni 30). Non mi stupisce che Helena ne abbia cercata un’altra.

    Dobbiamo comunque dire grazie a lei e a tutti i traduttori.

    (p.s. il casuale accostamento con il post di Garufi è il tipico esempio di ciò che, a volte, mi fa letteralmente adorare Nazione Indiana).

  15. Cato il 1 settembre 2006 alle 21:47

    Mi accorgo solo adesso che, per la fretta (una mano sulla tastiera e una sulle chiavi di casa), mi era sfuggito un refuso, quindi “seist du”, e pace. Anzi, amen.

    @ Andrea Raos

    “Adorabile” il tuo post scriptum. ;-)

  16. Cato il 1 settembre 2006 alle 21:55

    @ Helena

    Visti i temi toccati nel seminario a cui fai riferimento, mi piacerebbe sapere cosa ne pensi del commento di H. G. Gadamer a “Atemkristall” e se le questioni da lui sollevate sono emerse nel corso dei lavori.

    Spero di non aver chiesto troppo, o di essere andato OT.

  17. roberto il 1 settembre 2006 alle 22:04

    Non sono un traduttore, non conosco il francese, ma grazie ad Helena, tutti insieme, avete fatto un bel lavoro.

  18. antonio sparzani il 1 settembre 2006 alle 23:44

    Grazie, Helena, per questo inusuale ma ottimo esercizio di confronto di punti di vista sullo stesso testo, già di suo molto forte. Sono maniacalmente per la traduzione più letterale possibile, compatibilmente con lingua e contesto. Per questo preferisco il ‘resteremo’ di Reitani al tuo ‘saremo sempre’, così come prefersico molto il tuo ‘sopra, oh sopra’ al ‘sopra, oh quanto sopra’ di Reitani o al ‘ben al di sopra’di Bevilaqua. Un punto di difficile resa è il ‘bespricht’. Anche qui trovo migliore il tuo ‘parla alla’ che gli altri. Anche perché non trovo traccia del senso di insufflare che Cato attribuisce alla ricercata analogia con Genesi 2.7.
    Comunque una gioia per la pelle. A.

  19. helena il 2 settembre 2006 alle 00:12

    Grazie a Guglielmin che segnala il numero di Anterem sul quale sono uscite le traduzioni di Reitani!

    E grazie a tutti…Mi fa molto piacere che apprezziate la proposta.

    Proprio perché l’originale è inarrivabile, più di una traduzione aiutano ad avvicinarsi alla sua pienezza.

    @ Cato “Laudato sii” è splendido ma su tutt’altro registro di quello che avevo scelto. Ti hai fatto una traduzione di Psalm? Ti andrebbe di condividerla con noi altri? Senza impegno…
    “Atemkristall” l’ho letto un bel po’ di anni fa e non lo ricordo benissimo ora. Solo che “gadamerizzasse” molto Celan, lo rendesse più filosofico e meno doloroso di quanto pare a me…

    @Antonello “saremo noi sempre” voleva a) emulare la compresenza secca di passato, presente e futuro in un verso solo (waren wir, sind wir, werden)
    (eravamo, siamo, saremo)
    b) creare un tessuto di assonanze forti SAremo SEmpRE fioRENTI simile a WErden Wir BLEiben BLuehend…

    Con Reitani avevamo parlato delle nostre rispettive traduzioni ed eravamo d’accordo che la parola (il verbo, il logos) all’inizio ci doveva stare…

  20. Cato il 2 settembre 2006 alle 00:51

    Ogni lettura/interpretazione, di fronte ad opere di questa altezza, quando è supportata dalla passione, dalla dedizione e dallo studio, non fa che aprire orizzonti nuovi all’intelligenza del testo, soprattutto quando il testo si fa esso stesso sostanza e veicolo di sensi indicibili.

    Fermo restando il valore di tutte le traduzioni proposte da Helena, io penso che, in riferimento al “bespricht unsern Staub”, la traduzione fortemente e volutamente analogica di Bevilacqua sia comunque affascinante e convincente, non solo perché riporta immediatamente l’autore nel cuore della sua “cultura” di riferimento e delle sue radici (sia pure sul piano sottilmente o esplicitamente conflittuale che sappiamo), ma anche perché allarga a dismisura le maglie del simbolico, precipitando nel nulla-di-storia una trascendenza altrimenti inavvicinabile, inconcepibile.

    Provo a ragionare. “Erde und Lehm” sono terra e fango, “la polvere della terra” con cui dio plasma l’uomo, e poi vi alita, come Logos/parola/respiro, la vita (Genesi): l’atto della parola (la prima nominazione) e l’inizio della vita coincidono. Se per Celan il “wieder” rende chiara l’idea/intenzione di una nuova creazione, ciò significa che l’uomo della prima è stato cancellato, annientato, trascinando nel suo nulla lo stesso dio che, adesso, come un indefinito/indefinibile “Niemand”, è incapace di ogni “bespricht”, cioè dell’atto che, attraverso la parola, dà vita, dà alla vita. “Nessuno” esiste proprio perché l’irrimediabile cancellazione dell’umano (sul piano storico e sul piano ontologico) è frutto del nulla-di-parola: il percorso e la metamorfosi di Jahve in Niemand, è lo stesso percorso di progressiva, inarrestabile nullificazione della parola (ossia della vita).

    *

    Mi piacerebbe sapere se esiste una traduzione di questo testo da parte di un altro grande cultore di lunga data dell’opera di Celan: Michele Ranchetti. Sarebbe bello, e interessante, aggiungerlo alla lista, allargando, con l’apporto di ulteriori confronti, il ventaglio dei “sensi possibili”.

  21. db il 2 settembre 2006 alle 00:56

    possibile che il salmo sia un controcanto consapevole all’iscrizione che Rilke volle sulla sua tomba a Raron

    Rose, oh reiner Widerspruch, Lust,
    Niemandes Schlaf zu sein unter soviel
    Lidern.

  22. Cato il 2 settembre 2006 alle 00:59

    Ho scritto di fretta, dopo aver letto l’intervento di Antonio Sparzani. Siate buoni, nel caso qualcuno volesse “menarmi”: guardate l’ora!

    Helena, domani, al ritorno dal lavoro, vedo se posso rispondere a quanto chiedi: sappi, comunque, che, per me, “tra-durre” e “tra-dire”, sono sinonimi (o quasi).

    Buona notte.

  23. Dalby il 2 settembre 2006 alle 01:11

    chiedo umilmente scusa per l’intrusione e per questo (imperdonabile) ot, davvero.

    @ db

    leggi, per cortesia, nella casella di posta elettronica. se puoi, rispondi. grazie.

    p.s.

    scusate di nuovo.

  24. db il 2 settembre 2006 alle 02:35

    Nessuno ci plasma più da terra e argilla,
    nessuno scongiura la nostra polvere.
    Nessuno.

    Lodato tu sia, Nessuno.
    Per te noi vogliamo
    fiorire.
    Contro
    te.

    Un Nulla
    eravamo e siamo e
    resteremo, fiorendo:
    la rosa di Nulla e
    di Nessuno.

    Lo stigma chiaro-anima,
    lo stame grigio-cielo,
    rossa la corolla
    della parola purpurea che noi cantammo
    sopra la spina,
    oltre.

  25. wovoka il 2 settembre 2006 alle 07:44

    Anin anin a noolis
    cumò cal duar il loof
    lu cjaparin pe code
    lu menarin tal cjoot

  26. guglielmin il 2 settembre 2006 alle 08:18

    Sempre nell’ultimo numero di Anterem ci sono alcune traduzioni di Celan a Mandel’stam, a loro volta tradotte in italiano da Camilla Miglio, la quale, in un breve saggio successivo, commenta Celan traduttore.

  27. db il 2 settembre 2006 alle 10:06

    Nessuno ci plasma più da terra e argilla,
    nessuno scongiura la nostra polvere.
    Nessuno.

    Lodato tu sia, Nessuno.
    Per te noi vogliamo
    fiorire.
    Contro
    te.

    Un nulla
    eravamo e siamo e
    resteremo, fiorendo:
    la rosa di nulla e
    di nessuno.

    Lo stigma chiaro-anima,
    lo stame grigio-cielo,
    rossa la corolla
    della parola purpurea che cantammo
    sopra la spina,
    oltre.

  28. Mayfly il 2 settembre 2006 alle 11:18

    @ Helena

    Continuo ad intromettermi ma vi sento tutti così tolleranti ed amabili – oltre che molto competenti – che non riesco ad eclissarmi.

    Si può fare poesia dopo Auschwitz,
    aber Psalm ist ein Loblied.
    Ich in der
    Ich bin da
    und wo war Gott als sein Volk in den Konzentrationslagern litt?
    La rosa è l’umanità e rosso è il colore del sangue umano che scorreva copioso – e che continua a scorrere – ci sono concessi solo brevi momenti di tregua (Primo Levi).
    Ma rosso è anche il colore della vita.
    Il Niemand del primo verso ed il Niemandrose dell’ultimo, dico una bestialità con “li preferirei lasciare intradotti” ?

  29. helena il 2 settembre 2006 alle 11:34

    E’ per questo, Mayfly, che ho preferito “niente”. Lì per me non c’è letteralmente più niente e nessuno. Niente di intatto e di sacrale (per parafrasare Magda): non nel senso di una teologia negativa come la si poteva concepire anche prima della, mi ripeto, “Vernichtung”. Per questo ho cercato un registro che fosse sì di Salmo, di Loblied (ah, quanto amaro, sopra la spina), ma secco, privo di riempitivi, di mosse appartenenti alla tradizione lirica alta italiana.
    Questa è una dichiarazione pro domo mea, d’accordo, anche se la traduzione di Reitani l’apprezzo moltissimo. Ripeto: il punto non è quale sia la più bella…
    Credo di capire quel che vuoi dire con quel “li preferei lasciare intradotti”…

  30. Mayfly il 2 settembre 2006 alle 11:42

    Entschuldigen Sie mir bitte! Mi perdo le lettere oltre che me stessa, infatti :
    Ich bin der
    Ich bin da

  31. mgd il 2 settembre 2006 alle 11:45

    Se capisco bene non è un’ontologia del nulla, ne una teologia negativa, ma ancora di più, di più essenzialmente semplice, qualcosa che anticipa l’ontologia, vanificandola, e sostituisce la necessità del sacro.
    E’ cio’ che sta *invece* della costruzione, qualsiasi costruzione.
    per Heidegger piu’ che teologia negativa,(interpretazione successiva) parlerei di mistica sottrazione ontologica, che per quanto susciti l’avversione come per una metafisicheria, ha un suo fascino profondo.

  32. Mayfly il 2 settembre 2006 alle 11:53

    @ Helena

    Quando verrà il momento e troverai il tempo per raccontare del seminario all’orientale, io ci sarò.
    Beste Gruessen.

  33. mgd il 2 settembre 2006 alle 11:54

    Come se Celan si riappropiasse della realtà semplice, attraverso la negazione delle superflue costruzioni, e Heidegger toccasse verità per sottrazione metafisica e ontologica del già noto, della sua storia. in comune c’è il flatus mistico(filamento di cielo deserto) e anche la devozione alla parola( purpurea). Altra analogia è l’aspetto catartico della tabula rasa esistenziale. Pero’ dovrei leggere meglio….

  34. apocrifo il 2 settembre 2006 alle 13:19

    alcuni appunti sulla ‘essenzialità’ (sempre risonante, però), sul ‘togliere’, sulla spoliazione della parola come (vertiginosa) tensione etica intrinseca alla forma di questa scrittura, così come ci viene restituita dalle precise scelte traduttorie di helena.
    p. levi-celan. si sa del giudizio negativo espresso da levi sulla oscurità della poesia di celan, specchio formale buio, vertigine espressiva intorno al caos che il trauma biografico della shoah consegna al soggetto fino a trascinarlo al suicidio nella senna.
    eppure, come diceva lo stesso bevilacqua nella esegesi complicata del senso riposto in Sprachgitter: “celan si richiama, da un lato, alla precarietà di ogni dire, dall’altro alla perfetta geometria che rende perspicua la struttura dei cristalli e vorrebbe trovare riscontro nella struttura del testo poetico”.
    è in questa tensione che va ricercata la natura di questa ‘oscura essenzialità’. una tensione etica, che in modi diversi ma complementari (come per levi e celan) arriva a coinvolgere la mathesis della scrittura tout court, l’indicazione preziosa e vitale di una ‘tradizione’ cui richiamarsi – se s’intende la parola (poetica e non) come strumento ‘impuro’. la scrittura compromessa con la sua radice e ragione d’essere fondativa, che è quella di ‘conquistare tacendo’ e di esprimere, infine, la parola che viene dai morti (e dall’attesa inevasa, dalla promessa di futuro).
    helena: davvero belle e convincenti le tue scelte, f.

  35. wovoka il 2 settembre 2006 alle 14:27

    La strofetta di prima l’avevo messa pensando di essere in quell’altro thread, quello delle bestemmie (tengo sempre aperte troppe finestre sul desktop, da qui l’errore) per vedere se otteneva un piccolo effetto “straniante”. Nessun intento ironico su questi argomenti. Magari non serviva, ma ci tenevo a specificarlo. Ciao

  36. db il 2 settembre 2006 alle 15:32

    @ elena
    mi sembra che quanto dice C. ne “Il meridiano” del poetare si può applicare al tradurre: come il poeta tenta una topografia della vita, così il traduttore tenta una topografia del testo poetico. I traduttori come poeti/cartografi di seconda mano. Con relativi strumenti: lessico innanzitutto, usw. O detto altrimenti, viaggio verso l’altro, per decifrarlo. In questo senso i diversi traduttori navigano verso la stessa isola, ognuno convinto che la sua sia la rotta giusta. Non è già il paradigma della democrazia?
    Vabbe’, ho già fatto 2 tentativi estemporanei (mi manca il Grimm usw.), e mi riservo casomai il terzo ed ultimo, come per i saltatori.

    Il titolo è da prendere serissimo, nel rif. al libro dei Salmi: e programmatico, se al v. 1 c’è riferimento categorico a Gn 2, 7. |Qui un primo problema: Lehm è argilla, a far dunque endiadi con Erde, mentre il fango è Schlamm: o no?)|
    Il v. 2 insiste sulla polvere, evocando Gn. 3, 19, ossia la maledizione: “Polvere sei, e in polvere ritornerai”: il quale passo poi richiama potentemente l’Ecclesiaste (vanitas vanitatum) e Giobbe (nudo uscii e nudo ritornerò), ossia i 2 libri biblici che fanno da corona ai Salmi. Perciò con estrema conseguenza al v. 4 c’è la lode in II persona singolare, come nei salmi di Davide. C. insomma fa i conti con la tradizione, e con i suoi stilemi. |Qui un secondo problema: bespricht è da contestualizzare in Gn 2, 7 o in Gn 3, 19 + Giobbe? Tutti voi propendete per la uno, e quindi variate sul tema dell’insufflare la vita al primo golem. Io invece no: “NOSTRA polvere” significa che noi siamo già stati creati, e siamo attualmente polvere stante la maledizione. Forse pensando a questo la Brode traduce “benedice” come l’opposto appunto della maledizione. Ma besprechen non ha quest’accezione, mentre ha quella di beschwören, ossia esorcizzare, fare gli scongiuri, insomma redimere in qualche modo, rianimare, risanare. O no?|

    continua (spero)

  37. Cato il 2 settembre 2006 alle 16:58

    @ db

    “Esorcizzare”/”scongiurare” la polvere, come tu traduci, è esatto, letteralmente: equivale ad allontanare ciò che ha reso la polvere tale, quindi a ri-animare, cioè a ripristinare il circuito della creazione”da terra e argilla”: in questo modo, dire nessuno ci riplasma, perché nessuno può impedire che, quanto uscì dalle mani del creatore, sia ridotto in polvere, significa attestare, insieme all’inesorabilità della polvere, l’impossibilità della parola a dire, cioè a creare. Se, dunque, il possibile esorcismo avviene attraverso la parola, ed equivale alla parola che “diede” vita (Genesi), mi chiedo perché, secondo te, la seconda opzione non sia altrettanto valida, per traslazione analogica, inglobante, oltretutto, anche il dettato biblico che giustamente richiami. Tieni presente, come ben sai, che in Celan benedizione/maledizione (cioè preghiera/bestemmia) sono un tutt’uno in una miriade di testi e, molto spesso, proprio l’aderenza alla lettera, si rovescia in un ulteriore, inesorabile sovraccarico di senso/i. Dico questo perché mi piacerebbe seguire fino in fondo il tuo discorso, e anche perché, immagino, non mancheranno altri “luoghi” controversi del testo: ad iniziare proprio dalla coppia simmetrica “nulla/nessuno”. Ma non prenderti nessun impegno, non vorrei fare la figura di quello che “istiga” e poi scompare, visto che per alcuni giorni non mi sarà assolutamente possibile usufruire del mezzo. Un’ultima considerazione: il lavoro di assemblaggio operato da Celan nella compilazione e nella cura delle sue raccolte segue una logica profonda, che rappresenta un ulteriore elemento caratterizzante il disegno complessivo dei suoi testi; niente avviene a caso, a partire dalla successione delle liriche, fino ai continui e sotterranei rimandi e collegamenti a/con testi di altre raccolte. Qui si aprirebbe un capitolo ancora più sorprendente, per certi versi, e forse è meglio soprassedere: voglio solo dire che l’autore semina tracce e indizi, affinché il lettore ne segua il sentiero, nella silenziosa cancellazione che di essi avviene al loro primo apparire. Personalmente, non sono mai riuscito ad avvicinare “Psalm” senza ripercorrere i testi che lo precedono, soprattutto il primo, “Es war Erde in ihnen”, a partire dal quale il processo di osservazione della “riduzione alla polvere” va di pari passo con la “riduzione al silenzio, al nulla-di-suono” della parola. “Es war Erde” / “Es kam eine Stille” / “O einer, o keiner, o niemand”.

    @ Helena

    Sono assolutamente d’accordo su quanto dici a proposito della lettura gadameriana. La “mia” tra-duzione, per le ragioni accennate sopra, provvederò a fartela avere: inutile postarla, se poi sono costretto a sottrami alle inevitabili “martellate”. Ti dico solo che sono persuaso della profonda radice “religiosa” del testo; “Dir entgegen” lo interpreto come una sorta di “sia fatta la tua volontà”; “die Nichts-, die / Niemandsrose” lo rendo con “un nulla in forma di rosa / la rosa di nessuno”; “seelenhell” è “anima-trasparente”, con evidente allusione alla sua “fragilità”; “himmelswust” con vuoto-di-cielo; in “der Krone rot” / vom Purpurwort”, leggo una chiara allusione al sangue sacrificale.

    Buon proseguimento. Questo thread è bellissimo (in tutte le declinazioni semantiche del termine).

  38. db il 2 settembre 2006 alle 18:59

    Accolgo con piacere il ragggionamento di Cato, con dispiacere la sua imminente assenza: lodato tu sia, o Cato!
    Dev’essere chiaro che i vv. 1-2 non si riferiscono entrambi al momento della creazione divina (che sarebbe poi una ripetizione fiacchina), ma il v. 1 alla creazione, il v. 2 allo stato dell’uomo dopo il peccato e la maledizione. “Rianima” sarebbe bello, ma andrebbe a cozzare con l’anima del v. 15 . Perciò fino a nuovo ordine, io metterei “redime”.
    Il v. 4, che inaugura la II strofa, è il perno di tutto. E’ reiner Widerspruch, per dirla con Rainer, contraddizione pura. Innanzitutto contraddizione con la I strofa: che lodiamo a fare, se nessuno ci salva? Dovremmo casomai imprecare, ossia fare il contrario puro! E poi: lodare è connotare positivamente, porre cioè qualcosa, e invece qui è un nessuno. La situazione è di un’ironia sublime, che richiama la negatività infinita di Socrate (Ad es. il “Protagora” platonico, che si conclude non senza un risultato, ma con un risultato nullo – qui si potrebbe dire: C. ateo, non agnostico): tanto più che quel nullo è una persona (la seconda appunto), che conseguentemente assume in C. l’iniziale maiuscola (che nella I strofa manca, o c’è solo in funzione del punto che la precede). Viene in mente anche l’astuzia ironica di Ulisse-Nemo con Polifemo (ma chi è astuto qui? Ai postumi l’ardua sentenza).
    NB Solo con l’apostrofe del v. 4 il negativo si personalizza-maiuscolizza. Il Nichts del v. 9 è maiuscolo solo in quanto sostantivo, e perciò va tradotto minuscolo, esattamente come i sostantivi seguenti Nichtsrose e Niemandsrose (brave Helena e Martine, e una tiratina d’orecchi a Bevilaqua e Reitani).
    Ho detto ironia, potevo dire paradosso. Ora, una situazione paradossale del genere, e anche diffusa, è il parlare coi morti (l’”Ah! Sugli estinti / non sorge fiore ove non sia d’umane / lodi onorato e d’amoroso pianto” del Basetta): al cimitero gente che parla da sola, e se chiedi risponde: “Stavo parlando con nessuno”. Dietro C. ovviamente c’è lo Hölderlin degli dèi fuggiti e l’ultimo Rilke del colloquio oltretombale.
    Invece la faccenda del “niente” o “nulla” è un po’ caprina. Ossia, come nordico capisco Helena che trova niente più basso di nulla, ma già in Toscana la distinzione non regge: ad es. da me dicono “bon da gnente” e là invece “buonannulla”. E siccome vivaddio (sic!) siamo italiani…

  39. stefano zangrando il 2 settembre 2006 alle 19:04

    Sono d’accordo con Cato: questo thread ecc. ecc.
    Saluti.

  40. db il 2 settembre 2006 alle 21:04

    @ Cato, in memoriam
    Essenziale quello che disse, ossia che un componimento singolo riceve luce dall’architettonica, dal luogo in cui è collocato dall’autore (vale sempre: ad es. gli LP dei Beatles). Del resto Cato è colui che nel suo De Agricoltura raccomandò di snocciolare le olive prima di frangerle: non so se mi spiego…

    Dir zulieb /Dir entgegen, vv. 5 e 8-9. “L’ho fatto per amor tuo!”, “L’ho fatto per te!”, singhiozza la mamma accennando ai soldi per l‘ero passati al figlio ecc. ecc. Lo scoglio è entgegen: verso te o contro te? La tentazione è grande: come i girasoli che fioriscono e si girano verso il sole… Ma in coppia con zulieb, l’entgegen/verso sarebbe una mera diminuzione, mentre l’entgegen/contro estremizza la contraddizione: ti lodiamo, Nessuno, per la tua funzione… di sembiante direbbe Diola Can, di pattumiera vuota su cui noi scarichiamo amore e odio (e soldi, se il dott. Nemo è uno psicanalista). Boh… |ma non” in-contro”: già c’è Cacciari in prosa…|
    vv. qui siamo in pieno Eccl. 12, 9-10: “prima che la polvere torni alla terra com’era prima, e lo spirito torni a Dio che l’ha dato. Vanità delle vanità, tutto è vanità”. Passaggio cioè dalla polvere al nulla/vano, dalla metafora al cosa – ma ecco in C., subito raddoppiato in direzione opposta, dal cosa alla metafora, dal nulla/vano al fiore.
    NB Bluhend di v. 11 è tanto riferito/riferibile a “noi” quanto a “nulla” (forse più a questo): perciò “fiorendo” o “in fiore” vanno bene, “fiorenti” al plurale è compromettente.

    OT mo’ vado al concerto di mio figlio 16nne (più che per sentirlo, per riportarli a casa con gli strumenti). Sono in 4, suonano emopunk, si chiamano “Thee Dust”, cioè alla shakespeariana (ma sono ignoranti come capre, non so come abbiano scovato il nome) “Tu, polvere”… il posto, gratuito, è lo Zoe (vita), in piazza Anita Garibaldi (e la nonna paterna si chiama Anita, garibaldinissima, se sua sorella unica fu chiamata Rosita come la figlia morta presto dell’eroina).

  41. STEVE O il 2 settembre 2006 alle 21:44

    PENSATE UN PO’ MENO , E GUARDATEVI JACKASS CON Johnny Knoxville E Bam Margera , VI RINFRESCHERA’ LE CERVELLA… E MAGARI DOPO CI VEDRETE PIu’ CHIARO.
    SECCHIONIIIIIIIIIIIIIIIIIII

  42. apocrifo il 2 settembre 2006 alle 21:50

    Caro Steve a forma di MTV
    io Jackass lo vedo e me lo rivedo
    ma poi mi leggo anche chi studia a chi lavora.
    Quindi sciaquati la bocca e prova
    con il milione e mezzo di euro
    di unanimous, che magari riesci meglio.
    Un saluto alle tue, di cervella.

  43. STEVE O il 2 settembre 2006 alle 21:52

    LE MIE CERVELLA RICAMBIANO

  44. STEVE O il 2 settembre 2006 alle 21:56

    BLABLABLAalcuni appunti sulla ‘essenzialità’ (sempre risonante, però), BLABLABLA sul ‘togliere’, sulla spoliazione della parola come (vertiginosa) tensione etica intrinseca BLABLABLA alla forma di questa scrittura, così come ci viene restituita dalle precise BLABLABLA.

    MA CHE STRANO RUMORE CHE FANNO LE TUE!
    CI VUOLE PIU’ JACKASS APOCRIFO!

  45. apocrifo il 2 settembre 2006 alle 23:17

    Caro Steve
    Volevo dirti che non sono l’Apocrifo dell’essenzialità, ma un altro apocrifo non meglio identificato. Mi scuso con l’Apocrifo precedente e con gli altri per il disturbo.

  46. caracaterina il 3 settembre 2006 alle 12:38

    Avete sentito rairadio3 stamattina? A Uomini e profeti, la Caramore ha intervistato Reitani proprio a proposito di questa poesia. Non so se fosse una registrazione estiva o una diretta, io l’ho ascoltata per la prima volta. Ma quello che l’ha resa preziosa era la messa in onda della voce di Celan stesso che recitava questo suo salmo. Mi sono emozionata, ovvio. Soprattutto avvertendo come ha pronunciato il terzo Niemand. Diversamente che per gli altri che compaiono nel testo, l’ha pronunciato accentuando e staccando Nie da mand e il tutto suonava come Nie Mann. Con quel Nie assoluto, isolato, quel Mai affermato con una disperazione asciutta e totale. L’interpretazione, come la traduzione, è interminabile.

  47. Andrea Raos il 3 settembre 2006 alle 13:04

    So che esistono (anche in cd) diverse registrazioni di Celan che legge le sue poesie. Su amazon o simili penso che si trovino.

  48. emma il 3 settembre 2006 alle 13:50

    Questa è la prima puntata di Uomini e profeti (a quanto pare la prima messa in onda è del 9/1/2005).
    A me (conosco poco Celan e ignoro il tedesco) sembra interessantissima e perfettamente in tema con il post e con la discussione. Anche qui c’è Reitani. Anche qui ci sono letture di Celan.
    Penso che la seconda puntata – quella di oggi di cui parla Caracaterina – possa essere reperita in rete domani.

    http://www.radio.rai.it/radio3/view.cfm?Q_EV_ID=178673
    (cliccare su riascolta la puntata)

  49. db il 3 settembre 2006 alle 14:23

    No one kneads us again out of earth and clay,
    no one incants our dust. No one.

    Blessèd art thou, No One.
    In thy sight would
    we bloom.
    In thy
    spite.

    A Nothing
    we were, are now, and ever
    shall be, blooming:
    the Nothing-, the
    No-One’s-Rose.

    With
    our pistil soul-bright,
    our stamen heaven-waste,
    our corona red
    from the purpleword we sang
    over, O over
    the thorn.

    Translation © 2001 by John Felstiner.

    l’ho trovata adesso su google, dove ho sentito più letture di Celan (ma non trovo Psalm). L’enfasi sul terzo Niemand me la figuro così: “Al concerto di Bob Geldof non c’era nessuno, ma proprio NE-SSU-NO”. NIE-MAND.
    Ero un fanatico di Jackhass (soprattutto Marghera che faceva gli scherzi ai genitori). Mi sono tenuto in vasca da bagno un coccodrillino, fin che una volta, mentre lo facevo anch’io, mi ha troncato di netto gli attributi. Così ho letto l’Uomo senza attributi (Eigenschaften) di Musil, e mi sono avvicinato alla poesia (nihilista in particolare). Ieri sera l”entrata dello Zoe era incuneata tra una banca con sportello e un’agenzia ippica: ci sono entrato e… ma questa è un’altra storia, per cui ho 3 opzioni
    1- raccontarla
    2- proseguire l’indagine del salmo
    3- tacere del tutto

  50. Andrea Raos il 3 settembre 2006 alle 14:47

    db, io voto per la 2.

  51. temperanza il 3 settembre 2006 alle 14:50

    Interessante.

    Io avrei tradotto “besprechen” con *interpellare*. Risulterebbe più chiaro il senso del *be*, con la sua connotazione transitiva.

    Non capisco dove nasca quel “insuffla la vita” di Bevilacqua, se non attribuendolo a un accostamento inconsapevole con l’immagine biblica del verso precedente. Riportarlo a “incantare” e da “incantare” passare a “dar vita” (Grimm 5) mi sembra un azzardo.

    Reitani sta nel mezzo, ma anche qui non vedo come “besprechen” possa essere tradotto con “dare la parola”. Sempre Grimm alla mano. Mi piacerebbe che potesse rispondere lui. I passaggi che portano agli sconfinamenti di senso sono sempre interessanti.

    La soluzione di Janeczek mi sembra la più corretta, salvo che “parlare a” perde non solo quella proprietà transitiva, ma scivola verso un molto terrestre “parlar con qualcuno”.

    La riflessione che mi viene da fare riguarda le traduzioni dei germanisti (in generale), che virano sempre un po’ troppo verso la lingua letteraria, cioè verso la loro conoscenza “scolastica” della lingua italiana. Non vale per tutti, ovviamente, ma è vero che i germanisti, per ragioni di specializzazione e competenza, hanno della lingua poetica italiana una conoscenza che risale quasi sempre ai loro studi di letteratura italiana all’università e si ferma più o meno a Montale. Quel che è successo nella lingua della poesia negli ultimi cinquant’anni è loro estraneo. E questo porta a schiacciare il pedale e mandare il lessico come un razzo verso la “nobilitazione lirica”.

    E questo è curioso, perchè conoscono bene la poesia ben poco liricizzante della letteratura tedesca contemporanea. C’è troppo Leopardi, nella loro lingua poetica, e poco Heidegger:-)

    Questo dovrebbe farmi apprezzare anche la soluzione di “niente” rispetto a “nulla”, e in effetti è così, però la ripresa del genitivo

    die Nichts-, die
    Niemandsrose

    qui c’è, e allora la traduzione di Bevilacqua

    (la rosa del Nulla,
    la rosa di Nessuno.)

    Mi sembra la più riuscita.

  52. db il 3 settembre 2006 alle 15:40

    Cato se n’è ito, ma tempestiva Temp! da quel che lascia trapelare dalla consultazione del Grimm (ma domani consulterò finalmente anch’io), c’è poco fa fare: ho ragione io, e nella mia versione primitiva:
    nessuno scongiura la nostra polvere
    (altro che parlare, dare la parola ecc.) dove scongiurare è lett. Allontanare forze malefiche da una persona (Devoto-Oli). Normalmente si scongiurano gli spiriti maligni, ma essendo qui polvere=maledizione, allora si scongiura la polvere: nessuno riscatta la nostra polvere, casomai, nessuno cioè ci riscatta dal nostro destino di esser polvere, con riferimento a Gn 3, non già a Gen 1. (il besprechen ha dentro lo sprechen/parlare in quanto è dire la parola magica: nessun esorcista dunque – al massimo esorciccio).

    Dunque Iddio onnipotente non può nulla: ma un dio che non può nulla è una contraddizione in termini. Dio non esiste – ateismo pieno. Quindi salmo come lode a dio non si può dare: (ecco l’ironia che sa di beffa) la lode resta, ma a… Nessuno (che beffardamente di dio tiene solo la vuota insegna, ovvero la maiuscola dell’iniziale).

    Niente dio dunque, ma intanto resta che noi siamo polvere e solo vana polvere, e quindi un niente/nulla. Ma
    questa polvere sempiterna (passata presente e futura / eravamo, siamo ecc.), questo nulla fiorisce.
    Aristotele distingueva vari tipi di dynamis, il più noto dei quali è il movimento fisico. ma c’è anche il crescere degli animali, e il fiorire/sbocciare dei vegetali. Fiorire è il passaggio all’atto, dalla potenza (energheia). ma qui a fiorire è il nulla, ovvero l’impotenza (per i greci non si dà creazione dal nulla). Quello che afferma Celan dunque è assordo, o è un miracolo. Questo miracolo è il fiorire della Nichtsrose/Niemandsrose. I miracoli dunque (o gli esorcismi) li fanno gli uomini, non l’Iddiota. Resta da vedere come.

  53. mgd il 3 settembre 2006 alle 15:40

    lo zio Martin:

    ” arriviamo troppo tardi pee gli Dei e troppo presto per l’Essere”

    che in questo lasso, limbo d’assenza temporale, abiti l’eternità del nostro nulla o niente come preferite ?

  54. vera blau il 3 settembre 2006 alle 16:16

    Nessuno ci impasta di nuovo di terra e fango,

    nessuno scongiura la nostra polvere.

    Nessuno.

    Che tu sia lodato, Nessuno.

    Per te vogliamo

    fiorire.

    Te

    incontro.

    Un niente

    fummo, siamo,

    resteremo, fiorenti:

    la rosa del niente, la

    rosa di nessuno.

    Con

    lo stilo chiaro d’anima,

    il filo di polvere deserto di cielo,

    la rossa corona

    della parola porpora che cantammo

    sopra, o sopra

    la spina.

    ( … da dove viene questa misteriosa Niemandsrose…. forse è un lontano saluto a Rilke il cui epitafio dice : Rose, o reiner Widerspruch, Lust niemandes Schlaf zu sein unter so vielen Lidern…)

  55. temperanza il 3 settembre 2006 alle 16:26

    @db

    Eppure a me sembra molto tirato.

    Niemand knetet uns wieder aus Erde und Lehm,
    niemand bespricht unsern Staub.
    Niemand.

    tu traduci:

    Nessuno ci plasma più da terra e argilla,
    nessuno scongiura la nostra polvere.
    Nessuno.

    Dallo scongiuro al riscatto vedo parecchia strada da fare. Perchè è vero che il tuo “ragionamento” tiene, ma come c’è un’autonomia (un po’ temibile) dell’interpetazione, c’è anche una tenuta complessiva del testo che è discorsiva (spero di essere chiara perché ammetto di non avere un lessico specialistico a cui far ricorso). I due primi versi sono compatti e il secondo riprende e rafforza il primo, nella tua versione ci sarebbe una divaricazione del senso.

    Non so, sono perplessa.

    Se “nessuno ci plasma più” la negazione è rivolta a un gesto positivo, e allora anche il secondo verso, per come è costruito, dovrebbe negare una positività.

    Continuo a non vedere il passaggio dallo scongiuro al riscatto. O meglio, lo vedo nel tuo commento ai versi, ma non lo ritrovo di fronte al testo.

    Grimm 5) besprechen, mit feierlichen worten, incantare.
    Poi rimanda a verprechen, zaubern, e potresti aver ragione, ma nel senso del miracolo della creazione, e in questo caso avrebbe ragione Bevilacqua e torto tutti gli altri. Anche in questo caso sarebbe interessante chiedergli se la strada è stata questa.

  56. temperanza il 3 settembre 2006 alle 16:46

    Vedo adesso il commento di @ Raos sull’eleganza della versione di Reitani, anche la mia osservazione sui germanisti va in quel senso.

    @db

    Il toscano ha perso. A favore della lingua delle grandi case editrici, nordiche quasi tutte:-) Anche di questo si deve tener conto. A meno che non si scriva in falso antico.

    @ cato (se torna)

    “sappi, comunque, che, per me, “tra-durre” e “tra-dire”, sono sinonimi (o quasi).”

    Non dirmi questo!!!

  57. temperanza il 3 settembre 2006 alle 17:22

    @per Cato

    “… Molti (poeti moderni) – non tutti, non i più integri – si sono creduti autorizzati a libertà che hanno giustificato con le “leggi” del dialogo fra i poeti, “leggi” che li dispensavano dai doveri ordinari dei traduttori. Ne sono risultate (…) traduzioni che non sono in fondo che “ricreazioni” libere. Si tratta di forme ipertestuali poetiche, che non si ha diritto di confondere con delle traduzioni. Poiché, come Voltaire o Vialatte, esse trascurano il *contratto* fondamentale che lega una traduzione al suo originale. Questo contratto – certo draconiano – interdice *ogni superamento della tessitura dell’originale*. Esso stipula che la creatività richiesta dalla traduzione deve mettersi per intero al servizio della ri-scrittura dell’originale nell’altra lingua, e mai produrre una sovra-traduzione determinata dalla poetica personale del traducente. E’ tutta la differenza tra Shakespeare tradotto da Jouve e Shakespearee tradotto da Leyris o Bonnefoy. Nel primo caso si ha l’arbitrio capriccioso di un poeta che si annette tutto ciò che tocca; nel secondo, l’obiettivo poetico è legato all’obiettivo etico della traduzione: portare sulle rive della lingua traducente l’opera straniera nella sua pura estraneità, sacrificando deliberatamente la “poetica”propria. ”

    E dice ancora:

    “… ponendo l’atto di tradurre come una captazione di senso, qualcosa viene a negare l’evidenza e la legittimità di questa operazione: l’aderenza ostinata del senso alla sua lettera. Circostanza che i traduttori, gli autori e i lettori hanno sempre avvertito. Questa operazione conquistatrice ed esaltante, questa dimostrazione dell’unità delle lingue e dello spirito, è macchiata da un sentimento di violenza, di insufficienza, di tradimento. Steiner parla a buon diritto della tristezza che accompagna da sempre l’atto di tradurre. Anzi: in questa esperienza vi è una *sofferenza*. Non solo quella del traduttore. Anche quella del testo tradotto. Quella del senso privato della sua lettera. La traduzione se la prende con la loro intimità. Jacques Derrida lo ha spiegato in modo superbo:

    ‘Un corpo verbale non si lascia tradurre o trasportare in un’altra lingua. E’ proprio quello che la traduzione lascia cadere. Lasciar cadere il corpo, è questa l’energia essenziale della traduzione…’ ”

    :–)))

    da Antoine Berman, La traduzione e la lettera o l’albergo nella lontananza, Quodlibet, 2003, pp.34-5

  58. db il 3 settembre 2006 alle 17:30

    Affrettatissima e sbagliata la mia conclusione: se il miracolo non lo fa dio, non è detto infatti che lo facciano gli uomini. Dio non esiste, dio è Nessuno, ma intanto è per/contro lui che ci muoviamo (dynamis). Mi viene in mente il discorso di Socrate sull’amore come mancanza, poros e penia, ossia povertà estrema ed espediente (ironico in quanto tale). Comunque
    a) siamo polvere
    b) vogliamo fiorire
    qui il miracolo è il passaggio dal regno minerale al regno vegetale. Il “vogliamo” indica la direzione, l’intenzione, ma:
    c) siamo un nulla
    e da noi nulli non possiamo cavare qualcosa/rosa. eppure
    d) la rosa c’è, esiste
    La domanda ora è duplice: chi l’ha fatta? di cosa è fatta?
    Viene utile il rimando alle 4 cause di Aristotele: la prima domanda riguarda le cause agente e finale (per quale motivo e a quale scopo?), la seconda le cause materiale e formale.
    Non l’ha fatta dio, non l’hanno fatta gli uomini nulli: ergo, non l’ha fatta nessuno. E’ la rosa di nessuno (Niemands è genitivo di specificazione soggettivo: la rosa di nessuno, sua di nessuno)
    di cosa/come è fatta? di nulla (complemento di materia: Nichts può essere genitivo ma anche nominativo, come in Purpurwort, la faccenda non cambia). Rosa di nulla, come c’è la rosa di latta. Se traduco La rosa del nulla, torno invece al compl. di specificazione, come La rosa del deserto (ma io dico La parola di porpora, non della porpora). Traducendo La rosa di nulla e di nessuno, velocizzo come nel testo tedesco ed enfatizzo meno. Bevilacqua e Reitani pompano alla grande con “del nulla”, con la ripetizione di “rosa” e con le maiuscole Nulla e Nessuno (errore palese, quest’ultimo). “nulla e nessuno potrà fermarmi”…

  59. temperanza il 3 settembre 2006 alle 17:34

    Spirito pienamente bermaniano:-))

  60. temperanza il 3 settembre 2006 alle 17:35

    Che io sia d’accordo o meno sul risultato, sono pienamente d’accordo con questo modo di porsi di fronte al tradurre.

  61. db il 3 settembre 2006 alle 17:42

    parole sante, temp, e quasi tue!

    la rosa del Nulla a me mi ricorda la regina delle Tenebre…

    non ho difficoltà a barattare nulla con niente, a patto che questo “niente” sia la parola magica che farà tornare Helena.

  62. temperanza il 3 settembre 2006 alle 19:53

    Facendomi forte del vecchio Humboldt che dice: “…una traduzione è tanto più deviante quanto più faticosamente tenta di essere fedele”, ci ho provato anch’io

    Nessuno più ci plasma con terra e limo
    Nessuno chiama la nostra polvere.
    Nessuno.

    Sia lode a te, Nessuno.
    Per amor tuo
    fioriremo.
    Incontro
    a te.

    Niente
    eravamo, siamo.
    resteremo, fiorendo:
    la rosa-niente, la
    rosa di nessuno.

    Con
    chiaro stilo d’anima
    con desolato filamento di cielo,
    rossa la corona
    per la parola purpurea che cantammo
    sopra, oh sopra
    la spina.

  63. mayfly il 3 settembre 2006 alle 19:53

    Die Menschen = die Niemandsrose
    i.e. ein Oxymoron

  64. db il 3 settembre 2006 alle 20:00

    S. Rete da Cascia mi ha insufflato questo:
    La preghiera delle “18 benedizioni” è divisa in 3 parti. La prima comprende 3 benedizioni di esaltazione (ricordo del merito dei Patriarchi; prodigi divini e resurrezione dei morti; proclamazione della regalità divina); dalla 4a alla 16a seguono una serie di richieste collettive: il perdono e la misericordia per i giusti, la fine delle sofferenze e la redenzione, la salute, la pioggia e la rugiada, la ricostruzione di Gerusalemme e il ritorno del regno di David; le ultime tre benedizioni sono di ringraziamento finale, ed esprimono la speranza nel ritorno divino a Sion. Le “18 benedizioni” si recitano in ognuna delle 3 preghiere quotidiane, in piedi, in silenzio, a piedi uniti, “con gli occhi aperti rivolti verso la terra e con il cuore rivolto al cielo”. Durante la recitazione personale e silenziosa, prima della 17a benedizione, il fedele ha l’occasione per inserire nella preghiera le sue richieste personali e i suoi desideri di colloquio diretto con il divino. La 1a in tedesco suona: Gelobt seist du, Ewiger, unser Gott und Gott unserer Väter, Gott Abrahams, Gott Isaaks und Gott Jakobs, großer starker und furchtbarer Gott, der du beglückende Wohltaten erweisest und Eigner des Alls bist, der du der Frömmigkeit der Väter gedenkst und einen Erlöser bringst ihren Kindeskindern um deines Namens willen in Liebe. König, Helfer, Retter und Schild! Gelobt seist du, Ewiger, Schild Abrahams! Le rimanenti tutte chiudono con Gelobt seist du ecc. La lezione rispecchia quella di Lutero, Salmi 119, 12 (che riprende il Davide di 1 Cronache 29, 10).

  65. mayfly il 3 settembre 2006 alle 20:10

    @ db

    Pass mal auf!
    Le preghiere di Santa Rita funzionano, cioè sono ascoltate visto che arrivò a pregare Dio per la morte dei figli, piuttosto che saperli macchiati del sangue fraterno: entrambi morirono di malattia in giovane età, a meno di un anno di distanza dalla morte del padre.

  66. db il 3 settembre 2006 alle 21:41

    S. Rete mi ha insufflato che il suo amichetto d’Assisi è stato tradotto in tedesco: Gelobt seist, Herr. Poi che in Lutero
    Gn 2, 7 Da machte Gott der HERR den Menschen aus Erde vom Acker (terra di campo)
    Gn 3, 19 bis du wieder zu Erde werdest, davon du genommen bist. Denn du bist Erde und sollst zu Erde werden (la nostra pulvis)
    Lehm compare solo in Giobbe 10, 9: Gedenke doch, daß du mich aus Lehm gemacht hast; und wirst mich wieder zu Erde machen? Pensa però che mi hai fatto di argilla: e mi ritrasformerai in terra?
    C. ha presente dunque lessicalmente il libro di Giobbe. Lutero ha invece Staub/polvere solo in Ezechiele (e in Isaia, dove ha significato di cenere).
    Io so che i tedeschi chiamano l’argilla comune Lehm (per terrecotte, mattoni e tegole), e Ton l’argilla fine/creta per la ceramica. Ma mai limo, fango ecc.
    Infine mi ha chiesto una prestazione (andare a parlare con la cavalla di Mastrolindo Ferretti, “che poi ci pensa lei”): avendo letto le cose di myfly, mi sono irrigidito, e non ha più soffiato.

    Insomma, il v. 4 è ironico/sarcastico/beffardo/blasfemo: una pro-vocazione, come da amante deluso davanti alla porta chiusa dell’amante (alla Caproni?). Lodata sia tu, gran figa, grazie tante di non avermi aperto ecc. Insomma un doppio legame di amore/odio. Perciò insisto su “Per te”/”Contro te”.
    “La rosa-niente, la rosa di nessuno”: mollo la mia e prendo la temp.

  67. temperanza il 3 settembre 2006 alle 22:34

    @db

    Giusto.
    Giusto anche che *lehm* viene da lutum e che *limo* viene invece da limus.
    Ma se cerchi *lehm* nel Palazzi Folena (ebbene sì!) troverai che *lehm* vuol dire limo glaciale. E così mi sono sentita autorizzata:–)

    Non bisogna solo ereditare, bisogna anche produrre, (doppio :–))

  68. temperanza il 3 settembre 2006 alle 22:46

    E poi, più banalmente, Battaglia 2. Limo. Materia terrosa con la quale, secondo il linguaggio immaginoso e antropomorfico della Bibbia, Dio formò il corpo del primo uomo insufflandovi poi lo spirito vitale; ecc. con le sue citazioni al seguito, da Giamboni a Fogazzaro, passando per Dante.

  69. temperanza il 3 settembre 2006 alle 22:52

    @ db

    “Lehm compare solo in Giobbe 10, 9: Gedenke doch, daß du mich aus Lehm gemacht hast; und wirst mich wieder zu Erde machen?”

    Forse allora, se è Giobbe, hai fatto bingo, lascia stare che originariamente siano in semi-opposizione, è secondario, le connessioni poetiche non sono fatte di pura filologia e razionalità.

  70. db il 4 settembre 2006 alle 00:06

    Giobbe, il gran bestemmiatore!
    rosa-niente dunque: niente, ossia meno di polvere; e rosa, ossia più di polvere (perché ha vita, vegetale). un niente-qualcosa? Tenendo la coppia materia/forma, si potrebbe dire una rosa senza materia. O tenendo la coppia sostanza/accidenti, una rosa senza sostanza. forma pura, puro accidente – quanto basta per descriverla, come fa C. nell’ultima strofa. Dove è da rendere onore a Vera Blau, che ha notato il persistere dello Staub/polvere nello Staubfaden/filamento.
    La strofa più densa, “intraducibile” di tutte: meglio lasciarla per domani, no?

  71. Lilia il 4 settembre 2006 alle 00:07

    Vi passo un appunto di C. indirizzato a db (a questo punto credo possa interessare anche tutti gli altri, in particolare modo Temperanza).

    @ db

    * Prova a consultare il saggio “Ledig allen Gebets” di Franco Camera (in particolare il paragrafo 5, “Il “Salmo” di lode e la preghiera di Dio”), in AA.VV., Preghiera e Filosofia, a cura di Giovanni Moretto, Brescia, Editrice Morcelliana, 1991. Il saggio contiene anche numerosissimi riferimenti bibliografici di grande valore.

    ** In “The German Quarterly”, 43, 1970, si può leggere un saggio fondamentale, a opera di W.H. Rey (citatissimo da studiosi e traduttori) sul concetto di “nulla” in Celan.

    *** “Poetica”, 3, 1970, contiene un bellissimo saggio di J. Schulze, “Mystische Motive in Paul Celans Gedichte”, tutto dedicato al simbolo della rosa nella lirica celaniana.

    **** I testi di “Die Niemandsrose” furono composti tra il 1959 e 1963, anni in cui cade l’incontro e la vicinanza con la persona e l’opera di Nelly Sachs. L’incontro non è di poco conto, visto che porta entrambi i poeti a rivedere alcuni loro testi alla luce delle reciproche suggestioni. Alcune poesie della Sachs di quegli anni contengono più o meno velati riferimenti alla “Nichtsrose” celaniana.

    Saluti

  72. Lilia il 4 settembre 2006 alle 00:37

    Da “Fahrt ins Staublose”, 1961, di Nelly Sachs

    Wer
    von der Erde kommt
    Mond zu berühren
    oder
    anderes Himmelsmineral das blüht –
    angeschossen
    von Erinnerung
    wird er hoch springen
    vom explodierenden Sehnsuchtsstoff
    denn
    aus bemalter Erdennacht
    aufgeflügelt sind seine Gebete
    aus täglichen Vernichtungen
    suchend die inneren Augenstraßen.

  73. db il 4 settembre 2006 alle 01:11

    No one moulds us again out of earth and clay,
    no one conjures our dust.
    No one.

    Praised be your name, no one.
    For your sake
    we shall flower.
    Towards
    you,

    A nothing
    we were, are, shall
    remain, flowering:
    the nothing-, the
    no one’s rose.

    With
    our pistil soul-bright,
    with our stamen heaven-ravaged,
    our corolla red
    with the crimson word which we sang
    over, O over
    the thorn.

    (trasl. by M. Hamburger)

  74. tashtego il 4 settembre 2006 alle 07:58

    a me mgd mi tolse le parole di bocca.
    dunque le ri-badisco e ri-propongo:
    “Come se Celan si riappropiasse della realtà semplice, attraverso la negazione delle superflue costruzioni, e Heidegger toccasse verità per sottrazione metafisica e ontologica del già noto, della sua storia. in comune c’è il flatus mistico(filamento di cielo deserto) e anche la devozione alla parola( purpurea). Altra analogia è l’aspetto catartico della tabula rasa esistenziale. Pero’ dovrei leggere meglio…. “

  75. marlene il 4 settembre 2006 alle 10:28

    come mai nessuno ha pensato a tradurre Krone con corolla invece che corona, dato il riferimento a parti del fiore dei due versi precedenti? E’ vero che sia Griffel sia Staubfaden, oltre ad essere definizioni botaniche hanno altri significati, ma se si sceglie il dignificato botanico allora lo si dovrebbe scegliere anche per Krone.

  76. tashtego il 4 settembre 2006 alle 11:29

    non so.
    stando alle traduzioni che avete fornito, mi sembra ci sia un rapporto ermetico (nel senso di volutamente chiuso, o forse dischiuso) tra le parole che compongono i versi di Psalm.
    immagino che questa sensazione sia ovvia.
    tuttavia alcune delle traduzioni che si leggono sopra (non conosco il tedesco) è come se cercassero, magari senza volerlo, di scioglierne pienamente il senso, di dipanarlo: già che devo tradurla, questa poesia, tanto vale che te la spieghi.
    non so voi, ma per me la sfida principale che deve affrontare la poesia è quella che gli dichiara il senso.
    il senso che è nel lettore, che il lettore istintivamente cerca, ma che l’autore contemporaneo più o meno regolarmente elude, o comunque non soddisfa mai pienamente e fino in fondo: la poesia contemporanea ha paura del senso, cioè ha paura di sciogliersi nel senso se questo diventa intelligibile.
    tuttavia il traduttore talvolta si comporta da lettore, cercando ed ottenendo, un surplus di senso che magari nell’originale non c’è.
    in questo modo, talvolta, scopre le carte del testo originale, ne svela i trucchi, le reticenze, i sotterfugi.
    lo sbugiarda, talvolta lo uccide: ma un testo che si fa sciogliere in traduzione è già morto nell’originale.
    credo.

  77. tonino pintacuda il 4 settembre 2006 alle 12:27

    Bellissima traduzione. Sempre su Paul Celan segnalo indegnamente la mia tesi di laurea (disponibile qui http://www.asterione.org/monografie.php?id=9 e una personalissima e discutibile lettura del ciclo Atemkristall (è presente pure l’intero ciclo)
    http://www.vibrissebollettino.net/bottegadilettura/archives/2006/06/paul_celan_atem.html)

    E l’ultimo capitolo del libro di Salvatore Tedesco, disponibile qui:
    http://www.unipa.it/~estetica/download/Tedesco_IMELS.pdf

    Grazie per aver condiviso questa traduzione.

  78. tonino pintacuda il 4 settembre 2006 alle 12:40

    Bellissima traduzione. Sempre su Paul Celan segnalo indegnamente la mia tesi di laurea (c’è pure una personalissima lettura del ciclo Atemkristall (è presente pure l’intero ciclo tradotto da Bevilacqua)

    E l’ultimo capitolo del libro di Salvatore Tedesco, disponibile qui:

    Grazie per aver condiviso questa traduzione.

  79. Miku il 4 settembre 2006 alle 13:02

    @Marlene
    Giusto. E: corollario: che casino…

    @Temperanza

    Soluzione sereniana, ma poco irenica?:

    die Nichts-, die
    Niemandsrose

    la rosa nulla
    nessuno

  80. db il 4 settembre 2006 alle 13:02

    @ marlene

    già, è evidente che è corolla (e così l’ho tradotto da subito). Poi vedi svariate traduzioni, e tutti traducono corona, e tu ti senti un pirla. Ma siccome la c’è, la verità:
    corona, in botanica è il giro superiore di rami in un albero. Krone ha anche l’accezione di corolla, ergo: (per fortuna ieri notte ho pescato la tr. di Bigmac Hamburger, che riporta corolla e mi consola: come del resto te)

  81. Andrea Raos il 4 settembre 2006 alle 13:40

    Uhm, a me sembra evidente che in Celan i due sensi (corolla e corona) coesistono, e che quindi il traduttore italiano sia in qualche modo obbligato a scegliere.

    Più in generale: ragazzi, state parlando di una delle poesie più famose (e commentate) del Novecento. Mi sembra come minimo imprudente dare per scontato che i traduttori “non ci abbiano pensato”.

  82. db il 4 settembre 2006 alle 14:00

    @ andrea. è la prudenza che ti fa sentire un pirla: siccome tutti dicono corona, e ci hanno pensato (se fossero solo sbadati, tu ti sentiresti un dio).

    Ma: questa rosa-niente è pur qualcosa, e si lascia descrivere nei suoi accidenti (estetica appunto, che ha a che fare con l’apparenza sensibile, su fondamento nullo). Difatti l’ultima strofa attacca con Mit, staccato dal resto e reggitore degli accidenti descritti. Addirittura io l’ho tagliato, come quando si descrive: “un uomo strano: i capelli radi, due cicatrici”, senza dire: coi capelli ecc. Come ha notato Marlene, alcuni sostantivi adottati hanno più sensi (sarà da vedere). L’ultimo no: è la spina della rosa (e NB pure i tedeschi dicono: non c’è rosa senza spina). Insomma, se è un elenco di attributi (e cos’altro sarebbe?), il senso maior sarà quello botanico: in italiano magari così perderai altre sfumature, ma l’impianto regge. Se invece accanto a a stilo/stigma, stame e spina metti corona, beh, è una balordaggine. o no?

  83. db il 4 settembre 2006 alle 14:10

    Ya nadie nos moldea con tierra y con arcilla,
    ya nadie con su hálito despierta nuestro polvo.
    Nadie.

    Alabado seas, Nadie.
    Queremos por tu amor
    florecer
    contra
    ti.

    Una nada
    fuimos, somos, seremos,
    floreciendo:
    rosa de
    nada, de nadie.

    Con
    el pistilo almalúcido,
    cielo desierto el estambre,
    la corola roja
    de la palabra purpúrea que cantamos
    sobre, o sobre
    la espina.

    Versión de José Ángel Valente

  84. Andrea Raos il 4 settembre 2006 alle 15:21

    a db

    Capisco il tuo punto di vista, ma il problema è che non credo che “corona” sia una semplice sfumatura di senso rispetto a “corolla”.
    Questo Krone a me sembra fungere da vera e propria cerniera fra la prima metà della strofe e la seconda (esattamente tre versi da una parte e tre dall’altra). Sicché la parola si trova in una posizione ambivalente, in cui significa “corolla” rispetto ai primi tre versi e “corona” rispetto agli ultimi tre – dove mi sembra innegabile che predomini l’immagine della “corona di spine”:

    Mit
    dem Griffel seelenhell,
    dem Staubfaden himmelswüst,
    der Krone rot
    vom Purpurwort, das wir sangen
    über, o über
    dem Dorn.

    E in questi casi al traduttore tocca arrangiarsi. È un problema che conosco bene, perché si tratta un procedimento molto comune nella poesia giapponese classica (mentre è ovviamente un tratto di “modernità” in Celan, per cui sia ben chiaro che non sto facendo paralleli di alcun genere – né so cosa sapesse Celan di poesia giapponese).

    Per tradurre questo tipo di parole-cerniera diverse strade sono percorribili; la tua e di Hamburger (seguita anche dal traduttore spagnolo, a quanto vedo) è senz’altro una delle due o tre più accettabili.

  85. helena il 4 settembre 2006 alle 16:42

    Ma è bellissimo!!!! Si sta lontani dal computer per due giorni e mezzo e ci sono 82 commenti a Salmo! Versioni in quattro lingue, traduzioni e ritraduzioni….
    La versione di Temperanza mi pare poi davvero riuscita: bella e fedele. E in genere mi trovo d’accordo con quel che scrive nei commenti.
    Provo ora a dire la mia su alcuni punti.
    Corona/corolla: sono d’accordo con Andrea: bisogna scegliere, perdere un pezzo di senso, o così o cosà.
    Niente/nulla: nella mia scelta non conta il fatto, da solo, che “niente” suoni più basso e colloquiale per buona parte degli italiani contemporanei, toscani e umbri esclusi (approssimativamente). Conta soprattutto il desiderio di togliere quel termine da una precomprensione di matrice filosofica (accentuata dalla maiuscola, per chi la usa). Che non significa ritenere “sbagliate” le letture di matrice heideggeriana, Gadamer e altri, ma dire: va bene, voi l’avete letto così, ve ne siete appropriato dal vostro punto di vista, è legittimo, ma adesso io sento il bisogno di strappare il testo a quella codificazione.
    Wollen wir bluehen: vedo che sono d’accordo con Temperanza e col grande Michael Hamburger nel non tradurre quel “wollen” con “volere”.
    Mi pare che il valore di quel “wollen” è in effetti simile al “shall/will” inglese: come in una frase rivolta al futuro vicinissimo sullo stile di “wollen wir die Hausaufgaben machen?” che tradurrei con “Ci mettiamo a fare i compiti?” “Vogliamo fiorire”, in italiano, intende una volontà forte e attiva che secondo me in tedesco non è presente. (Temp, se riesci a spiegare meglio, sarò grata e ammirata).
    Entgegen: sono contaria a “contro”, perché nelle frasi di moto (ich komme, laufe, gehe dir entgegen ecc.) “entgegen” è sempre “incontro”. E’ anche il contesto che circoscrive il senso di un termine…
    Alla prossima e grazie a tutti!

  86. db il 4 settembre 2006 alle 17:12

    ho incontrato Treccani per strada… e così, dopo aver sciacquato i panni in Lambro su invito di temp, mi sono tuffato nella botanica. Con risultati inequivocabili.
    Griffel è lo stilo che sorregge lo stigma/Narbe, a formare il pistillo/Stempel.
    Staubfaden è il filamento compreso nello stame/Staubblatt.
    Quindi, se vogliamo essere seri, dobbiamo tradurre stilo e filamento, come Helena e Reitani.
    Dai primi due attributi della rosa, capiamo che la descrizione è scientifica, precisa fino all’acribia: non pistillo e stame, ma parti precise di esse.
    Poi arriva la corolla, che in tedesco si può dire Korolle o Krone. Scrivendo Krone, C si può riservare altri rimandi metaforici (la corona di spine – ma qui è il contrario, la corolla rossa è la parola poetica oltre la spina / la corona come pecunia ecc.), MA sulla base del riferimento empirico alla parte del fiore. Se cade questo, cade tutto e la strofa, da descrizione esatta come vuole essere innanzitutto, diventa un minestrone. E perciò, fino a prova contraria, corolla è l’unica versione giusta.

  87. db il 4 settembre 2006 alle 17:24

    Ninguém nos molda de novo com terra e barro,
    ninguém evoca o nosso pó.
    Ninguém.

    Louvado sejas, Ninguém.
    Por ti queremos
    florescer.
    Ao teu
    encontro.

    Um nada
    éramos nós, somos, continuaremos
    sendo, florescendo:
    a rosa-de-nada, a
    rosa-de-ninguém.

    Com
    o estilete claralma,
    o estame alto-céu,
    a coroa rubra
    da palavra púrpura, que cantamos
    sobre, oh, sobre
    o espinho.

    Tradução de Claudia Cavalcanti

  88. mgd il 4 settembre 2006 alle 17:55

    Adesso che vi siete sfogati, posso operare un leggero contropelo?

  89. helena il 4 settembre 2006 alle 17:57

    Io cercavo un audiofile se potevo mettere su un audiofile di Celan che legge “Psalm”, ma ora mi sorge il desiderio- ammetto un po’ frivolo- di sentirlo con la voce di Cesaria Evora..

  90. funiculì funiculà il 4 settembre 2006 alle 18:15

    bisognerebbe trovare qualcuno capace di rimissare, senza sovrapporle ma alternandole, o lasciandole interagire e sfumare le une nelle altre, le parti strumentali di “Sodade”, per i versi lunghi, più volte ripetuti, con quelle, più cadenzate e struggenti, di “Miss Perfumado”

  91. temperanza il 4 settembre 2006 alle 19:45

    Sono stata fuori tutto il giorno e anche adesso ho solo cinque minuti.

    @helena, grazie, e domani cerco di motivare.

    Per ora solo una cosa su *corona*:

    il Battaglia dà per *corona* – oltre a un ventaglio semantico amplissimo –
    *corolla dei fiori*, dunque l’obiezione botanica cade:–)

  92. marlene il 4 settembre 2006 alle 19:51

    Salmo

    Nessuno ci plasmerà più di terra e fango,
    nessuno scongiura la nostra polvere.
    Nessuno.

    Che tu sia lodato, Nessuno.
    Per amor tuo
    fioriremo.
    Incontro
    a te.

    Un niente
    eravamo, siamo,
    resteremo, fiorendo:
    la rosa di Niente,
    la rosa di Nessuno.

    Con
    lo stilo chiaro d’anima,
    il filamento scevro di cielo,
    la corolla rossa
    per la purpurea parola che cantammo
    sopra, oh sopra
    la spina.

  93. db il 4 settembre 2006 alle 20:30

    vai, temp! il 3cani è ancora più preciso: corona è la parte della corolla che pende dalle fauci (sic!). Se vai nei dizionari “normali”, quest’accezione però non c’è (mentre c’è filamento, stilo). Ora, il lettore tedesco legge Krone e pensa subito alla corolla: solo forse in seconda battuta alla corona in senso nostro normale.
    Purtroppo in questa strofa i termini hanno una complessità semantica che non si può rendere in italiano:
    Griffel è anche il lapis, e quando vedi un Griffel hell, pensi anche alla matita chiara
    Staubfaden-filamento in seconda istanza si può collegare al filo di cenere, ai grafemi tracciati con la matita
    Krone-corolla in seconda istanza fa pensare alla corona, in terza alla corona di spine ecc. (mi sono sciroppato un mattone in rete sul rapporto Sachs-Celan: pare che nel contesto la rosa sia quella cristiana, che sorge dalla croce, quella dei rosacroce insomma – per dire l’interpretazione infinita!)
    Ma cosa diresti se uno traducesse:
    la matita chiara d’anima
    il filamento bla bla
    la corona rossa?
    Bisogna scegliere, ma non tra equipollenti: si deve scegliere il senso primario, quello che supporta tutto, nella descrizione di una rosa (non di una croce)

  94. db il 4 settembre 2006 alle 20:48

    La descrizione va a cascata e in parallelo

    STILO ………… lapis
    FILAMENTO grafema
    COROLLA ….. parola

    a legare corolla a parola è rosso-porpora
    il passaggio dal rosso alla porpora è passaggio dal minerale/vegetale all’animale, poiché la porpora si ricava dai molluschi
    la descrizione della rosa è quindi in controluce la descrizione della scrittura/parola/canto, in una parola del poetare. La rosa-niente è la poesia.
    una poesia che si canta sopra la spina, oltre il dolore, ma anche una poesia che canta il dolore (über compl. di argomento, sopra una conchiglia fossile)

  95. lilia il 4 settembre 2006 alle 21:58

    @ db

    Finalmente: grande, sublime metafora della poesia che solo in quanto polvere, e destinata alla polvere, può rifiorire dalla polvere e darle voce: contro il suo stesso destino di polvere.

    (niente più che una mia idea, sia ben chiaro: senza nessun’altra pretesa che dirsi in quanto idea)

  96. db il 5 settembre 2006 alle 00:02

    Non ho potuto seguire Cato nella bibliografia, ma nel contestualizzare il Salmo sì. Sta nella prima della 4 sezioni di cui si compone Die Niemandsrose, uscito nel ’63.
    La poesia di apertura è l’altra faccia del Salmo: “C’era terra in loro, e scavavano… E non lodavano Dio che, così udirono, voleva tutto ciò… Scavarono e non udirono più niente… non inventarono un solo canto… Oh uno, oh nullo, oh nessuno, oh tu: dove si andava se non si andava da nessuna parte?”
    La quarta poesia narra l’incontro di C con la Sachs a Zurigo (estate ’60): “Parlammo… di ciò che è ebreo, del tuo dio… Si discusse del tuo dio, io parlai contro lui, lasciai sperare il cuore che avevo: nella sua parola estrema, rissosa e rantolante.” (in un appunto registra l’incontro: “replico dicendo che io spero di poter bestemmiare fino all’ultimo”).
    La quattordicesima è Salmo.
    Una poesia della seconda sezione attacca: “Voi coltelli del mio silenzio, taglienti di preghiera e bestemmia e preghiera.”

    Insomma, il salmo è un fiorire per e contro Nessuno (è preghiera e bestemmia).
    Celan è un Giobbe senza Dio e senza teodicea.

  97. db il 5 settembre 2006 alle 01:07

    Nessuno ci plasma più da terra e argilla,
    nessuno scongiura la nostra polvere.
    Nessuno.

    Lodato tu sia, Nessuno.
    Per te noi vogliamo
    fiorire.
    Contro
    te.

    Un niente
    eravamo, siamo e
    resteremo, fiorendo:
    la rosa di niente e
    di nessuno.

    Lo stilo chiaro d’anima,
    il filamento grigio da cielo desolato,
    rossa la corolla
    della parola purpurea che cantammo
    sopra la spina,
    oltre.

  98. temperanza il 5 settembre 2006 alle 10:02

    Eccomi qua, dir entgegen @db, eh eh, anche nel senso da te indicato:-))

    La tua lettura è affascinante, e al suo interno il richiamo al “lettore tedesco (che) legge Krone e pensa subito alla corolla” lo accetterei con slancio, anche in onore al senso comune, e all’uomo comune, che stiamo abbandonando, ma che Celan, nonostante la sua oscurità non abbandona affatto, ma comprende e iscrive, come nudo essere umano nella sua poesia.

    C’è però un’obiezione: tutto il tuo ragionamento terrebbe se questa poesia fosse l’unica che Celan ha scritto, chiusa in sé e perfettamente autonoma, simbolicamente autoreferenziale. In questo caso l’immagine botanica, il prevalere della rosa come simbolo della poesia, mi convincerebbe. Ma la poesia è in colloquio con tutte le altre, e non solo con quelle che citi tu (giustamente). Qua ci vorrebbe forse padre Pozzi.

    Leggerla così come tu fai rischia di ridurla, a mio avviso di non specialista, a un semplice congegno simbolico, o meglio, perché *semplice*, vista l’acutezza della tua lettura è improprio, a un congegno barocco. O anche a un rebus, impoverendola. Io temo.

    Se io leggo questa poesia di Celan in rapporto alle altre non posso dimenticare le suggestioni e le simbologie cristologiche, tu le escludi, ma io non me la sento.

    v. Tenebrae, vv 14/ 15:

    Es war Blut, es war,
    was du vergossen, Herr

    (Era sangue, era
    ciò che hai versato, Signore)

    E anche “Stille”

    Stille! Io treibe den Dorn in dein Herz
    denn di Rose, die Rose
    steht mit den Schatten im Spiegel, sie blutet

    (Silenzio! Io pianto la spina nel tuo cuore,
    poiché la rosa, la rosa
    sta con le ombre nello specchio, e sanguina!)

    e i riferimenti alla poesia religiosa tedesca, non ebraica, anche se biblica:

    v. Die feste Burg (La salda rocca)

    e vedi anche, magari, per far colloquiare la scelta italiana di *corona* con tutto il corpus, la poesia “Corona”.

    Dunque se la scelta è *corolla*, cade il rigerimento alla *corona di spine* che per esempio Bevilacqua (non so gli altri traduttori) richiama esplicitamente nel suo commento (pag. LXXIV), e al sangue legato, via *corona* alla spina e alle spine, non visibili qui, ma presenti nel corpus.

    @ Helena
    Sul *wollen wir* sono d’accordo con te, per questo anch’io ho tradotto con il futuro. Wollen, in una poesia dove il Nichts è centrale, non mi convince, il wollen come atto di volontà lo sento improprio, mentre il wollen nella sua accezione di futuro no.

    @Lilia
    Grazie; Del suo rapporto, e del rapporto della sua poesia con quella della Sachs so, mi hanno incuriosito le altre indicazioni, chissà se sono utili per questo caso.

    Sono stata forse un po’ troppo rapida e sintetica, ma devo prendere un treno.

  99. temperanza il 5 settembre 2006 alle 10:39

    Solo un’ultima cosa. Per chi non lo sapesse o non lo avesse ricordo che la corrispondenza Celan-Sachs è stata pubblicata qui da noi dal Melangolo qualche anno fa (parecchi?) purtroppo non lo trovo e non posso darvi indicazioni più precise, ma la rete lo sa di certo.

  100. temperanza il 5 settembre 2006 alle 10:56


    Il giorno del giudizio era arrivato, e per escogitare la peggiore delle infamie, la croce fu inchiodata al Cristo.

    Sotterra il fiore e su questa tomba deponi l’uomo.

    … ”

    da “Controluce” , in Paul Celan, La verità della poesia, Einaudi, 1993

  101. Lilia il 5 settembre 2006 alle 11:06

    @ Temperanza

    Grazie a lei, anche perché vedo che arriva alle stesse conclusioni che si potevano intravvedere in una osservazione di Cato di qualche giorno fa:

    “…il lavoro di assemblaggio operato da Celan nella compilazione e nella cura delle sue raccolte segue una logica profonda, che rappresenta un ulteriore elemento caratterizzante il disegno complessivo dei suoi testi; niente avviene a caso, a partire dalla successione delle liriche, fino ai continui e sotterranei rimandi e collegamenti a/con testi di altre raccolte. Qui si aprirebbe un capitolo ancora più sorprendente, per certi versi, e forse è meglio soprassedere: voglio solo dire che l’autore semina tracce e indizi, affinché il lettore ne segua il sentiero, nella consapevolezza della silenziosa cancellazione che di essi avviene già al loro primo apparire. Personalmente, non sono mai riuscito ad avvicinare “Psalm” senza ripercorrere i testi che lo precedono, soprattutto il primo, “Es war Erde in ihnen”, a partire dal quale il processo di osservazione della “riduzione alla polvere” va di pari passo con la “riduzione al silenzio, al nulla-di-suono” della parola. “Es war Erde” / “Es kam eine Stille” / “O einer, o keiner, o niemand”. ”

    Anch’io, da semplice lettrice e con scarsissima conoscenza del tedesco, pur lodando il lavoro egregio e “rivelatore” di db, e quello di tutti gli altri commentatori (lavoro grazie al quale credo di aver davvero imparato qualcosa), ritengo che sia impossibile, soprattutto in un autore come Celan, estrapolare un testo da una raccolta e analizzarlo, come un corpo a sé, solo alla luce dei reticoli letterali in cui si dipana e si lascia, apparentemente, afferrare. “Psalm”, e in questo seguo, ma solo perché ne sono convinta, un’idea di Cato, è il luogo di confluenza dell’acqua buia e luminosa che sgorga da “Es war Erde in ihnen”, e, contemporaneamente, il luogo da cui questa stessa acqua riparte per sfociare nel gran mare di “Tenebrae”: i tre testi, letti in questa sequenza, permettono di recuperare “una” delle chiavi possibili di accesso a tutta la sua opera: il rovesciamento di ogni cima in abisso, di ogni concetto e di ogni ipostasi metafisica nella sostanziale finitudine di ogni ente, osservato nel dolore elementare delle sue radici.

    Mi permetto di consigliare, comunque, la lettura del citato saggio di F. Camera; almeno a mio parere, si tratta di uno degli scritti più belli che è possibile leggere in italiano, anche se affronta solo alcuni aspetti – ma fondamentali – della poesia di Celan.

  102. c.puoicontare il 5 settembre 2006 alle 11:14

    helena (db,temperanza,andrea,cato…)
    Celan era perfettamente bilingue, e dominava da traduttore e autore la lingua francese. Eppure non “accetta” di tradursi da solo (conosco molti autori che hanno una seria difficoltà a farlo). Cio’ non gli impediva di leggere le traduzioni fatte da altri e di curarne , magari con il traduttore, l’esito. C’è un libro( Choix de poèmes : augmenté d’un dossier inédit de traductions revues par Paul Celan, textes réunis par Paul Celan, trad. et prés. Jean-Pierre Lefebvre, Paris, Poésie/ Gallimard, 1998) che non ho letto ma che mi procurero’ stasera (appena mi pagano). Qulcuno di voi puo’ dirmi qualcosa a proposito?
    effeffe

  103. Lilia il 5 settembre 2006 alle 11:46

    @ effeffe

    Sono sicura, perché ne ho letto, che Celan abbia tradotto Char, e viceversa; forse anche Bonnefoy e Jabès. Ma in questo momento non riesco a recuperare il riferimento bibliografico esatto, magari è nel libro che citi tu, insieme alle traduzioni celaniane di alcuni sonetti di Shakespeare.

    Una precisazione. L’insistenza di db sul rigore scientifico delle descrizioni botaniche di Celan è un dato non trascurabile e credo abbia un certo peso anche nell’economia di tutto il discorso che si è fatto. Lo stesso Heidegger confessava a Gadamer (notizia riportata da Bevilacqua), siamo più o meno nel 1967, il suo stupore in merito alle conoscenze botaniche di Celan.

  104. db il 5 settembre 2006 alle 13:50

    per me l’entgegen è il principio della democrazia: confronto aspro per il bene comune. anche il rapporto con Nessuno di C. è in Psalm di questo tipo: se avesse scritto solo dir entgegen, noi avremmo dovuto tradurre verso e contro di te. ma siccome prima ha scritto dir zulieb, l’entgegen assume la connotazione di contro.
    so anch’io che il wollen a volte assume valore di futuro. ma ragioniamo.
    Nel verso precedente ha innalzato la lode-salmo-canto. Ossia nel verso dopo sta già lodando-cantando-fiorendo. Per fiorire in quello stato, con un Nessuno che non aiuta (o nessuno che aiuta), per fare qualcosa zulieb-per amore di un’assenza ci vuole molta, molta volontà, sforzo ecc., poiché di per sé la propensione naturale andrebbe all’imprecazione, non al salmo.
    Inoltre, nella strofa dopo vien detto che noi eravamo, siamo e resteremo un nulla, in fiore: ossia noi fiorivamo, fioriamo e fioriremo in quanto nulli. Quindi prima, col wollen, non intende il tempo futuro del fiorire, perché noi comunque fioriamo sempre: ma a costo di un grande sforzo di volontà.
    Quanto alla poesia “Corona”, la conosco e mi pare di averla tradotta nel lungo thread su Gruenbein. Ma lì il titolo in tedesco non è Krone, è proprio Corona in italiano-latino.

  105. helena il 5 settembre 2006 alle 14:08

    Dario, la ragioni per cui preferito tradurre “dir zulieb” con “a te piacendo” è che “zulieb” è un espressione assai più corriva e debole di “per amor tuo”. Il Dizionario Sansoni dà “per amore di”, “per fare un piacere a”. Esempio: oggi pomeriggio porto mio figlio in piscina. Stasera potrò dire a mia madre “wir sind heute Luca zulieb ins Schwimmbad gegangen”. Per far piacere a Luca. Se volessi affermare di aver compiuto un vero atto d’amore, direi “aus Liebe zu…”
    Così come per me quel “wollen” non indica una volontà autentica, quel “zulieb” non rimanda a un amore pieno, assunto dal soggetto collettivo. C’è semmai un’ambiguità ironica, amarissima, in questi versi, che – a mio parere- rischia di perdersi totalmente in italiano. “Per amor tuo” può anche essere inteso così (ed è comunque corretto), quasi sarcasticamente.

  106. helena il 5 settembre 2006 alle 14:45

    Credo che tutti i traduttori che abbiano alla fine deciso di sacrificare la corolla alla corona, abbiano avuto in mente a) la rete di riferimenti intertestuali (vi annuncio “Tenebrae” come prossima puntata, ma lasciamo passare un po’ di tempo…).
    b) il fatto che i versi precedenti conservano i rimandi botanici esatti e quindi per salti analogici e metaforici si riesce a vedere nella “corona rossa” finale anche la corolla della rosa.
    @ francesco
    le traduzioni che Celan fece di poeti russi, francesi, italiani (Ungaretti) ecc., sono – semplifico- in qualche modo versioni in “celanese”. A tratti abbastanza libere. Attraversamenti dell’opera di altri poeti, per prendere le misure, per appropriazioni e distanziamenti.
    Vi segnalo il saggio di Camilla Miglio “Vita a Fronte” che legge Celan a partire dal suo multilinguismo e analizza proprio il suo rapporto con la poesia tradotta.
    Celan ha anche scritto poesie in francese. Il fatto che non abbia mai provato a tradurrsi credo abbia varie ragioni.
    Una è che la frustrazione o mortificazione (vedi Bermann sopra) di non riuscire a rendere se non un tot dell’originale diventa molto più dolorosa se devi farlo su un testo tuo. Questo in generale.
    Poi per Celan il tedesco era nel senso più tragico del termine la lingua madre: della madre uccisa dai nazisti e dei nazisti. Quella poesia era radicata in quell’esperienza e in quella lingua.
    Ecco: per autotradurrsi (e per tradurre in genere) ci vuole un minimo di spirito di gioco o di sperimentazione, e non mi pare proprio che lui ne avesse.

  107. db il 5 settembre 2006 alle 17:48

    “Al filatterio bianco”, una poesia di Atemwende, attacca: der Herr dieser Stunde war ein Wintergeschöpf, ihm zulieb geschah, was geschah.
    Come vedi, Helena, qui c’è Herr, non Niemand, e C usa la stessa formula, in senso pieno di “per amor tuo” senza la venatura sarcastica di Psalm (e idem nella altre ricorrenze: Es kreuzen dir, schnelle Schwermut, zulieb Schuppe und Faust. E: dies ist ein Wort, das sich regt Firnen zulieb.)
    Piuttosto, non ti sembra che seelenhell e himmelwust siano determinazioni di colore (come si dice verde-mare o vinaccia ecc.)? per questo avevo tradotto chiaro-anima, e grigio-cielo per riprendere lo Staub/cenere di Staubfaden (grigio-cenere).
    Nel suo piccolo il nostro Giovannino, tra un fiasco e una sorella, l’aveva detta così:

    squassavano le cavallette
    finissimi sistri d’argento
    ( tintinni a invisibili porte
    che forse non s’aprono più?…)

    se pensiamo che i sistri erano dei sonagli che gli egizi suonavano per Iside, dea della morte, e che le cavallette erano una piaga d’Egitto…

  108. mgd il 5 settembre 2006 alle 19:02

    la poetica dell’ateismo non aiuta la laicità.

  109. db il 5 settembre 2006 alle 19:57

    Si sa che il simbolo per eccellenza è quella della croce: perché? perché il massimo di materialità (il vile legno) s’impregna del massimo di spiritualità.
    Così anche per la corolla. Essa viene colta dal lettore (tedesco) come attributo ulteriore della rosa: viene a sapere che è una rosa rossa. Ma rossa di cosa? ecco il salto simbolico/metaforico: rossa della/per la parola purpurea. Dunque era una rosa di parola, e il passaggio (meta-forèin) è perfetto poiché a mediare è la porpora animale: corolla/vegetale-porpora/animale-parola/umano.
    Se si mette corona, il lettore viene portato alla spina, che è precisamente quanto non corrisponde al testo: la parola-corolla si costituisce in tondo sopra la spina, ne è staccata, casomai contraria (oltre, nonostante, ma ancora una volta materialmente: sopra, ben sopra la spina, come sappiamo tutti noi che guardiamo una rosa).
    La spina invece come simbolo ci rimanda alla prima strofa: al dolore di essere sola polvere. E perciò il canto si con-clude in circolo, a far corona con l’inizio.
    Secondo me, ovviamente.

  110. temperanza il 5 settembre 2006 alle 21:41

    “Quanto alla poesia “Corona”, la conosco e mi pare di averla tradotta nel lungo thread su Gruenbein. Ma lì il titolo in tedesco non è Krone, è proprio Corona in italiano-latino.”

    Proprio per questo l’ho citata. Celan sa cosa vuol dire, e anche noi.

    Cmq, quanto a corona/corolla, se l’italiano mi offre una scelta che ha in sé entrambe le cose io non la casso, ma ne approfitto subito.

    Ovviamente anche nel mio caso il “secondo me” è d’obbligo. Queste scelte diverse, con tutto quello che ci sta dietro, mettono in evidenza le nostre differenti posizioni su quello che chiamiamo poesia, non solo riguardo a Celan. Ed è questa, alla fine, la cosa che mi interessa soprattutto.

  111. db il 5 settembre 2006 alle 22:52

    corona in latino ha diversi significati, ma non di corolla (lat. corolla). La poesia di C (quella oppiacea per intenderci) ha a titolo “Corona”, riferita alla corona/ghirlanda degli amanti (ora purtroppo è in voga solo più quella dei morti).
    Corona come (parte della) corolla si trova solo ed esclusivamente nei 7 volumi del Battaglia e nei 30 della Treccani (spersa tra le pagine). Traduciamo dunque con corona, e facciamone una plaquette numerata per lessicografi e botanici, e lasciamo la corolla al volgo tedesco (che godrà però dello sbalzo violento da corolla a parola).
    Quanto alla contestualizzazione, stiamo attenti. I livelli gerarchici sono:
    1- la tenuta del testo trattato
    2- i suoi collegamenti coi testi vicini (cronologicamente e non solo: in questo caso, il volume in cui è raccolto il testo trattato)
    3- i suoi collegamenti con l’opera intera del poeta.
    Tutti e tre i livelli si agganciano poi col fuori (le occasioni, le tradizioni ecc.).
    Se l’opera di un autore ha un’evoluzione, non è buona cosa spiegare il prima col poi. Ad es., se un autore abbraccia a 70 anni un credo religioso cattolico, interpretiamo tutto quanto viene prima come cattolico?
    Così Kafka, che entrò in sinagoga per la circoncisione e pochissime altre volte da piccolo, con un senso di nausea (in famiglia la religione manco sapevano cos’era), e il primissimo contatto con la cultura ebraica lo ebbe a 25 anni con una compagnia di commedianti, di cui amava lo humour, e poi pian piano si avvicinò alla religione dei padri, quando il suo universo poetico era già formato.
    Così C. La raccolta Niemandsrose fu composta tra il ’60 e il ’62. La poesia sull’incontro a Zurigo con la Sachs fu scritta il giorno dopo, ossia il 30 maggio ’60, e non è mera finzione poetica (tipo uno che s’immagina di essere Carlomagno), ma trascrive poeticamente la discussione avuta con l’amica. Ciò lo possiamo dire con certezza perché abbiamo il diario di C. Ora, se io parlo con un cattolico di religione, e gli dico “il tuo dio”, io non sono cattolico, e nemmeno protestante. O sono di un’altra religione, o sono ateo. Magari sarà stato un momento, ma quello fu il momento di Psalm.
    Interessante poi è notare che la quarta sezione di Niemandsrose in origine doveva rientrare in un volume a sé intitolato Pariser Elegie. Ciò innanzitutto conferma che la disposizione delle poesie in Niemandsrose rispetta un ordine cronologico: quella su Zurigo e Psalm nella prima sezione, e quelle scritte per ultime, nel ’62, nella quarta. Ma soprattutto, il titolo rimanda alle Elegie duinesi di Rilke, condensate magari coi parigini Quaderni di Malte. In tutta l’opera di C. la rosa viene tematizzata solo in Psalm. L’ultimo Rilke invece le aveva dedicato un’intera raccolta (Les roses) più l’epitaffio. Più importante ancora: il centro del poetare di Rilke è l’accord du néant et de l’^etre presente miracolosamente in essa – che è il tema del nostro Psalm.
    Ultima cosa: praticamente contemporaneo a Psalm è Il meridiano, discorso tenuto il 22 ottobre ’60, dove C delinea la sua poetica.: ” Il poema tende a un Altro… lo va cercando e vi si dedica. Ogni oggetto, ogni essere umano… è figura di questo Altro. L’attenzione che il poema cerca di porre a quanto gli si fa incontro, il suo acutissimo senso del dettaglio, del profilo, della struttura, del colore, ma anche dei “palpiti” e delle “allusioni”…”

  112. temperanza il 6 settembre 2006 alle 00:38

    Di che Battaglia parli? Il mio ha ventun volumi più indici e supplementi. Ma questo solo per curiosità.

    Sui livelli gerarchici sono d’accordo, ovviamente. E pure con il non spiegare il prima col poi. Infatti Stille appartiene a Mohn und Gedächtinis, raccolta uscita nel 52, e inizia con:

    Stille! Io treibe den Dorn in dein Herz
    denn di Rose, die Rose
    steht mit den Schatten im Spiegel, sie blutet

    (Silenzio! Io pianto la spina nel tuo cuore,
    poiché la rosa, la rosa
    sta con le ombre nello specchio, e sanguina!)

    per chiudere con

    Stille! Der Dorn dringt dir tiefer ins Herz:
    es steht im Bund mit der Rose.

    (Silenzio! la spina ti penetra più a fondo nel cuore
    essa fa lega con la rosa)

    Quanto a Tenebrae è in Sprachgitter, che esce a metà del 59, sempre prima della Niemadsrose:

    Es war Blut, es war,
    was du vergossen, Herr

    (Era sangue, era
    ciò che hai versato, Signore)

    Tu dici “in tutta l’opera di C. la rosa viene tematizzata solo in Psalm.” Forse volevi dire in tutta Die Niemadsrose, ma la rosa è presente in tutta la raccolta, ti abbuono le Heckenrosen di Die Hellen, ma faccio fatica ad abbuonarti la Ghetto-Rose di Hinausgekrönt e sono un po’ perplessa se mi chiedi di ignorare le roses dell’ultimo verso di Huhediblu.
    Oltre questo è presente nella citata Stille e altrove, se non mi sbaglio.

    Insomma, non capisco.

    Ma pur non capendo, e curiosa di leggerti, se vorrai spiegarti meglio, mi fermo definitivamente qui. Dovrei mettermi a studiare Celan e non posso farlo.

  113. db il 6 settembre 2006 alle 01:07

    Ho preso in prestito le Poesie di Celan curate da Bevilacqua (Milano 1988) e ho letto l’introduzione. Su Psalm dice cose per me incomprensibili, e sì che sono baccalaureato:
    1- *l’entgegen dell’ottavo verso, che dai commentatori è stato interpretato come contrario di zulieb, può anche significare un moto di avvicinamento*, p. LXXIII. Sino al 1987, a guardare dalla bibliografia posta a fine volume, la stragrande maggioranza dei commentatori furono di lingua tedesca. Ora, costoro (o Bevilacqua zulieb, per fare un piacere a B., la stragrande maggioranza di costoro) hanno capito “contro”, e B. giustamente dice che PUO’ ANCHE significare “incontro a”, ossia “verso”. Dal “può anche” cade infine nel “deve solo”, traducendo appunto come sappiamo.
    2- *e non si può ignorare l’uso provocatorio, se non addirittura blasfemo, di una forma rituale cristiana (laudetur) e vagamente francescana (laudato sii)* p. LXXIV. Abbiamo già visto che la formula è ebraica innanzitutto.
    3- *Quanto al valore del genitivo implicito nell’espressione die Niemandsrose, dopo quanto si è detto sopra, si deve dedurre che esso pure va considerato bivalente, ossia genitivo allo stesso tempo soggettivo e oggettivo: la rosa appartiene tanto al wir che la produce pur sapendosi un perenne Nichts, quanto al Du cui la fioritura è intesa, pur essendo quel tu un Niemand*, pp. LXXIV-V. Si poteva dire egualmente: non appartiene né al wir né al du – ma cosa c’entra ciò coi genitivi? A me hanno insegnato (ma forse dipende dalla scuola, che si chiamava Brocchi) che ad es.
    IL GUSTO DELLA BATTUTA: genitivo soggettivo se seguito da “sta nel finale”; oggettivo se preceduto da “Gino ha”. Nel primo caso la battuta è il soggetto, nell’altra l’oggetto. Ma in Niemandsrose si hanno al massimo due genitivi soggettivi: o no?
    Purtroppo queste sono le uniche cose che B dice di Psalm.

    @ temp. sulle *nostre differenti posizioni su quello che chiamiamo poesia, non solo riguardo a Celan*: per quello che è umanamente possibile, se traduco X, cerco di tener presente solo la posizione di X su quello che X chiama poesia.

  114. temperanza il 6 settembre 2006 alle 01:55

    le nostre differenti scelte “mettono in evidenza”, vuol dire che hai già tradotto e motivato, dal che io traggo ecc. ecc. ohh, db, è vero che l’ora è tarda, ma sveglia! Cmq bonne nuit, è sempre un piacere incontrarti.

  115. db il 6 settembre 2006 alle 02:16

    Scusa temp, è stato un abbaglio: significa che l’ultima volta che ho consultato il Battaglia in biblioteca, era arrivato solo al vol. VII. In compenso, ho visto che il Dizionario Treccani consta di 14 voll., indici compresi. Completo di indici, il Battaglia è dunque di 23? guarda un po’: 23+ 14 = 30 + 7 = 37
    Correggo dunque volentieri *Corona come (parte della) corolla si trova solo ed esclusivamente nei 7 volumi del Battaglia e nei 30 della Treccani (spersa tra le pagine)* in: *Corona come (parte della) corolla si trova solo ed esclusivamente nei 23 volumi del Battaglia e nei 14 della Treccani (spersa tra le pagine)*. Il risultato cioè non cambia, CDD

    “in tutta l’opera di C. la rosa viene tematizzata solo in Psalm.” confermo, e intendo l’opera completa. Ho fatto così: ho digitato su google rose celan, sono andato sulle opere complete, e mi sono sciroppato tutte le ricorrenze. tematizzare significa porre a tema, no? il tema è l’argomento centrale, no? allora, non ho detto che il termine rosa compare solo in Psalm, ma che solo in Psalm la rosa viene posta a tema centrale, che poi è quall’Altro-oggetto da descrivere in dettaglio di cui parla C nel contemporaneo Meridiano.
    Facciamo un esempio: la celebre Pantera di Rilke ha a tema-oggetto una pantera (dietro le sbarre nella fattispecie): invece la celebre: A purtaa e calzett de seda cola riga nera, a caminava avanti e indrè come ‘na pantera, non ha a tema-oggetto una pantera, e nemmeno una pantera della mobile, ma una prostituta il cui cantore è al contempo magnaccia.
    ad es., la Ghetto-Rose che fatichi a abbonarmi, è un accenno di sfuggita a Rose Luxemburg, mentre il tema è diverso. così le roses de septembre, che è un ritornello tratto da Verlaine, calato in un contesto in cui la rosa non c’entra affatto. Il grumo testuale più denso che ho trovato è proprio in Stille! che tu citi e traduci: ma anche qui è facile accorgersi che il tema è il rapporto con l’amata, che si avvale delle metafore: spina/cuore/rosa (la spina nella carne, ma altrui).
    Se vuoi vedere cosa significa tematizzare una rosa, beh, c’è l’imbarazzo della scelta: ma digita su google les roses rilke, e scegli a caso una delle 24 poesie (del resto Rilke non aspettò gli ultimi anni a tematizzarla, fu sempre una sua fissa, la descrizione della rosa)

  116. db il 6 settembre 2006 alle 02:49

    @ temp. ho pensato che, se un salmo lo si innalza a lode, la lettura dovrebbe andare dal basso in alto, sicché alla fine ci si trovi col capo alzato. Così facendo, si vedrà che il testo parte giù dalla terra, cresce/fiorisce in uno stelo, e finisce nella corolla, sopra la spina. Insomma, diventa una poesia in forma di rosa-niente. te la regalo

    dem Dorn.
    über, o über
    vom Purpurwort, das wir sangen
    der Krone rot
    dem Staubfaden himmelswüst,
    dem Griffel seelenhell,
    Mit

    Niemandsrose.
    die Nichts-, die
    wir bleiben, blühend:
    waren wir, sind wir, werden
    Ein Nichts

    entgegen.
    Dir
    wir blühn.
Dir zulieb wollen
    Gelobt seist du, Niemand.

    Niemand.
niemand bespricht unsern Staub.
    Niemand knetet uns wieder aus Erde und Lehm,


  117. temperanza il 6 settembre 2006 alle 09:04

    @db

    grazie, la accetto con piacere, si poteva anche fare così, se ci riesco, in onore di padre Pozzi:

    dem Dorn.
    über, o über
    vom Purpurwort, das wir sangen
    der Krone rot
    dem Staubfaden himmelswüst,
    dem Griffel seelenhell,
    Mit

    Niemandsrose.
    die Nichts-, die
    wir bleiben, blühend:
    waren wir, sind wir, werden
    Ein Nichts

    entgegen.
    Dir
    wir blühn.
    Dir zulieb wollen
    Gelobt seist du, Niemand.

    Niemand.
    niemand bespricht unsern Staub.
    Niemand knetet uns wieder aus Erde und Lehm,

    sembra magari più un bicchiere che un fiore, ma almeno anche l’occhio ha la sua parte.

    Se in un testo che si intitola Die Niemandsrose la rosa “tematizzata solo in Psalm” traluce anche altrove, io penso che la Rose non traluca a caso, né traluca a caso nell’opera di Celan. E penso che in poesia le tematizzazioni sono multistrato, evidenti, meno evidenti, riprese ecc ecc.
    Rilke era grande, ma anche terribilmente decorativo.
    Potremmo provarci a tradurre Der Panther, che ne dici? Così gli indiani (Helena e Raos a parte) ci buttano fuori di casa. Ne trarrebbe vantaggio la mia bolletta del telefono.

  118. temperanza il 6 settembre 2006 alle 09:06

    Enno! l’avevo messa in ordine tipo bicchiere e si è ricomposta allineata a sinistra, me ne vado definitivamente.

  119. gianni biondillo il 6 settembre 2006 alle 10:15

    Te l’ho “imbicchierata” io, Temp.

    E… maledizione a me che non ho avuto nei giorni scorsi e non avrò nei prossimi giorni internet (sono, ora, ospite). Che splendida discussione, che io purtroppo ho solo leggiucchiato saltellando di qua e di là…

  120. temperanza il 6 settembre 2006 alle 12:54

    oh, meno male, grazie Gianni, ti devo un bicchiere:–)

  121. db il 6 settembre 2006 alle 19:14

    una versione leggermente più libera reca a titolo “Gianni”, e si conclude con

    la rossa che cantammo
    sopra la spina,
    oh birra!

  122. ness1 il 6 settembre 2006 alle 21:35

    Ciao, non ho ancora letto tutti i commenti (mi son, per ora, fermato ai tuoi primi chiarimenti) ma spero di riuscire a farlo presto. Trovo il tutto così interessante che vorrei chiederti un miliardo di cose. Sul tradurre. Sul proporre varie versioni come a dare eco/risonanza e con-testo. E poi da qua andare dritti alla poesia. Alla comprensione-comunicazione-comunione umana. Anche al di là della forma parola (mi fermo qua, intanto). Per ora ti chiedo ‘solo’: posso postare tutto questo, liriche e tuoi commenti sulla traduzione, nel mio spazio web e in un sito di scrittura (tanto per dare una sorta di paradigma di lavoro)? Citerò fonti e autori, tutto secondo norma. Dimmi di sì, grazie. Intanto questo, ma torno. Continua così, vai fortissimo.

  123. db il 6 settembre 2006 alle 22:01

    Ness1, ti giuro ness1,
    nemmeno il destino mi può separare
    perché questo anore che il culo mi dà, sempre vivrà…

    Ness1, ti giuro ness1
    può darmi nel dono di tutta una vita
    la gioia infinita che sento con NI…solo con NI.

    E’ NI, dolcissimo anore, soltanto NI, passato e
    avvenire, tutto il mio mondo comincia da NI…
    finisce con NI…

    Ness1, ti giuro ness1, nemmeno il destino
    mi può separare, perché questo anore
    s’illuminerà d’eternit…

    (ma una sveltina sì: correggi i refusi!)

  124. P.S il 6 settembre 2006 alle 22:59

    Cara temp, se con db vi siete graffiati, con me ti azzannerai! E sia. So che tu porterai a testimone il signor Pozzi, su cui ho appena sfogliato: F. Parravicini, “Moana. Tutta la verità. La vita e i segreti svelati da Giovanni Pozzi”, Aliberti ed. 2006 (Un ritratto di famiglia, i giochi di bambini, l’educazione ricevuta, l’adolescenza vissuta in giro per il mondo seguendo il fratello ingegnere. Un’infanzia da “bambina coccolata”, almeno fino alla svolta: l’abbandono, a 19 anni, del mondo in cui era nata e cresciuta, per muovere i primi passi nel mondo del cinema. Tutto questo attraverso il racconto di Giovanni, qualcosa di più di un padre, che, dipanando il lungo filo della vita di Moana e del loro legame, illumina di senso anche la propria storia). Io mi affiderò come al solito all’amico Mancini, al suo orecchio musicale. E per entrare già in tema, riporto il canovaccio popolare italico su cui il buon Rilke ricamò (mutuandone in pieno la cristologia).

    ellers

    T’ho compraa i calzett de seda con la riga nera
    te caminavet insema a mi come una pantera.
    Ti su del basell, mi gio’ del basell: se l’era bell!
    Ti senza capel, mi cont el capel, me s’eri bell!
    Caminavom semper insema. La gent che la pasava la ghe’ guardava,
    la se voltava e le diseva: “va quel li’, el gh’ha compraa anca la stola,
    el dev ess on poo on pistola”.
    Quel pistola seri mi.

    T’ho vist poer, incioda’ su quater assit
    anca mi me sont vist inciodaa su quater assit,
    compagn de ti anca mi me sont vist inciodaa,
    inciodaa come un pover crist.

    Te scareghi ogni sera in piazza Beccaria
    li te mostrett de sott banc la to mercanzia
    ti sul marciapee, mi denter el cafe’ di rochetee!
    Ti a fu su i dane, mi a spend i dane coi rochete!
    Tuti i volt che semm insema che on quai vun in sul canton che el me varda el me dis: “va quel li’, el gh’ha la dona che la rola,
    el dev ess on poo on pistola”.
    Ah? Saria mi el pistola? El pistola te se ti. Te lavoret tutti el di’…

  125. temperanza il 6 settembre 2006 alle 23:12

    caro @P:S: eccetera:-)

    Mi sono graffiata con db eccetera? non credo, ma chi meglio di te potrebbe saperlo?
    Non so per lui, ma per me è un piacere sia leggerlo che rispondergli. Certo non ho né la sua energia né la sua resistenza. Mi sforzo:-)

    Bella la Moana, e simpatica. Non sarà mica parente dell’altro?

  126. ness1 il 6 settembre 2006 alle 23:22

    @ db (d’io brutto, deficente bauco, deretano bucato, derelitto bis-losco, debosciato bestiale, demodé bastardo, domato bugiardo…): kazzo vuoi?

  127. db il 7 settembre 2006 alle 01:20

    @ness1. S. Mina mi ha insufflato quella rima, che tradotta in sardoni significa: fa’ sveltino, prendi quel che vuoi e correggi casomai i refusi. Per me non c’era manco bisogno di chiedere.

    @temp. Chillu è ppazzo: P.S ellers, intendo, che ha confuso il padre di Moana col padre di Gesù. Io serbo di padre Giuseppe un ricordo corrusco e vivificante, in cui anche le periodiche, sardoniche sfuriate, le pacate stroncature (più devastanti di quelle veementi e urlate) che potevano sconfinare in sottile, lepido dileggio o greve, ma mai offensivo, sarcasmo assumevano per me il valore di alto insegnamento scientifico o erano vere e proprie lezioni di vita, frutto non certo di malanimo o di disprezzo, ma di apprensione e di affetto direi quasi paterni. Quando cominciai a lavorare su G. Marino Barreto Jr, lessi un libro straordinario, ma metodologicamente anarchico per non dire folle su questo poeta tarocco, di cui padre Pozzi fu il massimo interprete. Ne fui entusiasta. Fu per me come una specie di “amore segreto”: guai se padre Pozzi fosse venuto a saperlo! Più volte lo aveva fatto a pezzi nei corsi e nei seminari e fece a pezzi me quando un giorno mi sorprese con questo libro «all’indice» in biblioteca. Ma durante una cena mi confidò non solo che aveva stima di questo eccentrico studioso, ma che intratteneva con lui rapporti regolari. Nonostante certi screzi, o forse è meglio dire: anche grazie a certi screzi, posso affermare, senza falsa modestia, di aver avuto un rapporto privilegiato con padre Giuseppe, fondato su affetto, amicizia e stima reciproca; rapporto suggellato nell’ultimo anno da indimenticabili cenette a scadenza settimanale.

  128. helena il 7 settembre 2006 alle 08:51

    Ness1, dicevi a me? Riporta pure, se vuoi, con piacere…Per il resto, vedo che siamo finalmente e inesorabilmente giunti al cazzeggio. Buon divertimento. Sul serio, ragazzi…

  129. temperanza il 7 settembre 2006 alle 09:36

    @ helena
    eh sì, dopo un po’ senza carta, faccia o dovere a limitarlo, il cazzeggio fa come la gramigna, dilaga.

    @db
    insomma, ti sei sentito screziato, mi spiace.

    saluti @tutti

  130. db il 7 settembre 2006 alle 12:27

    @ness1. la tua richiesta era senza destinatario. subito ho pensato ti rivolgessi a helena. siccome però il commento precedente alla tua richiesta era mio, mi è sorto il dubbio che la tua richiesta fosse rivolta a me. nel dubbio ti ho risposto. se non è così, poco male: polvere ero e in polvere ritornerò.
    @temp. non ci siamo graffiati io e te: ci siamo graffiati insieme con la spina, “lavorando” accanitamente sulla rosa (canina?). Così, se passassimo a Rilke, ci azzanneremmo insieme con la pantera, noi tre dietro le sbarre: che goduria!
    @helena. innanzitutto grazie, perché mi hai indirettamente spinto (insieme ad altri) a farmi una cultüra su C, i.e. a saperne un po’ di più. Per le famose coincidenze della vita, ieri notte ho rivisto Elephant man di Lynch. Al momento topico del film, succede questo: il direttore dell’ospedale deve decidere se lui è un essere umano (da trattenere dunque lì), o un mostro (da espellere). Un medico volonteroso gli aveva insegnato a formulare qualche parola elementare. E così succede: ma il direttore si accorge che sta ripetendo come un pappagallo, ergo non è un uomo a tutti gli effetti. Lo lasciano solo, e mentre il direttore sta comunicando al medico sottoposto la sua decisione negativa, sentono dalla stanza levarsi una parola-canto (gli americani direbbero un gospel). Rientrano precipitosamente, e gli chiedono cos’è: EM risponde che è il Salmo 23, il suo preferito. Allora il direttore realizza che è un essere umano. S. Rete me l’ha insufflato in sardo (forse perché l’appellativo usato per il Signore è “pastore”):

    Pastori miu est su Sennori,
    non mi fai farta beni perunu,
    in s’innidu mi fai pasiari,
    a àcuas sèrias mi bogat.

    In vida e fortza mi torrat,
    in camineras bonas mi ghiat,
    cumenti ddi dexit
    a su nòmini suu.

    Fintz’e in spentumu passendi
    e in umbras de morti,
    mali perunu non timu,
    ca ddui ses tui acanta mia,
    a bàculu e a matzoca
    agiudu mi donas e ghia.

    Ananti miu mesa m’isterris
    in faci a is inimigus mius,
    in parti ‘e onori mi ponis,
    a rasu mi prenis su calixi.

    Eia! Bonu e fidau
    tui m’acumpangias
    a totu dia de vida mia,
    e in domu ‘e su Sennori
    ap’a bivi tempus e tempus
    de dis e de annus.

    Infine: sono convinto che la sostanza del ragionare sulla rosa gli venga da Rilke, e in primis dall’epitaffio, perché solo in Rilke si ha un approccio ontologico alla rosa, per cui il problema in lui, costante, è: come può essere la rosa-niente un qualcosa?
    All’altezza del 1982, si contavano già più di 300 interpretazioni dell’epitaffio rilkiano. Per le famose coincidenze, mi sono trovato nel 2000 a passare un mese in contatto telepatico (cheek 2 cheek) con uno psicopatico, il direttore della Fondazione Rilke di Sion. Ne è venuta fuori una plaquette che ha inaugurato la mostra sugli Ultimi anni di Rilke. Sono 2 paginette che possiedo solo in fotocopia (ho perso pure il file). Se vuoi, te le spedisco (ma come?).

    Bace e pene @ tutti

    PS ho letto che C era sfrenato nei calembours/cazzeggi: stimmt es?
    La formula classica “per amor di Dio” in Lutero è um Gottes wille. Con zulieb, C sottolinea l’aspetto radicalmente umano (ateo-logico) del rapporto.

  131. P.S ellers il 7 settembre 2006 alle 13:16

    Chillu è ppazzo! la Fondazione Rilke è a Sierre, e si dice um Gottes willen. L’unico poi che sappia la connessione tra “rosa” e “pantera”, sono io.
    Senza offesa

    S.P eter

  132. S. Cimitero il 7 settembre 2006 alle 13:20

    eter-ellers… mi dice qualcosa…

  133. ness1 il 7 settembre 2006 alle 16:55

    @ Helena (

  134. ness1 il 7 settembre 2006 alle 16:56

    Mi è stato ciulato il commento, perché?

    In sintesi: grazie Helena.

    db: finiscila di offendere.

  135. P. Leminsky il 7 settembre 2006 alle 17:28

    L’ÊTRE AVANT LA LETTRE

    la vie en close

    c’est une autre chose

    c’est lui

    c’est moi

    c’est ça

    c’est la vie des choses

    qui n’ont pas

    un autre choix

  136. P. Pozzi il 7 settembre 2006 alle 17:37

    eva nova moana
    a tantos inspirou
    até que morreu

    ave
    ó musa
    de museu

  137. I. Clouseau il 7 settembre 2006 alle 19:13

    Chi ha parlato
    di pantera rosa?

  138. emma il 7 settembre 2006 alle 21:57

    Questa è la puntata di “Uomini e profeti” (Serie “Salmi tedeschi” – con Luigi Reitani) contenente la lettura di “Psalm” fatta dallo stesso Celan.
    La trasmissione, per chi ha seguito il thread [e non si rassegna al cazzeggio finale], è interessantissima (viene presentata anche Nelly Sachs).
    http://www.radio.rai.it/radio3/uomini_profeti/view.cfm?Q_EV_ID=118351
    (cliccare su ascolta)

    Questa è la puntata precedente (la prima della serie), con Celan che legge “Tenebrae”.
    http://www.radio.rai.it/radio3/uomini_profeti/view.cfm?Q_EV_ID=117443

    Qui le due puntate successive.

    Su Ingerborg Bachmann
    http://www.radio.rai.it/radio3/uomini_profeti/view.cfm?Q_EV_ID=119160

    Su Thomas Bernhard
    http://www.radio.rai.it/radio3/uomini_profeti/view.cfm?Q_EV_ID=120275

  139. gabriella il 7 settembre 2006 alle 23:50

    @ emma

    GRAZIE!!!

  140. db il 8 settembre 2006 alle 00:25

    @emma. Ora la voce dell’autore riapre il gioco delle intepretazioni (e
    potrebbe risultare dirimente su più punti). Solo che non riesco ad aprire il file, e sono perciò costretto a pensare la fine. Seriamente (forse ho esagerato nel cazzeggio, ma devo anche dire a mia parziale discolpa che non ho l’esclusiva del marchio ubique).
    Alla morte di C, nel suo appartamentino trovarono 4 libri (l’ultimo suo, un trattato di mineralogia, le Poesie di Rilke, le Poesie di Hölderlin) e 1 epitaffio:
    
*Wahr spricht, wer Schatten trinkt.*

  141. ness1 il 8 settembre 2006 alle 01:05

    @ db: mi devi e attendo una tua VERA risposta, ora che ne hai millantata una mentre era un gioco offensivo, e soprattutto la tua rischiesta di scuse.

  142. helena il 8 settembre 2006 alle 08:35

    zulieb: anche i riferimenti alle ricorrenze del termine in altre poesie non eliminano la questione che volevo segnalare. “Zulieb” è “per amor di”, ma- già solo per il fatto che in italiano “amor” è una parola singola, staccata – gli accenti e le sottolineature, i registri sono diverse. “Zu” è un “zu” di moto, parallelo (e/o opposto) a “entgegen”. Verso Niemand. E’ lui che attira “zu” e “entgegen”, cosa che emerge fortemente da un termine come “zulieb” che oscilla fra “per amor di” e “per compiacere”. Non mi piace iperinterpretare, ma mi suona come se l’amore in questione fosse del tipo “l’amor che move il sol e le altre stelle”, negato, nullificato perché il soggetto qui è Niemand.
    E per amor di xxxx, finiamola qui:-)

  143. temperanza il 8 settembre 2006 alle 10:23

    Nel post a Ciaruffoli un certo Pontiggia ha postato un po’ acidamente questo:

    “Altre volte i dibattiti si prolungavano fino a quel limite che, insieme con l’orario della sala, è capace di interromperli: la spossatezza. Provati da vertigini logiche che ambivano alla precisione del linguaggio matematico e illusi da analisi capziose la cui perfezione durava finché un altro non interveniva a confutarla, gli spettatori abbandonavano la sala svuotati di energie, esausti e insoddisfatti. Non c’è come accanirsi in una discussione per scoprirne l’inutilità. E toccare il fondo suscita un unico desiderio, risalire alla superficie.”

    (da La grande sera, ed. riveduta, Milano, Mondadori, 1995.)

    Naturalmente non penso che abbiamo fatto questo:–)) ma il cazzeggio è il segno che la discussione è finita, o è in pausa caffè.

    Io ho un debole per un moderato cazzeggio, dico la verità, il cazzeggio mi ha sempre accompagnata nelle discussioni più serie e più aspre, serve a spulciarsi, come nelle comunità scimmiesche.

    Vediamo se torna @Cato e ci dà nuovi stimoli, o se @db ci dà qualche altra prova di immersione, io resterò a guardare per un po’.

    Intanto grazie @Emma, e soprattutto grazie @helena per aver dato l’avvio a tutto questo. e naturalmente grazie a tutti gli altri con in testa @db, il grande duellatore.

  144. M. Butor il 8 settembre 2006 alle 11:45

    Quand aurons-nous courage ou chance
de larguer nos pauvres amarres
d’errer dans l’émerveillement
pendant des siècles d’abandon
vers l’heureuse dissolution
ressassant nos années de liesse
en distillant nos performances
en alcool de tranquillité ?

    2006

  145. H. Heine 1844 il 8 settembre 2006 alle 11:52

    Im düstern Auge keine Träne
    Sie sitzen am Webstuhl und fletschen die Zähne:
    Deutschland, wir weben dein Leichentuch,
    Wir weben hinein den dreifachen Fluch –
    Wir weben, wir weben!

    Ein Fluch dem Gotte, zu dem wir gebeten
    In Winterskälte und Hungersnöten;
    Wir haben vergebens gehofft und geharrt –
    Er hat uns geäfft, gefoppt und genarrt –
    Wir weben, wir weben!

    Ein Fluch dem falschen Vaterlande,
    Wo nur gedeihen Schmach und Schande,
    Wo jede Blume früh geknickt,
    Wo Fäulnis und Moder den Wurm erquickt –
    Wir weben, wir weben!

    Non han ne gli sbarrati occhi una lacrima,
Ma digrignano i denti e a’ telai stanno.
Tessiam, Germania, il tuo lenzuolo funebre,
E tre maledizion l’ordito fanno -
Tessiam, tessiam, tessiamo!


Maledetto il buon Dio! Noi lo pregammo
Ne le misere fami, a i freddi inverni:
Lo pregammo, e sperammo, ed aspettammo:
Egli, il buon Dio, ci saziò di scherni.
Tessiam, tessiam, tessiamo!
…
Maledetta la patria, ove alta solo
Cresce l’infamia e l’abominazione!
Ovo ogni gentil fiore è pesto al suolo,
E i vermi ingrassa la corruzione.
Tessiam, tessiam, tessiamo!

    (Giosuè Carducci, rosso del 1888, 14°, temp. ambiente, lasciare stappato almeno mezz’ora, adatto per cacciagione e in primis cinghiale)

  146. H. Heine 1844 il 8 settembre 2006 alle 12:07

    (dopo i tessitori della Slesia, i minatori della Ruhr)

    ES WAR ERDE IN IHNEN, und
    sie gruben.

    Sie gruben und gruben, so ging
    ihr Tag dahin, ihre Nacht. Und sie lobten nicht Gott,
    der, so hörten sie, alles dies wollte,
    der, so hörten sie, alles dies wußte.

    Sie gruben und hörten nichts mehr;
    sie wurden nicht weise, erfanden kein Lied,
    erdachten sich keinerlei Sprache.
    Sie gruben.

    Es kam eine Stille, es kam auch ein Sturm,
    es kamen die Meere alle.
    Ich grabe, du gräbst, und es gräbt auch der Wurm,
    und das Singende dort sagt: Sie graben.

    O einer, o keiner, o niemand, o du:
    Wohin gings, da’s nirgendhin ging?
    O du gräbst und ich grab, und ich grab mich dir zu,
    und am Finger erwacht uns der Ring.

    (l’anno in cui scrisse questa + Psalm, C portò la Sachs alla tomba parigina dell’ebreo-cristiano-ateo Heine, l’amico di Marx classificato dai nazi come “autore sconosciuto”)

  147. P. Celan 1960 il 8 settembre 2006 alle 12:21

    Era terra dentro di loro, ed essi
    scavavano.

    Essi scavavano e scavavano, così trascorrendo
    il dì e la notte. E non lodavano Iddio,
    il quale, gli fu detto, tutto questo voleva,
    tutto questo, gli fu detto, sapeva.

    Essi scavavano e nulla più udivano;
    essi non capivano, né crearono un solo canto,
    non si diedero una lingua.
    Scavavano.

    E giunse un silenzio, giunse anche un vortice,
    giunsero i mari, tutti.
    Io scavo, tu scavi, e scava anche il verme,
    e ciò che lì va cantando, dice: Essi scavano.

    Oh uno, oh nullo, oh nessuno, oh tu:
    Dove s’andava, giacché non s’andava in alcun luogo?
    Tu scavi ed io scavo, scavando ti raggiungo:
    al dito si ridesta a noi l’anello.

    (Alberto Bevilacqua del 1988, 0°, da bere fresca e non accompagnata)

  148. Cato il 8 settembre 2006 alle 13:49

    Nessuno ci impasta più di terra e argilla,
    nessuno alita sulla nostra polvere.
    Nessuno.

    Lodato sii tu, Nessuno.
    Per amore tuo vogliamo
    fiorire.
    Incontro
    a te.

    Un nulla eravamo, siamo, rimar-
    remo, fiorendo:
    la rosa di
    Nulla, di Nessuno.

    Con
    il pistillo animachiara,
    lo stame cielodiserto,
    la corona rossa
    della parola pupurea che cantammo
    su, oh sul-
    la spina.

    (Traduzione di Moshe Kahn e Marcella Bagnasco, in P. Celan, Poesie, Lo Specchio, Mondadori, 1986, III ed.)

    Nell’introduzione, Moshe Kahn fa risalire il titolo, Die Niemandsrose, all’epigrafe di Rilke: “Rosa, o pura contraddizione, voglia / di essere il sonno di nessuno sotto tante / palpebre”.

    *

    Nessuno ci impasta più con terra e argilla,
    nessuno evoca la nostra polvere.
    Nessuno.

    Sia lode a te, Nessuno.
    Per amor tuo
    fioriremo.
    Incontro a te.

    Noi siamo
    fummo,
    e resteremo sempre
    un Nulla che fiorisce:
    la rosa di Nessuno.

    Con
    lo stelo lucente come l’anima
    con lo stame ebbro di cielo,
    la corona imporporata
    dalla parola, che cantammo
    sopra, oh al di sopra
    della spina.

    (Traduzione di Mario Specchio, tratta dal suo libro “Paul Celan. L’incantesimo dell’assurdo”, Edizioni di Barbablù, Quaderni di Saggistica n.2, Siena, 1986).

    I saggi contenuti nel libro di Specchio, sebbene un po’ datati (anche perché nel frattempo sono stati pubblicati numerosi altri studi sull’argomento), sono comunque molto interessanti, in particolare “Contemplazione della morte e motivi mistici”, che contiene una bella (e discutibile) analisi del “Salmo”, e tutta la raccolta “Die Niemandsrose” viene calata in un preciso contesto di natura “religiosa”: “il libro più ebraico di Celan”; ma “ciò non esclude che… partecipi anche, in qualche modo, di una posizione polemica nei confronti dell’ebraismo medesimo”.

    Amen.

  149. Cato il 8 settembre 2006 alle 14:24

    Ho riletto i commenti, dal primo. Grato a tutti per aver portato a casa un buon raccolto, fosse soltanto un punto di vista diverso su alcune mie convinzioni, non posso fare a meno di pensare, con legittima “preoccupazione”, a ciò che potrà succedere quando Helena, così come “minaccia” di fare, posterà “Tenebrae”. Io mi do per disperso già da ora. :-)

    @ ness1

    Credo si tratti di equivoco che si può facilmente sciogliere, basta volerlo. Io la pongo su questo piano: se db è uno che offende il suo interlocutore, allora è probabile, anzi, sicuro, che “Tenebrae” di Paul Celan è la sceneggiatura in versi di un film di Dario Argento.
    Saluti.

    @ effeffe

    Mi interessano notizie del libro al cui inseguimento ti eri messo: come è andata la “caccia”? Potresti poi, cortesemente, se te ne capita l’occasione, vedere in loco se esiste, sotto forma di libro, la traduzione di Celan dei “Feuillets d’Hypnos” di René Char? Aiutami, o nobile giovine, a esaudire questo mio desiderio, e in cambio ti traduco il Padrenostro in uno dei dodicimila dialetti dell’Africa australe, a tua scelta… ,)

  150. db il 8 settembre 2006 alle 15:01

    WEGGEBEIZT vom
    Strahlenwind deiner Sprache
    das bunte Gerede des An-
    erlebten – das hundert-
    züngige Mein-
    gedicht, das Genicht.

    E’ l’incipit della poesia che dà il titolo alla raccolta Atemkristall del 1965, immediatamente successiva a Die Niemandsrose del 1963, cui aveva dato il titolo Psalm. Purtroppo ho riconsegnato ieri le Poesie curate da Bevilacqua (perciò ho sbagliato prima, scrivendo Alberto), e non me la sento di tradurre ab imis (fatica!). Ricordo però una cosa, che poi è quella che qui interessa: Bevilacqua traduce gli ultimi 2,5 versi con: “la linguacciuta miapoesia, la nullesìa” (lo ricordo per l’effetto-accaponamento). Joris renders as “my hundred- / tongued perjury- / poem, the noem.” Joris’s note tells us that Mein-gedicht is formed on the analogy of Meineid, a false oath, or perjury. But it can also mean simply “my poem,” and since Genicht is made from the past-tense prefix ge- coupled with the noun for “nothing” (and also echoes the participle vernichtet—“destroyed”), Celan seems to be saying that the hundred-tongued poem which was mine has become a nothing, has been annihilated. How to render this in English, with or without the secondary meaning of perjury? Like Joris, Hamburger uses “noem,” but renders “Mein- / gedicht” as “pseudo- / poem,” whereas Felstiner renders the passage as “the hundred- / tongued My- / poem, the Lie-noem,” which transfers the meaning of Meineid to the second noun Genicht. But the “nothing that is not there,” to draw on Wallace Stevens, is not necessarily a “lie,” nor does the childish neologism “noem” convey the import of one’s Gedicht being reduced to the emptiness of a Genicht, by that single change of consonant from d to n. At the same time, “perjury-poem” or “pseudo-poem” makes the secondary meaning of Mein-gedicht the only meaning. Mah…

    Mi colpisce l’omologia tra

    blühend:
    die Nichts-, die
    Niemandsrose.

    das hundert-
    züngige Mein-
    gedicht, das Genicht.

    abbiamo 100 petali e 1 rosa-niente
    abbiamo 100 lingue e 1 non-poesia

    In entrambi i casi, contraddizione pura: la differenza, l’in più, lo dà il calembour (Gedicht/Genicht), soluzione linguistica che manca appunto in Psalm.
    Ricontrollando in rete: Die Niemandsrose fu pubblicata verso la fine del 1963, e la composizione della sua quarta sezione, pensata come autonoma col titolo Pariser Elegie, risale alla prima metà del ’63. La poesia di cui ho riportato ora l’incipit possiamo collocarla nel 1964. C’è una continuità “rilkiana”? Io penso di sì. Riporto il mio primo intervento a naso in questo thread: *possibile che il salmo sia un controcanto consapevole all’iscrizione che Rilke volle sulla sua tomba a Raron

    Rose, oh reiner Widerspruch, Lust,
    Niemandes Schlaf zu sein unter soviel
    Lidern.*

    qui abbiamo 100 palpebre e 1 sogno-di-nessuno.
    (Ma se la sentissimo dalla voce di Rilke)
    noi avremmo 100 canti e 1 sogno-di-nessuno.
    (perché Liedern si pronuncia Lidern)

    A voler essere pignoli, quello di Rilke è tecnicamente perfetto, perché non ha bisogno di alcuna variazione, come invece il d/n di C (e in più il marpione esagera, poiché ne aveva fatto giusto prima un altro, altrettanto perfetto: reiner/Rainer).
    Insomma mi sentirei di variare il mio primo intervento in: *quasi sicuramente il salmo è un controcanto ecc. ecc.*
    Ma c’è poco da stare allegri, ché: L’ALFABETO MORSE, LA TASTIERA PIANSE. (ma allegria c’è per il ritorno di Cato, nonostante il suo censorio amen)

  151. Cato il 8 settembre 2006 alle 15:25

    @ db

    CORROSA E SCANCELLATA
    dal vento radiante della tua lingua
    la chiacchiera versicolore
    dei fatti vissuti – la linguacciuta
    miapoesia, la nullesia.

    (Qui Bevilacqua è fantastico!!!)

    Se (ti) interessa il seguito:

    Dal
    turbine
    aperto
    il passo attraverso le umane forme
    di neve – neve di penitenti.
    fino alle accoglienti
    stanze
    dei ghiacciai, ai deschi.

    In fondo
    al crepaccio dei tempi,
    presso il favo di ghiaccio
    attende, cristallo di respiro,
    la tua irrefutabile
    testimonianza.

    :::

    Qui si aprirebbe, tra l’altro, un ulteriore capitolo sulla presenza e le valenze simboliche di “neve” (e termini omologhi) in parallelo con “polvere”. Glissons.

    Piuttosto, vado a vedere cosa scriveva Hans (Boy) Georg, anima buona, su “Weggebeizt”. Se è una gadamerata, non ve la posto.

    p.s.

    “Amèn” è da intendersi nell’accezione “uticense”, più che “censoria”. Cosa fai, in-sìnui???

  152. ness1 il 8 settembre 2006 alle 15:29

    @ Cato e db: Bravi, vedo che tra voi che vi conoscete bene non ci sono problemi. Felicitazioni. Io invece non vi conosco, né voi conoscete me. E’ d’obbligo un minimo di rispetto e chiarezza comunicativa. Pertanto io ora attendo, quantomeno, dei CHIARIMENTI da parte di db, e qualche parola che sia qualcosa di più d’un “volemose tutti bene” immotivato. Io ho fatto una cortese richiesta a Helena (che con altrettanta cortesia m’ha risposto): db ha invece postato una a dir poco OFFENSIVA canzoncina diretta a me espressamente (vedi sopra), per poi giustificarsi, con tono sarcastico, col dire di aver supposto che il mio post per Helena fosse per lui (impossibile sbagliarsi) e d’avermi risposto – con la canzone (di qui la sua millanteria). Signori miei, state sfoderando un’erudizione (e un tempo libero) enorme, ma se non siete neanche capaci di comunicare in modo chiaro e semplice allora tenetevi pure tutta l’erudizione del mondo. Volevo anche dire che sì, l’erudizione, ma in una poesia c’è da tener conto che nasce da una spinta che sta infinitamente più a fondo di qualsiasi razionalizzante speculazione: se non si tiene conto di questo, non esiste lettura/comprensione (men che meno traduzione) che possa sfiorare la poesia (quella specifica, ed in sé).

  153. Cato il 8 settembre 2006 alle 15:49

    Non mi sembra una gadamerata (ricordavo bene), ma è un commento molto lungo, quasi letterale, che devo leggere con attenzione, prima di tentarne un riassunto, o prima di prestare il libro a chi volesse leggerlo.

    Intanto, caro il mio db, eccoti la traduzione di Franco Camera al frammento di “Weggebeizt”:

    Spazzata via dal
    vento raggiante del tuo linguaggio,
    la variopinta chiacchiera dell’esperienza
    ammucchiata – la poesia dalle cento
    lingue, menzognera,
    il niente di poesia.

    Qui Bevilacqua batte Camera (2 a 0). Altrove Camera stravince. E siamo pari e “patta”. Amen (censorio, stavolta).

    Ma il vero “amen” è qui, secondo me. Seguimi e non te ne pentirai: io qui metto una parola molto, molto vicina a “fine”…

    (vai al prossimo)

  154. ness1 il 8 settembre 2006 alle 16:01

    (Volevo anche dire – ma tutti ‘sti commenti, a questione risolta si possono cestinare – a Cato e db che rispondere con delle battute a qualcuno che si sente offeso risulta come minimo irritante per quel qualcuno: e non ci vuol tanto per capirlo, nessuna psicologia ma semplice mettersi nei panni altrui, che poi è la vera grande lezione della poesia. E buona continuazione a voi.)

  155. Cato il 8 settembre 2006 alle 16:08

    Caro ness1, stavo per postare il seguito del mio precedente commento e, letto il tuo intervento, “ho” tra-salito. Se ti interessa:

    – conosco db solo come commentatore di NI (il fatto che avrei piacere a conoscerlo di persona, poi, è un problema mio);

    – se vai a rileggere altri suoi commenti, ti accorgi (c’è bisogno che tu voglia farlo, però) che quello rivolto a te non reca nemmeno l’ombra di quello che tu reputi un “insulto” (leggi quello che scrive, con autoironia più che con ironia, rivolto a Helena o a Temperanza: poi, vedi un po’ tu);

    – nessuno sta facendo sfoggio di erudizione: stiamo operando delle ricerche e scambiandoci informazioni, rilievi e riflessioni su un autore e su un testo, in particolare, che amiamo;

    – si può avere del tempo libero per molti motivi, magari uno ha appena finito di lavorare, se lavora: io, in questo momento, non sto lavorando, e ti auguro, dal profondo del cuore (non scherzo affatto) di non trovarti mai a “oziare” per le stesse ragioni che costringono me in questo stato;

    – quello che dici sulle ragioni della poesia, è patrimonio di tutti, qui, ma non mi sembra si stesse discutendo di questo;

    – sono pochi quelli che, su NI, partono dal presupposto di dover insegnare qualcosa a qualcuno e, personalmente, non mi interessano: a volte iniziano proprio, come hai appena fatto tu, col ricamare e immaginare chi sa mai quali secondi fini dietro qualsiasi intervento o commento;

    – se puoi, non aggiungerti alla lista;

    – se non puoi, aspetta qualche giorno: sembra che il dottor Gerardo Carotenuto stia per terminare le sue (meritate) vacanze.

    Saluti

  156. Cato il 8 settembre 2006 alle 16:34

    @ db & Co.

    Ecco il seguito (con la parola fine, per quel che mi riguarda).

    Da “Atemkristall” (1965)

    Stehen, im Schatten
    des Wundenmals in der Luft.

    Für-niemand-und-nichts-Stehn.
    Unerkannt,
    für dich
    allein.

    Mit allem, was darin Raum hat,
    auch ohne
    Sprache.

    p.s.

    Evito di proporre una mia traduzione: inizierebbe una teoria di altri centocinquanta post. Lasciamone qualcuno all’avvicinarsi delle “Tenebrae”.

    Grazie, signori, e, soprattutto, signore.

  157. ness1 il 8 settembre 2006 alle 17:00

    Caro Sig. Cato, a me “mi” interessa: molto.
    Non a caso sono qua, a leggere e discutere.

    Allora, Sig. Cato: qui c’è qualcuno che è stato (si sente – poco cambia) offeso dal Sig. db. Gli usiamo (mi usate) la cortesia almeno di chiarire?

    Cambiamo tono? O continuiamo a menar il can per l’aia? Si tratta di un minimo di comprensione umana. C’è, m’è consentito chiederla? Grazie!

    Fnché il Sig. db non VORRA’ gentilmente chiarirla, non può dirsi sia un malinteso da parte mia ma una vera e propria sua offesa a me diretta.

    Che vi conosciate solo per commenti qui dentro, non cambia la sostanza: il Sig. db (che ripeto non conosco affatto), allo stato attuale, mi ha offeso.

    Sto già rileggendo per conto mio tutti i commenti (di tutti) e copiandoli in un file per allestir un testo per ulteriore studio e come già detto a Helena.

    La canzoncina offensiva a me rivolta che il Sig. db ha scritto mi ha offeso: è la questione aperta. E’ superfluo evidenziare perché sia offensiva. Allora?

    Io non ho mai scritto “insulto” (se le tue virgolette indicano una citazione), e ripeto sto rileggendo tutti i commenti e quindi vedo che con altri scherza.

    Non ho nemmeno mai scritto (parlato di) “sfoggio” (vanità) e ho piuttosto usato il verbo: sfoderare (quasi un’arma – a doppio taglio, dato tutto ciò).

    Ecco: operare delle ricerche e scambiarsi informazioni, rilievi e riflessioni su un autore, e su un testo in particolare, che si ama è bello. Avanti così.

    Grazie per il buon auspicio lavorativo che mi rivolgi (pur se mi ci son già trovato in passato nelle tue condizioni; ora l’allarme è, in parte, rientrato).

    Il tempo libero mi pare difficilmente gestibile in termini di ricerche etc. se uno sta anche lavorando (e non necessariamente nello stesso momento).

    Invece ho proprio posto io questa questione (si può, vero, non è vietato farlo?): perché, se è patrimonio di tutti, il Sig. db ancora non lo dimostra.

    Come non lo dimostra tanto neanche la tua risposta precedente: di cui pur capisco il tono scherzoso, ma del tutto fuori luogo. Lo facciamo uno sforzo?

    Possibile che mi sbagli e sono pronto ad ammetterlo: il Sig. db è in debito di spiegazioni con una persona (me) che ha (pur inavvertitamente) offeso.

    E’ triste come tu possa supporre mie lesive intenzioni dopo avermi fatto il rimprovero di immaginare secondi fini etc.: anche questo aggrava le cose.

    Offendere è ferire, anzitutto. Non ho la più pallida idea di cosa tu intenda con “lista”, cui non vorresti mi aggiungessi. Né lo farò. Spero chiarimenti.

    Non ho idea nemmeno di chi sia il Dr. Carotenuto (buone vacanze a lui) e che cosa c’entri in questa situazione. Sempre per chiarezza comunicativa.

    Se ho avuto un tono grave (scambiato da qualcuno per “cazzeggio”?) non è per offendere (in ogni senso) nessuno, ma perché il Sig. db m’ha offeso.

    Sentiti saluti.

  158. db il 8 settembre 2006 alle 17:45

    a ness1. c’è stato un fraintendimento, e al di là di chi possa aver ragione, c’è una piccola ferita che va comunque risanata: tra l’altro non costa niente, perché in rete siamo tutti nessuno, senza passati (condivisi o meno).
    Nel fraintendimento intanto, chi ci ha fatto la figura oggettiva del pirla sono io. Tu chiedi a Helena di riprendere le sue cose, colmandola di complimenti, e il deficiente di turno pensa che parlino a lui e risponde a sproposito (nel dubbio di chi fosse il destinatario, ricordo di aver riletto l’ultima parola tua, “fortissimo”, e ho pensato che era al maschile, ergo: siamo una squadra fortissimi!).
    Stavo per risponderti: “fa’ come ti pare, prendi dal thread tutto quello che vuoi, magari correggendo i refusi di cui il thread è ovviamente disseminato)… quando m’è rimbombato in testa “Nessuno” di Mina (ma le parole sono di Capotosti – a prop. di come Celan pronuncia il terzo Nie-mand: anche Mina canta una volta Nessuno, e la seconda Ne-e-ssuno), e così l’ho adattato al contenuto della risposta. Nessuno mi può separare da NI, cui dichiaro pubblicamente il mio anore, ma una sveltina con te ness1, e cioè un mordi e fuggi, una rapina di testi(coli) te la concedo eccome: ça va sans dire!
    Non mi sono fatto capire: adesso forse va meglio.
    Nello stesso istante che ti rispondevo, temp. si è sentita dispiaciuta perché pensava che io mi fossi sentito graffiato da lei. ma io intendevo che ero stato graffiato dalla spina parlandone con lei.
    Come vedi, in rete ci si equivoca, ma si rimedia (anhe con Cato mi è successo così).

    Onestamente, quello che m’interessa qui è tradurre nel migliore dei modi Psalm, a più mani ecc. Mi ha colpito su Il Primo Amore che il poeta Baratto ammette di ritoccare in continuazione le sue poesie, anche se sono già state pubblicate e al momento pensava veramente che fossero definitive. Ciò vale a maggior ragione per ogni traduttore.
    Ad es., la trad. di Picchio riportata da Cato è in più punti manchevole (stelo invece di stilo grida vendetta), ma ci regala una perla:

    Sia lode a te, Nessuno.

    Mi sono imbarcato in un “lavoro”, e non ho ancora finito.

  159. Cato il 8 settembre 2006 alle 18:02

    Caro ness1, e con questo passo e chiudo:

    premesso che non sono l’avvocato di chicchessia, db in questo caso, permettimi di rimandarti a un suo post, quello immediatamente precedente la tua richiesta: “psalm” che diventa “gianni” (Biondillo) e la “spina” una birra: io lo trovo un modo per allentare quella “tensione” che, quando si parla di cose che ci premono troppo, che amiamo in modo particolare, ci porta, a volte inconsapevolmente, a prenderci troppo sul serio (stiamo sempre dialogando su un blog, tra l’altro, con tutto il rispetto per questo luogo e pochi altri) e a finire di cadere nel ridicolo (il rovescio speculare dell’erudizione fine a se stessa) senza nemmeno accorgercene. Un altro esempio, è il suo incontro con i “tre cani” per strada; e così la canzone di Mina, e così il termine “anore”, retaggio di una lunga “discussione” ingaggiata con uno dei redattori di NI. E tutto questo è offendere? Ma dài, sai bene anche tu cosa sono le offese, quelle vere: uno che vuole offendere qualcuno, non strappa tempo alla sua vita per frugare biblioteche, fare ricerche, mettere quello che sa, poco o molto poco importa, al servizio degli altri… E poi, visto che mi sembri “giovane” di NI, se resisti al primo impatto, avrai modo di sperimentare come sia possibile, anche, arricchirsi vicendevolmente di esperienze e cultura, di dialogo, di partecipazione; così come è possibile, anche, imbattersi tanto in quelli che parlano da una cattedra, quanto in quelli, pochissimi, e sempre ben mascherati, purtroppo, che offendono davvero. “I Duellanti” è uno dei capolavori del mio immaginario cinematografico: lasciamolo lì, in quell’ambito, prima di accorgerci che stiamo sprecando tempo e energie per delle banalissime sciocchezze.

    n.b.

    La lista alla quale ti chiedevo, cortesemente, di non aggiungerti era proprio quella di coloro che pontificano, anche senza accorgersene, magari vedendo “ombre” dappertutto. Se ti va, rileggi gli scambi triangolari Helena – db – temperanza sulla “traduzione” di alcuni versi, quando non di una sola parola: in nessun caso, uno solo di loro si è sentito in dovere di ribadire “cosa” fosse la poesia o “come” si traduce. Quando tu dici che “in una poesia c’è da tener conto che nasce da una spinta che sta infinitamente più a fondo di qualsiasi razionalizzante speculazione”, cosa stai dicendo? Che in centosessanta post abbiamo dimostrato di non capire niente e di aver parlato a vuoto? Quella sarebbe un’offesa: ma io non ho mai pensato, nemmeno lontanamente, che tu avessi un tale intento. Anzi. Quindi…

    Buone cose.

  160. Cato il 8 settembre 2006 alle 18:06

    @ db

    Non potevi scrivere prima, così mi evitavi un’altra ora al computer? L’hai fatto apposta, incurante, e insensibile, verso le mie “condizioni”. Ne ho le prove.

  161. Cato il 8 settembre 2006 alle 19:40

    Non avendo una “niemandsfava” da fare (e da cucinare), mi son messo a (s)pulciare… Vi lascio questi due testi (il primo solo in parte): fate due calcoli e tirate le vostre conclusioni.

    Wolfsbohne
    (21 ott. 1959)

    Leg den Riegel vor: Es
    Sind Rosen im Haus.
    Es sind
    Sieben Rosen im Haus.
    Es ist
    der Siebenleuchter im Haus.
    Unser
    Kind
    Weiß es und schläft.

    (Weit, in Michailowka, in
    der Ukraine, wo
    sie mir Vater und Mutter erschlugen: was
    blühte dort, was
    blüht dort? Welche
    Blume, Mutter,
    tat dir dort weh
    mit ihrem Namen?

    Mutter, ich habe
    Briefe geschrieben.
    Mutter, es kam keine Antwort.
    Mutter, es kam eine Antwort.
    Mutter, ich habe
    Briefe geschrieben an –
    Mutter, sie schreiben Gedichte.
    Mutter, sie schrieben sie nicht,
    wär das Gedicht nicht, das
    ich geschrieben hab, um
    deinetwillen, um
    deines
    Gottes
    Willen.
    Gelobt, sprachst du, sei
    Der Ewige und
    Gepriesen, drei-
    mal.
    Amen.

    *

    (29 sett. 1960)

    Niemand, vergiß nicht, niemand
    Wühlte sich wund, auf Herzwegen,
    In deinem weichen Innern.
    Bis dir ein Wort aus dem Mund trat,
    Verspart und verschwiegen:
    mit ihm, vergiß nicht, lebst du,
    aus ihm erwächst dir die Kraft
    mir zu lauschen, wenn ich dir sage:
    Komm, ich will dich,
    ich will dich nicht lieben –

    *

    E se questi testi fossero stati espunti, come credo probabile, da “Die Niemandsrose”?

    ::.

    Li ho tratti, tra altri possibili degli anni 1960-1963, da Paul Celan, Sotto il tiro di presagi, Poesie inedite 1948-1969, cura e traduzione di Michele Ranchetti e Jutta Leskien, Torino, Einaudi, 2001.

  162. ness1 il 8 settembre 2006 alle 19:41

    Ringrazio – molto sentitamente – db e Cato per l’aver chiarito i loro punti di vista. Ora sto per uscire (di casa, ché di testa già c’ero – fuori, ndr.) e non ho il tempo per rispondere come si deve. Considero chiusa la questione, e ammetto che una serie di fraintendimenti ha originato tutto questo. Ma ora sto meglio. Vorrei tornare su questa ‘faccenda’ per prenderla ad esempio: penso si possa trarne una bella ‘lezione’. Per me. E per chi si associa. Non legata solo al ‘caso’ in questione, ma anche per esempio al tradurre ed al fare poesia. Io faccio dei versi. La poesia sta sempre molto al di là di dove riescano mai ad arrivare questi ‘miei’ versi. Faccio versi – come le bestie…

  163. db il 8 settembre 2006 alle 20:24

    caro ness1, anch’io la penso come te sulla poesia, che è di tutti e di nessuno: è per tutti, ma di nessuno di noi. E’ forse dei poeti, che quando ne arriva uno, come nel caso qui, bisognerebbe baciar per terra. Da un paio di mesi stiamo cercando di leggere e scrivere io e un barbone di seconda generazione (30 anni fa al babbo napoletano è morta la moglie: è partito per Milano col piccino, e da lì…). E’ difficile ricordare le lettere: quando va in crisi, gli viene sempre un’espressione automatica e balbettata: “m come mamma” (e magari è una b come babbo). Questo lo dico solo per trasmetterti una piccola esperienza, come un regalo.

    Cato è pneumatico: immette lo spirito. E ne vengono fuori 2 verità:
    1- la lirica è col “tu”, e se è universale in questo “tu” ci stanno in tanti: la mamma, dio, ecc.
    2- il filosofo ha a che fare con idee, il poeta con parole. Platone (o Kierkegaard) ha 60% di idee e 40% di parole, Celan viceversa. Bisogna rispettare ciò, e così ho scelto “niente” invece di “nulla”. “Nulla” ha una tradizione filosofica suprema: creazione dal nulla cristiana, essere/nulla/divenire hegeliano, l’essere e il nulla di Sartre ecc., ed è inverosimile che C fosse digiuno di ciò. MA: tutto ciò è prima della poesia, fa parte del vissuto del poeta, che poi al momento di esprimersi dice “niente” e parla a tutti.
    Sono 2 verità da acqua calda: ma con questa sto facendo risi e bisi. Guten Appetit!

  164. temperanza il 8 settembre 2006 alle 21:03

    Risi e bisi surgelati, vista la stagione, come siamo caduti in basso.

  165. temperanza il 8 settembre 2006 alle 21:06

    @cato
    ich drücke dir den Daumen:–)

  166. db il 8 settembre 2006 alle 21:12

    @temp & stosa

    risi e bisi
    mostacéi
    tuti porséi
    fora che mi

    an tran tran
    fiòl de un can
    fiòl de un béco
    muri séco

    (bisi surgeài sì, ma de me mama)

  167. Cato il 8 settembre 2006 alle 21:34

    @ temp

    :-)

    (GRZ)

  168. temperanza il 8 settembre 2006 alle 22:40

    mama non piangere se c’è l’avansata
    tuo figlio è forte e vincere sapran
    assiuga il pianto dela fidansata
    di risi e bisi è pieno il suo scarpon

  169. S. Camposanto Jr il 8 settembre 2006 alle 22:46

    Ingen knådar oss åter av lera och jord,
    ingen nämner vårt stoft.
    Ingen.

    Lovad vare du, Ingen.
    För din skull vill
    vi blomma.
    Dig
    till mötes.

    Ett intet
    var vi, är vi, skall vi
    förbli, blommande:
    rosen åt Intet,
    åt Ingen.

    Med pistillen andeljus,
    ståndarsträngen himmelsödslig,
    kronan röd
    av purpurordet som vi sjöng
    över, o över
    törnet.

  170. Al Pino il 8 settembre 2006 alle 22:52

    Lassù, in un ripostiglio polveroso,
    fra mille cose, che non servon più,
    ho visto, un poco logoro e deluso,
    un caro amico della gioventù.
    Qualche filo d’erba,
    col fango disseccato
    tra i chiodi, ancor pareva. conservar…
    era uno scarpone antimilitar!

    Vecchio scarpone,
    quanto Celan è passato!
    Quante illusioni fai rivivere tu!
    Quante canzoni (Liedern)
    sul tuo passo ho cantato,
    che non scordo più.
    Sopra le dune
    del deserto infinito,
    lungo le sponde accarezzate dal mar,
    per giorni e notti insieme a te ho camminato
    senza riposar!

    Lassù, fra le bianche cime
    di nevi eterne immacolate al sol,
    cogliemmo le stelle alpine
    per farne dono ad un lontano anor!
    Vecchio scarpone,
    come un tempo lontano,
    in mezzo al limo (argilla), con la pioggia o col sol,
    forse sapresti, se volesse il d.s. Tino,
    camminare ancor.

    Vecchio scarpone, fai rivivere tu
    la mia gioventù!

  171. Pata Trakl il 8 settembre 2006 alle 23:06

    PSALM

    Es ist ein Licht, das der Wind ausgelöscht hat.


    Schweigsam über der Schädelstätte öffnen sich Gottes goldene Augen.

  172. temperanza il 8 settembre 2006 alle 23:09

    E’ fosco l’aere, 

    il cielo è muto, 

    ed io sul tacito 

    scarpon seduto, 

    in solitaria 

    malinconia, 

    ti guardo e lagrimo, 

    gambaccia mia. 

    Fra i rotti nugoli 

    dell’occidente 

    il raggio perdesi 

    del sol morente, 

    e mesto sibila 

    per l’aria bruna 

    l’ultimo gemito 

    della lacuna. 

    Passa una zoccola per la città: 

    “Ehi! bella zoccola, 

    qual novità?” 

    “Il morbo infuria, 

    il pan ci manca, 

    sul ponte sventola 

    bandiera bianca!” 

    @Al Pino! L’ultima 

    ora è venuta; 

    illustre martire, 

    tu sei perduto… 

    Il morbo infuria, 

    il pan ci manca, 

    sul ponte sventola 

    bandiera bianca!

  173. temperanza il 8 settembre 2006 alle 23:10

    Buona notte.

  174. salm1 il 8 settembre 2006 alle 23:11

    C’è una luce che il vento ha spento.


    Silenziosi sopra il calvario si aprono gli aurei occhi di Dio.

  175. S.Pettenati il 8 settembre 2006 alle 23:35

    Saprai
    quando c’è bandiera gialla
    che la ciofentù è bella
    e il tuo Celan batterà.
    Sai
    quelli che non ci voglion bene
    è perché non si ricordano
    di esser stati ragazzi ciofani
    o di aver avuto già
    la nostra età…

    Finché vedrai
    sventolar bandiera gialla
    tu saprai che qui si sballa
    ed il tempo volerà…

  176. Massimina Cacia Hari il 8 settembre 2006 alle 23:41

    Il morbo infuria,

    dio Pan ci manca,

    sul monte sventola

    mutanda bianca!

  177. Dott. Felix Peyote il 9 settembre 2006 alle 00:53

    @ temp & db

    (Tre poesie inedite di Paolo Francesco Celano, un mio paziente)

    ***

    Una pagina letta per anni, giorno dopo giorno, sulla quale
    non c’era scritto nulla. Ho sfogliato il deserto – con mani tese
    oltre le grate del mio giardino murato.

    da versi in
    declinabili al
    presente, da
    sommità
    di vuoto,
    desti a fatica
    dal lontano
    di un consunto
    breviario,
    i silenzi di un
    lume
    esplorato, misurato
    ad arte in
    angoli di voce,
    palpiti,
    identità di lama:
    fatto a pezzi
    dall’ombra
    amorosa
    partorita intorno

    ***

    Cedere il nome all’elemento sabbia, perché solo il vento
    spira senza memoria, senza requie, tra queste case.
    Breve eternità della morte – in un respiro.

    curvo grido di
    acquemorte
    meriggia in cerchi
    sfrangiati d’eco, poi
    la città splacenta di
    crematori, chiostri
    di sale e rugginose
    fibrille di lampioni:
    laggiù,
    fiorite in orme
    prive di respiro,
    all’incanto
    nell’inventario dei
    giorni o in tuffi di
    zodiaco redento, albe
    di pietra e zolfo
    a specchiare il
    volto che ricama,
    disegna e scioglie
    primavere in prestito
    sopra smurati
    sepolcri di
    alfabeti

    ***

    Fiori-candele su cui la farfalla svola e si abbandona.
    Lasciano avanzi di vapore nell’agonia del giorno. Ali deserte.
    Un bicchiere di neve. Uno specchio di mare senza luna.

    ragnatele
    tramate dai giorni
    in disvelati
    abbandoni di
    sguardi,
    un vento
    levato a mezza voce,
    rasoterra,
    per sintomi di
    luce oltre ogni
    consueta aurora:
    dal fondo di
    acque ghiacce,
    specchi tatuati da
    ombre di
    cipressi
    s’aggiungono
    l’aspra
    pietà di angeli
    ribelli, usi a
    un cammino
    che incrudelisce
    il vivere, il profumo
    affligge della
    rosa

  178. Saul Datura il 9 settembre 2006 alle 01:04

    Dotto’, mi prenda in cura!
    (ma rilascia Lei fattura?)

  179. Dott. Felix Peyote il 9 settembre 2006 alle 01:34

    La “fattura” solo su esplicita richiesta, caro dott. Datura. E solo a fine trattamento, che non è indolore e, spesso, comporta qualche ricaduta.

    La avverto, però, che per accedere alla cura bisogna passare attraverso l’accertamento, ineludibile, di un solo requisito: il paziente deve essere, come nel caso del dott. Paolo Francesco Celano, alla “canna del gas”, come si è soliti, molto volgarmente, dire. Poi, visti i risultati, valuti lei se ne vale la pena.

    Per onestà intellettuale e deontologia professionale, mi preme, inoltre, renderle noto che molti, di fronte alle “produzioni” in itinere del sunnominato Paolo Francesco, si sono chiesti, non so quanto a ragione o a torto, perché non se ne sia rimasto attaccato alla sopracitata canna.

    Mi faccia sapere. Per quanto riguarda l’indirizzo dello studio dove esercito, si può rivolgere al dott. Carotenuto: è l’unica cosa che conosce di me, in speranzosa attesa di avermi un giorno, finalmente, tra i suoi pazienti.

    Buona notte, dott. Datura, dorma bene. Poiché mi sembra di sentirla già come un mio “ospite”, mi concede di chiamarla semplicemente Saul? Sì? Allora buona notte, caro Saul. E a presto.

  180. Saul Datura il 9 settembre 2006 alle 01:54

    Caro dottore, Lei mi ha fatto, e mi ha fatto felice… o quasi. L’avrà già capito, ma il mio problema è la saldatura: tra passato e futuro, tra prima e dopo. Mi è ostico l’hic (e, non per lamentarmi, pure il nunc). Mi sforzo sempre, ma il salto è sempre più lungo della gamba (l’altra l’ho persa facendo l’autostop, cercando di stoppare un tir). In più, ad aumentare l’incertezza, mi è arrivato ieri il dépilant di un fantomatico dott. Castellaneda, che non capisco se sia un medico o un poeta. Glielo trascrivo in parte, e La prego, mi faccia, e mi faccia sapere:

    La Datura stramonium, originaria dell’Asia, ha fiori grandi di colore rosso. Nota volgarmente come Rosa delle spine, o del diavolo per le sue proprietà narcotiche, sedative ed allucinogene, utilizzate nei rituali magico-spirituali dagli sciamani di molte tribù indiane e, in passato, anche dai druidi e dalle streghe europee. Gli alcaloidi euforizzanti della datura mitigano lo stato depressivo: schiacciare e bagnare con acido, che libera dai semi gli alcaloidi, e combinare con alcool. Molte persone inesperte, o solamente curiose, sono morte tentando di drogarsi a buon mercato con una tisana di petali.

    O datura, o datura,
    perché non rendi poi
    quel che prometti allor? perché di tanto
    inganni i figli tuoi?

  181. Dott. Felix Peyote il 9 settembre 2006 alle 02:24

    L’errore, caro dott. Datura, pardon, caro Saul, sta proprio nel reiterato utilizzo della “datura stramonium”, non solo da parte di incauti curiosi, ma soprattutto nella pratica di sedicenti sciamani, laddove è statisticamente provato che costoro, con tutto il rispetto per i loro procreatori, sono, come si è soliti volgarmente dire, quasi tutti figli di vivaisti e belledonne. La datura, quindi, non le serve per sal-dare passato e futuro aggirando l’hic et nunc, se questo è il suo problema. Anche Paolo Francesco si trovava, per motivi molto probabilmente diversi dai suoi, in una impasse di mancate saldature: sostenuto a piccole dosi di “Stropharia Cubensis”, ha ritrovato se stesso, anche se non ha ancora capito bene dove si trova in questo momento. Mi intende, caro Saul? E’ la “stropharia” il sol dell’avvenire: lo attesta la qualità dei versi prodotti dal Celano. Lo so, lei mi dirà che ci sono sempre i molti che continuano a ritenere che, non solo per lui, la strada della canna è la più indicata, ma, cosa vuole, le solite malelingue…

    Buon giorno, caro, a risentirla una delle prossime notti.

  182. Alì Ghieri il 9 settembre 2006 alle 02:47

    Temp, i’ vorrei che tu e Cato ed io
    fossimo presi per incartamento,
    e messi in un bel thread ch’ad ogni vento
    per rete andasse al voler vostro e mio,

    sì che fortuna od altro tempo rio
    non ci potesse dare impedimento,
    anzi, vivendo sempre in un talento,
    di fare insieme crescesse ’l disio.

    E monna Emma e monna Helèna poi
    con quella ch’è sul numer de le trenta
    con noi ponesse il buon moderatore,

    e quivi ragionar sempre d’anore,
    e ciascuna di lor fosse contenta,
    sì come i’ credo che saremmo noi.

  183. db il 9 settembre 2006 alle 03:09

    Oggi ho accennato a un poeta su IPA che ritocca le sue poesie anche dopo la pubblicazione: non si chiama Baratto, ma Varese. Strano, la prima delinea un movimento inverso rispetto alla rosa di Celan: dal qualcosa al niente.

    Il tempo consuma le parole;
    Come i petali dei fiori
    L’orlo delle sillabe si piega.
    Le mie ragioni s’aprivano a corolla:
    Ora bruciano nella terra, nel focolare della brama.
    Così rimane un’ombra, una foglia di cenere
    Nella mia quieta aiuola virginale.

  184. bd' il 9 settembre 2006 alle 10:44

    @Helèna

    Ah di Celan ancella,
    la favola bella
    che ieri t’illuse,
    che oggi m’illude!

  185. temperanza il 9 settembre 2006 alle 11:41

    Ormai è come l’invasione dei baccelloni, compreso il mio alias che di notte mi dà una gomitata e mi butta giù dal panchetto per scrivere lui.
    Siamo soli qui, voi e io, baccelli stratosferici, le nostre voci clamano nel deserto.

    (ma so che non vi importa)

  186. Dott. Felix Peyote il 9 settembre 2006 alle 11:50

    Buon giorno, dott. Temperanza, posso fare qualcosa per Lei? Di voces clamantes in deserto ho una lunga esperienza, e mi son fatto l’idea, o forse è solo pre-sunzione autogratificante e autoconsolatoria, che siano quelle la cui eco dura più a lungo. Anche il dott. Paolo Francesco Celano ha una lunga consuetudine con deserti e sabbie. Devo aver somatizzato i suoi disturbi, probabilmente.

  187. dott. Adolph Celi il 9 settembre 2006 alle 12:07

    Caro dott. Peyote, La invitiamo, io e il mio collega Carotenuto, a una supervisione. Noi supervisioneremo Lei mentre Lei starà supervisionando “Febbre da cavallo”, il film didattico che girammo con Steno e Lacan nel lontano 1976 (troverà pubblicata la sceneggiatura presso l’Adolphi). Come insight, Lei dovrebbe puntare a identificarsi col fantino. Buona sgroppata!

  188. db il 9 settembre 2006 alle 14:12

    wär das Gedicht nicht, das
    ich geschrieben hab, um
    deinetwillen, um
    deines
    Gottes
    Willen.

    Komm, ich will dich,
    ich will dich nicht lieben –

    La prima, di poco precedente Psalm, evidenzia che C aveva “a disposizione” l’um … willen: alla madre che non risponde, C parla di poesia scritta “per amor tuo, per amor del tuo dio”. Qui lo slancio è pieno, dichiarato e non-contraddittorio, indipendentemente dall’esito (il tuo dio, dice alla madre come dirà mesi dopo alla Sachs). Invece il dir zulieb, oltre che più colloquiale, ha la sfumatura amara del “per farti un piacere”. Allo stesso modo il contro dell’entgegen ha la sfumatura dolce dell’incontro. Così abbiamo una specie di chiasmo dei significati:

    AMORE incontro
    piacere CONTRO

    la contraddizione per/contro è essa stessa, in seconda istanza e in sottofondo, contraddittoria: quel per ha qualcosa di contro, quel contro ha qualcosa di per…
    Nella seconda poesia, contemporanea a Psalm, la contraddizione è invece estrema: Vieni, io voglio, non voglio amarti. (e le traduzioni di Ranchetti?)

    Sarebbe bello che chi ha orecchie per intendere sentisse le sfumature della voce, soprattutto quando C dice Niemand, zulieb, l’o finale (quanta enfasi ci mette?), e relazionasse qui… io in cambio potrei battere le due paginette sulla tomba di Rilke in ubique, e rendere disponibile.

    tra i versi di pfc sento le note della pfm…

  189. Cato il 9 settembre 2006 alle 15:00

    Bacca di lupo
    (Wolfsbohne)

    Metti la sbarra: ci sono
    rose in casa.
    Ci sono
    sette rose in casa.
    C’è
    il settelumi in casa.
    Nostro
    figlio
    lo sa e dorme.

    (Lontano, a Michailovca, in
    Ucraina, dove
    mi hanno ucciso padre e madre: cosa
    fioriva là, cosa
    fiorisce là? Quale
    fiore, madre,
    là ti fece male
    con il suo nome?

    Madre, io
    ho scritto lettere.
    Madre, non venne risposta.
    Madre, venne una risposta.
    Madre, io
    ho scritto lettere a –
    Madre, essi scrivono poesie.
    Madre, non le scriverebbero,
    se non ci fosse la poesia, che
    io ho scritto, per
    amor tuo, per
    amore del
    tuo
    dio.
    Lodato, dicevi, sia
    l’Eterno e
    glorificato, tre
    volte.
    Amen

    *

    Nessuno, non dimenticare, nessuno
    si piagava frugando, su sentieri del cuore,
    nel tuo tenero interno.
    Fin che una parola ti uscì dalla bocca,
    riserbata e taciturna:
    con essa, non dimenticare, tu vivi,
    da essa ti cresce la forza
    per ascoltarmi, quando io dico a te:
    vieni, io ti voglio,
    ti voglio non amare –

    Trovo queste traduzioni di Ranchetti bellissime, lontane da ogni intento puramente letterario, condotte sul filo di un dettato interiore che sento nascere dalla familiarità e dall’ascolto (sono un po’ di parte, forse, perché ho una vera “devozione” per lui, ma il lavoro è eccellente). Tutto il libro (500 pg. di inediti!) è allo stesso livello: alcune liriche sono veramente superbe, e stai lì a chiederti come abbia fatto l’autore a tenerle fuori dalle varie raccolte che veniva pubblicando. Non lo sapremo mai, e forse, davvero, è meglio e giusto così.

  190. ness1 il 9 settembre 2006 alle 15:50

    Ecco, rispondo (si potrebbe farlo anche via e-mail, ma non ho né quella di Cato dé di db) come promesso – lo faccio per evidenziare alcune ‘lezioni’.

    @ Cato: Ciao, ti ripeto che avevo già notato il clima ludico (in mezzo alle dotte disquisizioni) che db creava in altri post con commentatori/trici più in familiarità con lui; e ti ripeto che tale familiarità (come dimostrano tutti i sottintesi, a me indecifrabili, che tu e db spiegate infine!) tra noi non c’era e che tutti quei sottintesi (“anore” etc.) hanno portato al malinteso-offesa (ora chiarito, lo ribadisco e sottolineo; poi di seguito rispondo anche a db).

    Per quanto riguarda il mezzo: il fatto che siamo in un blog deve anzi far sì che si dìa più peso che mai al solo canale comunicativo aperto, la parola (scrittura); per cui ogni omissis etc., se non c’è preconoscenza, rischia di creare il vortice d’incomunicanza di cui abbiamo dato un piccolo esempio! Le offese vere, dove non ci sono altro che parole, sono appunto le parole: la canzoncina di db, come stavano le cose, era offensiva nei miei riguardi.

    NI: la conosco da qualche anno, ma non sono un frequentatore assiduo e quando riesco ci butto un occhio, ci ho sempre trovato qualcosa di valido e da cui imparare (a me non irrita se c’è qualcuno che m’insegna qualcosa, anzi gli sono grato: e non sto polemizzando con te, dico solo la mia verità; così in questo caso io ringrazio Helena, db, te e chiunque ha contribuito!).

    La “lista”: ecco, un esempio di fallita comunicazione per uso impreciso del mezzo a disposizione. Se rileggi l’elenco a punti che mi facevi, ogni punto ha una sua certa autonomia e, se rimanda al precedente, lo fa abbastanza chiaramente (es. “-conosco db ect.” e “-se vai a rileggere altri suoi etc.”) e non c’è rischio d’ambiguità e fraintendimento, mente il punto della “lista” (secondo la logica di autonomia dei vari punti da te introdotta nell’elenco) sarebbe stato da includere nel precedente, separato da virgola o parentesi (così isolato sembrava introdurre un’altra cosa/discorso, che non sapevo).

    Cosa sia la poesia, o come si traduca, non riescono a dirlo manco i poeti stessi. Figuariamoci! Né a me pare d’averla voluta definire. A me premeva (siccome, quando leggo o ascolto per es. Celan, mi vengono i brividi e una tale commozione e umanissima pietà che, spesso, non riesco a trattener il pianto: e non per le parole, in sé, ma per CHI le dice) soltanto sottolineare che, nella mia esperienza di ‘facitore di versi’, non c’è una volta che essi si diano ‘a freddo’ ovvero col mero ragionato discorrere (a questo intendevo riportare scrivendo “in una poesia c’è da tener conto etc.”: a questo livello non sento mai si vada, nei ragionamenti sul tradurre (sul fare in proprio è forse più facile, ma solo tra chi si conosce molto bene e frequenta “live”), per cui trovo praticamente impossibile poter tradurre senza un tale grado di immedesimazione spirituale/psichica/emotiva (che non esclude, ma anzi implica e abbraccia l’erudizione/conoscenza etc.). Perché Celan non trova le sue parole in alcuna enciclopedia né ha vocabolari a dirgli se sian giuste o no: un poeta le sue parole se le scava dentro la carne, la vita, il silenzio.
    Spero sia un po’ più chiaro, ora, cosa stavo in realtà dicendo con le parole che citi e fraintendi: invitavo ad arrivare alla ‘temperatura’ di Celan (no, di Celan è impossibile: ma almeno alzare/approfondire il livello ns. abituale). Non per offender nessuno, ma per metter meglio a nudo il nocciolo poetico (che io credo, per esperienza, non sia altro che l’essere umano, che ne è investito e di cui è portavoce: alla comprensione della vita del quale tende ogni sforzo di lettura/avvicinamento/incontro – un’esistenza esemplare, in cui la persona tanto più è presente nella sua finitudine quanto più tocca il bordo dell’infinito super/sovra/interpersonale. A questo tendono gli sforzi di contestualizzazione, le ricostruzioni dell’epoca storica, i rinvii biografici e le testimonianze di conoscenti e corrispondenti: a nient’altro che al ricordo di un uomo, che nella fattispecie – il poeta – è anche, ma non solo, l’Uomo e quindi anche noi, sì proprio noi sessi ovvero chi legge, chi si riconosce!).

    Una domanda (credo utile): a voi, dove v’arriva o dove vi tocca la poesia?

    @db: Ciao anche a te, grazie ancora per il chiarimento e scusa quello che (per es. a Cato) è parso spirito polemico ma non lo era affatto. Veniamo a quelle cose che, diciamo ‘metodologicamente’, ritengo basilari per capirsi -nell’web ancora di più (chiariamo come comunicare, qui – ecco): per me è vero quanto dici, “siamo tutti nessuno” ma forse più ancora che in rete nel cosiddetto ‘mondo reale’; sottolineo il giusto tuo accenno al cuore di tutto: la condivisione (che per me è premessa alla comunione – e non virtuale!).

    Ecco, torniamo alla questione di ‘metodo per comunicare’ (vedi quassù la risposta a Cato): io commentavo per la prima volta un articolo di Helena e non ho quindi ritenuto indispensabile sottolineare che mi rivolgevo a chi ha scritto l’articolo nel cui spazio commenti inserivo la mia richiesta (già così diretta ed esplicita di suo). Per dire: se quello non fosse stato il primo mio commento, avrei specificato subito a chi mi rivolgevo, perché appunto non andasse persa la comunicazione nell’oceano/babele degli interventi. A me capita spessissimo di non capire chi dica cosa a chi altro: perché mancano le esplicite indicazioni a riguardo e si naviga nel sottinteso-complicità etc. (bello tra gli aficionados, ma in un blog pubblico direi che è spiacevole per chi non lo è e arriva e trova questa situazione poco chiara e confusionara).

    Un esempio di errore di lettura (non è per fartene una colpa, sia chiaro: è per chiarire alcune cose basilari, di metodo, per capirsi insomma evitando altri malintesi non solo con me ma con chiunque si trovi a passare di qua): scrivi che, nel dubbio sul destinatario del mio primo commento, ricordi di aver riletto l’ultima parola mia, “fortissimo”, e hai da ciò pensato che era al maschile, ergo: siamo una squadra fortissimi! Allora, provo a spiegarti: io ho chiuso quel commento con un “vai fortissimo.” che era rivolto, ovvio, in primis a Helena che aveva pubblicato l’articolo ma anche implicitamente a chi l’aveva commentato etc. Quindi: sì, hai letto bene il riferimento alla squadra, eppure ciò non basta a spiegar la canzoncina che ne fai seguire. Una risposta come quella che volevi postare (“fa’ come ti pare, prendi dal thread etc.”) sarebbe stata, per me ma per chiunque nella mia stiuazione, tranquillamente comprensibile. Non così ciò che invece hai scritto. Non c’è, per me, un adattamento al contenuto (che resta nella tua testa e non si fa esplicito) della risposta! Non si capisce, in quella canzoncina, che Nessuno TI può separare da NI, cui TU dichiari pubblicamente il TUO aNore etc.”. E’ regola comunicativa che se usi il nick di qualcuno, è a quel qualcuno cui ti rivolgi e non a te stesso! Quella canzoncina mi ha detto: questo qua mi fa il verso e prende per i fondelli. Ma che t’avevo fatto io? Nulla. Poi tutti quei riferimenti oligoreferenziali (si può usare ‘sta parola per: solo per pochi?) tra cui “anore” e “sveltina” etc. Insomma, hai già capito e non insisto. Lo faccio solo per evitare altri ‘incidenti’ comunicativi simili, anche perché io ci sto davvero parecchio male (Cato può non credermi, però è la verità). Ecco, tutto qua. (Montale risultava oscuro per eccesso di confidenza con la propria materia, ma in una lirica è difficile arrivare a malintesi offensivi e quindi è concedibile tale ermeticità; ma nella babele della rete, proprio no).

    Su Psalm in particolare, e Celan in generale, è meglio se non dico niente (è uno di quei poeti, una di quelle persone che mi de-vastano ogni cellula).

    Il primo Amore: per es. anche Valéry s’è letteralmente visto prender dalle mani il manoscritto del Cimitero marino per pubblicarlo, sennò lui avrebbe continuato a scriverlo all’infinito – dice infatti che una pubblicazione è solo uno stato particolare (momentaneo) di una specie di magma sempre fuso (le sue parole non son proprio queste, vado a memoria e mescolo con un altro poeta, Zanzotto, che parla spesso del “bollore della realtà” e poesia). E per non andar troppo distante, lo stesso nostro Ungaretti ha ritoccato le sue poesie ad ogni riedizione. Ma qua si aprirebbe un discorso senza fine…

    (Ciò che, anni fa, in me si disse in questi versi: Un testo giunge a fine solo quando | la variante migliore è proprio quella | che non compare che per via d’assenza. – Ogni allusione implicita, ma appunto allusa, rimanda: vita.)

    Io non credo sia tanto possibile tradurre se non si è poeti: per quel livello di ‘temperatura’ e scavo nella carne di cui sopra. Un poeta rischia la vita in quel che scrive. Un traduttore al massimo rischia una brutta figura. Ecco…

    “La poesia, che è di tutti e di nessuno: è per tutti, ma di nessuno di noi.” – ma non è neanche di ‘chi la fa’ (le testimonianze in merito non si contano).

    (“è il punto cieco – l’offerta totale: | che nulla chiede, ma niente regala.”)

    Eppure, quanto ai poeti (che “ne nasce uno ogni cento anni…”, come gridò Moravia in lacrime al funerale di Pasolini…), baciati o meno dalla fortuna a livello personale o pubblico che sia, c’è sempre qualcosa che non c’è bacio a trattenerli: Celan è un così grande poeta perché fu un uomo annientato? (Una domanda di questa portata non dovrebbe esser posta in un blog, con tutta la blaterazione e la violenza da cui può esser colpita e sopraffatta…).

    Ultima e chiudo questo post infinito, anche perché c’è un sole formidabile: la frase che inzia con “Da un paio di mesi stiamo cercando di etc.” torna in quel circolo chiuso di sottintesi per pochi intimi che a me è precluso e vieta la comprensione (non che m’interessi farmi i fatti vostri, ma se scrivi nel post in cui mi rispondi immagino che qualcosa lo vuoi dire anche a me).

    Ultimissima (giuro): “le idee sono melodie defunte” dice (mi pare) Cioran, e per me ci prende con quanto suggerisci a proposito della differenza tra chi specula concettualmente e chi deve trovare la parola che tiene in vita. Sul Tu: c’è da dire che “niente” lo contiene (appunto) in assenza: nien-Te. E che la pronuncia di Celan (cfr. i link dati più su, da non ricordo chi) del Nie mann a me suona (senso) come una specie d’anagramma di “amen”.

    “MA: tutto ciò è prima della poesia, fa parte del vissuto del poeta, che poi al momento di esprimersi dice “niente” e parla a tutti.”. (E sono ai saluti:)

    *

    Le parole sepolte

    Come le pietre a lato della strada,
    che se le pizzichi sotto le ruote
    schizzano via violente e incontrollate,
    così capita a volte di parlare
    e non è detto che si dica niente.
    Molte volte si chiede, ma è per dare.

  191. temperanza il 9 settembre 2006 alle 16:42

    @ Ness1

    Non si può metter ordine nella rete. I thread vanno avanti per conto loro e chiunque entri a dire qc fa deviare un po’ la rotta.

    Se sei un uomo d’ordine (io la fui:–) qui la partita è persa.

    Io non conosco né cato, né db, né helena, né emma né alcuno di tutti gli altri, se capito qui scrivo magari qc e se qc ha voglia mi risponde e se quello che ho scritto non gli interessa passa avanti e mi lascia come un’ allocca.

    Ma se commenti da un po’ alla fine ti abitui a riconoscere non dico le persone, ma i toni di voce e ti rilassi. Se vuoi dire qc la dici e ciccia.

    Il computer alla fine si spegne, giusto? Ognuno di noi ha una vita fuori di qui, capisco che a volte ci si scazzi, non per nulla mi sono scelta questo nick che come una freccia mi indica la via di una virtù che nella realtà non possiedo:–)

    Insomma rilassati e resta tra noi, povero pueblo di impotenti commentanti:–)

  192. Cato il 9 settembre 2006 alle 16:53

    @ ness 1

    Se avessi anche solo lontanamente messo in dubbio la tua buona fede, le ragioni profonde della tua richiesta a Helena e la tua competenza in materia, non ti avrei risposto la prima volta, né tantomeno lo farei adesso. Oltrettutto, intervenivo in una faccenda che poteva non riguardarmi affatto, visto che ti rivolgevi a db, e l’ho fatto proprio al fine di stemperare, parlando di “equivoco”, quale poi nei fatti era e si è rivelato. Per il resto, due considerazioni: 1) qui non esistono circuiti o circoli oligoreferenziali: se ci fossero, va da sé che io mi troverei immediatamente da tutt’altra parte; 2) ho apprezzato molte delle riflessioni sulla poesia che hai lasciato tra le righe del tuo commento: alcune le sottoscrivo alla lettera.

    In conclusione: perché non dovrei crederti? Anche se lo volessi, e la cosa mi è assolutamente estranea, mi sarebbe comunque impossibile di fronte a uno che scrive un verso come questo: “Molte volte si chiede, ma è per dare”. Chi l’ha scritto, comunque si chiami, abita gli stessi “paesaggi umani” nei quali vivo (o cerco di farlo) io: facendomi male, esattamente come te, ogni giorno. E da parecchi anni.

    Un saluto e un benvenuto.

  193. Cato il 9 settembre 2006 alle 17:07

    “Oltrettutto” mi è venuto così, ma non crediate sia un refuso: è un parto/parte della mia indole incontrollabilmente sperimentale.

    Ciao, temp: “impotenti commentanti” è un delirio di assonanze ben allitterate e di allitterazioni ben assonanti. Chapeau! :-)))

  194. temperanza il 9 settembre 2006 alle 17:20

    Ciao @cato
    veramente avrei dovuto dire “povero popolo di impotenti commentanti”, con una bella allitterazione iniziale alla tedesca, ma non riesco a evitare di darmi delle arie internazionali e parlare foresto:–)

    Oh you,
    quanto mi spiace che tu
    non possa darmi del du
    vor einem birra!

    (Base musicale anni ’40 tipo: òh tùuuu, pallido ammòre blu bluuuu ecc.)

  195. Cato il 9 settembre 2006 alle 19:31

    @ temp

    vedrai, vedrai
    che un giorno capiterà,
    non so dirti come e quando
    ma un bel giorno capiterà…

    (cfr. Luigi Tenco: inutile accennare la base musicale)

    p.s.

    In effetti il po…popo’ iniziale ci ha il suo bel fascino… come dire: retrò(fonico).

  196. temperanza il 9 settembre 2006 alle 19:37

    Va bene, aspettiamo con fiducia:–)

  197. db il 9 settembre 2006 alle 20:04

    (29 sett. 1960)
    Niemand, vergiß nicht, niemand
Wühlte sich wund, auf Herzwegen,
In deinem weichen Innern.
Bis dir ein Wort aus dem Mund trat,
Verspart und verschwiegen:
mit ihm, vergiß nicht, lebst du,
aus ihm erwächst dir die Kraft
mir zu lauschen, wenn ich dir sage:
Komm, ich will dich,
ich will dich nicht lieben –

    2 versioni, la prima arcilibera, la seconda superletterale:

    Seduto a quel caffè
    io non pensavo a Te.
    Poi d’improvviso…

    Nessuno, non scordare, nessuno
si ferì scavando, per le vie del cuore,
nel tuo tenero interno.
Finché ti uscì di bocca una parola,
concisa e riservata:
con essa, non scordare, vivi,
da essa ti viene la forza
per prestarmi ascolto, quando ti dico:
Vieni, io ti voglio,
non ti voglio amare –

  198. db il 9 settembre 2006 alle 21:03

    *Da un paio di mesi stiamo cercando di leggere e scrivere io e un barbone di seconda generazione* – cioè io sarei deputato a insegnargli a leggere e scrivere, ma non avendo io alcuno strumento didattico, insegnare è una parola forte: è come se io presumessi di salvarlo, quando poi lui in effetti si chiama Salvatore. Quando ti ho risposto la prima volta, ti “conoscevo” per la tua sequela di bestemmie in veneto: qualcuna l’avevo messa pure io, e potrei aggiungerne altre (per restare sul terreno estetico: dio bruto, dio bruto ben…). Ma se non mi faccio capire, la “colpa” tenderei ad attribuirla a chi ha preso l’iniziativa (cioè a chi non si è fatto capire). Celan comunque ride, a veder gli umani…

    In generale: Temp ha ragione ad attribuire certe stonature delle traduzioni dal tedesco agli stilemi 8/9centeschi di cui sono imbibiti i traduttori. Un altro handicap è ritenere per asperità del tedesco asperità solo traduttorie. E così quando per i crucchi il discorso fila, noi lo incrucchiamo/incricchiamo. un esempio?
    Finché ti uscì di bocca una parola _ diventa Fin che una parola ti uscì dalla bocca ecc. ecc.
    Il risultato: sembra che i poeti tedeschi navighino sempre 1 metro più alto di noi, e di uello che in effetti è.
    e l’o über, quanta enfasi ha nell lattura di C? Ti prego, ness1, ascoltalo per me!

  199. db il 9 settembre 2006 alle 21:47

    Holzwege di Heidi è del 1950. C comincia a leggere H nel ’52, e nel ’57 gli invia un suo poema. Qui, al v. 2, gli Herzwege richiamano potentemente gli Holzwege, via calembour. Siccome C sta parlando di scavi, è dura tradurre sentieri, che stanno in superficie. forse: per condotti del cuore (e in effetti weg non è sentiero. der Weg zum Herzen è la via del cuore: per vie del cuore). Ricordiamo la speranza di un kommendes Wort im Herzen da H, che intanto a un discepolo borbottava: non è detta l’ultima parola (riferendosi ai trascorsi nazi). In effetti ha ragione H, com’è certo che non la dirà lui.

  200. db il 9 settembre 2006 alle 21:59

    @Helena
    Giobbe perse la pazienza (le zecche no!), e cominciò a imprecare, a sfidare dio. Gli amici accorsero in aiuto, per moderarlo, per farlo tacere: ma lui li rifiutò in malo modo. Perciò smetti di fare l’amica di C, traduci “contro” invece di “incontro”, e lasciagli affilare i suoi coltelli di bestemmie e preghiere!

  201. Cato il 9 settembre 2006 alle 22:25

    @ db

    Mi rincuori, e non poco: ogni volta che ho letto quel testo, per me è stato sempre e comunque “contro”: proprio perché, a mio modestissimo parere, tutta la sua opera è un mareggiare, dalle onde affilate come “coltelli”, tra bestemmia e preghiera: laddove la bestemmia è l’unica preghiera di chi vuole ritornare alla polvere “libero da ogni preghiera”.

    Dopo venticinque anni che leggo i suoi testi, e nella consapevolezza che ci sia poco da capire e da spiegare, di fronte a una parola che chiede soltanto (o prima di ogni cosa) di “essere”, ho provato spesso a “immaginare”, visto che non mi restava altro, l’ultima pagina che ha scritto.
    Se la recupero, ve la passo… Posso?

  202. temperanza il 9 settembre 2006 alle 23:03

    @ db

    “Un altro handicap è ritenere per asperità del tedesco asperità solo traduttorie. E così quando per i crucchi il discorso fila, noi lo incrucchiamo/incricchiamo”

    Sono d’accordo.
    Lo incrucchiamo anche perchè confondiamo la natura della lingua con la lingua del poeta. Bisogna essere fedeli alla parola del poeta e porsi di fronte alla natura della lingua con spirito traduttorio.

    Se la frase secondaria tedesca mette il verbo in fondo in italiano mica lo metto tipo “voglio che tu domani un panino imbottito mangi”. Le due lingue pensano e grammaticano diversamente.

    Se il poeta però dice “mild” mi dovrò temperare la mente per capire che cosa quel “mild” sia davvero, prima di trasportarlo disinvoltamente nella mia lingua mammuccia.

    Insomma, la fedeltà è al poeta, non al nastro trasmettitore, o almeno al nastro trasmettitore finchè non cozza a testa bassa contro la lingua in cui traduco.

    Dico questa cosa così banale solo perchè spero che passino i due traduttori che con la complicità di un editore demente hanno pubblicato un mezzo lavorato e l’hanno chiamato “traduzione d’autore”.

    Dico il peccato e non il peccatore, come vuole la signorina Letizia, e perchè non sono vendicativa, ma i miei venti euri chi me li torna?

  203. Cato il 9 settembre 2006 alle 23:04

    Scrive Michele Ranchetti in “Nota sul tradurre Celan” (in “Sotto il tiro di presagi”, op. cit.):

    “…

    Il carattere realistico della poesia, visibile anche nella cura della sua forma grafica, degli spazi vuoti e della distanza fra le righe e le parole, nella stessa calligrafia degli originali manoscritti, dovrebbe suggerire, nella versione, l’individuazione di quei particolari del mondo materiale di cui è composta, evitando il ricorso ad espressioni astratte e a locuzioni inusitate e ricercate per rispettare la relativa “normalità” della lingua. Naturalmente, questo non è sempre possibile, in particolare perché la costruzione della lingua di Celan (un tedesco non letterario e in un certo senso non dotto, non “nobile”, cui non è estranea la lingua parlata della popolazione ebraica della Bucovina) abbonda di parole composte, la cui resa, oltre che forzata, è sovente arbitraria (la prevalenza nell’italiano della prima piuttosto che della seconda parte della parola composta determina infatti un’accentuazione o uno spostamento del significato che si riflette su tutta la composizione poetica). Inoltre Celan si avvale di vocaboli tratti dal lessico scientifico (geologia, botanica, mineralogia) il cui equivalente, in altra lingua, non ha quel suono particolare e spesso qurel riferimento o assonanza con altri materiali e vocaboli che esso ha in tedesco: spesso, quindi, a una parola “bellissima” che per il suo suono evocativo ha potuto suggerire una serie di “controcanti” formali, corrisponde in italiano o un nome latino o una parola sgraziata che ferma il ductus poetico su un accidente introducendo un elemento di materialità sorda, inerte.

    Nella versione italiana, che non può non tendere a unificare i diversi elementi della composizione in un solo stile, è difficile se non impossibile non produrre una sorta di abbellimento del tutto contrario all’intenzione di Celan. Così, forse inevitabilmente, le poesie tradotte risultano appiattite in un linguaggio relativamente omogeneo e talvolta più “poetico” dell’originale, mentre vanno perdute asperità e rotture che contraddistinguono la poesia di Celan. Inoltre il lettore deve ricordarsi che per Celan la memoria in un certo senso non conosce il tempo, l’accaduto e il presente appartengono a una stessa “durata”, i particolari dell’esperienza e i particolari della riflessione non si distinguono fra loro.

    Una delle ragioni della apparente difficoltà della sua poesia è appunto costituita da questa memoria del presente che non offre riferimenti precisi ma li presuppone coscienti in chi legge; è un carattere che va molto oltre il “principio dialogico” di ogni poesia, come principio permanente: il tu, in Celan, è ogni volta concreto e presente e provocatore, ma è al contempo, nel presente della poesia, investito, come il poeta che scrive, da un’appartenenza responsabile. Il compito che ogni poesia di Celan si prefigge, è quindi ben più teoretico che estetico, nel proposito di rendere ragione consapevole di un momento di esperienza alla quale partecipano in apparente disordine elementi diversi che dovrebbero comporsi e riconoscersi in un’unità: l’unità di quella sola lingua possibile e significativa.

    …”

    E si potrebbe continuare a citare a lungo. E ne varrebbe comunque la pena… soprattutto laddove uno avrebbe domande da fare o qualche obiezione da muovere.

    p.s.

    E’ chiaro che questo non è il testo “promesso”. Per il quale sto ancora (s)pulciando.

  204. Cato il 9 settembre 2006 alle 23:09

    Leggo temp e mi domando: ma qui, di questo passo, non succede che tra poco pensiamo le stesse cose nello stesso momento, pur dislocati in remote lontananze? Mira-cula Cel-ani? Amèn.

  205. Saul D. il 9 settembre 2006 alle 23:16

    dottore, ho fatto come ha detto lei, la tisana di petali con l’acido. ma la febbre da cavallo non è passata, e in più è arrivata quella del sabato sera. Montero, monterò a cavallo del pc, e sulle ceneri di ubique erigerò un monumentum a Rilke aere (=aria fritta) perennius. lei vadi intanto, la prego, vadi avanti con the last page…

  206. temperanza il 9 settembre 2006 alle 23:28

    “Il compito che ogni poesia di Celan si prefigge, è quindi ben più teoretico che estetico, nel proposito di rendere ragione consapevole di un momento di esperienza alla quale partecipano in apparente disordine elementi diversi che dovrebbero comporsi e riconoscersi in un’unità: l’unità di quella sola lingua possibile e significativa.”

    Chissà cosa vuol dire in reatà, non è così ovvio. Questa unica (sembrerebbe) forbice possibile tra teoretico ed estetico mi pare tanto riduttiva, come se si potesse classificare una poesia di Celan (e una poesia in generale) solo come un prodotto della mente razionale, analizzabile con le categorie della filosofia, o anche dei dipartimenti di filosofia.

    Per la poesia ci vorrebbero parole nuove. O forse alla poesia si può rispondere solo con la traduzione e la poesia. Cioè con un fare che accolga e si metta in colloquio senza la costrizione implicita nel dover presentare quella poesia a un lettore indicandogli il cassetto in cui infilarla.

    “è difficile se non impossibile non produrre una sorta di abbellimento del tutto contrario all’intenzione di Celan.”

    Chissà, bisognerebbe provare. @Cato, non puoi copiarci qualcuna delle poesie che Ranchetti traduce? Mi piacerebbe vedere fino a che punto questo è vero e che soluzioni ha trovato.

    Non ce l’ho questo libro, me lo prenderò. Mi dai i riferimenti più precisi, o li hai già dati?

  207. Cato il 9 settembre 2006 alle 23:41

    *

    Auf tiefem Grün,
    vom Lebensfinger gezeichnet:
    die Leuchtspur der Hand,
    die Abend und Frühe des Worts griff,
    um das nun der Dank
    versammelter Fernen aufscheint.

    Im Aufgang der Leinwand,
    verwandlungswillig:
    ein Blau, das emporströmt.

    An seinen Ufern, tagweiß:
    die Zeit dieses Bildes.

    Sie wächst wie dein Auge es will.

    *

    Traducetevela voi, perché a me spuntano i lucciconi da tutti i pori della pelle.

    N.B.

    Vi leggo chiari echi jabesiani, ma talmente metabolizzati da diventare tutt’uno col corpo (morente) della sua parola (ad es.: “die Leuchtspur der Hand” e, soprattutto, “die Abend und Frühe des Worts griff”: “le notti e i mattini delle sillabe” del “Libro delle interrogazioni”).

  208. Cato il 9 settembre 2006 alle 23:54

    Temp,
    le tue obiezioni sullo scritto di Ranchetti sono valide e condivisibili, ma credo vadano riportate non tanto allo spirito complessivo del suo discorso, quanto piuttosto alla mia (arbitraria: diciamo “catizzata”) operazione di estrapolazione di alcuni passi (credo, inconsciamente, proprio ad usum provocationis).

    Qui sopra, poi, trovi due sue traduzioni (Wolfsbohne e Niemand); adesso provo a cercare anche quella di quest’ultima che ho postato.

    Per i riferimenti bibliografici (e per evitarti di (s)pulciare chissà quanti post):
    – Paul Celan, Sotto il tiro di presagi. Poesie inedite 1948-69, traduzione e cura di Michele Ranchetti e Jutta Leskien, Torino, Einaudi, 2001.
    – Paul Celan, Conseguito silenzio, a cura di Michele Ranchetti, Torino, Einaudi, 1998.

    L’ultimo libro citato non ce l’ho; essendo un’antologia, immagino possa contenere anche la “sua” traduzione di “Psalm”, sulla quale avevo chiesto (invano) lumi alcuni giorni fa. Vedrò di procurarmelo, prima o poi.

  209. Cato il 10 settembre 2006 alle 00:21

    “Auf tiefem…”
    (Trad. di M. Ranchetti)

    Su verde profondo,
    dal dito della vita disegnato:
    la traccia di luce della mano,
    che afferra sera e mattino della parola,
    su cui ora appare
    il grazie di raccolte lontananze.

    Al sorgere della parete,
    docile a mutarsi:
    un azzurro, che fluisce in alto.

    Alle sue rive, biancogiorno:
    il tempo di questo quadro.

    Cresce come vuole il tuo occhio.

  210. temperanza il 10 settembre 2006 alle 00:43

    Grazie, mi guardo tutto meglio domani, buonanotte.

  211. Dott. Felix Peyote il 10 settembre 2006 alle 00:48

    Caro dott. Datura, pardon, Saul: la prego, non faccia sciocchezze. Mi permetta, ma la cura non può iniziarla da solo; se vuole che la segua, non deve prendere iniziative personali, soprattutto sulle dosi, né, tantomeno, miscelare o confondere il suo “stramonium” con la mia “stropharia”. Ricordi che soltanto passando dallo “stra” alla “stro” il mio paziente Paolo Francesco Celano è riuscito a staccarsi dalla canna (del gas). Ergo, intus rede, quia in interiore daturae habitat ubiquitas: i.e. dosi massice di acido ascorbico e una suppostina. E ancora, mi consenta, alla sua età meglio togliersi il Montero (?!?) dalla capocchia(m) e dedicarsi, come tutti noi auspichiamo, all’erigendo rilkiano monumento.
    Saluti (e salute) mio caro Saul, stìami sempre .(b)ene.

  212. db il 10 settembre 2006 alle 01:10

    SULLA TOMBA DI RILKE

    ROSE, OH REINER WIDERSPRUCH, LUST,
    NIEMANDES SCHLAF ZU SEIN UNTER SOVIEL
    LIDERN.

    Le 29 sept. 56
    Cher Monsieur,
    pardonnez moi ce papier d’un carnet d’esquisses.
    Merci beaucoup de Votre aimable lettre à laquelle je reponds aux quelques questions que vous me posez. Le cachet de RMR était en cuivre ou peut-etre plus tard en argent; il n’avait pas de couleurs et il ne m’a jamais parlé qu’il a été en couleurs.
    D’après ce cachet j’ai fait faire les armoiries sur la pierre tombale par le sculpteur Van Dongen qui habitait à ce temps à Etang La Ville-Marly. Pendant le trajet la pierre s’est brisée, j’ai été malheureuse – mais pendant les années cette brisure s’est cicatrisée comme une plaie qui se cicatrice.
    Baladine Klossowska
    P.S.
    Je sais par mon amie Madame Wunderly Volkart qui a été dernièrement à Raron sur la tombe et qui s’occupe de l’Entretien continuellement, que l’état de la tombe était satisfaisant. Mais le grand vent qui règne là haut ne rend pas facile les soins. Elle a toujours l’air comme si persone ne s’occupait, hélas!

    La lettera (fin qui inedita) fu inviata dalla Klossowska (Merline, come la chiamava Rilke) all’allora sindaco di Sierre Elie Zwissig, che incontrerà la mittente dieci anni dopo acquisendo ulteriori elementi: “Cette pierre tombale, découverte par Merline, provient d’un vieux cimitière de Longchamp, de la tombe d’une nonne, dont l’inscription a donc été effacée par le sculpteur Van Dongen, frère du peintre Cornelius Kees”.
    Se esaminiamo il testamento che Rilke stilò la sera del 27 ottobre 1925 a Muzot, colpisce la fedeltà assoluta con cui Merline si attiene alle ultime volontà. Scrive infatti il poeta: “Aborro lo stile geometrico degli scalpellini d’oggi; forse sarà possibile acquistare una vecchia lapide (empire, ad es.), come successe a Vienna per la tomba di mio cugino. Si cancellino le iscrizioni precedenti e si faccia scolpire: lo stemma, il nome e, un po’ staccati, i versi

    ROSA, CONTRADDIZIONE PURA! VOGLIA
    D’ESSERE IL SONNO DI NESSUNO SOTTO SI’ TANTE
    PALPEBRE.”

    Il 29 ottobre Rilke consegnerà in busta chiusa il testamento a Nanny Wunderly (la stessa che trent’anni dopo s’occupa ancora fedelmente della tomba). Morirà il 29 dicembre 1926, e verrà tumulato di lì a quattro giorni nel cimitero attiguo alla chiesetta di Raron. Una croce in legno attenderà per qualche mese la lapide, che le si affiancherà sino ad oggi.
    La prima versione dell’epigrafe risale a metà ottobre: diversa solo per un dopo , è preceduta dalla prosa “Cimitière”, che ne costituisce dunque l’avantesto.

    Y a-t-il un arrière-goût de la vie dans ces tombes? Et les abeilles trouvent-elles dans la bouche des fleurs un presque-mot qui se tait? O fleurs, prisonnières de nos instincts de bonheur, revenez-vous vers nous avec nos morts dans les veines? Comment échapper à notre emprise, fleurs? Comment ne pas être nos fleurs? Est-ce de tous ses pétales que la rose s’éloigne de nous? Veut-elle être rose-seule, rien-que-rose? Sommeil de personne sous tant de paupières?

    Qui il messaggio è chiaro: la rosa vuol essere lasciata in pace, non coltivata, non colta, non coinvolta nel commercio dei segni (merce-simbolo-allegoria). Inevitabilmente però lo stesso contenuto, rifuso in un’epigrafe, si coniuga altrimenti: ora è il defunto che vuole stare in pace (reiner/Rainer), è il suo corpus poetico (Lidern/Liedern) che rifiuta l’emprise interpretativa, che vuole sottrarsi alla metempsicosi ermeneutica, alle mille vite del senso. E a partire dal Lied che esprime questo gran rifiuto, ossia dall’epigrafe stessa.
    Quanto alla forma dell’epigrafe, essa richiama quella canonica dell’haiku. Poche settimane prima, da Parigi Rilke aveva recato un libro di Paul-Louis Couchoud, Sages et poètes d’Asie, uscito nel 1916 presso Calmann-Levy. Il cap. II, “Les épigrammes lyriques du Japon”, contiene appunto un florilegio di haiku: Rilke ne trascrive ventinove, e il 26 novembre li invia in dono a Sophy Giacque. Come gli acquarelli dell’amica, l’haiku esprime l’autarchia delle cose, il loro riposare su se stesse, il loro sottrarsi all’uso e all’usura: come le amate mele di Cézanne, come la rosa dell’epigrafe…
    Resta invero una crepa, una brisure traverso cui l’haiku si apre ancora al mondo degli umani: secondo le parole di Couchoud riprese da Rilke, esso provoca “un bref étonnement fait cepandant pour arreter longtemps celui qui le rencontre”. Ora, questo varrà a maggior ragione per l’epigrafe, la quale istituzionalmente è volta a colpire l’attenzione del passante imprimendosi nella sua memoria: la rosa vuol essere dimenticata, ma l’epigrafe vuol essere ricordata, vuole che la rosa sia ricordata. Così dunque il tutto si presenta come “contraddizione pura”, come doppio legame che respinge e attrae, che invita a passar via e costringe a restare, che rifiuta gli usi e supplica una cura. Ma non è questo forse il paradosso di ogni dialogo coi morti? E non conterrà mai quel “sonno di nessuno” il sogno di una filo-logia?

  213. db il 10 settembre 2006 alle 01:25

    Come vedete, il 29 settembre ha colpito ancora. Rileggendo, qualche refuso (oltre ai corsivi e ai circonflessi saltati)

    cicatrise invece di cicatrice
    personne invece di persone

    diversa solo per un dopo , leggi: diversa solo per un dopo ,

  214. db il 10 settembre 2006 alle 01:28

    diversa solo per un dopo , leggi:
    diversa solo per un [ : ] dopo [ Widerspruch ],

  215. Cato il 10 settembre 2006 alle 01:29

    Molto bello, db, davvero: da leggere e rileggere. Le domande finali le ho già trascritte nel mio breviario. Grazie.

    Buonanotte.

  216. Saul Man il 10 settembre 2006 alle 02:11

    … dottore, dottore… casomai si svegliasse per la pipì… sono caduto dalla paella alla brace. maledetto take-away! mi sono vomitato tutto addosso sui pantaloni bicolori a zampa d’elefante (a prop., lo vede che sono malato davvero, che le ho parlato di Montero quando era Tony Manero? son cascato nel lapsus un’al Travolta, collassato, e poi mi son bruciato la camicia a fiori con la canna! Basta acidi comunque, glielo prometto! Adesso sto un po’ meglio, e la tisana l’ho presa come ha detto lei, inzuppandola con lo strophinaccio e passandomela sulle zone erronee. Mi vedo solo le dita della mano verdi, e la parete tenderebbe a scorrere verso l’alto, e mi sembra tutto bianco, giorno, e l’occhio destro va e viene quando vuole, anzi mi sa che cresce… non è che con tutto ‘sto stramonio andrò in stramona? … dottore…

  217. ness1 il 10 settembre 2006 alle 02:50

    @Temperanza: Ciao, mai stato nelle mie intenzioni “mettere ordine nella rete”, essendo appunto impossibile (e anche inutile, in fondo: come voler mettere in ordine una pattumiera, o una fossa biologica!?): mi basta ci si metta d’accordo per capirsi (non è poi difficile ed è assai utile), tutto qua.

    E’ vero, il pc si spegne. Ma non si fa lo stesso con la vita. E siccome a me le parole fanno un certo effetto (e se non c’è una persona a dirle ma solo un monitor dove son scritte, si fan più ‘pesanti’ che mai specie se toccano certi nervi scoperti), me le porto dietro anche a spina staccata. Un relax!

    Precisazione: io il tedesco non lo so. Mi piace molto sentirlo parlare nella poesia (meno in altre situazioni, ma è bello per es. in una famiglia) e c’è un poeta di Venezia (Held) che è bilingue e che, se lo parla (l’ho sentito in più occasioni dire Kafka o anche lo stesso Celan), mi dà belle sensazioni.

    (Povero popolo d’impotenti postanti! L’allitterazione a inizio parola, dici è tipica del tedesco: mi spieghi questa tipicità, grazie! Sto dando un occhio al Canzoniere eddico – è in antico norreno, parente del tedesco – e pure là c’è questo frenquente ricorrer della figura retorica dell’acroallitterazione.)

    @ Cato: L’oligoetc. mira al fatto che il cerchio degl’intendenti si restringe da sé nel momento in cui chi si esprime dà per scontate cose note solo a pochi! Poi queste più sopra son per quanto riguarda le mie “competenze” (parola che mi richiama brutte assonanze con competere-competizione).

    Ti ringrazio per il benvenuto ‘ufficiale’, e tutto il resto. Spero sia ora più chiaro che non m’importa un piffero definire LA poesia etc., e che quello che dico concerne quel po’ di essa con cui mi ritrovo ad aver a che fare. Nient’altro quindi. Non certo dottrina, ma semplice esperienza personale.

    #

    Da qui (in quanto ness1), provo a dire due cose (incluso ciò che ho detto nel post prima di questo su poesia e traduzioni, a far da base essenziale). Passo indietro: un altro poeta ‘nobellino’ (Brodskij) disse “Io credo che ciò che facciamo in poesia sia semplicemente cercare di spiegare la Bibbia.”.

    Io prima di esprimermi su qualcosa che sento densissima e difficilissima, ci metto ‘na vita: devo metabolizzare. Ecco perché non giudico migliore un modo o l’altro di tradurre etc. Faccio fatica a capirmi da me, figuriamoci a capir Celan. Coi problemi che ho con l’italiano, poi: madrelingua straniero!

    Niemandrose: Celan lo dedica a Mandel’stam (altro russo). Bisognerebbe aver presente, credo, un po’ anche questo poeta e il lavoro di traduzione di Celan sulle sue poesie (coevo alla composizione dei propri testi)… Non è che sia un esperto, ripeto, ma è un rimando che non lascerei in ombra.

    (Qualcuno ha detto che i poeti parlano sempre con altri poeti, che anzi la poesia stessa non è altro che questa conversazione sempre in atto. Così, Celan aveva presente Mandel’stam – i testi, ma pure la vita – finché faceva Niemandrose: tanto che glielo dedica. Lo dedica a un morto. Attenzione.)

    ((Devo meglio addentrarmi nel testo – anche se addentrarsi in Celan non è cosa facile, specie per me. Dico solo alcune cose che mi vengono in mente nel frattempo. Forse appaiono slegate, ma non lo sono. Riferite solo a certi punti del testo, ma attraverso questi rimandano oltre. Almeno mi pare…))

    Tolgo le parentesi, tanto è uguale. Altro passo indietro: Holderlin dice che, così come la poesia inverte l’ordine delle parole, è possibile inverta anche quello delle frasi. Così mi vien da fare una prova qui: Da terra e polvere, Nessuno più c’impasta (un esempio-errore, tanto per vedere che succede).

    (E dàgli co’ ste parentesi! Scusate, devo cambiare tono: didascalie, come in teatro gli “a parte” o “tra sé”. Polvere: in italiano 3 sillabe, sdrucciolate – con dentro il vento che la spazza via. In tedesco è secca, come un pugno: staub. Fate orecchio ai valori fonetici, che son pur semantici, delle parole.)

    Nessuno parla |nella| nostra polvere. Perché in fondo, che siamo: appena polvere soffiata dalle labbra di un Dio, bacio vivente dell’eterno amore (è Buber che in modo simile parla di non ricordo adesso quale passo biblico). Nel mio esempio-errore al posto di “ancora” è emerso un “più”. Definitivo.

    C’è stato un evento, nella storia umana: paragonabile al Bereshìt-Genesi. Fatto ugualmente potente, ma di segno opposto. Qualcosa come il Cristo, ma convertito al negativo. Ciò che ne resta e chi ne risponde, è Niemand. (Sto semplicemente lasciando agire ciò che so alla luce di ciò ce non so…)

    (Ancora, mi viene in mente: Ask the dust – Chiedi alla polvere, di J. Fante. Qualcosa di simile c’è anche qua. Un cercare risposta in ciò che è andato. Finito. Chiuso. Stop. Basta. Più. Ormai. “Compiuto”. Amen. Un amen come quello di Cristo spirante in croce, però. Abbà, Padre: perché c’abbandoni?)

    ((Una piccola digressione botanica, spero utile: la ‘biancanima’ dell’ultima strofa a me ricorda, non so perché, il biancospino o prunalbo. Fiori bianchi e frutti a bacche rosse: somiglia proprio a com’è fatta – cosa dice – questa strofa. E la porpora cardinalizia è assimilata al sangue di Cristo e martiri.))

    ((Ancora: su Google si trova che il biancospino “è simbolo d’amore, come testimonia una leggenda molto popolare in Germania, intitolata ‘Il bel biancospi­no’, che racconta di un uomo che si riscatta dei torti fatti subire alla sua bella innamorata regalandole una pianticella di biancospino.”!)))

    Ultima (nell’ordine del caso): De Luca in Nocciolo d’oliva (p. 52) dice: “la misteriosa espressione che descrive l’intenzione di Dio nel creare la donna [ma in fedeltà all’ebraico letteralmente dovremmo dire: uoma!]: ‘Farò per lui un aiuto come |d’innanzi e contro| a lui’ (Gn 1,28)”. Da qui l’entgegen?

    Bon, ho aggiunto un altro po’ di carne al fuoco (‘mazza che macabro m’è venuto, ‘sto doppiosenso involontario!). Direi che cose da approfondire ce n’è un bel po’, ormai. Io credo che un testo sia intraducibile, e che forse siano “fantasie di avvicinamento” (Zanzotto) ogni traduzione e ogni lettura.

  218. ness1 il 10 settembre 2006 alle 03:10

    (@Cato e Temperanza: “L’ultimo libro citato [Conseguito silenzio] non ce l’ho; essendo un’antologia, immagino possa contenere anche la ‘sua’ [di Ranchetti] traduzione di Psalm” – volevo solo dirvi che è sì un’antologia, ma solo delle 300 poesie circa che Celan laciò inedite: non ci sta Psalm.)

  219. Dott. Felix Peyote il 10 settembre 2006 alle 09:30

    Caro Saul, mi spiace arrivare solo ora e spero tanto di poterle essere ancora d’aiuto. Purtroppo ho passato l’intera nottata accanto a Paolo Francesco Celano: quel ragazzo (!?) è convinto che solo il “ritorno alla canna” sia l’unica soluzione praticabile per lui, visto che della sua “stropharia”, a quanto sembra, a niuno gliene cale: una delle ricadute di cui le parlavo qualche notte fa, anche se credo ancora possibile riprenderlo, sia pure per i capelli. Vengo a lei, dunque. Ho appena parlato al telefono con un mio illustre collega, nonché praticante della “materia”, il dott. Blixa Bargeld, e siamo d’accordo nel proporle una soluzione “sonora” d’impatto, anche se i suoi frutti migliori li dà nelle ore notturne, e soprattutto se si abita in un condominio. Vedrà che dopo la prima “applicazione” (ecco, provi subito stanotte stessa) le passerà la voglia di paellarsi col takeaway e con altresimili porcherie psicoalimentari (la causa prima delle sue dis-turbe, come mi è dato di credere dall’esterno): le passeranno anche altre voglie per un po’, tra cui quella di deambulare e di usu-fruire delle zone erronee, ma vedrà che dopo una, al massimo due sedute, si sentirà come rinato, diciamo ri-fatto. Prenda nota, adesso, e segua correttamente la procedura, iniziando il percorso verso le due di notte: 1) si tenga in abitini leggeri leggeri, una canottierina al massimo (attutire i “colpi” che le arriveranno, serve solo a dimidiare la portata bene-fica della cura); 2) si precluda ogni via di fuga chiudendo qualsiasi locale nel quale potrebbe trovare rifugio (nel caso, butti via le chiavi); 3) lasci aperta l’entrata principale della sua magione (non può frapporre ostacoli all’arrivo di coloro che tra poco verranno a portarle la guarigione sulla punta di una mazza da baseball); 4) predisponga l’impianto stereo sulla linea max della manopola volume; 5) metta sul piatto (?!) o nel lettore una copia di Halber Mensch degli Einsturzende Neubauten (se vuole un trattamento più vigoroso, effetto pillola blu, può provare con Kollaps o, meglio ancora, con Zeichnungen das patienten OT); 6) ora stia calmo, è solo questione di attimi: li sente? stanno già arrivando (non si agiti, solo i primi colpi fanno male, gli altri non li avverte quasi più); 7) …

    p.s.

    Se all’improvviso, come in sogno, le sembra di udire in lontananza il suono di una sirena, si rilassi (ce la fa?): alla guida ci sono io.

  220. Saul Datino il 10 settembre 2006 alle 11:18

    dottore, non è che va a finire come con la padellata data in testa al paziente in Romacittaperta, che poi ci vuole l’estrema unzione? E poi le devo confessare una cosa: con Blixa mi sono già bruciato, anzi con lui sono cominciati i miei guai. Fino ad allora ero “normale”, e da normale accompagnai l’amico crucco wowe al concerto degli ossimori, all’Alcatraz: lui aveva il pass da fotografo, e io il sottopass da aiuto-fotografo, che ho cercato di sfruttare al massimo, ossia innanzitutto entrando gratis, ma poi soprattutto… ecco, il guaio è che i 2 avevavo una session fotografica in camerino prima del concerto, e io, una volta piazzato il cavalletto e scartucciato qualche rullino, me ne sono andato al bar, dove ho sorornizzato con la barista e… miracolo! sottopass+ruffianamento davano diritto illimitato di consumazione. Sicché la prima volta ordinai 1 negroni, e poi sempre e solo il solito… diciamo per 1 oretta abbondante. poi ritornato in camerino, mi sono scandalizzato per il bicchiere d’acqua che teneva in mano Blixa, e ho attaccato briga: che era un dandy, ormai finito… ma si son messi a sghignazzare, le loro faccione si deformavano mostruosamente, finché sono kollapsato proprio sulla sedia davanti al kavalletto. così wowe mi ha fatto la foto, ce l’ho sul frigo, ogni tanto la guardo: bei tempi, e bella sedia (comunque, dottore, poi mi sono ripreso e ritornato al banco, da cui non mi sono più mosso per non kollapsare di nuovo, gomiti ben puntati e bibita a gogò. intanto i crucchi sul palco facevano casino, ma non mi disturbavano: era tutto così ovattato… anzi, alla fine al Blixa ho regalato il miniCD del Walrus, che avevamo soprainciso io e Hansebner, l’ostriaco della Mythorecords, e lui mi ha abbracciato – ritraendosi subito – perché guardatè fa la raccolta del Walrus. a prop., lo sa che i mi/re ripetuti all’inizio da John sono le note della sirena che stava andandolo a prendere – il paranoico!)
    dottore, in più adesso ho un attacco di gelosia per quel Celano: su, mi faccia vedere quella famosa ultima pagina!

  221. Dott. Felix Peyote il 10 settembre 2006 alle 11:57

    Mi lasci riprendere, la prego, caro Saul, ero s-venuto: Blixa con un bicchiere d’acqua in mano!!!!! Adesso mi manca solo di sapere che Nicola Caverna va a messa tutte le mattine, e posso anche chiudere lo studio e migrare verso il primo monastero utile dell’Anatolia. Ma come tadzio ci siamo ridotti? e ff dov’è? dov’è il dandy?

    (Mi tolga una curiosità, dettata solo da esigenze professionali – un po’ come il prete che compra materiale pornografico all’edicola per motivi di studio – : con la barista, poi, come è andata? nisba? nemmeno un’occhiatina? un’annusatina?)

    Non sia geloso di Celano, prima o poi me ne libero definitivamente e mi dedico al suo caso (“caso”, caro Saul: non è un refuso, ha letto bene!).

    La famosa ultima pagina? Credo che il suo amico Cato (ma che razza di nome è? sembra quello di uno che ha dei problemi con le sue “misure”) l’abbia postata qui sopra, se non mi sbaglio (Auf tiefem); e, se mi sbaglio, vuol dire che anche lui ha bisogno urgente di una sirena…

    p.s.

    Che bello andarlo a prendere guidando una sirena! Ma no, meglio: che bello andare a prenderlo guidando una sirena. Cambia qualcosa?

  222. Miku il 10 settembre 2006 alle 12:26

    Questo protocelano del Salmo 103 è già stato segnalato?:

    Perché egli sa di che siamo plasmati,
    ricorda che noi siamo polvere.
    Come l’erba sono i giorni dell’uomo,
    come i fiori del campo, così egli fiorisce.
    Lo investe il vento e più non esiste
    e il suo posto non lo riconosce.

    @db: te ‘o dicea io…

  223. temperanza il 10 settembre 2006 alle 12:36

    @Ness1

    Brevissimamente perché pesco nei miei ricordi scolastici, perciò se ti interessa ti consiglio di cercare più luminosi lumi altrove, ma come primo assaggio:

    Il verso della poesia tedesca delle origini (salvo qualche formula magica, che farebbe pensare anche a una rima autoctona) è un verso breve e allitterante, cioè non ripete la sillaba finale, come da noi, ripete invece la consonante iniziale di quelle parole che nel verso hanno l’accento principale.

    Il verso allitterante è il verso dei grandi poemi delle origini, più adatto della rima all’antica poesia germanica che vive soprattutto di energia. E’ più enfatico del verso in rima (noi del resto non allitteriamo in senso stretto, perché la nostra allitterazione è sillabica e presenta sempre anche la vocale), più patetico e disarmonico ed è basato sull’accentuazione radicale della parola nelle lingue germaniche.

    La rima entra nella poesia tedesca (a parte le formule di cui ho detto) con la poesia latina religiosa, e se non ricordo male in particolare con la poesia mariana (le litanie). Qui ho un ricordo personale su Brodsky, che tu citi, aveva una sua teoria del tutto balzana su questa faccenda dell’ingresso della rima e siccome aveva preso il nobel la gente gli andava dietro.

    Certamente l’ingresso della rima deve essere stato uno choc per le culture germaniche con le loro parole caratterizzate dalla ritrazione dell’accento mobile dell’indoeuropeo sulla prima sillaba della radice. Sfruttando il tono martellante di quella ritrazione si era formata la poesia eroica, non era un fatto puramente metrico. L’ingresso della rima è coinciso con il definitivo abbandono della fede delle origini, e anche qui non si è trattato solo di un cambiamento metrico, è stata forse la più grande forma di colonizzazione nella storia europea, con i vinti che si gettavano da soli nelle fauci culturali del nemico, come noi stiamo facendo da decenni con la cultura americana. Si gettavano in parte, anche se non tutti erano d’accordo, ventimila sassoni, sempre che non ricordi male, si sono fatti tagliare la testa, prima di passare al cristianesimo: Ma anche qui, se gli spargimenti di sangue ti interessano:–) verifica perché la mia cultura risale a parecchi lustri fa.Con questo passaggio in ogni caso nasce l’Europa, cosa nasca qui da noi non si sa.

    A proposito di indoeuropeo, c’è un signore (non so se ancora vivo, piuttosto famoso e di cui l’alzheimer mattutino mi vieta il nome) che sostiene contro tutti i suoi colleghi che l’indoeuropeo non esiste, ma finchè non si mettono d’accordo restiamo legati a questa convenzione.

    Una piccola nota sulla traduzione e sui prodotti locali che ne derivano, e qui chiedo lumi a @db.
    Io sono sempre molto irritata da certe scritture filoheideggeriane che esaltano il suffisso anche in una lingua come la nostra che di suffissi non vive se non im modo parziale. E’ possibile che sia una specifica lacuna dei filosofi che non conoscono abbastanza la storia e la natura della lingua tedesca? O è una scelta motivata?

  224. temperanza il 10 settembre 2006 alle 12:39

    Dio, come l’ho scritto male, spero che si capisca.

  225. temperanza il 10 settembre 2006 alle 12:52

    con questa schifezza: “si gettavano in parte, anche se non tutti erano d’accordo, ventimila sassoni, sempre che non ricordi male, si sono fatti tagliare la testa, prima di passare al cristianesimo”

    volevo dire che non tutti i popoli germanici si sono buttati allegramente a capofitto nel nuovo che avanzava, i sassoni erano incazzatissimi e piuttosto che farlo ventimila di loro si sono fatti tagliare la testa.

    Questo volevo dire, ma poichè lo ripesco dalla memoria e non da un testo, prima che anche voi memorizziate la causa della mattanza vi invito a controllare:–)

    E’ scorretto da parte mia diffondere possibili leggende metropolitane, ma domenica, chiedo venia.

  226. Diodati/Luzzi 103 il 10 settembre 2006 alle 13:57

    Benedici, anima mia, l’Eterno; e tutto quello ch’è in me, benedica il nome suo santo. Benedici, anima mia, l’Eterno, e non dimenticare alcuno de’ suoi beneficî. Egli è quel che ti perdona tutte le tue iniquità, che sana tutte le tue infermità, che redime la tua vita dalla fossa, che ti corona di benignità e di compassioni, che sazia di beni la tua bocca, che ti fa ringiovanire come l’aquila. L’Eterno fa giustizia e ragione a tutti quelli che sono oppressi. Egli fece conoscere a Mosè le sue vie e ai figliuoli d’Israele le sue opere. L’Eterno è pietoso e clemente, lento all’ira e di gran benignità. Egli non contende in eterno, né serba l’ira sua in perpetuo. Egli non ci ha trattato secondo i nostri peccati, né ci ha retribuiti secondo le nostre iniquità. Poiché quanto i cieli sono alti al disopra della terra, tanto è grande la sua benignità verso quelli che lo temono. Quanto è lontano il levante dal ponente, tanto ha egli allontanato da noi le nostre trasgressioni. Come un padre è pietoso verso i suoi figliuoli, così è pietoso l’Eterno verso quelli che lo temono. Poiché egli conosce la nostra natura; egli si ricorda che siam polvere. I giorni dell’uomo son come l’erba; egli fiorisce come il fiore del campo; se un vento gli passa sopra ei non è più, e il luogo dov’era non lo riconosce più. Ma la benignità dell’Eterno dura ab eterno e in eterno, sopra quelli che lo temono, e la sua giustizia sopra i figliuoli de’ figliuoli di quelli che osservano il suo patto, e si ricordano de’ suoi comandamenti per metterli in opra. L’Eterno ha stabilito il suo trono ne’ cieli, e il suo regno signoreggia su tutto. Benedite l’Eterno, voi suoi angeli, potenti e forti, che fate ciò ch’egli dice, ubbidendo alla voce della sua parola! Benedite l’Eterno, voi tutti gli eserciti suoi, che siete suoi ministri, e fate ciò che gli piace! Benedite l’Eterno, voi tutte le opere sue, in tutti i luoghi della sua signoria! Anima mia, benedici l’Eterno!

  227. Saul Amen il 10 settembre 2006 alle 14:35

    Razza di salami, tinelli imbiancati! Non vedete che questo thread* è affilato di bestemmie e preghiere?

    *aram., stilo svizzero

  228. Lutero 103 il 10 settembre 2006 alle 14:41

    Denn er kennet, was für ein Gemächte wir sind; er gedenket daran, daß wir Staub sind. Ein Mensch ist in seinem Leben wie Gras; er blühet wie eine Blume auf dem Felde. Wenn der Wind darüber geht, so ist sie nimmer da, und ihre Stätte kennet sie nicht mehr.

  229. Montero il 10 settembre 2006 alle 14:58

    ho partorito un topolino!

    Lodato sii, Nessuno.

    (ma mi è venuto un fibroma, il 103: se C avesse scritto/inteso: Niemand gedenkt unsern Staub… invece di bespricht…)

  230. db il 10 settembre 2006 alle 15:20

    devo 1 risposta a temp: secondo me i filosofi italiani usano le lineette staccaparole per
    a) dimostrare che hanno fatto il classico e sanno le etimologie
    b) ammiccare al lettore, tipo: hai capito no che sono intelligente? beh, allora sei intelligente anche te!

    chiedo 1 risposta a temp: ricontrolla, please, il besprechen nel Grimm, se per caso vuol dire “consolare” o qualcosa che si relazioni più al gedenken che allo zaubern. Grazie

  231. db il 10 settembre 2006 alle 15:24

    Nessuno considera la nostra polvere. (tipo Besprechung…)?

  232. temperanza il 10 settembre 2006 alle 16:36

    @ db

    Grimm, besprechen

    1) (einen besprechen), ansprechen, anreden, alloqui, compellare

    2) (einen besprechen, etwas besprechen), in anspruch nehmen, ansprechen, zumal auf dem wege rechtens

    3) ( besprechen), bereden, bedingen, bestellen, pacisci, mandare, engl.
    bespeak

    4) (besprechen), bereden, disceptare

    5) (besprechen), mit feierlichen worten, incantare

    6) (sich besprechen), colloqui, sich unterreden, über etwas verabreden, einigen

    Avessi un micro-scanner farei di meglio, se una delle voci ti interessa di più posso aggiungerti qualche esempio.

  233. db il 10 settembre 2006 alle 22:04

    grazie a temp e a miku, il frontenuvolo bombarolo di Dresda!
    sul besprechen mi ha ingannato il Sansoni, che dà solo 1. discutere (di) 2. recensire 3. scongiurare. Invece bisogna riprendere il significato principe di besprechen: alloqui/compellare (ansprechen/anreden). Ora, in latino entrambi significano “rivolgere la parola”, ma alloqui per consolare, compellare per condannare. Perciò

    “insuffla la vita” di Bevilacqua è balordo (Dio tra l’altro non parla all’argilla, soffia solo)
    “dà parola” di Reitani è perverso (dà invece di “prende”)
    “parla” di Helena è corretto, ma timido

    Ragionerei così. Salmo attacca con un riferimento univoco a Gn 2, 7.
    1. Sulla scia, saremmo portati alla polvere di Gn 3, 19, dove appunto Dio rivolge la parola ad Adamo (lì c’è Erde, ma Salmo 103 riformula in Staub), e dunque a tradurre: nessuno condanna la nostra polvere (o maledice = condanna in nome di una giustizia superiore, Devoto-Oli). 2. Oppure potremmo collocarci dentro Salmo 103, dove la polvere è redenta da un dio pietoso e benigno, e dunque tradurre: nessuno consola la nostra polvere.
    Cosa succede però? Se vale la 1., i primi due versi vanno d’intesa: Dio non ci fa del bene (non ci ricrea e poi non ci consola). Se vale la 2., i primi due versi vanno per contrasto: Dio non ci fa del bene (non ci ricrea), né del male (non ci maledisce) – semplicemente, non fa nulla, perché non c’è. Questo né bene … né male di Dio si ripeterebbe poi sublimemente nel per … contro degli uomini. Perciò alla fine tradurrei:

    Nessuno maledice la nostra polvere.

    Ma beati i timidi, perché di loro è il regno di Celan.

  234. Cato il 10 settembre 2006 alle 23:06

    …”insuffla la vita” di Bevilacqua è balordo (Dio tra l’altro non parla all’argilla, soffia solo)…

    Non sono d’accordo. (Cfr. Cato, 2 settembre, alle h 00.51)

    Scusate l’autocitazione, che fa sempre un po’ cgr, ma ho problemi a connettermi (anche con me stesso).

  235. db il 11 settembre 2006 alle 00:02

    eccoci qua, coll’interpretazione catonica del 2 settembre, la quale ha il pregio di concentrare in poche righe una tradizione millenaria.
    a) Gn. 2, 7: “gli soffiò nelle narici un alito vitale, e l’uomo divenne un’anima vivente”. Dio espira per la bocca, il golem inspira per il naso, e così Dio passa all’uomo l’anima/vita. Da qui respiro-spirito, lo spirare. Ma per gli stessi organi passa la parola: flatus vocis per i medioevali, soffio di voce (dove flatus è per metonimia anche soffio vitale).
    b) Gv., 1, 1 e 14: “In principio era la Parola, e la Parola era con Dio, e la Parola era Dio… E la Parola è stata fatta carne”.
    Per via di scorrimenti metonimici, condensando a) e b) vien fuori che Dio/Parola s’incarna nell’uomo. In questo senso, ogni parola di Dio nella Bibbia è insufflamento/incarnazione. E allora ad es. “Dio disse: polvere eri”, è come “Dio insufflò:”. MA: non tutti i flatus sono vocis, come non ogni soffiare è un parlare (né un fischiare), non ogni blasen è un (be)sprechen. Sicché per la smania di mefaforizzare/filosofeggiare si perde la specificità dell’atto/verbo, e si va incontro a fraintendimenti gravi (come qui, di riportare il parlare di Dio all’iniziale insufflamento).
    Non è, Cato, che a forza di gnosi mi diventi catotonico?

  236. db il 11 settembre 2006 alle 00:49

    traducendo “insuffla” Bevilacqua tradisce la lettera per lo spirito – ossia tradisce lo spirito della traduzione. ah Miku, ah Signore degli eserciti! (Is. 19, 25 e 22, 12)
    Tornando alla lettera del Salmo 103, 14-16:

    Denn er kennet, was für ein Gemächte wir sind; er gedenket daran, daß wir Staub sind. Ein Mensch ist in seinem Leben wie Gras; er blühet wie eine Blume auf dem Felde. Wenn der Wind darüber geht, so ist sie nimmer da, und ihre Stätte kennet sie nicht mehr.

    Perché Lui sa di che pasta siamo; Lui si ricorda che siamo polvere. Nella sua vita un uomo è come erba; fiorisce come un fiore nel campo. Quando lo spazza il vento, non esiste più, né più conosce il posto suo.

    Il passaggio di metafora da polvere a fiore (via erba/cannabis) DIMOSTRA il calco/imprestito del Salmo di Celan dal Salmo 103. Celan dedica 2 strofe alla polvere e 2 strofe al fiore (via niente).
    ACHTUNG: l’intero Salmo 103 (1-22) tesse le lodi del dio benigno – fuorché 14-16, dedicati alla miseria umana (lo stesso che estrapolare la miseria/protesta di Giobbe senza happy end). Con ciò cade la religio, il legame con dio, e il salmo, così mozzo, si fa oggettivamente blasfemo (proprio come il Salmo di Trakl, che C conosceva bene)
    L’uomo è una canna (e daje!), ma una canna che pensa. Pascal pensava al fiore spazzato via dal vento: dal suo pensare si apriva a Dio. E qui? C’è un movimento analogo (e assente in Salmo 103). L’uomo è un niente, ma un niente che fiorisce. Heine, coi tessitori, era stato più fedele al Salmo parlando di un fiore schiacciato. Invece Celan individua un’apertura, l’apertura del canto/corolla: la sua religio, almeno qui, è la poesia.

  237. Cato il 11 settembre 2006 alle 00:57

    Catotonia serotina in forma di autobiologografia

    Io fummo, siamo e
    resteremo sempre un
    ateo che
    fiorisce, la preghiera
    di nulla, di
    nessuno.

    @ db

    Ci sono parole che acquistano il loro vero significato solo dal fondo di silenzio in cui si ascoltano. L’abisso è una pupilla in attesa. Il tempo rovesciato di ogni lettera.

    Tradurre è oltrepassare. E la parola poetica una soglia. Un varco che immette in terre d’increato. Dove il silenzio è madre. Un corpo a cui si torna per cammini di lacrime invernali.

    Guardo la mano mentre stringe i segni che l’inchiostro piange dai miei occhi. Guardo la mano che scrive il suo profilo d’ombra. Una traccia per la morte che ci precede e segue in forma di stagioni.

    Proprio sui margini è il primo passo. Un alfabeto già respirato dalla sua stessa eco. Voce che dice la sua polvere già nel primo accento. Nel primo grido che non volle farsi ala.

    *

    la forma che
    brancola nel buio del
    la mente
    sente la pupilla
    divaricarsi al passo e
    nel respiro
    superare il furore di ogni
    distanza – ho eletto
    a mia dimora la
    materia in
    differente
    di un’
    ombra
    che resta
    ombra anche in pieno
    giorno

  238. db il 11 settembre 2006 alle 01:20

    grazie di cuore, Cato. è come se saliste lo stesso monte, lui coi ramponi, tu con pelli di foca.

    2 ricordi, d’infanzia e post-

    non si parlava italiano in paese, fuorché talvolta a scuola (giunto a Milano, ho taciuto 1 anno esatto). Girava un refrain:
    – Chi è tu?
    – Io è un fanciullo di Azione Cattolica

    a 13 anni mi hanno messo da assistente al maestro di dottrina cristiana, che ne aveva 16: era appena uscito di seminario (figlio di alcolizzati), e lo adoravo. La prima lezione fu memorabile: appena entrati, i ragazzini facevano casino, comprese parolacce. E lui serafico: “Tosàti, basta coi porchidìi!”. La seconda altrettanto. Commentò il mistero dell’ubiquità così: “Dio è in cielo, in terra, e rasoterra”.

  239. Dott. Felix Peyote il 11 settembre 2006 alle 02:02

    Filosofia, poesia e storie di vita.

    Io sono entrato all’oratorio per la prima volta dopo la l’aurea. Volevo farmi di battesimo in lode dell’altissimo che mi aveva concesso di addi-venire a tanto. Mi affidarono a un’anziana maestra di catechismo, Donna Abbondia (di nome e di fatto). Era un periodo in cui la figura di Giobbe mi ossessionava, al punto che appena vedevo una donna l’avvicinavo soltanto per un unico scopo e con un solo pensiero, sempre e solo quello, farle la fatidica domanda: “Lei è Giobbe?”. Feci la stessa cosa con Donna Abbondia, ma solo per sentirmi rispondere: “Ciobbe? Ciobbe? Chi era costui?”. E allora capìi, fui costretto a capire, che fare il catechista è soltanto un mestiere, che Giobbe non puoi chiederlo alla gente, se non vuoi ammalarti del loro identico male, se non vuoi che la giobba ti sfugga di mano. Lo capìi per caso, un giorno, in una libreria, sfogliando “sfogliatamente” un volume che recava in copertina la foto di una che mi sembrava, dal taglio di capelli soprattutto, potesse essere Giobbe. Fu una folgorazione: ero già sulla strada che portava alla prima casa da punta-mento e ancora non lo sapevo: a pagina 351 iniziava un capitolo dal titolo “Il libro di Giobbe e l’uccello”. Non lessi nemmeno un rigo, ero già fuori. Quel giorno stesso persi la mia verginità.

  240. Dott. Felix Peyote il 11 settembre 2006 alle 02:44

    Note (non richieste) a “Filosofia, poesia e storie di vita”.

    1) “L’aurea” è il titolo di studio che mi affibbiò mia madre quando, per ragioni***, scrisse di suo pugno le mie generalità sul foglio che un mare-sciallo le fece scrivere in mia assenza (…).

    2) Ho preso la mia prima l’aurea a tredici anni. Precoce? Diciamo piuttosto “precotto”: dalle mie parti erano tutti comunisti… Erano…

    3) “Sfogliatamente”: avverbio che calza a pennello all’azione di chi, in una libreria, fa finta di leggiucchiare qualche pagina e poi lascia distrattamente scivolare il libro in qualche intercapedine subascellare. Io, ad esempio, frequento quei luoghi indossando sempre un abbondante cappotto. Anche nel mese di luglio.

    4) Va da sé che stavo ascoltando in cuffia un De Andre’ d’annata (1971, una delle sue migliori).

    5) Il titolo del saggio, con relativo libro, non è un’invenzione estemporanea. Trattasi di “L’uomo e il divino” di Marìa Zambrano, Roma, Edizioni Lavoro, 2001. Ne consiglio vivamente la lettura a db, ai suoi stimati eteronimi e al dott. Miku.

    6) Donna Abbondia è esistita realmente: si chiamava Abbondanza (è vero!): che il nulla l’abbia in gloria.

    7) Al lettore attento il compito di separare, nel racconto, fiction e faction.

  241. Saul D. il 11 settembre 2006 alle 10:20

    caro dottore, premesso che per me i “saldi di stagione” sono gli avanzi di tempo indecidibili tra una stagione e l’altra (quando si dice ad es: non è più la primavera di una volta, quelle giornate così così), mentre i “saldinbanchi” son quelli che di pundo in bianco saltano sui banchi dei negozi con un capo ascondatissimo gridando eureka!, mi sembra che il suo sia un invito a cominciare con me una psicoterapia, seppure telematica – una teleterapia insomma. Le confesso allora subito che il mio record di peccato è un Bosch 41×29 di kg. 4,9. nella mia memoria, lo chiamo “LA CHIAMATA”, poiché avvenne così: stavo in una libreria a Bonn con il Bosch in mano, passò causalmente un amico che dall’ingresso mi chiamò forte: “SAUL!”: uscii subito sconcertato e via!… il Bosch è nella mia libreria. Per il resto, solo sfogliatine: una sfogliatina e via!, robe da bassa pasticceria. Una sfogliatina cui sono affezionato è “La ripetizione di Bur”, un piccolo manuale per affrontare i debiti del liceo, opera di Severino Camposanto, tra gli studenti detto il Bignami del nord. Il capitolo che mi ha più colpito è “L’uccello di Giobbe e il libro”: non avendo il metro e rifiutando di andare a spanne, se lo misurava con la bibbia, cosa che per imitazione faccio spesso anch’io, nella speranza mai sopita che cresca. E’ normale, dottore?

  242. lo coso il 11 settembre 2006 alle 12:10

    Quando arriva Arbasino???

  243. temperanza il 11 settembre 2006 alle 13:00

    Egregio dottor Peyote, venutimi a mancare ultimamente alcuni libri a cui assai tenevo, le sarei grata se dicesse al suo alias venuto di recente a cena a casa mia di pentirsi e rendere il maltolto.

    Nel frattempo arrivederci a tutti, ho cominciato a soffrire di una violenta forma asmatica da silicio che mi impedisce di respirare, vado a disintossicarmi.

  244. Saul D. il 11 settembre 2006 alle 13:16

    dottore, avrei trovato un saldo griffato Dolce & Stilnovo, in linguadoca:

    NEVAIO

    ah pelle di foca,
    che dio ti benedoca!

    che faccio, dotto’? prendo o lascio?

  245. Saul D. il 11 settembre 2006 alle 13:31

    o prendo DAS DING di Lagenfeld, però contraffatto a Napoli

    il coso
    è cosa buona
    come roso
    che come rosa
    suona

    lo so, c’è saldo e sauldo, ma che fo?

  246. Dott. Felix Peyote il 11 settembre 2006 alle 14:43

    Caro Saul, di gran corsa, per il momento, perché i miei pazienti mi reclamano.

    Diciamo che sulla sua “vocazione” non ho mai dubitato: lo conferma “la chiamata”, a cui lei, giustamente, non si è sottratto, e che le invidio tanto, non potendo, al pari di lei, vantare una “fede” così “pesante” e radicale. Però, tanto per dire, le mie “conversioni” sul campo qualche segno l’hanno pur lasciato. Ricordo, maximo cum gaudio, un “Medioevo Fantastico” di Jurgis Baltrusaitis, la prima edizione italiana in assoluto, non la ciofeca incolore che i fratelli calassi hanno ristampato qualche anno fa; un vertiginoso Borges (da estasi santacaterinesca), “Il libro delle visioni”, partorito dalle sapienti mani della premiata fmr (da non confondersi con la sua pfm); più qualche altra “sveltina”, tipo tre gloria e tre pater, ma sempre ben recitati, mi creda. Aggiungo che da svariati anni, ormai, non “prego” più, per tanti motivi (non ultimo il fatto che entro sempre più raramente in “chiesa”: dovrei accendere un cero sotto forma di mutuo ogni volta), ma sono sempre più convinto che “pregare” in casa dei ladri è come innalzare lodi e orazioni a favore dell’umanità tutta. Le ultime preghiere le sto dicendo in casa di amici: come avrà saputo, ultimamente sono stato a cena a casa della dottoressa Temperanza: che biblioteca, pardon, che cucina, ragazzi! L’unica cosa che mi dispiace, è il fatto che, non volendo assolutamente restituire ciò che ho mangiato, e asportato, in/dal loco, so già che non mi inviterà più.

    Prenda subito, al volo, Dolce & Stilnovo e il Lagenfeld, anche se contraffatto; il primo in modo particolare: non si lasci mai sfuggire, mi permetta di ricordarglielo, tutto ciò che attiene alla “foca”, a partire dalla sua pelle per finire ai suoi derivati. Anche i surrogati, in caso di prolungata astinenza, vanno bene: sempre meglio che “andarlo a prendere” o “andare a prenderlo” guidando una sirena.

    Mi stìi .(b)ene.

  247. Saul D. il 11 settembre 2006 alle 16:18

    fatto! me li son già messi addosso! in più da Stradivarius mi sono regalato un bel CD in supersaldo. L’ho preso a scatola chiusa, per il titolo “Soul”. Ora lo sto ascoltando aiutandomi col libretto. E’ roba strana: leggo che il cantautore, che si sigla D.O., è un trans italo-americano. Tra l’altro, è la prima volta che vedo i testi frammischiati con le note, robba de paura, da far tremare Wagner. tipo la prima

    ME, SOUL D.O.
    MI LA DO
    SOUL, SOL FA

    mi dice, mi trasmette qualcosa: ma cosa? è normale, dottore, questa senzazione?

  248. Dott. Felix Peyote il 11 settembre 2006 alle 17:36

    I testi, indubbiamente, sono interessanti, in particolare quel ” MI LA DO”, che, nel suo solo apparente ermetismo, esprime voglia, desiderio di apertura e condivisione, una tensione poiematica che si mostra in tutti i suoi umori, nelle sue pieghe profonde, nelle sue articolazioni non esplorate da troppo tempo.

    Per il resto, dovrebbe darmi qualche ragguaglio in più, perché, pur amando io il “soul” in ogni sua veste e forma, non vorrei che lei, trascinato dal troppo entusiasmo, si lasciasse incantare da quel “SOL FA” e lo trasformasse, a sua stessa insaputa, in un “MI SOL FA”, cosa che, a lungo andare, potrebbe spingerla sua via dei trans-iti, sospeso nel vuoto pneumatico di un’attività puramente manuale.

    Mi raccomando, caro ragazzo, stìi attento.

  249. Saul D. il 11 settembre 2006 alle 18:36

    anch’io, dottore, preghiere poche: solo quando tutto tace e spengo la luce, mi trovo qualche volta a sussurrare

    Grazie.. prego… scusi…

    tornerò casomai in futuro sull’argomento. invece ascoltando il CD (com’è bello sentire le parole in viva voce!), il verso dopo le 3 note (mi la do) non ripete la solfa, e suona quasi: sul so-fà. Alla prima seduta (se me la concederà) porto il CD.

    PS. ma lei dottore, scusi la curiosità, per caso è younghiano? usa il lettino o che altro? e temp è una sua paziente?

  250. Dott. Felix Peyote il 11 settembre 2006 alle 23:00

    Porti, porti pure il cd, caro Saul, ormai mi ha incuriosito. Ho studiato il suo caso tutto il pomeriggio e chiesto lumi anche a una valente, primoamorosa studiosa del ramo (dottoranda in botanica, oltretutto): la conclusione è che un refuso ostacola la completa, purchiara, intelligenza del testo. Mi dispiace ammetterlo, anche perché ciò mi porta a rettificare, almeno in parte, la mia precedente analisi (e la cosa mi sgarella non poco), ma il secondo verso non è un generico “MI LA DO”, quanto piu-(t)-tosto un “SI, LA DO”, che viene ad enucleare la prorompente forza del principio di realtà dell’atto (ascolto compreso).

    Sì, come lei ha ben capito, sono younghiano, da sempre direi: sono un vero studioso, e non solo per dovere professionale, di tutte le sue opere, fin dal primo momento in cui mi sono imbattuto in un suo testo che ritengo insuperato, “The needle and the damage done”. Non a caso il cavallo e l’alligatore sono i miei animali preferiti in assoluto.

    Una volta usavo qualsiasi superficie reperibile “alla bisogna”; poi, con l’età che avanza, mi trovo sempre più a preferire la confortevole amplitudine dei letti(ni).

    Per quanto riguarda la Dott. Temperanza: senza la sua autorizzazione, non mi è possibile dire nulla, tranne che si tratta della mia virtù preferita.

    p.s.

    Scusi, ma Arbasino l’ha invitato lei?

    p.s.s.

    Scusi, ma a lei (la birra) piace bionda o scura? E il “bis” lo concede ancora facilmente, o rimanda al giorno successivo?

  251. gabriella il 11 settembre 2006 alle 23:24

    Troppo Celan fa male. Ascoltateni, leggetevi un Dylan Dog, bevete un buon bicchiere di vino, e poi … a nanna!

  252. S.D. il 12 settembre 2006 alle 01:38

    ha ragione: D.O. dice proprio SI. è un ar-rapper, e si mangia le parole (potrebbe essere anche un : SEE). Albertine-Abrasine non l’ho portata io. invece vedo che lascia usare il suo pc alla badante. come sono cambiati i tempi! se penso che per me la badante era quella che puliva col piumino sulla scala… non per metterci malizia, ma avrò avuto 13 anni. SI, 13, perché ero ancora assistente di dottrina cristiana, e da sotto sembrava un ostensorio. e vada per il brulé! ma prima, una curiosità: perché voi psicanalisti quando nominate il vostro maestro Young, snocciolate sempre prima i suoi 3 nomi di battesimo? è un vezzo, o è qualcosa di esoterico-satanico?
    il brulé andrà bene coi chiodi di garofano + petali di datura? tipo metadone? le saprò dire domani.

  253. gabriella il 12 settembre 2006 alle 02:01

    Chiodi di garofano + petali di datura? ottima idea!
    Carl Gustav Jung : un mantra.
    Sarei io, di grazia, la badante? :-)

  254. gabriella il 12 settembre 2006 alle 02:06

    ba|dàn|te
    p.pres., s.m. e f.
    1 p.pres. ⇒badare
    2 s.m. e f. TS burocr., in strutture pubbliche, sorvegliante di minori, anziani e inabili .

    Se rientrate nelle categorie protette e mi date uno stipendio…

  255. Dott. Felix Peyote il 12 settembre 2006 alle 08:58

    Devo aver esagerato con certe dosi, stanotte, ma Paolo Francesco mi preoccupa sempre più.

    Scusi Gabriella, ma è lei che ha invitato Arbasino?

    Ha proprio ragione, l’ultimo libro di Dylan Dog è un capolavoro: si ascolta e si riascolta che è un piacere.

    p.s.

    Piano con i petali di (saul) datura.

  256. temperanza il 12 settembre 2006 alle 11:02

    nessun dorme

  257. gabriella il 12 settembre 2006 alle 11:43

    Arbasino? no di certo. Casomai invocherei temperanza.
    Guardi, ho seguito tutto questo trhead con grande interesse, poi m’è sembrato di notare un’intossicazione celaniana con effetti allucinogeni, sa Dott. Peyote, io mi preoccupo per lei e per l’altro signore, il signor ubique… buona giornata :-)

  258. S.D. il 12 settembre 2006 alle 11:56

    nottataccia, dottore: sono rimasto senza chiodi e senza petali, e così ho speziato il brulé con zenzero e zambrano: risultato, ho ronfato fino adesso. guardi che io voglio guarire, mica diventare catotonico. piuttosto torno ai cari cocktail d’antan, tipo il Rosmarin Baby (l’ha mai provato?)!
    vedo che la badante ha studiato e sfoggia i Grimm. ma att., se guardasse gli Schlegel (che poi erano i cugini dei fratelli), vedrebbe l’etimo indoeuropeo, la radice labiale/dentale bd: nella regione del Penjub infatti, badanti erano le fattrici di bidi, la famosa sigarettina rosa. Da lì, per varie migrazioni e dopo la colonizzazione dei Malboro, per badante s’è inteso le giovinette con cui si accompagnavano i db – fino all’accezione attuale, che ormai ha compreso anche la c (Cato, Celan ecc.). Sempre nello Schlegel, ho visto un’incongruenza col Grimm: questo per lo psicanalista mi dà Carl Gustav, quello Crosby Still Nash. Penso che abbia ragione anche qui. dott., visto che mi prende, potrebbe anche chiamarmi confidenzialmente l’Essedì.
    BuonDì

  259. gabriella/badante il 12 settembre 2006 alle 12:27

    Oh, per questo andai sei volte in India? Fumavo bidi e ritrovavo le mie radici…

  260. X.Y. il 12 settembre 2006 alle 13:03

    … certo mi piacerebbe suicidarmi
    ma in tutte le mie case
    le mie poche finestre danno solo sui balconi
    Lei mi dirà dottore
    che potrei scavalcare la ringhiera
    ma è un’altra cosa
    e magari
    resto appeso al gemello di un polsino

    e poi dottore
    io sono nato per volare

  261. Jalisse il 12 settembre 2006 alle 13:08

    Ma state parlando di Maria Zambrotta o di Gianluca Zambrano?
    Fiumi di parole…

  262. db il 12 settembre 2006 alle 13:47

    dunque il Grimm dà come significato 1. principe

    besprechen = ansprechen/alloqui, anreden/compellare

    in latino,
    alloqui = rivolgere la parola per consolare (parlare per)
    compellare = rivolgere la parola per condannare (parlare contro)

    dal contesto, io sarei per compellare. in più, mentre anspricht metricamente ci starebbe nel verso, anredet no: volendo significare compellat e rispettare il metro che si è dato, C avrebbe dovuto scegliere bespricht come analogo di anredet (mentre per significare alloqui sarebbe potuto andare sul anspricht). Sarebbe importante vedere la ricorrenza di bespricht/besprechen nella bibbia di Lutero (che è in rete), ma io non riesco a farlo): please! help! gelobt seist du, Niemand!

  263. bd il 12 settembre 2006 alle 14:03

    L’ho sognato sant’Agostino della sega,
    Vivo come voi o me,
    Strappandosi attraverso questi quarti
    Nella massima miseria,
    Con una coperta sotto il braccio
    E un cappotto di oro solido,
    Cercando le anime stesse
    Che già sono state vendute.

    “Presente, presente!„ ha gridato così alto,
    In una voce senza fermo,
    “Escono, i re dei re e le regine
    A sentire il mio reclamo triste.
    Non c’è più nessun martire
    Che possiate nominare vostro proprio,
    Così andare di conseguenza sul vostro senso
    Ma sapere che non siete soli. “

    L’ho sognato sant’Agostino della sega,
    Vivo con alito ardente,
    E l’ho sognato, ero fra quelli
    Che lo hanno messo a morte.
    Oh, mi sono svegliato nella rabbia,
    Così solo e terrorizzato,
    Ho messo le mie barrette contro il vetro
    E piegato la mia testa e urlato.

  264. ness1 il 12 settembre 2006 alle 16:23

    7 maggio. Paul Celan si è gettato nella Senna. Hanno trovato il suo cadavere lunedì scorso.
    Un uomo affascinante e impossibile, feroce, ma con accessi di mitezza, che amavo molto e che evitavo per paura di ferirlo, poiché tutto lo feriva. Ogni volta che lo incontravo stavo in guardia, e mi controllavo al punto che dopo mezz’ora ero estenuato.

    (Emil Cioran – in “Quaderni 1957-1972”)

  265. Cato il 12 settembre 2006 alle 17:20

    Celan ha tradotto alcuni saggi di Emile Cioran, usciti col titolo “Lehre vom Zerfall”. Hamburg, Rowohlt, 1953.

  266. Cato il 12 settembre 2006 alle 17:36

    Il 1953 è anche l’anno del suo incontro con René Char, di cui tradurrà “Feuillets d’Hypnos”.

    @ monsieur la jalisse & madame la palisse

    Altri fiumi di parole, inutili come tutte le altre. Servissero almeno a vincere i mondiali o il festival di san remo… Ma forse, comunque, a qualcosa vengono utili: a ricordarti che anche tu, come è puntualmente successo, non manchi di aggiungere la tua goccia di nulla al nulla.

  267. Dott. Felix Peyote il 12 settembre 2006 alle 18:43

    Caro Saul, non è un vezzo: per una casuale combinazione alchemica, abbiamo scoperto che, fondendo i suoi nomi e lasciandoli de-cantare in un infuso di stropharia, viene fuori la chiave (di violino) che apre le porte (della percezione) agli insegnamenti più ermetici della sua dottrina e, soprattutto, alla contemplazione del suo vero volto: NI(H)IL (FOREVER) YOUNG.

  268. Miku il 12 settembre 2006 alle 19:19

    O Cato! Ma il testo rowohltiano ce l’hai?

  269. ness1 il 12 settembre 2006 alle 20:17

    POICHE’

    TUTTO

    LO FERIVA

    (Gelobt

    seist du

    Niemand.)

  270. Cato il 12 settembre 2006 alle 21:28

    Purtroppo no, Miku, e ho fatto anche delle ricerche in alcune biblioteche, senza risultati. Ma non demordo, l’unica è di chiedere a qualcuno in loco o che va in loco.

  271. Volpone il 12 settembre 2006 alle 21:39

    Il sole si regola così rapidamente nel cielo,
    Aumentate in su e dite arrivederci a Nessuno.
    Gli sciocchi scorrono veloce dove gli angeli temono percorrere,
    Entrambi dei loro futuri, in pieno il terrore, non mostrate uno.
    Spargimento fuori di un nuovo strato di pelle,
    Mantenendo un punto davanti al persecutor dentro.

    Siete un uomo delle montagne, voi potete camminare sulle nubi,
    Manipolatore delle folle, siete un twister di sogno.
    State andando a Sodom ed a Gomorrah
    Ma che cosa vi preoccupate? Non è nessuno là desidererebbe sposare la vostra sorella.
    Amico al martyr, un amico alla donna di vergogna,
    Esaminate la fornace ardenta, vedete l’uomo ricco senza alcun nome.

    Ballo di Jokerman all’aria del nightingale,
    Mosca dell’uccello alto dalla luce della luna,
    L’OH, OH, OH, Jokerman.

    Bene, il libro di Leviticus e Deuteronomy,
    La legge della giungla ed il mare sono i vostri soltanto insegnanti.
    Nel fumo della penombra su un latte-bianco steed,
    Michelangelo effettivamente potrebbe intagliare fuori le vostre caratteristiche.
    Riposandosi nei campi, lontano dallo spazio turbolento,
    Addormentato mezzo vicino le stelle con un piccolo cane che lecca la vostra faccia.

    Ballo di Jokerman all’aria del nightingale,
    Mosca dell’uccello alto dalla luce della luna,
    L’OH. l’OH. l’OH. Jokerman.

    Bene, il rifleman che insegue l’ammalato ed il lamè,
    Preacherman cerca lo stesso, che ottengano là il primo siano incerti.
    Nightsticks e cannoni dell’acqua, gas lacrimogeno, padlocks,
    Cocktail e roccie di Molotov dietro ogni tenda,
    Giudici Falsi-hearted che muoiono nei fotoricettori che filano,
    Soltanto un aspetto di tempo “lavorare alla notte viene steppin„ poll.

    Ballo di Jokerman all’aria del nightingale,
    Mosca dell’uccello alto dalla luce della luna,
    L’OH, OH, OH, Jokerman.

    È un mondo oscuro, cieli è gray sdrucciolevole,
    Una donna ha dato alla luce appena oggi ad un principe e lo ha vestito nello scarlet.
    Metterà il priest in sua tasca, ha messo la lamierina al calore,
    Prendere i bambini motherless fuori della via
    E disporlo ai piedi di un harlot.
    L’OH, Jokerman, conoscete che cosa desidera,
    L’OH, Jokerman, non mostrate alcuna risposta.

    Ballo di Jokerman all’aria del nightingale,
    Mosca dell’uccello alto dalla luce della luna,
    L’OH, OH, OH, Jokerman.

  272. R. Rascel il 12 settembre 2006 alle 21:49

    Temo il riscaldamento quanto la clorosi degli anni che seguiranno il thread. Presento che l’unanimità comoda, la bulimia di giustizia avrà soltanto una durata transitoria, immediatamente ritirato il legame che legava il nostro combattimento. Il male ovunque già è in lotta con il suo rimedio. Questa pioggia che penetra nell’uomo fino all’osso è la speranza d’aggressione, l’ascolto del dispetto. Ci si precipiterà nella dimenticanza.

  273. Bruno Moroncini il 12 settembre 2006 alle 21:58

    Nessuno ci impasta più di terra e argilla,
    nessuno alita sulla nostra polvere.
    Nessuno.

    Lodato sii tu, Nessuno.
    Per amor tuo vogliamo
    fiorire.
    Incontro
    a te.

    Un niente eravamo, siamo,
    resteremo, fiorendo:
    rosadinulla,
    rosadinessuno.

    1998

  274. R.S. Robinson il 12 settembre 2006 alle 22:07

    Per me la rosa è una sposa, perché il successo al sesso non mi va. Solo una sana e consapevole libidine salva il giovane dallo stress e dall’azione cattolica.

  275. Padre Ermen&Gildo il 12 settembre 2006 alle 22:47

    eh sì caro crusoe chi sa quanti anni di pippe in oratorio ci saranno voluti per partorire una prosa tanto originale e sovversiva. ha scritto tutto da solo o è un lavoro di gruppo?

  276. db il 12 settembre 2006 alle 23:22

    ho controllato: in tutta la bibbia di lutero, besprechen compare 6 volte, ma solo nella forma del sich besprechen mit = consultarsi, che c’entra poco.
    perciò rompo gli indugi (per modo di dire). come nel 45 giri, che c’è il lato a trailer e il lato b più debole (lento/romantico), produrrò una biversione di C, ovvero il lato d (punk) e il lato b (country): insieme daranno C, secondo la formula dCb (o bCd). amen!

  277. db il 12 settembre 2006 alle 23:41

    Nessuno ci plasma più da terra e argilla,
    nessuno maledice la nostra polvere.
    Nessuno.

    Lodato sii, Nessuno.
    Per te noi vogliamo
    fiorire.
    Contro
    te.

    Un niente
    eravamo, siamo e
    resteremo, fiorendo:
    la rosa di niente e
    di nessuno.

    Lo stilo chiaro-anima,
    il filamento desolato-cielo,
    rossa la corolla
    della parola purpurea che cantammo
    sopra la spina,
    oltre.

  278. bd il 12 settembre 2006 alle 23:48

    Nessuno ci plasma più da terra e argilla,
    nessuno consola la nostra polvere.
    Nessuno.

    Lodato sii, Nessuno.
    Per te noi vogliamo
    fiorire.
    Verso
    te.

    Un niente
    eravamo, siamo e
    resteremo, fiorendo:
    la rosa di niente e
    di nessuno.

    Con
    lo stilo chiaro d’anima,
    il filamento grigio da cielo desolato,
    rossa la corolla
    per la parola purpurea che cantammo
    sopra la spina,
    oh sopra.

  279. gabriella/badante il 13 settembre 2006 alle 00:07

    posso dire una cosa da lettrice che ignora il tedesco?
    Preferisco la versione di Helena:

    Nessuno di nuovo ci impasta di terra e di fango,
    nessuno parla alla nostra polvere.
    Nessuno.

    Che tu sia lodato, Nessuno.
    A te piacendo noi
    fioriremo.
    A te
    incontro.

    Un niente
    eravamo, siamo, saremo
    noi sempre, fiorenti:
    La – niente, la
    rosa nessuno.

    Con
    lo stilo chiaro d’anima,
    il filamento cielo-deserto,
    la corona rossa
    per la parola purpurea che cantammo
    sopra, oh sopra
    la spina.

    Impastare e non plasmare mi da più l’immagine della caducità e del tornare alla polvere, così come per corona al posto di corolla. E’ una questione di ritmo, anche di dolcezza che mitiga il dolore del Nulla.
    Mo’ qualcuno dirà ecchissenefrega, ma alla fine la poesia diventa proprietà del lettore che sceglie, potendo(e in questo caso ci avete lavorato così tanto tutti che la scelta è possibile).

  280. gabriella il 13 settembre 2006 alle 00:09

    accidenti, m’è rimasta la badante nella tastiera! Uff…

  281. Saul D. il 13 settembre 2006 alle 00:25

    C’è chi si rifugia nella realtà perché ha paura di affrontare la droga.

  282. 'Rònz'l' 'o piattar' il 13 settembre 2006 alle 00:27

    Nisciùn’ ce ‘mpasta cchiù cu ‘a terra e ‘a creta,
    nisciùn’ ce parla mo ca simm’ pòv’r.
    Nisciùn’.

    B’n’ritt’ si’ tu, Nisciùn.
    E’ pe’ ‘a gloria tòja
    ca nuje vulìmm’ sciuri’.
    Pe’ pute’ veni’
    ‘nnànz’ ‘a te.

    Nuje ca niènt’
    simm’ stat’, niènt’ simm’
    e niènt’ r’starràmm’, pur’ sciurènn:
    ‘na rosa fatta ‘e niènt’,
    ‘a rosa ‘e nisciùn’.

    Nuje co’
    stamm’ trasparènt’ cumm’ ‘a l’ànema,
    ‘e filamiènt’ vacànt cumm’ ‘o cièl’,
    nuje ca’ curolla rossa
    ’e ‘na parola scagnàt’ ‘e sanghe,
    chella che cantàmm’ pure ‘ncoppa ‘e spine,
    pure trafitt’ ‘e spine.

  283. Saul Mo il 13 settembre 2006 alle 00:41

    Ora ca chiovi
    làssami orbu, orbu
    ca nun ti viu
    chiànciri.

    Ora ca scura
    làssami orbu, orbu
    ca nun ti viu
    la stidda ‘n frunti.

    Ora ca schiara
    làssami orbu, orbu
    ca nun ti viu
    la rosa ‘nfuta di li carni

    l’umbra santa di lu sonnu
    na li pinnulara,

    ca nun ti viu
    o amanti miu.

  284. gabriella il 13 settembre 2006 alle 00:45

    Meraviglia! grazie.

    @ Saul D.
    e potresti aver ragione, ma non tengo gli strumenti per star dietro a tutti i ragionamenti tedesco interpretativi… però mi sono drogata della vostra ricerca e non è male.

  285. gabriella il 13 settembre 2006 alle 00:48

    @ ‘Rònz’l’ ‘o piattar’
    il grazie era per te.

  286. Padre Ermen&Gildo il 13 settembre 2006 alle 00:49

    mi verrebbe voglia di chiamare il commissario rex e fargli annusare questo colonnino, sai che retata, a cominciare da questo sedicente paul celan, dal dott. coyote e dai suoi vecchi e nuovi adepti. siete dei disgraziati, voi non sapete cos’è la vera poesia, voi non avete mai letto un santino in vita vostra né visto una sola puntata di don matteo. tornate a giuseppe conte e pentitevi, finché siete in temp, o ritenetevi tutti scomunicati, brutti eretici e dissacratori delle patrie lettere. pure le badanti adesso ci si mettono, noi le facciamo venire nella nostra santa terra e gli diamo un lavoro e queste ci ricambiano appoggiando i versi di questi anticristi. ma davvero non c’è più religione.

  287. db il 13 settembre 2006 alle 01:01

    fin che si scherza, va be’, ma il traduttore ha degli obblighi con l’autore e con la ricezione dell’orecchio tedesco. ad es. questo GARDALAND (dove LAND è das Land, e non the land tipo Dinseyland) di C, io l’avrei ritoccato/migliorato, ma lui l’ha scritto così, e così debbo tradurlo.

    GARDALAND

    Sordo lago di Garda
    Rumore d’acqua lorda
    Colore verde sorba
    Puzza di cloro e garza
    Riva meana, guarda!
    La putrida mostarda
    La scarpa nella merda
    La carpa in mezzo all’erba
    Che grossa guata ingorda
    La sarda mezza morta
    La squama che s’inarca
    La morte che ritarda
    Ah lurida bastarda!
    E guarda là la sponda
    Senza più ombra ed onda:
    Chi più la inonda o esonda?
    Chi più getta la sonda
    In questa broda immonda
    Che affonda sfonda infonda?
    Senti la sarabanda
    La banda e il capobanda
    Che sbanda nella melma?
    La lebbra che la orla?
    La nausea di non darla?
    Il gusto di non torla?
    Il peso della gerla?
    I giorni della merla?
    I mesi della torda?
    La noia della burla
    Di farla a caso o a Carla?
    Senti di là dal Garda
    Il manico che ciurla:
    Ormai no non amarla?
    L’arrivo della sberla:
    non devi mai più berla?
    Il rimorso che ammorba:
    basta che non morda?
    La voce che mi urla:
    Attaccati alla corda?

  288. gabriella il 13 settembre 2006 alle 01:04

    se lo legga lei il marchese caro padre ermeneutico e gilda … ;-)

  289. qp il 13 settembre 2006 alle 01:18

    questa ad es. è di un brasiliano, e la scrisse a Buenos Aires dov’era fuggito dai generali patrioti. Si chiama EXILIO, e io, fiutandone l’attica classicità, l’ho tradotta EXTROIA, e fa

    L’omo sta inte a sità
    come na roba sta inte n’antra
    e a sità sta inte l’omo
    ch’el sta inte n’antra sità.

    Ma tante xe e maniere
    che na roba sta inte n’antra roba:
    un omo, par esenpio,
    no sta inte a sità
    come un albaro sta
    inte n’antro
    e gnanca come un albaro
    sta in una dee so foie
    (parfin se a rodoa
    lontan da lu).

    L’omo no’l sta inte a sità
    come un albaro sta
    inte un libro
    quando che’l vento là
    lo sfoia.

    A sità sta inte l’omo
    ma no nea stessa maniera
    che un oseo sta
    in un albaro
    no nea stessa maniera
    che un oseo
    (a so figura)
    sta/va inte l’aqua
    e gnanca nea stessa maniera
    che’l spavento de l’oseo
    sta inte l’oseo che
    scrivo.

    A sità sta inte l’omo
    quasi come l’albaro voa
    inte l’oseo che o sbandona.

    Ogni roba sta in che antra
    nea so propia maniera
    e i na maniera difarente
    da come che a sta
    drento de ea.

    A sità no a sta inte l’omo
    nea stessa maniera
    che nee so boteghe
    sta piasse e strade.

  290. gabriella/anche le badanti studiano il 13 settembre 2006 alle 01:20

    Ovviamente Gilda non sta per Rita Hayworth, non si sa mai con voi padri…

    gìl|da
    s.f.
    1 TS stor., nel Medioevo, spec. nell’Europa settentrionale, associazione di mercanti o artigiani avente sfondo religioso e funzioni analoghe a quelle delle corporazioni
    2 CO estens., spec. con iniz. maiusc., denominazione di un sindacato autonomo degli insegnanti

  291. Padre Ermen&Gildo il 13 settembre 2006 alle 01:41

    solo un’atea come lei poteva smascherarmi, cara badessa, perché senza saperlo lei ha messo a nudo la mia parte migliore, quella rita hayworth che ho sempre sentito dimenarsi dentro di me, com’una che s’agita e grida per venire al giorno. o per venire e basta. perché crede che, pur essendo uno, io siamo due, com’ei che vanno in una sola fiamma? si penta, comunque, lasci esta compagnia scellerata e empia, perché siamo ormai alla resa del conte.

  292. gabriella/anche le badanti studiano il 13 settembre 2006 alle 02:02

    I’ cominciai: “Poeta, volontieri
    parlerei a quei due che ’nsieme vanno,
    e paion sì al vento esser leggeri”.

    Si ricordi padre che fine fanno le anime gemelle che albergano in lei! E mi lasci riflettere sulle traduzioni del signor ubique che tra lago di garda e
    “A sità no a sta inte l’omo
    nea stessa maniera
    che nee so boteghe
    sta piasse e strade.”
    m’è venuto mal di testa e siccome la notte porta consiglio sognerò montagne di traduzioni in francese che è l’unica lingua da cui potrei tradurre.

  293. gabriella/anche le badanti studiano il 13 settembre 2006 alle 02:11

    o anche così:

    “O voi che siete due dentro ad un foco,
    s’io meritai di voi mentre ch’io vissi,
    s’io meritai di voi assai o poco

    quando nel mondo li alti versi scrissi,
    non vi movete; ma l’un di voi dica
    dove, per lui, perduto a morir gissi”.

  294. qp il 13 settembre 2006 alle 09:43

    Era a vida a explodir por todas as fendas da cidade
    sob as sombras da guerra:
    a gestapo a wehrmacht a raf a feb a blitzkrieg
    catalinas torpedeamentos a quinta-coulna os fascistas os nazistas os
    comunistas o repórter Esso a discussão na quitanda a querosene o
    sabão de andiroba o mercado negro o racionamento o blackout as
    montanhas de metais velhos o italiano assassinado na Praça João
    Lisboa o cheiro de pólvora os canhões alemães troando nas noites de
    tempestade por cima da nossa casa. Stalingrado resiste.
    Por meu pai que contrabandeava cigarros, por meu primo que passava
    rifa, pelo tio que roubava estanho à Estrada de Ferro, por seu Neco
    que fazia charutos ordinários, pelo sargento Gonzaga que tomava
    tiquira com mel de abelha e trepava com a janela aberta,
    pelo meu carneiro manso
    por minha cidade azul
    pelo Brasil salve salve,
    Stalingrado resiste.
    A cada nova manhã
    nas janelas nas esquinas nas manchetes dos jornais

    Mas a poesia não existia ainda.
    Plantas. Bichos, Cheiros. Roupas.
    Olhos. Braços. Seios. Bocas.
    Vidraça verde, jasmim.
    Bicicleta no domingo.
    Papagaios de papel.
    Retreta na praça.
    Luto.
    Homem morto no mercado
    sangue humano nos legumes.
    Mundo sem voz, coisa opaca.

  295. db il 13 settembre 2006 alle 09:49

    @ Ermen e Gilda

    O voi che siete due dentro ad un foco,
    s’io meritai di voi mentre ch’io vissi,
    s’io meritai di voi assai o poco

    quando nel mondo quei versi trascrissi,
    non vi movete; ma l’un di voi dica
    dove, per lui, perduto a morir gissi.

  296. bd il 13 settembre 2006 alle 13:42

    @ermen: scusa il refuso dell’ultimo verso

    dove, per lei, perduto a fallir gissi.

    @gilda: quanto al sacro in generale

    http://www.venerabilis.tk

  297. pc il 13 settembre 2006 alle 17:12

    wie LUTUS A NON LUTENDO,
    so A LUTO LUTETIA.

    Paris 1960

  298. ness1 il 13 settembre 2006 alle 17:25

    Lauda

    Nissuni ne fa incóra co’a tèra e ’l paltàn,
    nissuni sùpia ‘l fià in te’a pólvare.
    Nissuni.

    Gabi gloria, nissun.
    Pa’ piasser tuo
    xé ‘l fiór.
    Incontro
    de ti.

    Un gnénte
    jèrimo, e mo’, e doman
    par sempre, in fior:
    Él gnénte-, él
    nissun–rosa.

    Co’
    él stéco de’a ciara ànema,
    ‘e fòie del ciéo a spècio,
    e rossa ‘a cresta
    pa’e paròe-fògo, a cantar
    sóra, eh sóra
    ‘sto róvo.

    [Vedo che gl’interventi proseguono e c’è già anche una versione dialettale, com’è in effetti venuto presto in mente anche a me per poter render meno enfatico e più sentito e terra terra – polvere polvere, anzi – il senso/sentire di Celan in queste righe, sempre secondo me ovviamente. Mi son preso le mie solite libertà (cambiando addirittura, in parte, il titolo) e dicendo anche quel che avevo da dire pure io, ma sempre insieme a Celan e mai diretto in luoghi/sensi totalmente altri. Potrei motivar ogni scelta, anzi ogni sillaba dato che ho cercato di render esattamente almeno il respiro/metro che ha l’originale – ma non mi sento di sostenerla troppo e preferisco ripiegare in una versione libera: ovvero come fosse una poesia mia, e in effetti ricorda in parte un mio vecchio testo in dialetto in clima con Celan e forse Salmo.]

  299. db il 13 settembre 2006 alle 18:09

    parché te son cussì
    lila e rosa, ti ziel?
    cussì verde co’ tanti
    fiori ti, pratesel?
    che noi come la polvare
    zèneri invezi semo?
    parché se’ cussì alegri
    che noi invezi pianzemo?

    x chi abbia tempo e voglia: la mostra sulla famiglia Giotti di Trieste (per modo di dire, ché i 2 figli muoiono in Russia nella II guèra) alla Braidense di MI fino al 23 settembre. x chi abbia anche soldi, Lettere al padre, (intr. di C. Segre e postf. di C. Magris) con in app. i meravigliosi Appunti inutili del babbo, Il ramo d’oro ed., Trieste 2005.

    e compl. a ness1!

  300. temperanza il 13 settembre 2006 alle 18:26

    Son sempre qui che leggo anch’io.

  301. ness1 il 13 settembre 2006 alle 19:57

    ‘Azzolina la fretta: ci son delle imprecisioni (ritmiche, ché le libertà che mi son preso sulle scelte lessicali – specie nell’ultima strofa – manco le si può giudicare come semplici imprecisioni!); ci sto lavorando, son a buon punto.

  302. less1 il 13 settembre 2006 alle 20:20

    bad’a db, badante!
    per arrivare fino a C,
    meglio partire dall’abicì.

    Auctor, da augere, è chi accresce. L’Auctor maximo accrebbe il nulla creando un mondo, tra gli infiniti possibili. L’auctor minimo accresce il bianco della pagina con un mondo di segni, tra gli infiniti possibili. Il Gran Libro del creato, il piccolo creato del libro. L’autore è un dio minore che al momento di creare/scrivere usufruisce di una sterminata possibilità, che si fa realtà mediante la sua scelta (la quale può essere “obbligata”, ma ciò non conta qui). ad es. C, tra i tanti elementi botanici della rosa, sceglie stilo e filamento: poteva scegliere stelo e foglia, pistillo e stame, e invece no: ha scelto una parte definita del pistillo, e una parte definita dello stame (NB 2 elementi riproduttivi, quasi a registrare da scienziato il passaggio dalla morta polvere alla vita piena della parola/sangue attraverso il minimo vitale del fiore – ma anche ciò qui non c’entra niente). Per un traduttore l’autore è il suo unico dio, di cui fa la volontà, rispettando in pieno e religiosamente la sua opera (nei limiti dell’umano). Se C dice stilo e io traduco pistillo, ho tradito il mio dio, facendo la mia volontà. Infidel. Questa struttura totalitaria, di un dio tiranno, è facilmente evitabile: basta prendere un foglio bianco, e diventare noi dio, senza contravvenire alcun legame o patto di alleanza. Quello che è inammissibile è dichiararsi fedeli e poi tradire: scribi e farisei!

  303. Arethé F. il 13 settembre 2006 alle 21:08

    … and so the autor said to the traslator:

    What you want, baby, I got what you need, do you know I got it? All I’m askin’ is for a little respect when you come home. Hey baby, when you get home, mister, I ain’t gonna do you wrong while you’re gone, ain’t gonna do you wrong ‘cause I don’t wanna: all I’m askin’ is for a little respect. I’m about to give you all of my money, and all I’m askin’ in return, honey, is to give me my profits when you get home: R-E-S-P-E-C-T Find out what it means to me! R-E-S-P-E-C-T Take care, db! Oh, a little respect (sock it to me)! I get tired, keep on tryin’! You’re runnin’ out of foolin’, and I ain’t lyin’: respect when you come, or you might walk in, and find out I’m gone!

  304. ness1 il 13 settembre 2006 alle 21:21

    @less1: Immagino dicessi a me, o sbaglio? Ad evitar altri pistolotti, ripeto: preferisco ripiegar in una versione libera cioè come fosse una poesia mia.

  305. ness1 il 13 settembre 2006 alle 21:34

    “C, tra i tanti elementi botanici della rosa, sceglie stilo e filamento: poteva scegliere stelo e foglia, pistillo e stame, e invece no: ha scelto una parte definita del pistillo, e una parte definita dello stame (NB 2 elementi RIPRODUTTIVI, quasi a registrare da scienziato il passaggio dalla morta polvere alla VITA piena della PAROLA/SANGUE attraverso il minimo vitale del fiore” – less1: qui cogli davvero nel segno. Quella parola è il verbo incarnato. E’ Cristo, nel cui solo esistere si dà la continua resurrezione. Si va un po’ oltre la parola e la poesia come forma letteraria: si arriva alla poesia come -altra- forma di vita (esistenza, rapporti, mondo etc.). Non riesco a rispettare metrica e significati in questo senso, così ho preso una direzione diversa (che però passa tra l’altro anche x es. x Jaccottet etc.).

  306. temperanza il 13 settembre 2006 alle 21:35

    @ ness1

    E che mi dici del patto? ti ricopio Berman

    “… Molti (poeti moderni) – non tutti, non i più integri – si sono creduti autorizzati a libertà che hanno giustificato con le “leggi” del dialogo fra i poeti, “leggi” che li dispensavano dai doveri ordinari dei traduttori. Ne sono risultate (…) traduzioni che non sono in fondo che “ricreazioni” libere. Si tratta di forme ipertestuali poetiche, che non si ha diritto di confondere con delle traduzioni. Poiché, come Voltaire o Vialatte, esse trascurano il *contratto* fondamentale che lega una traduzione al suo originale. Questo contratto – certo draconiano – interdice *ogni superamento della tessitura dell’originale*. Esso stipula che la creatività richiesta dalla traduzione deve mettersi per intero al servizio della ri-scrittura dell’originale nell’altra lingua, e mai produrre una sovra-traduzione determinata dalla poetica personale del traducente. E’ tutta la differenza tra Shakespeare tradotto da Jouve e Shakespearee tradotto da Leyris o Bonnefoy. Nel primo caso si ha l’arbitrio capriccioso di un poeta che si annette tutto ciò che tocca; nel secondo, l’obiettivo poetico è legato all’obiettivo etico della traduzione: portare sulle rive della lingua traducente l’opera straniera nella sua pura estraneità, sacrificando deliberatamente la “poetica”propria. ”

    ???

  307. less2 il 13 settembre 2006 alle 22:28

    calma, ragazzi/e! ness1 l’ha dichiarato subito, e poi volendo pignolare, il veneto, che è un dialetto/lingua privo del coté scientifico (Galileo scrisse qualcosa in padovano, ma da porcone anticlericale, non da scienziato), non ha termini per stili, pistilli: ben venga dunque, per due motivi, el steco e ‘a foia (che dio no voia).

    Torniamo piuttosto al motivetto che alla badante piace tanto e che fa dudu dudu nimàn: *Preferisco la versione di Helena: “Nessuno di nuovo ci impasta di terra e di fango”. Impastare e non plasmare mi da più l’immagine della caducità e del tornare alla polvere*. E cominciamo, Grimm alla mano:
    Lehm è lutus/argilla e non limo/lutum, non ci piove. C fa un’endiadi, che in greco significa “una cosa per mezzo di due” (slang: pam, + a -, paghi 1 prendi 2). Non si tratta di 2 meri sinonimi, in quanto uno è specificazione dell’altro. Terra e fango = terra bagnata, terra e argilla = tipo di terra detto argilla. Ma poniamo per assurdo che sia terra e fango, ossia terra e acqua.
    La prima accezione di kneten è pastare (lat.) = impastare. S’impasta terra o farina, aggiungendo acqua. Impastiamo acqua e farina, ne facciamo una massa omogenea, e da questa formiamo un pane (che mettiamo al forno). Cosa succede però nella traduzione di Melena? Trasponendo/metaforizzando, suonerebbe così: “Nessuno impasta il pane di farina e acqua”. Che roba è?!
    La terza accezione introduce l’aus, e proprio nella forma “aus Lehm kneten” = durchkneten = aliquid pastando conficere.
    Poi durchkneten = durcharbeiten, umarbeiten = trasformare.
    Adesso sì è chiaro: “Nessuno ci crea impastando terra e acqua” (mentre la versione di Melena significa: “Nessuno ci imbratta di/mescola noi con terra e acqua”). Helena devia insomma l’attenzione dalla causa formale a quella materiale, ma così perde il momento clou, la creazione, che in questo caso è creazione della forma, artistica cioè (essendo il materiale già dato: infatti dio l’ha creato già, qualche giorno prima).
    Nessuno ci plasma/ci crea artisticamente dando forma al materiale grezzo.
    Un dio ceramista, un cuoco artista, che lascia all’aiuto l’impastare, e s’impegna a creare forme nuove di pane, o di pasta a grano duro. Che acquolina!

  308. T. Quiz il 13 settembre 2006 alle 22:54

    De ta tige détachée,
Pauvre feuille desséchée,
Où vas-tu ? – Je n’en sais rien.
L’orage a brisé le chêne
Qui seul était mon soutien.
De son inconstante haleine
Le zéphyr ou l’aquilon
Depuis ce jour me promène
De la forêt à la plaine,
De la montagne au vallon.
Je vais où le vent me mène,
Sans me plaindre ou m’effrayer:
Je vais où va toute chose,
Où va la feuille de rose
Et la feuille de laurier.

    Lungi dal proprio ramo,
    Povera foglia frale,
    Dove vai tu? – Dal faggio
    Là dov’io nacqui, mi divise il vento.
    Esso, tornando, a volo
    Dal bosco alla campagna,
    Dalla valle mi porta alla montagna.
    Seco perpetuamente
    Vo pellegrina, e tutto l’altro ignoro.
    Vo dove ogni altra cosa,
    Dove naturalmente
    Va la foglia di rosa,
    E la foglia d’alloro.

    (è una traduzione alla Reitani, alla db o alla ness1?)

  309. Saul To il 13 settembre 2006 alle 23:00

    @dott.peyote, che mi chiedeva: *A lei (la birra) piace bionda o scura?*

    il tappo-corona
    della birretta rossa che cavalcammo
    sopra la spina,
    hop hop!

  310. ness1 il 14 settembre 2006 alle 00:14

    @temperanza: Che ho a fare io col patto di quel tale? Celan è intraducibile come ogni poeta autentico, e l’unico rispetto che si può davvero portare è quello per la fonte di qualsiasi poesia: la vita. E siccome ciascuno ha e fa solo la propria, è alla mia e non a quella di qualcun altro (impossibile) che cerco allora di restare fedele: dandole la mia parola come meglio posso e per quanto mi riesce. Ogni poesia ne è una sorta di traduzione/tradimento.

    “Ogni colore, ogni vita | nasce dove si ferma lo sguardo || Questo mondo è soltanto la cresta | d’un invisibile incendio” – in Philippe Jaccottet, “Arie”: questo è un riferimento implicito nella scelta di “cresta” al posto di “corona o corolla”, e del fuoco della parola al posto del rimando al sangue. Ma così mi perdo tutto il riferimento simbolico alla (auto)crocefissione del/nel testo poetico (il cui senso o spirito sta sopra, oh sopra la ferita di spine in cui si corona la letteratura: così dal nulla-nessuno-dio Celan deriva e attraversa tutto il Creato su su fino al suo compimento in un indicibile che è, minerale-vegetale-animale-spirituale insieme e oltre). Eh, ho capito: lo vedo ben da me, ma mica è facile – ripeto – rendere tutto questo in dialetto veneto e in rispetto del metro/respiro. Magari tra altri 30 anni qualcosa mi verrà fuori.

  311. less3 il 14 settembre 2006 alle 00:34

    Am Anfang schuf Gott Himmel und Erde (Gn 1, 1)

    Gott hatte noch nicht regnen lassen auf Erden…; aber ein Nebel stieg auf von der Erde und feuchtete alles Land. Da machte Gott den Menschen aus Erde (Gn 2, 5-7)

    Il primo giorno Dio creò la terra (schaffen),
    il sesto cavò/fece l’uomo dalla terra (machen)
    E’ appunto la classica distinzione tra creazione (dal nulla) e produzione (da qualcosa)/trasformazione. “Dio non aveva ancora fatto piovere” – non c’era fango per le strade (si fa per dire), ma: “salì una nebbia dalla terra, e inumidì tutto il suolo”. Come ben sa il ceramista, l’argilla è umida, e si commercia a blocchi, mentre il fango… “Allora Dio formò l’uomo dalla terra”. In 2 momenti:
    1- impasta l’argilla
    2- dà forma all’impasto
    Aus Lehm den Menschen kneten significa dunque modellare l’uomo (a Sua immagine) DOPO aver impastato l’argilla. La traduzione di Helena invece assorbe il secondo momento nel primo creando un pasticcio.

    http://www.forget-me.net/LaBoetie/servitude.pdf
    (il bigino del traduttore perfetto)

  312. S. Norcino da Norcia il 14 settembre 2006 alle 00:45

    nissun ne fa pi su* da tera e creta

    * far su el mas-cio: insaccare dopo macinato (dove sacco = forma)**

    ** @ness1: dio lebo (la conosci?)

  313. gabriella/badante il 14 settembre 2006 alle 00:54

    @db
    ti adoro! ora mi leggo con calma le lezioni…

  314. Poema Sujo il 14 settembre 2006 alle 01:08

    Corpo meu corpo corpo
que tem um nariz assim uma boca
 dois olhos
 e um certo jeito de sorrir
 de falar
que minha mãe identifica como sendo de seu filho
 que meu filho identifica
 como sendo de seu pai
    corpo que se pára de funcionar provoca
 um grave acontecimento na família:
 sem ele não há José Ribamar Ferreira
 não há Ferreira Gullar
e muitas pequenas coisas acontecidas no planeta
estarão esquecidas para sempre
    corpo-facho corpo-fátuo corpo-fato
    Mas sobretudo meu
 corpo
 nordestino
 Mais que isso
 maranhense
 mais que isso
 sanluisense
 mais que isso
 ferreirense
 newtoniense
 alzirense
meu corpo nascido numa porta-e-janela da Rua dos Prazeres
 ao lado de uma padaria sob o signo de Virgo
 sob as balas do 24º BC
 na revolução de 30
    e que desde então segue pulsando como um relógio
 num tic tac que não se ouve
(senão quando se cola o ouvido à altura do meu coração) 
 tic tac tic tac 
enquanto vou entre automóveis e ônibus 
 entre vitrinas de roupas 
 nas livrarias 
 nos bares 
 tic tac tic tac 
pulsando há 45 anos 
 esse coração oculto 
pulsando no meio da noite, da neve, da chuva 
debaixo da capa, do paletó, da camisa 
debaixo da pele, da carne,
    combatente clandestino aliado da classe operária 
 meu coração de menino

  315. Dott. Felix Peyote il 14 settembre 2006 alle 01:34

    Caro Saul, mi è dispiaciuto molto non vederla questo pomeriggio all’apertura dei lavori del primo congresso di prano-psico-malto traduttologia. C’era già un posto riservato a lei al tavolo delle conferenze, e uno di scorta tra il pubblico, qualora fosse stato particolarmente stanco e non se la fosse sentita di relazionare, o fosse intenzionato unicamente all’ascolto. C’era anche Paolo Francesco Celano che voleva conoscere di persona colui che gli darà il cambio nell’opera di degustazione dei vari distillati di stropharia che vengono quotidianamente prodotti nel mio studio. Il seminario, su gentile richiesta del pubblico (pagante), ha toccato il clou(s) nella fase di passaggio/(m)assaggio dalla teoria alla pratica: i relatori, tutti indistintamente, hanno dato ampia dimostrazione del loro valore di studiosi traducendo in pochissimi minuti alcune monete in splendidi boccali di chiare spumeggianti e in invitanti piatti di edibilia ad abundantiam. Ascoltate alcune relazioni di valore assoluto, per le quali, purtroppo per lei/voi, dovrete attendere la pubblicazione degli atti per averne cognizione piena. Citando un po’ a caso, ma sempre pescando gemma da gemma: “Immersione-emersione-spruzzo: la dialettica pistillo corolla nell’immaginario delle culture orali dell’area del mediterraneo occidentale” (dott.sa Ella Badans); “Tra niente e nessuno: la verdura in pastella e l’immortalità dell’anima” (dott. John Delillo); “Insufflare il lievito: prima o dopo il secondo rimpasto? L’ermeneutica della pastiera tra Gadamer e la scuola di Castellammare di Stabia” (dott. Paolo Francesco Celano); “Sull’atto del sentire: il caso del canto oltre/sulla spina in presenza della prima otite stagionale” (dott. Nicolas McCastle); “Psalm e la fine della poesia di genere: nero del nulla o nero di seppia?” (dott. Francesco Caparezza).

    Guardi un po’ lei cosa non si è perso…e mediti.

  316. gabriella/badante il 14 settembre 2006 alle 01:55

    Quiz:
    Alla ness1?

    Per il momento ho compreso un errore da parte mia e cioè che mi attacco ad una parola, per il suono, perché mi piace, ecc… e così perdo di vista il significato della parola nonché l’etimo, seguo la sensazione, la percezione e non il ragionamento insomma.

    TRADURSI
    Una parte di me
    è tutto il mondo;
    un’altra è nessuno,
    fondo senza fondo.

    Una parte di me
    è moltitudine;
    un’altra parte stranezza
    e solitudine.

    Una parte di me
    pesa, pondera;
    un’altra parte,
    delira.

    Una parte di me
    pranza e cena;
    un’altra parte,
    si spaventa.

    Una parte di me
    è permanente;
    un’altra parte
    si sa improvvisamente.

    Una parte di me
    è solo vertigine;
    un’altra parte,
    linguaggio.

    Tradurre una parte
    nell’altra parte
    – che è una questione
    di vita o morte –
    sarà arte?

  317. Saul Moni il 14 settembre 2006 alle 02:01

    ecco, una serata tranquilla e pulita, rovinata dal dottore! ma dottore, servirà questa telerapia? mi sento proprio giù… oggi sono passato da mons. Ravasi a ravasare il vino per la santa messa… in quel posto mi trovo sempre bene, perché l’Ambrosiana mi ricorda l’inter.vabbè le racconterò un’altra volta. ma intanto mi son perso il convegno, e avevo la relazione pronta. non è che potremmo inserirla negli atti? intanto le dico il titolo, ma temo lei tema che sia fuori tema: “Il salmone salmastro: un genere in via dìestinzione? Celan e Bocuse tra animalismo e minimalismo”. Mi faccia sapere, la prego! stanotte non rischio: una bella biberonata, e via!

  318. db il 14 settembre 2006 alle 02:13

    bigbodybadante! beccato pure il quiz! e che personalità! piena, compatta, a tuttotondo, senza uno screzio, una brisure! ma che io diviso! diviso sarà lui! dicorpo ci andrà lei!

    vuoi anche la spiega del quiz, o sei a posto così?
    come premio, una chiosa filologica alla rosa DI niente (compl. di materia)

    … come serte giornatée
    fate de gnente
    ma cussita bée…

  319. gabriella/badante il 14 settembre 2006 alle 02:29

    Non ho bisogno della spiega… ho seguito le lezioni e ho ragionato… :-) Gullar è un grande, sia lode all’educazione dei cinque sensi e a chi mi omaggiò della splendida antologia. Ma tu sai dove si può reperire una traduzione di Corpo sujo? Ho trovato solo Tradursi tradotta.

  320. db il 14 settembre 2006 alle 02:57

    veramente è un grande anche Paulo Leminsky, il brasileiro di origine polacca che sul letto di morte (cirrosi) scrisse in francese la splendida Lettre avant l’etre che avevo trascritto per vederla poi bollata di cazzeggio…
    in rete c’è una versione spagnola (poema sucio). avevo cominciato a tradurlo con Yara, una mia amica brasiliana,ma poi mi ha bidonato, e per dispetto l’ho tradotta parzialmente in veneto, ma poi non c’era gusto…
    la spiega la faccio lo stesso, perché così posso dire l’apprezzamento per ness1. Leopardi prese La feuille di Arnault e la girò in italiano. Come vedi, segue abbastanza fedelmente l’originale, ma se ne distacca nel lessico in due punti: faggio invece di quercia/chêne e un generico vento invece degli specifici zéphyr e aquilon. Proprio come ness1, che ha stelo/foglia per stilo/filamento. Bene, il Conte, gran traduttore da tante lingue (soprattutto morte), toglie il titolo e ne mette un altro: “Imitazione”. Sapeva quel che faceva, e con gran diglità lo dichiarava. quella di ness1, per me ovviamente, è una bella imitazione, quella di bevilacqua invece…
    (molte traduzioni correnti in genere sono in relatà delle imitazioni, magari belle, ma brutte almeno in quanto non si dichiarano tali).
    buona notte, o suonatori?

  321. gabriella/badante il 14 settembre 2006 alle 03:10

    Mi ricordo dei frammenti tradotti da Yara nel pezzetto postato da Raos, poi lasciati lì a giacere, peccato. E grazie molte della spiega. Sto leggengo il bigino del traduttore… ti dirò a lettura ultimata.
    ‘notte, nel suono.

  322. Miku il 14 settembre 2006 alle 08:53

    @db: fa’ un riassunto! Qual è ora la versione?

  323. Saul. D il 14 settembre 2006 alle 08:56

    DILEMMI*

    vecchio o nuovo testamento?
    testa-coda o testa-mento?**

    * 2LEMMI
    ** capocollo o tettalvento?

  324. S. Norcino il 14 settembre 2006 alle 09:05

    @Miku Platosedmagis @Miku Veritas

    assaggia intanto una fettina del primo endecasillabo felino*:

    nissun ne fa pi su da tera e creta

    * i.e. composto da 3 dittonghi e 6 monosillabi

  325. S. Norcino il 14 settembre 2006 alle 09:07

    mi raccomando: taglia bene sulla cesura!

  326. S. Norcino il 14 settembre 2006 alle 09:10

    e vabbè, proprio perché 6 te, 2 fettine:

    Nel mezo del camin de nostra vita,
    nissun ne fa pi su da tera e creta.

    (hai già stappato x la colazione?)

  327. Re Censore il 14 settembre 2006 alle 09:16

    @Cattone

    La lettura di “Animali in versi” trasforma i lettori in animali inversi.

  328. less4 il 14 settembre 2006 alle 09:38

    L’avantesto sta al testo come l’avambraccio al braccio e l’avantreno al treno: è sempre testo/braccio/treno. Così questa piccola prosa postuma di C (da “Mikrolithen sinds, Steinchen”, Suhrkamp 2005, p. 69), datata 29 settembre 1960:

    un buon salmo porta via anni
 cinque giocando a calcio
più cinque studiando sanscrito,
 sei trasportando pietre,
nove scopando con la vicina,
 sette prendendo botte
quattro andando soletto,
 tre cambiando città,
dieci mutando assunto,
 una eternità camminandogli accanto

  329. Norcy il 14 settembre 2006 alle 11:00

    x la pausa-caffè(corretto), la I terzina-felina (1/3 di grasso e 2/3 di magro):

    N’tel mezo del camin dea nostra vita,
    nissun ne fa pi su da tera e creta,
    parché a spussa de merda xe infinita.

  330. temperanza il 14 settembre 2006 alle 11:19

    Mettetegli un tappo!

  331. temperanza il 14 settembre 2006 alle 11:27

    Parlo della centrale che dirama tutta questa energia.

    @ness1

    “Che ho a fare io col patto di quel tale? Celan è intraducibile come ogni poeta autentico, e l’unico rispetto che si può davvero portare è quello per la fonte di qualsiasi poesia: la vita.”

    Quel tale è uno che ha tradotto e ci ha pensato parecchio e ha raccolto le riflessioni di quasi tutti quelli che hanno tradotto e ci hanno pensato parecchio, ma basta intendersi.
    Quando la vita chiama un nick come me si ritira in buon ordine:–)

  332. Miku il 14 settembre 2006 alle 12:14

    La Temperanza sai è come il vento…

  333. db il 14 settembre 2006 alle 12:29

    Norci me tangere, vade retro Sesamo! Fin che si scherza va be’, ma se alla caricatura felina sostituiamo l’imitazione celina, allora

    N’tel mezo del camin dea nostra vita,
    nissun ne fa pi su da tera e creta,
    parché a spussa de morto xe infinita.

    å temp, cui avevo cripticamente dedicato il Lutetia/lutus, dedico parusicamente il seguito (una pietruzza del’61), sperando che c’entri pure con l’übersetzen

    Das Gedicht, wo es wirklich überträgt (und keineswegs transponiert): nicht Metapher, sondern Metabasis (eis allo genos) – ins Andere… als in Dasselbe.

  334. temperanza il 14 settembre 2006 alle 13:21

    @db

    :–)

  335. temperanza il 14 settembre 2006 alle 13:27

    @ miku

    E come il vento
    Odo stormir tra queste piante, io quello
    Infinito silenzio a questa voce
    Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
    E le morte stagioni, e la presente
    E viva, e ‘l suon di lei. Così tra questa
    Infinità s’annega il pensier mio:
    E ‘l naufragar m’è dolce in questo mare.

  336. lo coso il 14 settembre 2006 alle 16:29

    aho ma la si smette, ormai la traduzione è stata sepolta sotto una valanga di minchiate, non si capisce nulla…

  337. ness1 il 14 settembre 2006 alle 16:35

    @S. Norcino da Norcia: Ciao, non conosco “dio lebo” (però mi fa venir in mente tipo un bel dio flebo!), anzi per la verità non ho mai sentito “lebo”.

    “Far su” da noi (entroterra veneziano) significa qualcosa come: costruire (per es. far su ‘na casa, un gruppo-complesso de musica, casin etc.) cioè potrebbe andar bene; e il verso che proponi ha anche un buon ritmo, per me (endecasillabo). Però è ‘fuori respiro’ rispetto a quello di Celan (7+6 sillabe, così: ° _ ! _ _ ! _ + ° ! _ _ ! _ ). C’è però un problema: “creta” è una parola che non esiste nel mio dialetto. C’è la “tèra crèa” (la creta e/o l’argilla), ma “creta” proprio no. A me piaceva il “paltàn” che è tèra mòja (terra umida/bagnata): perché un dio che crea l’uomo dall’humus (come Adàm ha la stessa radice della parola ebraica che significa terra) mi pare preluda bene alla rinascita di quest’uomo dalla terra/polvere come fiore e poi appunto al suo sbocciare nel canto del sangue di cui è coronato (ecco il sacro, che Celan recupera nel suo Salmo: è nel sacrificio di un’intangibilità divina astratta/assoluta che si può riattingere un rapporto umano/terrestre con tale dio, che muore, e ancora – o forse sto solo sovrapponendo le mie meditazioni in merito a questi temi per me vitali alla sua poetica e poesia).

    @db: Ti ringrazio per apprezzamenti etc., e per aver colto il senso di cosa starebbi io fando nel versare l’acqua/polvere di Celan in un bicchiere altro.

    @Temperanza: Ripeto, non c’entra ciò che quel traduttore dice con quello che interessa e cerco di fare io. (“Immensità”, nell’ultimo v. dell’Infinito!)

  338. loredana per te il 14 settembre 2006 alle 17:02

    @ coso

    …e la luna bussò alle porte del buio
    fammi entrare lui rispose di no.
    …e la luna bussò dov’era il silenzio
    ma una voce sguaiata
    disse non è più tempo
    quindi spalancò le finestre del vento
    e se ne andò
    a cercare un po’ più in là
    qualche cosa da fare
    dopo avere pianto un po’
    per un altro no, per un altro no
    che le disse il mare, che le disse il mare.

    …e luna bussò su due occhiali da sole,
    quello sguardo non si accorse di lei
    ed allora provò ad un party in piscina
    senza invito non entra nemmeno la luna
    quindi rotolò su champagne e caviale
    e se ne andò
    a cercare un po’ più in là
    qualche cosa da fare
    dopo avere pianto un po’
    per un altro no, per un altro no
    di un cameriere.

    …e allora giù quasi per caso
    più vicino ai marciapiedi
    dove è vero quel che vedi
    e allora giù senza bussare
    tra le ciglia di un bambino
    per potersi addormentare
    e allora giù fra stracci e amore
    dove è un lusso la fortuna
    c’è bisogno della luna
    e allora giù, giù, giù.

  339. fiorella non t'annoia il 14 settembre 2006 alle 17:25

    @ coso

    Io mi vesto normalmente
    come chi ha poca fantasia
    come chi mette qualcosa
    e poi non deve andare via
    mi avvicino alle persiane
    sento il mondo che fa rumore
    e gli orologi di una casa
    non si fermano mai

    E mi fido facilmente
    delle ombre via via
    che riesco ad essere assente
    e a non cercarmi compagnia
    e di notte sento bene
    i ritmi del mio stesso cuore
    e le voci di una casa
    non s’imparano mai.

    Ho un lavoro qui vicino
    il mio lavoro non mi piace
    perché mi consuma gli occhi
    e poi mi mangia le giornate
    e in tutto questo non vedere
    in tutto questo non ricordare
    in tutto questo non amare
    io sono qui che vivo

    io no, io no, io no, io no
    io non ho terre da sognare
    io non ho voci da seguire
    io sono qui che aspetto
    io no, io no, io no, io no
    io non ho lettere da spedire
    non ho parole da imparare
    per cantarle sola

    come tarda questa notte
    la mia lunaspina
    venga giù alla finestra
    quella luce bambina
    venga giù dal silenzio
    mia cara compagnia
    coi miei muscoli stanchi
    son qui che aspetto

    eh no, eh no, eh no, eh no
    io ne avrei terre da sognare
    ne avrei di voci da seguire
    io non è vero che aspetto
    eh no, eh no, eh no, eh no
    io ne avrei lettere da spedire
    ne avrei parole da imparare
    per non cantarle da sola

    eh no, io no, io no, io no
    io ne avrei dette di parole
    io non l’ ho amato il mio dolore
    io non è vero che aspetto
    eh no, eh no, eh no, eh no
    ne ho gridate di parole
    e non l’ ho amato il mio dolore
    e adesso canto sola

    come se fosse facile convincersi
    a non ridere troppo di sé.

  340. db il 14 settembre 2006 alle 18:52

    che béo ‘sto sito che nissun sta sito!
    e poi ci sono versioni da Celan così ritmate (sarà il gentil idioma?), che verrebbe voglia di musicarle.
    @ness1 hai perfettamente ragione, ma non mi veniva crèa (la lontananza sai è come il vento, e fa scordare donde vieni…). Lebo invece è, nell’entroterra della Serenissima, il trogolo di marmo per i maiali. magnar co fa’n lebo = abbuffarsi; dio lebo, una sacramentonimia).

    Ho sottomano le pietruzze e i microcliti (trad./imit.): una miniera!

    ad es., del 13/12/61: “Mein” und “mein” und “mein” Gedicht. Die Zeit und ihre Meingedichte.
    da cui si ricaverebbe che la contemporanea poesia a suo tempo postata da Cato si potrebbe tradurre:

    la linguacciuta egopoesia, l’apoesia

    o, 1959: Nicht Rilkesches Enjamblement! Rilkerei (a prop. della trad. del Cimitero di Valéry).

    ce n’è una, lunghetta sulla differenza di sguardo tra il filosofo e il poeta…
    Platone… Pascal…

    1967, Es gibt keinen Polyzentrismus in der Poesie.

    Soprattutto le 50 pp. di Prosa Teorica, e di esse soprattutto le 20 su “L’oscurità del poetico”, che si collocano tra il’60 e il ’61, ossia in contemporanea con Psalm. E difatti

    Psalm 139: nox illuminatio mea
    … Finternis ist wie dal licht
    (jenseits oder diesseits aller Esoterik, Hermetik etc.)

  341. 139, 11-6 il 14 settembre 2006 alle 19:02

    Se dico: «Certo le tenebre mi nasconderanno», persino la notte diventerà luce intorno a me; le tenebre stesse non possono nasconderti nulla, anzi la notte risplende come il giorno; le tenebre e la luce, sono uguali per te. Sì, tu hai formato le mie interiora, tu mi hai intessuto nel grembo di mia madre… Le mie ossa non ti erano nascoste quando fui formato in segreto e intessuto nelle profondità della terra. I tuoi occhi videro la massa informe del mio corpo, e nel tuo libro erano già scritti tutti i giorni che erano stati fissati per me anche se nessuno di essi esisteva ancora.

  342. ness1 il 14 settembre 2006 alle 19:04

    @db: Ma di che teso (o testi) stai parlando (sembrano interessantissimi…)?

  343. temperanza il 14 settembre 2006 alle 19:20

    @ness1

    l’ho capito, sì:–) e infatti mi sono ritirata in buon ordine. Che vuoi di più?

  344. Salminho il 14 settembre 2006 alle 19:50

    você está tão longe
    que às vezes penso
    que nem existo
    nem fale em amor
    que amor é isto

  345. db il 14 settembre 2006 alle 20:12

    *Le poesie sono paradossi. Paradosso è la rima che riunisce senso e senso, senso e controsenso: in un luogo casuale del tempo linguistico, che nessuno può presupporre, essa fa cozzare questa parola con quell’altra – per quanto tempo? Per un tempo limitato: il poeta che vuole restare fedele al principio di libertà che si manifesta nella rima, deve ora voltare le spalle alla rima. Via dal limite – o oltre, verso l’illimitato!*

    1953?

    da PC, “Mikrolithen sinds, Steinchen. Die Prosa aus dem Nachlass”, Frankfurt a.M. 2005, p. 96

  346. PC/FG il 14 settembre 2006 alle 21:46

    E non scrivo per i morti, ma per i vivi – in verità per quelli che sanno che ci sono pure i morti.
    1967

    I Morti

    i morti vedono il mondo
    attraverso gli occhi dei vivi

    possono udire,
con i nostri uditi,
certe sinfonie
qualche sbattere di porte,
ventate

    Assenti
di corpo e anima
mescolano il loro al nostro riso
se di fatto
quando vivi
    trovano la stessa grazia

    1999 


  347. ness1 il 14 settembre 2006 alle 22:59

    [@Temperanza: Non vorrei niente più che riscrivessi il penultimo verso de L’infinito (e non l’ultimo, come ho invece scritto prima per errore) con la parola con cui l’ha sentito Giacomino sopra il monte Tabor: immensità – se badi, iMMeNsità s’aNNega il peNsier Mio è uno straordinario, morbidissimo, liquido e carnalissimo gemito/orgasmo fonico simile al mistico OM indiano.]

  348. db il 14 settembre 2006 alle 23:53

    @temp
    chiederei una consulenza su

    niemand bespricht unsern Staub

    Helena si avvicina al vero traducendo “parla”: ma besprechen non è loqui, bensì alloqui/compellare, ossia “rivolge la parola per…”. Per questo penso, a sottolineare l’inizio di un contatto verbale, tu hai tradotto “chiama”. Ma uno chiama per avvicinare l’altro a lui, mentre qui il movimento è dal Niemand a. In ambo i casi si perdono entrambe le sfumature, di consolazione e rimprovero. Da tutto ciò mi è venuta in bici la seguente soluzione:

    nessuno degna la nostra polvere

    che ne dici? Danke!

  349. 'Rònz'l 'o piattar' il 15 settembre 2006 alle 00:09

    “nisciùn’ ce parla mo ca simm’ pòv’r”
    =
    “nessuno ci parla adesso che siamo polvere”
    (essendo noi ridotti a polvere, nessuno ci degna della sua parola)
    =
    “nessuno degna la nostra polvere”
    =
    !!!

  350. 'Rònz'l 'o piattar' il 15 settembre 2006 alle 00:23

    frei
    vor lauter Beklemmung
    atmest du jetzt
    und du

    sprichst.

    (1961)

  351. D.Battito il 15 settembre 2006 alle 00:25

    al detenuto hanno donato un libro
    letto e riletto continua a leggerlo
    sulla parete che gli spetta trascrive
le parole che ignora
    non gli importa saperle
    che la guardia non capisca

    di notte le ripete a voce alta
    e il pavimento si dilata
    in una piazza ventilata dove i figli
    ridendo acchiappano le oscure
    parole volteggianti
    riconoscono voce e odore
    ne fanno un motivetto rap –
    la moglie ha un intimo tepore

    passa la ronda sbattono le chiavi
    lui sillaba a fior di labbra –

    libero comprerà un vocabolario

  352. temperanza il 15 settembre 2006 alle 01:14

    @ Ness1

    Ho “tradotto”, caro Ness, avendo tolto il titolo l’ho offerto a Miku in una variante personale:–)

    @db

    mah, ho letto e riletto anche gli esempi riportati dal Grimm, ma sono tutti nel senso di rivolgere la parola a…
    Ho consultato per te un vecchio volumetto del Duden, lo Stilwörterbuch, che mi dà questo, non so se può esserti utile:
    “haben sie schon einmal eine Schallplatte besprochen? (von der Stimme eine Aufnahme gemacht)”
    si parla dunque di “impressione”, imprimere la voce su un disco, imprimere la voce sulla polvere. Potrebbe essere una possibilità in più per dar voce alla polvere, che dà torto a me, e anche a Helena e sembrerebbe più vicino alla soluzione di Bevilacqua, dando però più spazio alla voce e dunque non un insufflare d’anima, ma di voce.

    Non so che dire, scrivono i maledetti fratelli besprechen, mehrfacher bedeutung.

    ma se pensiamo al disco su cui la voce si imprime, valorizzando quel “be” che mi dispiaceva molto lasciare al suo destino, potrebbe essere una nuova possibilità

    Mi rendo conto che è molto lontana dalla tua strada.

  353. temperanza il 15 settembre 2006 alle 01:15

    nessuno dà voce alla nostra polvere

  354. temperanza il 15 settembre 2006 alle 01:19

    Mostrando così che strada ha percorso reitani, ma “dar voce” lo preferisco di molto a “dar parola”

    Non so, è un moto circolare piuttosto estenuante.

    Penso che lo rigetterai.

  355. pc il 15 settembre 2006 alle 01:33

    … und lärmte gegen seinen Gott.
    … e rumoreggiò contro il suo dio.
    9. 9. 59

    Ci sono occhi che vanno al fondo delle cose. Scorgono un fondamento. E ce n’è altre che vanno in profondità alle cose. Esse non scorgono alcun fondamento. Ma vedono più profondamente.
    13. 5. 60

    L’EBREO ERRANTE
    qualcosa è contro di noi, qualcosa che non vuole riconoscerci: le decisioni cadono – scendono su di noi giungendo dall’extra-umano; se credessi in un dio, ora direi: è emigrato, e sfuggito al nostro occhio terreo malato, ci aspetta – su un altro pianeta – in altra forma.
    gennaio 1961

  356. Dott. Felix Peyote il 15 settembre 2006 alle 01:57

    Da: “Stropharia Cubensis”
    (due testi allegati alla relazione di Paolo Francesco Celano presentata al convegno/seminario del 13 c.m.)

    *

    nulla di una rosa, resa
    sottile dal
    l’agguato della mano
    ne ripete la rotta
    l’ordine dei segni
    sulla mappa recisa
    dallo sguardo, ma
    agita casuali
    trascorsi di luna
    al delta d’aria dove si arena
    la sua morte erudita, la
    trama slabbrata, sempre
    più profonda, di una
    forma mobile
    sillaba mutilata di destino
    fino alle stelle curve del
    la retina. la saggezza
    imparata dalle piogge, è
    sete attorcigliata al
    le dita, distillata presenza
    che rovescia nel palmo
    il lampo geometrico
    del suo giorno
    di cristallo – lo stelo
    semplifica
    in vaste declinazioni
    la singolarità della notte
    fiumana che sciama
    polvere voltaica
    dal cratere di quel
    sanguefaro
    lastricando di simulacri
    il cammino: dis
    persa in
    ammuffite matasse
    la costellazione dei
    petali – basta toccarli
    sul viso, perché li opprima
    il ricordo di chiarori
    danzanti – memoria
    cieca che ancora assorbe
    luce dal
    le pietre

    *

    spina che innesta la
    murata al
    volteggio del rito, mentre
    l’eco schianta la foce del
    la rosa
    al compier
    si del
    l’acqua: alba stremata
    dentro i fondali
    bruciati del rifiuto. non
    sigillava in cardini vivi
    la parola, né la piaga
    votiva nel
    l’urlo degli occhi – piuttosto
    come in un racconto
    di imbarchi, la soglia
    che si profila nel
    l’intrico di
    dolenti radici.
    covando nell’inguine
    inchiostri sabbiosi, pleniluni
    in chiostri di cellule
    sfatte, depone cadenze
    sillabate di fiamma, un
    patto di labbra, in
    arca nel grido la tenda –
    si accampa

  357. db il 15 settembre 2006 alle 02:00

    grazie temp! ci vorrà il vocabolario del detenuto…
    già che ci sono, scusate i refusi degli occhi sopra: sono maschili, e vedono in profondità. Forse è meglio ripiegare sul rumeno. Il primissimo appunto, del 2. 3. 47, fa

    Paul confirma ca va face amor proprio cu Ciuci.
    Paolo conferma che s’inciucerà di sesso

  358. Salvatore Ungarelli il 15 settembre 2006 alle 10:32

    E’ la prima volta che entro in questo sito, e ho letto solo gli ultimi interventi. Sono istriano, e forse per questo mi trovo a mio agio tra queste voci che cercano di diventare coro, ai confini delle lingue. Diciamo che anch’io mi diletto di poesia (“Acque e viti” finora è la mia unica raccolta pubblicata, con una prefazione di Claudio Magris), e i miei padri deputati sono quelli da cui ho coniato il mio pseudonimo letterario. Ha pubblicato già qualcosa Paolo Francesco Celano? Mi interesserebbe molto. Se posso permettermi, sul Ceausescu/Celan (che si potrebbe tradurre per allitterazione della C con Campanini/Carboni) inciuciarse = facer amor proprio cu Ciuci, per cui il “di sesso” di db parrebbe pleonastico.
    Inoltre penso che su sprechen/besprechen si dovrebbe essere più aderenti ai valori fonetici e alla figura dell’onomatopea (che poi è la forma suprema della letteralità). Così io tradurrei così

    frei
    vor lauter Beklemmung
    atmest du jetzt
    und du

    sprichst

    via
    dalla sorda grappa
    finalmente respiri
    ed è subito

    spritz

    (una piccola spiegazione non petita: traducendo “via” invece di “libero”, mantengo il monosillabo e do l’idea di una “libertà dalle catene”. Beklemmung infatti è da Klammer = graffa, grappa, e ho preferito la seconda perché richiama l’aggrapparsi alla catena dello schiavo-dipendente. Così “sorda” per laut, dove ho ripiegato su un dittongo che sottolinea gli effetti del rumore più che la sua origine, ché in effetti laut = rumoroso. Sono infine soddisfatto della consostanzialità – non solo fonica – di sprichst/spritz, anche se va ahimè perduta l’altra, con jetzt).
    Sperando di non aver deviato il confronto,

    1garelli

  359. temperanza il 15 settembre 2006 alle 10:54

    @Ungarelli, benvenuto, certo la “sorda grappa” ci aiuterà nelle fatiche della ricerca.

    Resta tra noi e aiutaci a risolvere quel besprechen in moto spirituoso:–)

  360. Salvatrice De Remediis in Celano il 15 settembre 2006 alle 11:06

    Gentilissimo Signor Ungarelli, sono la mamma di Paolo Francesco Celano. La ringrazio per il suo interessamento, che dimostra, oltretutto, quanto lei capisca davvero di poesia. Oggi non ce ne sono molte, di persone così. Purtroppo Paolo Francesco non ha mai pubblicato niente, pur avendo fatto, nella sua vita, almeno due tentativi. Il primo, con una rivista molto famosa, quella che pubblica la fotografia del poetesso del mese in copertina: la risposta è stata un “ahahahahahahahah, uhuhuhuhuhuhuh” lungo quattro facciate di lettera. La seconda, con una casa editrice mediogrande, e la risposta del direttore editoriale, nonché poeto lui medesimo, gliela trascrivo: “Scusi, brutto stronzo, perché al posto di rompere i coglioni alle persone che lavorano e si sbattono per la cultura, non si ammazza?”. E’ da allora che il mio Paolino si è ammalato, e se non fosse per il dottor Peyote, che l’ha preso sotto la sua ala protettrice, non so proprio dove sarebbe a quest’ora. Che uomo, Felix: la scienza fatta persona che si mette al servizio degli afflitti. Che Niemand lo protegga sempre. Comunque, visto che lei, signor Ungarelli, mi sembra interessato, le dirò che mio figlio ha scritto, a tutt’oggi, circa cinquantamila pagine; io le ho lette e imparate a memoria tutte, non a caso, e non per nulla, sono la mamma, e, come giustamente si dice, la mamma è sempre la mamma. Se vuole, gliele racconto. Grazie dott. Ungarelli, anche se non ci conosciamo, immagino che lei sia una gran persona: non per niente festeggiamo l’onomastico lo stesso giorno.

    Sua Salvatrice.

  361. pc il 15 settembre 2006 alle 11:20

    Duellarono.
    E mentre duellavano, la sabbia del deserto in cui erano si accumulava al bordo dei loro piedi, lentamente, granello dopo granello, la sabbia si arrampicava su per loro, si arrampicava su per loro granello su granello. Continuarono a duellare. La sabbia rivestì i loro piedi, le loro gambe, le loro ginocchia, le loro cosce. Non si fermarono. Ma la sabbia, la sabbia del deserto proseguiva il suo lavoro. Già copriva le loro anche, i loro petti, già formava una camicia sulle loro spalle.
    E una seconda, terza e millesima camicia……
    E iniziava da capo: scarpa, calza, camicia.
    .
    .
    .
    .
    .
    Così le loro lame rimasero lucide e si facevano così male a vicenda, che ai padrini si arrestarono i cuori.

    1950?

  362. Cato il 15 settembre 2006 alle 11:45

    Der Tod
    (1950)

    La morte è un fiore che solo una volta fiorisce.
    Ma se fiorisce, nient’altro fiorisce.
    Fiorisce, appena lo vuole, non fiorisce nel tempo.

    Essa viene, una grande falena, che adorna steli cedevoli.
    Tu lasciami essere uno stelo, così forte, che la rallegri.

  363. Saul 0 il 15 settembre 2006 alle 12:07

    Dottore, stamane mi sono svegliato verde (devo essermi addormentato albero): sono roso dall’invidia per Celano, mi sembra che lei faccia preferenze tra i pazienti. Dall’altra parte spero che, se è riuscito a stimolare la vena poetica del Celano, potrà farlo anche con me. Insomma non so come e perché, ma nel dormiveglia (non ieri notte, stamattina presto: forse bisognerebbe dire vegliadormi?) ho sentito gorgogliarmi dentro un qualcosa: prima una specie di motivetto che faceva “scrambled eggs, ta ra ra ra ra ra tarara”, ma poi ho scoperto che l’avevano già inventato, mi pare che si chiami Yesterday. Poi una raffica di rime, ma man mano che venivano andavano, e così mi sono trovato in cucina con la biro in mano per scriverle, e sono rimasto a secco (cioè la biro funzionava, il resto no). Dopo un bel quarto d’ora di rabbia disperata (davvero dottore, mi sono guardato in bagno, ero verde elettrico), quello che è venuto fuori è un distico da far schifo. Glielo trascrivo comunque, tanto lei è medico, mica un critico.

    cercare invano rime
    oh quanto mi derime

  364. Dott. Felix Peyote il 15 settembre 2006 alle 12:42

    Grazie, Salvatrice, ma il merito è tutto tuo: senza la tua dedizione di madre e di donna (imparare a memoria cinquantamila pagine non è da tutti, ma tu sei fatta così: ‘e figlie so’ piezz’ ‘e core, è stato sempre il tuo motto e il tuo impegno di vita), la mia scienza, da sola, sarebbe servita a ben poco, e tu lo sai bene, cara. Ma cosa non faremmo per la salute del nostro Paolo Francesco.

    @ Saul

    Carissimo, non sìi geloso, lei non ha niente da invidiare al nostro: se le mie sinergie intuizionali funzionano ancora, leggo nel suo distico di settenari un luminoso futuro nel campo della poesia: lei è stato capace di condensare, in due soli versi, almeno trent’anni, gli ultimi, di poesia italiana. Vadi pure avanti così, quando sarà nel mio studio avremo modo di riparlarne, ma le assicuro che, già da adesso, con questo nobile parto del suo genio (à la coque), lei ha messo la prima fondamentale pietra per la costruzione della sua dimora di parole. Complimenti, caro giovine.

  365. Saul 0,1 il 15 settembre 2006 alle 14:16

    Dottore, Lei non sa che effetto su di me ha fatto il suo incoraggiamento. Addirittura ho riabilitato il mio povero distico, mo’ lo vedo quasi mistico – perché in effetti, la rima l’ho trovata. certo non è granché, ma neanche uno zero assoluto. Anzi, quasi quasi la rifaccio tentando la famosa rima interna (ma che è dottore? lei per caso è anche internista?)

    trovare grame rime
    oh come mi derime

    PS ora ho meno invidia di Celano. cioè, mi fa meno invidia la sua poesia. ma mi è cresciuta l’invidia per sua mamma. è meglio o peggio, dottore?

  366. Dott. Felix Peyote il 15 settembre 2006 alle 14:39

    Caro Saul, mai chiedere notizie su una signora, e di quel tipo poi. Posso solo dirle che Salvatrice la conosco, molto a fondo, da anni; così come conoscevo la buonanima di suo marito, il dott. Anselmo Rigoberto Celano, a suo modo un personaggio, di cui ricordo soprattutto la fronte, veramente spaziosa e prominente: ha presente il conte Manzoni? Beh, siamo più o meno nei paraggi. Ecco perché le dicevo di non essere geloso: Paolo Francesco è come un figlio, per me. Alla fin fine. In fondo, in fondo…

  367. 1garelli il 15 settembre 2006 alle 15:17

    Visto che mi avete accolto così benignamente… ho cercato di migliorare la versione, di superare l’insoddisfazione per quel jetzt/spritz mancato. ecco

    frei
    vor lauter Beklemmung
    atmest du jetzt
    und du

    sprichst

    via
    dalla sorda grappa
    finalmente respiri
    e in un blitz

    spritz

    Ho visto il raccontino di pc: carino, ma si poteva dire con meno. Tra l’altro non so se il nick conosce il rumeno, ma in Istria è famosa la ballatetta del lettrista bucarestino Nicu Fidencu, che riporto qua sotto:

    Ai
    voi fujri
    Ma sola buju
    Ai clamara po ma
    Mi vo inculari inculari
    Ponendo-te u ola da mari
    Ligando-te a granelu du sabju
    So ai nu nebju po fujri podaracice

    Eh sì, si cerca di limare tutti. Io lo faccio anche col mio cognome. Qui a Pola mi firmo VIP, e così mi chiamano gli amici. Ma so che da voi, purtroppo anglicizzati, suonerebbe falso.
    Buona giornata.

  368. temperanza il 15 settembre 2006 alle 15:33

    Spriz! che nostalghia!

  369. pc il 15 settembre 2006 alle 15:39

    Anche le pietre sono fiori, solo che il profumo è più forte.

    1950?

  370. Lapo Linèr il 15 settembre 2006 alle 18:00

    pitié, pité pour nous qui combattons aux frontières de l’illimité et de l’avenir, pitié pour nos pechés, pitié pour nos erreurs..

  371. Jalisse il 15 settembre 2006 alle 18:09

    Chi ha scritto grate di parole è sempre persona grata.

  372. Psalmin il 15 settembre 2006 alle 19:36

    Maria!
    Mein PC ist wieder abgestürzt.
    Hilflos sitze ich da
    und warte auf den rettenden Experten.
    Alle Daten sind verschwunden.
    Mein Denken setzt aus.
    Ohne PC läuft nichts bei mir.
    Ich warte.
    Und wenn ich da nicht dich, Maria,
    an meiner Seite hätte,
    würde ich fluchen
    und mich grün und blau ärgern.
    So aber lächle ich und freue mich,
    weil ich etwas Zeit habe
    zum Luftholen,
    zum Beten.
    Du verstehst es mit mir, Maria.
    Danke und
    Amen.

    (da “Kirche + Leben” n.13, aprile 1999)

  373. ness1 il 15 settembre 2006 alle 19:52

    [Sto armeggiando intorno alla mia Lauda/Psalm; intanto però c’è modo di proporre altri lavori/traduzioni? CHIEDO: è questo lo spazio giusto? Dove altrimenti si può fare? Non vorrei saturare la già obesa pagina commenti!]

  374. db il 15 settembre 2006 alle 20:04

    segnalo in imminente traduzione italiana

    A. Malandaste, “LA SALMA DEL SALMO. Autopsia di P.C.”, Marchiati Maringhieri, 2006

  375. Edizioni Lazi & Sarai (Lama) il 15 settembre 2006 alle 21:50

    La Lazi & Sarai (Lama) è lieta di annunciare l’imminente pubblicazione della prima opera poetica della Dott.sa Ella Badans, “Aperitivo all’Academic Store”. Cura, traduzione italiana e note di bd, progetto grafico, copertina e design di John Delillo, prefazione di Felix Peyote, postfazione e inquadramento critico di ness1, quarta di copertina di jalisse, supervisione del progetto generale di Temperanza. Buona lettura. E, ci raccomandiamo, parlate sempre bene di noi.

  376. gabriella/badante il 16 settembre 2006 alle 04:45

    Che sorpresa a tarda notte, anzi quasi mattina… onorata delle note di db e (magno gaudio) supervisione di Temperanza! Felice della partecipazione di tutti…
    peace and love,
    ella badans

  377. temperanza il 16 settembre 2006 alle 11:13

    Supervisione? Ah no! Va bene che sono una donna d’ordine, ma qui si esagera.
    Potrei portare il caffè e sbirciare, al massimo.

  378. temperanza il 16 settembre 2006 alle 11:16

    @ Gabriella/badante

    se è l’ora in cui ti svegli, chapeau, se è l’altra posso consigliare un ipnotico?

  379. gabriella/badante il 16 settembre 2006 alle 13:09

    Un ipnotico? No grazie, a volte la notte è l’unico momento in cui posso studiare in santa pace… la creatura(mio figlio), ormai adolescente non va più a letto alle dieci: sigh! Dopo mezzanotte la casa entra nella quiete… aggiungo qui, che sono d’accordo con te sulla risposta di Sisti su Alias, ma ce lo teniamo per noi che acquistammo ;-)

  380. temperanza il 16 settembre 2006 alle 13:14

    Già, nonostante tutto credo che siamo in pochi ad averlo acquistato e meno ancora ad averlo letto.
    Non sarà un libro amato, sento molti rumors anche fuori di qui, ma apre nuove possibilità di narrare.
    Finita la piccola polemica farà la sua strada, lenta:–)

  381. db il 16 settembre 2006 alle 14:02

    Gb e Sl, nella bibbia, sono 2 libri contigui. Letti d’1 fiato, scandiscono 3 momenti contigui: la protesta/bestemmia, la risposta divina, la lode/salmo. Ho concentrato qui sotto il percorso dialettico-triadico (dove però l’antitesi è al I posto) sul binario terra-carne/luce-tenebre, copincollando dalla versione di Lutero: chi vuole, potrà facilmente riscontrare su una bibbia italiana. Mi sembra che vi sia l’intera trama su cui C ordisce Psalm (ma pure i testi attorno a Psalm, che con pazienza abbiamo copincollato in questi giorni, insieme). [sono onorato per la curatela al florilegio di G. Badans, ma ho già una grana: un foglio volante che non so se inserire o meno– ma di ciò, casomai, più avanti. Oltre ad alias, comprate la Repubblica: sull’inserto Donna, c’è un testo della Merini e immagini di Gb, Thee dust]

    GIOBBE
    – La protesta di Giobbe
    [1.21] und sprach: Ich bin nackt von meiner Mutter Leibe gekommen, nackt werde ich wieder dahinfahren. Der HERR hat’s gegeben, der HERR hat’s genommen; der Name des HERRN sei gelobt! –
    [3.3-16] Ausgelöscht sei der Tag, an dem ich geboren bin, und die Nacht, da man sprach: Ein Knabe kam zur Welt! Jener Tag soll finster sein, und Gott droben frage nicht nach ihm! Kein Glanz soll über ihm scheinen! Finsternis und Dunkel sollen ihn überwältigen und düstere Wolken über ihm bleiben, und Verfinsterung am Tage mache ihn schrecklich! Jene Nacht – das Dunkel nehme sie hinweg, sie soll sich nicht unter den Tagen des Jahres freuen noch in die Zahl der Monde kommen! Siehe, jene Nacht sei unfruchtbar und kein Jauchzen darin! Es sollen sie verfluchen, die einen Tag verfluchen können, und die da kundig sind, den Leviatan zu wecken! Ihre Sterne sollen finster sein in ihrer Dämmerung. Die Nacht hoffe aufs Licht, doch es komme nicht, und sie sehe nicht die Wimpern der Morgenröte, weil sie nicht verschlossen hat den Leib meiner Mutter und nicht verborgen das Unglück vor meinen Augen! Warum bin ich nicht gestorben bei meiner Geburt? Warum bin ich nicht umgekommen, als ich aus dem Mutterleib kam? Warum hat man mich auf den Schoß genommen? Warum bin ich an den Brüsten gesäugt? Dann läge ich da und wäre still, dann schliefe ich und hätte Ruhe mit den Königen und Ratsherren auf Erden, die sich Grüfte erbauten, oder mit den Fürsten, die Gold hatten und deren Häuser voll Silber waren; wie eine Fehlgeburt, die man verscharrt hat, hätte ich nie gelebt, wie Kinder, die das Licht nie gesehen haben.
    [10.9 e 18-19] Bedenke doch, daß du mich aus Erde gemacht hast, und läßt mich wieder zum Staub zurückkehren?… Warum hast du mich aus meiner Mutter Leib kommen lassen? Ach daß ich umgekommen wäre und mich nie ein Auge gesehen hätte! So wäre ich wie die, die nie gewesen sind, vom Mutterleib weg zum Grabe gebracht.[17.14-16] Das Grab nenne ich meinen Vater und die Würmer meine Mutter und meine Schwester. Worauf soll ich denn hoffen? Und wer sieht noch Hoffnung für mich? Hinunter zu den Toten wird sie fahren, wenn alle miteinander im Staub liegen.
    – La risposta di Dio
    [38.8] Wer hat das Meer mit Toren verschlossen, als es herausbrach wie aus dem Mutterschoß? (con rimando a GENESI [1. 9-10] Und Gott sprach: Es sammle sich das Wasser unter dem Himmel an besondere Orte, daß man das Trockene sehe. Und es geschah so. Und Gott nannte das Trockene Erde, und die Sammlung der Wasser nannte er Meer.)

    SALMI
    [22.10-11] Du hast mich aus meiner Mutter Leibe gezogen; du ließest mich geborgen sein an der Brust meiner Mutter. Auf dich bin ich geworfen von Mutterleib an,du bist mein Gott von meiner Mutter Schoß an.
    [58.4] Die Gottlosen sind abtrünnig vom Mutterschoß an, die Lügner gehen irre von Mutterleib an.
    [71.6] Auf dich habe ich mich verlassen vom Mutterleib an; du hast mich aus meiner Mutter Leibe gezogen. Dich rühme ich immerdar.
    [103.14] Er gedenkt daran, daß wir Staub sind.
    [139.11-16 e 19-20] Spräche ich: Finsternis möge mich decken und Nacht statt Licht um mich sein -, so wäre auch Finsternis nicht finster bei dir, und die Nacht leuchtete wie der Tag. Finsternis ist wie das Licht. Denn du hast meine Nieren bereitet und hast mich gebildet im Mutterleibe. Ich danke dir dafür, daß ich wunderbar gemacht bin; wunderbar sind deine Werke; das erkennt meine Seele. Es war dir mein Gebein nicht verborgen, als ich im Verborgenen gemacht wurde, als ich gebildet wurde unten in der Erde. Deine Augen sahen mich, als ich noch nicht bereitet war… Ach Gott, wolltest du doch die Gottlosen töten! Denn sie reden von dir lästerlich.

  382. temperanza il 16 settembre 2006 alle 14:38

    Su una sola cosa di quel che dice sono d’accordo:
    “La sensibilità non serve a niente senza l’intelligenza”

    e viceserva.

    Per il resto si lagna. E parla di sé, come sempre.

    Chi è Gb?

  383. db il 16 settembre 2006 alle 16:11

    @temporale

    qualche raro colpo d’ala, più colpi d’anca che altro…
    e dietro, in coda, greggi di merinos…

    avrai capito che gb è una delle tante incarnazioni di db: GioBbe, Gabriella Badante, GuidoBorso de’ Theedust… se poi volessi sapere chi dei 4 esattamente è – prova a indovinare, e ne riparleremo!

    approfitto per sottoporre allo staff del progetto E.Badans/“Aperitivo all’Academic Store” il testicolo su cartapacco 6,9×9,6 che ho sottomano e non so ancora se inserire

    *Adesso io ti succhio questo cazzo,
    oh padre-poesia-letteratura.

Distruggerò struggendomi d’amore
    il padre-poesia-letteratura.

    Ragionieri della letteratura.
    Ragionieri della letteratura.

    ELLA BADANS
    BADA ELLANS
    ANSA BADELL
    BELLA DANSA
    SELLA BANDA
    BALDA LENSA
    BADANS ELLA*

  384. temperanza il 16 settembre 2006 alle 16:36

    temporale è scoppiato cinque minuti fa, io però ci sono ancora, non so chi sia gb, se compare bene, altrimenti pace all’anima sua, anch’io ho problemi di pagnotta, anch’io sono attorniata da rumori, e se è giobbe si incazzi col suo dio, che io ho il mio.

    vado in pace, e vai in pace anche tu.

  385. db il 16 settembre 2006 alle 16:41

    dedicat@temp

    leite, leitura,
    letras, literatura,
    tudo que passa,
    tudo o que dura
    tudo que duramente passa
    tudo o que passageiramente dura
    tudo, tudo, tudo,
    não passa de caricatura
    de você, minha amargura
    de ver que você não tem cura

    (Gb è la sigla consueta per Giobbe, come Gn per Genesi. In più mio figlio si chiama Guido, e compare oggi su Donna di Repubblica. Forse non s’è capito, ma sull’Alda la pensiamo uguale!)

  386. db il 16 settembre 2006 alle 16:45

    @temp, l’atemporale

    leite, leitura,
    letras, literatura,
    tudo que passa,
    tudo o que dura
    tudo que duramente passa
    tudo o que passageiramente dura
    tudo, tudo, tudo,
    não passa de caricatura
    de você, minha amargura
    de ver que você não tem cura

  387. db il 16 settembre 2006 alle 16:47

    tudo, tudo, tudo,
    não passa de caricatura
    de você, minha amargura
    de ver que você não tem cura

  388. db il 16 settembre 2006 alle 16:51

    nao passa de caricatura
    de vocé, minha amargura
    de ver que vocé nao tem cura

  389. Alba Perini il 16 settembre 2006 alle 17:07

    @ temp & db

    Anch’io un giorno ho dettato al telefono un intero libro di poesie. Peccato che dall’altro capo del filo non ci fosse nessuno. Ma continuo imperterrita, tra l’altro non mi grava neanche sulla bolletta.

    p.s.

    Potreste organizzare una raccolta firme perché mi venga riconosciuta la legge balzelli?

  390. Chico Nascimento il 16 settembre 2006 alle 17:27

    Calice
    (der krone rot)

    Pai, afasta de mim esse cálice
    Pai, afasta de mim esse cálice
    Pai, afasta de mim esse cálice
    De vinho tinto de sangue

    Como beber dessa bebida amarga
    Tragar a dor, engolir a labuta
    Mesmo calada a boca, resta o peito
    Silêncio na cidade não se escuta
    De que me vale ser filho da santa
    Melhor seria ser filho da outra
    Outra realidade menos morta
    Tanta mentira, tanta força bruta

    Como é difícil acordar calado
    Se na calada da noite eu me dano
    Quero lançar um grito desumano
    Que é uma maneira de ser escutado
    Esse silêncio todo me atordoa
    Atordoado eu permaneço atento
    Na arquibancada pra a qualquer momento
    Ver emergir o monstro da lagoa

    De muita gorda a porca já não anda
    De muito usada a faca já não corta
    Como é difícil, pai, abrir a porta
    Essa palavra presa na garganta
    Esse pileque homérico no mundo
    De que adianta ter boa vontade
    Mesmo calado o peito, resta a cuca
    Dos bêbados do centro da cidade

    Talvez o mundo não seja pequeno
    Nem seja a vida um fato consumado
    Quero inventar o meu próprio pecado
    Quero morrer do meu próprio veneno
    Quero perder de vez tua cabeça
    Minha cabeça perder teu juízo
    Quero cheirar fumaça de óleo diesel
    Me embriagar até que alguém me esqueça

  391. Buarque Veloso il 16 settembre 2006 alle 17:36

    Nel post precedente, leggasi (der krone rot?).

    La vostra discussione ha avuto una grande eco in tutto il Brasile, in particolare nel Nordeste. Egberto Gismonti ha già composto una ciranda dedicata a voi.

    Obrigado.

  392. O caetano bahiano il 16 settembre 2006 alle 17:50

    @ db

    Meu professor de análise sintática era o tipo
    do sujeito inexistente.
    Um pleonasmo, o principal predicado da sua vida,
    regular como um paradigma da 1a conjugação.
    Entre uma oração subordinada e um adjunto adverbial,
    ele não tinha dúvidas: sempre achava um jeito
    assindético de nos torturar com um aposto.
    Casou com uma regência.
    Foi infeliz.
    Era possesiva como um pronome.
    E ela era bitransitiva.
    Tentou ir para os EUA.
    Não deu.
    Acharam um artigo indefinido em sua bagagem.
    A interjeição do bigode declinava partículas expletivas,
    conectivos e agentea da passiva, o tempo todo.

    Um dia, matei-o com um objeto direto na cabeça.

    (Paulo Leminky)

  393. El Pistola il 16 settembre 2006 alle 17:52

    *Adesso io ti succhio questo cazzo,
    oh padre-poesia-letteratura.Distruggerò struggendomi d’amore
    il padre-poesia-letteratura. Ragionieri della letteratura. Ragioni
    eri della letteratura.Ragion
    ieri della letteratura. Ragio 
Ragionieri della letteratura.
    ELLA BADANS
    BADA ELLANS
    ANSA BADELL
    BELLA DANSA
    SELLA BANDA
    BALDA LENSA
    BADANS ELLA*

    sparatevi!

  394. El Pistola il 16 settembre 2006 alle 17:54

    *Adesso io ti succhio questo cazzo,
    oh padre-poesia-letteratura.Distruggerò struggendomi d’amore
    il padre-poesia-letteratura. Ragionieri della letteratura. Ragioni
    eri della letteratura.Ragion
    ieri della letteratura. Ragio
    Ragionieri della letteratura.
    ELLA BADANS
    BADA ELLANS
    ANSA BADELL
    BELLA DANSA
    SELLA BANDA
    BALDA LENSA
    BADANS ELLA*

    risparatevi!

  395. Dott. Felix Peyote il 16 settembre 2006 alle 18:06

    El Pistola: un nome, un’identità, una professione, un marchio di fabbrica, un destino.
    Auguri.

  396. Jalisse il 16 settembre 2006 alle 18:21

    D. Parlami degli articoli.
    R. Ci sono gli articoli definiti, gli articoli indefiniti e gli articoli casalinghi.
    D. Parlami degli articoli casalinghi.
    R. Gli articoli casalinghi sono il contrario degli articoli d’esportazione.
    D. Perché non hai citato prima gli articoli d’esportazione?
    R. Se è per quello, non ho citato neanche gli articoli da asportazione.
    D. Perché?
    R. Perché rientrano negli articoli casalinghi.
    D. E gli articoli d’esportazione?
    R. Perché rientrano negli articoli indefiniti.
    D. Dimmi un altro articolo indefinito.
    R. L’articolo di morte.
    D. E un articolo definito?
    R. Idem.

  397. Egberto Gimondi il 16 settembre 2006 alle 18:29

    CIRANDA

    Nas ondas do mar
    Quero ser feliz
    Quero me afogar.

    Nas ondas da praia
    Quem vem me beijar?
    Quero a estrela d’alva
    Rainha do mar.

    Quero ser feliz
    Nas ondas do mar
    Quero esquecer tudo
    Quero descansar

  398. PC il 16 settembre 2006 alle 18:42

    Solitarius, Solidarius*

    il foglietto prosegue, dopo una linea orizzontale, col seguente appunto: “Notiert für ‘Die Niemandsrose’: 1. wir ritten Gott in die Ferne – die Nähe 2. Kolchis-Gedicht… und Vorüber-zu-Dir-und-zu-dir … ins hellhörige Ohr seiner Spätsommer-Dolle 3. Auch deine Wunde, Rosa Luxemburg, Briefe aus dem Gefängnis wiedererlesen, event. auch Ernst Toller, Brief aus dem Gefängnis”.

  399. temperanza il 16 settembre 2006 alle 18:50

    @db

    Parla chiaro allora, uomo! o finirò per chiamarti cripta.

    te l’ho già detto, io arranco con le mie poche forze dietro ai tuoi fuochi d’artificio:–)

  400. Pol Ze Lan il 16 settembre 2006 alle 21:42

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  401. myfly il 16 settembre 2006 alle 21:51

    La polvere si alza,
    nasconde la tua ombra
    e chiude i miei ricordi
    in fondo a questa strada.

    La polvere si alza,
    nasconde queste pietre
    e copre la mia voce
    che non ha più parole.

    P. C.

  402. Saul y Dario il 16 settembre 2006 alle 22:24

    Transitioning from a patriarchal mindset to a solidarity mindset entails a transition from homo economicus to homo solidarius.

    A de nos tornarmos o homo solidarius ou o “homo excluidus”. Há bilhões de pessoas neste planeta que estão excluídas de qualquer possibilidade de vida digna a continuar essa visão de progresso como está posta hoje para a humanidade. Ou nos transformamos no homo solidarius, ou iremos desaparecer da face da terra. Os conflitos que poderão acontecer com as pessoas sentindo-se apartadas é algo praticamente irreversível. A humanidade tem de buscar uma forma de dar respostas para que a terra generosa continue a ser de todos.

  403. temperanza il 16 settembre 2006 alle 22:37

    Ho visto il figlio:–)

  404. db il 16 settembre 2006 alle 23:39

    Solitarius, solidarius (passero, ginestra). I curatori tedeschi delle prose dicono che Solidarius è un termine coniato da Celan dal francese solidaire. In effetti è tardolatino. Solidare significa “pagare”, in quanto i soldati romani erano pagati in Solidi (da cui soldi). Ma Solidare è anche “saldare”, detto di fratture ossee, e più genericamente consolidare ad. es. rem Romanam, in Aurelio Vittore, IV secolo d.c., rinforzare i legami sociali dunque.
    C soggiornò per la prima volta in una clinica psichiatrica fuori Parigi dal 31 dic. ’62 al 17 genn. ’63. Lì vergò su un notes una ventina di appunti tra cui il nostro, dove si propone di rileggere le lettere dal carcere di Rosa L. Nella sua biblioteca aveva in effetti un’edizione del ’32. Quanto a Toller, che si propone di leggere eventualmente, non ha lasciato lettere dal carcere (le sue lettere furono stampate nel ’61).
    Rosa: donna, ebrea, polacca, comunista, trucidata. Ernst: ebreo, polacco, comunista, suicidato. Dall’appunto deduciamo che la poesia dedicata a Rosa, Hinausgekrönt, non l’ha ancora scritta: tra l’altro accenna un verso (auch deine Wunde, anche la tua ferita) che poi scarterà, a differenza degli altri riportati nell’appunto, che stanno in altre poesie (tra l’altro, Hinausgekrönt sarà inserita nella quarta e ultima sezione di Die Niemandsrose, 1963). Rosa scontò 2 anni di carcere ’16-’18, e le sue lettere dal carcere sono tradotte in R. Luxemburg, Lettere 1893-1919, Ed. Riuniti, 1979 – Chissà cos’avrà pensato C a leggere passi così:

    *Proprio ieri ho letto qualcosa sulle cause della diminuzione degli uccelli canori in Germania: sono la crescente coltura razionale delle foreste e dei giardini e l’agricoltura che man mano distruggono tutte le loro condizioni naturali di nidificazione e alimentazione: alberi cavi, terreni incolti, sterpaglia, foglie secche sul terreno dei giardini. Mi ha fatto fanto male, quando l’ho letto. Non è tanto il canto per gli uomini che mi interessa, ma è l’immagine del silenzioso, inarrestabile declino di queste piccole creature che mi addolora fino alle lacrime. Mi richiama alla mente un libro russo del prof. Ziber sul declino dei pellerossa nell’America del nord, che lessi quando ero a Zurigo: anch’essi furono man mano scacciati dal loro territorio dagli uomini civili e condannati a un silenzioso, crudele declino.

  405. gabriella il 17 settembre 2006 alle 01:22

    @ db
    il testicolo su cartapacco viene rispedito al mittente… :-)
    ho ciccato, era il quarto. Indecisa tra i due, buttai lì a caso: chiedo venia.

    Sarà tardo a danzare,
    il mio spavento: non si divide
    non vuole rivali, svia
    con sua collera il cammino.
    E noi, mortalmente come siamo, 490
    musicanti in clamorosa rete
    in gabbia strepitante, una
    tagliola, mentre sogneremmo
    insidie più nobili, onorate. Noi,
    salmodiati dal tempo originale 495
    e bisbigliati dal presente.

    Nanni Cagnone, Il popolo delle cose, 1999

  406. db il 17 settembre 2006 alle 02:12

    Per fortuna c’è la rete, che becca pure i pesci piccoli! No, sono assai perplesso se assumermi la curatela della Badans: il cartapacco è un plagiopacco! Digitando su google “ succhio cazzo” ho trovato
    http://gemmagaetani.splinder.com/?from=153
    dove ho scoperto che Ella scopiazza perfino il titolo: “Culazione al Fiorucci store”. Come la mettiamo? (e che vuol dire il quarto? da destra? da sinistra?)
    Con la stessa rete ho beccato pure un piscione, che dico, una balena, un leviatano! – il capitolo dedicato a Psalm in Bach, Inka / Galle, Helmut: Deutsche Psalmendichtung vom 16. bis zum 20. Jahrhundert. Untersuchungen zur Geschichte einer lyrischen Gattung Quellen und Forschungen zur Sprach- und Kulturgeschichte der germanischen Völker, no. 219. Berlin: Walter de Gruyter, 1989.
    http://www.uni-essen.de/Ev-Theologie/courses/ course-stuff/lit-bach-galle-psalmendichtung09celan.htm
    Bellissimo, risulta decisivo anche per noi, e inviterei Helena e temp a darci una scorsa (e se qualcuno vuole un riassunto, lo faccio volentieri).
    Intanto 2 Heine: un gioiellino giovanile, e la poesia da cui C ha tratto l’esergo per la Canzone di ribaldi e ladri che chiude la sezione prima di Die Niemandsrose, scritta da HH dopo i pogrom del 1819 e dedicata ai cristiani (a prop., ho scoperto lo stilo è l’organo riproduttivo femminile del fiore, il filamento quello maschile)

    Die Rose, die Lilje, die Taube, die Sonne,
    Die liebt ich einst alle in Liebeswonne.
    Ich lieb sie nicht mehr, ich liebe alleine
    Die Kleine, die Feine, die Reine, die Eine;
    Sie selber, aller Liebe Bronne,
    Ist Rose und Lilje und Taube und Sonne.

    Ein Jahrtausend schon und länger
    Dulden wir uns brüderlich;
    Du, du duldest, daß ich atme,
    Daß du rasest, dulde ich.
    Manchmal nur, in dunklen Zeiten,
    Ward dir wunderlich zumut,
    Und die liebefrommen Tätzchen
    Färbtest Du mit meinem Blut.
    Jetzt wird unsre Freundschaft fester,
    Und noch täglich nimmt sie zu;
    Denn ich selbst begann zu rasen,
    Und ich werde fast wie Du!

  407. gabriella il 17 settembre 2006 alle 03:01

    caro db@
    “la mia casa editrice” Edizioni Lazi & Sarai (Lama), s’è bevuta il cervello, off course. Mai ebbi intenzione di plagiare chicchessia… tanto per intenderci. Quindi non mi abbandoni, please.
    Il quarto da sinistra (la creatura nella foto,sangue del suo sangue).
    Mi farebbe piacere avere un riassunto, ché il tedesco è lingua ignota per me e ormai sono immersa nel Salmo come una drogata. :-)

  408. db il 17 settembre 2006 alle 04:40

    Sarà l’ora tarda, ma la Badella… dei 4, quello a destra NON può essere, poiché nella foto sotto suona il basso a 4 corde, e Guido è chitarra a 6! Poi riassumerò per bene se per bene la Badella leggerà i versetti di Giobbe e Salmi che ho riportato oggi in tedesco: è FONDAMENTALE!
    Tornando all’appunto, oltre alla poesia su Rosa L. si accenna al Colchis-Gedicht, alla poesia della Colchide che poi è il Mar Nero, il mare di Mandelstam cui è dedicato l’intero libro. Il titolo della poesia è “E con il libro di Tarussa” (la penultima del libro), e ha ad esergo una frase della Cvetaeva (“In questo cristianissimo tra i mondi / i poeti sono gli ebrei” – penso intenda gli isolati. Marina non era ebrea, il marito sì, guardia bianca prima, poi sicario GPU del figlio di Trozkij). Anche Marina nel gennaio del ’26 aveva intonato il suo piccolo salmo:

    Lode, fai piano!
    Non sbattere le porte –
    gloria!
    Angolo
    del tavolo – e gomito.

    Scompiglio – basta!
    Cuore – tranquillo!
    Gomito e fronte.
    Gomito e – testa.

    Giovani – amare.
    Vecchi – scaldarsi.
    E non c’è tempo – d’essere,
    né dove cacciarsi.

    Anche una tana, ma –
    da sola! Gocce
    dai rubinetti,
    strepito di sedie,

    bocche che parlano
    con la minestra
    in bocca: “Grazie
    per i bei versi”.

    Dei miei vicini
    remoti, nessuno
    indovina – che pena
    per la mia testa!

    Orchestra di vandali!
    Fortezza o steppa –
    il paradiso è dove
    non parlano!

    Il bottegaio – soldi.
    Il dongiovanni – prede.
    A Dio io chiedo
    una stanza – qualunque –

    un buco – da sola! –
    un posto – per me! –
    quattro pareti per
    il silenzio.

  409. Cato il 17 settembre 2006 alle 10:04

    @ db

    Manca solo un tassello importante alla tua ricostruzione: la “mandorla”. E’ lì la chiave di volta: la sua presenza oscura da “Papavero e memoria” alla “Rosa di nessuno”. Pensaci.

  410. db il 17 settembre 2006 alle 11:34

    quando Cato è in gran spolvero e attacca/accatta con “Praeterea censeo…”, posso rispondere solo con un “Obbedisco!. Intanto però aggiungiamo un tassellino di H. Hesse, la prima strofa della poesiola
    DIE PURPURROSE (di che anno sarà?)

    Ich hatte dir ein Lied gespielt.
    Du schwiegest. Deine Rechte hielt
    Mit lassen Fingern eine große,
    Blutrote, reife Purpurrose.

    E’ l’amata che regge una rosa, la quale nell’ultima strofa sfiorirà. E’ interessante la progressione del quarto verso:

    rossosangue, matura rosa purpurea

    Si diceva che Psalm di C è un faticoso/miracoloso passare dall’inerzia morta della polvere alla vita: vegetale, con gli organi riproduttivi dei fiori, e animale col riferimento implicito al mollusco da cui i fenici cavavano la porpora. Ma c’è di più. Una specie particolare di anemone marino, l’actinia equina, che vive nel mediterraneo e nell’atlantico orientale, fuori e dentro l’acqua nutrendosi di detriti e si riproduce sia per scissione che sessualmente, noi lo chiamiamo “pomodoro di mare”, ma i tedeschi Purpurrose. Il passaggio alla vita animale avviene dunque via mollusco e attinia.
    Il capitolo su Psalm di cui ho dato il link si muove sulla scorta di un’indicazione di Blanchot riguardante la lettura della bibbia: figura contro simbolo. Così, in una rapida rassegna delle interpretazioni, gli autori le raggruppano in simboliche e blasfeme. Le prime si perdono nel vago in(de)finito, le altre vedono solo un pezzo di realtà (ma un pezzo serve, ché pezzo su pezzo si può costruire, mentre un castello in aria, per quanto bello…). Ma il capitolo è prezioso soprattutto per gli elementi specifici che ricava dall’analisi di Psalm. Di questi, casomai dopo.

  411. RMR il 17 settembre 2006 alle 13:40

    Tirai su una casina con 10 finestre poco prima di morire (leucemia), in terra/lingua “straniera”:

    II

    Tu me proposes, fenêtre étrange, d’attendre ;
    déjà presque bouge ton rideau beige.
    Devrais-je, ô fenêtre, à ton invite me rendre ?
    Ou me défendre, fenêtre ? Qui attendrais-je ?

    Ne suis-je intact, avec cette vie qui écoute,
    avec ce coeur tout plein que la perte complète ?
    Avec cette route qui passe devant, et le doute
    que tu puisses donner ce trop dont le rêve m’arrête ?

    IX

    Sanglot, sanglot, pur sanglot !
    Fenêtre, où nul ne s’appuie !
    Inconsolable enclos,
    plein de ma pluie !

    C’est le trop tard, le trop tôt
    qui de tes formes décident :
    tu les habilles, rideau,
    robe du vide !

  412. CB il 17 settembre 2006 alle 13:46

    Anch’io, immodestamente, fui guardone:

    Celui qui regarde du dehors à travers une fenêtre ouverte, ne voit jamais autant de choses que celui qui regarde une fenêtre fermée. Il n’est pas d’objet plus profond, plus mystérieux, plus fécond, plus ténébreux, plus éblouissant qu’une fenêtre éclairée d’une chandelle. Ce qu’on peut voir au soleil est toujours moins intéressant que ce qui se passe derrière une vitre. Dans ce trou noir ou lumineux vit la vit, rêve la vie, souffre la vie.
    Par delà des vagues de toits, j’aperçois une femme mûre, ridée déjà, pauvre, toujours penchée sur quelque chose, et qui ne sort jamais. Avec son visage, avec son vêtement, avec presque rien, j’ai refait l’histoire de cette femme, ou plutôt sa légende, et quelquefois je me la raconte à moi-même en pleurant.
    Si c’eût été un pauvre vieux homme, j’aurais refait la sienne tout aussi aisément.
    Et je me couche, fier d’avoir vécu et souffert dans d’autres que moi-même.
    Peut-être me direz-vous: «Es-tu sûr que cette légende soit la vraie?» Qu’importe ce que peut être la réalité placée hors de moi, si elle m’a aidé à vivre, à sentir que je suis et ce que suis?

  413. Cato il 17 settembre 2006 alle 17:34

    “Salmo” è il titolo della lirica e nella posizione del salmista si pone il poeta. Che si tratti di un dialogo con Dio o comunque con un Ente superiore ce lo dice dapprima il titolo poi la seconda strofa, ma l’apertura della lirica si richiama solo a un “nessuno”: “Nessuno ci impasta più con terra e argilla, / nessuno evoca la nostra polvere. / Nessuno”. La voce del salmista si innalza in un lamento, o semplice constatazione, sulla impossibilità del ripetersi della creazione di Adamo, unico essere partorito non da carne umana, ma appunto da terra impastata ed evocata, per diretto intervento divino, alla luce. Ma alla voce di chi dà corpo il canto del salmista? P.P.Schwarz suggerisce che tale lamento sia da intendersi come il pianto di tutti i morti ebrei ai quali nessuno restituisce l’esistenza terrena che fu loro tolta. Essi non possono così riconoscersi se non nell’immagine del “Niente” e della “Rosa di nessuno”. In sostanza assisteremmo nella lirica a uno slittamento dal piano biblico tradizionale, così che alla voce del salmista si è sostituita direttamente la voce dei morti, “aus del Klage um die Toten eine Klage, die die Toten selbst führen” (1). Non abbiamo nessuna difficoltà ad accettare tale interpretazione a patto che si tenga presente come il regno dei morti sconfini e si confonda, in Celan, con quello dei vivi. L’impossibilità del ripetersi della creazione per i morti implica e sottende la difficoltà della speranza, e tanto più di una speranza salvifica, per i vivi. La tensione della lirica scaturisce proprio dalla compresenza della comunità umana nelle parole del “Salmo”.

    E ciò appare ancora più significativo quando, nella seconda strofa, vediamo che quel “nessuno” poc’anzi apostrofato ha preso il posto di Dio e a lui ci si rivolge con la formula tradizionale di lode: “Gelobt seist du, Niemand” – dove “Nessuno” viene scritto con l’iniziale maiuscola a mostrare che non si tratta di un pronome ma di un “nome”. Il processo di individualizzazione e di paradossale affermazione della negazione, processo che avevamo intravisto al suo nascere in “Zähle die Mandel” (2) e che già nella lirica di apertura di “Niemandsrose” si mostrava in una fase di ulteriore sviluppo nella progressione “O einer, o keiner, o niemand, o du” (3), sembra ora totalmente compiuto. A Dio si è sostituito “Nessuno”, ma questo “Nessuno” è anche “qualcuno” capace di ripetere l’atto creativo, dunque di impastare l’uomo con terra e argilla. Al suo cospetto la comunità dei morti e dei viventi si riconosce nel “Niente”, nel fiore malato del ghetto i cui petali grondano sangue umano e divino: “Noi siamo / fummo, / e resteremo sempre / un Nulla che fiorisce: / la rosa di Nessuno”.

    A rafforzare tale simbologia – ove la rosa, che nella sua composizione di petali e di spine rimanda ad una sorta di simbiosi divino-demoniaca e funge da elemento catalizzatore di due diversi ordini di riflessioni – concorre il richiamo dell’ultima strofa al rovo e alla corona (quella di Cristo?) intrecciata appunto di spine. Dicevamo di due ordini di riflessioni; è chiaro che la tematica della lirica si presta almeno a due diverse possibili interpretazioni, non tanto diverse comunque da apparire irriducibili. Che i motivi di “Psalm” si muovano nello stesso campo di immagini e di pensiero in cui abbiamo situato “Mandorla” (4) è fuori dubbio. Anche qui si tratta, in altre parole, di decidere se il “Nessuno” di cui parla la lirica sia da assumersi una volta per tutte come localizzazione paradossale ed univoca di Dio, nella fattispecie un dio di derivazione cabalistica, sottoposto quindi alla dimensione non limitativa, ma connaturata, del “Nulla”, o seppure “Nessuno”, incontro al quale l’uomo vuole fiorire (ma anche quell’ “entgegen” nel testo tedesco non è esente dall’idea del confronto e del contrasto), non sia essenzialmente una negazione, eco del “tuo Dio”, come Celan ha detto a Nelly Sachs, e non più del suo.

    Da: Mario Specchio, Paul Celan – L’incantesimo dell’assurdo, Siena, 1986

    Continua…

  414. db il 17 settembre 2006 alle 19:04

    MANDORLA

    In der Mandel – was steht in der Mandel?
    Das Nichts.
    Es steht das Nichts in der Mandel.
    Da steht es und steht.

    Im Nichts – wer steht da? Der König.
    Da steht der König, der König.
    Da steht er und steht.

    Judenlocke, wirst nicht grau.

    Und dein Aug – wohin steht dein Auge?
    Dein Aug steht der Mandel entgegen.
    Dein Aug, dem Nichts stehts entgegen.
    Es steht zum König.
    So steht es und steht.

    Menschenlocke, wirst nicht grau.
    Leere Mandel, königsblau.

    MANDORLA

    Nella mandorla – cosa sta nella mandorla?
    Il nulla.
    Nella mandorla sta il nulla.
    Lì sta e sta.

    Nel nulla – chi sta? Il re.
    Lì sta il re, il re.
    Lì sta e sta.

    Ricciolo ebreo, non diventare grigio.

    E il tuo occhio – per dove sta il tuo occhio?
    Il tuo occhio sta davanti al nulla.
    Sta verso il re.
    Così sta e sta.

    Ricciolo d’uomo, non diventare grigio.
    Mandola vuota, blu regale.

    Quando il lettore tedesco legge MANDORLA in italiano nel titolo, è già in allerta: può dubitare che sia un vezzo dell’autore, ma viene orientato già subito verso il giusto – è il titolo di un quadro, poiché in storia dell’arte (per i crucchi compresi) mandorla è il nome per designare la mandula che racchiude a mo’ di cornice le figure sacre (Cristo e Maria innanzitutto, a significare l’aura/gloriola) dall’epoca bizantina al 300 italiano (dove prende nome, e diviene comunissima nelle miniature e nei capolettera dei libri). Occhi a mandorla ebrei, Mandel/Mandelstam ecc., sono tutti significati ultrasecondari rispetto a questo, che invece spiega/illumina tutto il testo (che sta nella II sezione, quasi a legare Psalm a Hinausgekrönt).

    http://www.polomuseale.firenze.it/ arteafirenzealtempodidante/miniatura.asp?c=31

  415. db il 17 settembre 2006 alle 19:15

    scusate il refuso da campagnolo: Mandorla, non Mandola come diciamo noi (per noi la mandola è anche l’organo femminile, e anche la bustarella).

    *A Dio si è sostituito “Nessuno”, ma questo “Nessuno” è anche “qualcuno” capace di ripetere l’atto creativo, dunque di impastare l’uomo con terra e argilla.* : dove l’ha trovato questo, Specchio? in un’allodola?

    l’esperienza profana, ma negli stessi termini, l’avevano già provata Baudelaire e Rilke con la finestra vuota. Tra l’altro, questa Mandorla mi sembra la più rilkiana delle poesie di C, per il nitore formale e la simmetria. E come Psalm si costruiva a rosa, cosi questa s’incornicia a mandorla (riassumendo splendidamente la storia dell’icona, dai bizantini a Malevic).

  416. Cato il 17 settembre 2006 alle 19:36

    Vedo con piacere che la legna che ho buttato sul fuoco comincia ad alzare la temperatura, visto che anche le allodole si sono levate in volo… Ma anche le allodole, per cantare, hanno bisogno di non essere estrapolate dal loro cielo: se no, quando si trovano davanti alla mandola, rischiano di mancare la “impennata” decisiva. Mon bijou d’un bidi(bodi)bou…

  417. gabriella il 17 settembre 2006 alle 20:05

    La Mandorla è un motivo, di tipo ornamentale, molto usato nel Medioevo, in particolare nell’Alto Medioevo. È quella figura a forma di mandorla, appunto, che nasce dalla sovrapposizione di due cerchi uguali in cui la circonferenza dell’uno passa nel centro dell’altro, e rappresenta la incredibile intersezione tra il mondo terreno e quello celeste, il punto d’incontro tra due mondi. La mandorla mistica è il simbolo del luogo, dello spazio, in cui si immagina avvenga l’unione con il divino.
    È uno dei temi della geometria sacra, secondo cui tutto l’universo sarebbe ordinato secondo dei precisi rapporti geometrico-matematici. È detta anche “vescica piscis” perché ricorda la vescica natatoria dei pesci sia per la forma sia, immagino, perché in essa vi è in qualche modo un’intersecazione tra l’elemento aria e l’elemento acqua, tra due piani della realtà contigui, ma separati.

  418. gabriella il 17 settembre 2006 alle 20:12

    La mandorla

    Una delle figure più importanti della geometria sacra è la vescica piscis, conosciuta anche come mandorla. Essa si ottiene intersecando due cerchi.
    La mandorla simboleggia il “punto” nel quale forze o mondi, chiaramente separati, si dividono e al tempo stesso si incontrano.
    I cerchi sono emblemi di spirito e materia, di cielo e terra, di antico e nuovo.
    La mandorla è la figura che nell’iconografia medievale circonda spesso il Cristo o la Vergine Maria. Essa appare come l’aureola di luce che ne rivela la divinità ed è frequentemente utilizzata anche nella pittura rinascimentale.

  419. gabriella il 17 settembre 2006 alle 20:22

    Nella mandorla sta il nulla e cosa può cogliere l’occhio? L’occhio davanti al nulla può cogliere solo il colore. Il blu, luce divina.

  420. db il 17 settembre 2006 alle 22:01

    contemplo estatico l’inalberamento mistico di Ella, e provo a fermarla, prima che diventi Santella, e ci abbandoni in questa valle di lacrimecristi.
    Traduco quindi il suo rapimento così: tanto fumo (a-ureola, a proposito di vescica piscis) e niente arrosto. Il fumo è ciò di cui (a essere fortunati) viviamo, è il fumo del nostro poetare, il flatus della nostra vocis. A girarla in filosofia, è il momento fenomenologico-husserliano per eccellenza: la Sache (torte) è nell’Ur-forno, invisibile come il personaggio presunto dietro alla finestra di Rilke/Baudelaire, e noi… siamo lì con l’acquolininbocca = intenzionalità.
    Notare poi, ma Santa Mantra l’avrà già notato, l’andamento cantilenante della poesia, come un’eiaculatoria (che Bevilacqua incricca). La mandola è vuota di re, ma è colorata (come il fumo, che è grigio e non diafano). Ma avete cliccato sul link di Firenze? (la cantilena dà senso di fatica, meno liturgico: il graben graben della prima poesia di Die Niemands Rose e il weben weben weben di Heine).
    Quindi tutto si svolge tra un occhio e un quadro (mi ricorda qualcosa…), e le due strofe, sull’omologia nulla/re, fanno stropicciare gli occhi (sogno o son desto? ma c’è o non c’è la figura?).
    a parte obiecti, il rebus è irrisolvibile. perciò C si sposta a parte subiecti, e lì sottolinea l’intenzionalità: wohin steht dein Auge? – che è un controsenso: verbo di stato, avverbio di moto (perciò ho tradotto: per dove, come si dice: ho guardato per di qua). e poi: entgegen e zu.
    La ripetizione riguarda anche il ricciolo, e come ogni vera ripetizione, arricchisce di senso. Il ricciolo parte ebreo, ma si fa universale umano. Ma che frase è? Bevilacqua e Hamburger traducono con un indicativo (presente o futuro poco cambia). Ci ho pensato su, ma Nietzsche è troppo potente: Wirst was du bist! = divieni ciò che sei!. E quindi il poeta, che si rivolge al tu riccioluto/guardante, qui raggiunge il tono lirico della com-passione solidaria: resisti, non ingrigirti, continua a guardare! (NB locken = attirare, ma anche ricalcitrare – a prop. di per e contro!)
    Sicché ci è rimasto il blu regale (come il sangue blu). Ma quando sento “RE”, penso subito a un passaggio eccezionale del discorso Il meridiiano di C (contemporaneo a Psalm), quando commenta in Büchner il grido della disperata: “W il re!”. Ve lo ricordate? (io non ce l’ho a casa).

    PS quando mi si sgonfia un pneumatico, non so com’è, ma giunge subito il Pneumacato!

  421. Pneumacato il 17 settembre 2006 alle 22:31

    @ db

    Da: Paul Celan, La verità della poesia, versione italiana a cura di G. Bevilacqua, Torino, Einaudi, 1993

    Il suo “Viva il Re” non è più parola, è un pauroso ammutolire, qualcosa che toglie a lui – e anche a noi – il respiro e la capacità di parlare. Poesia: ciò può significare una svolta del respiro. Chi può saperlo? La poesia percorre forse il cammino – anche il cammino dell’Arte -proprio in vista di una simile svolta? Forse – poiché l’estraneità, ovvero l’abisso “e” il volto di Medusa, l’abisso “e” gli automi, tutto sembra allinearsi nella stessa direzione, – forse le riesce di distinguere tra estraneità ed estraneità, forse proprio qui il volto di Medusa si atrofizza, forse fanno cilecca gli automi, proprio qui – per questo incomparabile breve istante? Forse qui con l’io – con questo io affrancatosi “qui” e in “tale modo” – forse qui si libera ancora qualcos’altro?
    Forse è a partire da questo punto che il poema è se stesso…e ora può percorrere, in questo modo anartistico ed emancipato dall’Arte, le proprie altre strade, dunque anche le strade dell’Arte – percorrerle più e più volte ancora? Forse.

    n.b.

    Le virgolette le ho usate io per sostituire il corsivo del testo.

  422. Pneumacato il 17 settembre 2006 alle 22:43

    @ db

    Non ho mai postato la mia traduzione di “Psalm”, perché fermamente convinto che, con questo testo, “ci troviamo nell’area del misticismo ebraico e del rispettivo nihilismo”. Amen.

    p.s.

    Io fummo, sono
    e resteremo sempre
    un Nulla che fiorisce:
    un Nulla in forma di rosa,
    la rosa di Nessuno.

  423. gabriella il 17 settembre 2006 alle 23:42

    Sarà il residuo della mia visita estiva a Camaldoli o la visione di Arca russa di ieri sera che mi porta nei vicoli mistici; sono andata al link di Firenze ma non capisco dove proseguire o mio criptico amico…
    e cmq al di là di ogni traduzione poi rimane l’interpretazione che ognuno dà con il proprio sentire, o no? perché blu e non altro colore?

    @ cato: :-)

    Io fummo, sono
    e resteremo sempre
    un Nulla che fiorisce:
    un Nulla in forma di rosa,
    la rosa di Nessuno.

  424. Pneumacato il 18 settembre 2006 alle 00:15

    Scusi Gabriella, ma nella fretta ho digitato male una parola: adesso rettifico, sperando vorrà ancora condividere il tutto.

    Io fummo, siamo
    e resteremo sempre
    un Nulla che fiorisce:
    un Nulla in forma di rosa,
    la rosa di Nessuno.

    p.s.

    Ma lo sa che Gabriella è proprio un bel nome?

  425. db il 18 settembre 2006 alle 00:38

    mi dispiace rompere l’idillio, amica Plata sed magis amicus Veritos, la traduzione ha i suoi obblighi morali, e insisto, la scrofa va tradotta così (anche le sfumature contano, anche perché qui, tra niente e nessuno, c’è poco altro e quindi)

    Io fummo, siamo
    e resteremo sempre
    un Nulla che fiorisce:
    un Nulla in forma di rosa,
    la rosa di Nessuno.

    fino a prova contraria, ovviamente. detto questo, ho un regalino per Ella: mescoli ad arte una mandorla sbucciata con una terzina di dante, digiti su google

    mandorla arte dante

    e schiacci pure il primo che trova: buona degustazione (e ne dia un po’ anche a Cato!). Come si debba sentire/interpretare un colore, non è affar di traduttore: il quale deve badare solo a tradurre blau con blu, e non magari con celeste, cinerino o che altro.
    Adesso che ho fatto le carte, comincerei un altro giro di briscola calando un carico…

  426. gabriella il 18 settembre 2006 alle 00:47

    Bien sur!
    Scusi pneumacato, manca l’accento circonflesso sulla u ma la tastiera ignora il francese…
    grazie, anche il suo non è male, di nome. Mi ricorda il triplice pneumotorace che mi afflisse anni fa: mi è, come dire, famigliare. :-)

  427. Cato il 18 settembre 2006 alle 01:27

    “Pneumacato e Motodibì”: uno dei cartoon preferiti dai miei figli.

    (Speriamo che ciò li porti, da grandi, a fare i meccanici o gli idraulici)

  428. db il 18 settembre 2006 alle 03:45

    HINAUSGEKRÖNT

    Sbattuto fuori nella notte stellata, il povero tessitore C lavora, lavora non meno dei compagni della Slesia (weben e flechten sono sinonimi) … ich flocht, ich zerflocht, ich flechte, zerflechte. Ich flechte. Ma per chi lavora? Per il cielo, parrebbe: “Baratro blu, in te ordisco l’oro”, e C si ritrova ora gemello del pittore d’icone – non dell’asceta, ma del maudit (un misto di artista e di lumpen, di Slesia e di Russia): “Anche con quello che lasciai da puttane e bagasce io vengo e vengo. Da te, amata”. Dunque il tu è una donna, una donna-cielo e quasi angelicata, cui l’artista porta 2 tipi di oro, il puro e l’impuro, e 2 tipi di parole: “Anche con imprecazioni e preci”, bestemmie e preghiere, quelle del salmo. Ma non è un assortimento, perché le mazze che sibilavano su di lui (le mazzate subìte), le converte in un mazzo fallico, un covone di parole. Perché viene da lei “Con nomi imbevuti di ogni esilio” (le mazzate, e compare, in metafora, il liquido/bere), “Con nomi e semi” (vivi dunque, e pronti a germogliare proprio grazie al liquido dell’esilio), “con nomi immersi in tutti i calici che stanno colmi del tuo sangue regale, essere umano” – l’amata ora perde l’esclusiva ma non l’amore, diviene persona, rappresentante dell’umanità tutta (come il ricciolo ebreo), e non in metafora, poiché c’è sangue, sangue regale. Anche lei dunque è in qualche modo sdoppiata, in sangue di sofferenza e in maestà trionfante. Qui è fortissimo il richiamo a Matteo 27, 28-30, Gesù ricoperto di un manto porpora, la corona di spine, il sangue che cola, la beffa del Salve, re dei giudei! – ma regalità è anche vincolo societario, legame che toglie l’isolamento (solitarius-solidarius / la porpora del Senato romano, garante della res publica). E C ripete: con nomi immersi “in tutti i calici della gran Rosa del ghetto donde ci guardi, immortale per così tante morti avute sulle vie del mattino” – l’amata dunque è la Luxemburg che ha ceduto il nome proprio al ghetto, immortale per paradosso estremo (dove il mattino poi altro non è che il sol dell’avvenir). Poi una parentesi per riprender fiato, il ricordo al plurale di canti rivoluzionari polacchi frammisti al Petrarca tanto amato da Mandelstam – quasi quanto Dante, che come unico libro portò nel gulag (quanto 300 di colori e di stilnovo in questo testo!). E infine l’alba, dove però, quasi in un impeto di umanesimo copernicano, a levarsi non è il sole: “E sorge su una terra, la nostra, questa. E non mandiamo nessuno dei nostri giù da te, Babel”.

  429. Carlo M. il 18 settembre 2006 alle 09:34

    Wacht auf, Verdammte dieser Erde,
    die stets man noch zum Hungern zwingt!
    Das Recht wie Glut im Kraterherde
    nun mit Macht zum Durchbruch dringt.
    Reinen Tisch macht mit den Bedrängern!
    Heer der Sklaven, wache auf!
    Ein Nichts zu sein, tragt es nicht länger
    Alles zu werden, strömt zuhauf!

    Es rettet uns kein höh’res Wesen,
    kein Gott, kein Kaiser, noch Tribun
    Uns aus dem Elend zu erlösen
    können wir nur selber tun!
    Leeres Wort: des Armen Rechte,
    Leeres Wort: des Reichen Pflicht!
    Unmündig nennt man uns und Knechte,
    duldet die Schmach nun länger nicht!

    In Stadt und Land, ihr Arbeitsleute,
    wir sind die stärkste der Partei’n
    Die Müßiggänger schiebt beiseite!
    Diese Welt muss unser sein;
    Unser Blut sei nicht mehr der Raben
    und der mächt’gen Geier Fraß!
    Erst wenn wir sie vertrieben haben
    dann scheint die Sonn’ ohn’ Unterlass!

    Debout les damnés de la terre
    Debout les forçats de la faim
    La raison tonne en son cratère
    C’est l’éruption de la fin
    Du passe faisons table rase
    Foules, esclaves, debout, debout
    Le monde va changer de base
    Nous ne sommes rien, soyons tout!

    Il n’est pas de sauveurs suprêmes
    Ni Dieu, ni César, ni tribun
    Producteurs, sauvons-nous nous-mêmes
    Décrétons le salut commun
    Pour que le voleur rende gorge
    Pour tirer l’esprit du cachot
    Soufflons nous-mêmes notre forge
    Battons le fer quand il est chaud!

    Ouvriers, paysans, nous sommes
    Le grand parti des travailleurs;
    La terre n’appartient qu’aux hommes,
    L’oisif ira loger ailleurs.
    Combien de nos chairs se repaissent!
    Si les corbeaux, si les vautours,
    Un de ces matins, disparaissent…
    Le terre tournera toujours!

    (BONUS

    Qu’enfin le passe s’engloutisse!
    Qu’un genre humain transfigure
    Sous le ciel clair de la justice
    Murisse avec l’epi dore!
    Ne crains plus les nids de chenilles
    Qui gataient l’arbre et ses produits.
    Travail etends sur nos familles
    Tes rameaux tout rouges de fruits.)

  430. temperanza il 18 settembre 2006 alle 11:14

    Questo è il db che preferisco.

  431. gabriella il 18 settembre 2006 alle 11:26

    Beh, quando scrive così non si può che leggere e tacere per un po’ (parlo per me, beninteso)… :-)

  432. db il 18 settembre 2006 alle 13:32

    @gabella: io che ho fatto le carte, t’ho chiamata vincènte… mo’ un altro giro (c’è anche temp, e quindi torniamo alla briscola a 4).

    1 – il weben weben weben dei tessitori senza speranza di Heine rimanda al topos di Sisifo. il flechten zerflechten flechten invece al topos di Penelope, colei che nel dolore mantiene la speranza (aveva ragione Socrate, che l’amore è figlio della mancanza e dell’espediente: Ulisse tornerà dall’esilio, se lei intanto farà il trucchetto). In qualche modo Hinausgekrönt è al femminile sin dall’inizio.
    2 – l’oro viene purificato del meretricio, e le mazze di dolore fuse in un’unica (mazze ferrate dunque, non clave che son di legno!: siamo nel 300, mica all’età della pietra). Il miracolo della vita di Psalm diventa qui alchimia della fusione. E qui vien buona l’Internazionale, composta da un comunardo vallone, cantata in francese alla fine dell’800 e tradotta in tedesco nel 1910 (prima, i comunisti tedeschi si arrangiavano con gli slesiani di Heine): Pour tirer l’esprit du cachot, Soufflons nous-mêmes notre forge, Battons le fer quand il est chaud! (immagine bellissima, spirito-soffio, preparata dall’ouverture: La raison tonne en son cratère C’est l’éruption de la fin – il dio Vulcano, il metallurgico FIAT).
    3) e Die Internationale, così celaniana nella pars denstruens: Ein Nichts zu sein … Es rettet uns kein höh’res Wesen, kein Gott, kein Kaiser, noch Tribun (e ovviamente la construens, che è anche di questo C: Alles zu werden, strömt zuhauf! … Uns aus dem Elend zu erlösen können wir nur selber tun! – e cfr. la burinata di Heidi post-nazi: Solo un dio ci può salvare!)
    4) nomi-semi (seme-sema) imbevuti di esilio, ellittico per: delle lacrime dell’esilio, che fanno il paio col sangue dell’amata (di che lacrime grondi e di che sangue la pratica del potere)
    5) infine sorge su eine Erde: non die Erde, perché di terre ce n’è 2: quella astronomica/geologica, e quella di cui siamo fatti noi, diese, die unsere (oh Psalm! NB heraufsteigen scrive C, leggermente diverso da auferstehen/resuscitare, quel tanto che basta per rievocare la figura del Cristo re e per distanziarsene data la terrestrità tutta mondana del sorgere)
    6) dopo Rosa e Mandelstam, Babel: 3 comunisti ammazzati. Cosa intenderà C col verso finale? Aperto il dibattito!

  433. temperanza il 18 settembre 2006 alle 17:15

    !!!
    passo e resto in attesa.

  434. db il 18 settembre 2006 alle 21:07

    Ci siamo molto affaticati, anche ieri, sulla terza strofa:

    Ein Nichts
    waren wir, sind wir, werden
    wir bleiben, blühend:
    die Nichts-, die
    Niemandsrose.

    Avevo segnalato il link di Helmut & Inka come prezioso: a vari livelli, non ultimo quello formale. I 2 imputano lo stacco di riga tra werden e wir (superenjamblement) a uno scopo ben preciso: fino a werden compreso è negatività assoluta, poi si scala e si staglia

    wir bleiben, blühend

    che fa scoppiare la positività, perché da solo fa: noi restiamo blühend. Che l’intepretazione non sia forzata, lo dimostra l’allitterazione delle 3 bi, che lega indissolubilmente il verso e lo fa stare a sé. Qualcosa avevo intuito lasciando sul baratro la e, ma qualcosa ora miglioro traducendo

    Un niente
    eravamo, siamo e
    resteremo, in fiore:

    invece di “fiorendo”, ché così il verso a sé farà: resteremo in fiore.
    Lo stesso discorso Helmutinka fa sul “Nichts-, die” a precipizio. E quindi miglioro la mia con

    la rosa di
    niente, di nessuno.

    anzi, quasi quasi in italiano viene meglio, perché la rosa si attacca a “in fiore” specificandolo, e poi precipita nel nulla-nessuno che ritorna in circolo sull'”ein Nichts” di inizio-strofa.

  435. temperanza il 18 settembre 2006 alle 21:37

    Ciao db,
    ti saluto qui che è più appartato.
    Per raggiungere la media di 1 commento alla settimana nel corso dell’anno devo sfilarmi per un po’, ma continuerò a leggerti.

    acqua acqua:–))

  436. Cato il 18 settembre 2006 alle 21:58

    Quest’ultima versione mi piace. Decisamente. Ma solo se mi accetti “evoca” per “bespricht”.

    Ormai siamo allo scambio delle figurine e io mi sento particolarmente buono: infatti, non ti posto nemmeno il seguito dell’intervento di Specchio, evitandoti altre incazzature.

    Niemandszwieback.

  437. Cato il 18 settembre 2006 alle 22:00

    Quest’ultima versione mi piace. Decisamente. Ma solo se mi accetti “evoca” per “bespricht”.

    Ormai siamo allo scambio delle figurine e io mi sento particolarmente buono: infatti, non ti posto nemmeno il seguito dell’intervento di Specchio, evitandoti altre incazzature.

    Niemandszwieback.

    @ Temp

    Temperanza Contini???

  438. Cato il 18 settembre 2006 alle 22:04

    Mi piacerebbe sapere da Helena se si aspettava quattrocentoquaranta commenti quando ha postato il Salmo. C’è ancora?

  439. temperanza il 18 settembre 2006 alle 22:47

    Un saluto anche a te cato.

    Cambierò IP e anche nick, vedremo se mi sgamate.

    Acqua acqua:–))

  440. ness1 il 19 settembre 2006 alle 00:28

    Solo per dire (prima d’andar a nanna) che Corona si chiama anche la cima dell’Albero Cosmico-umano della Quabballà/alchimia ebraica: non dico ce l’avesse in mente lì per lì, però Celan lo fa saltar fuori lo stesso nel Psalm.

  441. Annibale Letterio il 19 settembre 2006 alle 13:46

    Ho letto tutto.

    Peccato essere arrivato a giochi già fatti.

    I miei complimenti.

  442. Miku il 19 settembre 2006 alle 14:49

    Mandelstumm…

  443. helena il 19 settembre 2006 alle 21:18

    Kwesto mio è Kommento nummer kwattrocentokwarantakwattro?!?! Scusate, passo da qui da un bel po’, presa da -tra gli altri- “impegni famigliari”. E nun ce posso crede’! Me gira la testa!!!! (se vi aspettavate commenti di più alto profilo, mi spiace…)

  444. Cato il 19 settembre 2006 alle 21:34

    Cara Temp, ho scoperto la tua identità. E la rivelo:

    TEMPERANZA BERARDINELLI!!!!!!

    ;)

  445. Cato il 19 settembre 2006 alle 21:38

    @ Helena

    St lggnd Lzn d tnbr.

    Grz.

    n brcc.

    L fr’ lggr nch m stdnt.

  446. Cato il 19 settembre 2006 alle 21:40

    @ Tmprnz

    Scsm, m nn h rsstt ll tntzn d rvlr l mnd l t vr dntt.

    Ptr m prdnrm?

  447. ness1 il 19 settembre 2006 alle 21:50

    Oggi ho incrociato mio padre di ritorno dalle ferie, e gli faccio a mo’ di saluto mezzo tra il serio e il faceto: “Gelobt seist du, niemand!” – e così insomma ci mettiamo a parlar del Gargano e di Celan e a un certo punto mi vien fuori con ‘sta cosa che m’ha sconvolto: gelobt è il passato di leben ovvero di amare; e quindi è: amato. Sii tu amato, nessuno. Questo dice (anzi scrive) in realtà Celan? (Io gli ho anche chiesto tipo 4-5 volte se era proprio sicuro, a mio padre che il detesco lo mastica anche se non proprio a livelli poetici, e lui sì sì è proprio così: amare e amato, leben e gelobt). Dico, minkia. Amato sii tu, nessuno. Sii tu amato, nessuno. E poi quel far piacere, per amore, per compiacere – fiorire, sempre. Capite? Sii amato, abbi tu amore, il nostro, il mio amore – nessuno. E’ un olocausto. Sentite? E’ un sacrificarsi all’assenza di senso, un durare malgrado tutto. Amando questo vuoto. Abbi amore, concedimi di amarti, permetti che ti ami ancora benché tu sia nessuno, niente, dolore, insensatezza, morte, sterminio e annientamento. Che io e chiunque ti ami. E’ una preghiera. Per questo è un salmo. Non c’è beffa. Assolutamente. Sentite la voce di Celan che dice il terzo Niemand. Pronuncia con la stessa identica intonazione anche poi sangen. Una disperazione in canto. Un vuoto che pure si dà in fiore-parola sangue-assenza. Sii tu amato, nessuno. Tu trascurato dio del mondo, abbi amore da noi. Uomo crocifisso alla tua miseria, noi continuiamo ad amarti. Uomo-dio annientanto: io ti amo. E la forma di questo amore è sangue e parola. Preghiera al nulla. E’ canto. Disperazione. Slancio. Fiorire. Poesia. (Una buona poesia è come una vera stretta di mano, diceva Celan: forse è come un abbraccio, un amplesso, un gesto che prende e accoglie e dà.) Gelobt seist du, nimand. Magari mio padre si sbaglia. Però questo è bello.

  448. gabriella il 19 settembre 2006 alle 21:52

    @ Cato, sei impazzito che perdi le vocali? T pc l lbr d Hln?

  449. db il 19 settembre 2006 alle 22:47

    Il post-Garufi di Damico assona col primo verso di Psalm. Nel senso che Celan impiega i termini esatti della bibbia fuorché il verbo (così anche nel secondo verso). La bibbia ha machen o schaffen, C kneten (aus) = plasmare l’impasto. Ciò fa vedere un dio artista, pone cioè subito l’accento sul fare artistico, quel poièin che poi sarà l’oggetto agito di Psalm stesso, ossia la rosa-poesia.

    Correre fa bene alla salute, ma solo a quella fisica. Questo thread non sta per chiudere, va verso la sua fine, che è cioè sua, iuxta sua principia. La situazione al momento attuale mi sembra questa.
    1- Helena Battista ha annunciato-aperto all’avvento di Celan Re, nella mandorla vuota del post
    2-. Celan Re è apparso e non apparso in trinità di traduzione, involandosi nel cielo del dubbio.
    3- gli apostoli hanno orato e laborato aspettando che ritorni, giorni e giorni.
    4- si fa vicino il giorno della pentecoste, quando scenderanno lingue di fuoco su di loro, che parleranno in tongues, in lingue differenti ma vicendevolmente comprensibili.

    Hinausgekrönt, escludendo il distico iniziale che fa da titolo, consta di 6 strofe:
    nella prima l’io poetante è solo
    nella seconda si avvicina all’amata
    nella terza raggiunge l’erezione. Le mazze infatti si fondono, phallisch gebündelt zu dir = strette fallicamente a fascio verso te.
    Nella quarta si congiunge carnalmente all’amata: i Namen sono Samen/semi intrisi di pianto = liquido seminale = sperma, che in tedesco si dice Samen.. Il calice è la vagina in cui si tuffa lo sperma. Il calice è colmo di sangue/rosso/carne. Ma nel momento dell’orgasmo, in una perdita d’individualità, il calice diventa tutti i calici, il sangue si fa regale, la donna si fa umanità. Ciò segna il passaggio, via orgasmo, dall’io al noi: tu, essere umano, ”CI guardi”.
    La quinta e la sesta strofa sono di conseguenza coniugate in prima persona plurale.
    Nella quinta il seme è germogliato: labbra-giunco, orecchi-tundra (muschi, licheni).
    Nella sesta la terra di cui siamo fatti si leva, si anima, a miracol mostrare.

    Le prime 3 strofe sono in I persona sing. = SOLITARIUS
    Le ultime 3 strofe sono in I persona plur. = SOLIDARIUS

  450. Cato il 19 settembre 2006 alle 23:42

    “Niemand knetet uns wieder aus Erde und Lehhm, letteralmente
    Nessuno ci plasma più dopo avere impastato terra e argilla

    Celan riprende Erde e Lehm dalla bibbia, ma invece di machen (o schaffen) mette kneten (= impastare, detto in tedesco dell’argilla o del pane). Un dio artigiano/artista insomma. Tutto il Salmo è un inno al miracolo della poesia (da poièin = fare).”

    Grande db: ci siamo!!!

  451. Cato il 19 settembre 2006 alle 23:47

    @ Gabriella

    H pnt, m nn sn m stt cs’ flc d frl. L flct’ ‘ ncr p’ grnd l pnsr d rgzz ch l lggrnn.

    Rngrz d cr ttt ‘ d.

    p.s.

    Mgr prdss sl l vcl!!!

  452. Cato il 19 settembre 2006 alle 23:51

    Se tenete duro per altri diciotto commenti, il record di “Etica del pompino” sarà solo un ricordo.Chi sa cosa ne pensa l’effeffe furlèn.

  453. gabriella il 20 settembre 2006 alle 00:20

    @ cato
    Lo sapevo! :-)

    @ db
    sei un grande. Mi sconfinfera il punto d’arrivo.

  454. db il 20 settembre 2006 alle 00:34

    @ness1: leben/lieben/loben (vivere/amare/lodare) fanno gelebt/geliebt/gelobt: ma la tua interpretazione funziona lo stesso, come del resto il rapporto con tuo padre. Ti chiederei di riascoltare la voce di C e notare quanta enfasi mette nel pronunciare l’oh del penultimo verso, e di riferire: io non posso sentirlo!

    @Cato: ci sto pensando all’evocare, ma non nel senso del baratto: amicus Cato, sed magis amica… piuttosto, conosci “Il mio primo onorario” di Babel?

    Nella quinta strofa, il legame solidale del noi è dato dal wir sangen: lo stesso dell’ultima strofa di Psalm. Lì però era una parola di poesia, qui un canto di lotta operaio polacco, la Warschowianka, in ted. Warschau = Varsavia (Wahr-schau = vero punto di vista/War-schön = era bello). subito dopo, ancora poesia: il Petrarca di Mandestalm, che era nato a Varsavia.
    L’Und con cui inizia l’ultima strofa si riallaccia direttamente alla terzultima, scavalcando l’inciso della penultima. Il largo-maestoso dell’inciso cede al rondò-allegro-finale. Wacht auf, verdammte dieser Erde! …Völker, hört die Signale! Auf, zum letzten Gefecht! Die Internationale erkämpft das Menschenrecht! (dove c’è come in C DIESER Erde, e l’auf).
    E non mandiamo
    nessuno dei nostri giù
    da te,
    Babel.
    L’armata a cavallo comincia con : “Campi di papaveri scarlatti fioriscono intorno a noi: il vento di mezzogiorno scherza tra la segala giallognola”. Siamo nell’estate del 1920, in Galizia/ sud Polonia (da cui venivano i genitori di C). I cosacchi russi/rossi arrivano quasi a Varsavia, ma sulla Vistola vengono ricacciati dai bianchi. Babel è al seguito dell’armata russa, combatte nelle retrovie, osserva, e racconta. Il verso raddoppia il noi nell’Unseren, nei nostri. Nostri si dice quando c’è un legame fortissimo di gruppo, da amico/nemico. E dunque io interpreterei così: Noi, che siamo sotto il nume benigno di Rosa, noi che ci siamo levati con la nostra terra, noi non manderemo nessuno dei nostri giù in Galizia da te, Babel, nessuno si arruolerà nella tua armata. L’ultimo verso insomma sarebbe comunista/pacifista: come la Luxemburg, che proprio per disfattismo pacifista si era fatta 2 anni di carcere durante la guerra, e di cui C legge e rilegge le lettere.
    Così questa poesia è a tutti gli effetti un inno, nell’accezione moderna (non religiosa) datane da Hölderlin – che poi è quella pure del Devoto/Oli: “Componimento lirico, spesso accompagnato da un coro, ispirato all’esaltazione di valori ideali coltivati nell’ambito di una comunità”.

  455. gabriella il 20 settembre 2006 alle 01:27

    L’ho ascoltato ora. Non l’avevo ancora fatto. E’ un’emozione profonda: non c’è enfasi nel penultimo verso, C. recita in modo molto contenuto l’oh del penultimo verso. Mentre io ho notato una maggiore forza e enfasi quando dice die Niemandsrose/la rosa di nessuno. Reitani parla dell’ambiguità di “Contro di te” piuttosto che in-contro. I termini botanici possono essere anche strumenti di scrittura. Quindi io interpreto rosa mistica/inno alla poesia, seguendo il discorso di Reitani.
    :-)

  456. db il 20 settembre 2006 alle 03:07

    prendo per oro colato l’orecchio finissimo di Ella Spritzgerald, che l’enfasi è molto trattenuta, e quindi metto in ordine di smorzata le varie versioni. In più aggiungo 3 spunti di Helmutinka, che casomai tradurrò domani:

    che noi cantammo al di sopra,
    ben al di sopra
    della spina.

    che cantammo
    sopra, oh quanto sopra
    la spina.

    che cantammo
    sopra, oh sopra
    la spina.

    che cantammo
    sopra la spina,
    oltre.


    1- Der Vers „der Krone rot” stellt den Zusammenhang zur Botanik der Rose nochmals. Die Bezeichnung der Blütenblätter als Blütenkrone ist durchaus geläufig, und diese Blütenkrone ist nun genauer eine rote. Die Rose aber gilt als die Königin unter den Blumen, um so mehr die rote Rose.
    2- Purpurn ist der Gesang angesichts der Vernichtung; ein höchster und intensivster Ausdruck eines Lebenswillens, welcher der ebenfalls roten Blut- und Opfersymbolik der Christen entgegensteht. Das Leiden – der ,Dorn` – ist zwar Anlaß und Ursache des Gesanges, er erhebt sich jedoch „über dem Dorn”; die Krone ist rot vom ,Wort`, nicht vom Martyrium.
    3-Die letzten Verse „über, o über dem Dorn” klingen, ähnlich dem Schluß der Psalmen, wie Gesang, sind emphatischer Ausdruck der Überwindung. Sie steigern die Reihe der i-, bzw. ü- und der o-Assonanzen, die dem Gedicht einen melodischen Klang verleihen, zur Schlußmelodie und lassen das Gedicht selbst zum Psalmengesang werden.

  457. Dott. Felix Peyote il 20 settembre 2006 alle 09:09

    Ma, secondo voi, il “punto d’arrivo” ha qualcosa a che vedere col “punto G”? E se esiste il punto G, perché non parlare anche di “punto C”? E poi, se c’è una possibilità di sfinferlare il punto G, lo sfinferlamento può essere ottenuto massaggiando la parte con Griffel e Staubfaden, cioè con il meglio della niemandsrose?

  458. db il 20 settembre 2006 alle 11:54

    torna a Cato, Lassie! oggi mi sembri piuttosto catolettico, katophallisch direbbero i tedeschi: polluzione notturna sul matrimoniale himmelwust? lettura sbagliata sul chevet (il playboy d’annata sotto il tomo di Celan)? C’è un lato porno di C massiccio addirittura nelle prime raccolte, ma poi a malopene cela(na)to. Come del resto Babel, processato di pornografia per il suo raccontino “La stanza da bagno” (sottotitolo: “non so se mi spiego”). Per “Il mio primo onorario” ci vorrebbe Ugolino C. (del ramo storto dei C.): un ragazzo scopre il sesso con una prostituta. Non avendo un rublo, inventa al momento una storiaccia di sfruttamento pederastico subìto, e lei mossa da pietà… la pietà è appunto la sua prima paga (Strada traduce onorario, ma io che non conosco il russo tradurrei “La mia prima paghetta”, a far distico ideale col primo raccontino di B., “La mia prima pugnetta”).
    Ho un carico da calare: l’apparato filologico a Die Niemandsrose, recuperato stamattina presto (grande eccitazione) a germanistica (Surkamp 2001). Le varianti significative di Psalm (precedenti ovviamente la versione finale) sono:

    eine Nichts- /subito cancellato e sostituito con die Nichts- (sicché poi abbiamo solo die Niemandsrose, non eine N.)
    seelenschwarz (nero-anima) invece di seelenhell
    der Narbe (stame) invece di Staubfaden
    vom Konigswort, das wir sprachen (la parola regale che dicemmo) invece di ecc. ecc.

    meditiamo, gentaglia, meditiamo!

    PS. e sulla smorzata finale dell’oh, che mi dite, marrani?

  459. don C. il 20 settembre 2006 alle 14:08

    Sull’irruzione del sacro in generale (dunque anche in C.), è da vedere l’episodio del principio d’incendio dell’aereo in cui viaggiava la delegazione italiana formata da U. Spirito, N. Abbagnano, E. Grassi, L. Pareyson e C. Fabro per il Congresso svoltosi a Mendoza nel ’69 (cfr. U. Spirito, Ho trovato Dio, Roma 1989, pp. 23-24, e N. Abbagnano, Ricordi di un filosofo, Milano 1990, p. 63).

    Sull’ultimo verso di Hinausgekront invece, cfr. l’omelia del Santosubito nella cattedrale di S. Floriano a Varsavia, 13 giugno 1999: “Poc’anzi ho visitato un luogo particolarmente importante nella nostra storia nazionale. È sempre viva nei nostri cuori la memoria della Battaglia di Varsavia, che ebbe luogo qui presso, nel mese di agosto del 1920. Fu una grande vittoria dell’esercito polacco, una vittoria talmente grande che non era possibile spiegarla in modo puramente naturale e perciò fu chiamata “Miracolo sulla Vistola”. La vittoria fu preceduta da una fervida preghiera nazionale. L’Episcopato Polacco, riunito a Jasna Góra, consacrò tutta la nazione al Sacratissimo Cuore di Gesù e lo affidò alla protezione di Maria Regina di Polonia. Oggi il nostro pensiero va a tutti coloro che, presso Radzymin e in molti altri luoghi di questa storica battaglia, diedero la loro vita in difesa della Patria e della sua libertà esposta al pericolo. Raccomandiamo alla Divina Misericordia le loro anime. Per decine di anni perdurava il silenzio riguardo al “Miracolo sulla Vistola”. Alla nuova diocesi di Warszawa-Praga la Divina Provvidenza in un certo senso assegna oggi il compito di sostenere il ricordo di questo grande evento nella storia della nostra Nazione e di tutta l’Europa, che ebbe luogo sul lato est di Warszawa.”

  460. Cato il 20 settembre 2006 alle 14:20

    db, caro et valiente giovine, potresti darmi/ci indicazioni più precise sul Surkamp 2001 celaniano?

    p.s.

    Mi stai facendo andare al manicomio: non sai la fatica che ho fatto per recuperare Babel dalle soffitte (due vecchissime edizioni feltrinelli). Il racconto l’avevo letto, ma era nel rimosso più profondo, più cela(na)to.

  461. db il 20 settembre 2006 alle 18:21

    Die *Niemandsrose : Apparat / Paul Celan ; herausgegeben von Axel Gellhaus ; unter Mitarbeit von Holger Gehle und Andreas Lohr ; in verbindung mit Rolf Bucher. – Framkfurt am Main : Suhrkamp 2001. – 315 p. (La quarta sezione, oltre che Pariser Elegie,C voleva chiamarla Walliser Elegie, Elegia del Valais, dove Rilke morì dopo aver scritto Les quatrains valaisians.)
    La Cvetaeva il 3 luglio 1916, con Mandelstam innamorato perso accanto, scrive questo calco da Giobbe, vedendo passare dei soldati :

    Come hanno potuto incolleriti queste nere capanne, 
Signore! e perch‚ a tanti mitragliare il petto? 
Passa un treno e ulula, e si mettono a ululare i soldati, 
e leva polvere, leva polvere la strada che indietreggia…
    – No, morire! Meglio non essere mai nati, 
che questo lamentoso, penoso, carcerario ululato 
per le belle dalle nere ciglia. – Ah, e pure cantano
adesso i soldati! Oh, Signore, Dio mio!

    Il 14 agosto 1918 invece:

    I versi crescono, come le stelle e come le rose, 
come la bellezza – inutile in famiglia. 
E, alle corone e alle apoteosi 
una sola risposta: di dove questo mi viene?
    Noi dormiamo, ed ecco, oltre le lastre di pietra, 
il celeste ospite, in quattro petali.
Mondo, cerca di capire? Il poeta -nel sonno-scopre 
la legge della stella e la formula del fiore.

  462. db il 20 settembre 2006 alle 19:33

    andando a rose in rete, ho trovato questa della Cvetaeva. Non c’è nell’antologia Feltrinelli, non l’ho trovata tradotta in rete, e non so che pensarne:

    Agli Ebrei

    Chi non t’ha calpestato – e chi non t’ha bruciato,
    cespuglio di incombustibili rose!
    Unica cosa incrollabile che il Cristo
    Ha lasciato dietro di sé sulla terra.

    Israele! Si avvicina un secondo
    Tuo dominio. Per tutti i centesimi
    Voi col sangue ci avete pagati: Eroi!
    Traditori – Profeti – Mercanti!

    In ciascuno di voi, anche in colui che conta
    a lume di candela le monete d’oro nel sacchetto –
    Cristo più forte parla che non in Marco,
    in Matteo, in Giovanni e in Luca.

    Per tutta la terra – da un capo all’altro –
    crocefissione e deposizione dalla croce.
    Con l’ultimo dei tuoi figli, Israele,
    in verità seppelliremo il Cristo!

  463. ness1 il 20 settembre 2006 alle 19:46

    @db: Ma xké nn “puoi” sentirlo? Mancan le casse, o c’è una sorta di timore?
    Non riesco a sentirci enfasi neanch’io: se dovessi trascriverne la melodia, direi che il primo uber è un do e il secondo un si a scendere – dunque cala e non sale, come intonazione. I brividi li ho al terzo miemand e a sangen, che Celan pronuncia proprio con la stessa precisa e identica intonazione… Credo che la ripetizione non sia affatto enfatica, ma semplicemente per la chiarezza: come che il primo uber potesse sfuggire, passare troppo liscio; come fosse per es. sopra, ma (proprio) sopra etc. Insomma per me è un richiamare l’attenzione, puro e semplice, e senza’alcuna enfasi di martirio.
    Niemandrose, che in effetti Celan pronuncia lentamente e con goffaggine quasi farragginosa, credo necessiti di una sottolineatura simile proprio in quanto assoluto neologismo e, soprattutto, perché conglomerato lessicale in se stesso ossimorico: una sorta di termine autocontraddittorio ma vivo, o anche una sorta d’inesistenza che tuttavia si contraddice e dà, creandosi.

  464. db il 20 settembre 2006 alle 23:32

    Ho una Stimmung lirica che non riesco a tenere per me. Da un po’ ravano sulla Resistenza nel vicentino. La figura che più si staglia è quella di Toni Giuriolo, azionista morto nell’inverno del ’44 sull’appennino emiliano. Era prof. di lettere, ma faceva solo ripetizioni perché aveva riifiutato la tessera. Il suo amore era la poesia francese, ed era riuscito ad andare due volte a Parigi (pochi mesi prima di morire, durante una convalescenza da ferita, aveva aiutato una sua amica per la tesi di laurea, anzi, il capitolo su Baudelaire e Rimbaud lo scrisse proprio lui – solo che non riesco a recuperare la tesi). Altro suo amore era la letteratura russa. Aveva studiato il russo al punto da tradurre un racconto di Puskin, pubblicato sulla rivista “La nuova Italia” di Firenze. Bene, quell’inverno la brigata Matteotti da lui comandata aveva recuperato diversi sbandati russi. E la sera, Toni leggeva a voce alta L’armata a cavallo, alternativamente in italiano e in russo, capoverso dopo capoverso.

    Vabbe’, un altro tassello importante di Helmutinka è

    1) Besprechen von Staub steht mit der Schöpfungsgeschichte in keiner Beziehung. Im Gegensatz zum Einhauchen bleibt das Besprechen dem Menschen gänzlich äußerlich und gehört nicht dem göttlichen, sondern dem magischen, menschlichen Wirken an.

    Intanto traduco gli altri tre, riportati ieri:
    1) “der Krone rot” ribadisce la connessione con la botanica della rosa. La designazione dei petali (Bütenblätter) come corolla (Blütenkrone) è assolutamente corrente, e questa corolla è ora più precisamente rossa. La rosa però è la regina dei fiori, e tanto più la rosa rossa.
    2) la rosa è rossa di “parola”, non di martirio; è espressione della volontà di vivere, e in ciò si oppone alla mistica cristiana del martirio.
    3) I due versi finali, che suonano come canto, sono espressione enfatica del superamento. Salgono nella sequenza delle assonanze, che danno alla poesia un suono melodico.

    Ringrazio ness1, che ha confermato l’impressione di Ella, specificandola. (penso che Helmutinka usi emphasis in senso letterale, di manifestazione aperta, senza il negativo dell’esagerazione – del resto anche noi, dicendo “troppa enfasi” sottintendiamo che c’è un’enfasi giusta, positiva – da salmo appunto, che perà si smorza). Non riesco a iscrivermi al programma audio (ma so anche che la voce mi emozionerebbe anca massa. Prima o dopo comunque…)

  465. pc il 21 settembre 2006 alle 06:24

    Von ungeträumtem geätzt,
    wirft das schlaflos durchwanderte Brotland
    den Lebensberg auf.

    Aus seiner Krume
    knetest du neu unsre Namen,
    die ich, ein deinem
    gleichendes
    Aug an jedem der Finger,
    abtaste nach
    einer Stelle, durch die ich
    mich zu dir heranwachen kann,
    die helle
    Hungerkerze im Mund.

    Roso dal non sognato,
    percorso in lungo e in largo senza sonno,
    il paese del pane e-
    rige il monte della vita.

    Impastando la sua mollica
    tu formi nuovamente i nostri nomi
    che io, un occhio
    somigliante
    al tuo per ciascun dito,
    frugo cercando
    un punto traverso cui
    potermi avvicinare desto a te,
    con la candela chiara della fame
    in bocca.

  466. db il 21 settembre 2006 alle 07:52

    e. c.: “tasto” al posto di “frugo”.

    Alla fine del ’67 C compone una poesia (Du liegst) dedicata alla Luxemburg, in occasione di una visita a Berlino nel luogo in cui venne trucidata (C aveva letto anche un libro sul processo agli uccisori, secondo quanto segnalato da Szondi). Era notissimo che l’ultimo articolo di Rosa, il giorno prima della morte in una Berlino già occupata dalle forze armate della reazione, conteneva una disperata, apocalittica profezia: “La rivoluzione già domani si rizzerà di nuovo minacciosa e a terror vostro annuncerà al suono delle trombe:
    Ich war, ich bin, ich werde sein!*
    ossia il rovescio speculare/complementare dell’”ein Nichts waren wir ecc.”.(la formula di Rosa è tratta da Apocalisse 11, 17):

  467. db il 21 settembre 2006 alle 21:12

    BLUME

    Der Stein.
    Der Stein in der Luft, dem ich folgte.
    Dein Aug, so blind wie der Stein.

    Wir waren
    Hände,
    wir schöpften die Finsternis leer, wir fanden
    das Wort, das den Sommer heraufkam:
    Blume.

    Blume – ein Blindenwort.
    Dein Aug und mein Aug:
    sie sorgen
    für Wasser.

    Wachstum.
    Herzwand um Herzwand
    blättert hinzu.

    Ein Wort noch, wie dies, und die Hämmer
    schwingen im Freien.

    FIORE

    La pietra.
    La pietra nell’aria, che seguii.
    Il tuo occhio, cieco come la pietra.

    Noi fummo
    mani,
    svuotammo attingendo le tenebre, trovammo
    la parola che ascese l’estate.
    Fiore.

    Fiore – una parola da ciechi.
    Il tuo occhio e il mio:
    provvedono
    all’ acqua.

    Sviluppo.
    Parete su parete,
    il cuore mette foglie.

    Ancora una parola come questa, e i martelli
    vibrano in cielo aperto.

    Questa poesia, che viene subito dopo Tenebrae, sta nella raccolta precedente a Die Niemandsrose (come quella del pane sta nella seguente). E’ una prova domestica, a due, del Salmo polifonico: ma uguale il tema ascendente, dalla pietra/polvere a al vegetable, su fino al cielo. NB qui il fiore (generico) sta solo nel titolo, mentre in Psalm la rosa occupa il centro.

  468. gabriella il 22 settembre 2006 alle 00:52

    2) la rosa è rossa di “parola”, non di martirio; è espressione della volontà di vivere, e in ciò si oppone alla mistica cristiana del martirio.

    esattamente come mi ronzava nel cervellino dall’altra sera… da quando ho sentito la voce di Celan. Ciao db, oggi un episodio terribile di una mia paziente è stato medicato dal salmo che mi ripetevo nel traffico una volta uscita dalla casa infernale, solo la poesia ha calmato il senso di angoscia.

  469. Dottor Felix Peyote il 22 settembre 2006 alle 01:08

    Mi dispiace strapparvi alle vostre meditazioni, ma ho una notizia purtroppo non bella: Paolo Francesco Celano è scappato.

    Nemmeno l’aver eguagliato, con questo messaggio, il record del famoso post dei pompini, riesce a lenire la mia amarezza.

    Aiutatemi a ritrovarlo e, se avete notizie, rivolgetevi pure al mio studio: io non mi muovo di là fino al suo ritorno.

    Grazie.

  470. gabriella/castaneda il 22 settembre 2006 alle 01:20

    Ce ne faremo una ragione, il mondo non è come sembra…

  471. db il 22 settembre 2006 alle 10:58

    Dunque abbiamo superato il record di 469 dell’Etica del pompino (dove il 4 è evidentemente pleonastico), e stiamo ascendendo ad altre zone erronee.
    Una questione di metodo: è evidente anche a un bambino che la corolla/corona non può essere di spine: non c’è rosa senza spina, ma la spina mica sta nella corolla, sta ben sotto! Così in C sta sopra la spina, e casomai contro. Celan dice Krone: se lo dici a un tedesco per strada, capisce corona/soldo. Se stai parlando del re, capisce l’aggeggio che ha sopra la testa. Se stai parlando di un fiore, capisce corolla. Dopo casomai, se introduci altri elementi, capirà che èanche corona. Dopo significa: metaforicamente. Invece se descrivendo un fiore a un italiano dici corona, costui dovrà compulsare i 20 volumi del Battaglia e arrivare alla ventesima pagina della voce per capire che corona è anche riferita alla corolla.
    Bene, stavo parlando di ciò nel thread, e arriva Raos, che esordisce con un sintomatico: “Ragazzi!”, e spiega che se tanti traduttori famosi di tutto il mondo hanno tradotto corona, i suddetti ragazzi dovrebbero abbassare le ali. In più motiva che se si traduce corolla si perde tutta l’aura cristiana della corona di spine (che poi è il motivo per cui la maggioranza mondiale, ma non tutti, traduce corona). Ora, Helmutinka non dice soltanto che la Krone è anticristiana, dice anche che Krone è il termine assolutamente corrente per corolla, e solo dopo può suonare come corona/rosa regina. Come la mettiamo? Sostituiamo all’ipsi dixerunt questo ennesimo ipse dixit? No, eliminiamoli tutti, e ragioniamo con le nostre inincoronate teste. Il che vuol dire: fino a prova contraria, io ho ragione, e lo dico non da autorità, ma nemmeno NB, da ragazzo. Lo dico da uomo, e da uomo diico: Raos, ritira l’epiteto, o per me non esisti.
    Ognuno fa le sue esperienze, e se la poesia non ne è il lievito, almeno ne è un ingrediente: come per Gabri e Peyox ieri. Anch’io ieri ho fatto un’esperienza eccezionale, lavorando sulle varianti di Psalm (importanti perché illuminano la genesi, e cioè il processo mentale del poièin). Sta qui sotto, l’ho trovata cercando lo stilo nero, ed è l’altra faccia (un’altra faccia, ché quella cristiana già l’abbiamo vista) della Rosa di Celan (raccomando di di andare anche alla pagina iniziale del link, perché lì si spiega da dove viene la rosa rossonera)

    http://www1.autistici.org/loa/snd/survivor/official/flowers/786.html

    E passo alla quarta cartuccia di Helmutinka, traducendola:
    “Besprechen riferito a polvere non sta in alcun rapporto con la storia della creazione”, ossia con Genesi 2, 7. E perché? “All’opposto dell’insufflare, il besprechen appartiene all’agire non divino, bensì magico-umano”. E, come aggiunge subito dopo: “Il mago cerca di agire sull’uomo appellandosi a forze soprasensibili” (in seguito trova un’eventuale connessione con la leggenda del Golem). NB: trattando del seguente dir entegen, Helmutinka afferma che la preposizione ha anche la sfumatura di incontro = il significato di gran lunga primario è il contro. Ma qui su besprechen non ha nessuna esitazione sulla sua accezione: dà per risaputo che si tratti dell’azione del mago-esorcista (che poi costui sia dio stesso, un rabbino o don Milingo, poco importa). E dunque? all’inizio del thread ho tradotto “scongiura”, poi nel dialogo con Helena e temp. ho accolto l’accezione prima del Grimm, alloqui/compellare =rivolgere la parola per benedire/maledire, e gira e rigira, ora alla fine tradurrò così:
    nessuno rivolge la parola alla nostra polvere per benedire/maledire
    se a qualcuno pare lunghetta (a me sì), allora tradurrò
    nessuno scongiura la nostra polvere
    lo scongiuro contiene infatti tecnicamente la benedizione del posseduto e la maledizione del possedente. E dulcis in fundo, noi abbiamo un’espressione comunissima e bellissima, cui si fa però poco caso:
    scongiurare il pericolo
    amen (per me ovviamente, e solo riguardo al besprechen: ma “e-voca) ci stava dentro allo scongiurare, poiché è il rianimare, come un richiamare l’ipnotizzato, che infatti è rigido/morto/polvere).
    Annuncio a tutti e nessuno che la sorte mi manderà incontro oggi pomeriggio una fanciulla con un commentario nuovo di zecca in mano, al Die Niemandsrose. Per quei giochi allegri del caso, la fanciulla, di cui non sospettavo l’esistenza fino a ieri, si chiama celanianamente rosa-alba, e volgarmente Rosalba.

    PS. perché Bevilacqua in Hinausgekrönt traduce Mensch con uomo? In tedesco uomo come maschio è Mann, uomo come persona umana è Mensch. Nel contesto della poesia, il Du/tu, che è totalmente carnalmente sessualmente donna, via Rosa Luxemburg diventa Mensch = essere umano, rappresentante del genere umano/Menschheit). In Bevilacqua invece diventa un trans, o più probabilmente un’altra persona (come se C si fosse rivolto prima alla sua donna, e poi a un uomo). E nella poesia sulla talpa-pane, come farà mai la donna a impastare la briciola? io da piccolo perdevo ore a impastare mollica, a far palline: ma non sono mai riuscito con la briciola. e sì che qualsiasi dizionarietto dà per il termine le 2 accezioni, di briciola e mollica). Miisteri dolorosi…

  472. Terra Terra il 22 settembre 2006 alle 16:28

    non avevo mai capito veramente perché si dice “testa di cazzo”. scorrendo questo thread, ho capito che è come la corona di spine. un cazzo molle arrotolato in testa. complimenti!

  473. Acqua Acqua il 22 settembre 2006 alle 16:51

    Testa di corona?? Testa di spine? Testa di Celan?

  474. Cato il 23 settembre 2006 alle 00:59

    @ db

    Hai fatto un lavoro eccellente, di cui ti sono infinitamente grato, e credo di parlare anche a nome di tanti altri. La gratitudine si può contenere anche in un rispettoso silenzio, quello, magari, con cui uno ha seguito l’evoluzione delle tue ricerche, e dell’impegno e del tempo che vi hai profuso.

    Magari adesso torneranno alla carica, ma non me ne frega un cazzo: scrivo solo e unicamente per non lasciare l’ultima parola ai due mentecatti qua sopra.

    Ciao, db. E grazie.

  475. db il 23 settembre 2006 alle 01:46

    Cato, per me è un piacere, soprattutto stare con voi. Ma temo non sia finita: c’è un grumo, su cui avevo chiesto aiuto alle ladies Helena e temp, nell’ultima strofa, a proposito delle parti anatomiche del fiore.
    Non credere che mi sia dimenticato Camera: solo che non l’ho in vista. Come del resto

    Salmi, di B. Brecht (1920), nel vol I delle Poesie, Einaudi

    Ce li hai? potrebbero far pendant col Salmo di Trakl (questo davvero contro dio: ma ateo non vuol dire senza dio?), come illustri precedenti al nostro.
    Il”Kommentar zu P.C. Die Niemandsrose”, a cura di J. Lehmann, Heidelberg 2003, mi ha riservato parecchie delusioni. Primo perché Rosa-Alba me l’ha lasciato in portineria e non è spuntata, nemmeno dalla finestra. Secondo perché non è così recente, la prima ed. essendo del 1997. Terzo perché dice poco o niente: 5 paginette dedicate a Psalm, da cui ricavo tutto il possibile (si sarà capito che non vo cercando pezze a favore delle mie “tesi”, ma pezzettini di auspicabile verità: perciò non tralascio niente di interessante, anche se “a mio sfavore”).
    1) il manoscritto di Psalm ha la data “5 gennaio 1961”
    2) besprechen è da intendere “in due sensi almeno: a) parlare di qualcosa, ossia della vanità della povere, b) benedire”.
    3) in “Conversazione in montagna”, del 1959, leggiamo: “Chi parla non parla a nessuno, parla perché nessuno lo ascolta, nessuno e Nessuno” (con la N)
    4) zulieb/entgegen = Spannung einer Opposition/tensione di un’opposizione, per/contro
    5) sull'”essere un niente”, cfr. Salmi 39, 12 e 144, 4.
    6) stilo e filamento sono sì parti degli organi riproduttivi maschile e femminile del fiore (pistillo e stame), ma solo parti. Mancando le altre, il fiore non diventerò mai frutto.
    7) la corona di spine è riferimento alla Passione, una Passione senza redenzione (come il fiore senza frutto).

  476. Cato il 23 settembre 2006 alle 23:07

    @ db

    Se alludi all’edizione delle poesie di Brecht curata da Luigi Forte, la conosco ma non l’ho sottomano (dev’essere a sette-ottocento km da dove mi trovo adesso). I Salmi li ho letti, ma non riesco a ricordare da chi fossero stati tradotti (ammesso che conti; o forse sì).

    Per il libro che contiene il saggio di Franco Camera (veramente un gran bel testo), se ti interessa posso prestartelo, oppure fotocopiarti il lavoro che ti interessa. Credo che il libro non sia di facile reperibilità, ed è un peccato, perché contiene molti studi di gran pregio.

    Immagino la tua delusione per il Kommentar, se il meglio si riduce a quello che hai postato.

  477. db il 24 settembre 2006 alle 20:43

    Mit
    dem Griffel seelenhell,
    dem Staubfaden himmelswüst,
    der Krone rot
    vom Purpurwort, das wir sangen
    über, o über
    dem Dorn

    Prima della versione definitiva, C aveva scritto

    Mit
    dem Griffel seelenschwarz,
    der Narbe himmelswüst,
    der Krone rot
    vom Königswort, das wir sprachen [tauschten] über
    dem Dorn.

    Con
    lo stilo nero-anima,
    lo stigma desolato-cielo,
    la corolla rossa
    per la parola regale che dicemmo [scambiammo] sopra
    la spina.

    La differenza colossale è che nella prima versione C ha pensato solo all’apparato femminile. Il pistillo infatti è costituito di ovario/stilo/stigma (mentre lo stame, apparato maschile, di filamento/antera).
    Lo stigma impollinato feconda via stilo l’ovario, da cui nasce il frutto.
    Ho interpellato oggi prima Siti, che mi ha risposto di non saperne nulla, poi Luisa Sbordone, la mia prof di scienze del liceo, laureata in botanica, che non si è pronunciata sul senso floreale di Psalm, e mi ha ingiunto di inviarle la trad. italiana (i nostri rapporti sono davvero amichevoli dopo quegli anni di tensione – mi confessò poi che lei, non ancora laureata, soffriva il mio occhio fisso sulle sue gambe accavallate).
    Cato, passerò in Senato ad affittare Camera. Intanto darò un’occhiata alla Metamorfosi delle piante del divo Goethe.

  478. db il 25 settembre 2006 alle 04:03

    (traducciò perché sei morto
    hölderlin non ti mancava
    catalogna era nell’orto
    e un celan avevi tu
    traducciò traducciò
    fanno i pc in coro)

    Ningú no ens torna a pastar de terra i fang,
    ningú no conjura la nostra pols.
    Ningú.

    Alabat siguis, Ningú.
    Per l’amor de tu volem
    florir.
    Cap
    a Tu.

    Un no-res
    fórem, som, continuarem
    essent, florint:
    la rosa del no-res, la
    rosa del ningú.

    Amb
    el pistil clar-espiritual,
    el filament d’estam erm-celestial;
    la corona, vermella,
    de la paraula de porpra que canviàrem al dessobre,
    oh al dessobre de l’espina.

    (trad. catalana de Hans-Ingo Radatz)

  479. R. Zimmermann il 25 settembre 2006 alle 05:15

    Our conversation was short and sweet
    It nearly swept me off-a my feet.
    And I’m back in the rain, oh,
    And you are on dry land.
    You made it there somehow
    You’re a bad god now.

    Bird on the horizon, sittin’ on a fence,
    He’s singin’ his song for me at his own expense.
    And I’m just like that bird, oh,
    Singin’ just for you.
    I hope that you can hear,
    Hear me singin’ through these tears.

    Love is so simple, to quote a phrase,
    You’ve known it all the time, I’m learnin’ it these days.
    Oh, I know where I can find you, oh,
    In somebody’s room.
    It’s a price I have to pay
    You’re a bad god all the way.

  480. db il 25 settembre 2006 alle 20:29

    a 22 anni, B. Brecht pubblica Hauspostille (1920), la cui sezione IV è di Salmi. Da adolescente, BB leggeva ad alta voce il libro di Giobbe (a tratti bella, sostanzialmente schifosa la bibbia, per lui). Sono Salmi di un antiteista, così anti che poi l’eroe è Baal, l’opposto babilonese dell’ebraismo. I Salmi sono i lamenti/bestemmie dei disperati della terra: ladri, prostitute ecc…

  481. db il 25 settembre 2006 alle 20:45

    Con la “La metamorfosi delle piante” (1798), si sa, Goethe indaga il mistero della vita vegetale, con uno sguardo attento ai minimi mutamenti, e con la fiducia solare che vita ci sarà (a Padova, e poi a Palermo). Una sezione è: Die Bildung der Krone/La formazione della corolla (a prop., la mia prof. naturalista non ha mai sentito parlare di corona a prop. dei fiori). Un’altra Die Bildung des Griffels (§69 In vielen Fällen sieht der Griffel fast einem Staubfaden ohne Anthere gleich, und die Verwandtschaft ihrer Bildung ist äußerlich größer als bey den übrigen Theilen). Per quanto riguarda stilo e filamento, Goethe sottolinea:
    1- la somiglianza intima tra i due (maschile e femminile)
    2- la non indispensabilità dei due.
    Sono entrambi dei fili esilissimi che collegano (antera, stigma) e quasi si confondono. C è alla ricerca proprio del minimo vitale, sul confine del nulla. Così la rosa è rosa di nulla, quel nulla interno, quel centro vuoto della corolla (ah, Rilke!), che però è un qualcosa.
    Il divo Goethe l’ha messo anche in rima, in un poemetto didascalico all’amata – che come ogni vero salmo, finisce in gloria: la Herrlichkeit della corolla (regale/purpurea) è Verkündung della nuova Creazione. Sì, il petalo colorato sente die göttliche Hand. Hymen … Mutterschoß … e così die Natur chiude il cerchio delle ewigen Kräfte. Un inno a Dio? Sì, solo che questo dio si chiama Natura, e Spinoza è il suo profeta.

  482. maria il 25 settembre 2006 alle 23:03

    “Io do solo il sommario e poi uno può rimpolpare il tutto. Io metto lo scheletro, e ognuno può montarci a suo piacimento carne e cuore e fegato e reni”. HC Artmann, Grammatik der Rosen, Salzburg 1979.

  483. db il 25 settembre 2006 alle 23:55

    Mit
    dem Griffel seelenhell,
    dem Staubfaden himmelswüst,
    der Krone rot
    vom Purpurwort, das wir sangen
    über, o über
    dem Dorn

    Mit
    dem Griffel seelenschwarz,
    der Narbe himmelswüst,
    der Krone rot
    vom Königswort, das wir sprachen [tauschten] über
    dem Dorn.

    Dalla prima alla seconda e definitiva stesura dell’ultima strofa, ci sono cambiamenti notevoli.
    1) C sostituisce la coppia stilo/ stigma con stilo/filamento. Con la prima coppia descrive per intero il pistillo, ma solo quello, ossia solo l’organo riproduttivo maschile. (l’ipotesi del Kommentar che introducendo solo parti di organi C avesse voluto sottintendere la sterilità della rosa, non regge: sarebbe come dire che è una rosa assurda perché non c’è accenno allo stelo, né alle foglie). Con Narbe C si garantiva il doppiosenso stigma/cicatrice (stimmata), con riferimento implicito alla spina successiva ma soprattutto al dolore per l’assenza di dio.
    2) Che la prima stesura, pur garantendo il passaggio dal nulla all’essere nel divenire/fiorire della rosa, fosse più tetra, come depressivamente attardata sulla polvere/nulla, lo conferma l’iniziale schwarz, il vedo-nero. D’altra parte il nero rinforzava l’accezione seconda di Griffel/lapis-matita. Sostituendo con hell, alza l’umore e mantiene il rapporto con la scrittura via matita chiara. (da tutto ciò si capisce che l’intenzione aggettivante è descrittivo-coloristica – specie in una raccolta come Die Niemandsrose che è la più parca in assoluto di colori: solo 7 in tutto nominati, come nota Helmutinka).
    3) Mettendo Staubfaden, C guadagna tantissimo. Innanzitutto pone l’elemento femminile; poi mantiene il parallelismo scrittorio con la matita chiara, che traccia un segno color polvere; infine, più importante ancora, recupera il significato primario di Staub nel contesto descrittivo della rosa – ché in botanica Staub = polline. Parecchi piccioni con una fava: mentre infatti il significato secondo di Narbe guardava solo indietro, alla polvere, il significato secondo di Staubfaden guarda letteralmente indietro e letteralmente davanti, all’impollinazione = vita.
    4) La corolla resta quella, rossa, ci mancherebbe. Cambia invece la parola, che da Königs- si fa Purpur. Anche qui con guadagno, ché C: aumenta l’intensità coloristica (porpora come specie di rosso), e soprattutto mantiene ancora l’esposizione sul registro descrittivo (con Königs- invece affrettava, per quanto leggermente, la deriva metaforica).
    5) Frenato con Purpur il moto ascensionale (il salmo ha da finire in gloria), C può portarlo a compimento alla fine del verso, che nella prima versione già calava in un prosaico sprechen/parlare, e invece nella versione finale si impenna coincidendo col Sang stesso.
    6) Il fatto che per un momento C abbia pensato al tauschen/scambiare, conferma che l’über è anche complemento di argomento, e non solo di luogo (scambiare due parole su un argomento).
    7) L’acme dunque si sposta dal Königswort al sangen: ciò spiega perché C sia stato così “costretto” a raddoppiare l’über, per dar tempo al raptus innico di stemperarsi nella chiusa (anche qui con guadagno netto, poiché la lenta decompressione assume tonalità da eco, da risacca).

    (dimenticavo: Goethe dedica uno dei 16 capp. della “Metamorfosi delle piante” proprio alla rosa.)

  484. B. Hamburger il 27 settembre 2006 alle 02:13

    In “Blood on the Tracks”, Zimmerman concocts a whirlwind of torment in
    the wake of mangled irreparable religious relationship. But Zimmerman’s seminal 1974 release is not merely a funeral pyre set ablaze to eradicate a former believer. As destructive and ruinous in tone as “Blood on the Tracks” is, the book also yearns for and reminiscences about those ubicuous first moments of requited and actualized faith. After years of being among many things, a political signpost and a Paul Celan protégé, Zimmerman, the enigmatic troubadour, finally removes his mask. For those anticipating another persona, Zimmerman outwits them all by seemingly donning a non-persona. On this particular book, he is a revelation: honest, searching, and vulnerable, though elusively like fireflies flickering in a dark country night.

  485. B. Zimmerman il 27 settembre 2006 alle 02:27

    “You’re A Big God Now” well, I read that this one was supposed to be about my life. I wish somebody would ask me first before they go ahead and print stuff like that. I mean it couldn’t be about anything else but my life, right? Stupid and misleading jerks sometimes these interpreters are!
    Like that’s my foolish mission. How many roles can I play? Fools, they limit you to their own unimaginative mentality. They never stop to think that somebody has been exposed to experiences that they haven’t bee. Anyway it’s not even the experience that counts, it’s the attitude towards the experience.
    I’m a mystery only to those who haven’t felt the same things I have. You can’t take my stuff and verbalize it, like I don’t write confessional poems. Emotion’s got nothing to do with it. It only seems so, like it seems that Laurence Olivier is Hamlet.

  486. Isaac Singer il 27 settembre 2006 alle 21:32

    Oh God said to Abraham, “Kill me a son”. Abe says, “Man, you must be puttin’ me on”. God says, “No.” Abe says, “What?” God say, “You can do what you want Abe, but the next time you see me comin’ you better run”. Well Abe says, “Where do you want this killin’ done?”. God says, “Out on Highway 69”.

  487. H. Iob il 28 settembre 2006 alle 02:39

    ‘Twas in another lifetime, one of toil and blood
    When blackness was a virtue and the road was full of mud
    I came in from the wilderness, a creature void of form.
    I was burned out from exhaustion, buried in the hail,
    Poisoned in the bushes an’ blown out on the trail,
    Hunted like a crocodile, ravaged in the corn.

    Suddenly I turned around and she was standin’ there
    With silver bracelets on her wrists and flowers in her hair.
    She walked up to me so gracefully and took my crown of thorns
    “Come in,” she said, “I’ll give you shelter from the storm.”

    Now there’s a wall between us, somethin’ there’s been lost
    I took too much for granted, got my signals crossed.
    Just to think that it all began on a long-forgotten morn.
    Well, I’m livin’ in a foreign country but I’m bound to cross the line
    Beauty walks a razor’s edge, someday I’ll make it mine.
    If I could only turn back the clock to when God and her were born.

  488. db il 28 settembre 2006 alle 19:55

    La raccolta “Blood on the tracks” di fine ’74 è fondamentale nel percorso poetico di Z. In una parola, lasciatosi alle spalle Abramo (così si chiamava tra l’altro il padre), per la prima volta Z “entra nei panni” di Giobbe e Cristo contemporaneamente. Il titolo stesso, così enigmatico (track è tanto orma, impronta quanto binario), non lascia dubbi: qui abbiamo un poeta che sanguina sulla via, biblicamente andando. Considererò solo la prima e l’ultima poesia, che fanno corona. E della prima solo una strofa:

    Then she opened up a book of poems
    And handed it to me
    Written by an Italian poet
    From the thirteenth century.
    And every one of them words rang true
    And glowed like burnin’ coal
    Pourin’ off of every page
    Like it was written in my soul from me to you,
    Tangled up in blue.

    Una tradizione critica balzana ha supposto nel poeta italiano il Petrarca, non considerando che è del quattordicesimo secolo (e che la madre di Z si chiamava Beatrix Stein). Ma è eccezionale qui il rapporto di lettura con Dante, che ha un analogo solo ne La ripetizione di Kierkegaard (dove il libro era quello di Giobbe). Funzione salvifica della poesia che si allarga nell’ultima poesia a magnificat della bellezza in sé:

    … I’m bound to cross the line
    Beauty walks a razor’s edge, someday I’ll make it mine.
    If I could only turn back the clock to when God and her were born.

    (dove tremendum è il finale sacrilego, di un dio nato).

    Una bellezza che unica può compiere il miracolo su questa creature void of form, burned out from exhaustion, buried in the hail, poisoned in the bushes an’ blown out on the trail, hunted like a crocodile, ravaged in the corn:

    She walked up to me so gracefully and took my crown of thorns
    “Come in,” she said, “I’ll give you shelter from the storm.”

    (mi sembra inutile sottolineare gli imprestiti celaniani; piuttosto mi soffermerò casomai sull’influsso che ebbe su questo Z il pittore di origine ebrea Norman Raeben.)

  489. Dott. Felix Peyote il 28 settembre 2006 alle 21:38

    L’avrò ascoltato un migliaio di volte nella mia vita (per me è il capolavoro assoluto di BD/RZ: BD??? DB!), ma un parallelo del genere non mi sarebbe venuto nemmeno curando diecimila Paoli Franceschi Celani o vivendo l’equivalente di due o tre vite… Cosa faccio, adesso? Mi licenzio da me stesso?

  490. Dott. Felix Peyote il 28 settembre 2006 alle 21:46

    Di Norman Raeben sapevo.

    Secondo te, Street Legal contiene qualcosa di utile al tuo discorso?

  491. db il 29 settembre 2006 alle 16:43

    C’è tutto Giobbe e C, pure in dettaglio, nell’ultima raccolta di Z, “Modern Times”: dalla prima poesia

    Thunder on the mountain, rolling like a drum
    Gonna sleep over there, that’s where the music coming from
    I don’t need any guide, I already know the way
    Remember this, I’m your servant both night and day
    Thunder on the mountain rolling to the round
    Gonna get up in the morning walk the hard road down
    Some sweet day I’ll stand beside my king
    I wouldn’t betray your love or any other thing
    Gonna raise me an army, some tough sons of bitches
    I’ll recruit my army from the orphanages
    I been to St. Herman’s church and I’ve said my religious vows,
    I’ve sucked the milk out of a thousand cows

    all’ultima

    As I walked out tonight in the mystic garden
    The wounded flowers were dangling from the vine
    I was passing by yon cool crystal fountain
    Someone hit me from behind
    Ain’t talkin’, just walkin’
    Through this weary world of woe
    Heart burnin’, still yearnin’
    No one on earth would ever know
    Now I’m all worn down by weeping
    My eyes are filled with tears, my lips are dry
    If I catch my opponents ever sleeping
    I’ll just slaughter ‘em where they lie
    Ain’t talkin’, just walkin’
    My mule is sick, my horse is blind.
    Heart burnin’, still yearnin’
    Thinkin’ ‘bout that gal I left behind.
    Well, it’s bright in the heavens and the wheels are flyin’
    Fame and honor never seem to fade
    The fire gone out but the light is never dyin’
    Who says I can’t get heavenly aid?
    Ain’t talkin’, just walkin’
    Carryin’ a dead man’s shield
    Heart burnin’, still yearnin’
    Walkin’ with a toothache in my heel
    As I walked out in the mystic garden
    On a hot summer day, a hot summer lawn
    Excuse me, ma’am, I beg your pardon
    There’s no one here, the gardener is gone

    non ho parole, o solo una: se hanno dato il Nobel a Franca Rame, dovrebbero darne almeno due… (su Norman Raebe, il cui padre rabbino era detto il Twain chassidico per i suoi romanzi, e su una prima traduzione dii Modern Times http://www.maggiesfarm.it stamane un mio amico mi ha detto di aver battuto il record di lettura: 82 ore sempre solo di Modern Times)

  492. C. Ovatta il 29 settembre 2006 alle 16:50

    Scusi, ma lei è il dott. Peyote che aveva in cura Saul Datura? E’ mio grande amico. So che avete avuto dei problemi di dosi e di tisane, ma mi ha parlato proprio bene di lei. E’ vero che coi pazienti fa popterapia, previo pop test? Nel qual caso, ci farei un pensierino. E’ da 13 anni infatti che sono in analisi da un dottore younghiano, Stefano Calmi. Lo conosce? Ha studiato da giovane in California, dice, ma a me mi pare che tanto non deve aver studiato. Già che ci sono, mi tolga una curiosità: noi pazienti come santo patrono abbiamo Giobbe, ma voi dottori chi avete?
    Conto in una sua risposta.
    Ciccio Ovatta

  493. Lady Lazarus il 29 settembre 2006 alle 21:08

    Che cosa gli avrà sussurrato all’orecchio Guenter Grass a Celan durante le umide passeggiate serali lungo la Senna?
    Gli avrà illustrato tutti i segreti della filologia e della metasemantica.

  494. Cetta Inter il 30 settembre 2006 alle 04:23

    GG (a pc): SS…

  495. db il 30 settembre 2006 alle 12:34

    Our conversation was short and sweet
    It nearly swept me off-a my feet.
    _ _ _ _ And I’m back in the rain,
    |||||||| OH |||||||
    And you are on dry land.
    \\\\ YOU MADE //// it there somehow
    = = = = You’re a bad god now.

    Niemand knetet uns wieder aus Erde und Lehm,
    _ _ _ _ niemand bespricht unsern Staub.
    |||||||| NIEMAND ||||||||
    der Krone rot vom Purpurwort,
    das \\\\ WIR SANGEN //// über,
    = = = = o über dem Dorn.

    Ho reagito alla sfiga di non poter sentire la voce di C immaginandomi un equivalente plausibile sulla base delle indicazioni fornite da più “uditori” in questo thread. Fortunato nemmeno in questo (la voce di Z me l’ha messa un amico su cd, ma attaccandoci male la cartina sopra, sicché potevo ascoltarlo solo in macchina, a notte fonda…).

    _ _ _ _ la voce s’incrina, cala ancor più rispetto a prima

    |||||||| al colmo della disperazione, esplode il suono perentorio

    \\\\ la voce si alza in inno, ma pacato, come una constatazione

    = = = = e sfuma quasi a girarsi indietro, dal frutto alla fatica

    (NB rispetto al testo scritto, Z varia l’ultimo verso in: *You’re a big god now*.)

  496. Dott. Felix Peyote il 30 settembre 2006 alle 12:46

    Caro C. Ovatta, è un piacere sentirti. Mi permetto di darti del tu perché gli amici degli amici, in questo caso Saul, li sento già un po’ come miei pazienti, anche se non li conosco ancora di persona. Permettimi di consigliarti, a proposito del dott. Stefano Calmi, un uso moderato dei suoi scritti, soprattutto quelli degli ultimi anni. I suoi libri migliori li ha scritti a cavallo tra i Sessanta e i Settanta, quando il ricordo della caccia al bufalo nei campi di primavera era presente con tutti i suoi umori e odori ancora sparsi nell’aria. Poi si è dedicato a una lettura eterodossa dell’opera del maestro, con l’intenzione di allargare le schiere dei discepoli e dei simpatizzanti, ma finendo, in ultima analisi, per scimmiottare dottrine che meritavano bel altra sorte. Diciamo che da allora non l’ho seguito più, ma quattro o cinque opere della sua cospicua produzione le salverei comunque. In ricordo dei bei tempi andati.

    Il santo protettore? S. Erasmo da Rutterdam.

    Conto di vederla presto nel mio studio, caro Ciccio.

  497. db il 30 settembre 2006 alle 12:58

    à paris…

    GG = 1 ELEPHANT IM PAUL CELAN LADEN
    GG = 1 ELEFANTE NEL NEGOZIO DI POL CELANA

    http://www.hagalil.com/archiv/2006/08/grass-1.htm

  498. mayfly il 30 settembre 2006 alle 21:27

    E per quanto tempo
    può un uomo
    girare la sua testa
    fingendo di non vedere…
    La risposta, mio amico
    sta soffiando nel vento,
    la risposta sta soffiando nel vento….

  499. Rino Oto il 30 settembre 2006 alle 22:54

    Non ho caputo: prima soffiava all’orecchio, ora sta soffiando nel vento… non vorrei che domani soffiasse il naso!

  500. Val Thin Men il 1 ottobre 2006 alle 00:18

    Io cammino fumando

    e dopo ogni boccata

    attraverso il mio fumo

    e sto dove non stavo

    dove prima soffiavo.

  501. db il 1 ottobre 2006 alle 01:53

    Le mie ultime perplessità sono sull’aggettivazione di stilo e filamento. Un punto assodato è che C, scrivendo inizialmente “schwarz”, aveva in mente il colore fisico, materiale (tanto più notevole, in quanto Die Niemandsrose è scarsissima di colori: appena 7 in tutta la raccolta, stando a Helmutinka). Poi C scolora agganciandosi al lapis “hell”. A intuire in parallelo allo svolgersi della rosa il dipanarsi della scrittura/segno mi ha aiutato (in bella consonanza con un commento del thread, forse di myfly) una poesiola ormai famosa di un ragazzo di 22 anni, che si stava laureando in filosofia proprio mentre la scriveva (a prop., 2 anni fa è uscito Die Philosophische Bibliotek von P.Celan – un volume intero solo per raccogliere i titoli echt filosofiici)

    Essere matita è segreta ambizione.
    Bruciare sulla carta lentamente
    e nella carta restare
    in altra nuova forma suscitato.
    Diventare così da carne segno,
    da strumento ossatura
    esile del pensiero.
    Ma questa dolce
    eclissi della materia
    non sempre è concessa.
    C’è chi tramonta solo col suo corpo:
    allora più doloroso ne è il distacco.

    Mi pare che dica “la stessa cosa” di C (in forma ovviamente assai diversa). Insomma, tradurrò i 2 aggettivi badando di non scivolare nel toboga della metafora.

  502. Lady Lazarus il 1 ottobre 2006 alle 14:58

    A Monaco ventidue anni li aveva – quando morì – un’altro studente universitario, anzi, una rosa bianca disobbediente beccata mentre distribuiva un volantino… “…… Vogliamo sacrificare ai più bassi istinti di potere di una cricca di partito ciò che resta della nostra gioventù tedesca? Mai più!……” All’uomo della Gestapo che poi la interrogò in prigione “Signorina Scholl, non si rammarica, non trova spaventoso e non si sente colpevole di aver diffuso questi scritti e aiutato la Resistenza, mentre i nostri soldati combattevano a Stalingrado? Non prova dispiacere per questo?”, lei rispose: “No, al contrario ! Credo di aver fatto la miglior cosa per il mio popolo e per tutti gli uomini. Non mi pento di nulla e mi assumo la pena!”»
    La ghigliottina tranciò di netto la sua corolla rossa di sangue.

  503. J. Drumbl 2006 il 1 ottobre 2006 alle 16:19

    @Cato+chiunque. l’ho trovato per caso in rete, e visto che sei interessato a tombe ed epitaffi, l’ho tradotto e lo incollo (Wolff contava allora più di 300 interpretazioni: chissà gli aggiornamenti!) – NB non è un ricato.

    La storia delle interpretazioni dell’epitaffio di Rilke è riassunta in J. Wolff, Rilkes Grabschrift, Heidelberg 1980. Rileggendo questo corpus di interpretazioni ci si accorge del meccanismo che mette in moto e mantiene attiva l’operosità degli interpreti: è l’insoddisfazione delle interpretazioni che li hanno preceduti. Ma proprio questo corpus, irritante per la stessa mole, indica una via d’uscita esemplare. Ricominciare da capo, rifiutando di seguire la logica di aggiungere riflessioni su riflessioni creando così testi senza fine. La prima interprete del Grabspruch, E. von Schmidt-Pauli (RMRs Grabspruch, in “Frankfurter Zeitung”, 1927 n. 492), forte della sua familiarità con il poeta e dell’intima conoscenza della sua opera, accosta il Grabspruch a un passo dei Sonetti a Orfeo II, 14:

    ROSA, CONTRADDIZIONE PURA! VOGLIA / D’ESSERE IL SONNO DI NESSUNO SOTTO SI’ TANTE PALPEBRE.
    Tutto ondeggia. Allora andiamo qua e là come portatori, / piazzando noi stessi su tutto, incantati dal peso: / oh, che maestri spossanti siamo per le cose, poiché ad esse arride fanciullezza eterna!

    La sua interpretazione, a ben vedere, altro non è che una parafrasi del legame intertestuale tra i due testi: *Ora la rosa non deve più essere condannata, lei la fanciullesca, la giocosa, a condividere il peso di una vita adulta – non a condividere il sonno di un defunto: sii contraddizione, rosa! [dormi ora il tuo proprio sonno sotto sì tante palpebre!] RMR, il tuo poeta, ti restituisce al tuo!*
    Dall’interpretazione ho tolto la frasetta da me messa tra [ ]: con questo inciso la Pauli aggiunge un pensiero non necessario allo sviluppo stesso della sua interpretazione. Il tema del sonno della rosa non fa parte della poesia di Rilke. “Restituire la rosa a quanto le è proprio” è il senso del testo, qualora esso non venga vincolato dalla presunta analogia tra il sonno del poeta morto e il (presunto) sonno della rosa.
    Basta togliere quella frasetta e l’interpretazione del Grabspruch è “perfetta”. Come prova si potrà leggere un altro passo di questa bellissima interpretazione sostituendo – in sintonia con il taglio della frasetta – “al suo proprio sonno” con “a quanto le è proprio”: *RMR ha sempre voluto muovere quanti amava a fare ciò che era loro proprio. E noi, che leggeremo che la rosa è stata restituita a quanto le è proprio [al suo proprio sonno], riceviamo in consegna di andare e di fare ciò che ci è proprio*.

  504. db il 1 ottobre 2006 alle 18:09

    Ho visto la foto, e mi sono piantato
    http://www.olokaustos.org/opposizione/ gruppi/weisserose/scholl-s.htm
    Ho letto il motto di Sophie, da Maritain: Il faut avoir l’esprit dur et le cœur tendre.
    Ho letto che il fratello Hans aveva scelto il nome d’istinto, pensando che fosse abbastanza incisivo e suonasse positivo.
    Wikipedia dice: Fino a tutto il 19° secolo un locale, un negozio, un albergo o altro che avesse il nome di “rosa bianca” (ve ne erano molti e alcuni ancora sopravvivono in tutta Europa) stava a significare che chi doveva sapere, sapeva di poter trovare lì assistenza “fraterna” e discrezione.
    E un pezzo di volantino: Ein jeder will sich von einer solchen Mitschuld freisprechen, ein jeder tut es und schläft dann wieder mit ruhigstem, besten Gewissen. Aber er kann sich nicht freisprechen, ein jeder ist schuldig, schuldig, schuldig ! Doch ist es noch nicht zu spät, diese abscheulichste aller Mißgeburten von Regierungen aus der Welt zu schaffen, um nicht noch mehr Schuld auf sich zu laden.

  505. II, 6 il 2 ottobre 2006 alle 01:56

    Rose, du thronende, denen im Altertume
    warst du ein Kelch mit einfachem Rand.
    Uns aber bist du die volle zahllose Blume,
    der unerschöpfliche Gegenstand.
    In deinem Reichtum scheinst du wie Kleidung um Kleidung
    um einen Leib aus nichts als Glanz;
    aber dein einzelnes Blatt ist zugleich die Vermeidung
    und die Verleugnung jedes Gewands.
    Seit Jahrhunderten ruft uns dein Duft
    seine süßesten Namen herüber;
    plötzlich liegt er wie Ruhm in der Luft.

    Dennoch, wir wissen ihn nicht zu nennen, wir raten …
    Und Erinnerung geht zu ihm über,
    die wir von rufbaren Stunden erbaten.

  506. C. Sandburg il 2 ottobre 2006 alle 22:43

    griderò a dio di darmi un piede spezzato.

    chiederò una cicatrice e un naso squarciato.

    prenderò l’ultima cosa e la peggiore.
    sarò divorato da topi grigi in una tana dove
    non entrano messaggeri del sole e non vivono cani.

    eppure – di tutti gli “eppure” questo è il bronzeo più forte –

    mi rimarrà una cosa migliore d’ogni altra: è in essa
    l’acciaio azzurro di una grande stella alle prime ombre della sera;
    vive più a lungo di un piede spezzato e di una cicatrice.

    il piede spezzato va dentro un buco scavato con la vanga
    e l’osso di un naso può finire sulla cima di un colle
    – eppure – “eppure”-

    alla fine rimane sempre un pizzico di ceneri purpuree;
    e nessuno dei venti capricciosi che frustano l’erba
    e nessuna delle piogge martellanti che battono la polvere
    sanno come toccare o trovare quel guizzo di porpora.

    io grido a dio di darmi un piede spezzato, una cicatrice,
    una morte immonda.

    io che ho visto quel guizzo di porpora, chiedo a dio
    l’ultima cosa e la peggiore.

  507. RMR il 3 ottobre 2006 alle 13:27

    Rosa, regina che per gli antichi
    eri semplicemente un calice bordato,
    per noi sei il fiore pieno innumere,
    l’oggetto mai esauribile.

    Nel tuo regno appari come drappeggiata
    attorno a un corpo fatto di splendore puro;
    ma il tuo singolo petalo è anche l’evitare
    e il rinnegare ogni vestimento.

    Da secoli il tuo aroma emana verso noi
    i suoi nomi dolcissimi;
    d’un tratto sta come gloria nell’aria.

    Eppure non sappiamo nominarlo, ci proviamo…
    E passa a lui il ricordo
    che imploravamo da ore revocabili.

  508. PSALM FOR NO ONE il 9 ottobre 2006 alle 02:54

    Your day breaks, your mind aches.
    You find that all his words of kindness linger on
    when he no longer needs you.

    And in his eyes you see nothing.
    No sign of love behind the tears
    cried for No One,
    a love that should have lasted
    years.

    You want him, you need him,
    and yet you don’t believe him
    when he says his love is dead:
    you think he needs you –
    you stay home, he goes out.

    He
    says that long ago he knew someone
    but now he’s gone:
    he doesn’t need him.
    There will be times when all the things
    he said will fill your head –
    you won’t forget him.

  509. db il 9 ottobre 2006 alle 23:36

    Included in J. Derrida, “Sovereignties in Question: The Poetics of P. Celan”, London 2005, are the 1984 text “Schibboleth;” a 2000 essay that engages Celan poems as witness or testimony; an interview from 2001; a discussion of Celan’s “Meridian” lecture from Derrida’s 2001-2002 Paris seminar; and “Rams,” his 2003 memorial lecture for Hans-Georg Gadamer. Central themes include the date or signature and its singularity; the notion of the trace; temporal structures of futurity and the “to come”; the multiplicity of language and questions of translation; such speech acts as witness, promise, and testimony, but also lying and perjury; the possibility of the impossible; and, above all, the question of the poem as addressed and destined beyond knowledge, seeking to speak to and for the irreducible other.

  510. ? il 10 ottobre 2006 alle 13:38

    Quando Celan decidió suicidarse estaba leyendo una biografía de Hölderlin; en su escritorio, una página abierta con unos versos subrayados: “A veces el genio cae en la oscuridad y se hunde en el oscuro pozo de su corazón”(J. Felstiner, Paul Celan, Poet, Survivor, Jew, NY, Yale Univ. Press, 1995).

  511. PC marzo '70 il 10 ottobre 2006 alle 14:16

    ICH TRINK WEIN aus zwei Gläsern
    und zackere an
    der Königszäsur
    wie Jener
    am Pindar,

    Gott gibt die Stimmgabel ab
    als einer der kleinen
    Gerechten,

    aus der Lostrommel fällt
    unser Deut.

  512. PC il 12 ottobre 2006 alle 03:35

    Bevo vino da due bicchieri
    e aro su
    la cesura regia
    come quello
    su Pindaro,

    dio porge il diapason
    quale uno dei piccoli
    giusti,

    dall’urna del lotto esce
    il nostro numero.

  513. PC '61 il 12 ottobre 2006 alle 03:55

    TÜBINGEN, JÄNNER

    Zur Blindheit über-
    redete Augen.
    Ihre – “ein
    Rätsel ist Rein-
    entsprungenes”, ihre
    Erinnerung an
    schwimmende Hölderlintürme, möven-
    umschwirrt.

    Besuche ertrunkener Schreiner bei
    diesen
    tauchenden Worten:

    Käme,
    käme ein Mensch,
    käme ein Mensch zur Welt, mit
    dem Lichtbart der
    Patriarchen: er dürfte,
    spräch er von dieser
    Zeit, er
    dürfte
    nur lallen und lallen,
    immer-, immer-
    zuzu.

    (“Pallaksch. Pallaksch.”)

  514. db il 12 ottobre 2006 alle 09:53

    TUBINGA, GENNAIO segue immediatamente Psalm nella raccolta Die Niemandsrose (la tr. it. nei Meridiani Mondadori è aberrante, non solo nel fastidioso refuso romanesco *Hörderlin*).
    ICH TRINK WEIN invece è una poesia d’occasione, scritta per il bicentenario della nascita di Hölderlin celebrato a Stoccarda il 21 marzo 1970 (è lui che nel 1805, a un passo dalla follia, zappava/traduceva Pindaro). Celan si suiciderà 1 mese esatto dopo. L’ultimissima poesia di C è ancora enologica: REBLEUTE graben (Vignaioli vangano).
    Lors de leur dernière entrevue, le jeudi saint de 1970 [26 marzo], Heidegger proposa à Celan, pour l’été, un voyage en commun “sur les sites hölderliniens du haut Danube”. Dall’ultimo volume delle Opere Complete, si desume che Heidegger morì letteralmente su Die Aussicht (La veduta), l’ultimissima poesia di Hölderlin cui Heidi aveva dedicato già più di un saggio.

  515. Andrea il 13 ottobre 2006 alle 10:09

    1. Paul Celan, CHANSON DI UNA DAMA NELL’OMBRA (La sabbia delle urne, 1948)

    Se arriva quell’ Essere Silenzioso e trancia la testa ai tulipani:
    Chi è vincente?
    Chi perdente?
    Chi va alla finestra?
    Chi pronuncia anzitutto il suo nome?
    Vi è uno che regge i miei capelli.
    Li regge come si reggono in mano corpi morti.
    Li regge come il cielo li resse quell’anno che io ero in amore.
    Li regge per vanità a quel modo.
    Costui vince.
    Costui non perde.
    Costui non va alla finestra.
    Egli non pronuncia quel nome.
    Vi è uno che possiede i miei occhi.
    Li possiede dacché le porte si chiudono.
    Li reca al dito come anelli.
    Li reca come schegge di piacere e di zaffiro:
    già in autunno mi era fratello;
    già annovera i giorni, le notti.
    Costui vince.
    Costui non perde.
    Costui non va alla finestra.
    Egli pronuncia quel nome alla fine.
    Vi è uno che possiede ciò che io dissi.
    Lo porta sotto il braccio come un fardello.
    Lo porta come l’orologio porta la sua ora peggiore.
    Lo porta di soglia in soglia e mai non lo getta.
    Costui non vince. Costui perde.
    Costui va alla finestra.
    Egli pronuncia quel nome anzitutto.
    A lui vien tranciata la testa come ai tulipani.

    2. Tito Livio, Istorie, I

    Al messo che sembrava di dubbia fede, Tarquinio non diede subito alcuna risposta a voce e, molto pensoso, passò nel giardino del palazzo, seguito dal messo del figlio. Qui passeggiando in silenzio, si dice che abbattesse con il bastone i capi dei più alti papaveri. Stanco il messo d’interrogare e di aspettar la risposta, credendo di aver concluso nulla, tornò a Gabio e riferì ciò che aveva visto; ma che, o per ira, o per odio, o per innata superbia dell’animo, il re non aveva aperto bocca.
    Ma Sesto comprese ciò che il padre bramava ed ordinava con quei taciti segnali, e tolse la vita ai principali cittadini gabrini…

    3. Johann Georg Hamann (Hamann’s Schfiften, ed. Fr. Roth, Berlin 1821-43, Bd. III, p. 190)

    Ciò che Tarquinio il Superbo
    intese col taglio dei papaveri
    nel suo giardino, lo capì suo figlio
    ma non il messaggero.

    4. Soren Kierkegaard, esergo a “Timore e Tremore” e citazione nei Papirer dell’anno 1843

    Ciò che Tarquinio il Superbo
    intese col taglio dei papaveri
    nel suo giardino, lo capì suo figlio
    ma non il messaggero.

  516. Andrea il 13 ottobre 2006 alle 11:19

    nota:
    Mentre spulciavo tra le Poesie di Paul Celan mi è appunto capitata sott’occhio la “Chanson di una dama nell’ombra”. Dopo le prime quattro/cinque letture non lo avevo ancora notato. Quelli che per Tito Livio, per Hamann e per Kierkegaard son Papaveri, per Celan rimangono tali nel titolo della raccolta del ’52, ma diventano Tulipani nella poesia di cui sopra. Celan era un grande esperto di botanica, pure Heidegger lo nota. Nel lapsus conscio vi si nasconde un senso. (?)

  517. TUBINGA, GENNAIO il 13 ottobre 2006 alle 13:32

    Occhi per-
    suasi alla cecità.
    Il loro – “ un
    enigma è il nato
    puro” –, il loro
    ricordo di
    torri Hölderlin nuotanti, sfiorate
    da gabbiani in volo.

    Visite di falegnami sommersi da
    queste
    parole d’abisso:

    Venisse,
    venisse un uomo,
    venisse un uomo al mondo, oggi, con
    la barba lucente dei
    patriarchi: potrebbe,
    se parlasse di questo
    tempo,
    potrebbe
    soltanto balbettare balbettare,
    seee… sempre
    aaan… cora.

    (“Pallaksch. Pallaksch.”)

  518. db il 13 ottobre 2006 alle 17:29

    Il manoscritto di Psalm reca a data *5 gennaio 1961*, che segna presumibilmente l’inizio della stesura (corretta poi). In quel gennaio C visitò con l’amico Jens Tubinga, ricavandone la poesia. La quale dunque è contigua a Psalm non solo nel libro, ma nella realtà. Sarebbe da sciocchi non vederle entrambe come reciprioco pendant – e da sciocchi dunque non riaprire le interpretazioni (il gioco delle).

    Quanto al triangolo, caro Andrea, vedi quanto danno inconsapevole fanno i traduttori (tutti – solo, chi più chi meno). Hamann, e con lui K che lascia l’esergo in tedesco, ha

    Was Tarquinius Superbus in seinem Garten mit den Mohnköpfen sprach, verstand der Sohn, aber nicht der Bote.

    Ciò che disse Tarquinio il Superbo nel suo giardino con le teste di papavero, lo capì il figlio, ma non il messaggero.

    (sia Fortini che Fabro, ingannati forse dalla promiscuità di Kopf/testa e köpfen/decapitare, scivolano sul dativo plurale den Köpfen. Fedelissimo invece Hamann a Livio, e geniale K a metterlo in esergo. Si tratterebbe di capire la genialità (e tener fermo che parlare di Kierkegaard Renaissance nella Germania di inizio ‘900 è inesatto: davvero unzeitlich/inattuale, K ebbe una seconda vita sì, ma prima/naissance perché per tutto l’800 rimase ibernato/ignoto nella sua lingua danese). Il messaggio dell’imperatore, Ki e Ka, C fanatico di Ka…

  519. Andrea il 13 ottobre 2006 alle 19:43

    Scusate la prolissità… in mezz’oretta mi sono fatto prendere la mano.

    Limitando le considerazioni al minimo e cercando di dedicarmi alla semplice descrizione al massimo, provo ad indicare qualche segno.
    Partendo da Celan (Chanson di una dama nell’ombra [già il titolo sarebbe da ricondurre ad un sentiero]) noto:

    (1) una premessa, il tema per le successive variazioni. L’Essere silenzioso, Chi vince? Chi perde? Chi va alla finestra* ?, Chi pronuncia anzitutto il suo nome?

    (2) Prima Variazione: Colui che le (alla dama, o al poeta-soggetto) regge i capelli (sorvoliamo un attimo sul come, ma il testo è sempre sopra a rilucere) vince, non perde, non va alla finestra* , non pronuncia quel nome, mai. I capelli richiamano tocco, corporeità, ma leggera se paragonata a ciò che arriva.

    (3) Seconda Variazione: Colui che possiede i suoi occhi (sorvoliamo ancora sul come) – li possiede e lo capiamo dal momento che le porte si chiudono** – vince, non perde, non va alla finestra* , pronuncia quel nome, ma solo alla fine. Possedere gli occhi richiamano il tocco, ma più violento; la corporeità, ora più pronunciata.

    (4) Terza Variazione: Colui che possiede ciò che lei (o lui) disse, (sorvoliamo per l’ultima volta sul come) non vince, ma perde (unico caso), va alla finestra* e pronuncia quel nome, anzitutto. E’ a lui solo, singolo, che viene tranciata, come ai tulipani, la testa. La corporeità qui manca; rimane il verbo, la parola.

    Passio ora a Kafka e al suo “Messaggio dell’Imperatore” (col sottofondo del Duomo nel Processo, o i frammenti sulla costruzione della muraglia cinese). L’Imperatore ha un messaggio per Te (per il singolo, ancora una volta: “[…] a te, un singolo, a un misero suddito, minima ombra sperduta nella più lontana delle lontananze dal sole imperiale […]”). Il Messaggero ha inteso, nonostante abbia dovuto farselo ripetere. Ma il Messaggero non ce la fa, non va alla finestra* (la finestra* dove Tu stai e sogni di tutto questo, quando giunge la sera). Forse non possiamo proprio dire che pronuncia anzitutto il messaggio, la parola, ma sappiamo per certo che sente l’esigenza di confermare l’intendimento (l’esattezza) con un cenno del capo (e già prima dovette farselo ripetere!). Il Messaggero non va alla finestra* forse dal momento che le porte gli si chiudono**, non passa oltre, deve avanzare a fatica.

    Accenno, infine e solamente, a Kierkegaard (nonostante non abbia un ricordo freschissimo di “Timore e Tremore”). Ho provato a intrecciare, appaiare, collegare senza lasciar fuori nessuno, le figure del Padre, del Figlio, del Messaggero: non trovo successo né soddisfazione, forse ora non è la strada giusta. Però: un paio di cose mi danno certezza. Il Messaggero non intende (e se il Messaggero di Kafka intende, gli serve a poco dacché non compie il suo lavoro di messaggero, forse intende sì ma non ciò che è da intendersi); il figlio sì, lui intende, se nel figlio vediamo Abramo, in Abramo il singolo, il Cavaliere della Fede, l’ultimo passo dell’uomo (e questo sì che lo vediamo, con molta sicurezza. Lo dice il testo). Il Padre?

    Riesumo in un infine ulteriore i “come” della poesia di Celan. A dir la verità l’ultimo dei “come”. Il terzo, quello che possiede ciò che lei/lui disse, porta la parola, un messaggio. Lo fa come fosse un fardello, come l’orologio porta la sua ora peggiore, lo porta di soglia in soglia e mai non lo getta (una richiesta a chi può leggere l’originale tedesco: mai non è un rafforzativo della negazione, vero? e non un negare che viene negato [mai non= sempre] che porterebbe quel Colui a far gettare sempre il messaggio.). Non è difficile notare come in Kafka il messaggero sia “robusto”, “infaticabile”, può procedere “più facilmente di chiunque altro”. Nei primi due “come” si esponeva (capelli; occhi come anelli, schegge di piacere e zaffiro), in quest’ ultimo si nasconde (il messaggio, il nome dell’Essere Silenzioso, la parola).
    Per ri-citare anche Kierkegaard noto che Abramo nasconde, il suo portamento è silenzio. E porta pure un bel fardello.

    Veramente ultimo: la forma ipotetica corre nella poesia, nella Chanson di Celan, e ricorre molto (se è molto nel poco che conosco m’immagino il resto) in Kafka: “se arriva quell’Essere Silenzioso” in Celan, “se gli riuscisse” reiterato in “Un Messaggio dell’Imperatore”, “Se una cadente, tisica cavallerizza…”, ecc.

  520. Andrea il 13 ottobre 2006 alle 20:00

    ho notato un paio di sviste, dovute forse all’eccesso di collegamenti chi mi si facevano davanti.

    Nel terzo dei “come” (la Terza Variazione) il modo è quello del nascondere, ma più che il messaggio, il nome dell’Essere Silenzioso, la parola (cose che non corrispondono al testo, è un mio lapsus) si nasconde perchè si tiene “ciò che io dissi” sotto il braccio, non lo si getta.

    Nelle righe su Kafka, con “Forse non possiamo proprio dire che pronuncia anzitutto il messaggio” intendevo che proprio non lo fa, altrimenti si legherebbe alla Terza Variazione, dove “Colui” va alla finestra (a differenza del Messaggero Kafkiano). Ma il cenno del capo e la ripetizione del messaggio per confermare l’intendimento è chiarissimo che celano un significato.

  521. Miku il 13 ottobre 2006 alle 20:48

    Ci sono anch’io, leggo.

  522. C. Stevens il 14 ottobre 2006 alle 06:53

    Pallax, the name of my cat, actually comes from a cross between two names: parallax, which is a math term for something crazy, and Pallas, which is sort of a pseudonym for Athena.

  523. db il 14 ottobre 2006 alle 07:50

    Ieri notte volevamo scrivere in diretta Stefania ed io, ma il pc al momento di postare dava “not avalable” e NB solo in questo thread, tanto che ci ha colto un leggero attacco di blogofobia (nausea, sensazione di pienezza ecc.), superato con abbondanti mescite del primo alcoolico che capitava sotto mano. Così ora sono costretto a fare io, da solo, un breve riassunto. E una breve premessa. S, che conosco qua mamma del Trotter = mamma di una compagna di classe di mia figlia, è una prof di tedesco (pronuncia impeccabile, direi soave, quanto la mia è da eterno emigrante) con un rimpianto nel cassetto: per qualche anno è stata addetta alle esercitazioni con Bevilacqua a Firenze, e poi ha mollato per la pagnotta. Lei è innamorata di B, e spesso e volentieri, non so perché, mi diverto a smontarglielo. ma ieri sera mangiando ci ha confidato che si è appena separata dal marito, e non me la sono sentita di distruggergli anche la seconda torre. Però le avevo accennato prima di cena che c’era in ballo qualcosa su Hölderlin, e mi ha commosso che dopo cena mi abbia costretto a tornare su H. Così ho fatto un esperimento: l’ho messa col C Mondadori aperto sulla pagina giusta, davanti al pc con la mia traduzione adespota. L’ho lasciata lì concentratissima, ho approfittato per fare il pieno e son tornato: 1- ha indovinato subito che era C. 2- ha espresso il suo parere sulle due versioni, che qui non sto a ripetere. La cosa che ha detto, profondissima, è: quanta acqua! (con un senso di tristezza, sicché glie l’ho tagliata subito con un bicchierozzo). ed ecco il risultato:
    1- l’acqua compare subito, nella citazione da Der Rhein di H, I verso IV strofa, che continua: Auch der Gesang kaum darf es enthüllen/ Nemmeno il canto può svelarlo, ed è il mistero della nascita, in questo caso di un fiume dalle Alpi che chissà perché si stacca dai fratelli Rodano e Ticino, volge verso est e poi su a nord. E così l’abbiamo letto tutto, l’inno, commuovendoci alla strofa VII Eher muß zum Unbild werden der Tag der Menschen /dovrà perder forma il giorno degli umani…, ed esaltandoci sul finale, all’invocazione a Rousseau (l’inno è dedicato all’amico Sinclair, giacobino quanto H e in più prigioniero politico) che pensiamo sia alla base del Käme ein Mensch di C (per cui quest’uomo dovrebbe essere un novello Rousseau)
    2- la poesia di C è il racconto di un’allucinazione progressiva, equivalente a una paranoia da LSD: avvio classico, a occhi chiusi; l’acido sale, si vede doppio e fluttuante, sicché l’immagine riflessa della torre sul Neckar, affluente del Reno, acquista vita propria, nuota; il passaggio dal part. presente di nuotanti al part. passato/passivo di sfiorate segna l’avvio della para, esattamente come negli Uccelli di Hitchkock, che sono gabbiani prima normali e poi minacciosi; la para impera poi alla vista dei visitatori in coda, tutti falegnami come Zimmer (di cui C aveva un’idea non troppo tenera e giusta) e tutti annegati/anneganti in parole/diluvio, fino al balbettio finale.
    3- solo alla fine ci siamo “ricordati” che C si gettò nella Senna e morì annegato.

  524. Justine D.S. il 14 ottobre 2006 alle 08:02

    Phallax, le nom de mon cheval, vient en effect du croisement de deux noms: faux, parce que devant l’obstacle son pas n’est jamais juste, et phallus parce…

  525. TÜBINGEN, JANEIRO il 14 ottobre 2006 alle 19:31

    Olhos que per-
    suadem à cegueira.
    A sua – “um mistério
    o salto puro
    da fonte” – a sua
    recordação de
    torres de Hölderlin nadando, giro de gai-
    votas ao redor.

    Visitas de marceneiros afogados
    a essas
    palavras que afundam:

    Se viesse,
    viesse um homem,
    viesse um homem ao mundo, com
    a barba de luz dos
    Patriarcas: só diria,
    se falasse do
    agora, só
    diria balbucio, balbucio,
    ago-, ago-
    agora gago.

    (“Pallaksch. Pallaksch.”)

  526. ros@ il 14 ottobre 2006 alle 19:34

    William Rey, “Paul Celan: Das blühende Nichts”, German Quarterly, XLIII/4 (Nov. 1970), pp. 749–69

    Michael Winkler, “On Paul Celan’s rose images”, Neophilologus, 56/1 (Jan. 1972), pp. 72-78

  527. CHANSON EINER DAME IM SCHATTEN il 14 ottobre 2006 alle 19:58

    Wenn die Schweigsame kommt und die Tulpen köpft:
    Wer gewinnt?
    Wer verliert?
    Wer tritt an das Fenster?
    Wer nennt ihren Namen zuerst?

    Es ist einer, der trägt mein Haar.
    Er trägts wie man Tote trägt auf den Händen.
    Er trägts wie der Himmel mein Haar trug im Jahr, da ich liebte.
    Er trägt es aus Eitelkeit so.

    Der gewinnt.
    Der verliert nicht.
    Der tritt nicht ans Fenster.
    Der nennt ihren Namen nicht.

    Es ist einer, der hat meine Augen.
    Er hat sie, seit Tore sich schließen.
    Er trägt sie am Finger wie Ringe.
    Er trägt sie wie Scherben von Lust und Saphir:
    er war schon mein Bruder im Herbst;
    er zählt schon die Tage und Nächte.

    Der gewinnt.
    Der verliert nicht.
    Der tritt nicht ans Fenster.
    Der nennt ihren Namen zuletzt.

    Es ist einer, der hat, was ich sagte.
    Er trägts unterm Arm wie ein Bündel.
    Er trägts wie die Uhr ihre schlechteste Stunde.
    Er trägt es von Schwelle zu
    Schwelle, er wirft es nicht fort.

    Der gewinnt nicht.
    Der verliert.
    Der tritt ans Fenster.
    Der nennt ihren Namen zuerst.

    Der wird mit den Tulpen geköpft.

  528. CHANSON DI UNA DAMA NELL'OMBRA il 14 ottobre 2006 alle 22:56

    Quando viene la taciturna e decapita i tulipani:
    Chi vince?
    Chi perde?
    Chi va alla finestra?
    Chi fa il suo nome da subito?

    C’è uno che porta i miei capelli.
    Li porta come si portano morti sulle mani.
    Li porta come li portò il cielo l’anno che fui innamorato.
    Li porta così per vanità.

    Questo vince.
    Questo non perde.
    Questo non va alla finestra.
    Questo non fa il suo nome.

    C’è uno che ha i miei occhi.
    Li ha, dacché si chiudono le porte.
    Li porta al dito come anelli.
    Li porta come cocci di voglia e zaffiro:
    era già mio fratello in autunno;
    conta già i giorni e notti.

    Questo vince.
    Questo non perde.
    Questo non va alla finestra.
    Questo fa il suo nome alla fine.

    C’è uno che ha quel che dissi.
    Lo porta sotto il braccio come un pacco.
    Lo porta come l’orologio la sua ora più brutta.
    Lo porta da soglia a soglia, non lo getta via.

    Questo non vince.
    Questo perde.
    Questo va alla finestra.
    Questo fa il suo nome da subito.

    Questo viene decapitato con i tulipani.

  529. D. De Pronunzia il 15 ottobre 2006 alle 05:37

    PER DIFETTO EFRAIM PERSE LA CAPA

    Quand’uno dei fuggiaschi d’Efraim diceva: “Lasciatemi passare”, gli uomini di Galaad gli chiedevano: “Sei un Efraimita?” Se quello rispondeva: “No”, i Galaaditi gli dicevano: “Ebbene, di’ Scibboleth*”; e quello diceva “Sibboleth”, senza fare attenzione a pronunziar bene; allora lo pigliavano e lo scannavano presso i guadi del Giordano.

    * spiga/torrente

  530. A. Verlaine il 15 ottobre 2006 alle 08:18

    Penny Rimbaud creò nel ’67 con Wally Hope una comunità anarco-pacifista a Dial House. Come racconta in “Shibboleth”, Wally venne rinchiuso in un manicomio criminale per possesso di 1 dose di LSD; la sua mente rimase profondamente danneggiata delle medicine prescrittegli una volta uscito, e Wally si suicidò. Rimbaud ha affermato che fu la rabbia per le domande senza risposta sulla morte dell’amico ad averlo spinto a formare nel ’77 i Crass con Steve Ignorant e Eve Libertine. Dopo l’11 settembre 2001 ha scritto “Oh America”, e l’anno scorso ha finito il saggio filosofico “This Crippled Flesh”.

  531. Za Pata il 15 ottobre 2006 alle 12:29

    Shibboleth es el criterio, la prueba, o el santo y seña de un partido; una frase del grito o del animal doméstico del partido; una manera de hablar eso es distintiva de un grupo de gente particolar.

  532. SHIBBOLETH il 15 ottobre 2006 alle 12:34

    Junto a mis piedras
    crecidas bajo el llanto
    tras las rejas,

    me arrastraron
    al medio del mercado,
    allá,
    donde se iza la bandera, a la que
    no he prestado nunca juramento.

    Flauta,
    flauta doble en la noche:
    piensa el sombrío
    y doble rojo
    en Viena y en Madrid.

    Pon tu bandera a media asta,
    recuerdo.
    A media asta
    hoy y para siempre.

    Corazón:
    dalo también aquí a conocer,
    aquí, en medio del mercado.
    Haz que resuene, el shibboleth,
    en lo extranjero de la patria.
    Febrero. No pasarán.

    Unicornio:
    sabes de las piedras,
    sabes de las aguas,
    van,
    te llevo
    hacia las voces
    de Extremadura.

  533. Cato il 15 ottobre 2006 alle 15:14

    Ho qui sottomano “Schibboleth. Per Paul Celan” di Jacques Derrida. A me sembra uno dei libri più inutili mai pubblicati in italiano, ma, serve qualcosa a qualcuno, io sono qui.

  534. Cato il 15 ottobre 2006 alle 15:15

    “se serve…”

  535. Andrea il 15 ottobre 2006 alle 16:05

    Una traduzione può depistare a tal punto?

    (Premetto che ho apprezzato moltissimo l’accostamento di varie traduzioni proposto a proposito del Salmo. Se la poesia è una terra straniera o addirittura una non-terra (una u-topia), la poesia tradotta è quella terra straniera ma abitata anzitutto e “a-fussura” (=come se non bastasse) senza gli occhiali, senza una mappa (neanche malridotta) e con una strada pericolosa -solo lei- davanti. Accostare all’originale varie traduzioni è come indicare altri percorsi, nuove strade che non conducono alla poesia e al suo senso -già ci stiamo dentro, immersi- ma conducono ad abitarla, ad “orizzontarcisi”, a percorrerla).

    Forse ora sono io a cercare di depistarvi un attimo dai vostri lavori, ma noto nella seconda traduzione della Chanson che l’ “Essere silenzioso” è diventato la “taciturna”. Dunque la “taciturna” è la dama nell’ombra. (?) E l’Io della poesia è una persona altra dalla dama taciturna e nell’ombra (?). A loro si aggiungono i tre portatori (di capelli, d’occhi, di parola).

  536. db il 15 ottobre 2006 alle 16:52

    mi sembrava impossibile che cato fosse scomparso: allora ho messo lì un bocconcino prelibato (non avvelenato!), e tel chi! Veramente mi ha commosso trovare in rete la versione spagnola di shibboleth, dove il No pasaràn si adagia nel suo luogo naturale, per quanto doloroso.
    Eh sì, la taciturna è donna, andrea, e il “mai” che ti arrovellava, manco c’era nell’originale! Mi sono accorto che C nel riunire in libro le sue poesie rispetta assai i tempi della loro genesi. La Chanson secondo me diventa più “comprensibile” stringendola con l’immediatamente precedente Ricordo di Francia e l’immediatamente seguente Raggio notturno (+ Corona che chiude la sezione La sabbia delle urne, quale positivo della triade negativa. Da Corona C trae il titolo dell’intero libro, come da Chanson trarrà il titolo del libro successivo): ci sono significanti centrali che permangono: capelli, autunno, finestra ecc.
    Purtroppo sono a digiuno di commentari, ma la mia sensazione netta è che C sia in situazione, e precisamente: sta leggendo o facendosi leggere le carte (tarocchi?). La taciturna è la morte di sicuro, con tanto di falce decapitante. Questo vince ecc. è il modo di dire meccanico/spiccio/ripetitivo del cartomante. o no? Anzi, penso che il tutto si svolge nella stanza/appartamentino che ha visto consumare l’amore. Contemporaneamente non sarebbe da meravigliarsi se sotto lavora Timore e tremore, esergo in testa. Che ne dite?

    PS baratto Prefazioni di Kierkegaard, I ed. italiana introvabile (non è una raccolta postuma, il matto ha scritto proprio un libro di prefazioni a libri mai scritti, prefate a loro volta da una prefazione) con shibbolatina derridina. astenersi perditempo.

  537. Cato il 15 ottobre 2006 alle 18:03

    @ db

    Ho sempre seguito, compatibilmente con le esigenze dovute a problemi di ben altra natura, e apprezzato anche gli apporti degli ultimi commentatori che si sono aggiunti.

    Per il resto, ho bisogno di riordinare le idee dopo cinquecento commenti, anche se sono felice di vedere che un mio suggerimento del mese scorso, in merito alla necessità di non analizzare testi di Celan fuori dalla logica che presiede a ogni raccolta (cfr. rimandi, riprese, riscritture, esclusioni, permanenze e metamorfosi lessicali comprese), è stato finalmente (1) accolto.

    Note

    (1) L’avverbio è usato in funzione consolat-masturbatoria autogratificante.

    p.s.

    Appena passo per Milano (entro la prossima settimana: ogni tot giorni, infatti, sono in duomo a confessarmi direttamente dal cardinale), ti farò avere la shibbolatina derridina. Tu la terrai tutto il tempo che desideri, impugnandola e duellando con chi ti pare e piace, ma poi me la restituirai, visto che si tratta di un dono di un carissimo amico.

    p.s.s.

    Ho appena parlato con natale babbo e credo di averlo convinto a regalarti un “cuoco laterziano” del 1968. Ti piace l’idea? Credo di sì, così come credo tu preferisca la cucina barese alla shaboletta derridina. Rimani in attesa, tanto dicembre non è tanto lontano…

  538. compagno C il 15 ottobre 2006 alle 18:30

    A’ Tours, en 1938, C avait suivi avec beaucoup de sympathie les activités du mouvement trotskiste, auquel adhéraient à l’époque plusieurs surréalistes. C’est cette expérience de jeunesse qui lui fera écrire, vingt-cinq ans plus tard, à l’ami P. Solomon, qu’il restait « exactement là où j’avais commencé (avec mon vieux coeur communiste). Cette fidélité discrète à un idéal révolutionnaire est réaffirmée dans Le Méridien, où il se présente comme un auteur « grandi avec les écrits de Peter Kropotkine et Gustav Landauer », ce qui revient à conférer une tonalité libertaire à son « coeur communiste ». Comme il indiquait en 1967 dans Der Spiegel, il n’avait jamais abandonné l’espoir d’un tournant, qui ne pouvait se traduire que par « une révolution à la fois sociale et antiautoritaire ». Et cette transformation devait partir, à ses yeux, « de l’individu » (GW, III, p. 179). Il participa aux démonstrations de mai 1968, dans les rues du Quartier Latin, accompagné de son enfant, en chantant l’Internationale en français, en russe et en yiddish.

  539. Chanson d'une dame dans l'ombre il 15 ottobre 2006 alle 18:38

    Quand vient la Silencieuse et coupe la tête des tulipes:
    Qui gagne?
    Qui perd?
    Qui s’avance vers la fenêtre?
    Qui nomme en premier son nom?

    Il en est un, qui porte mes cheveux.
    Il les porte comme on porte les morts à bout de bras.
    Il les porte comme le ciel portait mes cheveux dans l’année, celle où j’aimais.
    Ainsi il les portait par vanité.

    Celui-là gagne.
    Celui-là ne perd pas.
    Celui-là ne s’avance pas vers la fenêtre.
    Celui-là ne nomme pas son nom.

    Il en est un, qui a mes yeux.
    il les a, depuis que les grandes portes se sont refermées.
    il les porte comme anneau aux doigts.
    Il les porte comme éclats de plaisir et de saphir:
    Il était déjà mon frère à l’automne;
    Il compte déjà et les jours et les nuits.

    Celui-là gagne.
    Celui-là ne perd pas.
    Celui-là ne s’avance pas vers la fenêtre.
    Celui-là nomme son nom en dernier.

    Il en est un, qui a ce que j’ai dit.
    Il le porte sous le bras comme un paquet.
    Il le porte comme l’horloge porte sa plus mauvaise heure.
    Il le porte de seuil en seuil, il ne le jette pas au loin.

    Celui-là ne gagne pas.
    Celui-là perd.
    Celui-là s’avance vers la fenêtre.
    Celui-là nomme son nom en premier..

    Celui-là sera décapité avec les tulipes.

  540. Cato il 15 ottobre 2006 alle 19:18

    Di chi è la traduzione spagnola di Shibboleth?

  541. José Ángel Valente il 15 ottobre 2006 alle 23:10

    mia

  542. Cato il 15 ottobre 2006 alle 23:29

    Grazie. Ci avrei scommesso.

  543. temperanza il 16 ottobre 2006 alle 16:48

    google

  544. Andrea il 16 ottobre 2006 alle 17:48

    Leggendo in triade “Erinnerung an Frankreich” , “Chanson einer dame im schatten” e “Nachtstrahl” con in testa “Corona” mi rendo conto di aver sognato solamente. Nel mio intervento del 13 Ottobre ore 19,43 e 20,00, immaginavo richiami a quanto pare inesistenti tra “Il messaggio dell’imperatore” Kafkiano e la poesia della Dama. Quella finestra “dove Tu stai e sogni di tutto questo, quando giunge la sera” non sembra riecheggiare la finestra di quell’Amore, quello di Paul e Gisèle, quell’Amore del quale si dice che “è tempo che si sappia”.
    I capelli, gli occhi sono l’indice corporeo del loro Amore; Eros (alias Monsieur Le Songe ?) e Thanatos (la Taciturna ?)sono i motivi delle liriche e della relazione. Vincere, perdere… è il linguaggio delle carte, sì, soprattutto alla luce del riferimento di “Ricordo di Francia”. L’Io parlante della Chanson sembrerebbe essere Gisèle (“Vi è uno che regge i miei capelli”, Chanson… ; “tu mi prestasti i tuoi capelli, li perdetti”, Ricordo… ; “fulgidissimi arsero i capelli della mia bella di sera”, Raggio Notturno). Ora c’è da andare “di soglia in soglia” (“Ciocca di capelli”?, “In due”?).
    Che sotto ci stia Timore e Tremore, oltre che dall’esergo (ma è possibile che Celan stia dialogando direttamente con la fonte ovvero Tito Livio?), me lo indica tutta quella parte (Terza Variazione) dal verso 24 in giù.

    Mi ritiro in lettura.

  545. Cato il 16 ottobre 2006 alle 18:05

    @ Temperanza

    No, un vecchio numero di Anterem. :-)

  546. indiana per caso il 16 ottobre 2006 alle 19:05

    prof: ma se l’uomo è cenere, la donna è posacenere?

  547. db il 16 ottobre 2006 alle 19:26

    @temp: bentornata!
    @cato: d’ora in poi copia il primo verso, sparalo su google e al resto ci pensa lui. oggi ho scoperto che C tirò una coltellata a Gisèle e l’anno dopo a se stesso. basta giocare al cato e al topo: proviamo con la prova del cuoco (così finirai al camposanto)
    @andrea: tutti i grandi stanno avvinghiati al reale, ma quanto più questo reale è minuto (una finestra, quell’appartamentino…), tanto più avviene il balzo all’umanamente universale, e la pedana spesso è la cultura. C tradusse Kafka nel 1948, e non lo mollerà più (agli studenti in Sorbona faceva leggere sempre Ka – il quale poi era un fanatico di Ki). La Chanson non è del ’49?

  548. temperanza il 16 ottobre 2006 alle 20:05

    @cato

    no, te lo dicevo io, l’ho trovato su google:–)
    Sono io che ti ho postato l’autore.

  549. temperanza il 16 ottobre 2006 alle 20:10

    il José Ángel Valente Says: intendo.

    Mi sono stufata di fare fioretti e ho accolto il suggerimento di db:–)

  550. Andrea il 16 ottobre 2006 alle 21:55

    Nel settembre del 1948 uscì per la casa editrice A. Sexl “La sabbia delle Urne” (che poi va a costituire la prima sezione di “Papavero e Memoria”). Dovrebbe essere stata scritta prima di quel settembre, ma la sostanza credo non cambi. Dalla cronologia della vita di Celan che possiedo si evince che i primi rapporti con Kafka si hanno nel ’37 (a casa del Dr. GHorowitz) e vanno a costituire un basso continuo.

    Appena ho letto la Chanson, il primo accadimento è stato lo scaturire di una immagine violenta nella memoria: la paginetta famosa dell’esergo.

    Per quanto riguarda Kafka, credo di averci messo molta della mia suggestione.. sopratutto dopo aver notato i rimandi della finestra (in Corona su tutti, e forse qualche accenno di Bevilacqua). Ma rimane qualcosa che non mi fa “mollare”

    (Controluce, Papavero e Memoria)

    SONO solo, metto il fior di cineraria
    nel vaso pieno di nero sedimento. Bocca sorella,
    tu dici una parola che poi vive dinanzi alle finestre,
    e su di me arrampicando sale tacito ciò che sognai.

    Io porto il lutto dell’ora appassita
    e serbo una resina per un uccello tardivo:
    egli porta il fiocco di neve sulla piuma di rosso di vita;
    col grano di ghiaccio nel becco egli passa attraverso l’estate

  551. Andrea il 16 ottobre 2006 alle 21:59

    Ops, mi è sfuggita la G su Horowitz. E’ Horowitz, appunto, il doktor.

  552. Cato il 16 ottobre 2006 alle 22:14

    Grazie, Temp.

    Comunque, preferisco frugare tra i miei libri: ho paura che, iniziando a googlare, mi si atrofizzi la voglia di leggere e maneggiare supporti cartacei.

    (Penso si tratti di trauma infantile mai del tutto superato. Forse. Ma non ho capito ancora quale.)

    db, ti anticipo che la shibboletta derridina è una miniera di riferimenti e suggerimenti bibliografici, veramente preziosi (e alcuni a me assolutamente sconosciuti). Credo ti interesserà moltissimo, soprattutto se riuscirai a tenere sotto controllo l’orticaria provocata dal fatto (l’inutilità di cui parlavo sopra) che un libro che si presenta come un’analisi critica delle più svariate traduzioni francesi di Celan, porga poi queste traduzioni, analisi testuale compresa, in italiano (sic!!!); e la versione di riferimento, se ti interessa, è quella del tuo “amato” B. del famigerato meridiano mondadoriano.

    Un vero obbrobrio.

  553. Cato il 16 ottobre 2006 alle 22:45

    Visto che avete denti sani e resistenti, ancora pane per voi:

    Camilla Miglio (insegna Lingua e Letteratura Tedesca e Teoria e Storia della Traduzione alla Facoltà di Lettere dell’Istituto Universitario “Orientale” di Napoli)

    – Celan e Valery. Poesia, traduzione di una distanza, ESI, 1997
    – Vita a fronte. Saggio su Paul Celan, Quodlibet 2005

    Non li conosco, ma un amico mi dice che il saggio del 2005 è opera di grande valore, in quanto affronta, su documenti originali, tutto il corpus delle traduzioni celaniane (in nove lingue diverse!) e opera raffronti comparativi con il divenire e il farsi delle varie raccolte.

    Buon appetito.

  554. temperanza il 17 ottobre 2006 alle 01:40

    Anch’io preferisco frugare tra i libri, ma non investo senza garanzie. E della Miglio non ho ancora avuto notizie da fonti fidate. Ho già preso troppe sole, soprattutto nella Sekundärliteratur, e purtroppo pago di tasca mia.
    Anzi, si potrebbe fare qualche scambio, per esempio cedo tutto Erri De Luca in tascabile comprato non spontaneamente e letto in barca, gratis.
    E altra letteratura contemporanea con cui ho pagato il mio debito alla curiosità, più saggistica varia (non però quella buona, che mi tengo).

  555. biblonline il 17 ottobre 2006 alle 08:12

    Hyeronimus, Vulgata: *Nos vultum pallidum interrogamus dic ergo sebboleth quod interpretatur spica eum qui respondit tebboleth eadem littera ficam exprimere valens statim adprehensum iugulamus.*

    Luhter, Bibel: *und die Deutschen besetzten die Furten der Galitia. Wenn nun einer von den Flüchtlingen Israels sprach: Laß mich hinübergehen!, so sprachen die Männer von Deutschland zu ihm: Bist du ein Jude? Wenn er dann antwortete: Nein!, ließen sie ihn sprechen: Schibbolet. Sprach er aber: Sibbolet, weil er’s nicht richtig aussprechen konnte, dann ergriffen sie ihn und erschlugen ihn, so daß zu der Zeit von Juden fielen zwei Milionen.*

    Giuriolo, Bibia: *E i nazisti occuparono i passi dell’Appennino; e quando alcuno de’ partigiani che scampavano diceva: Lascia ch’io passi, i nazisti gli dicevano: Sei tu partigiano? E s’egli diceva: No, i nazisti gli dicevano: Deh! di’ Scibbolet; ma egli diceva: Sciorbolet; e non accertava a profferir dirittamente. Ed essi lo prendevano, e lo scannavano.*

  556. R. Boso il 17 ottobre 2006 alle 08:50

    Cuando la Taciturna llegue y decapite los tulipanes,
    ¿Quién saldrá ganando?
    ¿Quién saldrá perdiendo?
    ¿Quién se asomará a la ventana?
    ¿Quién pronunciará primero su nombre?

    Alguien que es portador de mis cabellos.
    Los lleva como se lleva a los muertos en las manos.
    Los lleva como llevó el cielo mis cabellos aquel año en que amé.

    Los lleva así por vanidad.

    Ese saldrá ganando.
    No saldrá perdiendo.
    No se asomará a la ventana.
    No pronunciará su nombre.

    Es alguien que está en posesión de mis ojos.
    Los tiene desde que se cierran los portones.
    Los lleva en los dedos, como anillos.
    Los lleva como añicos de fruición y zafiro:
    era ya mi hermano en otoño;
    y ya cuenta los días y las noches.

    Ese saldrá ganando.
    No saldrá perdiendo.
    No se asomará a la ventana.
    Pronunciará su nombre el último.

    Es alguien que tiene lo que dije.
    Lo lleva bajo el brazo, como un bulto.
    Lo lleva como el reloj su peor hora.
    Lo lleva de umbral en umbral, mas no lo arroja.

    Ese no saldrá ganando.
    Saldrá perdiendo.
    Se asomará a la ventana.
    Pronunciará su nombre el primero.

    Será decapitado con los tulipanes.

    Translation by Felipe Boso

  557. + il 17 ottobre 2006 alle 09:26

    it.wikipedia.org/wiki/La_Morte_%28cartomanzia%29

  558. Wikipedia il 17 ottobre 2006 alle 10:41

    La Morte è il tredicesimo Arcano Maggiore dei Tarocchi.

    Rappresentazione
    Nei mazzi tradizionali è rappresentata come uno scheletro avvolto in un mantello armato di falce, spesso mentre falcia teste e mani tra germogli di piante. Nei mazzi di tarocchi più antichi non veniva mai riportato il nome sulla lamina, ma solo il numero 13, per paura che, nominandola, la morte potesse giungere inaspettata: al timore attorno a questa carta è collegato l’atteggiamento superstizioso che si collega al numero 13.

    Simbolismo
    Il tredicesimo arcano è il simbolo della trasformazione, della rinascita, della liberazione e rappresenta la fine di un ciclo. Non simboleggia necessariamente la morte fisica. Ha corrispondenze astrologiche col pianeta Saturno (Kronos) e corrispondenze cabalistiche con la lettera ebraica MEM (א). Corrisponde all’elemento Acqua.

    Significati generali
    Secondo la tradizione, questa carta ha un duplice significato. Indica la fine di una determinata situazione, presupponendo una rinascita, ovvero l’inizio di una fase successiva più evoluta, matura o semplicemente radicalmente diversa. Indica malattia grave, lunga convalescenza e morte fisica solo se in posizione negativa (ad esempio rovesciata) e accompagnata da altre carte che confermino questo significato.

    Aspetti positivi
    Se in posizione favorevole, indica rinnovamento e avverte di usare prudenza nell’affrontare i cambiamenti.

    Aspetti negativi
    Morte, malattia, suicidio, disonore, aggravamento della situazione attuale, delusione.

  559. Andrea il 17 ottobre 2006 alle 11:01

    http://lnx.ilcancello.com/showthread.php?t=3545

    Su questo collegamento si trova, oltre ad una presentazione del tredicesimo arcano, una carrellata di edizioni diverse della carta in questione. Tra le molte versioni parigine del tarocco eccone una particolarmente eloquente:

    Papus
    Parigi 1909

    Assimilando La Morte alla lettera ebraica mem, geroglifico della donna e quindi segno materno e femminile per eccellenza, Papus sdrammatizzò il contenuto di questa carta attribuendole un valore creativo e rigenerativo, anzichè distruttivo. Il dotto cabalista francese affermava che la carta della Morte rappresenta il legame universale della natura, il ponte fra mondo visibile e invisibile, la Luce astrale che coabita nelle diverse dimensioni, il “principio trasformatore universale” di cui solo gli iniziati conoscono il mistero.

  560. temperanza il 17 ottobre 2006 alle 11:40

    Der gewinnt.
    Der verliert nicht.
    Der tritt nicht ans Fenster.
    Der nennt ihren Namen nicht.

    Qui sopra viene tradotto, non so da chi con

    Questo vince.

    Starei molto attenta. “Questo” è solo un calco grammaticale, “costui” in più è molto brutto, anche il francese fa questo errore. Lo spagnolo no, e mi sembra la versione più corretta. Eppure bisognerebbe distinguere tra ciò a cui la lingua di tutti costringe anche la lingua del poeta da un lato e la lingua del poeta dall’altro.
    Lo riprende a inizio di ogn9i verso della strofa, vero, ritmicamente in tedesco funziona, ma se voleva dire “questo” e “costui”, che nella nostra lingua sono come indici puntati, poteva fare di più.
    Io prima di tradurre così vorrei vedere qual’è l’uso di “der” in tutta la poesia celaniana, invece di appiattirmi su una traduzione parola per parola; parola che poi parola potrebbe non essere, ma solo zavorra grammaticale aggirata e sfruttata ritmicamente.
    Per di più, il tedesco non ha sensibilità per le distanze grammaticali e temporali, heute non corrisponde a oggi, come da noi, parola che indica il qui e ora di chi parla, mente per loro vuol dire anche la contemporaneità di colui di cui si parla con il “suo” tempo

    Vince
    Non perde
    Non va alla finestra
    Non fa il nome di lei.

  561. H. von Hof. il 17 ottobre 2006 alle 12:02

    CHANSON DELLA DONNA DI PICCHE

    E qualcosa rimane
    fra le ore più chiare e le ore più scure,
    io sottraggo il mio fiore dalla tua falciata
    e confondo i miei cocci con le tue lozioni.

    Chi mi ha fatto le carte
    mi ha chiamato perdènte,
    ma è una zingara o un crucco.

    Ora le tue mèches puoi spedirle
    a un indirizzo nuovo
    e il mio pacco sovrapporlo a
    quello di chissà chi altro.
    Ancora le tue quattro assi,
    bada bene di un colore solo,
    le puoi far togliere o lamare
    come vuoi.

    Chi mi ha fatto le carte
    mi ha chiamato perdènte,
    ma è una zingara o un crucco.

    Come quando fuori pioveva
    e tu ti affacciavi
    se per caso avevo ancora quella moto,
    ma poi tu sorridevi e non guardavi.
    E il vento passava sul tuo collo di
    pelliccia e sul tuo perizoma.

    Chi mi ha fatto le carte
    mi ha chiamato perdènte,
    ma è una zingara o un crucco.

    Tanta voglia di zaffiro, dolce venere di Simmel.

  562. H. von Hof. il 17 ottobre 2006 alle 12:08

    Ent-sculd-igung:

    io sottraggo il mio fiore alla tua falciata

  563. db il 17 ottobre 2006 alle 12:21

    Questo qui vince.
    Questo qui non perde.
    Questo qui non va alla finestra.
    Questo qui non fa il nome di lei.

    Big Temp, essenziale il tuo suggerimento di sciogliere l’ambiguità m/f del “suo” nome. Ma: der, che non è er, in tedesco è molto colloquiale/spiccio per dieser. C gira una carta dei tarocchi dopo avere scoperto per prima la carta n. 13 (su wikipedia la taroccata morte/scheletro è su un prato verde e taglia con la falce teste & fiori) e dice: questo qui…
    secondo me la situazione è codesta: lei se n’è andata; C fa le carte; l’altro che vince o perde è il terzo incomodo/il rivale in amore. forse…

    Miglio? Millemiglia ci vorrebbero qui!

  564. D. Haag il 17 ottobre 2006 alle 12:30

    Come porti i capelli liebe Diet,
    tu li porti alla bella olandesina,
    tu li porti come l’onda
    come l’onda in mezzo al mar.
    In mezzo al mar
    ci sta i camin che fumano,
    saranno della mia Diet
    che si consumano…

  565. temperanza il 17 ottobre 2006 alle 12:40

    Si, db, ma dieser non vuol dire solo “questo” piuttosto allora “quello”, se un bambino indica le mele sull’albero, e non sul suo piatto, dirà “die da oben” intendendo “quelle là”.
    Siamo noi che facciamo differenza.

  566. temperanza il 17 ottobre 2006 alle 12:54

    E’ come con la consecutio temporum, loro non ce l’hanno. E non distinguono tra imperfetto e passato remoto e dicono db lief ganz fröhlich zum Computerraum, seine Frau hatte ihm heute einen Kuß gegeben, und das war wunderbar. Die hatte immer Küsse nicht geliebt.:–)

  567. db il 17 ottobre 2006 alle 13:42

    insomma: der è performativo (ad es.: quella lì/questa qui mi gira le carte: multe, bollette ecc.).
    Grazie agl’impotenti mezzi, posso dire con matematica certezza: la Chanson risale alla prima metà del 1948. Nel luglio ’48 C trasloca da Vienna a Parigi. La prima copia pervenuta (mano & dattiloscritta) è allegata ala prima lettera giadamore a Diet Kloos, di inizio agosto ’49 (rispetto alla prima sua edizione, che è in Mohn ’52 e non in Der Sand del ’48 – come del resto le altre 3 nostre contemporanee – di diverso ha solo v. 1: Quando viene la taciturna che decapita…).

  568. temperanza il 17 ottobre 2006 alle 14:28

    perché performativo? per me performativo è il verbo, ma cmq, al di là della definizione, quello che mi interessa è che non c’è l’obbligo a tradurre letteralmente tutta la zavorra linguistica, quando naturalmente si tratta di zavorra, e anche tenendo conto che della zavorra il poeta fa lingua. Trovo che la traduzione spagnola, da questo punto di vista e per la strofa in questione, sia la più fedele.
    Riesci a immaginare Celan che scrive:

    Dieser gewinnt.
    Dieser verliert nicht.
    Dieser tritt nicht ans Fenster.
    Dieser nennt ihren Namen nicht.

    ?
    Sembrerebbe la favola dei quattro nani.

  569. temperanza il 17 ottobre 2006 alle 15:03

    Mi rendo conto che per una come me il fatto ritmico è estremamente importante, la sensorialità, in questo caso uditiva, ha il suo peso, e mi pare che nella traduzione spagnola sia rispettata. Per queste ragioni il mio occhio sulla grammatica non è quello del grammatico o del linguista, e neppure del filosofo, ma quello del cuoco che si mette di fronte ai suoi ingredienti e dice loro, bene, eccovi qui, e mo’ vediamo come mi riesce la torta.
    Dunque il rigore è fondamentale nella lettura e nell’indagine, ma se poi non c’è la resa felice la strada è fatta solo a metà.
    E per resa felice (lo aggiungo a scanso di equivoci) non intendo la fluidità o la gradevolezza o la facilità del dettato, queste sono le armi delle signore e anche dei signori della traduzione d’antan, o anche di oggi, resa felice significa anche rottura, disarmonia, rumore, se sono presenti nell’originale.

    Mi pare invece che nelle versioni proposte quel “dieser” sia stato tradotto con un timor sacro di fronte alla grammatica che è stato confuso con il timor sacro davanti alla poesia.

  570. P.C. il 17 ottobre 2006 alle 17:31

    nein
    nein
    nein
    nein
    nein
    nein
    nein

    (beantwortung von 7
    nicht gestellten fragen)

  571. db il 17 ottobre 2006 alle 18:02

    ho pescato la poesia qui sopra dall’homepage di PC

    polyglot.lss.wisc.edu/german/celan/

    nei Meridiani Mondadori non c’è: eppure rumena non è, e nemmeno amena.

    secondo Austin, performativa è una proposizione; ma secondo il suo continuatore, A. Power, può egualmente esserlo un membro (lui fa l’esempio di “Cuccia!”, rivolto a un cane).

    qualcuno/a possiede John Feltsiner, “PC poet, survivor, jew”, Yale Univ. Press 1995 (o la trad. ted.)? E’ la biografia più completa, e potrebbe dirci molto sul PC di Chanson, oltre che sul verso di Hölderlin letto da PC prima di tuffarsi (“oltre” è inesatto, ché dovrebbesi dire “soprattutto”, essendo esso verso attinente a Psalm, mentre Chanson staziona al limite dell’OTismo). Allergico alla metafora, PC è poeta/filosofo d’occasione: impatta con la realtà esterna, e parte per la tangenziale della metonimia. Tutto ciò è chiarissimo ad es. nella poesia tarda su Rose e Liebknecht, ma è chiarissimo solo perché Szondi, che aveva accompagnato PC al mattatoio, ce l’ha raccontato/spiegato. Importantissimo perciò, anche se mai decisivo, conoscere i “fatti” (antefatti+strafatti).

  572. U. OFFERTA il 17 ottobre 2006 alle 18:08

    Questo vince.
    Non perde.
    Non va alla finestra.
    Non fa il nome di lei.

  573. PV il 17 ottobre 2006 alle 18:17

    Ne hâte pas cet acte tendre
    Douceur d’être et de n’être pas,
    Car j’ai vécu de vous attendre,
    Et mon coeur n’était que vos pas.

  574. PVC il 17 ottobre 2006 alle 18:19

    . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
    . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
    Car j’ai vécu par vous attendre,
    Et mon coeur n’est rien que ton pas.

  575. temperanza il 17 ottobre 2006 alle 18:48

    Perché siete tanto attaccati a “questo”? Spiegatemelo.

    Der vuol dire “questo”, “quello” e anche “lui”.

    E in tedesco non si può iniziare una frase diretta senza soggetto espresso.

    Non ha usato dieser, e neppure er, “der” si usa “unmittelbar hinweisend”, indica un soggetto maschile indicabile, o di fatto o anche nel discorso appena fatto.

    Mi viene da dire che si usa “der” quando non si vuole dire, ma mostrare.
    perchè allora non toglierlo, in una lingua come la nostra che ne fa benissimo a meno?

    Es ist einer, der trägt mein Haar.
    Er trägts wie man Tote trägt auf den Händen.
    Er trägts wie der Himmel mein Haar trug im Jahr, da ich liebte.
    Er trägt es aus Eitelkeit so.

    Der gewinnt.
    Der verliert nicht.
    Der tritt nicht ans Fenster.
    Der nennt ihren Namen nicht.

    C’è uno che porta i miei capelli.
    Li porta come si portano i morti sulle mani.
    Li porta come li portò il cielo l’anno che fui innamorato.
    Li porta così per vanità.

    Lui vince.
    Non perde.
    Non va alla finestra.
    Non fa il nome di lei.

    Ho aggiunto l’articolo davanti a “morti” perché in italiano si potrebbe pensare che morti siano i capelli, e la mancanza del determinativo in tedesco non ci obbliga a non metterlo in it.

    Cosa perdo, togliendo “questo”, della poesia?
    Niente, a me pare.

    “Der”non ha un senso che non sia ritmico e quasi visivo, lui, quello lì di cui ho appena parlato, la mia voce lo indica al posto del mio dito, come un gesto della spalla, del corpo nella lingua.

  576. temperanza il 17 ottobre 2006 alle 19:01

    E cambierei anche la trad del primo verso della seconda strofa in

    Quando viene la taciturna e decapita i tulipani:
    Chi vince?
    Chi perde?
    Chi va alla finestra?
    Chi fa il suo nome da subito?

    E’ uno che porta i miei capelli.
    Li porta come si portano morti sulle mani.
    Li porta come li portò il cielo l’anno che fui innamorato.
    Li porta così per vanità.

    Wenn die Schweigsame kommt und die Tulpen köpft:
    Wer gewinnt?
    Wer verliert?
    Wer tritt an das Fenster?
    Wer nennt ihren Namen zuerst?

    Es ist einer, der trägt mein Haar.
    Er trägts wie man Tote trägt auf den Händen.
    Er trägts wie der Himmel mein Haar trug im Jahr, da ich liebte.
    Er trägt es aus Eitelkeit so.

    Perché “es ist einer” è la risposta alle domande precedenti, Chi perde… chi va alla finestra…? E’ uno che…

    Confortata di nuovo in questo dal fatto che “c’è uno che” si direbbe “Es gibt einer, der”

    baci

  577. лc il 17 ottobre 2006 alle 23:48

    нет
    нет
    нет
    нет
    нет
    нет
    нет

    (ответ на семь 7 пос-
    тавленных вопросов)

  578. db il 17 ottobre 2006 alle 23:52

    zavorra C non ne ha (ne ha Tusaichi).

    ce n’è 3: questo, quest’altro, e quest’altro ancora.

  579. B.S. Hamburger il 17 ottobre 2006 alle 23:57

    When the silent one comes and beheads the tulips:
    who wins?
    Who loses?
    Who walks to the window?
    Who’s the first to speak her name?

    He is one who wears my hair.
    He wears it much as one wears the dead on one’s hands.
    He wears it much as the sky wore my hair that year when I loved.
    He wears it like that out of vanity.

    That one wins.
    Doesn’t lose.
    Doesn’t walk to the window.
    He does not speak her name.

    He is one who has my eyes.
    He’s had them since gates have shut.
    He wears them like rings on his fingers.
    He wears them like shards of sapphire and lust:
    since the autumn he has been my brother;
    he’s counting the days and the nights.

    That one wins.
    Doesn’t lose.
    Doesn’t walk to the window.
    He’s the last to speak her name.

    He’s one who has what I said.
    He carries it under his arm like a bundle.
    He carries it as the clock carries its worst hour.
    From threshold to threshold he carries it, never throws it away.

    That one doesn’t win.
    He loses.
    He walks to the window.
    He’s the first to speak her name.

    With the tulips that one’s beheaded.

  580. temperanza il 18 ottobre 2006 alle 01:00

    @db

    la zavorra ce l’ho io, d’accordo, ma tu capiscimi, parlo della zavorra grammaticale che noi facciamo diventar tale trasportando così come sono nella nostra lingua alcuni elementi che nella nostra lingua non hanno diritto di cittadinanza.

    Ti faccio un esempio da grammatica delle medie, cioè del mio livello, che come si sa è assai basso. A scuola ti insegnano che la frase italiana “è bello” non puoi tradurla in tedesco con “ist schön”, ma devi scrivere “das ist schön” oppure “es ist schön”, se la ritradurrai non dirai “questo è bello”, o “esso è bello”, ma – di nuovo – “è bello”, cioè tradurrai in italiano. Se tradurrai invece “questo è bello”, “questo” sarà zavorra.

    Ma tu sei troppo grande filosofo per queste cose terra terra, lo so, e continuerai a tradurre da filosofo, infarcendo di microcalchi tutto quello che ti passa per le mani e giustificando questi microcalchi con molte analisi.

    Seguendoti io tradurrò allora il verso

    Er trägt es aus Eitelkeit so.

    in questo modo:

    Lui porta essi per vanità così.

    As you like it, dear db.

  581. biblonline 2 il 18 ottobre 2006 alle 05:52

    Bellarminus, Retata: *Nos protestantem interrogamus dic ergo sibboleth quod interpretatur spica eum qui respondit sillabeth eadem littera ficam exprimere valens statim adprehensum iugulamus.*

    Anton Apfel, Saft: *und die Deutschen besetzten Partenkirche. Wenn nun einer von den Flüchtlingen Garmisch’s sprach: Laß mich hinübergehen!, so sprachen die Männer von Luther zu ihm: Bist du ein Österreicher? Wenn er dann antwortete: Nein!, ließen sie ihn sprechen: Sibbolet. Sprach er aber: Sibillet, weil er’s nicht richtig aussprechen konnte, dann ergriffen sie ihn und erschlugen ihn.*

  582. db il 18 ottobre 2006 alle 06:16

    @ temp: se vuoi seguirmi veramente, dovresti tradurre

    *Li porta così per vanità.*

    Se vuoi seguire Bevilacqua, dovresti tradurre

    *Li regge per vanità a quel modo.*

    Per tradurre, ognuno dovrebbe seguire sestesso, il quale a sua volta dovrebbe seguire l’autore.

    Un esempio (di) performativo: se scrivo

    *zavorra C non ne ha (ne ha Tusaichi).*

    temp la interpreta come sentenza rivolta ai lettori in rete, e di conseguenza si identifica nel Tusaichi innominabile di potteriana memoria. Se invece scrivo

    *@temp: zavorra C non ne ha (ne ha Tusaichi).*

    Tusaichi non è più lei, ma un innominabile che lei è supposta conoscere quanto e/o più dell’attante stesso i.e. me.

    Tra i due corni, ne spunta un terzo: che l’attante sottintende di parlare con temp, e quindi reputa pleonastico l’indirizzo. Questo terzo fu il caso mio.

    Sull’*E’ uno che porta i miei capelli.* concordo in pieno con temp, e ringrazio di cuore. allo stato attuale, la mia traduzione è dunque la seguente:

  583. CHANSON DI UNA DAMA NELL'OMBRA il 18 ottobre 2006 alle 06:23

    Quando viene la taciturna e decapita i tulipani:
    Chi vince?
    Chi perde?
    Chi va alla finestra?
    Chi fa il nome di lei da subito?

    E’ uno che porta i miei capelli.
    Li porta come si portano morti sulle mani.
    Li porta come li portò il cielo l’anno che fui innamorato.
    Li porta così per vanità.

    Questo vince.
    Non perde.
    Non va alla finestra.
    Non fa il nome di lei.

    E’ uno che ha i miei occhi.
    Li ha, dacché si chiudono le porte.
    Li porta al dito come anelli.
    Li porta come cocci di voglia e zaffiro:
    era già mio fratello in autunno;
    conta già i giorni e notti.

    Questo vince.
    Non perde.
    Non va alla finestra.
    Fa il nome di lei alla fine.

    E’ uno che ha quel che dissi.
    Lo porta sotto il braccio come un pacco.
    Lo porta come l’orologio la sua ora più brutta.
    Lo porta da soglia a soglia, non lo getta via.

    Questo non vince.
    Perde.
    Va alla finestra.
    Fa il nome di lei da subito.

    Questo viene decapitato con i tulipani.

  584. DIE GESTUNDETE ZEIT il 18 ottobre 2006 alle 08:31

    Es kommen härtere Tage.
    Die auf Widerruf gestundete Zeit
    wird sichtbar am Horizont.
    Bald musst du den Schuh schnüren
    und die Hunde zurückjagen in die Marschhöfe.
    Denn die Eingeweide der Fische
    sind kalt geworden im Wind.
    Ärmlich brennt das Licht der Lupinen.
    Dein Blick spurt im Nebel:
    die auf Widerruf gestundete Zeit
    wird sichtbar am Horizont.

    Drüben versinkt dir die Geliebte im Sand,
    er steigt um ihr wehendes Haar,
    er fällt ihr ins Wort,
    er befiehlt ihr zu schweigen,
    er findet sie sterblich
    und willig dem Abschied
    nach jeder Umarmung.

    Sieh dich nicht um.
    Schnür deinen Schuh.
    Jag die Hunde zurück.
    Wirf die Fische ins Meer.
    Lösch die Lupinen!

    Es kommen härtere Tage.

  585. IL TEMPO DILAZIONATO il 18 ottobre 2006 alle 08:38

    Giungono giorni più duri.
    Il tempo dilazionato a termine
    già appare all’orizzonte.
    Presto dovrai allacciare la scarpa
    e ricacciare i cani nei cascinali in riva al mare.
    Ché le viscere dei pesci
    si sono raffreddate al vento.
    Debole arde la luce dei lupini.
    Il tuo sguardo si fa strada nella nebbia:
    il tempo dilazionato a termine
    già appare all’orizzonte.

    Di là l’amata ti si affonda nella sabbia,
    lui sale per i suoi capelli scompigliati,
    le toglie la parola,
    le impone di tacere,
    la trova mortale
    e pronta al distacco
    dopo ogni amplesso.

    Non guardarti intorno.
    Allacciati la scarpa.
    Ricaccia i cani.
    Getta i pesci nel mare.
    Spegni i lupini!

    Giungono giorni più duri.

  586. METACOMMENTO il 18 ottobre 2006 alle 09:01

    Sarà per questione di famiglia, ma per me il traduttore è un barbiere.
    Non avevo grandi mansioni nella bottega di mio nonno. Più che altro spazzavo i capelli, sciacquavo i pennelli, riempivo i barattoli di latta col borotalco profumato, aggiungevo la glicerina alla brillantina, pulivo i pettini e le spazzole. L’unica cosa importante (secondo me) era trascrivere i rapimenti di Gigino, e ogni tanto passare un po’ d’allume sui tagli che spuntavano (quasi invisibili) dalla faccia del cliente, per evitare che l’Insaponato morisse dissanguato.
    E poi dovevo scuotere il Barbiere. Dovevo prenderlo per la manica della cappa bianca e dolcemente tirarlo giù dalla sedia girevole sulla quale, inavvertitamente, era salito per seguire il suo Raptus.
    Lui scendeva mansueto, e guardava il cliente con occhi dolcemente filosofici. Credo ammirasse i tagli: secondo lui non erano casuali, ma raccolti in gruppetti oppure sparsi secondo una precisa, anche se complicata, Regola Musicale.
    Forse dimenticava il grappolo di mosche cavalline rimaste appese alle sue altissime parole. Si rivolgeva a me afono e disperato: Non esiste l’analogon deontico della negazione apofantica.
    Io credo che mio nonno non sapesse bene che cos’è una negazione apofantica, anche perché mi guardava stralunato e cercava di spiare nel mio taccuino, certo per ritrovare il filo del discorso.
    Il cliente pareva appisolato sulla sedia girevole e in fondo gongolava…
    Sì, Gigino il Barbiere adoperava un sapone alla camomilla che addolciva l’umore e disponeva l’animo dei clienti all’ascolto delle sue lunghe espettorazioni baritonali, poi tenorili, e infine al suo limpido canto capponesco.
    Raimondo (detto Mondo) era Vicebarbiere. Faceva qualche taglio semplice, e amava, secondo Gigino, solo le verità apodittiche (tipo: il sapone insapona, il cliente migliore è quello morto eccetera eccetera).
    Insomma, imparava, un po’ imitando e un po’ mettendoci del suo.
    Tra un cliente e l’altro faceva le parole incrociate, ma chiedeva continuamente lumi e non aveva ben chiara l’ortografia.
    Secondo Mondo io ero superfluo, stavo lì solo per nepotismo (perché nipote del Primo Barbiere). E la mia attività (indubbiamente importantissima) di trascrittore dei raptus doveva sembrargli una bazzecola. Come pure la pulizia dei pettini e delle spazzole (che per contratto sarebbe spettata a lui).
    Eh sì, ce ne sarebbe da raccontare…

  587. Andrea il 18 ottobre 2006 alle 10:26

    Taccio ma leggo. C’è molto da imparare. Anche, per uno che ignora la lingua madre in questione, da una lotta tra traduzioni (dove ho comunque visto che si arriva ad un compromesso, con un “questo” anziché quattro).

    La poesia, sopra, della Ingeborg Bachmann è legata…

    Paul e Ingeborg si conoscono a Vienna nel 1948, “lo stretto e intimo legame […] su cui entrambi mantennero sempre un riserbo impenetrabile”*.

    C’è da capire…

    * la citazione è presa dal Meridiano Mondadori.

  588. P. Bertò il 18 ottobre 2006 alle 10:36

    En 1841 Schwab, l’éditeur posthume de H, chargea son fils Christoph, étudiant au Stift, de rendre visite au poète fou, afin de recueillir autant d’éléments que possible. Il avait 18 ans, H 61. Conformément au protocole en usage dans la tour, il demande à être introduit auprès de «M. le Bibliothécaire». H, qui est au piano, ne s’interrompt pas lorsque entre le jeune homme, mais continue d’improviser, perdu dans ses pensées. Finalement C demande s’il ne serait pas possible d’apercevoir la chambre du poète. « Mais certainement, si Votre Majesté veut bien se donner la peine». H lui ouvre la porte et le fait passer devant lui avec force courbettes, selon son habitude, tout en remarquant, à part: «Comme il est bien vêtu ! Ce doit être un général!» La conversation s’engage sur le Stift, sur les amitiés d’autrefois, sur les relations passionnées qui se lient entre jeuns dans les collèges. Est-ce que H ne s’en serait pas inspiré, pour décrire les tendres liens d’Hypérion avec Alabanda, son grand ami? Et quel est le modèle d’Alabanda ? H ne s’assoit jamais, dans ces cas-là, et C ne croit pas devoir s’asseoir non plus. Ainsi il se dirige vers la fenêtre. L’”Hypérion” se trouve posé sur l’appui – hasard tout relatif, car H le lit et le relit continuellement (Il en module le texte, il l’interprète, le déclame, le chante. Souvent ceux qui s’approchent croient qu’il y a quelqu’un avec lui, car ils entendent plusieurs voix, et le ton est celui d’un échange, en général très animé. «Son pathos est grand», dit sobrement Waiblinger : «Quand il avait fini un passage il s’écriait à grand renfort de mimiques: “Joli, joli, Votre Majesté” »). C s’est emparé du livre et veut absolument y retrouver l’une des passages où s’exprime l’intensité de ce qui unit Hypérion et Alabanda. H s’est approché de la fenêtre, du livre et de C, à les toucher presque. L’oeil sur ses propres phrases, la bouche à l’oreille de C, il murmure : «Pallaksch, Pallaksch». C se retourne à demi, et trouve H transfiguré. «Son regard était comme illuminé d’une douce lueur qui me faisait penser aux amitiés du Stift, ces amitiés idéalisées et amoureuses; et je pensais au poète de l’Hypérion qui avait su les sublimer.» H s’éloigne brusquement et fait les cent pas dans la chambre en murmurant: «Après tout ce sont des gens comme les autres». L’histoire ne dit pas si C avait trouvé dans le roman ce qu’il cherchait. Ceci, par ex.: «Tu sais comment s’aimaient Platon et son Stella ? C’est ainsi que j’aimais, ainsi que j’étais aimé.» (Stella traduit ici le grec Aster, nom que porte le jeune amant de Platon dans une épigramme de l’Anthologie. «Que de fois n’avons-nous pas défailli de bonheur dans les bras l’un de l’autre?») A la visite suivante C et H se tiennent encore à la fenêtre, et C dit son admiration pour le Neckar, pour sa noblesse, pour sa beauté, pour sa virilità (curieux choix de mot). « Tiens, toi, tu me comprends », dit H. Sur quoi C s’assoit sur un sofa et engage H à prendre place à côté de lui. «Non, c’est trop risqué.» Et il se remet à arpenter la chambre, comme la première fois, en répétant comme pour lui-même : «Il est bien beau, le baron». Nous n’en saurons pas davantage. Mais je suis convaincu que pallaksch n’est rien d’autre, prononcé à la souabe, que le pallax grec, qui signifie joli garçon. Enée, quand il arrive dans le Latium, se voit offrir par le roi du pays, Evandre, un adolescent d’une grande beauté, le propre fils du roi, destiné à lui servir de page, de disciple et de compagnon. Virgile appelle ce garçon Pallax. Il mourra aux côtés du héros, qui n’aura de cesse de le venger – c’est le dernier chant de L’Enéide. Evandre était d’origine grecque. Il était né en Arcadie. C’est lui qui a donné au mont Palatin le nom que nous lui connaissons, en souvenir de Pallantion, la petite ville où il avait vu le jour, et qu’il avait dû quitter parce qu’il avait tué son père. A Pallantion le dieu Pan avait un temple, plus exactement c’était Evandre lui-même qui faisait là-bas l’objet d’un culte spécial – mais un autre Evandre que le roi du Latium, un Evandre qui n’était qu’un nom, l’un des très nombreux noms de Pan. Evandre est Pan, mais sous une apparence humaine. Toutefois, lorsqu’il met pied en Italie, bien des années avant Enée, il est pris sous la protection de Faunus, qui lui-même n’est autre que Pan, dans son hypostase italique. Il donne aux Latins l’écriture, et introduit chez eux la fête des Lupercales. 


  589. Andrea il 18 ottobre 2006 alle 10:36

    Gisèle o Ingeborg? Entrambe? Che sia lei la terza?

  590. temperanza il 18 ottobre 2006 alle 10:47

    questa qui sopra delle 6 e 23 mi convince molto di più, la trovo bella, che è dir tutto, non so se è tua, db, penso proprio di sì, qualcosa non è ancora perfetto nella seconda parte, e su “questo” continuo ad avere delle riserve, ma in questa versione mi pare che abbia una sua necessità che prima non vedevo e mi pareva puro calco grammaticale.

    quanto alla zavorra, tu pensi che io abbia avuto anche un nanosecondo di dubbio, prima di capire che la attribuivi a me?

    A tutto il resto della produzione di punzecchiature che produci, non so perché ci ho fatto il callo. C’è nonostante tutto persino in te qualcosa di profondamente menschlich.

    Ma non sottovalutare il fatto che sono molto avanti sulla via della santità.

    “Per tradurre, ognuno dovrebbe seguire sestesso, il quale a sua volta dovrebbe seguire l’autore.”

    Eh, appunto, ma anche ascolta e si confronta, e a volte lo fai persino tu. insomma, c’è speranza.

  591. temperanza il 18 ottobre 2006 alle 10:59

    @andrea

    Bevilacqua li conosceva entrambi, se non ricordo male, non vorrei dire una cazzata perchè ogni tanto il cervello mi va in acqua e invece di ricordi ho visioni, ma mi pare proprio di sì, verificherò, se posso. Qua B lo bistrattano, ma la sua dedizione a C io la onoro, e anche quella alla poesia, tra l’altro è amico di zanzy, altrove citato, e amico vero, non uno di quelli che gli girano attorno per brillare di luce riflessa, e anche questo non è malaccio, per un essere umano. Io almeno lo apprezzo.

  592. temperanza il 18 ottobre 2006 alle 11:16

    Chi è il francese qui sopra?

  593. Andrea il 18 ottobre 2006 alle 12:13

    Sì, Bevilacqua e Celan si conobbero a Vienna nel 1950. Non ho le conoscenze e i mezzi per giudicare il lavoro di Bevilacqua su Celan, ma da quello che ho letto mi sento -certo- di onorare anch’io la sua dedizione al nostro poeta.

    Mi sono accorto che di Gisèle non può esserci manco l’ombra nella Chanson dacchè Celan la conobbe nel 1950. L’interlocutrice è Ingeborg dunque. In Raggio Notturno, poi, si parla di missive mandate da Ponente ad Oriente (missive a Ingeborg?). Nella poesia “Il Tempo Dilazionato” c’è un Tu, un’amata, un Lui. Lui dovrebbe essere Celan (sale per i suoi capelli!), l’amata Ingeborg, il tu? e il terzo supposto della Chanson? e Ingeborg stette a Parigi?
    si fa tutto sempre più offuscato

  594. temperanza il 18 ottobre 2006 alle 12:29

    Stette a parigi, sì, nell’ottobre del ’50, ma per poco. Molte delle poesie di Mohn und Gedächtnis sono dedicate a Bachmann, C’è un esemplare nell’Archivio di Marbach con annotazioni autografe di lui per lei.

  595. temperanza il 18 ottobre 2006 alle 13:26

    Der nennt ihren Namen zuerst.

    You:Fa il nome di lei da subito.

    Me: Fa il nome di lei per primo.

    Zuerst:

    1) es bezeichnet einen vorgang im gegensatz zu späteren

    2) es bezeichnet den zeitlichen vorrang mit bezug auf eine einzelne person oder sache

    3) es bezeichnet das in der reihenfolge der gedanken erste, wie ‘erstens’, ‘zunächst’

    4) es heisst auch ‘zum erstenmal’

    5) non c’entra

    6) non c’entra

  596. temperanza il 18 ottobre 2006 alle 13:41

    In realtà non sono convinta, perché sembra che sia il primo a farlo, o che sia il primo nome che fa.

    Zuerst qui vuol dire ‘in primo luogo’, ‘per prima cosa’. ‘Da subito’ però è sbagliato.
    Dev’essere in relazione con ‘zuletzt’ della quinta strofa, che traduci ‘alla fine’

    Forse allora ‘al principio’ o ‘all’inizio’.

    Non so, ci devo pensare.

  597. temperanza il 18 ottobre 2006 alle 13:43

    per ultimo/ per primo

    alla fine/ all’inizio

    o altro, se c’è.

  598. bd il 18 ottobre 2006 alle 14:12

    B.D. Zimmermann, “Martin und Fritz Heidegger – Philosophie und Fastnacht”, Verlag C.H Beck, München 2005.
    Fritz, bancario balbuziente di Meßkirche fece da resonanzkasse al fratello, elaborando una sua propria filosofia del dada-sein. Ingeborg si laureò nel ’50 in filosofia con una tesi su Heidi. È notorio che die gestundete zeit è dedicata a C, e si riferisce al periodo di permanenza di C a Vienna (luglio ‘47-luglio ’48). C’è una triangolazione in chanson come in zeit: bisognerebbe sovrapporre i triangoli.
    Ultimatum @temp: *zavorra C non ne ha (ne ha Tusaichi*, ovvero quello scrittore che io e i miei colleghi non possiamo nominare senza venire censurati – ma Harry Potter non l’hai mai letto?!).

    rsw.beck.de/rsw/shop/default.asp?docid=140784

    http://www.welt.de/z/search/index.php/welt_ advanced_search?q=heidegger&ds=date&offset=50 –

  599. temperanza il 18 ottobre 2006 alle 14:18

    Solo il primo volume. O il secondo, comunque uno l’ho letto. Ma il buio resta.

  600. temperanza il 18 ottobre 2006 alle 14:20

    Mi pare anche di aver visto il film, o un film. Ma potrei confondermi con i trailer, che ho visto di sicuro.

  601. Cato il 18 ottobre 2006 alle 14:51

    A questo punto, con l’arrivo della shibboletta darridina, almeno altri cento commenti sono assicurati. Come minimo.

  602. Andrea il 18 ottobre 2006 alle 18:05

    Se la Bachmann stette a Parigi nel ’50, i due non poterono vivere l’evento che sta sotto la Chanson nella stanza/appartamentino di 31 rue des Ecoles (a maggior ragione se la Chanson è scritta nella prima metà del ’48. E’ a luglio dello stesso anno che Celan si trasferisce a Parigi).
    Ma nel Ricordo di Francia che soggiorno si rimembra? Ce ne sono stati altri oltre a quello del ’38 dallo zio Bruno?
    (Che si parli di un’altra donna? non sembrerebbe.)

  603. db il 18 ottobre 2006 alle 23:17

    il finale di STERNELIED del ’45:

    Mein Herz strahlt wild vom herrlichen Bescheid –
    Dein Haar vom Glanz aus Berenikes Haar.

    i capelli che portò il cielo = chioma di Berenice (costellazione)?

    I. Bachmann, “La ricezione critica della filosofia esistenziale di Martin Heidegger”, Napoli, Guida, 1992 (Die kritische Aufnahme der existentiellen Philosophie Rastaman Heideggers, Wien 1950).
    Der titel des Gedichts “Dunkles zu sagen” bezieht sich bekanntermaßen auf einen Vers aus Celans Corona bezieht sich an Corona, 1948 in Wien entstanden. Bachmanns Dunkles zu sagen wurde zuerst (in einer früheren Fassung und ohne Titel) 1952 in Niendorf während der Tagung der Gruppe 47 – in Anwesenheit Celans! – vorgelesen!

  604. temperanza il 19 ottobre 2006 alle 00:01

    Bachmann conosce C nel maggio 48 a casa di Edgard Jené, uno dei collaboratori di Plan. Due mesi più tardi C lascia Vienna per Parigi. B lo raggiunge nel 50 (dopo la laurea) poi prosegue per Londra. Nel 51 e 52 contatto epistolare intenso. E’ B, che fa chiamare C a una riunione del gruppo 47. Si rivedono nel 57 a Wuppertal, nel 60 a Zurigo con Nelly Sachs. Al Meridiano di C B risponde nelle lezioni di Francoforte.

    Insomma, è tutto un intrecciarsi, tracce ne ha lasciate di sicuro.

  605. temperanza il 19 ottobre 2006 alle 00:05

    Rita Svandrlik, Ingeborg Bachmann: i sentieri della scrittura, Carocci 2001

    è pieno di informazioni al riguardo. (questo per Andrea)

  606. Andrea il 19 ottobre 2006 alle 00:31

    Ma questa poesia (sternenlied=canzone delle stelle o del firmamento) fa parte di quegli scritti – giovanili e non – che, a detta di G. Bevilacqua, Celan preferì non destinare alla divulgazione?
    Nel Meridiano Mondadori infatti non appare (come del resto non appare “Das Fenster Im Sudturm” e “Gedichte 1938 – 1944” che contiene quel gruppo di poesie).
    Nella ricerca su Google ho trovato tutto, ma tutto in tedesco.

  607. Andrea il 19 ottobre 2006 alle 00:36

    Grazie mille Temp. Mi metto subito alla ricerca. Buonanotte!

  608. Cato il 19 ottobre 2006 alle 01:00

    Provate con Paul Celan, Scritti Rumeni, a cura di Marin Mincu, Campanotto 1994.

  609. Karl Kolloden il 19 ottobre 2006 alle 08:48

    Es war einmal … ‚Ein König!’, werden sofort meine kleinen Leser sagen. Nein Kinder, ihr habt euch geirrt. Es war einmal ein Holzscheit!

  610. D. Giussani il 19 ottobre 2006 alle 08:59

    Si dichiarò da subito ateo materialista; poi però…

  611. CHANSON DI UNA DAMA NELL'OMBRA il 19 ottobre 2006 alle 09:30

    Quando viene la taciturna e decapita i tulipani:
    Chi vince?
    Chi perde?
    Chi va alla finestra?
    Chi fa il nome di lei per primo?

    C’è uno che porta i miei capelli.
    Li porta come si portano morti sulle mani.
    Li porta come li portò il cielo l’anno che fui in amore.
    Li porta così per vanità.

    Questo vince.
    Non perde.
    Non va alla finestra.
    Non fa il nome di lei.

    C’è uno che ha i miei occhi.
    Li ha, dacché si chiudono le porte.
    Li porta al dito come anelli.
    Li porta come cocci di voglia e zaffiro:
    era già mio fratello in autunno;
    conta già i giorni e notti.

    Questo vince.
    Non perde.
    Non va alla finestra.
    Fa il nome di lei per ultimo.

    C’è uno che ha quel che dissi.
    Lo porta sotto il braccio come un pacco.
    Lo porta come l’orologio la sua ora più brutta.
    Lo porta da soglia a soglia, non lo getta via.

    Questo non vince.
    Perde.
    Va alla finestra.
    Fa il nome di lei per primo.

    Questo viene decapitato con i tulipani.

  612. IB il 19 ottobre 2006 alle 10:32

    . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
    weiß ich nur Dunkles zu sagen.

    Vergiß nicht, daß auch du, plötzlich,
    an jenem Morgen, als dein Lager
    noch naß war von Tau und die Nelke
    an deinem Herzen schlief,
    den dunklen Fluß sahst,
    der an dir vorbeizog.

    Die Saite des Schweigens
    gespannt auf die Welle von Blut,
    griff ich dein tönendes Herz.
    Verwandelt ward deine Locke
    ins Schattenhaar der Nacht,
    der Finsternis schwarze Flocken
    beschneiten dein Antlitz.

    Und ich gehör dir nicht zu.
    Beide klagen wir nun.

    . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

    … so dire solo cose oscure. //

Non scordare che anche tu d’improvviso
/ quel mattino, quando ancora il tuo letto /
era bagnato di rugiada e il garofano / dormiva sul tuo cuore, / vedesti
il fiume scuro
/ che ti scorreva vicino.
//
La corda del silenzio /
tesa sull’onda di sangue,
/ presi il tuo cuore sonante.
/ I tuoi capelli vennero tramutati /
nel crine d’ombra della notte,/ 
i fiocchi neri della tenebra /
innevarono il tuo viso.
//
E io non appartengo a te.
/ Ora piangiamo entrambi…

  613. una che di solito non le risponde il 19 ottobre 2006 alle 10:42

    dama ottima, direi.

  614. db il 19 ottobre 2006 alle 11:17

    ho sottomano l’Apparat del 2003, che sentenzia:

    1- Der Sand aus den Urnen, Bucarest ’46
    2- Der Sand aus den Urnen, Wien sept. ’48
    3- Mohn und Gedächtnis, Stuttgart, dez. ’52

    Erinnerung, Nachtstrahl e Corona compaiono per la prima volta in 2-, Chanson compare per la prima volta in 3-.

    SU ’48: in matita C segna su Erinnerung *Buk*arest, su Nachstrahl *Wien*, su Corona *Wien* (una copia a mano di Erinnerung è *für IB, Wien ’48*: come poi Chanson a Diet, C gira poesie vecchie alle nuove amanti).
    MG III ed. ’67: in matita C segna su Chanson *Buk? Wien?*. 20 anni dopo, non ricorda.

  615. temperanza il 19 ottobre 2006 alle 11:28

    Lo penso anch’io. (a prop della dama)

    so dire solo cose oscure. //

Non DIMENTICARE che anche tu d’improvviso
/ quel mattino, quando ancora il tuo letto /
era bagnato di rugiada e il garofano / TI dormiva sul CUORE, / vedesti
 il fiume OSCURO/ che ti scorreva ACCANTO//
La corda del silenzio /
tesa sull’onda di sangue,
/ TOCCAI il tuo cuore FRAGOROSO.
/ I TUOI RICCI FURONO TRAMUTATI /
NEGLI OMBROSI CAPELLI della notte,/ i fiocchi neri DELL’ OSCURITA’ / TI 
INNEVARONO IL VISO.

    E IO NON TI APPARTENGO
    Ora piangiamo entrambi

    ACCANTO per evitare una rima impropria che nel testo non c’è.

    TI … CUORE per evitare un posdsessivo che in it. non mi sconfinfera.

    Se le cose dunkel sono OSCURE sarà OSCURO anche il cuore dunkel, giusto?

    TOCCAI perché sopra c’è la corda del violino e il legame a me sembra evidente.

    I Locken sono RICCI e non c’è niente da fare

    Il crine d’ombra della notte prende una immagine semplice intensa e nuda e la trasforma in uno squillo di retorica. e dunque la chioma torna CAPELLI e i capelli, in onore alla parola composta e una, OMBROSI

    OSCURITA’ perché è meno retorico di tenebra, che poi al singolare è ancora più aulico.

    E IO NON TI APPARTENGO sempre per una maggiore naturalezza di dettato.

    DIMENTICARE l’ho lasciato per ultimo, anche se è nel primo verso, purtroppo ha una sillaba in più che mi disturba, ma d’altro canto almeno non mi si annoda la lingua con quell’OSCURE/SCORDARE. Vedremo, magari torno indietro

    FRAGOROSO, a proposito del cuore, solo per ora, per segnalare che non va bene, ma non mi piace, vero è che “sonante” si accoppia ormai automaticamente con “moneta” e poi non è il rumore giusto per Tönen. Ci tornerò su.

    Queste sono le mie obiezioni mattutine.

    Ma la trad di chi è? Certo non di db, non sento la sua mano, forse di mandalari, o reitani?

  616. temperanza il 19 ottobre 2006 alle 11:32

    C gira poesie vecchie alle nuove amanti

    Ah, voi uomini, fate lo stesso anche con gli alberghi e i ristoranti. nessuna dedica, mai… siete una razza minore, non c’è dubbio.

  617. CORONA il 19 ottobre 2006 alle 11:38

    . . . . . . . . . . . . . . . . .
wir sagen uns Dunkles,
    wir lieben einander wie Mohn und Gedächtnis,
    wir schlafen wie Wein in den Muscheln,
    wie das Meer im Blutstrahl des Mondes.

    Wir stehen umschlungen im Fenster, sie sehen uns zu von der Straße:
    es ist Zeit, daß man weiß!

    . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

    
… ci diciamo cose oscure, / ci amiamo a vicenda come papavero e memoria, / dormiamo come vino nelle conchiglie, / come il mare nel fiotto della luna. // Stiamo avvinti alla finestra, ci osservano dalla strada: / è tempo che si sappia!…

  618. T. Rea il 19 ottobre 2006 alle 12:19

    Hai ragione, temp! e poi si parano il culo insinuando che è lei ad avere gli amanti. Come questa dama in gramaglie qua, che si fa i tarocchi da sola, gira il 13, e passa in rassegna i suoi 3 ganzi. Chi si affaccia per primo alla finestra e grida: MORTE!, vince. Vediamo un po’: quello che mi ha sbattuta senza tante storie se ne frega, manco partecipa. Quell’altro che stavamo a guardarci nei bulbi come fratella e sorello, ha più coscienza e almeno sussurra, ma non si schioda dal sofà. L’ultimo sì, che si ricorda tutto, scatta e urla e vince… solo che mi ero dimenticato di dire la posta in palio: una bella accorciatura/sfumatura alta e zac! (a meno che ora non giri il 113)

  619. Andrea il 19 ottobre 2006 alle 14:34

    Mi sembra di capire che Erinnerung sia riferita senz’altro, in origine, ad una donna altra da I.Bachmann (nonostante poi Celan la ricicli per lei). Inoltre sembrerebbe che Nachtstrahl abbia buone probabilità di esser legata anch’essa ad un’altra, perchè se compare nella pubblicazione viennese del settembre ’48, l’unica possibilità per esser “ispirata” dalla Bachmann è di essere stata scritta tra maggio (mese in cui si conoscono Celan e la Bachmann) e settembre ’48 (mese di pubblicazione di “Der Sand aus den Urnen” in Vienna): anzi, se il volume è pubblicato nel settembre, devo pensare che il materiale sia consegnato da Celan alla casa editrice qualche momento prima. In questo modo il lasso di tempo si restringe e si fa sempre più probabile che Nachtstrahl sia da collocare prima del maggio ’48.
    La Chanson, che compare la prima volta nella raccolta del ’52, rimane l’unica poesia riferibile ad un evento condiviso con la Bachmann. E qui ci sta anche l’incontro Celan-Ingeborg a Parigi (lei ci va nel ’50)!
    Magari Celan qui ci gioca, creando richiami con poesie che parlano di un’altra donna: e magari il tutto all’insaputa della Bachmann.
    La raccolta “Di soglia in soglia”, poi, è dedicata a Gisèle, ma il titolo è raccolto dalla Chanson, che sembrerebbe riconducibile alla Bachmann insieme a Corona, Erinnerung e Nachtstrahl (anche se queste ultime due sarebbero riciclate, nonostante e comunque intenzionate): gli echi che vediamo nelle poesie d I. Bachmann ne sono un’esplicitazione.

    Celan ci gioca parecchio con dediche e riferimenti, vero? (come chiunque di noi del resto).

  620. temperanza il 19 ottobre 2006 alle 14:52

    (come chiunque di noi del resto)

    appunto, e a volte anche a parapicchio

  621. db il 19 ottobre 2006 alle 15:45

    no no no! appena incontra Diet nell’agosto ’49, C le rifila con la prima lettera la Chanson. In più, che nel ’67 C non ticordi se Chanson fu scritta a Bukarest ’47 o a Wien ’48 slega la poesia da IB e la mette in coda alla Ur-relation, con la mitica RUTH…
    (invece infilare a pelo Corona e Nachstrahl in SU era ancora possibile)

  622. CRONACA DEL BLOGO '99 il 19 ottobre 2006 alle 19:52

    … the word at the end is again Shibbolet.

    Assorted people come onto the piazza, watched by Ruth, whose premonitory aria again finds resonance in the instruments and voices of the wall. Two workers arrive to measure the wall and the piazza, Ruth goes into a dramatic aria, in which she foresees disaster and calls for flight. The children come back, now leading the Ageless Man, and a Mayor enters with sinister “visitors” in boots and waterproofs who seem to be taking possession of the piazza. The people line up as if to go – or be taken – somewhere, and Ruth calls on them to sing, even without moving their lips: to sit on the ruins and sing. All the choral singers are now on the piazza and they do sing, to words partly taken from PC: “Flute, double flute of the night, ignite the question, in the night, nobody answers, in the wind of the night, then comes the fire, and after the fire the voice of a long silence. Set your flag at halfmast, memory. Today and forever.”

  623. IN EINS il 19 ottobre 2006 alle 20:41

    Dreizehnter Feber. Im Herzmund
    erwachtes Schibboleth. Mit dir,
    Peuple
    de Paris. No pasarán.

    Schäfchen zur Linken: er, Abadias,
    der Greis aus Huesca, kam mit den Hunden
    über das Feld, im Exil
    stand weiß eine Wolke
    menschlichen Adels, er sprach
    uns das Wort in die Hand, das wir brauchten, es war
    Hirten-Spanisch, darin,

    im Eislicht des Kreuzers „Aurora”:
    die Bruderhand, winkend mit der
    von den wortgroßen Augen
    genommenen Binde – Petropolis, der
    Unvergessenen Wanderstadt lag
    auch dir toskanisch zu Herzen.

    Friede den Hütten!

  624. andrea il 19 ottobre 2006 alle 20:55

    Il problema è sapere se Corona e Nachstrahl siano state scritte dopo il maggio ’48, ma entro la consegna del materiale all’editore di Vienna (prima di Settembre), i tempi di preparazione del volume quali possono essere stati?). In tal caso le due liriche sarebbero ispirate da un’altra donna. Questa Ruth? Chi fu?

  625. andrea il 19 ottobre 2006 alle 21:33

    Scusate: nel tal caso si potrebbe pensare che le liriche siano ispirate dalla Bachmann. Nel caso invece in cui la loro stesura fosse collocabile prima dell’incontro con la Bachmann (maggio), è evidente che sarebbero ispirate da un’altra donna.

  626. A.M. Carpi il 19 ottobre 2006 alle 22:04

    La poesia di C dichiara di voler essere dialogica ma – restando oscuro l’altro da sé e muto il tu appassionatamente inseguito – si addensa in se stessa e diventa, specie negli ultimi anni, una congestione di frammenti e particelle ipersignificanti penetrabile solo a sprazzi. Chi leggesse C senza sapere di questa sua antimoderna fede nella relazione lingua-cose, avrebbe ragione di scorgere nella sua poesia la “condition verbale” di Valéry, la scuola di Mallarmé che disorganizza la frase perché propugna la non esistenza di una realtà. Ci vedrebbe insomma l’operazione di un io-mago artistico, egocentrico, monologante. E in C, difatti, l’assedio del mistico intorno all’inesprimibile e la ricerca ebraica intorno alla reale sostanza dei nomi incrocia i percorsi della” poésie pure”. Ma la differenza è grande. L’edizione di G. Bevilacqua ha il merito incommensurabile di portare al lettore italiano, in tutta concretezza, un poeta fra i massimi del Novecento tedesco. Poeta che non ha perciò alcun bisogno di essere sopravvalutato, come invece gli accade nel generale culto idolatra dello scrittore proprio di questa fine secolo e per una sorta di doppia tabuizzazione: tabuizzazione della difficoltà dei suoi testi – difficile uguale sublime – e della tragedia ebraica che C porta su di sé. Il plauso e la smania di commentarlo sarebbero forse meno unanimi se si prendesse sul serio, con concretezza, la sostanza del poeta: il suo inesausto proclamare vero un assurdo, un indimostrabile che non lenisce la ferita di vivere ma addirittura l’allarga, è in sé difatti abbastanza estraneo allo spirito del tempo.

  627. INEINS il 19 ottobre 2006 alle 22:07

    Tirèm
    inains!

    (tr. milan.
    di S.Porta)

  628. Israel Chalfen il 19 ottobre 2006 alle 22:11

    Despite a courtship of many years, the relationship with Ruth Kraft was never consummated. Within himself, however, C carried the wound of failure. The young poet had failed because he could not understand love as a reality and not as a dream state, because he could only approach the woman he loved as a sister.

  629. db il 20 ottobre 2006 alle 00:06

    I. Chalfen, “PC. Eine Biographie seiner Jugend”, Suhrkamp ’79 (tra Ruth e IG, nel’ 47 C sta con Rosa Leibovici).

    S. Weigel, “IB”, Wien ’99: le poesie sicuramente scritte da C per IB sono: Nachtstrahl, Die Jahre von dir zu mir, Lob der Ferne, Corona, Auf Reisen (p. 418).

  630. IN UNO il 20 ottobre 2006 alle 09:49

    Tredici febbraio. Scibbolet
    risvegliato nella bocca del cuore. Con te,
    Peuple
    de Paris. No pasaràn.

    Pecorella a sinistra: lui, Abadias,
    il vecchio di Huesca, giunse coi cani
    attraverso il campo, in esilio
    stava bianca una nube
    di umana nobiltà, ci passò
    nella mano la parola che serviva, c’era
    spagnolo da pastori, lì,

    nella luce ghiacciata dell’incrociatore “Aurora”:
    la mano fraterna che faceva segno con la
    benda tolta via
    dagli occhi grandi di parole – Petropòlis, la
    città errante degli indimenticati stava
    anche a te toscanamente a cuore.

    Friede den Hütten!

  631. 1garelli il 20 ottobre 2006 alle 10:43

    togli via il via da tolta

  632. 1garelli il 20 ottobre 2006 alle 16:19

    @manda hari: ma è un capello o un crine di cavallo?

  633. W. Lorè il 20 ottobre 2006 alle 16:55

    G. Büchner (17/10/1813) si iscrisse il 9/11/’31alla facoltà di medicina dell’Università di Strasburgo. Nel ‘33 cambiò università andando a Gießen in Assia. Lì fondò la Società per i diritti umani, e nel luglio ’34 stampò “Il messaggero dell’Assia”, opuscolo che chiama la popolazione alla rivolta con le parole: Friede den Hütten! Krieg den Palästen! (“Pace alle capanne! Guerra ai palazzi!”). Nell’estate ’35 scrisse “La morte di Danton”, nell’inverno ’35 si occupò del sistema nervoso dei barbi fino alla laurea. Subito dopo scrisse “Leonce und Lena” e iniziò il “Woyzeck”. Nell’autunno del ’36 si trasferì a Zurigo come istitutore privato. Il 19/2/’37 morì di tifo.

  634. www.virgilio.iv il 20 ottobre 2006 alle 20:20

    Magnus ab integro saeculorum nascitur ordo:
    iam nova progenies caelo demittitur alto.
    Tu fave nascenti puero, quo ferrea primum
    desinet ac toto surget gens aurea mundo.

    Rinascerà il gran ordine dei secoli:
    già scende una nuova progenie dall’alto del cielo.
    Proteggi il fanciullo nascente, con cui finirà dapprima
    la stirpe del ferro e in tutto il mondo sorgerà quella dell’oro.

  635. db il 20 ottobre 2006 alle 22:11

    La prima stesura di Tübingen, Jänner reca in calce la data *Paris 29.1.1961*. In testa: *Waiblinger, Der kranke Hölderlin*, Leipzig 1913 (cronaca degli incontri alla torre).

    La variante decisiva è *käme ein KIND, ein KIND zur Welt, heute*, invece di MENSCH. Dunque C non pensava a un novello Rousseau, ma a un novello Gesù (progenie dei Patriarchi).

    Psalm è del 5.1.’61, Tübingen del 29.1.’61: a dividerli/unirli, l’epifania del 6.1.’61 – un’epifania mancata, nel Niemand di Psalm come nel lallen di Tübingen.

  636. temperanza il 20 ottobre 2006 alle 22:33

    Anche Büchner adesso? E così, tipo voce di garzantina? C’è un senso? O ci sarà?

  637. IB salmo '53 il 20 ottobre 2006 alle 22:34

    http://www.uibk.ac.at/literaturhaus/2002/lit/lit.html
    

1.

Tacete con me, come tacciono tutte le campane!

Nella placenta degli orrori
la canaglia fruga per nutrirsi ancora.
Il venerdì santo una mano è appesa in visione
al firmamento, le mancano due dita,
non può giurare che tutto,
tutto non sia stato e che nulla
sarà. Affonda nel rosso delle nuvole,
sottrae i nuovi assassini
e va libera.

Di notte, su questa terra,
penetrare dentro le finestre, rivoltare i lini,
perché siano messi a nudo i segreti dei malati,
un’ulcera ricca di nutrimento, sofferenze infinite
per tutti i gusti.

I macellai, con mani inguantate, trattengono
il respiro dei denudati,
la luna sulla porta crolla al suolo,
lascia stare i cocci, il manico…

Tutto era pronto per l’estrema unzione.
(Il sacramento non può essere eseguito).


2.

Come tutto è vano.
Dà impulso a una città,
sollevati dalla sua polvere,
assumi un incarico
e fingi,
per non essere scoperto.

Mantieni le promesse
dinanzi a uno specchio cieco nell’aria,
dinanzi a una porta chiusa nel vento.

Inesplorate strade sulla parete ripida del cielo.


3.

Occhi, occhi bruciati dalla terra, serbatoio del sole,
gravati del peso della pioggia di tutti gli occhi,
e ora intessuti, orditi
dai tragici ragni
del presente…


4.

Nella conca del mio silenzio
posa una parola
e ai lati innalza boschi,
perché la mia bocca
tutta giaccia nell’ombra.


  638. db il 20 ottobre 2006 alle 23:09

    @temp, ti supplico: non si dice più garzantina, ma wikipedia (come chiamare riccioli i dread – fai solo figuracce!)

    Il 22/10/’60 C aveva tenuto il suo discorso su Büchner (Il meridiano), citandone praticamente tutte le opere. Una bazzecola per lui chiudere IN EINS del 23/1/’62 col büchneriano *Friede den Hütten!*.

    La poesia è nella IV sez. di Die Niemandsrose. In calce al manoscritto: *Walliser Elegie* e, in russo, *Pietroburgo: ci riunisce ancora*, incipit di una poesia di Mandelstam, da Tristia. Il “toscanamente” è un accenno alla passione di M per Dante. Interessante anche la variante *Friede den Hütten – den Worten!*

    A prop., un granchio di Derrida (in veneto dell’entroterra: becanoto, grazioso uccello di fiume di dimensioni ridotte fuorché nel becco): parla di quadrillage a prop. di IN EINS enumerando le 4 lingue presenti: ebraico, spagnolo, francese e tedesco – ma dimentica il latino AURORA. o no? (io per mantenere il cinqillage ho tenuto Büchner in tedesco)

  639. db il 21 ottobre 2006 alle 00:16

    *Abadias* nel manoscritto era *Abdias*. Abdias in spagnolo, francese e inglese è un profeta minore: “Abdías”, significa en hebraico “Siervo de Yavé”. Su libro es el más corto del A.T., profetiza el castigo de Edóm, en el 585 a.C. “Edón” es la nación descendiente de Esaú, así es que los edomitas eran primos de los judíos; Herodes era un edomita. Es la nación extranjera que más se profetiza, aparte de Babilonia, y significa “rojo”, porque así se le llamaba a Esaú, después que vendió su progenitura a Jacob por un plato de lentejas de color rojo. La capital de Edóm era Petra.
    Tutt’altra cosa però è ABADIAS (Greek): mentioned in Esdras 8, 9 e 35 as the son of Jezelus, returned with Ezra from the captivity. La Bibbia di Lutero ha Obadja per entrambi, mentre la Diodati ha Obadia per il figlio di Jehel e Abdia per il profeta.

    Insomma, mi sa che con Abadias abbiamo un sixillage. (La Tübinger Ausgabe propende invece per il profeta minore).
    Huesca è la cittadina sull’Ebro assediata per 18 mesi dai franchisti.

  640. temperanza il 21 ottobre 2006 alle 02:32

    @db, aggiornati, non si dice più wikipedia, il suo inventore l’ha ripudiata causa inattendibilità e adesso ne fonda un’altra con la stessa struttura ma con un comitato di controllo (!) per la verifica delle fonti e l’eliminazione delle sole.

    Quegli studi sul sistema nervoso dei barbi non me li ricordavo, non saranno wikioediani?

  641. S.Barbi il 21 ottobre 2006 alle 08:08

    Die zur Gattung der Karpfenfische gehörige Barbe mit den charakteristischen 4 Bartfäden am vorstehenden Oberkiefer lieferte GB im Winter 1835/ 36 das hauptsächliche Material zu seiner morphologischen Untersuchung Über die Nerven der Fische. Aufgrund ihres massiven Skeletts war die bis 9 kg schwere Barbe für anatomische Studien besonders gut geeignet. Ihr Fleisch, so befand ein zeitgenössisches Lexikon, ist weiß, weich, aber voller Gräten und nicht eben geschätzt, gilt aber für leicht verdaulich. Viele Gräten, wenig Fleisch: die Barbe, Proletarier unter den Fischen, war auch der Speisefisch des Proletariats.

  642. Sprüche 6,9 il 21 ottobre 2006 alle 08:15

    *Gibt’s keine Barbe ohne Gräte.*

    (luther’s bibel)

  643. Sprüche 9,6 il 21 ottobre 2006 alle 08:20

    *Gibt’s keinen Bart ohne Lichte.*

    (celan’s bubel)

  644. gabriella il 21 ottobre 2006 alle 08:42

    Per DB

    Wie Nebelwesen
    gehen wir durch Traume und Traume *
    Mauern von siebenfarbigem Licht
    durchsinken wir –

    Aber endlich farblos, wortlos
    des Todes Element
    im Kristallbecken der Ewigkeit
    abgestreift aller Geheimnisse Nachtflugel *…

    Nelly Sachs

    (* dov’è la dieresi su questa QWERTY?)

  645. gabriella il 21 ottobre 2006 alle 08:44

    Per temperanza

    Wir winden hier einen Kranz
    Manche haben Donnerveilchen
    ich nur einen Grashalm
    voll der schweigenden Sprache
    die hier die Luft blitzen laßt –

    Nelly Sachs

    (sulla a di laßt la dieresi)

  646. L. U3 il 21 ottobre 2006 alle 08:46

    BIBLE BIBLE BIBLE BIBLE B
    IBLE BIBLE BIBLE BIBLE BU
    BBLE BIBLE BIBLE BIBLE BL
    OB BIBLE BIBLE BIBLE BUB
    BLE BIBLE BIBLE BIBLE BLO
    G BIBLE BIBLE BIBLE BUBB
    A BIBLE BIBLE BIBLE BIBEL
    ON BIBLE BIBLE BUBBLE BI
    BLE BIBLE BIBEL BIBLE BIB
    LE BIBLE BUBBLE BIBI BIBL
    E BIBLE BIBEL BOB BIBLE B
    IBLE BIBLE BIBLE BIBLE BE!

  647. B. E3 il 21 ottobre 2006 alle 09:11

    !BIBLE BIBLE BIBLE BIBLE BI
    BLE BIBLE BIBLE BIBLE BLOB
    BIBLE BY BLE BIBLE BIBLE BI
    BLE BIBLE BIBLE BIBLE BLOG
    BIBLE BUBBLE BUBBLE BIBLE
    BIBLE BUBBLE BUBBLE BIBLE
    BIBLE BIBLE BIBLE BY BLE BI
    BLE BIBLE BIBLE BIBLE BLOG
    BIBLE BIBLE BIBLE BIBLE B.I
    BLE BIBLE BIBLE BIBLE BLOB
    BIBLE BIBLE BIBLE BIBLE BE!

  648. A.Bel il 21 ottobre 2006 alle 09:15

    BIBLE, BE ABLE!

  649. G&B il 21 ottobre 2006 alle 09:43

    – Hi Barbe!
    – Hi George!
    – Do you wanna go for a ride?
    – Sure George! Jump in… I’m a barbe girl, in the barbe world: life in slapstick, it’s fantastic! You can brush my bone, undress me everywhere: imagination, life is your creation.
    – Come on Barbe, let’s go party!

  650. db il 21 ottobre 2006 alle 10:48

    GB, Sämtliche Werke, II Bd., hrsg. von H. Poschmann, Frankfurt a. M. ’99: der Hessische Landbote; die Briefe; die Gelegenheitsgedichte aus der Jugend; die Dissertation über das Nervensystem der Barbe, die Probevorlesung über Schädelnerven aus Barbecue und die philosophischen Vorlesungsskripte zu Descartes und Spinoza. “Ich werde ganz dumm in dem Studium der Philosophie; ich lerne die Armseligkeit des menschlichen Geistes wieder von einer neuen Seite kennen.” So spricht B; und seinen König Peter – “Die Substanz ist das an sich, das bin ich” – lässt er rufen: “Wo ist die Moral, wo sind die Manschetten?”

    Gli appunti di Hölderlin sullo Spinoza di Jacobi stanno nel thread di Arno Schmidt. Cfr. poi R. Maletta, Spinoza nell’opera di PC, in AA.VV. Spinoza. L’eresia della pace, Milano 2005, pp. 87-141.

  651. temperanza il 21 ottobre 2006 alle 12:51

    Ad August Stöber

    Darmstadt, 9 dicembre 1833

    …………

    E’ vero che il sig. dott. è ancora qui, ma delle sue chiacchiere estetiche ne ho fin sopra i capelli; ha già provato tutti i luoghi possibili per collocare i suoi parti poetici, e credo che al massimo potrà ancora appellarsi a un battesimo critico d’urgenza sulla Abendzeitung.
    Mi butto a capofitto nella filosofia.Questo linguaggio artificiale è orribile, secondo me bisognerebbe trovare per delle cose umane anche espressioni umane, e tuttavia non mi disturba, rido della mia pazzia e penso che in fondo non ci sia altro che schiacciare noci vuote.

    ……

    Georg Büchner

  652. db il 21 ottobre 2006 alle 12:51

    Takke Gabbry! La poesia della Sachs è in Fahrt ins Staublose, uscito a metà ’61 (Al di là della polvere, tr. I. Porena, Einaudi 1966). La raccolta precedente Flucht und Verwandlung (che echeggiava i surrealisti francesi) è del ’59. L’incontro zurighese con C avvenne a maggio ’60. Ergo bisogna raffrontare Fahrt di Sachs e sezione I di Die Niemandsrose (17 poesie scritte tra fine ’59 e inizio ’61, tra cui Psalm e Zurigo Alla Cicogna, dedicata a Nelly) – il tutto aiutandosi con PC/NSachs, Corrispondenza, tr. A. Ruchat, Il melangolo 1993. In una giornata uggiosa…

    M. Schloßbauer, PCs Begegnung mit NS. Versuch einer Dokumentation anhand ausgewählter Gedichte aus Die Niemandsrose, Bamberg 1998.
    polyglot.lss.wisc.edu/german/celan/papers/ZAFinal.html

  653. temperanza il 21 ottobre 2006 alle 13:06

    Dottore – Che mi tocca di vedere, Woyzeck? Un uomo di parola!
    Woyzeck – Che c’è signor dottore?
    D. – Io l’ho visto, Woyzeck, hai pisciato sulla strada, contro il muro, come un cane, eppure ti passo tre soldi al giorno! Woyzeck, così non va; il mondo peggiora, peggiora molto.
    W. – Ma signor dottore, quando la natura chiama.
    D. – La natura chiama, la natura chiama: la natura! Non ho forse dimostrato che il musculus constrictor vesicae è sottoposto alla volontà? L a natura! Woyzeck, l’essere umano è libero, nell’essere umano l’individualità si trasfigura in libertà! Non riuscire a trattenere l’urina! (Scvuote la testa, poi comincia a camminare avanti e indietro con le mani dietro la schiena) hai già mangiato i tuoi piselli, Woyzeck? Ci sarà una rivoluzione nella scineza, la farò saltare in aria. Urea 0,10, cloridrato d’ammonio, iperprotossido… Woyzeck, non devi pisciare un’altra volta? vai un po’ li dentro e prova.
    W. – Non mi viene signor dottore.
    D. – (irritato) Ma farla contro il muro! Ce l’ho scritto, ho il contratto in mano! L’ho visto io, proporio coi miei occhi; stavo mettendo il naso fuori dalla finestra e ci facevo entrare il sole per studiare lo starnuto. (Andandogli addosso). No, Woyzeck, non mi arrabbio, l’ira è malsana, non è scientifica. Sono tranquillo, tranquillissimo, il mio polso ha le sue solite sessanta pulsazioni, e ti sto parlando col massimo sangue freddo. per carità, chi vorrebbe arrabbiarsi per un uomo, una creatura umana! Fosse magari un Proteo che ti va in malora! Eppure, Woyzeck, non avresti dovuto pisciare contro il muro…

  654. temperanza il 21 ottobre 2006 alle 13:10

    Errata corrige:

    Scuote

    scienza

    proprio

  655. db il 21 ottobre 2006 alle 14:06

    In effetti, è proprio così cara temp. ricordo come fosse oggi (non ieri, di cui non ho ricordo per la sclerosi) che asfaltarono la via maestra del paese. Col bitume arrivarono i caramba: risultato, di notte beccavano grandi e piccini a lato dell’osteria col pc fuori a spandar aqua e davano (pretendevano di dare)… la multa!
    E già che siamo in tema (i.e. rimaniamo OT), anche noi de Cartijàn avevamo il nostro scibbolet con quei de Nove, dall’altra parte dea Brenta (femm.): dic sempliciter pero! e se quello diceva péro, era fottuto. In verità non eravamo biblici, semplicemente si ghignava a vedere i signorini con la boccuccia stretta… (loro in compenso, se approdavamo di là con la barca, ci guardavano dall’alto in basso come dei boari, solo per quel pèro largo…)

  656. gabriella il 21 ottobre 2006 alle 14:14

    Le ho trascritte dalla nuova bianca einaudi della Sachs, appena uscita. E ve le ho dedicate con cura, nel senso che stanotte vi ho pensati tutte e due… ah, la malattia celaniana è gravissima.

  657. temperanza il 21 ottobre 2006 alle 15:01

    Mi ricordo (devo essere proprio centenaria) che un giorno quand’ero bambina ho incrociato una vecchia (mi pareva una vecchia) vestita in modo esotico, con una sottana lunga e larga, colorata, una zingara forse, anche se allora dove stavo io non ce n’erano, e a un certo punto aveva allargato le gambe e l’aveva fatta così, in piedi.
    Uomini che pisciavano contro il muro ce n’erano ancora parecchi e nei bar c’era scritto non sputare e non bestemmiare, scritta che adesso non vedo più, ma donne senza mutande e che pisciavano in mezzo alla strada come i cavalli non ne avevo mai viste, e non le avevo neppure mai immaginate.
    Mi si è aperto un mondo.

  658. ill. ness il 21 ottobre 2006 alle 15:07

    *Still, in den Kranzarterien, / unumschnürt: / Ziw, jenes Licht.*

    I recognized this of C in the gabry@tempoem from S’s ‘Glühende Rätsel’:

    *Wir winden hier einen Kranz / Manche haben Donnerveilchen / ich nur einen Grashalm / voll der schweigenden Sprache / die hier die Luft blitzen lässt -*

    There is an almost line-by-line copying. The sequence seems to have been: Ronk = Saddam’s coup ’68, Jarnegg = S’s operation April ’69, Röver = S’s death May ’70 – after C’s alleged suicide in April ’70, which then comes to appear as a ‘ronk’ after Saddam ’68 (C disappeared on 20 April and was found drifting in the Seine on 1 May, Workers Day). If it were not a murder. There are the outlines of an intrigue behind C – such as the claims from Y. Goll’s widow that he had plagiarized her dead husband’s poems. C had contacted Goll in a letter dated 27 Sept. ’49 and Goll died on 27 Febr. ’50. Goll, who was the age of S, suffered from a slowly progressing leukemia untill he finally died. His wife Claire was also an author, with such interesting titles as ‘Ein Mensch ertrinkt’ ’31 and ‘Arsenik’ ’33. Which need not mean that Claire was the butcher working for the nazis. But there could be reasons for linking C’s death to this story. C’s wife was called Gisele Lestrange – which to a Norwegian ear sounds like ‘foreign hostage’, such as there has been a lot of in Iraq recently. They married on 23 Dec. ’52. The trick is the ligature of ‘FJ’ into ‘A’, such as one ligaturizes ‘2-3 Dec. ’84’ (GAS disaster in Bhopal) into ’23 Dec. ’84’. De-ligaturizing ‘1 AOR’ = ‘one hour’ into ‘I FJOR’ = ‘last year’, ‘a year ago’, such as that one year between F. Nansen’s visit to Trotskij in Moscow in ’23 and the death of Lenin a year later by what may have been poisoning. The concept of ‘1 hour’ was prominent in the massacre in Burundi, when 155 Tutsies were slaughtered with ‘jarneggs’. Same number as in the Norwegian parliament. The concept of ’52 hours’ was prominent in the Belsan hostaging…

  659. temperanza il 21 ottobre 2006 alle 15:09

    Grazie @gabriella

  660. Pino Pelosi il 21 ottobre 2006 alle 15:21

    vvvva bbe’ P.P.P., ma io P.P. cccheee cccentro ccccco stiquì?

  661. app. Galvani Luigi il 21 ottobre 2006 alle 15:29

    Quando arrestai Pino la rana, lo collocai sopra una tavola sulla quale c’era una macchina elettrica, dal cui conduttore era completamente separato e collocato a non breve distanza; mentre uno dei miei agenti toccava per caso leggermente con la punta di uno scalpello gli interni nervi crurali del suddetto, a un tratto furono visti contrarsi tutti i muscoli degli arti come se fossero stati presi dalle più veementi convulsioni tossiche. Al secondo dei miei agenti che mi era più vicino, mentre stavo tentando altre nuove esperienze elettriche, parve dì avvertire che il fenomeno succedesse proprio quando si faceva scoccare una scintilla dal conduttore della macchina. Ammirato dalle novità della cosa, subito avvertì me che ero completamente assorto e meco stesso d’altre cose ragionavo. Mi accese subito un incredibile desiderio di ripetere l’esperienza e di portare in luce ciò che di occulto c’era ancora nel fenomeno…

  662. db il 21 ottobre 2006 alle 16:03

    I coniugi Lenz gli hanno inviato più libri di A. Schmidt (tra cui il Fauno e il Leviatano), e C dopo una sfogliatina o due risponde, il 15/7/’57: “Vielen Dank für die Bücher, der Mann hat Suada – ob das wohl genügt?”, PC/H&HLenz, Briefwechsel, Suhrkamp 2001, p.88.

    Besonders fruchtbar scheint die Lektüre von J. Pauls »Kampaner Thal« und A. Schmidts »Leviathan« gewesen zu sein, hier schrieb sich C viele Wörter heraus, die ihm unverbraucht schienen, die er in seiner Lyrik neu intonieren konnte. Bei Arno streicht C in ähnlicher Weise Wörter an, die sich dann, in völlig anderer Umgebung und oft auch in anderer Form, in seinen Gedichten wiederfinden. Aus »Gries, Gestein und Hartwuchs« wird bei C »Hartwuchs im Herzen«. Bei Arno steht »am hellen Mittag; warm und dicht, grünlich vom verwischten Pflanzengeleucht«, bei C wird daraus »atemgeflecktes Geleucht«. Bei Arno heißt es: »lange Schatten hingen verrenkt im schweigenden Geklüft«, bei C gibt es dann ein »Sterbegeklüft«…

  663. temperanza il 21 ottobre 2006 alle 16:23

    mi sembra che quanto dice C. ne “Il meridiano” del poetare si può applicare al tradurre: come il poeta tenta una topografia della vita, così il traduttore tenta una topografia del testo poetico. I traduttori come poeti/cartografi di seconda mano. Con relativi strumenti: lessico innanzitutto, usw. O detto altrimenti, viaggio verso l’altro, per decifrarlo. In questo senso i diversi traduttori navigano verso la stessa isola, ognuno convinto che la sua sia la rotta giusta. Non è già il paradigma della democrazia?

    Così db in settembre a elena, quando parlava, concordo.

  664. temperanza il 21 ottobre 2006 alle 16:44
  665. temperanza il 21 ottobre 2006 alle 16:50

    mah, così a me non si apre, provate solo con http://www.germazope.de oppure cercate Das Wörterbuch-Netz su google

  666. db il 21 ottobre 2006 alle 17:53

    Takke temp! Conosci/ete la liseuse? Sembra temp da piccola.

    http://luxuslinguae.splinder.com/

    http://www.wordbook.splinder.com/

  667. temperanza il 21 ottobre 2006 alle 18:05

    Ah si? Non credo, io sono nata vecchia.

  668. db il 21 ottobre 2006 alle 21:40

    C’è parecchia roba che si potrà annusare solo fra 15 anni (intanto sta mischiata con la lingerie). I richiami alla Francia sono assolutamente convenzionali in C, à la french kiss. ma l’Inge l’aveva proprio intortata se scrive ai genitori (?!) che la camera è un campo di papaveri stante le ondate floreali erogatele dal ganzo (che lavorava sodo in quanto doveva sfilarla a Weigel, il capobanda). Coll’ultimo rigurgitino del ’57, C riprende a chiare lettere il Ricordo di Francia in Ein Tag und noch einer (Sprachgitter ’59) che così, indirettamente, fa rientrare il Ricordo nel novero ristretto delle poesie “bachmanniane” di C.
    Forse da ora si potrà tornare alle nostre cicliche, serie cose.

  669. CALYPSO il 21 ottobre 2006 alle 22:04

    ich was not yet
    in brasilien
    nach brasilien
    wuld ich laik du go

    wer de wimen
    arr so ander
    so quait ander
    denn anderwo

    ich was not yet
    in brasilien
    nach brasilien
    wuld ich laik du go

    als ich anderschdehn
    mange lanquidsch
    will ich anderschdehn
    auch lanquidsch in rioo

    ich was not yet
    in brasilien
    nach brasilien
    wuld ich laik du go

    wenn de senden
    mi across de meer
    wai mi not senden wer
    ich wuld laik du go

    yes yes de senden
    mi across de mer
    wer ich was not yet
    ich laik du go sehr

    ich was not yet
    in brasilien
    nach brasilien
    wuld ich laik du go

  670. db il 21 ottobre 2006 alle 22:28

    nell’homepage di PC, sotto le traduzioni in russo spuntano dei mohnrooms, funghi oppiati da pioppeti che avvelenano la pietanza, come questo calipso direi ninfomane: templease, puoi dare un’occhiatina all’homepage?

    l’ipotesi del Bertaux sul Pallaksch è molto intrigante, direi quasi arrapante, non fosse che… Scardy non borbotta così solo perché in fregola col valentinovestitodinuovo e IT sull’Iperione (Plato Agnelli + Marina Stella) – no, Pallaksch Pallaksch era un Lieblingswort = tormentone del povero H, che immancabilmente lo innescava tanto per dire sì quanto per dire no, a stare almeno al babbo del Christoph (C.T. Schwab, Hölderlin – Biographie, 1846). Siccome sparare non costa niente,

    PALLAKSCH = PALLAS + FALLAX

  671. Michael Nyman il 21 ottobre 2006 alle 23:07

    SIX CELAN SONGS, Chester Music Ltd, 1991

    This cycle of settings of poems by PC was written between May and July ’90 for Ute Lemper. The texts are taken from the following collections: ‘Chanson einer Dame im Schatten’ + ‘Corona’ from Mohn und Gedachtnis ’52, ‘Nachtlich geschurzt’ from Von Schwelle zu Schwelle ’55, ‘Blume’ from Sprachgitter ’59, ‘Es war Erde in ihnen’ + ‘Psalm’ from Die Niemandsrose ’63. The settings of ‘Corona’ and ‘Blume’ both introduce an eight-bar chord sequence derived from Chopin’s Mazurka in A minor, Op.17 No.4 (the introduction to which was used by Gorecki in his Symphony No.3). During the writing of ‘Blume’, on 7th June ’90, my mother died, and the cycle is dedicated to her memory.

  672. temperanza il 21 ottobre 2006 alle 23:31

    Sono andata, per scoprire che il link a Paul Ancel non rimanda a nulla.
    Ho trovato, tra i molti link che non si aprono, le trad in russo (che sembrerebbero tradotte però dall’inglese) e anche questo:

    die tassen

    bette stellen sie die tassen auf den tesch
    perdon
    stellen sie die tassen auf den tesch
    perdon
    die tassen auf den tesch
    perdon
    auf den tesch
    perdon

    Che dire?

  673. temperanza il 21 ottobre 2006 alle 23:32

    Sono andata, per scoprire che il link a Paul Ancel non rimanda a nulla.
    Ho trovato, tra i molti link che non si aprono, le trad in russo (che sembrerebbero tradotte però dall’inglese), e anche questo:

    die tassen

    bette stellen sie die tassen auf den tesch
    perdon
    stellen sie die tassen auf den tesch
    perdon
    die tassen auf den tesch
    perdon
    auf den tesch
    perdon

    Che dire?

  674. temperanza il 21 ottobre 2006 alle 23:35

    Sorry, non so cos’è successo, ho smanettato troppo.

  675. temperanza il 21 ottobre 2006 alle 23:37

    mohnrooms, saranno fumerie d’oppio.

  676. NAUSICAA il 22 ottobre 2006 alle 02:25

    io ero not yet
    in brasile
    al brasile
    vud io laik tu go

    uer de uimen
    ar so diver
    so cuait diver
    den overdos

    io ero not yet
    in brasile
    al brasile
    vud io laik tu go

    che io andersten
    tanti languigg
    uill io andersten
    pure languigg a rio

    io ero not yet
    in brasile
    al brasile
    vud io laik tu go

    se de mandan mi
    ecross de mar
    uai mi not mandan uer
    io vud laik tu go

    io ero not yet
    in brasile
    al brasile
    vud io laik tu go

    yes yes de mandan
    mi ecross de mar
    uer io uos not iet
    io laik tu go tanto

    io ero not yet
    in brasile
    al brasile
    vud io laik tu go

  677. card. Wordlingo il 22 ottobre 2006 alle 03:21

    Esorcicciai Calypso trasformandolo in Nausicaa, poi fui tentato di esorcicciare pure lei, ma temendo di trasformarla in una maiala, ho digitato mohnroom e mi si è materializzato il reverendo, che mi ha rimandato a Pol Mon che ritradotto in Pall Mall mi ha portato sulle orme del nordico Konderup, uno pseudoletterato (ma Pubblico Ministero di mestiere) che s’insinua nei siti altrui (è già successo qui con Arno e Walter) e nel caso di PC fa peggio, ossia controlla anonimo tutti gli scritti del rumeno tenendoli per un po’ in rete e poi improvvisamente levandoli ( = facendoli annusare) e sostituendovi le “sue cose” supportate da un anonimo cirillico. Konderup così pensa di passare inosservato o meglio di venir confuso con l’autore hackerato riducendo al massimo la diversità ovvero contenendo il lessico al minimo – ma proprio così si scopre, proprio nella propria idiozia. L’ho giusto beccato in una specie di professione di fede (un terno al loto per davvero), che vado subito a postare per smascherarlo una volta per tutte: VADE KONDE, RETRORUP!

  678. MY OWN SONG il 22 ottobre 2006 alle 03:24

    ich will nicht sein
    so wie ihr mich wollt
    ich will nicht ihr sein
    so wie ihr mich wollt
    ich will nicht sein wie ihr
    so wie ihr mich wollt
    ich will nicht sein wie ihr seid
    so wie ihr mich wollt
    ich will nicht sein wie ihr sein wollt
    so wie ihr mich wollt
    nicht wie ihr mich wollt
    wie ich sein will, will ich sein
    nicht wie ihr mich wollt
    wie ich bin will ich sein
    nicht wie ihr mich wollt
    wie ich will ich sein
    nicht wie ihr mich wollt
    ich will ich sein
    nicht wie ihr mich wollt, will ich sein

    ich will sein

  679. db il 22 ottobre 2006 alle 09:44

    *Una voglia di vivere che in sé aveva qualcosa di artificiale, come se lui applicasse il detto rumeno di “divertirsi con la sfiga”. Andava pazzo dei giochi di parole e seminava battute di spirito così numerose che mi trovai costretto a registrarle su un quadernetto titolato PC* Petre Solomon, L’adolescence d’un adieu, Paris ’90 (orig. P.S., PC – dimensiunea româneasca, Bukarest ’87), p. 69.
    Sarei propenso a ritenere Calypso e Tassen prove tratte dal quadernetto, e messe in rete dall’anonimo, il quale NB non dice PC ma Paul Ancel (ergo è rumeno/russo/ucraino…)

  680. Paulo Celano il 22 ottobre 2006 alle 09:52

    La poesía: ese fabricar infinitud pleno de mortalidad y de inutilidad.

  681. bibleron il 22 ottobre 2006 alle 10:37

    M.Blanchot, L’ultimo a parlare, Melangolo ’90
    H.G.Gadamer, Chi sono io, chi sei tu, Genova ’89
    P. Levi, Dello scrivere oscuro (in L’altrui mestiere, Einaudi ’85)
    Levinas, Nomi propri, Marietti ’84, pp.47-54
    B.Moroncini, Mondo e senso. Heidegger e PC, Cronopio ’98
    M.Specchio, PC: l’incantesimo dell’assurdo, Barbablu, Siena ’86
    P.Szondi, L’ora che non ha più sorelle. Studi su PC, Gallio, Ferrara ’90
    V.Vitiello, Non dividere il sì dal no.Tra filosofia e letteratura, Laterza ’96
P.Auster, La poesia dell’esilio, “Micromega”, ’96, 5, pp.173-182
    Baumann/Miglio, Ciò che H non disse a C, “Micromega”, ’97, 4, pp.213-36
    S.De Lugnani, Il 13 febbraio di PC, “Nuova corrente”, 79-80, pp.447-99

  682. Tomaso Celano il 22 ottobre 2006 alle 10:42

    !!!Día de gloria y de ira!!!
    caen los siglos en ceniza,
    David lo habló y la Sibila.

  683. LL il 22 ottobre 2006 alle 13:42

    qui sotto c’è una miniera…

    people.freenet.de/autres-espaces/heidegger.html

  684. Adriano Celano il 22 ottobre 2006 alle 13:51

    1 caricia +
    un puño! =
    –––––––––

  685. W il 22 ottobre 2006 alle 15:12

    Doch schweig’ ich noch von dem, was ärger als der Tod, was grimmer denn die Post und Blog und Kommentsnot: daß auch der Seelen Schatz so vielen abgezwungen.

  686. A. Badiou il 22 ottobre 2006 alle 16:21

    La philosophie doit se fonder sur le geste platonicien consistant à congédier la poésie hors de l’enceinte de la Cité. Ce geste doit avoir lieu à nouveau si la philosophie veut redevenir aujourd’hui une possibilité. La philosophie doit se vouer au “Mathème,” condition d’existence de toute activité philosophante. Le Mathème est composé de 4 éléments: la politique, l’amour, la poésie et la mathématique. Mais la philosophie, depuis Nietzsche jusqu’à Heidegger, s’est vouée au Poème et la poésie est donc devenue son supplément. Cette époque de l’histoire de la philosophie se termine avec l’oeuvre de PC, “l’événement qui donne à penser la nécessaire désuturation de la philosophie au Poème.” La rencontre de Heidi et PC symbolise cette désuturation parce que le philosophe du Poème a alors refusé la rencontre avec la poésie.

    L’Être et l’événement, Seuil ’88

  687. Ferrari's il 22 ottobre 2006 alle 17:24

    Todtnauberg, a 32 km da Friburgo e a 1.020 m di h, famosa per la fabbrica di spazzole fondata da L. Thoma nel 1770 (il monumento pare un Heidi carico di spazzole e in cammino verso il linguaggio), è molto più nota per la baitina che H si costruì nel 1922. Il Comune ormai è consapevole, H fa parte delle attrazioni locali: sul dépilant, H con berretto da notte e braccia conserte sul tavolo + avanzi del pranzo. Nella capanna non si può entrare, ma intorno tutto è segnato da frecce e tabelloni illustrati: la passeggiata di H, la biografia, lui col solito berretto + dicitura: «Chi pensa in grande deve errare grandemente»…

    todtnauberg@todtnauer-ferienland.de + eccellente ostello della gioventù jh-todtnauberg@tonline.de

    T. Bernhard in Antichi Maestri, Adelphi ’85 commenta il libro fotografico della Marcovicz con un’invettiva perché la sua amica I. Bachmann aveva scritto la tesi su H ( La ricezione critica della filosofia esistenziale di H, Guida ’92), «un imbecille delle prealpi, giusto quel che ci vuole per il minestrone della filosofia tedesca» (e nella poesia Der deutsche Mittagstisch, ’78, definisce i Nudeln di H una «Nazisuppe»).
    Il 25/7/’67 era salito alla Hütte PC, che aveva tenuto una conferenza a Friburgo il giorno prima: per rappacificarsì con una sua contraddizione, di essere un ammiratore di H e di disprezzarne il comportamento politico? Della visita resta una poesia, Todtnauberg. (cfr. anche E. Jelinek, Totenauberg, Rowohlt ’91, dialogo tra H e Arendt da vecchetti.)

  688. db il 22 ottobre 2006 alle 17:53

    P. Celan, “Cerca di ascoltare anche chi tace. Lettere a Diet Kloos-Barendregt”, Archinto 2005. Dal luglio ‘48 C è a Parigi, dove prende contatto col poeta ebreo-alsaziano Yvan Goll e inizia a studiare Heidegger. La 24enne Diet è comunista olandese e vedova di un ornitologo comunista: i nazi glielo avevano torturato davanti, e ucciso poi perché gli scoprirono mappe “segrete” (i voli degli uccelli). Nelle lettere di C, frasi così: *Si chiacchiera a vuoto di giustizia finché la più grande delle navi da guerra non si schianta contro la fronte di un affogato.* 


  689. db il 22 ottobre 2006 alle 19:46

    Zur Signatur der Moderne gehört ein Sprachverfall, die sogenannte ‘Lord Chandos-Krise’. Hofmannsthal schien es, daß die Wirklichkeit nur scheinbar objektiv in dem Augenblick sei, in dem sie wahrgenommen wird. Die Verabsolutierung des ‘Jetzt’ zum Augenblick ist ein Kennzeichen der modernen Literatur geworden, so auch für Autoren wie Proust und Joyce: IB reibt sich in diesen Traditionszusammenhang ein. Neben Wittgenstein und Musil zu ihren ‘Leitsternen’ gehörten eine Reihe anderer ‘Sterne’. So kannte sie nicht nur Adornos Schriften, sondern auch ihn persönlich; und referiert in ihrer Dissertation Carnaps Versuch, am Beispiel von Zitaten aus Heidis “Was ist Metaphysik” zu zeigen, daß *ein metaphysischer Satz auf jeden Fall sinnlos sei, weil er der empirischen Wissenschaft und ihren Methoden unzulänglich sei und doch mehr sein wolle, als ein analytisches Urteil (Kant) oder eine Tautologie (Wittgenstein) … Dem Bedürfnis nach Ausdruck dieses anderen Wirklichkeitsbereiches, der sich der Fixierung durch eine systematisierende Existentialphilosophie entzieht, kommt jedoch die Kunst entgegen… Das Ergebnis wird immer die gefährliche Halbrationalisierung einer Sphäre sein, die mit einem Wort Wittgensteins berührt werden kann. ‘Wovon man nicht sprechen kann, darüber muß man schweigen.’* Wenn es nun um Fragen des Sinns geht, so lassen diese sich zwar nicht wissenschaftlich in beweisbaren Sätzen kodifizieren – dies ist ganz die gegen Heidi eingenommene Wittgensteinsche Position -, aber die Dichtung kann sie zum Ausdruck bringen. IB hält gegen den ‘Wiener Kreis’ an Fragen der Ethik fest: *Mit dem Ausdruck ‘sinnloses Gerede’ wurde doch im Wiener Kreis die Metaphysik bedacht. Aber es ist eben die Frage, ob man die abendländische Metaphysik wirklich von einem Tag zum anderen ad acta legen kann, bloß weil man sie wegen der Unlösbarkeit ihrer Fragen für unmöglich hält.* (cfr. S. S. Lennox, “Bachmann and Wittgenstein”, Modern Austrian Literature, v. 1, 1985)

    IB presenta la tesi a fine ’49: Wittgenstein contro Heidi (il punto più spiritoso è quando IB definisce “chiacchiera” il discorso di Heidi sulla chiacchiera!). IB fu con C fino all’estate ’48: avranno o no parlato di Heidi? possibile che C fosse così pro H, come tanta critica sottintende?

  690. MANIFEST '67 il 23 ottobre 2006 alle 09:19

    Ein Dröhnen: es ist
    die Wahrheit selbst
    unter die Menschen
    getreten,
    mitten ins
    Metapherngestöber.

  691. MANIFESTO 2007 il 23 ottobre 2006 alle 11:44

    Uno spettro s’aggira per la rete – lo spettro della verità.

    I

    La rete ha avuto nella storia una parte sommamente rivoluzionaria. Dove ha raggiunto il dominio, essa ha distrutto tutte le condizioni di vita matriarcali, patriarcali, idilliche. Ha lacerato spietatamente tutti i variopinti vincoli personali che legavano l’uomo al suo prossimo naturale, e non ha lasciato fra uomo e uomo altro vincolo che il nudo disinteresse, il freddo “regolamento di conti”. Ha affogato nell’acqua gelida del calcolo egotistico i sacri brividi dell’esaltazione devota, dell’entusiasmo cavalleresco, della malinconia filistea. Ha disciolto la dignità personale nel l’effetto di scambio e al posto delle innumerevoli libertà patentate e onestamente conquistate, ha messo, unica, la libertà di commento priva di scrupoli. In una parola: ha messo l’autosfruttamento aperto, spudorato, diretto e arido al posto dell’autosfruttamento mascherato d’illusioni religiose e politiche. La rete ha spogliato della loro aureola tutte le attività che fino allora erano venerate e considerate con pio timore. Ha tramutato il politico, il filosofo, il prete, il poeta, l’uomo di scienza, in alienati ai suoi stipendi. La rete ha strappato il commovente velo sentimentale al rapporto familistico e lo ha ricondotto a un puro rapporto di figure. La rete ha svelato come la banale manifestazione di forza che la restaurazione ammira tanto nell’industria culturale, avesse la sua appropriata integrazione nella più pigra infingardaggine. Solo la rete ha dimostrato che cosa possa compiere l’attività dell’uomo. Essa ha compiuto ben altre meraviglie che i papiri egiziani, pergamene romaniche e cattedrali gutenberg, ha portato a termine ben altre spedizioni che le migrazioni dei popoli, gli allunaggi e le crociate. La rete non può esistere senza rivoluzionare continuamente i rapporti di comunicazione, dunque tutti i rapporti sociali. Prima condizione di esistenza di tutte le culture precedenti era invece l’immutato mantenimento del vecchio sistema di comunicazione. Il continuo rivoluzionamento della comunicazione, l’ininterrotto scuotimento di tutte le situazioni sociali, l’incertezza e il movimento eterni contraddistinguono l’epoca dei nick fra tutte le epoche precedenti. Si dissolvono tutti i profili stabili e irrigiditi, con il loro seguito di idee e di concetti antichi e venerandi, e tutte le idee e i concetti nuovi invecchiano prima di potersi fissare. Si volatilizza tutto ciò che vi era di corporativo e di stabile, è profanata ogni cosa sacra, e gli uomini sono finalmente costretti a guardare con occhio disincantato la propria posizione e i propri reciproci rapporti.

  692. temperanza il 23 ottobre 2006 alle 15:10

    Com’è giusto, com’è vero: –)))

  693. J. Firges il 23 ottobre 2006 alle 17:36

    *Dichten heißt für C, Zeugnis geben von der Wahrheit. Dies ist schwer in einer Welt, in der das ‘hundertzüngige Gerede’ herrscht. C hatte von seiner frühen Lyrik den Eindruck, dass sie zuviel Worte mache. So läuft die Kunst Gefahr, die Wahrheit zu verraten. Nur wenn sie der Wahrheit untergeordnet bleibt, kann sie bestehen.*, in “PC. Die beiden Türen der Welt”, Sonnenberg Verlag 2001.

  694. pc il 23 ottobre 2006 alle 18:06

    Un tuonare: è
    la verità stessa
    che procede
    tra gli uomini,
    in mezzo a una
    bufera di metafore.

  695. li. il 23 ottobre 2006 alle 18:25

    FT in mezzo a tanta e tale cultura (potenza di shinystat, altrimenti non ci sarei mai capitata)
    db, non tirarmi in mezzo (sbaglio o è già la seconda volta che lo fai in questa elevata sede?) . soprattutto non fare inopportuni paragoni con temperanza, con la quale – me lassa – non ho nulla in comune, a parte forse che abbiamo fatto liceo e (stessa) università nella stessa città. a proposito, un caro saluto a temperanza e buona continuazione. viel Spaß.

  696. ALCOOL 12,5° il 23 ottobre 2006 alle 19:38

    Sous le pont Mirabeau coule la Seine
    Et nos amours
    Faut-il qu’il m’en souvienne
    La joie venait toujours après la peine
    Vienne la nuit sonne l’heure
    Les jours s’en vont je demeure
    L’amour s’en va comme cette eau courante
    L’amour s’en va
    Comme la vie est lente
    Et comme l’Espérance est violente
    Vienne la nuit sonne l’heure
    Les jours s’en vont je demeure

  697. A PAUL IN AIR il 23 ottobre 2006 alle 19:49

    Comme la vie est lente
    Et comme Tempérance est violente
    Vienne la nuit sonne l’heure
    Liseuse s’en va je demeure

    @li. babà, ti ammiro, ergo non posso mai averti volutamente offesa. ricordo una bacheca, e nulla più. ma se recuperi il threadino in questione, riportalo qui, please, e vedrai che ci spiegheremo. (diverso il discorso con temp: esta mujera es una bufera)

  698. PAELEX il 23 ottobre 2006 alle 20:42

    Un tuono: è
    il vero stesso
    tra gli umani
    entrato,
    in mezzo alla
    bufera di metafore.

  699. li. il 23 ottobre 2006 alle 21:40

    infatti, mica ho detto che mi sono offesa. sono soltanto una timidona (questo me l’ha detto anche temperanza, quindi non ho scampo). grazie per il babà, se ti chiamassi sergio penserei di averti incontrato, elegantemente vestito di lino, a napoli, una calda sera di maggio tre anni fa, mentre meditavo se andare a ischia o a capri il giorno successivo.

  700. Fritz Füchse il 24 ottobre 2006 alle 00:06

    Dopo l’ennesimo litigio con Elfride alla presenza del conteso Martin, H. Arendt le indirizzò una lettera in cui ribadiva di non sentire alcun senso di colpa per averle a[r]mato il mari[t]o – la vita l’aveva punita abbastanza: «Guardi, quando me ne andai da Marburgo mi ero ripromessa che non avrei più amato nessuno, e più tardi mi sono sposata col primo venuto» = G. Stern, diventato poi G. Anders. Figlio di uno psicologo ebreo, il giovane Gunter aveva studiato con Cassirer e Panofsky ad Amburgo, poi con Husserl e Heidi a Friburgo, laureandovisi nel ’23. Assistente di Scheler a Colonia, fu stroncato da Adorno per le sue tesi di filosofia della musica. Rinunciò allora alla carriera accademica e intraprese quella di giornalista. La collaborazione al Bosen-courier fu peraltro all’origine del nick: per non pubblicare troppi articoli a sua firma, il direttore lo invitò a scegliersi un «altro» nome – Anders, appunto. (Si è voluto leggere AN come anagramma incompleto di AR – versione che AN ha respinto, ma in termini così risentiti da far nascere il sospetto… AN e AR si erano conosciuti a lezione da Heidi nel ’25, e si erano sposati il 6/9/’29. Da parte di lei, più per dimenticare Heidi. Al punto che definì l’ex-marito – che le aveva corretto il libro su Agostino e con cui aveva scritto un saggio a 4 mani su Rilke – un tipo «insignificante». L’inevitabile divorzio, concordato per lettera, è del 6/9/’37: AN – la Gestapo aveva trovato nell’agenda di Brecht il suo indirizzo – era già fuggito a Parigi, quindi in USA, dove sopravvisse aiutandosi con ogni sorta di oddjobs.
    Mit der Formulierung von der “Pseudo-Konkretheit” der Heidi’schen Philosophie oder mit deren Entlarvung als einer “reaktionären Lehre im umstürzlerischen Gewand” trifft AN dabei nicht nur den Punkt, der die Faszination an Heidi für Generationen von Schülern ausgemacht haben mag. Er umkreist in der Auseinandersetzung mit Heidi auch das Problem der Vermittlung von Theorie und Praxis. Und wo AR in ihrer Rede zu Heidi’s 80. Geburtstag dessen politische Verfehlung mit der geradezu vorpolitischen Haltung dessen, der als Philosoph seinen “Wohnsitz im Denken”, eingenommen habe, zu verstehen versucht hatte, markiert die damit bezeichnete Ferne von den “menschlichen Angelegenheiten” nach AN entschiedenem Urteil ein Defizit der Philosophie selbst – ein Versagen der Philosophie auch und gerade als Philosophie: “Heidis Philosophie entpuppt sich letztlich als ein komisches Phänomen. Irgendwie schlägt die bloße Selbsterhitzung des Eigentlichwerdens in so etwas wie Tat um; aber eben in eine solche Tat, die in die falsche Richtung ausschlägt”. (cfr. AN, Über Heidi, Beck Verl. 2001, annunciato in trad. parz. da B.Boringhieri)

  701. M. Reitani il 24 ottobre 2006 alle 02:31

    L’autonomia del significante non è certo una scoperta del ‘900. Ma di certo la poesia novecentesca si caratterizza per i suoi artifici, per il suo porsi ineluttabilmente dopo Babele. Non solo la traduzione è impossibile. Impossibile è la stessa pretesa di una comunicazione non frammentaria. In una stupenda poesia del ’61 dedicata a Hölderlin, C ha espresso con straordinaria lucidità il nostro bisogno di balbettare suoni e parole, di dire il mondo senza dirlo: Venisse, venisse un uomo…

  702. Lacoue-Labarthe il 24 ottobre 2006 alle 03:20

    Hegel et les premiers romantiques pensaient que l’Antiquité grecque constitue une époque historique où les hommes sont arrivés à ériger une véritable Kunstreligion (une religion de l’art), que se propose de réactiver la poésie moderne: réactivation qui devait attendre ce moment ultime que fut la systématisation de la philosophie kantienne chez Schelling et Hölderlin. Le premier a produit la pensée la plus typique du premier romantisme allemand alors que l’oeuvre du second trace un chemin que même Heidi a méconnu. Dans les dernières lignes du “Système de l’idéalisme transcendantal” de Schelling nous retrouvons l’esquisse d’un “certain” projet politique s’esquissant autour d’un ralliement de la philosophie à la poésie à partir d’une toute nouvelle mythologie; c’est précisément ce qui constitue la muthopoiesis, que Schelling reprend à Platon et qui associe poésie et religion. Un peuple, l’Allemagne, et sa langue, seraient les uniques légataires d’une Grèce archaïque lointaine et trahie par l’histoire de l’Europe Occidentale. Cette généalogie, elle-même mythique, renferme en fait tous les désastres de l’Allemagne des XIXe et XXe siècles. Contrairement à Schelling, Hölderlin entrevoit le rapport de la poésie et de la philosophie en tant que poète et non pas en tant que philosophe de programme et, surtout, a su aménager une distinction importante entre la sobriété et l’enthousiasme, distinction qui découle du “kategorisch Wende,” du détournement divin catégorique, catégorie empêchant toute possibilité pour l’Allemagne ou quelque autre nation de s’identifier comme légataire d’un commencement mythique.

    da LL, “Heidi: La politique du poème”, Paris Galilée, 2002.

  703. S.T. Coleridge il 24 ottobre 2006 alle 04:14

    Nessuno è mai stato grande poeta senza essere un profondo filosofo.

  704. Attica Nox il 24 ottobre 2006 alle 04:38

    ‘Paelicem’ autem appellatam probrosamque habitam, quae iuncta consuetaque esset cum eo, in cuius manu mancipioque alia matrimonii causa foret, hac antiquissima lege ostenditur, quam Numae regis fuisse accepimus: “Paelex aedem Iunonis ne tangito; si tangit, Iunoni crinibus demissis agnum feminam caedito”.
    ‘Paelex’ autem quasi pallax (iuvenis), id est quasi pallakis (concubina). Ut pleraque alia, ita hoc quoque vocabulum de Graeco flexum est.

  705. db il 24 ottobre 2006 alle 05:40

    Stranamente Jakobson, così prodigo di tentativi attorno al nick Scardanelli, desiste su Pallaksch, limitandosi a parafrasare Schwab: “H aveva escogitato, e usava con predilezione, l’espressione pallaksch, che si poteva prendere per un sì o per un no, e che gli serviva come espediente per evitare l’affermazione o la negazione”. Ma con un acume degno di Bateson definisce l’espressione “la terza parola di H”, quella che non è né sì né no, o sia sì sia no. E la avvicina a 2 altri esempi: la “stranissima forma” di risposta paradossale a un invito ad una passeggiata: “Lei comanda che io rimanga qui”; e l’affermazione doppia in rapida sequenza: “gli uomini sono felici … gli uomini sono infelici”.

    (“H. l’arte della parola”, Genova ’79, è un titolo tutto italiano, come spesso nei film: “Ein Blick auf ‘Die Aussicht’ von H” / Uno sguardo a ‘La veduta’ di H, i.e. all’ultima poesia scritta da H, 10 giorni prima di morire)

  706. R. Digest il 24 ottobre 2006 alle 05:58

    Accanto a ‘paelex’ si hanno attestazioni anche della forma senza dittongo e/o con la geminazione della consonante /l/ (pelex, paellex). Il termine trova una precisa definizione nel Digesto (L 16, 144 pr.) e designa una donna che vive con un uomo, senza esserne la moglie legittima; nello stesso passo, inoltre, è chiaramente espressa la coincidenza sinonimica di ‘paelex’ con ‘concubina’, confermata anche dall’analisi delle occorrenze del primo termine in ambito letterario. Sia in contesti storici che mitologici non è mai identificabile con la ‘uxo’r legittima; in Curzio Rufo e in Tacito il termine è attestato anche al plurale a indicare la schiera di concubine che accompagnava personaggi militari e civili di un certo rango; in Livio, infine, è contrapposta alla ‘mater familias’.

  707. Martin Piscator il 24 ottobre 2006 alle 10:09

    *Aspettarsi qualcosa di minaccioso a-venire non è già di per sé necessariamente paura, e lo è tanto poco che gli manca proprio lo specifico carattere tonale della paura. Questo consiste nel fatto che l’attendersi proprio della paura fa ri-venire l’elemento minaccioso sul fattizio pro-curante poter essere. Il minaccioso può essere atteso indietro su quell’ente che io sono, e quindi l’esserci può venire minacciato, se il verso-cui dell’indietro-su è comunque estaticamente aperto…* “Essere a tempo”, Montatori 2006, p. 961.

  708. Pierre Bertaux il 24 ottobre 2006 alle 13:30

    Aujourd’hui 20 août 1944, en qualité de commissaire de la République, au nom du Gouvernement provisoire de la République j’ai pris possession de la Préfecture. Au nom de tous ceux qui sont morts pour la cause de la France et de la liberté, au nom de ceux qui ont souffert et lutté, au nome de tous ceux qui souffrent et luttent encore, je vous demande ceci: Que votre joie soit profonde, mais qu`elle soit grave. Trop de sang a coulé, trop de larmes ont été versées; trop de sang coule encore; trop de larmes sont encore versées, pour que nous risquions de donner un spectacle de désordre, d’indiscipline ou de laisser aller. Pas de pillage. Pas d’actes individuels. Les traîtres seront châtiés, en vertu des lois de la République.Pour le moment nous n’avons pas de chemin de fer, les routes sont coupées. Nous avons du pain pour huit jours. Il faut continuer la guerre. Nous aurons à manger, nous continuerons la guerre. Les autorités républicaines ont besoin que chaque citoyen, désormais libre, soit à son poste de combat.Tous ensemble, nous achèverons l’oeuvre de la libération de Toulouse et l’instauration de notre République.
    Vive la République ! Vive la France ! Vive la Liberté !

  709. db il 24 ottobre 2006 alle 17:14

    quelle cose che fanno felici…

    oggi stavo leggendo un libro tedesco sull’attività antifascista dell’esule Silvio Trentin in Francia, e sono sobbalzato. anarcoliberale e federalsocialista, Silvio, già ordinario in Italia, rifiutato il giuramento fascista aveva messo su una libreria a Tolosa. Alla fine del ’40 gli inglesi paracadutano un ufficiale nei dintorni, che poi all’inizio del ’41 viene sostituito da un giovane germanista… Pierre Bertaux! La sua attività è frenetica, tanto che l’autore dedica un capitolo al “réseau Bertaux” (di cui Silvio è la mente). ma alla fine del ’41 lo beccano, e scapperà dal carcere alla fine del ’43. Ora, costui è famoso per aver sostenuto la tesi prima nel ’69 di un Hölderlin giacobino (fin qui nulla da eccepire, anzi, i documenta cantana) e poi nel ’79 di un Hölderlin finto pazzo (qui i documenta cantana, ma all’incontraria). di questo secondo libro avevo riportato il brano sull’omopallaksch.

    su wikipedia c’è parecchio about bertò

  710. Pallade il 25 ottobre 2006 alle 12:15

    Esiodo, “Teogonia”: Atena era figlia di Zeus e di Metis, che significa prudenza o senno.

    “Inno omerico”: Canterò di Pallade Atena, la dea glaucopide, di molto consiglio,che Zeus, signore del senno, ha partorito dal suo capo augusto.

    Atena è la ponderatezza e il senno, dea della chiarezza che si rispecchia nell’occhio (glaucopide = dagli occhi azzurri/ di civetta – glaucos/glaux).
    Atena assiste col suo consiglio Ercole, Achille, Giasone, Bellerofonte e soprattutto Ulisse, sul quale veglia come una sorella maggiore.

  711. 相似字 il 25 ottobre 2006 alle 22:56

    相似字 (zimmer) : ballas fallal
    相似字 (h 1843) : Pallas Fallax
    相似字 (sc):fallas Callas Dallas

  712. INFERNO XXVI il 25 ottobre 2006 alle 23:11

    Rispuose a me: «Là dentro si martira
    Ulisse e Diomede, e così insieme
    a la vendetta vanno come a l’ira;
    e dentro da la lor fiamma si geme
    l’agguato del caval che fé la porta
    onde uscì de’ Romani il gentil seme.
    Piangevisi entro l’arte per che, morta,
    Deidamìa ancor si duol d’Achille,
    e del Palladio pena vi si porta».

  713. MARZIALE I.iii 64 il 26 ottobre 2006 alle 01:19

    Sirenas hilarem navigantium poenam, 
Blandasque mortes, gaudiumque crudele, 
Quas nemo quondam deserebat auditas, 
Fallax Ulysses dicitur reliquisse.

  714. ODISSEA XX il 26 ottobre 2006 alle 09:59

    “Tristo!” riprese la negli occhi Azzurra,
    “L’uomo a un compagno suo crede, a un mortale
    Peggior di sé talvolta e meno esperto,
    E tu non a me diva, e a me, che in ogni
    Travaglio tuo sempre ti guardo? …
    Chétati, e il sonno nel tuo sen ricevi:
    Ché vegliando passar la notte in guardia
    Troppo è molesto. Uscirai fuor tra poco
    Da tutti senza dubbio i mali tuoi”.
    Disse, e un sopor dolcissimo gl’infuse:
    Né pria le membra tutte quante sciolte
    Gli vide, e sgombra d’ogni affanno l’alma
    Che all’Olimpo tornò l’inclita diva.


    … Atena inestinguibil riso
    Destò ne’ proci e ne travolse il senno.
    Ma il riso era stranier su quelle guance:
    Ma sanguigne inghiottìan delle sgozzate
    Bestie le carni, e poi dagli occhi a un tratto
    Sgorgava loro un improvviso pianto,
    E di prevista disventura il duolo
Ne’ lor petti regnava

    … più ingioconda
    Cena di quella non fu mai, che ai proci,
    Degna mercé della nequizia loro
    Stavan per imbandir Palla ed Ulisse.

  715. MELVILLE 1843 il 26 ottobre 2006 alle 10:18

    Che cos’è mai, quale cosa senza nome, imperscrutabile e ultraterrena è mai; quale signore e padrone nascosto e ingannatore, quale tiranno spietato mi comanda, perché contro tutti gli affetti e i desideri umani, io debba continuare a sospingere, ad agitarmi, a menare gomitate senza posa, accingendomi temerario a ciò che nel mio cuore, vero, naturale, non ho mai osato nemmeno osare?

  716. KAFKA il 26 ottobre 2006 alle 15:17

    Der Ausflug ins Gebirge

    »Ich weiß nicht«, rief ich ohne Klang, »ich weiß ja nicht. Wenn niemand kommt, dann kommt eben niemand. Ich habe niemandem etwas Böses getan, niemand hat mir etwas Böses getan, niemand aber will mir helfen. Lauter niemand. Aber so ist es doch nicht. Nur daß mir niemand hilft -, sonst wäre lauter Niemand hübsch. Ich würde ganz gern — warum denn nicht — einen Ausflug mit einer Gesellschaft von lauter Niemand machen. Natürlich ins Gebirge, wohin denn sonst? Wie sich diese Niemand aneinanderdringen, diese vielen quergestreckten und eingehängten Arme, diese vielen Füße, durch winzige Schritte getrennt! Versteht sich, daß alle in Frack sind. Wir gehen so lala, der Wind fährt durch die Lücken, die wir und unsere Gliedmaßen offen lassen. Die Hälse werden im Gebirge frei! Es ist ein Wunder, daß wir nicht singen.«

  717. STIMMEN il 26 ottobre 2006 alle 15:27

    Stimmen, ins Grün
    der Wasserfläche geritzt.
    Wenn der Eisvogel taucht,
    sirrt die Sekunde :

    Was zu dir stand
    an jedem der Ufer,
    es tritt
    gemäht in ein anderes Bild.

    *

    Stimmen, vom Nesselweg her :

    Komm auf den Händen zu uns.
    Wer mit der Lampe allein ist,
    hat nur die Hand, draus zu lesen.

    *

    Stimmen, nachtdurchwachsen, Stränge,
    an die du die Glocke hängst.

    Wölbe dich, Welt:
    Wenn die Totenmuschel heranschwimmt,
    will es hier läuten.

    *

    Stimmen, vor denen dein Herz
    ins Herz deiner Mutter zurückweicht.
    Stimmen vom Galgenbaum her,
    wo Spätholz und Frühholz die Ringe
    tauschen und tauschen.

    *

    […]

    Jakobsstimme :

    Die Tränen.
    Die Tränen im Bruderaug.
    Eine blieb hängen, wuchs.
    Wir wohnen darin.
    Atme, daß
    sie sich löse.

    *

    Stimmen im Innern der Arche:

    Es sind
    nur die Münder
    geborgen. Ihr
    Sinkenden, hört
    auch uns.

    *

    Keine
    Stimme – ein
    Spätgeräusch, stundenfremd, deinen
    Gedanken geschenkt, hier, endlich
    herbeigewacht: ein
    Fruchtblatt, augengroß, tief
    geritzt; es
    harzt, will nicht
    vernarben.

  718. VOIX il 26 ottobre 2006 alle 15:30

    Voix, rayures
    dans la face verte de l’eau.
    Quand le martin-pêcheur plonge,
    la seconde grésille :

    ce qui était à tes côtés
    sur chacune des rives,
    pénètre
    fauché dans une autre image.

    *

    Voix venues du chemin d’orties

    viens sur les mains jusqu’à nous.
    Quand on est seul avec la lampe,
    on n’a que la main pour y lire.

    *

    Voix, envahies de nuit, cordes
    auxquelles tu pends la cloche.
    Arque-toi, monde :
    quand le coquillage des morts s’approchera de la rive
    les cloches vont sonner ici.

    *

    Voix devant qui ton cœur reflue
    jusque dans le cœur de ta mère.
    Voix venues de l’arbre gibet,
    où bois dur et bois jeune échangent,
    sans cesse échangent leurs anneaux.

    *

    […]

    Voix de Jacob :

    Les larmes.
    Les larmes dans l’œil frère.
    L’une d’elles est restée suspendue, a grossi.
    Nous habitons dedans.
    Respire, pour
    qu’elle se détache.

    *

    Voix dans l’intérieur de l’arche :

    n’ont été
    sauvées que les
    bouches. Vous
    qui sombrez, écoutez-
    nous aussi.

    *

    Pas une
    voix – un
    bruit de la fin, étranger aux heures, offert
    à tes pensées, ici, enfin porté
    jusqu’ici à force de veille : un
    pistil, gros comme un œil, avec une profonde
    rayure ; il
    bave de la résine, ne veut pas cicatriser.

  719. Cato il 26 ottobre 2006 alle 16:13

    Visto che il “capo” si è un po’ lamentato: non ho mai smesso di visitare questo sacrario e di leggere, ma problemi di varia natura e gravità mi impediscono, per il momento (almeno lo spero), di accendere almeno un cero di tanto in tanto…

  720. R.Passo il 26 ottobre 2006 alle 20:51

    Pallade= “colei che scaglia l’asta”. Atena è protettrice di Atene, che le dedicò il Partenone (parthenos = vergine). Identificata con Nike, dea della Vittoria, spesso è raffigurata con in mano l’effigie della Nike alata.

    Medusa era mortale e abitava non lontano dal regno dei morti. Il suo sguardo aveva il potere di mutare in pietra chi lo avesse incrociato. Fu uccisa da Perseo su istigazione di Atena. Riuscì a decapitarla guardandone la testa riflessa nel proprio scudo. Della testa recisa si servì Atena, che la collocò al centro del proprio scudo, in modo che i suoi nemici si pietrificavano al solo suo apparire.

    Palladio era una statua in legno di Pallade Atena. Era custodita in Troia, quale tutrice della città. Gli achei seppero che la città non sarebbe stata conquistata finché i troiani avessero continuato ad onorare il Palladio. Fu allora rubata da Ulisse e Diomede, che travestiti da mendicanti, entrarono nella città e rubarono la statua. Altre leggende dicono che era una copia, mentre il vero Palladio fu portato via da Enea dopo l’incendio di Troia.

  721. P. BOITANI il 26 ottobre 2006 alle 21:08

    “L’ombra di Ulisse”, il Mulino, 1992

    Ulisse costituisce “un archetipo mitico che si sviluppa nella storia e nella letteratura come un costante logos culturale”: dalla profezia di Tiresia, in cui appare simbolo di una civiltà del mare, a Polibio che lo definisce “esperto di città e costumi umani”, ai Romani (Virgilio, Ovidio), per cui è un ingannatore illusionista, ma anche modello di virtù e saggezza (Cicerone, Seneca). Maestro da sempre di menzogne e inganni, di retorica a scopo di persuasione politica, diventa nell’età ellenistico-romana emblema della sapienza, pazienza, virtù, filosofo-mistico capace di spogliarsi della materia (Neoplatonici). Ippolito il santo vede in Ulisse legato all’albero della sua nave la prefigurazione del Cristo avvinto alla croce, Clemente d’Alessandria paragona il suo errare a quello di Israele nel deserto. Icona della scienza, sapienza ed esperienza, possiede anche in sommo grado la techne, è abile artigiano e ingegnere.

    Il Prufrok di Eliot, che ha nostalgia del canto delle sirene e rimpiange l’illusione poetica ormai perduta, vorrebbe che le sirene cantassero di nuovo, ma esse cantano ormai solo tra loro. La domanda sul contenuto del canto delle sirene, che Tiberio poneva ai suoi grammatici, si ripete nei nostri giorni con Poe, Kafka, Brecht, Benjamin e non può avere risposta.
    Un altro possibile esito della vicenda di Ulisse riguarda il suo ultimo viaggio secondo la profezia di Tiresia: andrà in molte città, portando sulla spalla un remo, finché qualcuno, incontrandolo, non scambierà il remo per un ventilabro. E allora si fermerà, pianterà il remo, farà sacrifici a Nettuno per placarlo e ne estenderà il culto alla terra. Pur misteriosa come tutte le profezie, questa sembra tuttavia alludere a un incontro terra-mare, a una civiltà del mare (Ulisse con il remo) che conosce una civiltà della terra e dell’agricoltura (il ventilabro), e l’incontro avviene nel segno della conciliazione, del riconoscimento tra diversi.

  722. PLATO il 26 ottobre 2006 alle 21:23

    E’ meglio Achille che dice sempre la verità o il fallace Ulisse? E’ migliore colui che, pur conoscendo la verità, dice il falso oppure chi mente senza saperlo? Se lo chiede Platone, per bocca di Socrate, in un dialogo giovanile. E la risposta è indubbia: saggio è colui che conosce la verità e dice la menzogna.

    http://www.filosofico.net/i1pppiaminoreplatonee.htm

  723. METAMORPHOSEON VI, 26-7 il 26 ottobre 2006 alle 22:05

    Pallas anum simulat: falsosque in tempora canos
    addit et infirmos, baculo quos sustinet, artus.

  724. pc il 27 ottobre 2006 alle 09:04

    Voci, scalfite
    nel verde della distesa d’acqua.
    Quando si tuffa il martin pescatore,
    l’attimo sfrigola:

    Ciò che ti stava a fianco
    in ciascuna delle rive,
    entra
    falciato in un’altra immagine.

    *

    Voci, venute dal sentiero d’ortiche:

    Vieni a noi sulle mani.
    Chi è solo con la lampada,
    ha soltanto la mano da leggere.

    *

  725. RIGET il 27 ottobre 2006 alle 16:30

    MERKBLÄTTER-SCHMERZ,
    beschneit, überschneit:

    in der Kalenderlücke
    wiegt ihn, wiegt ihn
    das neugeborene
    Nichts.

  726. GITA IN MONTAGNA il 27 ottobre 2006 alle 22:06

    Non so”, esclamai senza voce, “non so proprio. Se non viene nessuno, sarà che non viene nessuno. Non ho fatto del male a nessuno, nessuno ha fatto del male a me, ma nessuno vuole aiutarmi. Nessuno nessuno. Però così non è. Solo che non mi aiuta nessuno –, sennò nessuno nessuno sarebbe carino. Mi piacerebbe tantissimo – perché no – fare una gita con una compagnia di nessuno nessuno. Naturalmente in montagna, dove sennò? Come si pigiano tra loro ‘sti nessuno, quante braccia agganciate e di traverso, quanti piedi divisi da minuscoli passi! Va da sé che sono tutti in frack. Andiamo come viene viene, il vento passa per i buchi che i nostri arti e noi lasciamo aperti. Le gole si liberano in montagna! C’è da stupirsi che non cantiamo.”

  727. Gog Magog Bevi Krog Kol Krug A Kiel il 27 ottobre 2006 alle 23:24

    Papavero e memoria
    leggo il giornale pieno di pesce
    baltico, mi sembrano corolle
    di denti marci
    io mi ritiro sul monte tavor
    mangio pane e divident
    casti calzari di finite armadi
    chi non calza, non giura
    il mio ritratto, poliformato
    led accesi sul petto come lampi
    di coliche renali polifemiche
    nantas rari nantes, les fiches et les moules
    davantreno giulio base giura ancalue, malattia
    sopocofiga, scopologicamente ritter
    il muschio selvaggio d’eau carintico
    di west pietroso al basilico prezzemolato
    un sax impesta l’aria nella notte buzzica
    e un moog sfarflleggia con un cruiser
    la bomba a mano canta granata
    a torino
    rossa
    come il toro
    di cavadquiz.

  728. Gratificolà il 28 ottobre 2006 alle 11:28

    La persona,
    ma anche la foglia, la conchiglia,
    i denti tutti dritti (che persona ancora non fanno)
    Cosa sono?
    Di certo varchi
    Soglie per altro dall’ingresso
    Che pure è bello.
    Sì, bello.
    Ma sono varchi che non sanno
    Di sé e del loro inganno.
    Un inganno di buona fede, certo,
    ma sempre inganno, inganno, inganno…

    Eccolo raggirato,
    una volta ripetuta
    ha già perso il significato.

    Sono varchi – dicevo – inconsapevoli d’un infinito
    Che è solo sospettato
    O solo presagito
    E tuttavia visibilmente complicato* (/contratto).

    Se li guardi un attimo ancora
    parlano meglio,
    ma forse la lingua non gli si addice.
    Meglio indossarli a mo’ di cornice.

    * al senso dei neoplatonici

  729. db il 28 ottobre 2006 alle 11:34

    Jakobson ha chiarito l’aspetto paradossale di alcune risposte-standard di H, ma ha dimenticato la più interessante, e addirittura paradigmatica (riportata da Schwab): quando doveva prendere una decisione, H la trasferiva normalmente da sé all’interlocutore profferendo: “Sie befehlen das, Sie befehlen das nicht” (Lei lo comanda, Lei non lo comanda). Bateson direbbe double bound/doppio legame, ossia qualcosa che inchioda sé e l’interlocutore in un sì/no indecidibile.
    Così è anche per la considerazione generale (quasi un commento al mondo): “gli uomini sono felici/infelici”, che in tedesco suona dittongamente: GLÜCKLICH/UNGLÜCKLICH. Ripetuto velocemente, si potrebbe confondere con GLÜCKLICH/UND/GLÜCKLICH, i.e. sembrare una ripetizione quando invece è una contrapposizione dilemmatica.
    Ma passiamo all’altro dittongo, ugualmente gutturale PALLAKSCH/PALLAKSCH. Su questo è da dire:

    1- è riportato da Schwab come l’altro, ma a differenza dell’un/glückich è incomprensibile (così lo presenta appunto Schwab), e dunque noi non siamo sicuri che la trascrizione sia totalmente corretta.
    2- Pallaksch è sempre ripetuto 2 volte da H, sempre in coppia
    3- La coppia un/gulcklich è per contrapposizione, e dunque siamo indotti a pensare che lo sia anche l’altra, tanto più che se il significato fosse univoco non si spiegherebbe la ripetizione se non come pleonastica.
    4- Una contrapposizione, seppure non piena, la rilevò Aulo Gallio nelle Notti attiche, tra pallax = giovinetto e palakis = concubina.
    5- L’ipotesi di Bertaux funzionerebbe solo nell’episodio “omosessuale” di Christophe, e in ogni caso non spiega la ripetizione.

    A ciò aggiungo:

    a) la F è una consonate labiale come la P.
    b) H, secondo la testimonianza di Conz 1821, si esprimeva “in gewöhnlichen Galimathias – von halbfranzösischen, halbdeutschen Ausdrücken und Complimenten unter Begleitung der verschwebten Blicke und der Mien- und Mundverzerrungen”, cioè blaterava mezzo in tedesco e mezzo in francese.
    c) Già nel 1805 lo psichiatra Müller lo trovava così peggiorato che “man sein Reden, das halb deutsch, halb griechisch und halb lateinisch zu lauten scheinet, schlechterdings nicht mehr versteht”, ossia sproloquiava “mezzo in tedesco, mezzo in greco e mezzo in latino” (manco Müller però scherzava – 3 mezzi di 1!)
    d) Oltre ad aver tradotto da “sano” Virgilio (Eurialo e Niso), Orazio e Ovidio, nella torre H compose diversi aforismi in latino per vari visitatori.

    Da tutto ciò io dico: Pallaksch = Pallas + fallax

    Ovvero è come se H dicesse: “Pallade ingannatrice, menzognera Atena”
    Cosa possa significare ciò, rispetto all’immagine complessiva che abbiamo noi di H (sano & matto), è tema d’intepretazione aperto a tutti.

  730. bcdp il 28 ottobre 2006 alle 12:26

    Paul Celan: persona gratata*

    *da P. Celan, “Librino serotino”, Bucharest 1947 (conservato dall’amico Salomon, raccolta di calembours – “trollate” in lingua sioux).
    Se rumeno, persona gratata = persona grigliata
    Se è latino, persona gratata = persona congratulatasi
    Sempre nel ’47 C tradusse per l’amico La gita in montagna di K (+ Davanti alla legge, Un messaggio imperiale, La muraglia cinese, I passanti – sarà contento andrea! -verrebbe da tradurre qui “Il desiderio di diventare indiani ma…”). Nel librino una pagina stupenda in francese, sul Lettrisme.

  731. andrea il 28 ottobre 2006 alle 14:37

    Andrea -se è a me che ci si riferisce- è molto contento. Di continuare a scoprire come Celan celi Kafka tra le sue righe (o dietro le sue stoffe).
    Per colpa di una passione un pò pigra son sparito un pochettino, ma continuo a leggere.
    Nel frattempo (ieri) ho recuperato il libro consigliatomi da Temp. “Ingeborg Bachmann: i sentieri della scrittura”, Rita Svandrlik.

    Vorrei cercare di capire come sovrapporre i triangoli della “Chanson…” e del “Tempo dilazionato”. Ma forse la tecnica celaniana di girare e rigirare le poesie alle varie amanti ci vieta di cercare la sovrapposizione. Il triangolo della Chanson viene intenzionato alla Bachmann in differita; per avere i vertici (in senso geometrico) in comune con quelli del Tempo dilazionato ci vorrebbe, forse, una buona dose di artificio: piegarli in funzione dei vertici interni alla poesia della Bachmann significherebbe relazionare tre riferimenti con altri tre riferimenti dove la comunanza è data solo dal vertice primo: Paul Celan (che sicuramente compare in entrambe le liriche: dove come autore [e personaggio?] e dove come pensato).

  732. db il 28 ottobre 2006 alle 16:17

    La Chanson ormai ci è chiara nella sua struttura: (il genitivo del titolo essendo soggettivo) una dama canta nell’ombra la sua canzone/poesia. Chi dei miei amanti dirà la verità (nome) oggettiva/pubblica (finestra) sulla morte? Gli amanti sono 3: il sessuomane, l’amicone e il pensatore. Vincerebbe il pensatore, senonché il premio è la morte stessa. Naturalmente questi 3 amanti possono essere le 3 facce di 1 amante, in questo caso C. Ora, mi sembra che ne Il tempo dilazionato sia visibile un triangolo: la donna/Bachmann, l’uomo/C e un terzo (che anche qui può essere l’altra faccia del secondo). che ne dite?

    dubbio resta von Schwelle zu Schwelle:
    di soglia in soglia o da soglia a soglia?

  733. Cato il 28 ottobre 2006 alle 16:40

    OT (?) @ db = semper IT (?)

    (Su Zibaldoni: Scrittura allo stadio terminale, di Enrico De Vivo, sul Fauno di Arno tradotto da TP)

  734. Lacoue-Labarthe II il 28 ottobre 2006 alle 16:41

    “L’âge des poètes,” c’est-à-dire l’association de la poésie et de la religion comme fondation sociale, s’est achevée à l’occasion de la rencontre “manquée” de C et Heidi. Il y eu d’abord ce geste heideggerien à l’égard du texte hölderlinien, la chaîne logique d’identité que met en place Heidi allant de l’art – son essence – à la Dichtung, de la Dichtung à la Sprache, puis, enfin, de la Sprache au Sage et qui ne peut être traduit par rien d’autre que le muthos. À partir de cette suite d’identités, la philosophie de l’art arrive à identifier l’art au mythe; mais contre cette tendance à sur-interpréter le Poème, C ne cessa d’opposer un questionnement en direction de la possibilité – non-entrevue par Heidi – d’un Poème sans Mythème.
    Il existait dans l’Allemagne des années trente deux interprétations possibles du romantisme allemand. La première, et de loin la plus répandue, consistait à recevoir le romantisme par l’entremise de Nietzsche et cette médiation était, pour la plupart des théoriciens du romantisme, inconsciente. La seconde, en écartant Nietzsche, considère le romantisme comme un moment tout à fait légitime de l’histoire de la philosophie. Ce fut, en tout cas, l’interprétation que proposa W. Benjamin et, avant lui, R. Haym dans son classique Die romantische Schule: Ein Beitrag zur Geschichte des deutschen Geistes, Berlin 1870. Heidegger s’en tient quant à lui à la première forme d’interprétation, par la mise à l’écart de H du cercle des Frühromantiker et, simultanément, sa tentative “télégraphiée” pour combattre Nietzsche sans pour autant laisser de côté l’objectif mythologique du Poème. À l’opposé de cette interprétation, une herméneutique, celle de W. Benjamin, ne faisant point référence à Nietzsche ou à une théologie de l’histoire. (cfr. Concept de critique esthétique dans le romantisme allemand, Berlin 1929).

  735. db il 28 ottobre 2006 alle 19:11

    C il 5 gennaio ’61 inizia la stesura di Psalm. a metà gennaio è a Tübingen, e a fine gennaio compone Tübingen, Jänner. A fine marzo è a Montana, il 31 venerdì santo visita la tomba di Rilke (col famoso epitaffio sulla rosa) a Raron, il primo aprile comincia la Walliser Elegie, che a esergo ha un passo di Mandelstam: “… e non mi lascia una limpida malinconia dalle ancora giovani colline di Voranez a quelle toscane, proprietà di tutti gli uomini” (ciò spiega il “toscanamente” finale di IN EINS).

    Regungen, Zuckungen, stumme
    Triumphe erinnerter Halbnacht und Nacht. Einsame, phallische
    Stunde im Firn.
    Regina Vagina.

    . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . .. . . . . . . .. . . . .

    Regungen, Zuckungen, stumme
    Triumphe erinnerter Halbnacht und Nacht. Immer-
    nahes Verloren, hier,
    heute. Kar-
    freitagsfahrt mit dir, unter
    Nadeln verzwergte
    Verzweiflung. Raron.

    Sicchè tra natale a pasqua C tocca i suoi 2 numi: io direi che il suo percorso poetico all’incontrario va, da Rilke a Hölderlin (certa lussureggiante-rilkiana lussuria della prima raccolta C se la criticherà da solo). ma nell’appartamentino da cui partì per buttarsi, hanno trovato tutti e due, e solo loro due. carocato, nella gran catena dell’essere/malessere/nonessere/benessere, non si è mai del tutto OT (né mai del tutto IT), come pure codesto commentino/posticino conferma.

  736. TODTAUNBERG il 30 ottobre 2006 alle 20:58

    Arnica, délice-des-yeux,
    la gorgée à la fontaine
    avec le
    nom
    dé en étoile dessus

    dans la
    Hutte

    elle, dans le livre
    – de qui a-t-il recueilli le
    nom
    avant le mien ? –
    elle, écrite dans ce livre,
    la ligne d´un
    espoir, aujourd´hui,
    en un mot
    d´un pensant,
    à venir
    au coeur,

    humus forestier, non aplani,
    des orchis et des orchis, isolés,

    des choses crues, plus tard, en route,
    distinctement

    celui qui nous conduit, l´homme
    qui les entend aussi,

    à moitié
    parcourus, les sentiers
    de gourdins dans la haute fagne,
    des choses humides,
    beaucoup.

  737. Sophie il 31 ottobre 2006 alle 09:32

    Deve sempre ritornare il mattino? Mai non finirà la violenza di ciò che è terrestre? un nefasto affacendarsi divora il volo celeste della notte. Non brucerà mai in eterno il segreto olocausto dell’amore? Misurato fu alla luce il suo tempo; ma senza tempo e senza spazio è il dominio della notte. -Eterna è la durata del sonno. Sacro sonno – non donare troppo di rado la gioia agli iniziati della notte in questa terrestre diurna fatica. Solo i folli ti disconoscono e ignorano un sonno diverso dall’ombra che tu getti, per pietà, su di noi, in quel crepuscolo della notte vera. Non ti sentono nell’aureo fiotto del grappolo, nell’olio prodigioso del mandorlo e nel bruno succo del papavero. Non sanno che aleggi intorno al seno tenero della ragazza e fai un cielo di questo grembo – non presagiscono che tu provieni da antiche leggende schiudendo il il cielo e porti la chiave per le dimore dei beati, tacito nunzio di misteri infiniti.

  738. IL REGNO il 1 novembre 2006 alle 20:29

    Dolore-taccuino,
    coperto, sovraccarico di neve:

    nella lacuna di calendario
    lo culla, lo culla
    il neonato
    nulla.

  739. VOCI II, '59 il 1 novembre 2006 alle 21:33

    *

    Voci frammiste a notte, funi
    cui appendi la campana.

    Cùrvati, mondo:
    se la conchiglia funebre viene a riva,
    qui si suonerà.

    *

    Voci dinanzi a cui il tuo cuore
    si ritira nel cuore di tua madre.
    Voci venute dall’albero del patibolo,
    dove vecchio legno e nuovo legno
    scambiano e scambiano gli anelli.

    *

  740. 2picc/1fv il 1 novembre 2006 alle 22:43

    da SPÄT UND TIEF (che precede immediatamente CORONA)

    . . . . . . . . . . . .
    Noi giuriamo su Cristo il Nuovo di sposare la polvere alla polvere
    . . . . . . . . . . . .
    Ci ammonite: Voi bestemmiate!
    Lo sappiamo bene,
    giunga la colpa su di noi
    . . . . . . . . . . . .
    giunga ciò che mai fu ancora!

    Giunga un uomo dal sepolcro.

    Es komme ein Mensch… fa il paro esatto con Es käme ein Mensch di TÜBINGEN, JENNER: ergo, il nostro Kind/Mensch è proprio Gesù.
    In più, bestemmiare per C non era affatto un problema: dir entegen di PSALM…

  741. Arno S. il 1 novembre 2006 alle 23:10

    Il vilipendio della religione è sempre andato di concerto col vilipendio dei costumi: Socrates docet (Sigismundusque explicat). E difatti, da FADENSONNEN ’68

    Spasmen, ich liebe dich, Psalmen
    Spasmi, ti amo, salmi
    . . . . . . . . . .
    Eterna, diseternata sei,
    eternata, Ineterna, tu,

    evviva,

    in te, in te
    canto l’incidere su osso,

    Rosso-rosso, arpeggiato
    ben dietro il pelo pubico, nelle cavità

  742. FRANKFURT, SEPTEMBER '65 il 1 novembre 2006 alle 23:40

    Blinde, licht-
    bartige Stellwand.
    Ein Maikafertraum
    leuchtet sie aus.

    Dahinter, klagegerastert
    tut sich Freuds Stirn auf,

    die draussen
    hartgescwiegene Trane
    schiesst an mit dem Satz:
    “Zum letzen-
    mal Psycho-
    logie.”

    Die Simili-
    Dohle
    fruhstuckt.

    Der Kehlkopfverschlussaut
    singt.

  743. pc '66 il 2 novembre 2006 alle 08:29

    GROSSE, GLÜHENDE WÖLBUNG
    mit dem sich
    hinaus- und hinweg‑
    wühlenden Schwarzgestirn-Schwarm:

    der verkieselten Stirn eines Widders
    brenn ich dies Bild ein, zwischen
    die Hörner, darin,
    im Gesang der Windungen, das
    Mark der geronnenen
    Herzmeere schwillt.

    Wo-
    gegen
    rennt er nicht an?

    Die Welt ist fort, ich muss dich tragen.

  744. DERRIDA '04 il 2 novembre 2006 alle 08:46

    Le dispositif formel des 13 plus 1 vers semble remarquablement savant. Je relèverai 4 traits principaux dans son architecture orchestrale:
    1. Chacun de ses verbes se conjugue au présent, même si cette apparence grammaticale dissimule des temporalités fort hétérogènes.
    2. Entre ces présents, la ponctuation scande le poème de façon fort visible: a) 2 points après la I strophe (dont la II se présente dès lors comme l’explicitation); b) 1 point après la II strophe; il vient clore une présentation; c) 1 point d’interrogation après la III strophe de 3 vers: la seule question du poème; d) 1 point final, après la sentence, voire le verdict, ce qui ressemble au veridictum, à la vérité du poème.
    3. Quant à l’alternance des pronoms personnels, entre le «sich» initial et le «dich» final, «er» succède au «ich» (brenn ich … rennt er) dans une tournure interro-négative, qui imprime une torsion/tourment convulsif.
    4. Les 4 présents grammaticaux renvoient à 4 temporalités radicalement hétérogènes, à des calendriers ou à des horaires chronologiques incommensurables, intraduisibles l’un dans l’autre:
    I. D’abord, sans verbe, la présence muette d’un tableau/image/peinture
    GROSSE, … Schwarzgestirn-Schwarm:
    II. Puis une action: le performatif présent d’une première personne
    der verkieselten Stirn … Herzmeere schwillt.
    III. Après le décor et une sorte de récit performatif, tout tombe en arrêt sur une question négative marquée par le point d’interrogation
    Wo- / gegen / rennt er nicht an?
    IV. Enfin, feignant la réponse indirecte à une question négative, voici le présent de la responsabilité, entre le devoir et la promesse de porter l’autre, la vérité du verdict au bord de la fin du monde
    Die Welt ist fort, ich muss dich tragen.

  745. KLINIK il 2 novembre 2006 alle 11:14

    4 mesi prima di scrivere FRANKFURT, SEPTEMBER C era ricoverato in clinica, da dove scrive 4 poesie ‘psichiatriche’. Tra esse GIVE THE WORD, che riprende sin nel titolo il Re Lear di Shakespeare (C ce l’aveva con sé), di cui gli interessa soprattutto il nesso pazzia/buffoneria. Così le parole d’ordine (dette ai medici/e) sono: “Frecce tartare, “Sbobba d’arte” e “Respiro” – evidentemente, il suo Pallaksch. Sicché

    *Vengono tutti, nessuno manca e nessuna.
    (Sifeti e Probille inclusi.)

    Es kommt ein Mensch.

    Grande come una mela-mondo la lacrima accanto a te,
    assordata, trapassata
    da risposta,
    risposta,
    risposta.

    Ghiacciata tutta – da chi?

    “Passato”, dici,
    “passato”,
    “passato”.*

    (passato l’attacco)

  746. Andrea il 2 novembre 2006 alle 13:59

    Mario Specchio, nella Cronologia della vicenda di Celan da lui curata, scrive che tra il 1956 e il 1957 il nostro poeta traduce sette (come le rose.. eh eh) poesie di Pessoa, tra cui il famoso poemetto Tabacaria. Ma qui si sbaglia di grosso: Tabacaria è di Alvaro De Campos. E a nulla serve sottintendere che la mano è di Pessoa perchè io continuo a credere che quella mano gli appartenga solo all’anagrafe. Alvaro De Campos non è un prestanome, anzi: al contrario. E’ l’individuo Fernando Pessoa che è un prestacorpo.

    Comunque, bando alle ciance, che la parola parli:

    Não sou nada.
    Nunca serei nada.
    Não posso querer ser nada.
    Àparte isso, tenho em mim todos os sonhos do mundo.



  747. Pallaksch il 4 novembre 2006 alle 10:28

    *Meine Zukunft ist so problematisch, daß sie mich selbst zu interessieren anfängt, was viel heißen will. Zu dem subtilen Selbstmord durch Arbeit kann ich mich nicht leicht entschließen; ich hoffe, meine Faulheit wenigstens ein Vierteljahr lang fristen zu können, und nehme dann Handgeld entweder von den Jesuiten für den Dienst der Maria oder von den St. Simonisten für die femme libre oder* (lettera a Gutzkow,1835).

    Büchner, davvero inattuale come il coetaneo Kiekegaard: entrambi scoperti/(ri)nati all’inizio del ‘900. E’ assodato ormai che col suo “Lenz” Büchner fornì la prima nosografia della dementia praecox. *Gli sembrava di esistere lui solo … e di essere il dannato eterno, Satana; solo con le sue torturanti fantasie. Percorreva la propria vita a velocità frenetica e poi diceva: “konsequent, konsequent”; se qualcuno diceva qualcosa: “inkonsequent, inkonsequent”; era l’abisso della follia irredimibile, di una follia in eterno*. pallaksch, pallaksch…

  748. DERRIDA II il 4 novembre 2006 alle 11:14

    L’essaim constellé des étoiles noires emporte l’élan du poème dans le mouvement d’une errance proprement planétaire. (planethé = errant, nomade: dit d’animaux errants, mais aussi de la digression dans un discours/poème). C’est aussi qu’un bélier ne va pas tarder à surgir: animal du sacrifice, poutre de bois, bélier belliqueux dont la ruée enfonce les portes, le bélier surnomme encore un signe zodiacal (21 mars). Le zôdiakôs (de zôdion, diminutif de zôon, l’animal) donne à lire et l’heure (selon la lueur apparente sur le plan de l’écliptique) et la date. Dans la conjonction astrale d’une naissance, l’horoscope montre. Comme son nom l’indique, l’horoscopie donne à voir les heures en annonçant le destin d’une existence. On assiste ainsi au devenir-calendrier d’une voûte céleste dont le tableau figure le fond même du poème. Sur le front de ce bélier énigmatique, quelle est cette image/tableau que «je» frappe, que j’inscris et signe au feu entre les cornes? Bien sûr, cette inscription peut toujours être une figure/forme du poème lui-même qui se produit en disant, de façon auto-déictique et performative, sa signature/sceau. Entre la vie la plus animale et la mort ou le deuil qui hantent le dernier vers, le bélier, ses corns et la brûlure rappellent le moment d’une scène sacrificielle dans le paysage de l’Ancien Testament. Plus d’un holocauste. Substitution du bélier: Brûlure. Ligature d’Isaac (Genèse, XXII). Après avoir dit une deuxième fois «Me voici», lorsque l’ange envoyé par Dieu suspend le couteau levé, Abraham se retourne et voit un bélier pris par les cornes dans la broussaille. Il l’offre en holocauste à la place de son fils. Dieu promet alors de le bénir et de multiplier sa semence comme les étoiles (celles de la première strophe?). C’est encore, outre le jeune taureau, un bélier que Dieu, parlant à Moïse après la mort des deux fils d’Aaron, ordonne d’offrir en holocauste au cours d’une immense scène d’expiation pour les péchés d’Israël (Lévitique, XVI). Le bélier était souvent sacrifié en d’autres occasions (offres de paix, expiation, pardon demandé, etc.). Nous en avons tant de représentations sculptées dans la pierre. On y voit si souvent les cornes du bélier comme enroulées sur elles-mêmes, peut-être sur le front silicifié de l’animal. À travers toute la culture de l’Ancien Testament, les cornes du bélier deviennent cet instrument dont la musique prolonge un souffle et porte la voix: l’appel du shofar s’élève vers le ciel, il rappelle les holocaustes et résonne dans la mémoire de tous les Juifs. Ce chant de joie déchirante est inséparable de la forme visible qui lui assure le passage: les étranges spires, tours et détours, torsions ou contorsions du corps de la corne. ‘Im Gesang der Windungen’ fait peut-être allusion à cette tournure du souffle, je n’ose pas dire ‘Atemwende’. Le rite le plus connu, mais non le seul, se répète à la première date du calendrier, au Jour de l’an juif où l’on lit, dans toutes les synagogues du monde, le récit de la ligature d’Isaac. Le shofar annonce aussi la fin de Yom Kippour. Il s’associe dès lors à la confession, à l’expiation, au pardon demandé, accordé ou refusé. Aux autres ou à soi-même. Entre deux dates fatidiques, entre le jour de l’an et le jour du Grand Pardon, l’écriture de Dieu peut, d’une heure à l’autre, dans le livre de la vie, porter les uns et ne point porter les autres. Chaque juif se sent alors au bord de tout, au bord du tout, entre la vie et la mort comme entre la renaissance et la fin, entre le monde et la fin du monde.



indiani