Una notte molto movimentata

4 settembre 2006
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disegno di Riccardo Saviola
racconto di Mauro Baldrati – disegno di Riccardo Raviola

Antonio Rabbi, titolare dell’edicola notturna del quartiere Pilastro, si sentiva stanco. Molto stanco, ed erano appena le due. Quella era una stanchezza da quattro del mattino, quando anche il cuore sembrava oppresso, e batteva a fatica. La sentiva sempre, la stanchezza delle quattro, anche se faceva quel lavoro da quindici anni, anche se durante il giorno aveva dormito più delle quattro-cinque ore solite. La stanchezza delle quattro era fisiologica, la risposta di un organismo che non accettava fino in fondo la riconversione della vita lavorativa notturna e del riposo diurno. Antonio si era ormai convinto che l’uomo era sostanzialmente un essere solare; molto versatile, come aveva letto in varie ricerche scientifiche pubblicate sui settimanali e sui mensili illustrati che leggeva ogni notte, in grado di adattarsi a qualunque clima, a qualunque orario, ma restava un mammifero diurno. Lui, almeno, Antonio Rabbi, si sentiva tale. Buffo, pensò, più andava avanti col lavoro notturno più si sentiva una creature diurna.
Comunque non era una bella storia sentire la stanchezza delle quattro alle due. Significava che alle quattro sarebbe stato più o meno in coma. E non poteva certo addormentarsi. C’erano i tipi dei porno che si infilavano nel cubicolo con la tenda, andavano tenuti d’occhio, perché era un attimo intascare un DVD, con quello che costavano.

Colpa dell’Alberta, andava detto. Era piombata a casa sua alle nove del mattino, dopo un lungo viaggio in treno da Salerno. Era stata l’amica del cuore di Francesca, la sua fidanzata, ed era venuta a trovarla dopo una decina d’anni che non si vedevano. L’incontro era stato un fiorire di risate, esclamazioni, di “stai bene, benissimo!” e “sei bellissima!” e “ma che bella gonna!”. E lui si era svegliato di soprassalto. Francesca ci aveva provato a contenere l’entusiasmo, ma dopo una decina di minuti avevano ricominciato a ridere forte. E poi c’erano anche quei dannati vicini che…
Li vide in piedi immobili, spuntati dal nulla, come tutti i clienti che si affacciavano sullo spazio espositivo dei giornali, stagliati nella cornice delle pareti di vetro rivestite di fumetti. A colpo d’occhio non riuscì a inquadrarli, anche se l’aspetto poco raccomandabile gli creava una certa apprensione. Erano due culturisti, uno almeno era chiaramente tale, l’altro era semplicemente un bestione alto un metro e novanta con un fisico da armadio blindato. Avevano gli avambracci tatuati, i vestiti stazzonati, scarpe da ginnastica lerce, capelli scarruffati, occhi arrossati, di chi dorme poco e irregolare. Ed erano seri, mortalmente seri. Questo era il dettaglio che più lo preoccupava. La serietà, quella serietà per Antonio era sinonimo di aggressività. Anche se non aveva mai subito rapine, e poteva considerarsi fortunato, doveva spesso fronteggiare dei soggetti aggressivi, degli spostati, tipi con chiare ossessioni mentali, che naufragavano sui banchi della sua edicola. Di solito riusciva a liberarsene ignorandoli, o ascoltandoli (ma era stufo di ascoltare deliri), o minacciando di chiamare i carabinieri.
E ora che doveva fare? Perché era evidente che il loro atteggiamento non era da clienti. Lo stavano fissando e il culturista era a dir poco torvo. Ma non sembravano neanche due delinquenti. Erano tipi minacciosi, ma non capiva la natura della minaccia.
“Lei è Antonio Rabbi?” chiese il culturista. I sensi allenati di Alberto cercavano di decodificare quella voce, e quel tono: c’era minaccia, era indubbio, ma qualcosa gli sfuggiva. Due delinquenti, due rapinatori, non si presentavano certo chiedendo il nome della persona da aggredire. Che fossero due del racket delle protezioni? Ne aveva sentito parlare, ma nessuno si era mai presentato a chiedere soldi.
“Allora, è lei Rabbi Antonio?” chiese di nuovo il culturista con tono di voce più alto. L’altro, l’armadio blindato si bilanciò sulle gambe. Sembrava irritato. Sembravano irritati entrambi.
“Ma…” farfugliò Antonio, “io… scusate, ma voi chi… siete, ecco?”
Il culturista si guardò intorno e sospirò. Poi infilò una mano nel tascone destro degli ampi pantaloni militari. Antonio sobbalzò. Si aspettava di vedere comparire una pistola, o un coltello, invece spuntò un tesserino. Il culturista glielo mostrò, ma con gesto talmente rapido che riuscì a malapena a leggere “Polizia di Stato”. Due poliziotti dunque? Così conciati? Sì, in effetti ricordava gli agenti in borghese della Digos, ai tempi delle manifestazioni studentesche del ‘77, tipi loschi, ma questi due li superavano…
“Ah” disse Antonio. Il sollievo che provò nell’apprendere l’identità dei due fu immediatamente soppiantato da nuova ansia. Ma che voleva da lui la polizia in borghese, e poi con quei modi minacciosi? “Sì, sono io Rabbi” disse infine.
“Bene” disse il culturista, “ci deve seguire a casa sua”.
Antonio pensò di non avere capito bene. Anche se non aveva la minima idea del motivo di quella visita, non avrebbe dovuto seguirli in Questura? Che senso aveva a casa sua? Per un attimo la sua mente vacillò. Era tutto contorto, tutto fuori posto.
“Ci segua” disse l’armadio, con le mani sui fianchi, il ventre sporgente, le gambe storte divaricate. “Si muova” soggiunse, alzando e poi abbassando bruscamente una mano.
“Ma… a casa mia, perché?” chiese, con voce incerta.
“Questo è il mandato di perquisizione” disse il culturista, e tirò fuori un foglio spiegazzato dal tascone. Di nuovo glielo mostrò fugacemente e Antonio intravide “Procura della Repubblica di Bologna”.
“Ma perché!” esclamò Antonio, e la sua non era una domanda, ma un grido soffocato di disperazione. Che diavolo stava succedendo?
“Lo saprà a suo tempo” tagliò corto il culturista.
“Intanto però muova il culo, chiaro?” ringhiò l’armadio.
Santo cielo, si stavano innervosendo. Forse erano drogati, con quegli occhi spiritati… ma perché, perché proprio lui, un tipo tranquillo, un tipo schivo, uno che dormiva di giorno, uno che non frequentava mai nessuno…
“Signor Rabbi, per favore non discuta, deve seguirci” disse il culturista, con tono che sembrava rabbonito, o forse comprensivo, paterno, qualcosa comunque in contrasto col ringhio del compagno. Cos’era, la recita del buono e del cattivo, come aveva letto in vari gialli? Mah, non gli sembravano tipi da recite, piuttosto due soggetti abbastanza sballati.
“E l’edicola? Come faccio?” piagnucolò, guardando i giornali esposti.
“E la chiuda, no?” disse l’armadio, sbuffando.
Bene, non c’era scelta. Le proteste erano inutili. Il mandato, i modi spazientiti, bisognava andare. Sperava solo di chiarire al più presto quella storia assurda.

Lo fecero salire su una Fiat Ritmo scalcagnata. Antonio era stupito. Neanche immaginava che quel tipo di macchina fosse ancora in circolazione. Quella poi era particolarmente male in arnese: le portiere erano arrugginite, le gomme sembravano lisce, la tappezzeria era in più punti sbrindellata. Sul sedile posteriore, dove lo fecero sedere, c’erano due lattine di birra vuote, e sulla pedana alcune cicche si sigaretta. L’interno puzzava di fumo, e anche di caprone.
Guidava il culturista. Guidava: correva come un pazzo, passava coi rossi, imprecava se un’auto che lo precedeva andava piano, strombazzava, faceva dei gestacci. L’altro, l’armadio, teneva la testa appoggiata alla portiera, come se dormisse, e fumava una sigaretta. Nessuno parlò fino al portone del suo palazzo.
“A che piano abita?” chiese il culturista quando Antonio ebbe aperto il portone. Che strana domanda, pensò. Avevano un mandato e non sapevano a che piano abitava?
“Al quarto” disse Antonio. Il culturista tirò fuori il mandato, lo lesse e annuì.
“Ma c’è l’ascensore?” chiese l’armadio, guardando in alto.
“No” disse Antonio, mentre iniziava a salire i gradini.
“Cazzo” sbottò l’armadio.
Arrivarono al quarto ansimando. Quello più provato sembrava l’armadio, che si era dovuto fermare a metà strada a tossire. Antonio esitò. Doveva entrare in casa sua con quei due? E le ragazze, che stavano dormendo? Provò una stretta al cuore, e non si decideva a introdurre la chiave nella serratura.
“Apra” disse l’armadio. Era un ordine, secco, senza appello.
Antonio fece scorrere la sbarra di sicurezza e aprì la porta. Entrò e accese la luce, seguito dai due.
Appena vide il tavolo del soggiorno, cui si accedeva direttamente dall’ingresso, seppe di essere perduto. C’erano i resti di due canne: i filtri spiaccicati nel posacenere, le sigarette, un accendino, cartine sparpagliate e una scatolina con un bel caccolo di hashish, almeno dieci grammi, in vista. Le due amiche avevano festeggiato con due joint, e non si erano preoccupate di mettere via la roba. Era la fine. C’era la nuova legge proibizionista, si finiva dritti in galera.
I due, per il momento, non sembravano essersi accorti di nulla. Si guardavano intorno, i mobili, i poster di Klimt e di Van Gogh e uno skyline di New York in bianco e nero. Sembravano stupiti. Giravano su se stessi, e si scambiarono anche qualche occhiata.
“Chi c’è qui con lei?” chiese il culturista.
“Cosa?” disse Antonio. Avevano notato la roba, era indubbio. Era troppo tardi per tentare di imboscarla, ammesso che fosse stato possibile. “La mia… fidanzata, e un’amica”
“Ah, ma certo!” esclamò l’armadio, a voce molto alta, quasi un grido, e con tono di sfottò. “La fidanzata e un’amica, te pareva!”
“Nessun altro?” chiese il culturista.
“Ma… certo che no” disse Antonio, sempre più confuso, e anche con una punta di terrore.
“Certo che no!” esclamò l’armadio, canzonandolo. Quel tipo gli incuteva particolarmente paura, coi suoi modi sarcastici.
“Le chiami” disse il culturista.
“Come? Ma… staranno dormendo, ecco…”
I due si guardarono nuovamente intorno. Sembrava che non riuscissero a mettere a fuoco l’ambiente che li circondava. “Dormono eh?” disse l’armadio. “Che ore sono?”
Antonio guardò l’orologio. “Le tre”.
I due restarono in silenzio per qualche secondo. Sembravano meditare. “Le chiami” ripeté il culturista.
In quel momento la porta si aprì. Francesca si affacciò sulla soglia in camicia da notte, scalza, con gli occhi gonfi. “Antonio, che succede? Ho sentito parlare e… che fai a casa? Ma…” Sembrò accorgersi solo allora dei due, li fissò con gli occhi sbarrati.
“Francesca, ecco, questi due signori sono della polizia”.
La ragazza non fiatò. Continuava a fissare immobile i due poliziotti.
“Favorisca i documenti” disse il culturista, facendo un passo verso di lei. La ragazza si ritrasse, fece un passo indietro.
“Francesca, sono della polizia” ripeté Antonio, cercando di tranquillizzarla.
Spuntò anche l’Alberta, anche lei in camicia da notte. Aveva i capelli legati in una coda dietro la nuca, e si stropicciava gli occhi.
“Francesca, dagli la carta d’identità” disse Antonio. La tensione era salita, l’aria sembrava percorsa da scariche di elettricità. L’armadio fissava le due ragazze e pestava i piedi. Si accese una sigaretta e soffiò una boccata rabbiosa di fumo che investì Antonio.
Francesca si scosse all’improvviso e si mosse verso il tavolo. Guardò la scatolina col fumo, emise un gemito, fece per raccogliere le cose ma si bloccò, guardando con apprensione i poliziotti.
“Senta, non ci frega niente di questa roba” disse, brusco, il culturista. Ci dia i documenti, e anche la sua… amica”.
Francesca trattenne il respiro, incassò la testa nelle spalle e si rianimò all’improvviso. “Sì” disse, la prendo subito”. Uscì nel piccolo corridoio buio, seguita dall’amica. Si udirono dei rumori, un cassetto che si apriva, poi le ragazze tornarono con le carte d’identità. I due le esaminarono a lungo, se le scambiarono e le tennero in mano, con la testa china, lo sguardo fisso. L’armadio borbottò: “ma che cazzo è”?
“Vogliamo vedere la casa” disse il culturista.
Antonio, che non aveva cessato di studiarli, di ascoltarli, sentiva che la situazione era in continuo mutamento, anche se non riusciva a capirci nulla. Tutto, in quella notte, sembrava fuori fase. I due poliziotti sembravano i primi a non capire, come se fossero caduti in quella storia pazzesca per caso, come lui, come se fossero attori al par suo.
Antonio mostrò loro la camera da letto, in discreto disordine, lo stanzino dove dormiva Alberta, e il bagno. Il culturista si grattò la testa e disse: “è tutto qua?”
“Tutto qua” confermò Antonio, allargando le braccia, con tono di scusa. I due lanciarono altre occhiate in giro, sempre più perplessi.
“Scusi ma lei…. ma voi non siete rumene” disse il culturista, guardando di nuovo le carte d’identità delle ragazze.
Francesca spalancò gli occhi. Aveva quel modo, pensò fugacemente Antonio, di spalancare gli occhi con le sue belle ciglia lunghe, sembrava una bambola; era uno degli aspetti di lei che più gli era piaciuto, che forse l’aveva fatto innamorare. “Rumene?” disse Francesca, “certo che no. Io vivo a Bologna da dieci anni ma sono di Salerno. Anche la mia amica è di Salerno, è venuta a trovarmi ieri”.
I due tacquero, accigliati. L’armadio sbuffò, cacciò una mano nella tasca posteriore dei jeans e tirò fuori un telefono cellulare.
“Ma che fai?” chiese il culturista.
“Telefono a Lorenzetti” disse l’armadio, ma senza comporre il numero. “Dico, ma l’hai vista la casa qua? Ma ti sembra possibile?”
“Lascia stare” disse il culturista. “Non facciamo cazzate per piacere. Vediamo domani”.
Antonio era trasalito nell’udire la parola “rumene”. Un’idea si era immediatamente incendiata nel suo cervello. “Scusate, posso sapere… perché le ragazze dovrebbero essere rumene?”
Il culturista sembrò improvvisamente molto stanco. Crollò le spalle, si guardò intorno, forse in cerca di una sedia su cui accasciarsi. “Vede, ci risulta che questa sia una casa d’appuntamenti con ragazze rumene. Il fatto è che sembra tutto fuorché una casa d’appuntamenti”.
“Ma sicuro!” gridò, con entusiasmo improvviso, Antonio. I due lo guardarono sorpresi. “Se me lo dicevate subito! C’è una casa d’appuntamenti nel palazzo, lo sanno tutti, e tutti protestano perché fanno un baccano d’inferno, ma è al piano di sotto! Proprio qui” disse, battendo col tacco sul pavimento.
Il culturista e l’armadio guardarono il piede di Antonio, immobili. Sembravano in apnea, con le facce di pietra. Poi l’armadio inspirò una profonda boccata d’aria e imprecò sottovoce. Antonio udì alcune parole tra cui “Lorenzetti” e “quel coglione di Lorenzetti”. Infine il culturista, dopo una pausa lunghissima, si scosse e disse, lanciando occhiate torve a lui e alle ragazze: “signor Rabbi, le dobbiamo molte scuse. Davvero, non sappiamo come scusarci per tutto questo disturbo”. L’armadio era girato di spalle, sembrava che stesse parlando al muro con un sordo, rabbioso mormorio. Antonio e Francesca si guardarono. Un sentimento di sollievo, quasi di euforia, passò tra loro come una scarica elettrica. “Se vuole” disse il culturista, “la riaccompagniamo all’edicola. E’ il minimo che possiamo fare”. Il sollievo si tramutò immediatamente in gioia. Era tutto risolto. L’assurdità della situazione, lo spavento, l’irruzione in casa, tutto era travolto dalla fine dell’incubo. “Va bene, grazie” disse. Forse poteva restare a casa e lasciare l’edicola chiusa per quella notte, ma si sentiva in tensione, con l’adrenalina in circolo, e aveva voglia di muoversi; voleva tornare al suo piccolo mondo, alla sua folla di creature della notte.
I due poliziotti salutarono le ragazze, strinsero loro le mani, anche se nessun accenno di sorriso passò mai sui loro volti tirati. Sembrava che le loro espressioni cupe avessero plasmato in maniera definitiva i lineamenti dei volti, facendone delle maschere immobili.
Sulla soglia, il culturista guardò le cose sparse sulla tavola. Si schiarì la gola e guardò Francesca. La ragazza si irrigidì. “La metta via” disse, e di nuovo si accasciò, come se una stanchezza greve e antica gli opprimesse le spalle. “La metta via”.

In macchina il culturista guidava coi suoi modi nevrotici, passava tutti i semafori rossi senza rallentare, suonava il clacson e imprecava. Un signore anziano che attraversava lentamente sulle strisce pedonali lo obbligò quasi e fermarsi e allora agitò il pugno. “Razza di vecchio scemo!” gridò. L’armadio, che stava con la testa appoggiata alla portiera, sembrò svegliarsi di colpo e disse, senza guardare l’uomo: “ma che cazzo fanno ‘sti vecchi in giro a quest’ora?”.
Arrivarono all’edicola e Antonio vide un tipo davanti alla serranda. Lo riconobbe, era uno dei suoi clienti abitudinari, uno che lo andava a trovare quasi ogni notte, uno che non riusciva a dormire, e parlava con lui per circa un’ora. Era puntuale, metodico, parlava quasi sempre di politica, e gli riversava addosso tutto il suo pessimismo, anche se non aveva dei modi violenti, anzi, parlava con una sorta di stramba soavità. Avere trovato l’edicola chiusa forse lo aveva gettato in uno stato confusionale. Talvolta Antonio si sentiva esasperato da tipi come lui, ma quella notte lo vide con piacere. Aveva voglia di tornare nel suo ambiente, e quello era il suo ambiente, quello il suo popolo. Forse, pensò, non era una creatura così diurna obbligata a lavorare di notte. Forse anche lui si era trasformato in un organismo notturno.
“Bene, signor Rabbi” disse il culturista, “le auguriamo buona notte, e ancora ci scusi”.
L’armadio fece per aprire la portiera ma Antonio fu colto da una improvvisa, pungente curiosità. “Scusate ma… posso chiedere una cosa?”
Il culturista lo guardò inespressivo. “Ma certo, signor Rabbi, dica”.
“Cioè… come mai avete sbagliato piano?”
Il culturista non mutò espressione, sembrò solo di nuovo oppresso da uno dei suoi attacchi di stanchezza cosmica. “Come spiegarle, signor Rabbi? Sono le intercettazioni ambientali”
“E’ quel coglione matricolato di Lorenzetti, altroché” intervenne l’armadio. “Domani gli spacco la faccia”.
“Domani” disse il culturista, con voce spenta, “dobbiamo andare dal giudice per farci dare un nuovo mandato”.
“Già” disse l’armadio, accendendosi una sigaretta, “per questa mania del cazzo di indicare il piano. Se non c’era scritto ‘piano quarto’ forse potevamo entrare stanotte”.
Il culturista tacque per qualche secondo. Una contrazione gli attraversò il muscolo della mascella. “Quando quello della scientifica…”
“Sì, quel coglionazzo di Lorenzetti” lo interruppe l’armadio.
“…Quando intercettava” continuò il culturista, senza badare al collega, “non si era reso conto che l’ambiente era al quarto piano. Cose che capitano”.
“Ma và!” esclamò l’armadio. “Capitano ai cretini!”
“Il fatto è” proseguì il culturista, ma si interruppe, si grattò la testa e restò per alcuni secondi meditabondo; poi lo guardò fisso e Antonio, con la sua esperienza di lupi della notte, di sparvieri solitari, lesse nei suoi un furore freddo, una violenza interiore tenuta a fatica sotto controllo. Per un attimo si spaventò, e d’improvviso desiderò uscire dall’abitacolo. “Il fatto è che non abbiamo più un euro per le indagini. Ormai si usano solo le intercettazioni ambientali, che non costano niente. Le indagini vere si fanno solo per i casi importanti. Per i personaggi importanti, i vip”.
“I vips” intervenne l’armadio. “I vips, vips, è plurale”.
“Grimaldi, sei il solito ignorante” disse stancamente il culturista, “vip è un acrostico, non può essere plurale”. Poi tacque, come aspettando una replica del collega, che non arrivò, a parte un vago bah . “I vip” continuò, “quelli che vanno in televisione e sui giornali, quelli che fanno notizia. Allora ci fanno indagare, verificare, pedinare. Ma per il resto, niente”.
L’armadio accese un’altra sigaretta. I finestrini erano solo socchiusi e l’aria dell’abitacolo, già pesante, si fece irrespirabile. Antonio si sentì soffocare. Ma la Ritmo era un modello a due porte, prima doveva uscire uno dei due poliziotti.
“Che poi ci tocca lavorare lo stesso, dopo, per riparare agli errori come questo” disse l’armadio.
“Proprio così” disse il culturista. “Ma tanto i nostri dirigenti hanno l’illusione di non spendere gli euro che non hanno. Siamo a secco, capisce? Se continua così tra poco non avremo neanche i soldi per la benzina delle macchine”.
L’armadio forse si schiarì la gola, perché emise come un ringhio, un brontolìo oscuro. “Sono questi governi del cazzo” disse, storcendo la bocca. Soffiò una boccata di fumo che investì Antonio in piena faccia. “Governi di destra, di sinistra, tutti uguali, tutti ugualmente smidollati e menefreghisti”.
“I governi, certo” disse il culturista, “nessuno si occupa delle forze dell’ordine, che sono lasciate a se stesse. Pensano solo ad andare in televisione”.
Ormai sembravano scatenati. Antonio riconobbe quell’ansia di sfogarsi, di riversare rabbia sull’ascoltatore a cui era abituato nella sua vita di notte. Forse, pensò, gli sparvieri lo riconoscevano immediatamente, individuavano la spugna, il registratore passivo. L’ascoltatore perfetto, lui.
“Noi siamo fascisti” disse l’armadio, guardandolo improvvisamente negli occhi. “Fascisti, sì, lo dico con orgoglio, ma di quelli veri. Non come quei castrati della cosiddetta destra, buoni solo a occuparsi dei loro ladroni e dei corrotti. Sono marci quelli. Noi siamo fascisti, vogliamo legge e ordine, la legge al servizio del popolo, capisce?”
“Questo paese va a rotoli” disse il culturista, “e i governanti vanno in televisione. Ci vorrebbe un governo forte, serio, che rimetta le cose a posto e si occupi di noi, della Polizia”.
“Un governo coi coglioni” soggiunse l’armadio, “fatto di gente coi coglioni, che non abbiano paura di mettere in galera i delinquenti e di appendere a una forca gli assassini e i pedofili”.
“Invece cosa fanno i nostri politici”? gridò il culturista, “mandano un terrorista di Prima Linea in Parlamento! E lo fanno pure Segretario d’Aula”!
“E’ uno scandalo, una fogna” disse l’armadio, gesticolando con la sigaretta che sfiorava il viso di Antonio. “Ci vorrebbe Fini, con pieni poteri. Lui metterebbe a posto le cose”.
Il culturista sospirò. “Mah” disse, “non ne sono tanto convinto. Forse una volta, quando c’era ancora Almirante, ma adesso mi sembra diventato un democristiano”.
“No, Ghirelli, ti sbagli” disse l’armadio, con veemenza, “Fini è a posto, te lo dico io. Lui ce li ha, i coglioni, solo che ha le mani legate”.
Antonio ebbe un capogiro. Se non usciva da quell’abitacolo con l’aria irrespirabile, e quei due tipi giganteschi che gli abbaiavano in faccia, rischiava di svenire. “Scusate…” disse, con un filo di voce, “ma… avrei bisogno di aprire l’edicola, ci sono dei clienti e…”
I due tacquero di colpo. L’armadio tirava dalla sigaretta, il culturista guardava in basso, con la testa china. “Ma certo” disse d’un tratto, e spalancò la portiera. Uscì, mettendo lentamente, con qualche difficoltà, le gambe fuori, sbuffando, gemendo. Finalmente fece scorrere il sedile in avanti e Antonio uscì. Respirò l’aria fresca della notte, si stirò, ringraziò il cielo di avercela fatta. Il culturista gli tese la mano. Antonio fu sorpreso di sentirla inerte. Ma d’improvviso l’altro si animò, e gliela strinse con una tale forza che Antonio trattenne a stento un gemito. “Buona notte, signor Rabbi” disse il culturista. “Notte!” esclamò l’armadio, sporgendosi verso il posto di guida.
“Buona notte” disse Antonio.
Il culturista dopo un ultimo, apparente attimo di riflessione, montò in machina e partì. Antonio vide l’auto che svoltava l’angolo. Aveva un fanalino fulminato.

[Il disegno è stato realizzato per questo racconto da Riccardo Raviola, writer e illustratore bolognese, nonché figlio del compianto Roberto, in arte Magnus]

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6 Responses to Una notte molto movimentata

  1. Button il 4 settembre 2006 alle 19:45

    TROOOOOPPPPOO CARINO, anche il disegno (però un piccolo appunto: secondo me leggendo il racconto uno dei due dovrebbe essere un po’ più sfatto, con la panza ecc, ma le espressioni delle facce invece sono perfette). Questi due poliziotti scoppiati li vedo come una incarnazione perfetta di un certo modo di guardare il nostro mondo presente, sfiducia e disprezzo per la politica, il governo di detsra o sinistra, e invocazione dell’uomo forte che manda i criminali sulla forca ecc… E poi Fini, Fini… che battuta perfida, sarà vero che ha le mani legate, o non è invece un democristiano come dice il culturista… bah, boh, bih!
    Comunque complimenti, un racconto divertente e avvincente!!!!

  2. cf05103025 il 4 settembre 2006 alle 23:45

    Sì.
    E’ un racconto avvincente, dopo venti righe son stato tutto preso pur avendo sonno, quasi come il Rabbi Antonio;
    temevo che lo facessero fuori per una qualche loro follia, poveraccio.
    Solo lo stile, pur essendo pulito, scorrevole,
    mi pare un po’ troppo quotidiano.
    MarioB.

  3. Kappa il 5 settembre 2006 alle 09:36

    La coppia funziona sempre. I due sbirri, i due giornalisti, i due mammasantissima. Sono due sagome, due svitati. Un classico, da manuale. Formula vincente, collaudata. Ben descritta. Anche il disegno, così tondo e pieno (come una lapide) è splendido.

  4. jan il 6 settembre 2006 alle 19:28

    Del racconto di Mauro mi è piaciuta la figura dei due energumeni, spossati, ansanti, lievemente ipertesi, composti, ma trattenuti a stento.

    L’illustrazione di Riccardo Saviola ha, come spesso nelle cose di Mauro comparse qui, una sua storia. E’ stata spedita da Riccardo con un fax, passata allo scanner da Mauro, ritagliata e ridimensionata da me. Le rimane la grana grossa e la tonalità sporca da carta termica che secondo me è molto affine all’atmosfera del racconto.

  5. sergio pasquandrea il 10 settembre 2006 alle 21:33

    Beh, posso dire che nei due poliziotti ho ritrovato, pari pari, un tipo che ho conosciuto, il padre di un mio ex-alunno (che era un carabiniere, ma fa lo stesso). Uno che si presentava ai colloqui con il capello ossigenato tagliato alla marines, gli occhiali a specchio e il bicipite in bella mostra e che, se gli dicevi che suo figlio (uno stronzo vigliacco come ne ho conosciuti pochi) si accaniva a prendere in giro un compagno handicappato, ti rispondeva, con aria sommamente infastidita: “A professo’, e ce l’avemo avuto tutti er compagno grasso che ‘o prendevamo in giro, no?”. (E potrei raccontarne di peggiori…).
    Comunque, bel racconto: teso, duro, essenziale.

  6. pap il 25 settembre 2006 alle 12:58

    Carino …molto leggero, vivibile, sorridente anche se un po’, come dire,un po’ scontato che ci fosse un colpo di scena.
    La cosa che mi e’piaciuta di piu’… come Francesca spalanca gli occhi e come Antonio ama questa cosa, , lo sbattere delle ciglia di Francesca…
    Un tratto molto femminile nella scrittura di
    Mauro che mi piace moltissimo.



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