La casa di Ernesto

5 settembre 2006
Pubblicato da

di Mario Bianco 

L’Ernesto quando ereditò la casa dello zio Erasmo fu contento assaissimo ché pensava: che così la vendo e finalmente tiro il fiato dopo tutti ‘sti mesi passati ad assisterlo che sarà stato anche bravo ma scassava pure parecchio e ancora un po’ mi veniva l’esaurimento.
Poi aggiungeva dentro di sé: meno male che ho fatto venire il notaio in tempo se no zio mio manco mi lasciava tutto, finiva che dovevamo dividere tra quella puttana della Pina, l’Adriano che non l’ha mai degnato di attenzione o cosa, Emilio è stronzo si sa pure egoista e i Tempestini stanno già troppo bene del loro in Brasile, ecco.

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E poi ci ho una famiglia e figli tre e gli volevano bene e Armida gli faceva pure la torta di castagne, ecco.
Fatto sta ed è  che dopo da solo girava e lambiccava per questo alloggio sito in centro in Via Dom Quidarrama 7, in vecchio stabile del 1905; lo zio teneva male tutto che era scapolo e pieno di ubbie e non voleva donne tra le scatole né lavatrici o aggeggi moderni, mai aveva cambiato mobili o acquistato di nuovi che tutto era poi la roba dei defunti genitori Nestore e Teresina, armadi e comò e cucina in formica e ferro bianco scorticato e padellini in alluminio caffettiere napolitane in numero di 7, lenzuola mai usate nuove di zecca in pacco nell’armadio della povera Teresina, lenzuola orrende e coperte militari sulla lettazza, copriletto pesante in filo rossastro sdrucito, ancora della nonna Maria.
Non parliamo delle tappezzerie giallastre da parere unte del fumo perpetuo incessante che sempre esalava dalle 60 Malboro al giorno del defunto zio Erasmo che tutto affumicava, tutto l’alloggio suo e mobili e piatti e bicchieri e coperte e cuscini: non parliamone più.
Sala in stile rinascimento riedito a Firenze nel 1935, anche, che fu quella che Ernesto vendette per prima al Chimenti della Transmobili che poi il tipo diceva che esportava ‘sta roba in Texas  per cui gli sganciò un milioncino.
Poi, il resto, paccottiglie da poco, Vicenzo portò via tutto il resto col camioncino della parrocchia.
Così Ernesto girava per le quattro stanze vuote in attesa dei vari eventuali acquirenti che sarebbero arrivati previa telefonata e girava girava, perlustrava compulsando le venature le circonvoluzioni dei pavimenti in palchetto di rovere, osservando i vetri rotti in alcuni punti e rammendati con scotch, l’untume giallume dei vetri medesimi e si immalinconiva all’inverosimile in tale fumigato abbandono e diceva: cazzo, che roba, sto alloggio si deprezza al solo vederlo e pure al nuffiarlo, cazzo, ancora di più, dovrei dargli una mano di bianco e via starebbe meglio, ma non ce la faccio, non ce la faccio più a stare dietro ad altri lavori, basta.
Giorno dopo giorno ci tornava magari dava una spazzatina con la vecchia scopa, asportava dai davanzali con spugna e detersivo spray decennale sporcizia per rendere meno lercio l’ambiente. E deambulava per le stanze con imprecazioni interiori che le offerte erano basse, gli agenti immobiliari cani rognosi, supponenti e avidissimi. Arrivò quasi a venire alle mani con un mezzo pazzo della Rosamunda Case.
Quasi logorava nel suo calpestio il vecchio assito, si soffermava, con denti digrignati, a picchiare col tacco alcune liste ballerine, malferme; scalciava a tratti contro lo zoccolo in legno che pareva staccarsi in alcuni punti, anzi arrivò a munirsi di martello e chiodi in acciaio da millimetri 30 per raffermare il medesimo al muro.
Nello svolgere questa operazione che gli generava rabbia e schifo, inginocchiato a terra, asportò un foglietto di cellophan colorato che stava tra lista e parete, pareva carta da caramelle, era tutto stirato ben piegato di fino, lo esaminò incuriosito e lo buttò. Più avanti trovò sistemati nel medesimo modo altri foglietti colorati, argentati, dorati; quindi verso l’angolo nord della sala scoprì altri reliquati cartacei, formato biglietto da visita, in cartoncino Bristol. Ernesto ne scalzò alcuni, si alzò con gran mal di schiena dal pavimento, si pose gli occhiali e trovò che i foglietti, a decine, erano dattiloscritti in stampatello maiuscolo con la Remington mod.45 dello zio.
Trovò scritte siffatte massime, una per cartoncino:
 

EMILIO E’ UN BASTARDO AVIDO E MENAGRAMO
TERESA E’ UNA TROIA
MIO NIPOTE ERNESTO E’ UN FIGLIO DI TROIA
 

ERNESTO MI VUOLE MORTO AL PIU’PRESTO
 

LA PORTIERA CATERINA E’ UNA BOCCHINARA DI PRIMA
DON MAROCCO E’ UN CULATTONE
IO VOGLIO CASTRARE ERNESTO
LA MOGLIE DI ERNESTO GINA E’ UNA PORCONA
GINA ME L’HA FATTA VEDERE SE LASCIO L’ALLOGGIO A ERNESTO
MUROLO Ė UNA CAROGNA E UN PORCO VENDUTO AI PRETI
……………
Ernesto non seppe che fare, tirò un sospiro terribile che avrebbe voluto sprofondare, morire, urlò, bestemmiò incurante del vicinato, lanciò il martello contro il muro, prese a calci la scatola dei chiodini e tutto lo zoccolo della sala, poi si sedette a terra stremato con la testa tra le mani.
La sera a casa non parlò con Gina, non le disse nulla del per cui ma la insultò e andò a dormire nello studiolo.
Il giorno dopo preso da furia estrema e sudando a torrenti rivoltò tutti gli zoccoli o battiscopa in legno che poté e trovò altre decine di foglietti o bigliettini in vari tipi di cartoncini, alcuni assai datati ma tutti infamanti, parecchi rivolti a personaggi a lui sconosciuti.
Infine dietro un battiscopa in finto marmo sito sulla parete della cucina aderente al bagno Ernesto scoprì un piccolo vano in cui stava scatola in latta già di una certa medicina Calcium Redoxon contenente una mazzetta di banconote ammontante a 37 milioni di lire, con accluso biglietto in bella busta avorio ove leggevasi:
QUESTI SUDATI SOLDI ERNESTO O CHI PER LUI
PUO’ PURE METTERSELI IN CULO
TANTO NON LI TROVERA’ MAI
E’ UN CORNUTO BASTARDO COGLIONE TOTALE
……
Ernesto, nel medesimo giorno,  aprì un conto presso una agenzia bancaria là sottostante in via Dom Quidarrama e versò i contanti trovati.
Il giorno appresso si recò al cimitero generale e, approssimatosi al loculo dello zio Erasmo, tolse dal vaschetta un mazzo di rose di tessuto che aveva ivi sistemato la settimana precedente. Gettò il mazzetto e lo sostituì con involto di morti scarafaggi e cimici selvatiche beccati nell’alloggio.
Fissò la foto dello zio, bussò alla lastra marmorea e mormorò parole terribili.
 

 

9 Responses to La casa di Ernesto

  1. cara polvere il 5 settembre 2006 alle 14:34

    sembra una pièce teatrale tra il Pirandello giovane e il De Filippo maturo.
    mentre mi leggevo la storia, me la sono immaginata come se la guardassi dalle quinte di un teatro.
    piaciuta molto
    un saluto
    paola

  2. maria il 5 settembre 2006 alle 16:45

    solo mario sa scrivere queste cose,
    la prima versione era più semplice (ricordo parolacce nettamente diverse, ma la gina era già presente con le sue promesse ad uso abitativo).
    adesso lo ritrovo qui pompato, con un ‘aggiunta di vocaboli, più forte, come fosse un discorso di un azzecca-garbugli che riempie la bocca di parole e pochi fatti.
    rido sempre moltissimo quando lo leggo, potrebbe rifarmelo in quindici versioni diverse ma ormai l’ernesto e i bigliettini sono nel mio immaginario, non me ne libererò facilmente.
    a meno che non riparta da qui e ne scriva ancora..

  3. maria il 5 settembre 2006 alle 17:20

    madò ma quante “maria” passano per NI?

  4. maria il 5 settembre 2006 alle 17:27

    e tutte il 5 settembre.
    ma per il raccontino di ernesto e i bigliettini questo ed altro

  5. marino il 5 settembre 2006 alle 20:14

    Ernesto, a me, sembra uscire da quella notevolissima raccolta di racconti di Antonella Cilento che é L’ amore, quello vero.
    L’ ho letto con molto piacere, Mario, un saluto,

  6. bruno esposito il 6 settembre 2006 alle 19:20

    Oddio, la Cilento…

  7. cf05103025 il 6 settembre 2006 alle 19:26

    Io, ignorante, non so chi è la Cilento.
    Che fo?
    Starò più attento.
    MarioB.

  8. tashtego il 11 settembre 2006 alle 14:50

    costruito, anche nel linguaggio, secondo modalità oggi pressoché obsolete.
    tuttavia mi pare ben scritto, compatto.

  9. elena g. il 15 settembre 2006 alle 18:14

    caro mario! bravo davvero. Rendere esilaranti gli apetti squallidi della gente: ci vuole gran talento.
    complimenti
    Elena G.



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