Inventario del gesto

6 settembre 2006
Pubblicato da

immagine-002.jpgdi Andrea Inglese

(io fungo, agendo così e così, in un quadro
più vasto, in cui servo e non servo, calzo
per oggi guanti gialli, spingo precise leve,
maniglie, mani, tastini, bottoni, mi adopro
nel tratto designato, fingo – tutto vestito –
di fare una cifra neutra, che passa liscia,
mi usate anche a torto, di traverso, bene,
faccio numero, mettetemi in fondo, io passo
le braccia conserte come gli altri, lo stesso
moto assorto di quello che serve e non serve)

Restano da compiere i gesti
che non fanno patrimonio,
a spaglio smarriti nella vita minuta
chiudendo aprendo finestre, stupiti
masticando fischiando con le mani
sotto il getto dell’acqua, voltando
pagine sature di righe nere:
viandante tra l’unico regno e il sogno,
tra il secchio delle ore da svuotare
e il vuoto ancora da fare, i passi
fitti nella striscia, appoggiato alle bucce,
ai grumi d’aria, di polvere, spinto
sotto il sesto cielo dei mercati,
le orbite immense delle merci.
(Quando chiedo consiglio, aprono
cassetti dove ingrossano registri
di partita doppia mai bagnati
o con le righe alonate, le muffe,
ma cifre dritte, nitide, copertine
asciutte. Il profitto è atteso, per l’intanto
bolle – punta sacra, punto di bene –
nelle storte a elica e non svapora.)

Il fiume carsico della storia
impolitica, domestica, dei gomiti
lungo l’attrito delle stagioni fredde,
gli ammassi di secondi nei mattini
campestri, l’agonia delle semine,
l’angolo acuto del ginocchio, il palmo
cavo, a scodella, le labbra tagliate,
il fiume coeso che addomestica,
attraverso gli schianti del cavallo,
la pulitura dei cerchi e delle falci,
il fiume che scava nella mano
la presa del cubo di sapone,
l’occhio che ritrova l’ordine
dei tagli sulla pelle del maiale,
il fiume dei corpi immemorabile,
che senza posa è assediato e rinasce
nella ruota delle epidemie, nella
nebbia infetta delle tossi a sangue
di miniera, tra le ulcere e le pelli
crivellate dall’eczema, il fiume
idiota che ripete sotto le rotte
ardite dei mercanti, le carte
delle truppe, le vie del pepe,
un corto commercio di calci
e carezze, tra spigoli di panche
e di letti, familiare, torrido.

Restano i passi mai studiati,
a zonzo di notte, braccato
nella casba di Zanzibar da insetti
moribondi, a pezzi, che scattano
come su molle impazzite, e fango
che assorbe i raggi delle ampolle,
viandante di terzo mondo e sogno
in un moto di gambe da secoli
perfezionato: i mesi di cammino
di banditi, pellegrini, mendicanti,
nel ritmo vario tra pozze e buche,
carcasse di cavalli e frane,
s’agitano ora le ginocchia agili,
memori di cadute ininterrotte,
la bocca a pompare polvere,
i fianchi scavati dalla ghiaia.

(E con un centinaio di abitudini
farò tutta la vita, io che volevo
inventare l’uomo, cominciando
in un punto qualsiasi di me,
forzando i veli uno ad uno
di paura, dividendo da monaco
il tempo, sottraendo quanto più
il falso dal vero, il taciuto
dal detto. Arduo sollevarmi in aria
per i capelli o uscire da insetto,
di soppiatto, dal passo
scaraventato di sonnambulo:
campare torna ad essere il lavoro
maggiore e richiede un minuzioso
occhio di orafo, un’attenzione
vigile al niente attraversato
nel più accanito dolore e rumore
– proprio io che, dinamitardo,
col niente volevo cominciare tutto –.)

La mano nella sua geometria
coatta, a risalire vendicativa
il pendio della materia tozza,
a ferire di piccozza e vomere,
di fuoco e vento il muro del mondo.
E la bocca caotica che strappa
un boccone nel tondo del pane,
la bocca che distrugge di fame
le montagne di grano, le vacche
nutrite, i tuberi, le rape sotto-
terra. Lo stesso ciclo ancora pulsa
in questa stanza aperta nel cemento,
come io poggio gli avambracci
sulla cornice della finestra
– lo sguardo spinto al cielo senza oggetti –
come io taglio un cavolfiore, estraggo
dal polpastrello una scheggia di legno,
così hanno fatto le serve e gli schiavi,
ma anche i principi esausti delle pelli
docili di amanti, del pelo lucido
dei cani, delle pesche nei piatti,
i principi e le dame, pizzicandosi
le cosce, grattando con la punta
del piede una macchia falsa
sul tappeto. E tutti hanno perso
sangue dal naso, temuto che l’occhio
morisse alla luce, per il vento acido,
la polvere, il fumo del metallo combusto.
Tutti hanno urlato, con le vene gonfie,
tirate per vomitare fuori
dalle fibre il dolore, i morsi
sparsi nelle mille parti, in ogni nervo,
tutti hanno cantato, sicuri di bruciare
ogni male in quella notte, all’apice
di un’allegria immobile, alta e protetta
da ogni lato, dentro cui si affonda
e mai si esce, salvo il giorno dopo,
all’alba, prostrati mormorare
la loro miseria, lucifughi topi
di sottotetto, raschiando col muso
sugli spigoli, per ritrovare l’aria
nei polmoni, la vita promessa.

*

Da L’indomestico, Biago Cepollaro E-book, 2005.

8 Responses to Inventario del gesto

  1. pier il 6 settembre 2006 alle 12:02

    splendida antologia di oggetti (che restano poggiati sul chi vive)

  2. cara polvere il 6 settembre 2006 alle 15:19

    s’incrociano i fondi, le osservazioni.

    inventario di solitudini della vena abbordata dall’emozione.

    e concordo con pier.

    un saluto
    paola

  3. Marco Saya il 6 settembre 2006 alle 15:56

    Un’umanità “clonata” , tutta da ricostruire, nella ridondanza delle abitudini-brutture.

    Marco

  4. francesca farina il 6 settembre 2006 alle 16:22

    Catalogo del vivere e del vissuto, dei “beati gli ultimi” in una terra-spazio- tempo in cui siamo (quasi) tutti ultimi, oggetti tra oggetti, cuori di pietra tra le pietre, teste di legno tra mobili di legno, pose plastiche tra materie plastiche, pastiche tra i pasticci…

  5. M. il 7 settembre 2006 alle 13:35

    Ciao raga. Qualcuno di voi sa chi ha ucciso il koala? Grazie.

  6. claudio il 8 settembre 2006 alle 00:42

    A tratti mi ricorda “Aprire” di Antonio Porta.

  7. Vittorio Eremi il 15 settembre 2006 alle 23:51

    Andrea Inglese è una delle voci poetiche più interessanti del panorama attuale. Vorrei tuttavia sollevare una questione. La maggior parte dei poeti oggi è afflitta dalla sindrome dell’artista, intendendo con tale locuzione la tendenza per lo più imperante a ridurre la poesia – come la pittura per i pittori o la scultura per gli scultori – a semplice laboratorio (di parole in questo caso) accartocciato su se stesso. Non poesia ma atto poetico, che comincia e finisce nel preciso lasso di tempo della creazione del testo; dove gli sperimentalismi di metrica, disposizione dei versi, rime e accostamenti di parole ad effetto la fanno da padrone. Il testo-poesia non è più passionale ma cerebrale, e risorgerà soltanto nel momento della sua lettura-spettacolo da parte dell’autore per una vita breve. Ermetismo non è sinonimo di inappartenenza: l’ascoltatore intende ma non è coinvolto. La poesia oggi non si impersonifica, non parla ai molti, è specchio dei fatti e non delle persone, è materiale e non personale. La parola da sola non ha più forza di penetrazione senza “visibilità” o musica da accompagnamento. Il poeta-mestierante-giocoliere delle parole ha un pubblico ormai aggrappato più al tempo della creazione piuttosto che alla creazione senza tempo. La letteratura scolastica rimarrà sempre ferma a Montale. Le riviste specializzate sono elitari caffè ormai saturi di quei tre quattro nomi.

  8. maria (valente) il 16 settembre 2006 alle 12:24

    Io la vedo così: come Francis Ponge passare dalla parte degli oggetti, ossia l’Oggioco : “quello per cui, dopo aver collocato in abisso l’oggetto della nostra emozione, lo spessore vertiginoso e l’assurdità del linguaggio, considerati da soli, sono manipolati in modo tale che, con la moltiplicazione interna dei rapporti, i legami formati a livello delle radici e i significati chiusi a doppia mandata, sia prodotto quel funzionamento che solo può rendere conto della profondità sostanziale, della varietà e della rigorosa armonia del mondo”

    “così i corpi e la vita stessa sono soltanto una degradazione dell’energia solare, votata alla contemplazione e al suo rimpianto” (A. Inglese: – lo sguardo spinto al cielo senza oggetti -)

    ” E così metà della vita trascorre nell’ombra, a desiderare il calore e la luce, cioè i lavori forzati della prigione e dell’azzurro…

    Poi finire nell’ambiguità, fortemente sprezzante, ironica e tonica insieme; il funzionamento verbale, senza nessun coefficiente laudativo o peggiorativo: l’oggioco”

    …e tuttavia il sole si fa rimpiangere a lungo” (in A. Inglese “..lucifughi topi /di sottotetto raschiando col muso/ sugli spigoli per ritrovare l’aria/ nei polmoni, la vita promessa”).

    Confesso che Inglese non sia uno dei miei poeti preferiti, eppure questa poesia da sola ha un’enorme forza di penetrazione, contrariamente all’ultimo commento, ed indipendentemente dal mio riferimento a Ponge, che potrebbe anche essere inesatto.



indiani