Il surf è come la letteratura, più parlato che praticato

14 settembre 2006
Pubblicato da

di Francesco Longo

Da che parte stanno i surfisti? Partirono per il Vietnam o sfilarono per la pace? Come si è formata la cultura surf? Tutti hanno ascoltato almeno una volta Surfin’ USA dei Beach Boys e molti hanno visto Un mercoledì da leoni, o almeno ne hanno sentito parlare. Ma sapere cos’è un leash e chi è Greg Noll, è l’accesso verso un mondo arcano. Una grotta in cui oggi si respira una forma di epica.
La storia del surf è la storia di un conflitto tra una forza centrifuga e una forza centripeta. Come la maggior parte delle sottoculture, anche questa infatti è animata da una spinta che la porta ad estendersi (a commercializzarsi, ad inglobare discepoli e a contaminarsi fino allo snaturarsi); e da una spinta contraria: a chiudersi (ci si ghettizza, si costruiscono recinti, si fa i puri rifiutando le novità). Questa piccola epopea polinesiana, giunta ormai sulle nostre spiagge, è raccontata nel libro Elogio del surf, edito, durante l’estate, dall’editore Castelvecchi. Il volume è tutto a colori, una grafica ipnotica, foto, interviste.
Il libro di Madeira Giacci è una versione (a volte arricchita, a volte rappresa) del documentario Riding Giants (di Stacy Peralta, 2004) uscito in Italia un anno fa, che ripercorreva la vicenda del surf dalle origini alla contemporaneità. Avvicinandosi anche solo con questi strumenti al surf (cioè con documentari e saggi: restando a riva), il mondo del surf ci si presenta più che come un semplice sport, con le caratteristiche di una vera e propria piccola cultura nella Cultura. Le sue vicende infatti si intrecciano in modo significativo con quelle della società: lo si coglie bene con questo volume che ne segue le lente ramificazioni.
Alcuni esempi, ad elenco. Jack London, che sbarcò nell’isola di Oahu, si dedicò al surf. Nel 1908 fondò con due amici il primo surf-club del mondo. Raccontando l’esperienza delle sue cavalcate sull’oceano, in piedi sulla tavola, parlò di: «Un senso di gioia estatica per aver preso l’onda».
Negli anni ’50 il surf rifiuta la cultura dominante (lavoro, tostapane, auto, famiglia, dollari, villette a schiera), assecondando e raccogliendo desideri contrari, di “eversione”.
Con gli anni ’60, tra l’assassinio Kennedy e la guerra del Vietnam, le riviste di surf assumono atteggiamenti antimilitaristi, pubblicano articoli contro la guerra. Si arriva ad un incrocio hippie-surf.
A differenza di molti altri sportivi, i surfisti sentirono però il bisogno di esprimersi non solo sulla tavola, ma attraverso altre forme artistiche: surf music, beach-movies, surf-art. Si generava una moda, nasceva un linguaggio e una nuova mappatura del mondo. E si producevano fumetti, romanzi (Surf city, per esempio, di Kem Nunn pubblicato in Italia da Meridiano zero), e una grafica precisa, mostre, musei: un’intera estetica, insomma.
Resta il dubbio che il surf, sempre «in bilico tra controcultura e commercializzazione», come chiarisce bene la Giacci, sia stato, da un certo punto in poi, più raccontato e rappresentato che praticato. Come se il suo mito, staccatosi dai primi pionieri, fosse diventato un’ombra (tante ombre) senza più un’anima. In questo modo, fatto reagire con realtà molto diverse tra loro (dall’Australia agli Stati Uniti all’Europa) pare abbia iniziato a smarrire la sua identità per diventare metafora ambigua. «Metafora per esprimere il lato oscuro del sogno californiano, mentre altri lo prenderanno a modello per rappresentare la commercializzazione di una sottocultura, e altri lo interpreteranno come simbolo dell’imperialismo bianco occidentale».
Ci si può avvicinare al surf così, come ad una cultura underground e analizzarlo come sintomo (e specchio) del cambiamento dei costumi: dal maschilismo iniziale; ai dipinti postmoderni che rileggono Caravaggio in versione surf; fino alla storia del rabbino surfista di Malibu beach che partecipa ai surf-camp kasher.
Ma poi bisogna dimenticare tutto questo, o almeno tenerlo da parte, chiudere il libro. Ad un certo punto, bisogna immergersi, prendere il largo. Per prima cosa bisogna immergersi nei nomi. I nomi dei surfisti che hanno fatto la storia. I nomi delle manovre in acqua. I nomi delle spiagge. I nomi dei pezzi che compongono l’attrezzatura. I nomi dei marchi. E ricominciare daccapo coi nomi dei surfisti. Poi bisogna imparare le date delle onde mitiche. Imparare i giorni, gli orari precisi. Poi bisogna fissarsi sulle onde, e ripetere le altezze delle grandi onde. I metri dell’onda più alta, poi i metri della nuova onda più alta, poi i metri della nuova onda più alta mai cavalcata (21 metri).
Si può salire o no su una tavola e decidere se provare ad aspettare l’onda o meno. Ma intanto bisogna lasciarsi cullare dai nomi. Si scopre così, intanto, che il surf è un’epica fatta di parole, di cifre, temporali, leggende, dolore, frasi, legni, racconti incredibili, raffiche di vento, funerali in acqua, attese, codici, rivoluzioni, manovre segrete, pericoli, notti, prove di coraggio, morte, amicizia, pioggia. È chiaro? È il surf: si nutre nella stessa sorgente della letteratura.

4 Responses to Il surf è come la letteratura, più parlato che praticato

  1. kristian il 15 settembre 2006 alle 10:00

    il surf non è uno sport, è una via di conoscenza. me l’ha detto l’altro giorno al telefono Manuel, il mio amico rasta skater snowboarder surfista.

    certo, per Slater o Hamilton è fonte di affari, per cui a certi livelli il surf è business, per cui concordo con la chiosa del Longo.

  2. Taru il 15 settembre 2006 alle 10:38

    Quando uno inizia a fare surf, lo fa in maniera talmente ossessiva che facilmente alla prima occasione ricevera’ in regalo dagli amici un discreto numero di libri e DVD piu’ o meno attinenti al surf, tra cui quello di Madeira Giacci, divertente e inconsueto (titolo a parte).
    Purtroppo, chi ha mai avuto la fortuna di prendere un onda, anche solo per qualche secondo, non se ne fa piu’ nulla di tutti questi discorsi sul surf, l’unica cosa di cui ha bisogno e’ un’altra onda…

  3. catherine spaak il 19 settembre 2006 alle 22:43

    noi siamo i giovani i giovani più giovani siamo l’esercito l’esercito del surf: oui oui oui ouiiiiiiii!!!

  4. alessandro il 29 novembre 2006 alle 01:19

    ognuno vive il surf in maniera diversa, stile di vita, fonte di guadagno, linfa vitale, contatto con gli elementi, scarica di adrenalina, liberazione dallo stress quotidiano



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