I giacobini delle lettere

15 settembre 2006
Pubblicato da

di Sergio Garufi

silvana-giacobini.jpgQualche riflessione estemporanea e peristaltica a margine del bel pezzo di Nicola Lagioia. Ho l’impressione che molte recenti aberrazioni critico-letterarie, non solo le “cantonate” di Cordelli e Di Mauro riguardanti Troppi paradisi di Walter Siti, derivino dal rifiuto del diktat proustiano di Contre Sainte-Beuve. Come mai si nega così pervicacemente che vi sia una sostanziale separazione fra l’io artistico e l’io mondano, arrivando perfino a identificare l’autore con il protagonista? Perché in questo modo si possono applicare al testo categorie etiche che prima erano state escluse o tenute ai margini. L’unità uomo-opera da un lato ripristina l’auraticità perduta (in seguito alla c.d. morte dell’autore), riassegnando all’autore la funzione di garante del senso, e dall’altro lo sottopone a un continuo esame di coerenza, restituendo così credito al peggior biografismo e psicologismo. E’ l’etica il fil rouge che tiene insieme questa idea didascalica della letteratura, la crociata contro la restaurazione, “la gara delle stigmate” che parassitò il successo di Gomorra, la concezione “giudiziaria” del critico e le reprimende sull’uso del nickname in rete come forma di deresponsabilizzazione. Il valore di uno scrittore si misura sul suo impegno, ora sì, concretamente e oggettivamente verificabile: nell’esempio di vita dell’autore e perfino nel “messaggio” positivo che i personaggi, mere proiezioni del suo vissuto (dato che l’opera è frutto dell’esperienza più che dell’immaginazione), trasmettono al lettore. Non a caso si cita spesso Salman Rushdie come punto di riferimento cui orientarsi. Scrittore non è colui che viene pagato per scrivere, bensì chi paga per quello che scrive, chi rischia di persona. E’ la figura del parresiastes, l’intellettuale devoto al vero e incurante dei pericoli cui si espone. Le opere del parresiastes, come sostiene Carla Benedetti (ne Il tradimento dei critici) a proposito di Tiziano Scarpa, sono un continuo ribadire, ad ogni pagina, “sono io. Tutto quello che dico potrà essere usato contro di me”. Ogni forma di ironia è bandita, perché il carisma sacerdotale non l’ammette, lo Spirito non ama lo spirito. Lungi dunque dall’essere appannaggio esclusivo dei lettori ingenui, il biografismo diventa così un autorevole metro di valutazione dei testi e degli autori. All’autore si rimproverano infedeltà coniugali, vanità mediatiche, contiguità col potere, opinioni politiche sconvenienti, schieramenti editoriali non consoni; tutto tranne l’unica cosa che sarebbe legittimo rimproverargli: aver scritto un libro mediocre. Con questi nuovi parametri “l’equo canone” non è più una chimera, venendo sottratto ai mercuriali gusti estetici dei critici per fondarsi sulla più stabile morale corrente. Peccato solo che in questo modo uno come Rimbaud debba essere declassato a causa del suo commercio di armi. Il caso del libro di Friedgard Thoma (Um nichts in der Welt. Eine liebe von Cioran, Weidle Verlag), uscito in Germania e Romania pochi anni fa, è illuminante perché chiarisce come oggi il pettegolezzo sia – vonclausewitzianamente – la prosecuzione della critica letteraria con altri mezzi. Chiariamo sùbito: non stupisce tanto che una donna scriva il suo bravo libro di ricordi con lettere e foto dell’amante illustre e deceduto svelando dettagli intimi e piccole debolezze umane. Ci sta, è nell’ordine delle cose. Sorprende semmai il credito che si concede a questo gossip da rotocalco scandalistico, anche da parte di lettori professionisti tutt’altro che ingenui: Franco Volpi, per dirne uno, che su Repubblica salutò la pubblicazione di quella spazzatura come qualcosa che sgretolava il sistema di pensiero di Cioran, che evidenziava le segrete contraddizioni col suo proverbiale nichilismo, perché in alcune lettere all’avvenente ragazza tedesca il rumeno si era concesso delle espressioni sdolcinate. Facciamo attenzione, quindi, ché la storia della letteratura vista dal buco della serratura è sì miserabile, ma miserabile è quel modo di guardarla e giudicarla, non l’oggetto dello sguardo.”Non c’è eroe per il suo cameriere, e non perché questo non sia un eroe, ma perché quello è un cameriere”, diceva Hegel. Il voyeurismo moralista dimostra solo l’incapacità di distinguere la dimensione pubblica da quella privata, per cui si è camerieri nel momento in cui si giudicano gli altri esclusivamente per ciò che fanno nell’intimità della loro camera. Curioso poi che questi giacobini (nel senso di Silvana) delle lettere non di rado siano anche propugnatori di una letteratura radicale e rivoluzionaria. Ecco il motivo per il quale continuo a preferire il panteismo estetico di Borges. Perché, come ha spiegato Genette, dietro quell’utopia letteraria “vi è un mito, un voto profondo del pensiero”, l’invito a non soffermarsi troppo sugli accidenti biografici di un autore, a non considerare il testo solo la diretta e meccanica emanazione di un vissuto. Chiedersi allora quanto c’è dell’autore nei suoi personaggi è inutile, sarebbe come cercare l’amido nel pane: tutta l’opera ne è semplicemente permeata. Ergo Walter Siti autore è Walter Siti personaggio, ma è pure il culturista Marcello, il fidanzato Sergio e in fondo chiunque; come suggerisce lo splendido incipit. Insomma, forse varrebbe la pena rammentarsi più spesso il saggio ammonimento di Beckett, che diceva “che importa chi parla, qualcuno ha detto, che importa chi parla”.

 

 

34 Responses to I giacobini delle lettere

  1. bd il 15 settembre 2006 alle 14:07

    tutto
    quasi
    scrivo
    sotto

  2. Visto il 15 settembre 2006 alle 14:28

    stupefacente la vastità dei temi toccati. stupefacente la voluta, ambigua e strategica confusione; la pretenziosità, la stucchevole ironia. al di là della polemica contingente, è stupefacente la vitalità delegittimante di questa idea di letteratura (quella degli apocrifi), che semplifica ideologicamente, ironizza saccente, schematizza le presunte semplificazioni ideologiche, le presunzioni ‘etiche’ e imperialistiche, gli schemi metodologici della opposta idea di letteratura (quella giacobina): di cui finisce con l’essere schiava, falsamente superiore, assai snob, assumendo in fondo una posizione difensiva, chiusa, autoreferenziale, arretrata, fuori dal tempo – ma quanto seducente (e insidiosa)! altro che…

    solo un’annotazione più nel merito: come affiancare sovrapporre e confondere i temi ‘alti’ dell’autore/personaggio; della biografia/finzione; della verità/ trasfigurazione letteraria; con quelli più ‘bassi’ del giornalista critico di cui si voglia sapere non solo cosa e come ma dove scrive; dei nickname o degli pseudonimi in internet? del gossip ‘critico-letterario’?

    garufi vi riesce, acrobaticamente, perchè scrive bene, forse stavolta un po’ troppo a rimorchio, a ridosso degli eventi – ma nessuno mi toglie dalla mente, nemmeno questa prosa sinuosa e avvertita, che non lo scrittore, non l’anonimo internauta, ma il critico, l’editore, il lavoratore culturale, il giornalista, tutte le figure di ‘mediazione’, vanno misurate anche rispetto ai valori della coerenza, della responsabilità, nel complesso del loro percorso e funzione (nei limiti del possibile), caso per caso, dialetticamente. il domenicale, per esempio. lo sparlare dell’editoria, blog sistema librario e compagnia bella, facendone parte, eccetera eccetera.

    tanto per volare basso: a me interessa, egregio samuel garufi, ‘chi’ mi parla. non nei romanzi, se non per studiare ed eventualmente apprezzare tecniche narrative e risoluzioni espressive, mimetiche, espressionistiche, stranianti, allegoriche, o ‘visionarie’, dei ‘metodi’ letterari impiegati – ma certamente mi interessa sapere e capire chi mi parla ex cathedra, mi interessano le storie che sopra le nostre teste ci vengono raccontate, che funzione hanno, da dove provengono. se c’è, e come, un cortocircuito tra ‘responsabilità’ dell’atto critico e il valore (l’etica) della ‘coerenza’.

  3. off cathedra il 15 settembre 2006 alle 14:35

    da un po’ di tempo sono meglio i commenti dei post.

  4. Visto il 15 settembre 2006 alle 14:36

    @garufi: ovviamente, niente di personale. vorrebbe essere un discorso più generale.

  5. temperanza il 15 settembre 2006 alle 15:06

    @garufi

    Questa volta, nonostante le cose giuste e condivisibili che scrivi, non me la sento di seguirti.

    Io non credo che in questo caso, nel caso di Cordelli e Di Mauro si tratti di un problema di narratologia, o della vecchia polemica Proust Saint-Deuve che rialza la testa. Così vogliono fare intendere loro, è vero, ma non credo che sia opportuno andargli dietro senza scoprire il loro gioco.

    Qui c’è qualcosa di più, qualcuno è stato punto sul vivo. Ha sentito che l’altro è andato più a fondo, e patisce. Dicono:

    “Ecco il punto cruciale. Ecco cioè l’astuzia: perchè –pare chiedersi a ogni rigo il ben ammestrato protagonista di Troppi paradisi– non trasformare la (mia) minorità, ossia la (mia) diversità in successo se non addirittura in gloria? (Sì, proprio la gloria, come quella di Dante in paradiso, di Dante che contempla e ama Beatrice). Per fare ciò, come capita a certi uomini politici improvvisati, campioni dell’antipolitica e del populismo, si procede per erosioni, e insieme per accumulo. Si aboliscono le mediazioni, si perde ogni controllo, fino a produrre inerzia (stilistica) e stucchevolezza (tematica).”

    Siti accomunato Berlusconi, e poco sotto a un reality:

    “Siti (l’autore) celebra insomma la cosiddetta fine dell’esperienza e l’avvento dell’individualità come pubblicità dell’autentico.”

    E’ vero, a un lettore superficiale e irritato la prima parte del libro può dare un’impressione fastidiosa, io l’ho avuta, e non ero certa che lo avrei finito, ma poi ho visto il disegno, ed è un disegno di grande coraggio e di grande verità. Com’è possibile che Cordelli non lo veda?

    Forse Cordelli è ormai arenato ai suoi pregiudi sul mondo e la sua descrivibilità. E questo secondo me impaurisce e brucia.

    Tra l’altro Siti mette in scena il corpo come può farlo una Abramovic, non spinto dalla pulsione esibizionistica stile reality schow.
    Se c’è una critica estrema, aspra e complice (perché, senza complicità, come si può capire?) a questo nostro frantumatissimo mondo, l’unico che lo ha fatto da anni e anni è proprio Siti.

    E Cordelli cerca di ridurlo a formule narratologiche a tutti note, cerca di disinnescarlo, riducendolo a materia per una discussione letteraria e a materia per la più vieta discussione etica:

    “Ma in ultima analisi, la felicità qui coincide perfettamente con l’idea e l’ideologia del successo. E – si sa– anche nella letteratura, e segnatamente nel romanzo, la strada del successo è spesso lastriucata di pessimi propositi, nella fattispecie il narcisismo e l’esibizionismo, l’autoelezione e in definitiva la prepotenza (camuffata in questo caso da mediocrità) cioè tutte quelle virtù psicologiche che tradotte nei termini della vecchia politica sarebbero considerate di destra …”

    Maestrine moraliste dei miei stivali. Bè, può provarci, ma alla lunga il libro non si farà ridurre in scatola. Siti ha più tela da tessere di tutti gli scrittori ormai afasici che stanno agitandosi di fronte a questo testo sgradevole e vero.

  6. temperanza il 15 settembre 2006 alle 15:10

    show non schow

    lastricata non lastriucata

    e se c’è di peggio mi scuso

  7. helena il 15 settembre 2006 alle 15:39

    E’ possibile leggere Cordelli/de Mauro in rete?
    Sto a metà del libro di Siti per cui non me la sento ancora di pronunciarmi, anche se a naso darei ragione a temperanza (il libro fin qui mi sembra notevolissimo….).

  8. U. Basetta il 15 settembre 2006 alle 18:38

    dalle LETTERE DEI GIACOBINI

    Il sacrificio della patria nostra è consumato: tutto è perduto; e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure, e la nostra infamia. Il mio nome è nella lista di proscrizione, lo so…

  9. marco v il 15 settembre 2006 alle 18:48

    sono d’accordo (strano!) con temperanza, c’è qualcosa di più. Però la metafora dell’amido nel pane… ;) …. il post si potrebbe salvare anche solo per questo.

  10. wovoka il 15 settembre 2006 alle 19:12

    @temp

    ma poi ho visto il disegno, ed è un disegno di grande coraggio e di grande verità

    … affascinante, se ben ricordo non ti sei mai “sbilanciata” così tanto prima d’ora. Stavo per chiederti spunti sulla forma di quel disegno, ma poi ho ricordato che un’epifania non va tradotta. Mi toccherà leggerlo allora. Mi attendo una prima parte di gran sofferenza, la capanna sudatoria, il digiuno, l’esercizio spirituale, seguito dalla visione, dalla visita del dinihowi … Ma come diventa silenzioso l’uomo intorno alla sesta ora! Anche il più stupido raggiunge la comprensione. E’ una cosa che comincia dagli occhi. Da lì si diffonde a tutto il resto. E’ uno spettacolo che potrebbe sedurre qualcuno a mettersi anche lui sotto l’erpice. Non succede nient’altro, semplicemente l’uomo comincia a decifrare la scrittura, appuntisce le labbra come se fosse in ascolto. Come ha visto, non è facile decifrare la scrittura con gli occhi; ma il nostro uomo la decifra con le proprie ferite. Per la verità, è un lavoro lungo: impiega sei ore per giungere a termine.

  11. temperanza il 15 settembre 2006 alle 19:33

    @Wowo

    E’ vero, non mi sono mai sbilanciata perché da anni non mi capitava tra le mani un libro a mio avviso così importante.
    Di bei libri ne ho letti, negli ultimi anni, buoni, piacevoli, ben fatti, che ho apprezzato e mi hanno anche dato parecchia soddisfazione, ma in questo caso c’è di più.
    Mi saprai dire:–)

  12. a. b. il 15 settembre 2006 alle 22:53

    Secondo me Garufi è un po’ strano. Dico, un anno fa non mi pareva una specie di talebano della letteratura capace di scrivere:

    “E’ l’etica il fil rouge che tiene insieme questa idea didascalica della letteratura, la crociata contro la restaurazione, “la gara delle stigmate” che parassitò il successo di Gomorra, la concezione “giudiziaria” del critico e le reprimende sull’uso del nickname in rete come forma di deresponsabilizzazione.”

    Detta in questi termini è la minchiata dell’anno. Esistesse il tapiro d’oro della letteratura, bisognerebbe spedirglielo con un DHL ore 12. In un certo senso c’è del genio nel costruirsi e allocarsi in testa questa mitologia che sgorga da una rovinosa meteoristica percezione della realtà. Mi chiedo se non abbiamo per le mani il famoso cervello in una vasca da bagno, davvero. La palla concettuale che compone in queste poche righe è suo a modo purissima. Starebbe bene in Bar Sport, accanto a: finché Pelè gioca in porta la nazionale non vincerà lo scudetto.
    Allora vi imploro, in Versione 2.0 (smettiamola di chiamarla Nazione indiana dai…) date più spazio a Garufi, creategli una rubrica fissa. Sarebbe la stella di Versione 2.0. E poi, se proprio volete spopolare e magari guadagnarvi una nomination, richiamate Basettoni. Ecco forse Basettoni era ancora più immenso. Sinergizzateli e sarà un’aurora critica.

  13. Baldrus il 16 settembre 2006 alle 00:00

    Andrea, perché? Io condivido quello che scrive Garufi. Dice che la tendenza attuale sembra essere quella di una confusione forzosa-forzata tra l’autore e il suo personaggio, e che questa (con)fusione deve rispondere a criteri addirittura di etica. E’ vero, anch’io riscontro questa sorta di ritorno di certe teorie Saintebeuviane. E’ inevitabile che l’autore attinga da se stesso, dalle propre ferite, dalle proprie conoscenze, per creare i suoi personaggi; ma vi è una borderline che può essere sottilissima, o spessa come uno spaghetto, che lo distingue da lui. Se questa linea si spezza, o non esiste, vi è un fallimento, totale, o parziale.

  14. a. b. il 16 settembre 2006 alle 00:54

    Baldrati, sto confezionando il libro mai visto e non ho proprio voglia di incazzarmi e perdere tempo.
    Leggi le righe che ho copiato: sono l’ennesimo assalto ansimante a un mulino a vento “la gara delle stigmate” che vede solo Garufi e pochi mangiatori di funghi. In più, per essere sicuro che il suo sia un affondo degno ci caccia anche la polemica del nickname. Parlando di stigmate, restaurazione e nickname a chi vorrà riferirsi il Curtius di Versione 2.0?
    La risposta è facile.
    Qui siamo al livello dello spernacchione bracardiano, siamo scientemente o no nella comicità.
    Diverse le tue parole Baldrus, tu fai un discorso che ha dignità dicendo
    “E’ inevitabile che l’autore attinga da se stesso, dalle propre ferite, dalle proprie conoscenze, per creare i suoi personaggi; ma vi è una borderline che può essere sottilissima, o spessa come uno spaghetto, che lo distingue da lui. Se questa linea si spezza, o non esiste, vi è un fallimento, totale, o parziale.”

    mica spernacchi nessuno tu.
    Comunque torno al libro mai visto che mi da molta più soddisfazione e che è un omaggio strambo a Paul Celan.
    Un saluto Baldrus

  15. sergio garufi il 16 settembre 2006 alle 00:58

    Per completezza, dato che vi ho solo accennato, trascrivo qui il testo dell’articolo di Volpi apparso su “Repubblica” il 26/7/2002. Segnalo inoltre che Franco Volpi non è un semplice giornalista culturale, ma è attualmente Professore di Storia della Filosofia nell’Università di Padova. È stato Visiting professor nell’Università Laval di Québec (1989) e in quelle di Poitiers (1990) e di Nizza (1993). Ha tenuto conferenze e seminari in numerose altre università europee e americane. È membro della consulta scientifica delle molte riviste accademiche, italiane e straniere. È consulente per la filosofia della casa editrice Adelphi, come specialista del pensiero tedesco contemporaneo. Sue opere sono “Heidegger e Brentano: L’aristotelismo e il problema dell’univocità dell’essere nella formazione filosofica del giovane Martin Heidegger”, CEDAM, Padova, 1976; “La rinascita della filosofia pratica in Germania”, Francisci, Abano, 1980; “Heidegger e Aristotele”, Daphne, Padova, 1984; “Lexikon der philosophischen Werke”, Kröner, Stuttgart, 1988; (con a. arslan) “La memoria e l’intelligenza”, Il Poligrafo, Padova, 1989; (con e. berti) “Storia della filosofia”, vol. III, Laterza, Roma-Bari, 1991; “Sulla fortuna del concetto di Decadence nella cultura tedesca: Nietzsche e le sue fonti francesi”, Il Mulino, Bologna, 1995; “Il nichilismo”, Laterza, Roma-Bari, 1996. Ha curato: “Ars majeutica: studi in onore di Giuseppe Faggin”, Neri Pozza, Vicenza, 1985; “Ansia per l’uomo: riflessioni sul pensiero di Romano Guardini”, Gualandi, Vicenza, 1987; “Hegel e i suoi critici”, Laterza, Roma-Bari, 1998. Ha tradotto e curato opere di Gadamer, Heidegger, Schopenauer, Carl Schmitt e Rosa Luxemburg.

    “Nulla è più triste dell’ intelligenza, quando la vita la deride. Il vecchio Cioran ­scettico, lucido, tagliente ­sembrava l’ intelligenza fatta persona. Nella sua forma più caustica ed esasperata. Eppure anche lui fu sorpreso dalla vita. Con uno scherzo maliardo e fatale che lo colse del tutto impreparato. E alla prova del quale il maelstrom nero e tetro del suo pessimismo si tinse di rosa. La sua coerenza di pensiero, coriacea e inattaccabile, d’un tratto si liquefece. Siamo agli inizi del 1981. Una giovane insegnante tedesca di filosofia, Friedgard Thoma, estasiata dai suoi sillogismi dell’ amarezza, prende carta e penna e gli scrive una lettera. Un messaggio in bottiglia cui affida la propria ammirazione di anonima lettrice, senza alcuna speranza che l’illustre destinatario lo raccolga. Invece, con somma sorpresa, l’ormai settantenne scrittore-filosofo le risponde a giro di posta. In un ottimo tedesco, imparato negli anni Trenta nella Berlino di Hitler. Dopo averle manifestato il proprio
    compiacimento, conclude: «Se dovesse venire a Parigi, mi farebbe
    piacere conoscerla». Galvanizzata dall’ insperata considerazione,
    Friedgard gli spedisce una sua foto. Istinto femminile? Civetteria fatale? Fatto sta che di lì a qualche settimana, dopo un convulso scambio epistolare, si ritrova a passeggiare per Parigi, mano nella mano, con il vecchio pensatore. Ne nasce una storia d’amore impossibile: incontri fugaci, telefonate interminabili, un frenetico andirivieni di lettere tra Parigi e Colonia. Friedgard ha oggi deciso di rendere pubblica la sua relazione con Cioran in un racconto in cui ha incastonato le loro lettere e le foto scattate insieme. “Per nulla al mondo. Un amore di Cioran” è il titolo del bel libro uscito in Germania contro il parere degli amici dello scomparso (Um nichts in der Welt. Eine Liebe von Cioran, Weidle Verlag, pagg. 139, euro 19). Il titolo è l’inizio di una frase di Colette ­ «Pour rien au mondes» che il 19 giugno 1981 Cioran vergò per la giovane amante sul tovagliolo di un ristorante parigino. E che recita: «Per nulla al mondo avrebbe rinunciato all’uso lirico e vagabondo del suo tardo autunno». Una storia d’ amore incredibile. Per Cioran tanto ubriacante quanto illusoria e fatale, per Friedgard spiritualmente eccitante ma improbabile dal punto di vista anagrafico e fisico. Eppure l’imprevedibile meccanica dell’amore consente uno scambio: lui assapora avidamente la sua giovinezza, lei ottiene la sua intelligenza e pensieri fulminanti. Dopo il primo incontro ­Friedgard è appena ripartita per Colonia ­e il vecchio filosofo si precipita a scriverle.
    Le confessa di «avvertire un’attrazione perversa per il suo corpo». è la mattina di Pasqua. Insoddisfatto della comunicazione epistolare,
    maledettamente differita, la chiama al telefono. Ahimè, la trova a letto con il compagno. Scornato, riattacca. L’idea di un possesso non esclusivo lo tortura: «Mi prende una terribile gelosia all’ inevitabile pensiero che durante questi maledetti giorni di Pasqua lei stia assieme al suo compagno». Friedgard cerca di rintuzzare la sua possessiva invadenza giocando la carta della filosofia. Lo richiama al suo professato libertinaggio, al suo scetticismo, a una maggior coerenza con le proprie idee. A lui però nulla importa più della relazione erotica con lei. Esclusiva. Dal filosofo ci si attenderebbe saggezza. Ma è un uomo anche lui: venderebbe l’anima al diavolo per un pezzo di carne giovane. Per Friedgard Cioran è perfino disposto a cambiare il suo pensiero. Per esempio smussa il suo antimodernismo reazionario: «Da quando la conosco credo al progresso ­ per via del telefono». Anziché la noia del vivere e l’ ossessione del suicidio, cavalca ora con disinvoltura l’immaginazione. Ogni appiglio è buono per declinare la malinconia, l’insonnia, la nausea, il suo ben noto cafard, con il nuovo furore che lei gli ispira: l’eros. E che lo induce a proposte indecenti del tipo: «Vorrei sprofondare per sempre la mia testa sotto le tue sottane». Insomma: «Sei ormai il centro della mia vita, la dea di uno che non crede in nulla, la più grande felicità e infelicità che mi sia capitata». Friedgard invece ­ candida
    e ingenua alla scuola del pensiero quanto navigata in quella dell’amore ­ lo frena. Dopo la prima entusiastica ubriacatura di eros e intelligenza, si àncora con saggezza alla realtà e al suo cinico richiamo: «Non si scopa
    l’intelligenza». Insomma, non dimentica l’impietosa differenza ontologica che li separa: «Tu sei vecchio, io giovane». Affiorano anche piccinerie piccolo-borghesi. Come quando Cioran evita con accortezza che Friedgard incroci Simone Boué, la compagna con cui abita nella mansarda di Rue de l’Odéon. La prima volta approfitta di un’ assenza di Simone da Parigi. La seconda affitta all’Hotel Brésil un’ alcova per i loro incontri. Finché, per
    merito di Friedgard, la relazione si farà triangolare. Che dire di tutto ciò? Come valutare questo libro dall’ incontestabile appeal? Ancora una volta la storia di Aristotele e Fillide? Del saggio che cede alle venustà femminili? La filosofia osservata dal buco della serratura? Sarebbe un giudizio riduttivo. Perché qui Cioran, sotto la spinta della passione, esce allo scoperto. Mette in gioco tutto se stesso per avere partita vinta. Svela angoli remoti della sua psiche, risvolti sorprendenti del suo carattere, le sue passioni e le sue
    idiosincrasie. Esterna per esempio una malcelata antipatia per Celan,
    che pure lo ha tradotto e introdotto in Germania. Attirato dalla sfida
    dell’eterno femminino, lascia che siano lumeggiati a giorno i fondali
    segreti del suo pensiero. Un pensiero che lui stesso, nudo di fronte
    allo sguardo femminile che lo penetra, definisce così: «Un misto di
    filosofia e poesia, ma preferendo la seconda. Con residui di teologia e infetto dal virus della mistica». Un libro, insomma, che si legge d’un fiato e che si può accompagnare con un altro fascinoso documento, un disco con le registrazioni originali di conferenze, interviste e discussioni di Cioran: Cafard. Originaltonaufnahmen 1974-1990 (CD e libro, a cura di Thomas Knofel e Klaus Sander, con una postfazione di Peter Sloterdijk, Verlag, euro 35). Triste è l’ epilogo. Verso la fine del 1989 il carteggio si interrompe. Cioran perde colpi, il circuito della sua memoria è interrotto. Non ricorda, non connette più. Lei va a trovarlo con Simone nell’ ospizio dove è ricoverato. Ormai spento, attende soltanto che cali definitivamente il sipario: 21 giugno 1995. Dopo il decesso, Friedgard resta in contatto con Simone. La compagna di Cioran elabora il lutto trascrivendo le mille pagine dei Cahiers, che non vedrà però stampate. Poco prima della pubblicazione, l’11 settembre 1997, annegherà nell’ Atlantico. Per Friedgard, che la conosce bene, si tratta di un suicidio. Perché se davvero la vita non è bella, come voleva Cioran, allora almeno la morte può essere più bella se siamo noi a decidere quando. Simone ne è stata capace, Cioran no. Il libro di Friedgard è due cose insieme: un’ elaborazione del
    lutto e una fuga dal suicidio.”

  16. a. b. il 16 settembre 2006 alle 01:00

    ps, mi rendo conto che non tutti lo sanno. Il libro mai visto è un manufatto destinato all’omonimo decennale e abbastanza pubblicizzato concorso. Un manufatto, una scultura, chiamatelo come vi pare.

  17. mgd il 16 settembre 2006 alle 08:59

    Volpi è un eccellente heideggerologo.

  18. Claudio Baglioni il 16 settembre 2006 alle 10:23

    “Negli anni ’70 ho sofferto molto perchè era obbligatorio identificare l’impegno delle canzoni con l’impegno dell’uomo. Non è così: il cantante, l’artista, può essere un visionario e non per questo essere meno incisivo nella vita degli altri. Chi l’ha detto che se uno canta una straordinaria canzone d’amore non aiuta a riflettere sull’immigrazione clandestina?”.

  19. temperanza il 16 settembre 2006 alle 11:10

    Su Alias di oggi Siti risponde a Cordelli e Di Mauro. Qualcosa in me vorrebbe che non lo avesse fatto, ma grazie a dio è una replica civile e dignitosa in cui non difende il libro, che non sta a lui, ma un’idea della letteratura come lui la intende in questo libro e completa in qualche modo l’articolo di Garufi qui sopra. ovviamente non mi metto a citarlo, comprate, comprate!

  20. alter ego il 16 settembre 2006 alle 11:35

    A. Cortellessa, su F. Cordelli, ‘Procida’, “Alias”, 10 giugno 2006:

    “Fra le non molte frasi restate identiche sino all’interpunzione […], nelle due versioni di ‘Procida’ fra loro distanti trentatrè anni, c’è l’ultima: “Chissà se mai un’altra avventura racconterò, un’avventura più strana ancora…”. Non meno che provocatoria, l’evocazione dell’AVVENTURA: in quello che riappare oggi, proditorio, quale controveleno ideale per l’ideologia letteraria oggi dominante (sic) – la quale non chiede altro che FATTI. Mentre il luogo di ‘Procida’ è puramente verbale….”

    garufi (forse, a giugno) con cortellessa (che è pro cordelli); ma poi garufi (a settembre) pro siti contro cordelli che è contro siti…
    c’è confusione, nella ‘battaglia’ delle stigmate.

  21. temperanza il 16 settembre 2006 alle 11:50

    @alter ego
    chiunque tu sia, ti perdi nelle cose infime, lasciatelo dire.

  22. alter ego il 16 settembre 2006 alle 11:57

    è infimo il tono del post (per lunghi tratti), infime le polemiche, non è infimo chiunque io sia, lasciatelo dire.

  23. temperanza il 16 settembre 2006 alle 13:07

    leggere bene, please, non ti ho dato dell’infimo, non mi sarei mai permessa.

  24. temperanza il 16 settembre 2006 alle 13:17

    Massì, non mi dà nessuna soddisfazione che il nytimes lo stronchi, preferirei che facesse bei libri.

  25. vera blau il 16 settembre 2006 alle 13:45

    L’artista – quelle fortune! – è libero di essere se stesso e il contrario di se stesso; può scegliere di essere tutto – o nessuno : per lui il carnevale non finisce mai – né nella letteratura, né nella vita …

    Scrive Gustave Flaubert all’amata Louise Colet il 23.12 1853 (periodo di Madame Bovary):

    Oggi ho portato i miei amanti in gita. Io ero il cavallo che cavalcarono, ero l’albero nel bosco che attraversarono, ero la luce che cadeva fra i rami. In questa bellezza ero il sole che le fece chiudere gli occhi ubriachi d’amore.

  26. ? il 16 settembre 2006 alle 14:09

    Per vedere qualche giudizio sul libro, ho digitato su google “Troppi Siti”, ma ce n’è un’infinità!

  27. Lester il 16 settembre 2006 alle 14:29

    i feel like i’ve been in a coma for twenty years
    and i’m just now waking up.

  28. J. Ortis il 16 settembre 2006 alle 15:06

    Nessuno ha più voglia di leggere i paté d’animo. La sensibilità non serve a niente senza l’intelligenza. Le mie ultime lettere mi hanno scavato nell’anima. Ho attraversato manicomi e guerre, ho esperienze storiche da raccontare. Il poeta vive solo, non cerca l’appoggio degli altri; è cristallizzato in una sua dimensione, scorticato, più esposto alle critiche. Per favore non parlatemi più di poesia.
    Non sono ottimista per il futuro: manca la fiducia, la solidarietà. E’ un mondo di ladri e non parlo del furto delle cose, quelle si ricomprano: parlo del furto della felicità. In Italia rubano la felicità, si è sempre tenuti in apprensione e in ansia. I vecchi si stanno ritirando, molti sono morti, non hanno più voglia di insegnare, di lavorare, se ne fregano dell’Italia. Battono in ritirata sotto la pressione dell’ignoranza.
    Se mi diceste parlaci dell’amore, risponderei: voglio invece parlare dell’odio che ha devastato l’Italia.

  29. temperanza il 16 settembre 2006 alle 15:14

    Andiamo jacopo! l’odio è un rubinetto sempre aperto, spingere sotto il bicchiere è una delle cose più facili e la fila di chi sta in coda numerosissima.
    Ci sono vecchi diversi da questa, più gentili, curiosi, e a mio avviso anche migliori, poeti, preferisco loro.

  30. temperanza il 16 settembre 2006 alle 15:15

    migliori poeti,

  31. J. Ortis il 16 settembre 2006 alle 21:57

    Questa è la mia ultimissima lettera giacobina: stasera mi suiciderò con Alda Merini. Io non mi sono più ripreso da quando Gadda mi affibbiò il disonorante nomignolo di Basètta, lei non sopporta più di veder sorridere Tiziano Rossi.

  32. A. Merini il 16 settembre 2006 alle 22:04

    Un’ultima parola anch’io, di odio per chi ha devastato la poesia con robe così:

    (BAMBINA Q.):
    Con la matita trabiccola traccia
    sul foglio una linea, la strada,
    poi la prolunga, ancora e ancora,
    ancora più lunga: chiede dove vada.

    (BAMBINO B.):
    Rincorre il pallone, l’intero creato,
    impara come dirigere il piede,
    quello strapotere delle inerzie,
    i rimbalzi di un mondo che succede.

    (BAMBINO O.B):
    Rovista lo zainetto, interne masserizie,
    detriti di tram, foglietti in sofferenza
    ed un fiammifero: tesoro scarso
    centrifugo come il suo cuore; e di già arso.

    (BAMBINA Z.U):
    “Non io stata, non stata”, si difende
    e stende avanti le dieci dita:
    stancante aurora, primi artifici
    per dirottare i fratelli, un po’ nemici.

    (SAMANTHA A.):
    Lontano da cemento e granoturco
    la discoteca mulina potente.
    E ad alto ritmo, bevendo luci,
    col corpo guizza su dall’epoca carente.

    (COSTANTINA G.):
    Piange a quel film, fatto a strappacuore,
    dove tradita è l’estetica, assente la misura
    e malrisposta perciò la commozione.
    Ma è la sua storia, la sua storpia direzione.

    (SIGNOR RELONDI):
    Vuole capire questo metamorfosare,
    s’intestardisce sui giornali e la politica
    e beve la tivù, meditabondo,
    per dileguarsi almeno gravido del mondo.

    (SIGNORA MOLTASI):
    Dalla poltrona sventola la mano:
    “Come stai bene, come sei cresciuto !
    Tu sei mio figlio, oppure mio nipote ?”
    Ma poi le basta l’uno lì venuto.

  33. nick tosches il 17 settembre 2006 alle 16:44

    oh yeah mrs temperanza, i stronked baricco, oh yeah. but i’m a myte, you know? did you read in the hand of dante, baby?:-)



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