Andante crociera

19 settembre 2006
Pubblicato da

di Marino Magliani

In quel periodo, con un paio di amici argentini vivevamo a Gulpen, una cittadina olandese, nella regione del Limburg. Per gli olandesi il Limburg è una regione molto collinare, per noi un posto appena più mosso di un mare. Poi, come sempre, non durò a lungo neanche a Gulpen, e un giorno comprammo tre biglietti, destinazione Stavanger, Norvegia. Il traghetto salpava da Amsterdam e infilava il Nord Zee Kanaal sbucando sulla spiaggia di Zeewijk. Sull’argine destro vedevo la grande acciaieria dai fumi bianchi, e sull’altro la cittadina di IJmuiden, con le case di mattoni e i bunker, il porto affollato di pescherecci e gru, e sullo sfondo le dune soffiate dalla tempesta. Avevo solo sentito qualche leggenda sul grande nord, sapevo che era terra mai ferma, landa di sabbia continuamente scavata e spostata, e posto abitato da vagabondi stanchi di rincorrere.

In piazza si aspettava seduti all’ombra. Ogni tanto qualcuno veniva chiamato, allora si alzava massaggiandosi il fondo schiena intorpidito dalla secolare attesa, e spariva nel portone. Là dentro cosa succedeva non lo sapeva nessuno, ma di tanti che erano già entrati, dopo molto tempo si risentiva ripiombare la voce in un cortile. Neanche di cosa succedeva dentro quel cortile ci era dato di sapere.
Giorno dopo giorno mi spostavo d’un palmo avvicinandomi al portone e ascoltavo le storie. Qualcuno che azzardava spiegazioni c’era sempre. Si va dentro e c’è un tipo che apre i cassetti e cerca il tuo plico, se non lo trova va a rovistare negli scaffali. Oppure: si va dentro e ti fanno dei test. Poi anche questi che credevano di possedere le informazioni venivano chiamati e forse una volta dentro il portone s’accorgevano di non aver capito niente.
Di certo, quando fu il mio turno ed entrai, fui io ad accorgermi che qualcuno aveva ragione.
C’era un tipo seduto al tavolo, che mi fece accomodare e si presentò: sono uno che lavora per un altro… mentre lei da oggi sarà Girolamo Sentieri.
Mi guardò come per vedere se lo stavo a sentire e aprì la cartellina contrassegnata con la sigla G. S. 29-7-60 ore 20,05.
Visto che stavo lì mezzo sorpreso, come del resto doveva fare con tutti, il tipo mi spiegò che lui non era della mia razza, lui non aveva il bisogno di nascere fra poco per esistere, era un angelo assegnatore, un angelo della sala d’attesa, come c’erano gli angeli assistenti e gli angeli del viaggio.
“Lei nascerà a Dolcedo” disse “in un piccolo ospedale, nascerà domani che è il 29 di luglio dell’anno 1960 ma in Comune segneranno il 30. La regione dove vedrà la luce si chiama Liguria, è stato fortunato, l’aspetta una bella luce di mare. La maggior parte della gente con la quale si mischierà crede d’esser stata creata. Anche lei ci crederà…”
“Sono stato creato?”.
“Ora non importa, dal momento in cui lei respirerà si dimenticherà di tutto, della sua attesa nel cortile, del colloquio con me. Col tempo sua madre le insegnerà una lingua e altre cose, ad esempio a credere che è stato creato per un gesto di amore di un essere superiore alla sua razza e alla mia… Potremmo anche darci del tu, dici?”.
“Va bene… ed è vero?”.
“Cosa?”.
“Che sono stato creato, che c’è un essere superiore”.
“Certo che è vero, io per chi credi che stia lavorando… Lascia dunque che ti spieghi un po’ cosa farai da Girolamo Sentieri”.
“Cosa importa se intanto mi scorderò tutto?”.
“Hai ragione, ma io devo comunicartelo, è la prassi… Ora ti pregherei di non interrompermi più, devo ancora sbrigare un mucchio di pratiche del ’60…”
Sorride, dopo aver sfogliato un po’ le carte.
“Che c’è?” gli chiedo.
“Niente. Vedo che abiterai a Prelà, un paesino accanto a Dolcedo, e che fin da bambino seguirai tua madre negli uliveti. Non avrai amici, passerai i pomeriggi a rotolarti nell’erba e a guardare il cielo, a sentire i grilli, e a sognare campi di calcio. Un giorno sentirai dire che c’è un posto a Mondovì dove i bambini crescono assieme e giocano a calcio e pallacanestro, d’inverno vanno a sciare, perché a Mondovì scende pure la neve, e allora chiederai a tua madre e a tuo padre di poterci andare. Partirai per il collegio nell’ottobre del 1968 all’età di otto anni dunque, ma te ne pentirai subito, ci starai da cani, di notte sotto le coperte maledirai di aver scelto quel posto. Starai in collegio fino ai quindici anni…”
Torno a interromperlo. “Ma faccia qualcosa in modo che conosca meno dolore”.
“Perché?”.
“Così…”
L’angelo scartabella tra i fogli. Quando ha letto abbastanza mi dice, tornandomi a dare del lei:
“Senta Sentieri, lei in Liguria ci tornerà sempre più di rado. Le dispiace?”.
“È un bel posto da come me l’ha descritto, ci sono ulivi e c’è il mare”.
L’angelo si segna la risposta e sostiene che il problema sta proprio negli ulivi.
“Lei Sentieri, a quanto vedo soffrirà di vertigini e sugli ulivi – come fanno gli ulivicultori suoi conterranei che s’arrampicano su e bacchiano e potano – non ci potrà salire… Lo stacco dalla sua terra è previsto dunque dal momento stesso in cui si renderà conto di non potersi guadagnare la vita sulle piante d’ulivo. Mi capisce?”.
“Dove andrò a finire allora?”.
“Qualche anno in Spagna, qualche anno in Argentina, qualche mese in Olanda, qualche mese in Norvegia, poi in Svizzera un anno, un altr’anno alle Canarie e alla fine si stabilirà definitivamente in Olanda, sul Mar del Nord, in una cittadina che si chiama IJmuiden…”
“Bella?”.
“Fredda, barche di pesci, vento…”
“Bella le chiedo?”.
“Inenarrabile, l’Olanda, quell’Olanda, è un posto che non si riesce a descrivere. È come questo posto, riesci a descrivere questo posto senza banalizzare? Non penso… E del resto, se non riesci a descrivere il posto in cui ti trovi, probabilmente quel posto non esiste e non fa esistere neanche te, che esistendo lo faresti esistere. Vado a memoria”.
“E cosa farò sul Mar del nord… Cosa sono questi colpi contro le pareti di là?”.
“Giocano a calcio… gente di agosto del 60 che attende. È questa la memoria involontaria che le regalerà la passione per il calcio… Lei cosa farà? Dunque… In Olanda farà lo scaricatore, il magazziniere, e ogni tanto un avvocato, essendo che lei parla bene lo spagnolo il francese l’inglese e in Olanda imparerà l’olandese, le farà tradurre delle carte. Inoltre…” Finisce di leggere e mi guarda come se guardasse lontano.
“Inoltre?” chiedo.
“Inoltre lei diventerà un narratore e proverà a narrare l’Olanda, che però non si può narrare”.
“Ecco, questo non l’ho ancora chiaro. In che senso non si può?”.
“Come fa a descrivere un mare con l’alta marea? L’onda che arriva si ferma al largo, dove la barriera di sabbia e conchiglie maciullate e accampate dall’alta marea, le impedisce di proseguire”.
“Un mare senza onde, dunque”.
“Neanche, le onde arrivano ma sono uno strascico delle onde che si fermano più al largo. Un casino, vede che l’Olanda non si può raccontare? Lei vive in un borgo di IJmuiden dove ci sono case lunghe, di mattoni, case che farebbero la felicità di narratori suoi amici, ma lei non ci prende, e non ci prende perché la città è una città fantasma, i palazzi ad esempio, dopo trent’anni a IJmuiden sai cosa fanno?”.
“Cosa fanno?”.
“ZZZZ” fa un taglio con la mano da angelo.
“Via, al suolo, li rasano e ne rifanno degli altri, non c’è memoria storica, capisci, memoria architettonica, e se non c’è memoria cosa narri?”.
Parla parla, ripassando continuamente dal lei al tu, e a me pare che da quando lui ha letto che diventerò un narratore gli si siano illuminati gli occhi, ha questo sguardo che cerca lontano.
“Che c’è” gli chiedo, “hai in mente qualcosa”. Do un’occhiata ai tavolini dove siedono i suoi colleghi e dove i nascituri vengono a sentire chi sono come si chiameranno e cosa faranno.
“C’è che non m’era mai capitato, capisci?”.
“Che fai, ti emozioni?”.
“Millenni a questo tavolino a dire avanti a contadini, sindaci, bancari, banchieri, ma un narratore mai, non m’era mai capitato… Tu devi aiutarmi, vuoi farlo, ti prego…”
“Come”.
“Avvicinati”.
Accosto l’orecchio.
“Tu puoi farmi esistere, sulla terra…”
“E come faccio?”.
“Sccch, parla piano, puoi narrarmi, e puoi farmi vivere” dice con lacrime calde che gli solcano le guance.
“Non stai vivendo?”.
“È vita questa? Vita nel senso che si abita un posto e lo si esiste?”.
“Va bene, lo farò, cosa vuoi che mi costi, scrivo un bel racconto sull’angelo che voleva essere narrato”.
“No, non puoi così”, ha uno scatto. “Te l’ho detto che quando fra poco nascerai ti scorderai di ciò che ti sto dicendo…”
“È una decisione che viene dall’alto, informarci e poi farci scordare le cose?”.
“È un esperimento…”
“Chi è la gente di là della palizzata che aspetta in fila ai tavoli di là?”.
“Sono i morti, dicono il nome e l’angelo segnatore segna i loro nomi…”
“Non li sapeva?”.
“Sì, ma le regole… deve succedere così, è un rito”.
“Il tuo datore di lavoro non sarebbe d’accordo a lasciarti esistere per un po’ in Liguria?”
“Non ne vuol sentire parlare… né in Liguria né altrove… Sto pensando…”. Legge “Ecco, vedo parecchi momenti in cui tu sei di nuovo più di qua che di là, ne approfitterò allora, ti contatterò attraverso un mio amico che è angelo assistente e lavora da voi, siccome non potrai ricordare il nostro patto, sarà l’angelo assistente a sollecitarti a narrarmi… Un momento”.
“Che c’è ancora?”.
“Che nome mi darai, per farmi esistere devi darmi un nome umano… Bisogna fare le cose per bene, mi chiamerai semplicemente Girolamo Sentieri ecco”.
“Ma è il nome che mi daranno mio padre e mia madre… Che tipi sono mio padre e mia madre?”
L’angelo che vuol farsi narrare e chiamare come me alza le spalle. “Un padre e una madre sono un padre e una madre, noi qui non li abbiamo avuti. Tu li amerai molto, specie tua madre… Ora devi andare, è quasi la notte del 29 luglio dell’anno 1960, ti faccio contattare io… addio, narrami…”
“No, nient’affatto… se vuoi ti narro, ma il mio nome non te lo do”.
L’angelo che vuole farsi narrare ci pensa un istante, sente un morto appena arrivato che dice il suo nome all’angelo segnatore e non ci pensa più:
“Ecco mi chiamerai come questo, Guglielmo Saverio Droneri, anzi, no, non sta bene, ci toglierai Saverio e ci aggiungerai Giangiacomo, suona bene: Guglielmo Giangiacomo Droneri? Ora devi sparire, via”.

Senti che silenzio a parte i miei strilli. E questo tepore. A chi nasce in piena estate sembra di essere nato a giochi fatti. Il posto si chiama Dolcedo, l’ospedale fra qualche anno diventerà un ospizio per anziani. Fuori della finestra, che è aperta, passano i rami di un ippocastano e giù basso le acque del Prino. Una macchina ogni tanto, ma proprio ogni tanto. Una rana. Altro non sento e non vedo. Passa della gente per la strada di Dolcedo il 29 luglio del 1960, parla della gente, ride della gente, piange della gente?
Cosa c’è di questa notte che mi porterò sempre dietro…
Ho sei anni e seguo mio padre e mia madre nell’uliveto, in mezzo ad alberi che fanno presto buio. Abitiamo in un paese in salita, popolato da vecchi che cercano il sole l’inverno e il buio fresco dei portici quando si patisce la sete… Un paese al fondo della valle dove l’acqua potabile si perde nelle vene di un altro paese sotterraneo. Sento fin da ora il bisogno di scappare da questo posto scorticato, lasciare la crosta, scendere a dissetarmi…
L’unica strada possibile in quegli anni sarà il collegio. Ci finisco a otto anni (un posto che per arrivarci bisogna scavalcare la Liguria e passare in Piemonte, un palazzo circondato di cortili che sembravano aspettarmi) esco che ne ho quindici.
Faccio il mozzo su una nave che va ogni giorno da Genova a Bastia, in Corsica. Non so mai se è mattino o pomeriggio se andiamo o torniamo.
A vent’anni ho già girato a casaccio Spagna, Francia, Danimarca, Germania, Argentina, Cile, Canarie. A ventitre anni vivo due mesi in Olanda cui seguono tre mesi in Norvegia.
A ventincinque mi fermo in un posto che mi pare di aver già visto, sulle sponde di un canale. IJmuiden, il posto inenarrabile. Dove l’ho già sentito…
Siccome i miei racconti non si pubblicano e quindi non si vendono e siccome non scrivo poiché ci sarebbe da narrare questo posto, ma non mi è possibile, per vivere faccio lo scaricatore, e un giorno son lì sul molo che lego un pancale di pesce surgelato e mi vedo oscillare davanti il gancio della gru. Il gancio passa impazzito e al ritorno mi schiaffeggia la fronte, strammazzo, sangue, sento una voce:
“Senti, Sentieri, sono l’angelo assistente, mi manda uno… ora stare a spiegartelo vien lunga e tu non hai tempo. Un collega mi ha pregato di dirti se lo narri…”
“Togliti” gli dico, “Non vedi che sto per andarmene?”.
“Per questo son qui, sono un angelo assistente, viaggio accanto agli infortunati. Il mio collega ti ha spiegato una serie di cose, ma tu ora non puoi ricordare, tutt’al più senti dei suoni nei sogni, un rimbombo come di pallonate, non ti capita?”.
“A volte sì, mi pare di sognare muri di mattoni nordici e pallonate di bambini…”
“Niente, dovresti narrare il mio amico, chiamarlo semplicemente” legge su un pezzo di carta “Guglielmo Giangiacomo Droneri, te lo ricordi?…”
“Spero, non so neanche se ce la faccio più a scrivere, me ne sto andando, il gancio, il sangue… Dov’è il tuo amico?”
“Sta aspettando… Non ti preoccupare, tu narralo una volta. È da quando ha conosciuto te che non aspetta altro…”
“Dammi carta e penna… ma fai presto…”
Scrivo che era stato un angelo, ma ora si chiamava Guglielmo Giangiacomo Droneri perché aveva un sogno.

Mi ritrovo in fila. Di là della palizzata aspetta altra gente davanti ai tavolini. Poi quelli che hanno finito il colloquio passano, attraversano un portoncino sgangherato. Quelli invece della mia fila non vedo bene dove finiscono.
È il mio turno. Il tipo seduto al tavolino alza gli occhi, mi chiede: nome, causa, annotazioni da fare…
“Mi chiamo Girolamo Sentieri… senta mi ha detto un suo collega assistente poco fa che a questi tavoli ci lavora uno col quale ebbi a che fare tanto tempo fa, uno che voleva farsi narrare col nome di Guglielmo Giangiacomo Droneri”.
“Non c’è più”.
“E dove l’hanno messo?”.
“Da nessuna parte, l’hai narrato ed è diventato, queste sono le regole, per chi tenta di esistere la punizione è quella. Fammi leggere”.
Scartabella nei fogli, si collega a un computer, fa un paio di telefonate all’archivio.
Terminate le formalità mi dà una busta da consegnare a qualcuno al fondo del corridoio.
“Quanti bagagli hai?”
“Uno, una borsa, qualche manoscritto e qualche ricambio di biancheria”.
“Bene, segui pure il corridoio…” E sento che dice avanti il prossimo.
Il corridoio è un corridoio lunghissimo costeggiato di posti mensa dove gli angeli si ristorano o chiacchierano seduti sugli sgabelli. Ogni squadra di angeli ha il suo posto mensa con la sua ventina di tavoli e un self service. Noi che proseguiamo per il corridoio col nostro bagaglio in spalla ci sentiamo osservati e abbiamo sguardi malinconici.
Oltre il posto ristoro degli assegnatori e degli uscieri c’è un altro cartello con su scritto “Mensa degli assistenti”.
Là intravedo l’angelo che mi è toccato ieri sulla banchina di IJmuiden.
Alzo la mano, mi riconosce anche lui, mi fa segno di raggiungerlo.
“Un attimo soltanto”, dice all’angelo inserviente.
Ottengo il permesso dall’angelo inserviente di sedermi un attimo al tavolino.
“Come va?”.
“Che domande, sono morto…”
Non commenta. Ogni tanto, tra una cucchiaiata e l’altra, mi sorride.
Poi sente un plin e si volta, alza gli occhi a un pannello. Dopo il plin un nome e un posto appaiono sul pannello e ogni volta che succede si alza un angelo assistente, lascia lì il suo piatto e parte. A volte partono in tre o quattro e altri angeli prendono i loro posti ai tavoli.
“Dove sto andando?” gli chiedo.
L’angelo alza le spalle.
“Cos’è il mondo allora?” gli chiedo.
“Ce l’hai presente una nave che affonda, arriva sul fondo e una serie di forme di vita comincia a circondarla, alghe, crostacei, pesciolini, gamberi, ricciole, cavallucci, murene, polpi, coralli, spugne. Lo stesso è il mondo, una carcassa che s’è staccata da un altro mondo e si popola fino al suo esaurimento…”
“All’ingresso credevo di incontrare l’angelo che voleva lo raccontassi”.
“Non è più tra noi, è diventato un narratore, il suo nome: Guglielmo Giangiacomo Droneri”.
“Mi è stato detto”.
“Ogni tanto si fa sentire, mi manda dei racconti. Prova anche lui a narrare l’Olanda, dice”.
“Contento del cambio?”.
L’angelo assistente guarda una piastrella. Forse non mi ha sentito.
Un collega appena chiamato dal pannello, passandogli accanto, gli mette la mano sulla spalla. Lui restituisce il saluto. “Dove vai?”.
“Un tamponamento, in Spagna”.
Gli ripeto la domanda. Risponde riguardando il pavimento:
“Voleva essere narratore e lo è, sai quanti angeli decidono di diventare… idraulici, piloti, magari ne hai conosciuti… Fra poco mi chiamano, rimettiti in fila, l’inserviente si incazza sennò, tieni, ti do questi, sono le cosette che il Droneri, già angelo, mi manda, so che ti piace leggere, io ne ho i cassetti pieni”.
E mentre tira fuori dallo zaino qualche foglio stropicciato dalla pressione atmosferica, appare il suo nome sul pannello, allora si asciuga la bocca, posa il tovagliolo, si rimette lo zainetto in spalla, e mi dice: “Ora vai anche tu, ora è veramente finito tutto…”
Lo vedo sparire per un altro corridoio, aspetto che si volti a salutarmi ma non succede. L’inserviente viene a sparecchiare.
Prendo la mia borsa e tiro dritto anch’io per il mio corridoio, in fila, lentamente. Si avanza di poco, a piccoli passi, sposto col piede la borsa.
A un certo punto c’è una specie di dogana, un cartello: Andante Crociera.
Tolgono a tutti il bagaglio. Qualcuno ha fatto in tempo a tirar fuori qualcosa e metterselo sotto la giacca.
Io mi ci son nascosto i racconti di Guglielmo Giangiacomo Droneri.
Prima di giungere al fondo del corridoio – ora sembrasi sbloccato qualcosa e si prosegue più spediti – faccio in tempo a leggerne tre.

1

L’Olanda è stata un fiume che nessuno guardava mai, erano tutti altrove tutti sulle rive di altri fiumi tutti a nuotare in altre acque.
Il fiume pensò che doveva fare qualcosa e quel giorno stesso piantò sulle sue rive una riga di palme gagliarde.
Appena se ne accorgono arrivano a frotte, sospirò sott’acqua.
Ma nessuno venne mai a sedersi all’ombra delle palme e il fiume non capì.
Il fiume non si disperò e cominciò a riempire il suo tragitto di bei ponti a tre arcate. Erano ponti in ogni stile, ponti romanici, moderni alcuni, altri dalla struttura in pietra e altri ancora in ferro verniciato.
Ma poi successe che nemmeno così qualcuno saliva sui ponti e allora il fiume ebbe una terza idea e s’inventò salti e cascate altissime, spuma d’acqua e aria di goccioline.
Non servì neanche questo perché alla fine non ne venne uno che è uno a fare: “ohhh”.
Il fiume tornò a rotolare nel suo dolore, ci pensò a lungo e un giorno dove aveva creato la cascata più alta egli scavò e costruì una terribile diga. Poi aspettò la stagione secca, ma nessuno sfruttò mai la diga.
Una mattina il fiume si svegliò con un ghigno perché aveva sognato la soluzione. Riempì le sue acque di storioni e merluzzi, costruì vasche e aspettò. Devi aver pazienza si disse.
Ma i giorni passarono e nessuno veniva a pescare.
Storioni e merluzzi si moltiplicavano e saltavano pigri nelle acque.
Il fiume allora perse la pazienza e decise di fare una cosa terribile.
Come ho fatto a non pensarci prima, si disse sott’acqua.
Si fermò e prese a spingere le sue acque in senso inverso e cioè dal suo delta alle sorgenti, dalle sabbie paludose che d’inverno gonfiavano e spaccavano gli argini fin su e poi su, sempre su, lungo le palme, sotto i ponti che aveva costruito, su per le pareti delle cascate, mandò le acque e i merluzzi fin dove nessuno l’aveva mai fatto, su finché le acque non si ossigenarono e i merluzzi non gelarono. Egli mandò se stesso in montagna fin dove vide che nasceva e in quel silenzio sentì un tonfo cavernoso com’era abituato a sentire quando gli spargivento del molo fermavano il mare.
Allora si voltò e vide che era davvero entrato nel suo letto il mare e quel giorno tutti quanti vennero a vedere il fiume morto 

2

Vidi una grande massa d’acqua che non andava avanti, e nella pianura dove il fiume avrebbe dovuto irrigare orti e regalare pesci agli abitanti dei villaggi che avevano costruito le loro case sulle rive, sentivo il silenzio.
Le case erano vuote e per terra i serpenti di anelli di acciaio erano le catene sciolte dei cani.
E più avanti ancora, al fondo del fiume scomparso dove un vecchio fango pieno di crepe ricordava un delta, vidi la città fantasma, il legno cigolante e gli stracci mossi dall’aria e il mare che entrava liberamente per venti trenta metri. Delfini, grandi tartarughe e piccoli pesci di barriere coralline sguazzavano fin dentro i canali e le fogne della città.
Tornai al principio, tornai alla grande massa d’acqua che s’alzava e pareva puntare il piede come a prendere rincorsa.
Dissi al fiume: “Sei stupido, non vedi che terrorizzi la gente, sciogli le catene dei cani, spopoli i pollai e asciughi il tuo delta?”.
Dissi ancora, siccome il fiume taceva: “Vai, scorri, vai a poco a poco”.
E il fiume mi disse di no, disse che la sua sorgente era troppo lontana, troppo interna nelle viscere carsiche e da qui non poteva sapere quant’acqua sarebbe ancora giunta. Se un giorno la sorgente fosse seccata lui sarebbe morto arso nel fango, coperto di pesciame dagli occhi spalancati, deriso da una mezza stagione di pioggia e macerato nella carne putrefatta delle anguille. Sarebbe morto, disse.
Così, invece, se un giorno si fosse esaurita la sorgente lui avrebbe liberato se stesso e il muro d’acqua avrebbe allagato inizialmente la pianura, ma poi si sarebbe incanalato in questo letto e avrebbe ripreso a scorrere disciplinatamente ancora chissà per quanto.

3

Olanda, sul Mar del Nord.
Qui è quel periodo in cui gli alberi davanti alla mia stanza fanno una specie di cosa tra il fiore e la foglia come una prova alla vera foglia che sotto sotto l’albero sta decidendo di far esplodere.
L’ibrido dura pochi giorni, la pianta pare vergognarsene e non ci si riconosce, l’ibrido secca e si stacca. Per un attimo con tutto quel giallume vegetale che vola e si accampa sul mattonato sembra già autunno.
Il vecchietto eternamente in giacca e cravatta che vive qui di fronte e partecipa ai vari concorsi del giardino più bello indetti dal Comune di IJmuiden ha tirato fuori la sua robusta scopa da esterni e cancella le prove di una stagione finta di cui pare abbia lo stesso paura.
Questo succede ormai da vent’anni e a volte ho paura anch’io

 

7 Responses to Andante crociera

  1. Bartolomeo Di Monaco il 19 settembre 2006 alle 11:47

    Ti leggo sempre volentieri. In altro modo, l’aldilà tentò anche la mia fantasia qualche anno fa e ne uscì il racconto “Incontro con Dio” che ho messo nella home del mio sito. Tu ti sei fermato al tavolo dell’angelo che ti rieceve dopo la morte. Io sono andato oltre, per avere qualcosa in cui sperare sempre.
    Bart

  2. Bartolomeo Di Monaco il 19 settembre 2006 alle 12:27

    Mi hai tentato Marino e l’ho postato poco fa su vibrisse.
    Un caro saluto.

    Bart

  3. marino il 19 settembre 2006 alle 13:20

    meglio il tuo aldilà, Bart, molto meno grigio

    ciao

  4. Bartolomeo Di Monaco il 19 settembre 2006 alle 13:30

    Me lo sono costruito così per stare più tranquillo su questa Terra.

    Ciao.

    Bart

  5. marino il 19 settembre 2006 alle 19:49

    La rivista Ombrone, sul cui numero estivo é uscito il racconto
    Andante crociera, é pubblicata dal maestro Paolo Tesi.

    Il 23 settembre a Firenze, la Galleria D’ Arte Moderna di Palazzo
    Pitti, ospita Cartastorie, quindici anni della rivista Ombrone.
    un saluto dal nord

    marino

  6. franz krauspenhaar il 20 settembre 2006 alle 19:29

    bravo, sempre bravo marino, anzi, bravissimo. leggete il suo “4 giorni per non morire”, ne vale la pena.
    faccio pubblicità? si, pubblicità progresso.

  7. marino il 20 settembre 2006 alle 21:32

    ciao Franz, ti ho scritto, ai tempi del tuo raid a massa,

    un saluto fraterno
    marino



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