La democrazia della paura (2)

20 settembre 2006
Pubblicato da

immagine-093.jpgimmagine-093.jpg di Nicola Fanizza

(La prima parte di questo intervento si trova qui)

IL PASSAGGIO DI MASSA ALL’AUTONOMIA
Nel famoso scritto Risposta alla domanda: che cos’è l’Illuminismo, che Kant pubblicò nel 1784, è possibile cogliere il senso di una svolta epocale. L’Illuminismo è definito come «l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare solo a sé stesso». Si tratta di un interrogarsi sul presente, di una definizione dall’interno della propria epoca vista nella sua differenza, nella sua discontinuità nei confronti del passato. È come dire, da adesso in poi il mondo non è più come prima, usciamo dal vecchio mondo e ce lo mettiamo alle spalle.

Ma se è vero che per Kant l’Illuminismo è l’uscita dalla minorità è opportuno capire che cosa intende il filosofo di tedesco per minorità. Lo stato di minorità di cui parla Kant è di tipo etico-esistenziale in quanto travalica i limiti convenzionali tra chi è minorenne e chi non lo è. La minorità emerge come problema del soggetto, proprio nel momento in cui sono state rimosse le condizioni oggettive che impedivano l’esercizio della libertà. Kant coglie la differenza fra la dimensione oggettiva della libertà e la dimensione soggettiva (l’autonomia), ovvero coglie il fatto che la libertà di stampa, di associazione, di coscienza siano ormai conquiste irreversibili e pertanto, una volta eliminati gli impedimenti esterni (oggettivi) all’esercizio della libertà, non vi siano più ostacoli per l’autonomia, per il governo di sé. E’ come dire, a partire da questo momento non ci sono più alibi, la minorità è legata solo alla «mancanza di decisione e del coraggio nel far uso del proprio intelletto». Tutto è demandato alla volontà individuale.

Oggi, a più di due secoli di distanza, l’uscita dallo stato di minorità non si è ancora realizzata: benché ci sia stata la chiamata universale a governare se stessi, pochi hanno ascoltato. Sicuramente Kant si sbagliava, il conseguimento dell’autonomia ricondotto solo alla volontà sembra eccessivo. Dobbiamo allora chiederci che cosa oggi impedisce l’uscita dallo stato di minorità. Una risposta può essere trovata nei legami sociali paternalistici che istillano paura. E poi, uscire fa sempre paura; a chi non piace avere un padre, una guida, un tutore, un maestro che si prende cura di noi, che ci governa?; il dominio è attraente non solo per chi lo esercita ma anche per chi è dominato in quanto produce sicurezza e la rassicurazione è un invito quasi irresistibile a non uscire dalla minorità. E a questo proposito Max Weber dice che il dominio presuppone sempre e comunque un «minimo di volontà di obbedire, cioè un interesse (interno o esterno) all’obbedienza»(13). Insomma siamo tutti liberi ma solo pochi sono sovrani. Che strano! Anche per il cristianesimo la chiamata è universale mentre la salvezza è di pochi.

Vedo in giro un’aria di sfiducia nei confronti di quest’Occidente. Quest’Occidente che ha combattuto, a volte, il totalitarismo, ma non lo ha sconfitto definitivamente (ma non poteva sconfiggerlo!); quest’Occidente che ha avuto il merito di separare la religione dalla politica e di istituire regole capaci di far convivere, come in un gioco di prestigio, universalismo e pluralismo; quest’Occidente che ci aveva promesso il passaggio di massa dalla libertà all’autonomia, alla sovranità, e tuttavia ha sempre operato in modo paternalistico per ostacolare ed evitare tale transito; quest’Occidente che ci fa vivere nella democrazia della paura che è sempre e comunque funzionale al mantenimento degli stati di dominio.
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LA DEMOCRAZIA E LA GUERRA
I riti della democrazia, allo stesso modo di quelli della festa, rafforzano il legame sociale, permettono di mescolare il tempo individuale con il tempo collettivo, ravvivano la memoria e legano il tempo presente al passato che conta. E, in questo senso, la democrazia rimanda sempre e comunque a un evento mitico, ossia a una violenza istituente che è ritenuta giusta in quanto la guerra mitica è sempre fondante rispetto a una pretesa. E questo spiega le aporie che costellano i discorsi di taluni pacifisti che ritengono ingiuste tutte le guerre tranne quella in cui si riconoscono (resistenza o seconda guerra mondiale).

Se vogliamo tentare una definizione, possiamo dire che la democrazia si configura da una parte come un movimento che si autoistituisce e, dall’altra, come un insieme di atti formalizzati, rituali, che consentono in primo luogo il riconoscimento del conflitto (effervescenza sociale), in secondo luogo il riconoscimento delle differenze, e in terzo luogo la possibilità dell’istituente (la prassi creatrice e liberatrice) di modificare l’istituito (la prassi cristallizzata).

La democrazia ha i suoi miti e i suoi riti e, al pari della festa, può andare incontro a dei pericoli: il disconoscimento del conflitto, il non rispetto delle differenze, l’incapacità del potere di recuperare i contenuti innovativi prodotti dai movimenti germinanti che rivendicano un nuovo ordine nonché nuovi riti di liberazione. Ogni processo di liberazione che esaurisca in sé tutte le pratiche di libertà finisce col trasformare le relazioni di potere in stati di dominio. D’altra parte, quando il potere nelle società premoderne non riconosceva il contributo dei gruppi germinanti, il carnevale si trasformava in sommossa e lo stesso avviene oggi nei regimi democratici allorquando il potere risponde ai doni dei movimenti con la repressione militare.

Per quel che riguarda la dislocazione temporale in cui è possibile individuare l’insorgenza dei riti che rimandano alla democrazia, non sono del tutto d’accordo con quelli che – facendo proprio il detto: «Il moschetto fece il fante, che fece la democrazia» – arrivano a individuare la stessa origine della democrazia nella guerra moderna. In questo modo si fa dipendere una trasformazione di importanza decisiva per la società da una semplice innovazione tecnica. Anche se si tratta di una trasformazione essenziale. Si dice che a partire da Valmy, il bracciante, il miserabile – abituato a tacere e a soffrire – diventa cosciente della propria importanza solo quando gli viene data la possibilità di imbracciare un fucile chiamandolo a difendere la nazione e i pericoli che affronta, come la morte che infligge, gli dimostrano con accecante chiarezza che egli è uguale al nobile. Non a caso patriota e repubblicano sono sinonimi. E’ dalla guerra moderna – una guerra in cui, a differenza del passato, si combatte «con il cuore» e in modo «tragico e feroce» –– che nasce la democrazia con i suoi riti e con i suoi miti.

Ma siamo sicuri che le cose stanno così? È un’idea che non sta in piedi. Prima di tutto l’armata di volontari non avrebbe potuto esserci se l’immaginario dell’uguaglianza fra i cittadini non fosse già stato ben presente. E in secondo luogo, dove sta scritto che la «nazionalizzazione delle masse» produce necessariamente la democrazia? La storia ci insegna che le cose possono andare anche diversamente! Dopo la Grande guerra, in Italia l’avvento del fascismo non si è realizzato proprio grazie a quei soldati che erano tornati dalla guerra? Da noi, è accaduto che la guerra sia stata fatta precipuamente dai contadini e dagli impiegati e non certo dagli operai, i quali o rimasero a lavorare in fabbrica oppure furono utilizzati in ferrovia oppure nelle retrovie in attività logistiche. Sta di fatto che mentre i contadini combattevano, gli operai assunsero nei confronti della guerra una posizione ambigua che fu foriera poi di conseguenze nefaste: si dichiaravano favorevoli alla guerra e nel contempo scioperavano per avere maggiori salari, sabotando così lo sforzo bellico. Questa ambiguità, insieme alla posizione equivoca del PSI nei confronti della guerra, fu pagata a caro prezzo, nel dopoguerra, quando quelli che avevano fatto la guerra si schierarono contro gli ex «imboscati» che continuavano a deriderli. Infatti gli ex combattenti manifestarono il loro desiderio di contare anche e principalmente contro chi rivendicava il medesimo diritto, che nel loro sentire, non era legittimato dal merito. Da ciò si evince che, in generale, i soldati che tornano dal fronte non vogliono sempre e comunque la democrazia e, in particolare, che l’ambiguità politica non sempre paga!

Il legame fra la democrazia e la nazionalizzazione delle masse esiste, non va disconosciuto, ma non va nemmeno esagerato. Ritengo piuttosto che le istituzioni democratiche si siano affermate attraverso un lungo processo che ha prodotto uno sviluppo dello spazio sociale, un nuovo ordine simbolico, una nuova immagine del tempo, nuovi riti nonché una nuova dislocazione del campo rituale. Proprio perché i vecchi riti delle società premoderne si erano trasformati in strumenti della conservazione che bloccavano l’innovazione, si sono affermati progressivamente i riti della democrazia come un grido di libertà contro il vecchio ordine – o piuttosto disordine – fondato sull’ingiustizia, sull’oppressione, sulle ineguaglianze e sulla repressione dei desideri.

DONARE LA DEMOCRAZIA
A partire dal crollo delle Torri gemelle, l’Occidente è costretto fare i conti con l’ombra dell’altro. Non si tratta più di fantasmi di individui desituati nei Paesi esotici, ma di ombre di uomini in carne ed ossa che abitano nelle sue città, dormono nelle sue case e camminano nelle sue strade. Lo spettro dell’altro abita in modo ormai stabile nell’immaginario del mondo occidentale, facendosi latore di nuovi incubi e di inedite paure. Di qui l’esigenza di rimuovere tale paura. Allo stesso modo di quanto avveniva nelle società arcaiche, l’Occidente può comunque sconfiggere la nuova grande paura solo pagando un prezzo: cioè può avviare la comunicazione con l’altro mediante la pratica del dono, attraverso una considerevole autoriduzione, un gigantesco potlatch. Per poter comunicare con chi è irriducibilmente altro da sé, l’Occidente non solo deve essere meno ricco di quanto è adesso, ma ancor di più deve rinunciare a una parte preziosa della propria identità.

Ciò nondimeno l’Occidente – dopo aver dimenticato la grande promessa, inerente passaggio di massa dalla libertà all’autonomia – fa la guerra per esportare le istituzioni democratiche, dimenticando che il rito è tale solo quando conserva la sua valenza simbolica, ossia quando fa riferimento a una costellazione simbolica riconosciuta dalla comunità. Ebbene se non c’è questo riconoscimento, che implica una serie di mediazioni, il problema della sua esportazione non ha senso. La democrazia per essere tale deve dare emozioni, deve dare un senso alle azioni degli individui, deve far riferimento a un evento mitico fondante e immanente rispetto alle pratiche sociali. Quando non ci sono queste dinamiche, la democrazia viene per lo più vissuta come uno scambio fra benefici e consenso oppure come qualcosa di estraneo.

Se è vero che la democrazia non la si può esportare, si potrebbe cercare di donarla, anche se è una cosa facile a dirsi e molto difficile da farsi. E qui intendo un donare la democrazia non tanto come un elargire gratuitamente un qualcosa ad un altro quanto piuttosto un fare della «propria democrazia» un dono, cioè un donare senza accorgersi di donare. Certo, il dono puro non esiste in quanto chi dona lo fa sempre in modo servile e tuttavia posso anche pensare che quando la democrazia si configura come un «dono servile» – timeo danaos et dona ferentes = temo i greci proprio perché portano i doni – come una sfida, può costringere chi ha ricevuto il dono a ricambiare con un controdono ancora più eclatante. In entrambi i casi occorre stimolare la nostra intelligenza sociale, la nostra immaginazione per fare della «nostra» democrazia un dono poiché, forse, solo attraverso l’atmosfera del dono è possibile comunicare con chi non ci vuole nemmeno sentire. E se è vero che donando la democrazia agli altri noi occidentali possiamo dimostrare la nostra superiorità, è possibile che questa superiorità conseguita attraverso lo scambio asimmetrico non duri in eterno in quanto gli altri, prima o poi, verranno a bussare con i piedi alle nostre porte.

(Fine)

NOTE
13) M. WEBER, Economia e società, Ed. Comunità, Milano 1980, vol. I, p. 207.

(Foto A. Inglese)

4 Responses to La democrazia della paura (2)

  1. roberto il 20 settembre 2006 alle 18:21

    “Vedo in giro un’aria di sfiducia nei confronti di quest’Occidente”, dice Fanizza. Anch’io.

    D’accordo sul “dono”, d’accordo sulla condivisione delle ricchezze, “ma ancor di più”, l’Occidente “deve rinunciare a una parte preziosa della propria identità”. Solo l’Occidente? E non ha già rinunciato abbastanza?

    Le due puntate di Fanizza meriterebbero (molta) più attenzione. Per adesso sono in un internet point. Cercherò di rifarmi vivo.

  2. michele il 24 settembre 2006 alle 12:44

    Quello che è poco visibile, (quindi è poco commentato ?), è forse il più visibile: vuoto che (forse) imprigiona.

  3. stefano il 26 settembre 2006 alle 18:11

    Sarò un ingenuo, ma questo bel saggio di Fanizza mi ha permesso di mettere a fuoco per la prima volta la differenza concettuale tra potere e dominio.
    Forse altrettanto ingenuamente, mi sembra tuttavia che:

    a) l’Occidente come viene inteso nella seconda parte di questo pezzo presuppone che l’organizzazione politica che accomuna gli Stati Uniti e l’Europa moderna, e con essi i loro rispettivi fondamentalismi (che sono diversi tra loro), sia culturalmente più forte, dal punto di vista dell’identità individuale e collettiva, della matrice storico-politica che accomuna parte dell’Europa – quella mediterranea – con il mondo islamico e i suoi, di fondamentalismi; ma questo fatto a me pare tutto da dimostrare. (O almeno qualcuno mi spieghi in termini socio-politici come mai mi riesce più facile cogliere una “mia” pur lontana parentela culturale con il fondamentalismo islamico, e quindi “capirlo” meglio, pur senza giustificarlo, rispetto a quello delle sacche più arretrate della società americana.)

    b) l’idea finale del “dono” apre la democrazia a una dimensione utopica che risulta in certa misura più fragile, anche perché scarsamente documentabile, di tutto quanto si è letto prima. Non andrebbe forse interrogato qualche esempio passato che sia più recente della Grecia antica, benché magari più parziale, così da suffragare storicamente questa utopia, magari anche a costo di svelarne fin da subito le possibili contraddizioni?

    Grazie, buonasera.

  4. sandro il 28 settembre 2006 alle 11:33

    Un giudizio rapido e tranchant, conformemente al pochissimo tempo che ho per rispondere. L’autonomia, l’espressione della libera volontà, ha due presupposti fondamentali: la coscienza – cioè la conoscenza integrale di sé e del mondo -, e la capacità di limitare i propri impulsi egoistici in rapporto alle esigenze di giustizia, convivenza civile e solidarietà. L’opacità del mondo da un lato e la minorità intellettuale e pulsionale dall’altro – riconducibili entrambi all’antagonismo sociale attraverso cui gli uomini sopravvivono – tendono ovunque a ridurre le chances di autonomia e democrazia.
    Giusto comunque riprendere Kant, l’Illuminismo, il soggetto, contro ogni forma di pensiero dogmatico.



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