Dublino 2006 – note su un fenomeno di massa

22 settembre 2006
Pubblicato da

di Giorgio Fontana

Si parte perché si deve imparare l’inglese. Si parte perché l’Italia è un paese senza sbocchi, schiavo delle raccomandazioni e degli stipendi inadeguati. Si parte da soli, in tre o quattro, perfino in blocchi. Si parte e basta.
Al giovane italiano che arriva, mezzo spaesato e carico di sogni, nella capitale irlandese, si offre uno spettacolo profondamente diverso da ciò che lo avrebbe atteso solo qualche tempo prima.

Gli anni 2000 hanno registrato un aumento spaventoso delle immigrazioni giovanili. Prima la meta ufficiale era Londra, la London calling degli anni ’70, ’80 e ‘90. Con il nuovo millennio, l’asse sembra spostarsi verso l’Irlanda. Le ragioni sono molteplici: da quelle banali come la presenza dell’euro e il costo minore della vita, alla maggiore vivibilità di Dublino rispetto al caos della metropoli londinese, fino alla tanto decantata simpatia degli irlandesi. Siti come www.altrairlanda.it veicolano un’immagine dell’isola molto allettante, pur ponendo delle cautele fondamentali: le cose stanno cambiando. Se prima il lavoro te lo tiravano addosso, ora — con la nuova stabilizzazione — non è più tanto facile.
Il costo della vita, inoltre, è schizzato alle stelle nel giro di pochi anni. L’Irlanda ha conosciuto uno dei boom economici più incredibili della storia europea recente. Basta chiedere a chiunque quanto costava una birra qualche anni fa. Vi risponderà alzando gli occhi al cielo, un sospiro di malinconia.

In genere, il nostro giovane immigrato — che tipicamente sarà nell’età appena post-universitaria, sebbene non manchino eccezioni — partirà senza sapere niente della storia o della cultura irlandese. Al più, sarà infarcito dei soliti luoghi comuni: Guinness, capelli rossi, folletti e cose del genere. Parlerà, al di là di rare eccezioni, un inglese adeguato allo standard educativo italiano: terrificante.
Appena arrivato, cercherà prima di tutto un alloggio vicino al centro. Troverà casa con una certa facilità. Gli affitti variano ma sono tutti alti, dai 350 ai 500 euro mensili e oltre per una buona sistemazione.
Poi il nostro affezionato batterà su e giù il centro, tracciando cerchi come un’aquila, un pacco di curricula alla mano, il bavero del cappotto tirato su. Scoprirà che la piovosa Irlanda è piovosa solo a tratti, che il vero nemico è il vento, e che nello spazio di mezz’ora si alternano tutte le quattro stagioni. Conoscerà la solitudine dura degli internet point, assiepati di africani e tailandesi che litigano al telefono. L’attesa di una mail dagli amici, come un istante nella propria vecchia — amata e odiata — culla.
Si berrà qualche pinta lasciandosi andare, stravolto, al bancone di un pub qualunque. E forse in questo pub incrocerà lo sguardo altrettanto sfinito di un suo compatriota, riconoscibilissimo in mezzo alla fauna identica dei volti irlandesi. Forse vorrà alzarsi e tentare una conversazione con lui. Forse lo farà, forse no.
Nel giro di una settimana si trasferirà nella sua nuova casa. Di nuovo dovrà fare le valigie, come se si preparasse a una nuova e più definitiva partenza: addio, instabilità dell’ostello: addio, equilibrio fra le possibilità del luogo e del ritorno. Adesso c’è un affitto da pagare, e una promessa da mantenere.

Qualche tempo più tardi, comincerà a sentirsi un po’ in preda al panico. La costosa vita dublinese gli sta succhiando ogni risparmio. Urge trovare un lavoro. I curricula sono stati distribuiti ovunque, adesso il nostro amico è in fase di stallo. Attende risposte che non arrivano. Perché?
Ebbene, in primo luogo perché gli irlandesi sono piuttosto lenti nell’esaminare le offerte. E poi perché non è così facile. Bisogna preventivare almeno quattro settimane di questa palude vischiosa — fatta di tentativi, terrori di un rientro anticipato, frustrazione, e molto alcool.
Una soluzione molto gettonata, e che merita qualche parola in più, sono i call center. Approfittando del bilinguismo, parecchi stranieri si infilano lì. E la cosa, in effetti, funziona. Se si capita nel momento giusto, si trova posto abbastanza facilmente. La paga è ottima. L’Irlanda garantisce un minimo salariale di 7.65 euro l’ora. Ma per rispondere al telefono si prende molto di più, fino 1500-1600 euro al mese netti. Per un italiano è un sogno. (Naturalmente c’è il trucco: in Irlanda non esiste un servizio pensionistico come il nostro; ma questo, al lavoratore temporaneo, importa poco).
Call center come quello della Barclays sono la realizzazione dell’esca occidentale per il lavoratore deluso. Manager simpatici. Ambiente informale, ma rigoroso. Bonus di ogni tipo. Non ti devi sentire un ingranaggio, e non fai un lavoro del cavolo. Offri un servizio e vieni pagato com’è giusto che sia.
Lo svantaggio è ovviamente la ghettizzazione. Si lavora in italiano, si conoscono italiani, si finisce per parlare soltanto in italiano. Dell’idea originale del viaggio — I’m here to improve my English! — rimane ben poco. Ci si crea una cricca simile a quella di casa, solo che adesso si vive tutti in città, tutti vicini, e si hanno un bel po’ di soldi in tasca.

A questo punto potrei andare avanti così. Tracciare una piccola fenomenologia della vita dublinese. Parlarvi della sua bellezza intima, non ostentata, un po’ grezza. Dirvi del grigio Liffey, che separa il nord, considerato popolare e degradato, e il sud, più borghese e posh. Fare un elenco di locali e dirvi dove per me si beve la miglior Guinness della città — be’, questo posso dirlo: allo Slattery’s — e raccontarvi di sbronze e feste e del Grand Canal che costeggiavo da ovest a est: questo corso che separa il centro dai quartieri più meridionali, in una monotona processione di alberi, pub, cigni, e panchine dove un tempo Patrick Kavanagh veniva a scrivere.
Non lo farò.
Non m’interessa scrivere una guida young. Quello che mi interessa, è fare un’osservazione sociologica.

Quando ero laggiù, quasi tutti gli italiani che incontravo si dicevano felici di vivere a Dublino. Molti facevano piani a lungo termine, altri semplicemente se la godevano. Lo stesso valeva per altri giovani immigrati. Questo è un particolare significativo. I fuggitivi nella Londra degli anni ’80, in genere, erano spiantati, magri, utopisti e sottilmente delusi. Non ne conosco nemmeno uno di persona: parlo dell’immagine che mi è stata tramandata, io che sono nato all’inizio di quel decennio.
A Dublino, nel 2006, sono invece quasi tutti ben messi. Forse si parte coscienti di non inseguire più un sogno, come ai tempi della London calling, ma semplicemente una realtà precisa. Non c’è spazio per la delusione. I tempi sono cambiati. Nessuno, fra la gente che ho visto, coltivava desideri di libertà, o fuga poetica, o realizzazione artistica. A Dublino, nel 2006, si è semplicemente ben pagati e soddisfatti, come se si allineassero, spontaneamente o meno, a una sorta di ideale tranquillo, condito però da un particolare inedito: la fuga. (In tutto questo ovviamente non c’è niente di male. Mi limito a registrare un fatto) [1].
Tuttavia, c’è ancora un sottobosco di ragazzi dell’est, in particolare polacchi, che si assiepano in Irlanda per motivi più urgenti che imparare l’inglese o fare un’esperienza all’estero. Prendono lavori di merda, quasi sempre in nero e quasi sempre sottopagati, e mettono da parte ogni centesimo per poi tornare in patria [2]. Il loro numero supera quello di ogni altra nazionalità d’origine: la comunità polacca a Dublino si aggira attorno ai 60000 individui [3].
Questo volto nascosto dell’immigrazione giovanile, che in Irlanda sembra sempre piuttosto sorridente e cazzona, andrebbe ricordato a lungo. La sera del mio arrivo, fui accompagnato all’ostello da un ragazzo ceco. Aveva ventidue anni e viveva a Dublino da otto mesi. Mi spiegò che per i primi quattro aveva trovato posto come muratore. Gli davano cinque euro all’ora in nero, e lavorava dieci ore al giorno. Nei weekend beveva un paio di birre e poi dormiva, e basta.
«Ma così», concluse, «ho imparato l’inglese, e ho guadagnato i soldi che mi servivano per iniziare.»
Quello che rimane, allora, è soltanto l’equilibrio mai stabilito fra i cliché e la realtà delle cose. Una su tutte: la tradizione e il nuovo stile di vita degli ultimi anni. Il boom economico ha portato in città una certa superficialità, una sorta di inquietante orgoglio borghese. Forse è per questo che mi trovavo meglio in mezzo ai musicisti e poeti quarantenni o cinquantenni, cresciuti in un ambiente molto diverso — e ancora così autentici, e innamorati delle piccole cose, deliziosamente irlandesi.

Torniamo così al nostro protagonista. Alla fine, in un modo o nell’altro, si inserirà nel giro. Si farà degli amici e comincerà a pensare a quanto le amicizie siano più forti in terra straniera. Cenerà con degli spagnoli, parlando una sorta di lingua franca, mediterranea. Andrà a molte feste. Conoscerà francesi e croati e qualche riservato orientale, si unirà a un flusso di messaggi sul cellulare e birre e gite fuori porta — in bus a Galway o Belfast, in auto nel Kerry, da amici di amici o così allo sbando, allungando il weekend con giorni off da lavoro. Parlerà sempre un inglese approssimativo, riderà molto, si sbronzerà, tornerà ad ore impossibili per poi alzarsi all’alba, misurerà cento volte lo spazio minimo della sua camera, guarderà e toccherà le sue cose, i suoi libri, i suoi pochi vestiti, trovando in essi ogni volta un senso diverso: nostalgia, odio, rabbia, sorrisi.
Troverà un equilibrio in ciò che fino ad allora gli era parso solo un’altalena di sensazioni opposte.
E poi, dopo una manciata di mesi, comincerà a stancarsi anche di questo.

Allora imparerà a memoria la lista dei voli RyanAir verso l’Italia, come una preghiera che attende d’essere esaudita. Alla fine, con un gesto che probabilmente saprà quasi di sufficienza — l’ennesimo gesto in una vita di gesti — ne sceglierà uno e metterà fine al suo viaggio. Si arrangerà col resto in fretta: chiudere il conto corrente, licenziarsi, salutare gli amici, scambiarsi mail e numeri di telefono. E seduto come un vecchio su una panchina lungo il Canal, conterà i pochi giorni che gli mancano prima del ritorno, e penserà alle cose che gli restano da fare, e non le farà.
Oppure, semplicemente, deciderà di rimanere.
Di non sentirsi schiavo della parola esperienza, di andare oltre l’inglese o le nottate brave e la vita dolce. Si sentirà, finalmente, apprezzato per ciò che è da un paese che non conosce giri mafiosi e raccomandazioni. Ben retribuito, soddisfatto dei suoi progressi: in una parola, realizzato. Allora costringerà il suo viaggio a un nuovo corso, a una nuova forma in quella serie finita di forme, decisioni e sbagli cui diamo il nome di giovinezza.

[1] E tu?, mi si può legittimamente domandare. Tu come ti sentivi? — Io mi sentivo incredibilmente perduto e disorientato, a tratti molto infelice e a tratti molto contento. Ma io sono un caso un po’ particolare, e non faccio testo.
[2] Così recita una presentazione pescata sul sito del Trinity College. Sull’ambizione al rientro in patria per i lavoratori dell’est europeo, cfr. anche Monika Mura & Ilaria La Commare, Londra, Dublino, Stoccolma città aperte.
[3] Ha anche un sito ufficiale: http://dublinek.net/.

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10 Responses to Dublino 2006 – note su un fenomeno di massa

  1. Alessandro il 22 settembre 2006 alle 16:20

    Probabilmente sono un estraneo all’argomento, sia per mancanza di doti che per le mie responsabilità in terra natale.

    Con questa premessa voglio solo dire che non ho alcun diritto di giudicare la partenza di un giovanotto italiano verso lidi ignoti o comunque mai vissuti, e che, avendo potuto, forse un giorno me ne sarei andato anch’io.

    Posso comunque dire che mi perplime un fatto di quest’analisi, che potrebbe portarmi via migliaia di parole, ma che intendo sintetizzare in poche righe:
    perchè si torna? e perchè si resta qui dicendo che bisogna ripartire?

    Queste domande non le rivolgo a nessuno in particolare, se non a me stesso.
    Con la risposta capisco perchè sono ancora in Italia, a prescindere dalle condizioni che non consentirebbero la mia partenza. Semplicemente: non so cosa andrei là a fare di diverso da qui.
    Intendo dire che senza uno scopo preciso, che segua una prospettiva a lungo termine, è inutile andarsene.
    Credo che trovarsi in un luogo sconosciuto, senza sapere cosa si voglia fare della propria vita, sia la premessa necessaria per tornare a casa, e ritrovarsi insoddisfatti.

    Certo, l’esperienza è edificante e porta indispensabili premi come l’apprendimento dell’inglese e la vita autonoma.. ma se non so davvero cosa voglio fare, perchè vado a cercare la risposta in territori dove dovrò sbronzarmi per i primi quaranta giorni?

    Facendo un esempio banale, potrei dire che emigrerei solo se il mio paese non mi offrisse l’opportunità lavorativa che sto cercando, e starei all’estero fino alla fine per realizzare tale ambizione.
    Quindi non disprezzo in alcun modo chi parte per trovare un mondo meno mafioso, e so per certo che molti viaggiatori trovano le risposte durante il tragitto.
    Ma quanto vale continuare a tentare per poi trovarsi di nuovo qui senza una certezza?

    Forse il mio ragionamento è rivolto solo a chi vuole una stabilità, risolta in un lavoro e magari in una famiglia (ma questo è un dispendioso optional).
    Forse sembrerò anche anzianotto, dato che trascuro i piaceri delle feste e delle birre.
    Ma se appunto parlo di EMIGRARE, non parlo di fare una semplice (ma ovviamente complessissima) esperienza.. parlo di qualcosa che è necessario ad ottenere ciò che ho scelto di fare della mia vita.

    E’ pur sempre un semplice tentativo, sì.. ma purtroppo di tentativi, nella vita, credo se ne possano fare pochi.

    Quindi buon viaggio a tutti, ma mirate prima per bene il bersaglio. E non bevete!

  2. Paolo il 23 settembre 2006 alle 02:49

    Be’, che dire.
    Questo post circa l’irlanda è ben fatto, nel senso che non dice cazzate e parla con cognizione di causa, e di luogo. Bene, davvero. Accenna anche alla Londra che chiama, che assume tutti, o che così faceva ma che comunque, alla fin fine, continua a fare.
    Credo che sia stato proprio il caso di pubblicare una cosa simile. Non sono un fanatico della lotta all’occidente nè contro gli anglosassoni in particolare. Però è importante che una cosa simile non passi come una delle tante cose di cui si può parlare… e allora si sceglie come un numero estratto dal cappello. No. Quanto succede in Irlanda e Inghilterra è a dir poco preoccupante. A parte il fatto che è e resta un dramma dovere lasciare l’Italia a causa del lavoro, il fatto è che si va lì credendo di trovare una certa cosa, oppure non credendo a nulla, ma ci si ritrova con la testa china, zuppi di quella pioggia che sarà pure a tratti ma quando arriva arriva a secchiate, a contare le banconote rimaste dopo l’affitto pagato, le bollette pagate, etc. e si viene menati, proprio gonfiati dico, con bastoni e catene, da una delle tante bande di ragazzini appena undicenni che ubriachi – non scherzo e non esagero – se ne vanno in giro a pistare chiunque capiti a tiro in una striscetta di penombra serale. Paesi come l’Inghilterra, civilizzati un paio di palle, hanno il più elevato tasso di madri minorenni, la cui media tocca i tredici anni, anche queste ubriache, senza cultura nè istruzione, con “partners” anche loro bambini che distruggono in centro le vetrine con la mazza del nonno per il gioco tradizionale… e occorre un provvedimento governativo che li tenga lontani dal centro dalle 18 in poi… hanno un tale bisogno d’amore essi per primi che il loro figliolo non potrà che crescergli accanto come un fratellino: non incestuoso ma più che mai osceno (etimologicamente) regredire dell’umanità. Non dirò troppo, ma occorre pensarci bene a certe cose. Questa è l’europa, è anche questa. E non solo. Ancora si prende come esempio L’inghilterra, per qualsiasi cosa, per la politica, per l’istruzione (per favore basta!), per il costume!! (che vivono come dei porci, ammassati e luridi). Ancora il grande impero inglese da ammirare e dal quale imparare! L’ Inghilterra, signori, che non è tutta Castle Village, – a purpose-built community – for persons over 55, a claster of 150 homes just outside Berkhamsted, set in 28 acres of gently rolling Hertfordshire countryside. Possiamo ripartire solo da quel poco che ci è rimasto, prima che questo nostro >. Perdonatemi lo sfogo, se potete. Buon lavoro a tutti.

  3. Paolo il 23 settembre 2006 alle 02:54

    dicevo sopra, ma per qualche motivo non risulta nel post:
    …da quel poco che ci è rimasto, prima che questro nostro Paese “sprofondi davvero nel suo bel mare”.

  4. Pigro il 23 settembre 2006 alle 11:58

    Si parte, si torna. Si sente la necessità di partire, si sente la necessità di tornare. Chi come me, o come probabilmente Giorgio, ha vissuto un’esperienza di studi all’estero, sa bene che all’iniziale disagio, subentra poi l’entusiasmo, la foga di fagocitare esperienza, di vivere senza pause abbattendo il muro di una quotidianità che a casa ti soffoca, perchè magari si è pendolari, perchè magari l’università è alienante nella sua moltitudine, perchè magari si vive ancora con i genitori.
    Allora si decide di partire, l’Erasmus è un’occasione, come è un’occasione imparare l’inglese, il viaggio è la prova di un distacco momentaneo, che si immagina definitivo.
    Poi succede che la foga si placa, si torna alla quotidianità, alla ripetitività di gesti sempre uguali, le cene, le feste, le birre (il lavoro). Tutto comincia a stancare, a venire sottilmente a noia.
    Una noia diversa, che si unisce a un senso di sradicamento, che a un certo punto ci fa arrivare alla domanda che segna la svolta: “ma che ci faccio qui?”. A quel punto si è già deciso di tornare, di ritrovare una noia più calda, quella di visi conosciuti, di luoghi familiari, che hanno rimosso la nostra partenza e ci fanno sentire come se non fossimo mai partiti.

  5. Z.Bauman il 23 settembre 2006 alle 16:09

    Vero quello che dice Piero, tutta questa “esterofilia del cazzo” che assilla molti giovani è proprio campata per aria. Però ha un suo perché, cioè serve a tenere in allenamento una mentalità critica verso il proprio paese, dovrebbe essere utilizzata come pungolo e spinta a possibili miglioramenti interni (personali e sociali), più che a preparare inutili fughe o a sognare vaghi paradisi europei…

  6. Paolo il 23 settembre 2006 alle 19:57

    verissimo, mi trovi d’accordo anche su questo.

  7. Gilla il 1 ottobre 2006 alle 21:31

    Io ci sono stata a Dublino. Solo un mese, solo ma già abbastanza per sentire profondamente ogni riga di quello che ha scritto.
    Dopo la mia Irlanda mi è esploso dentro il desiderio di vedere altri posti, e magari davvero provare la famosa Work Experience.
    Ce ne andiamo dall’Italia perchè abbiamo bisogno di sentirci liberi, magari anche in condizioni complicate, quando (come dice Paolo) a fine mese si contano le banconote avanzate perchè qui, soprattutto a Milano dove vivo io, stiamo diventando tutti borghesi. Nel senso più pieno e meno classista della parola.
    Io li vedo quelli della mia età, nessuno sa più bene che cosa voglia dire “farsi il culo” nella vita. Me per prima.
    E allora si preferisce arrischiarsi in mondi nuovi. Per provare emozioni da cui il nostro stile di vita ci tiene al riparo.
    Non bisogna confondere l’Irlanda con l’Inghilterra. Sono due mondi diversi.
    Due culture diverse.
    Ma credo che nessuna delle due sia terra dei sogni. Sono possibilità.
    E solo vedendo le terre delle possibilità possiamo rendere anche l’Italia un posto del genere.
    Senza piangersi addosso ma con determinazione, per cambiare le cose.

  8. benny79 il 25 ottobre 2006 alle 21:38

    Anch’io volevo dare un contributo a questa interessante discussione. Il mio è un contributo di uno che sta vivendo tutt’ora questo tipo di esperienza.
    Partito a giugno per Dublino con l obiettivo di Improving my english frequentando un corso d’inglese per 4 settimane, alla fine, vedendo l enorme facilità di trovare lavoro ho deciso di rimanere.
    Fino a quando?..Bhe ancora adesso sono disorientato, e in questo mi ritrovo nelle parole di giorgio.
    Noi italiani siamo qui soprattutto per imparare questa lingua che tra l’altro ti accorgi immediatamente quanto sia insegnata male a scuola…opo 5 anni di studi sai appena dire How are you..i m from..
    Ho cambiato parecchie volte idea su Dublino e sugli Irlandesi, vedendoli da diverse prospettive ti accorgi di quanto siano differenti, delle loro Bad Habits foods e parlando con loro noti che si sentono abbastanza disorientati da questo esponenziale turismo di massa che gli fa perdere le loro origini.
    D’accordo con Bauman,coloro che vivono quest esperienza soltanto momentanea come me (non saro mai un immigrato!), dovranno divulgare un maggiore atteggiamento critico acquisito nei confronti del nostro Paese, con la speranza (vana?)che qualcosa possa cambiare nelle teste degli italiani!

  9. Leonardo Halcovich il 14 gennaio 2007 alle 19:30

    Ho letto attentamente tutti i vostri commenti su Dublino e l’Irlanda in generale. Vero che non e’ come in Italia, so solo che da noi le cose rimarrano cosi ancora per lungo tempo, ancora il fondo non e’ stato toccato. Vedremo ancora stipendi da 800 euro e affitti da 1100 per un monolocale, coppie che si lasciano perche non riescono a sposarsi, perche vivono in affitto da anni (chi ti da un muto se lavori part-time o sei un co.co.pro?). Vedo solo persone che vanno avanti stringendo mani, raccomandati che si fregiano dei loro sacrifici e anni di studio. Io non ci sto piu, non voglio piu avere a che fare con persone del genere. Ora sono a Dublino da una settimana, la mai ragazza ha gia trovato lavoro, io ho fatto diverse interview, qualcosa saltera’ fuori. Sono qui per l’inglese, ma anche per qualificarmi professionalmente, per non tornare la sera a dormire nella mia cameretta. Italiani, popolo di mammoni!!!

  10. marco il 30 gennaio 2007 alle 14:34

    complimenti per la sintesi e il modo con cui hai scritto quello che hai scritto.
    dopo un anno a dublino mi sono riconusciuto e ho riconosciuto tutti gli italiani che sono a dublino…nelle tue parole!!complimenti ancora



indiani