John Simon Beverley Ritchie

27 settembre 2006
Pubblicato da

da “Il sangue dei vincitori”
di Marco Mantello

1. Sandro Pertini

Il giorno che ho compiuto sessant’anni
mi sentivo il fratello minore
degli scheletri fatti di ferro

che li inchiodi sul muro di casa
come fosse una prova d’amore
per il gruppo satanista del Tufello.

Uno che uscendo col perro
balbetta ira quando respira
la sua aria-mi suona qualcosa
fredda come una lametta.

Gli infermieri facevano i cenni:
‘Non la metta vicino al pisello’.
Trascinato nel Sandro Pertini
lì di fronte alle luci perenni
con il bisturi e i cioccolatini.

Per effetto dell’anestesia

non avevo capito
se facevano per incollare
o magari tagliavano via.

Alessandra di Rockerilla
mi veniva a trovare alle nove
in quel candore di mughetto
e lenzuola nuove.

Dal Mutilation Day
oltre alla patta dei pantaloni
non avevo aperto bocca.

La sua ombra in corridoio
quando è buio me lo tocca.
Fa più male di un rasoio
quel risentire il cugino dottore
dire: ‘piano…’ che le tiene
la manina premuta per ore
perchè scorrano meglio le vene.

*

L’infermiera che mi hanno assegnato
si chiama Manico di scopa.

Sarà

‘Il suo angelo necessario’
nonostante che abbia la topa
e l’anello dell’anniversario.

E davvero non è facile capire

se proviene dall’aldilà
se la pago per darmi affetto
o per togliermi la libertà
di far fuori di nuovo il cosetto.

Ha le garze e mi aiuta col letto
i cuscini ripuliti dalle voci
le lenzuola con i punti addosso
si ritingono spesso di rosso.

Adesso
è capace di portarmi la cambiata
e prepara solo roba cucinata.

2. La Lousiana di Nancy Griffith

You better dead dei Cynecide
ricorda Detroit ‘91. Gli MC5
non suonavano più dal vivo
e Cèline aveva smesso
di cercare una catena di montaggio
per ripetere viti e bulloni
ogni anno l’identico viaggio.

Come un Freddy Nettuno
che non faccia il marinaio
come un frate della Vandea
che si spaccia per missionario

annidato fra Sahara e Serpentara
trascinato da quei furti beduini
da una guerra da un principio

di rivoluzione
che si domi con crema e occhialini
quando pianti al Circeo l’ombrellone.

Fra la garza che si allunga
e la valle dei tremila punti
ho lasciato questo
Frankestein senza prolunga
in un luogo che non esiste.

Alcuni suonatori di dobro
lo chiamano: ‘La Lousiana di Nancy Griffith’
ma a me i cavalli canterini
alla lunga mi rendono triste:

‘Yo-hiii Yo-hiiii Tom Dooley’

e quei tipi brizzolati di Sorrento
giornalisti dell’Unità
col pizzetto bianco e puro
e le corde tagliate dal vento
che a suonare gli viene più duro.

Il mio Non luogo-America
non era sulla Miles Davis Avenue
e neppure sul treno futuro
dei pendolari di scuola media

Lavoravo attaccato a una sedia
nei meandri di Shadowplay
dove compri dischi usati
torni indietro e non ci sei.

Trattavamo per fare cassetta
accessori di ogni tipo
alla musica da cameretta.

Nel reparto ‘Carnevale e rockeggiare’
c’era questo Master Mind
con il logo di Slava e Pappone
e una marca di penne allungate
‘Pasta rasta’ che le avevano ideate
per chi avesse problemi d’azione
quando Roma si svuota l’estate.

Fra le scatole di bambole parlate
Lapidaria dalle occhiaie tatuate
e un pulsante sul miracolo tedesco
che lo premi e rilascia nell’aria
un violento profumo di fresco.

Quando l’alcool etilico brucia
puoi distinguere lì sottovetro
uomini-ape, ragazze-mosca
conficcati nel piccolo chiodo
che solleva le zampe da dietro.

Alti, biondi e sottili sottili
quattro crucchi vestiti da ebrei
con un numero sopra al cappello
lo componi e rispondono sempre
ristoranti cinesi, eritrei

si rimettono a lucido il cranio
nelle bocche di fiori feroci
che da giacca, colletto e visiera
fanno uscire i rimasugli
di un’antica criniera.

Con la lingua magari riesco
a far breccia nel settore digitale
dove impiantano camere micro
nel tuo cuore dal battito pigro.
In vetrina, su quaranta teleschermi
inquadrato fino a quando
non finisce di fare casino.

Te lo immagini il via vai
di vesciche e passanti
a scrutare distratti o inermi
che succede nell’ultima ora?

La collega piuttosto eccitata
che domanda a una signora:
‘Quando arrivano i vermi?’
e nessuno proferisce una parola
differente dal suo nome da sposata.

*

In molti clienti di allora
l’imitazione dominava il corpo
il corpo dominava il cervello
e neppure il mio capo sapeva
che mi ero tagliato l’uccello.

Per esempio quella Demi Pastormello
stesso anno di Soldato Jane
con la forbice sui pantaloni
ed il grugno di John Wayne:

‘Non li avete cd di Baglioni?’.

C’era il sosia di Vincent Gallo
fra un giubbone di filo acetato
e i capelli tirati all’indietro

cominciava da un occhio bendato
la sua chemio diritta al cervello.
Per ridurre le visioni tumorali

tutti quanti gli gridavano: ‘Fratello’
alla fine dei concerti musicali.
Certi giorni a distanza di un metro

comparivano metallari
a rubare copertine dei White Zombie
col filmino semiporno proiettato
in un angolo di stanza illuminato.

David Bowie rifatto di vetro
la sua negra pareva un perfetto
concentrato di Ravèl e Canaletto
mezzo metro di gambe diritte
rovinate da un di dietro a palafitte.

Don De Lillo nel reparto rarità
con la sua traduzione a metà
ripagata da parentesi e cognome
sulle prime dell’Einaudi bianca

canticchiava una pagina indietro:

‘L’anagramma di madre
è merda. L’anagramma di morte
è metro’
*
Ho capito che ero un doppione
quando gli occhi si sono rivisti
su una spiaggia per soli nudisti

Dieci anni che avevano chiuso
Shadowplay per un supermercato
ripetevo: ‘Non esisti’
a uno specchio chiaramente alcolizzato.

Sono stato a Detroit ‘91
dieci giorni in un mese di agosto
e il Non-luogo che avevo dentro

prese posto sui bus per il centro.
Fra la gomma appiccicata ai denti
creste di cane e pattumiere ardenti

stavo per dire: ‘Ma come ti senti?’
al mio Frankestein multirazziale
quando tu sei venuta a bussare

‘E’ la sua amica Alessandra’.

‘….per il numero di Rockerilla…
Una cosa su Sid da piazzare. Poi da maggio
si libera un posto in redazione
e a Badino farò il tuo nome’.

*

Manico di scopa
accende il videoregistratore.
Il film su Sid Vicious
me lo ha preso da Video-buco
e si chiama Oscenità e furore.

Quella specie di cane da caccia
nel teatro piuttosto gremito
di gioielli e di fedi nel dito

ha una giacca che è più bianca di un addio.

Quando smette di ringhiare ‘A modo mio’
incomincia di nuovo a sparare
e la gente mi pare felice
di ferirsi o di farsi ammazzare.

Ora scuote in un taxi la testa
sul cadavere di Nancy Cartapesta
Quelli della stampa
lo strattonano per una vena

e domandano : ‘Sta bene?’
alla parte di faccia serena.

Fa uno sobbalzo dal sedile posteriore
e ripete: ‘Sto bene per niente!’

Il microfono acceso
e le orbite spente
come fosse davanti a una scuola:

‘E com’è che si sente?’

‘In quest’ultima ora?
Che vorrei morire, chiaramente’

Metto in pausa e le chiedo:
‘Non era la cosa più vera
che tu abbia sentito grugnire?’

‘La più vera non credo
Però quel giovane
esponeva se stesso
così com’era….
Cambiamo le fasciature, adesso
si stenda di fianco…
Ha fame per caso. E’ stanco?’

‘Pensavo
che non mi hai detto il tuo nome’

‘Francesca Silvani. Ma
come mi chiama lei, Manico….’

‘Non darmi retta…..sono un coglione’

‘No è buffo. Il parallelo fra chi sei
e la tua magrezza. E’ per la tiroide,
un tempo ero più in carne….
Se non ha bisogno di altro
andrei a dormire. Il suo
…com’è che si chiama?’

‘Sid Vicious’

‘Sta meglio adesso quel ragazzo, vero?’

3. Manico di scopa

La mitezza che elargiva ad ogni costo
sulle prime credevo che fosse
una cosa per prendere il posto.

Ha una figlia appena iscritta
alla scuola di Cardiopatia
tira fuori dal portamonete
una foto e ripete: ‘Lucia’.

Siccome il Frankestein mi tira tutto
non ce la faccio a stare dritto
e il portatile cade dal letto.
Le detto a voce
queste dieci cartelle sul film.

Dopo un’ora le ho detto:

‘Manico
vuoi sapere perché
me lo sono tagliato?’

E lei dalla cucina,
il frullatore acceso:
‘Come dice? Non la sento’

‘VUOI SAPERE PERCHE’
ME LO SONO TAGLIATO?’

Il suo senso di attesa
e la rabbia liberatoria
di esserci arrivati a questa resa.

Ho parlato per tutta l’estate
ogni sera un punto nuovo
dove Manico le gambe accavallate
rimaneva a due metri dal letto
con il cuore rinchiuso nel petto.

Ha trascritto con lucida cura
ogni cosa che sembrasse una parola
inserendo la punteggiatura:
‘Ora devi dormire. Dai prova’.

Lunedi primo settembre
apro gli occhi strasicuro
di avercelo duro.

Quattro uomini in càmice verde
mi trasportano dove si perde
il richiamo del Fratello Colibrì.
In pretura c’era questa sala c

più stringata della tana di un coniglio.
Crocefisso, calendario dell’Arma
si chiama Camera di Consiglio.

E’ stato lì
che ho sentito il prosciutto di Parma
innalzarsi davanti al giurì.

I parenti rimasti in vita
sono tutti arrivati con calma
tranne Zia Flora, che è inviperita
e sicuro che adesso dirà
che aspettare così è dimagrita.

Poi lo stecco nel camice bianco
mi ripassa veloce di fianco.
Pare come che la mano
e le dita e la sua schiena

siano anni di piano e altalena:
‘Manico!’ grido. Mi ignora
con il petto rivolto ai giurati
e quegli occhi da cameriera

Loro la chiamano tutti:
‘Dottoressa Liberati’
Lei da allora per me
è soltanto la mia lupa nera

4. La mia lupa nera

Tutti i giorni dall’interdizione
porto in villa la mia lupa nera
e non cambio mai maglione

Con due guardie del corpo occhialute
tali e quali all’onorevole in pensione
che diceva: ‘Mussolini
è il più grande statista del secolo’.

Di mattina non controllo l’erezione
e i vecchiardi mi ripetono: ‘Salute’
con la pipa e le mani sul viso

Mi si drizza così all’improvviso
non gli importa se fisso tua nonna
i caduti delle guerre di una volta
una foglia o la ruota di scorta
parcheggiata per la prima colazione

‘Quando sono rattoppati per i punti
impazziscono senza ragione’
provo a dire dal mio pannolone

ma nel parco già lo chiamano per nome
e i livelli finora raggiunti
oltrepassano l’immane processione
di madonne e di cristi congiunti.

Al baretto mi tengono sempre
posto libero ai tavoli primi
discutiamo di mercati
e di mercatini.

Sono alto, scavato, magro
e davvero la mia lupa nera
la mattina non la riconosco
mentre sguazza nel laghetto artificiale

dove l’acqua la cambiano spesso
e le pompe automatiche e blu
trastullano il cipresso
rinvigoriscono le gru.

Gli addetti all’alba
riscaldano tutto prima:
dagli sguardi lucidi e nascosti
delle studentesse col velo

al freddo di questa panchina
dove zingari serbi e onesti
corrispondono soltanto al mio pensiero.

Mi ripeto che è brutto davvero
dire: ‘I nostri soldati’.
Con la scorta e la mia lupa nera
torneremo un po’ meno eccitati

Al momento che si deve andare via
dico sempre: ‘Buona sera’.
e così la volta dopo
posso starmene zitto e guardare

la mia lupa nera. Allarga le zampe
sulle dita di un albero in fumo
e comincia serena a pisciare
dove un giorno ho baciato qualcuno

5 Responses to John Simon Beverley Ritchie

  1. Al De Santis il 28 settembre 2006 alle 00:25

    Grazie per la puntuale segnalazione Christian.
    Questi di Marco Mantello sono versi di grande intensità e dalla musicalità in fuga tra le rime. Si sente Ginsberg nella testa, ma con toni più dimessi, pagani.
    Alcune suggestioni: > o un: > o ancora la chiusura: >.
    Poesie da leggere a qualcuno, per qualcuno.

  2. Al De Santis il 28 settembre 2006 alle 00:27

    Dicevo… Alcune suggestioni: > o un > o ancora la chiusura : > .

  3. Al De Santis il 28 settembre 2006 alle 00:29

    Alcune suggestioni… Ho capito che ero un doppione / quando gli occhi si sono rivisti /su una spiaggia per soli nudisti o un: lo strattonano per una vena o ancora la chiusura:la mia lupa nera. Allarga le zampe / sulle dita di un albero in fumo / e comincia serena a pisciare / dove un giorno ho baciato qualcuno .

  4. marco mantello il 28 settembre 2006 alle 14:22

    Ginsberg ‘pagano’ mi sembra una definizione molto appropriata per l’io narrante di queste poesie.

  5. Lorena Bobbitt il 29 settembre 2006 alle 15:58

    Bella l’idea dalla (auto)castrazione, sembra un Ginsberg scapigliato, quell’io narrante, con la sua evoluzione da giovane punk a reazionario interdetto nell’età adulta.



indiani