Possibilità di testimonianza

3 ottobre 2006
Pubblicato da

immagine-098.jpg di Andrea Inglese

Un po’ di anni fa, con gli amici di “Qui”, mi posi delle domande intorno alla “possibilità” della testimonianza. (Non avevo ancora letto il libro importante di Annette Wieviorka “L’era del testimone”, uscito in Italia nel 1999.) L’intervento recente di Lorenzo Galbiati che si interroga sul “dovere della memoria”, mi ha dato voglia di riproporre quella riflessione.

I giornalisti hanno folte code di paglia. Alla presentazione pubblica del film di Marco Bechis, Garage Olimpo, era invitato a parlare anche un giornalista. Lui pure caudato, si agitava affannosamente a difesa del buon nome della categoria (“senza di noi il mondo sarebbe muto e sordo”).

Bechis, silenzioso, oltremodo schivo, aveva parlato soprattutto attraverso un video, in cui raccontava la storia del suo film. Nel video, tra le altre cose, lo si vedeva in Bosnia. Era andato lì per girare un documentario sulla guerra. Ma dopo vari tentativi di avviare l’impresa, vi rinuncia: “non è possibile raccontare la realtà mentre sta accadendo”. Decide allora di ritornare su di una sceneggiatura scritta molto tempo prima. Una storia di rapimenti politici, di burocrati della tortura, di ‘salti’ dagli aerei dell’aviazione militare argentina. Si tratta della sceneggiatura di Garage Olimpo.

La frase di Bechis scatena nel giornalista un sottile disagio via via più manifesto. “L’informazione sarà spesso sciatta, opportunistica, incompleta, manipolata, ecc., però senza di essa non si può vivere.” Sorgono quindi i distinguo. Il giornalista in trincea, cane sciolto, e il giornalista delle retrovie, intruppato, prono alle veline. Ma si può tentare di fornire un’immagine semplificata della macchina giornalistica, che assomiglia comunque di più alla realtà di quanto i giornalisti siano generalmente disposti ad ammettere. L’industria dell’informazione funziona in virtù di una duplice soglia: da una parte, nel migliore dei casi, entrano testimonianze, dall’altra esce sempre, dopo un accurato processo di cosmesi, lo spettacolo. Il giornalista indegno è quello che fornisce già in entrata (concorrenza sleale) spettacolo. Egli ha interiorizzato l’intera macchina e tutti i suoi processi di annichilimento.

Manipolazione e censura politica sono le forme più arretrate della macchina giornalistica. Fase primitiva, eteronoma, dell’industria dell’informazione. Le testimonianze entrano ed esce propaganda (genere ancora molto scadente di spettacolo). Durante le guerre recenti (Iraq, Kosovo), anche lo spettatore più alieno da qualsiasi atteggiamento critico si è seccato di questo noioso riaffiorare della vecchia propaganda. “Non stateci a spiegare chi è buono e chi è cattivo, fateci vedere nubi tossiche, cingolati in fiamme e cadaveri. Fateci piangere.”

Un messaggio passa dalla forma-testimonianza alla forma-spettacolo attraverso un rimaneggiamento semiotico più o meno radicale. (Trucchi risaputi ormai, da manuale delle scuole elementari.) I proprietari dei mezzi d’informazione fanno uso di testimonianze pubbliche secondo loro finalità private (commerciali): il senso degli eventi è subordinato al valore di scambio della notizia (quanto vale sul mercato dell’informazione un nuovo eccidio o lo stesso di ieri che continua?). Eppure il giornalista ama sempre immaginarsi al centro della scena. Ed è assecondato dai proprietari dei mezzi d’informazione. Mai come durante i periodi di ritorno propagandistico (le due guerre euro-statunitensi suddette), è stata fatta tanta agiografia del giornalista. Egli compariva sempre più imbavagliato e sempre più martire.
Questo moderno eroe della verità dovrebbe, dunque, presentarsi in termini più modesti, quale agente periferico di una grande industria che confeziona e vende artefatti informativi secondo le usuali logiche di mercato. (Anche il più scrupoloso dei reporter lavora ogni istante per fornire alla grande macchina alchemica del giornalismo materia bruta di testimonianza che deve essere trasformata in oro spettacolare.)

Mi ripugna la pubblicità Benetton con sopra i faccioni dei condannati a morte? La solita speculazione (soldi fatti sul dolore). No, non mi ripugna la perfida ironia situazionista di Toscani. Mi pare giusta questa cancellazione delle frontiere. Perché la pubblicità non dovrebbe usare l’informazione? L’informazione è forse altro dalla pubblicità? Gioco di specchi: i bombardamenti sulla Serbia come uno spot della Nato e del primo ministro, la pubblicità di Benetton come una notizia sulle esecuzioni capitali negli Stati Uniti. Benetton-Toscani denunciano politicamente la condanna a morte? Non è denuncia politica di alcun genere. È denuncia della mancanza di frontiere all’interno del continuo flusso d’immagini dello spettacolo, denuncia dell’indifferenza dei generi (telegiornale uguale spot pubblicitario). Se vi è denuncia, dunque, riguarda un conflitto interno al mondo dello spettacolo, non contro lo spettacolo.

Agee: “Qui cercherò di scrivere solo e rigorosamente di ciò che nella realtà fisica o nella mente è di fatto accaduto; e mi sforzerò con la massima serietà di non usare tali ‘materiali’ per fare arte, e ancor meno giornalismo, ma per renderli così com’erano e come sono nella mia memoria e considerazione.”

Né arte, né giornalismo. Che cosa allora? Storia. Neppure. Un genere più ‘elementare’? Forse. La testimonianza. Ma non nel senso che può piacere ai filosofi, ai teologi. Questi sembrano avere in mente solo Testimonianze di grande levatura, che testimoniano di realtà decisive, difficili, generali, trascendentali, e quant’altro. Agee sembra, invece, pensare a testimonianze di un testimone senza titoli, rango, mestiere, quasi un testimone per caso, un testimone qualunque di fronte a una realtà qualunque.

Kafka, Diari : “2 agosto. La Germania ha dichiarato guerra alla Russia. – Nel pomeriggio scuola di nuoto.”

Questa è una testimonianza. Nessun reporter potrebbe inviare un dispaccio del genere. Né mai quotidiano presentare un tale titolo o un giornalista aprire il telegiornale con queste due frasi. Impossibile. (Forse una poesia, in modo spontaneo, potrebbe far propria questa testimonianza: due agosto: la germania ha dichiarato / guerra alla russia. nel pomeriggio / scuola di nuoto.)
Agee pensa a qualcosa di simile? A questo genere di testimonianza con la t minuscola? Egli vuole ripudiare l’arte – l’artificio e l’immaginazione – per abbracciare la vita, la dignità delle cose che semplicemente esistono. Ma la vera minaccia al genere della testimonianza non viene forse dal giornalismo? Egli ritiene il giornalismo troppo prosaico per approfondire le ragioni di un tale ripudio? Bisognerebbe chiedersi, piuttosto, perché nella maggior parte dei casi la testimonianza non sia giornalismo. (La notizia non è in fondo una forma impersonale, asettica, di testimonianza?) Bisognerebbe chiedersi perché il giornalismo sia complice e spesso diretto artefice del processo che trasforma la testimonianza in spettacolo. E bisognerebbe temere, più che l’arte, la contiguità nociva della vita e dello spettacolo di essa. Se si vuole testimoniare per ciò che esiste, è necessario sapere come difendersi da quell’irrealtà quotidiana che attraversa concretamente e materialmente le nostre vite: il mondo in immagini e il linguaggio in slogan. Qui Agee, è ovvio ormai, funge da pretesto. Il suo discorso vale in quanto discorso estrapolato, aperto alle incursioni e alle sollecitazioni più diverse. Considerato oggi, il discorso di Agee sorprende per l’assenza di angoscia nei confronti dello spettacolo e per un’esagerata preoccupazione nei confronti dell’arte. (Sorpresa tanto più forte, in quanto si parla di testimonianza, ossia di trasmissione della memoria e dell’esperienza personale di avvenimenti reali.) Ai giorni nostri, le forze che minacciano d’inquinare la testimonianza provengono soprattutto dalla ‘videosfera’ (le immagini del mondo reale) piuttosto che dalla letteratura (le figure retoriche). Dobbiamo allora leggere Agee su di uno sfondo diverso. Su quello sfondo che Debord, in modo traumatico, ha delineato per noi, prima che ci diventasse fin troppo familiare.

Debord, La società dello spettacolo: “Tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni moderne di produzione si presenta come un’immensa accumulazione di spettacoli. Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione.”
“Lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale tra individui, mediato dalle immagini.”
“Lo spettacolo, compreso nella sua totalità, è nello stesso tempo il risultato e il progetto del modo di produzione esistente. Non è un supplemento del mondo reale, la sua decorazione sovrapposta. È il cuore dell’irrealismo della società reale. In tutte le sue forme particolari, informazione o propaganda, pubblicità o consumo diretto di distrazioni, lo spettacolo costituisce il modello presente della vita socialmente dominante.”

Vivere nel consumo d’irrealtà ha dirette conseguenze sulla testimonianza. Non solo diventa difficile trovare ‘veri’ testimoni (alla Kafka), ma anche possibili destinatari per le testimonianze. Se ne era accorto uno dei testimoni esemplari di questo secolo – testimone per caso e per necessità – Primo Levi. Egli era qualcosa di più di un ‘vero’ testimone. Non perché abbia voluto sacralizzare lo sterminio nazista degli ebrei, come molti ebrei (e non solo) hanno finito col fare. Egli non ha mai nobilitato la sua testimonianza, non le ha fornito titoli o investiture solenni, non le ha messo accanto il megafono.
(Nemmeno avrebbe tollerato, credo, il film-documentario di James Moll, Gli ultimi giorni, sponsorizzato da Steven Spielberg. Testimonianze di Lager anche qui, ma confezionate. Accordi struggenti di pianoforte come sfondo sonoro, mentre una donna ci racconta di quando è stata separata dalla madre. E alla fine, sulle ultime note, lo scoppio di pianto. Lo spettacolo si è sottilmente infiltrato nella testimonianza. Rimaneggiamento semiotico: montaggio, regia, colonna sonora.)

Né Levi ha testimoniato servendosi di una dottrina (laica o religiosa che fosse), ossia di un bagaglio di risposte possibili, definitive. Se egli è stato un testimone così importante (maestro di testimonianza), lo è stato perché, meglio di altri, più onestamente di altri, ha sentito la minaccia crescente della vanità della propria testimonianza. Ha percepito il germe dell’irrealtà farsi strada dentro e fuori di lui, nella memoria sfuggente, troppo plastica, e nelle capacità di ascolto altrui, di riconoscimento e comprensione.

Egli aveva, come di slancio, superato l’ostacolo più arduo per chi è testimone dell’estremo, dell’anomalo, dell’orrore: il silenzio, l’impossibilità di esprimere. Si propose con Se questo è un uomo di “fornire documenti per uno studio pacato di alcuni aspetti dell’animo umano”. “Studio pacato…” Frase che stride con il tono biblico, da catastrofe soprannaturale, che aleggia in molte evocazioni dei Lager. Dunque, Levi riuscì a comporre il messaggio. Riga per riga, focalizzandosi su questo o quell’episodio, con una fedeltà al reale e alla propria esperienza, tale da incarnare l’ideale di testimonianza evocato da Agee. Il messaggio passò, sconvolse i cuori, penetrò le teste. Le penetrò come un rovello e come un allarme. Finché una nebbia cominciò a interporsi tra l’emittente e il destinatario. Una nebbia d’irrealtà: stereotipi, semplificazioni, banalità. Lo spettacolo s’infiltrava nella testimonianza, dalla parte dei destinatari.

Non è possibile riportare qui tutto l’episodio descritto nel capitolo settimo (“Stereotipi”) di I sommersi e i salvati. Levi racconta a una quinta elementare la sua vicenda di testimone e scrittore. Un ragazzino gli pone la domanda usuale: “Ma lei perché non è scappato?”. Poi si fa disegnare alla lavagna la pianta del Lager, con le recinzioni, le torrette di controllo e le baracche. Infine illustra a Levi un classico piano di fuga in stile hollywoodiano. Questo il commento di Levi:

“Nei suoi limiti, mi pare che l’episodio illustri bene la spaccatura che esiste, e che si va allargando di anno in anno, fra le cose com’erano ‘laggiù’ e le cose quali vengono rappresentate dalla immaginazione corrente, alimentata da libri, film e miti approssimativi. Essa, fatalmente, slitta verso la semplificazione e lo stereotipo; vorrei porre qui un argine contro questa deriva. In pari tempo, vorrei però ricordare che non si tratta di un fenomeno ristretto alla percezione del passato prossimo né alle tragedie storiche: è assai più generale, fa parte di una nostra difficoltà o incapacità di percepire le esperienze altrui quanto più queste sono lontane dalle nostre nel tempo, nello spazio o nella qualità.”

Questa incapacità del destinatario di percepire le esperienze altrui (lontane nel tempo, nello spazio, nella qualità), Levi la considera come un limite antropologico. In questo, egli manifesta un pessimismo radicale. Però evoca subito un rimedio: la storia. “È compito dello storico scavalcare questa spaccatura, che è tanto più ampia quanto più tempo è trascorso dagli eventi studiati.” (Per Debord una tale incapacità non è innata, bensì potenziata giornalmente dal consumo d’irrealtà. E per lui, inguaribile ottimista, unico rimedio resta la rivoluzione.)

La domanda che rimane a noi da porci è allora questa: che cosa (o chi) può oggi sanare quella testimonianza che lo spettacolo (che la nostra indole solipsistica) inquina? Le risposte date da Levi (la storia) o da Debord (pratiche comunicative rivoluzionarie) divengono sempre più opache, sempre meno plausibili. O, piuttosto, esse esigono di essere riformulate, ripensate punto per punto, sillabate come parole ormai desuete attraverso un’umile ostinazione. Nulla dovrebbe essere dato per scontato. Di certo il giornalismo ‘buono’ non sembra essere in grado, da solo, di custodire la testimonianza contro l’oblio, la menzogna, lo stereotipo. E l’arte? La poesia? Bisogna pensare che cosa, in esse, possa valere come custodia e denuncia di ciò che semplicemente esiste: nella più dimessa banalità (il nuoto pomeridiano), nella più sovrastante crudeltà (la guerra tra Germania e Russia).

Da “Qui. Appunti dal presente”. Numero 2 – primavera 2000

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73 Responses to Possibilità di testimonianza

  1. georgia il 3 ottobre 2006 alle 11:17

    molto interessante ora me lo rileggo un’altra volta con più attenzione.

    Approfitto per dire a jan che MANCA LA BACHECA DI OTTOBRE :-(
    l’ho cercata per segnalare un articolo dove parlano anche di voi, ma c’era solo quella di settembre. e sapendo come la pensate sulle incursioni nei singoli post ero titubante …, ma per una volta lo farò … spero di non meritare per questo torture e contumelie.
    ARMANDO PETRINI, Pasolini, Calvino e il ruolo degli intellettuali. Ancora sull’industria culturale.

    P.S chiaro che i complimenti non sono fatti per giustificare l’incursione ma semmai il contrario, già che sono qui a leggere e fare i complimenti posto anche la segnalazione :-)

  2. roberto il 3 ottobre 2006 alle 11:34

    @andrea
    “Manipolazione e censura politica sono le forme più arretrate della macchina giornalistica. Fase primitiva, eteronoma, dell’industria dell’informazione”.

    Caro Andrea, questa affermazione non è priva di verità. Vorrei fare un esempio. La stampa araba non è monolitica come vorrebbe farci credere il TG5. Se i grandi network islamici hanno usato la citazione di Benedetto XVI su Maometto il Sanguinario per ‘eccitare’ le piazze, è anche vero che nei giornali arabi si sta creando un distanziamento tra le ‘parole d’ordine’ dettate dai governi e le notizie, i fatti, il racconto delle cose, cioè il rapporto che un giornale dovrebbe avere con i suoi lettori.

    In tanta eccitazione, il Jordan Times ha brillato di moderazione. Qualcuno dirà che si tratta di una testata filo-occidentale, ma il quotidiano di Amman ha evidenziato che Benedetto XVI aveva definito “sorprendentemente brusca” la citazione dell’imperatore Paleologo sulla Spada di Maometto.
    E’ un modo per aprire la porta all’interpretazione dei lettori: “agreeing o repudiating?”, Benedetto XVI era d’accordo o no con il Paleologo? E voi lettori (arabi) siete d’accordo o no con quello che dice il Papa? E se non lo siete cosa gli rispondete al di là di bruciare qualche chiesa? “Si trattava di una citazione di un testo medievale che non esprime in nessun modo il mio pensiero”, il Papa si è ‘scusato’ così. Prove tecniche di dialogo culturale, insomma. Tutto grazie al Jordan Times, mica al foglio o al manifesto (lì è la solita minestra, se ti va possiamo analizzarla più nel dettaglio, da d’Eramo a Ferrara è stato il solito ritornello).

    I giornalisti del Daily Star, invece, hanno scelto di verificare le fonti. Secondo il quotidiano libanese, il discorso del Papa potrebbe contenere una lacuna nella datazione storica: quando Maometto pronuncia la frase “nessuna costrizione nelle cose di fede” (la prima delle due citazioni contenute nella lectio del Papa), il Profeta non sarebbe “senza potere e minacciato” dai suoi avversari, come ha sostenuto Benedetto XVI, ma avrebbe già mosso i primi passi verso Medina, e quindi parlerebbe da una posizione che si sta rinforzando. La frase del Profeta, in questo caso, darebbe tutt’altro sapore alla ricerca del dialogo religioso.

    Con questi due esempi vorrei dimostrare che il giornalismo arabo ha diverse anime, e non si tratta per forza di manipolazioni jaziiriste (è un discorso che possiamo applicare anche alla stampa occidentale, ovviamente). I pezzi delle testate giordane e libanesi che ho appena citato hanno un tono molto diverso dai dispacci della Islamic Republic New Agency (IRNA): qui la ‘notizia’ diventa che i genitori arabi si sono finalmente decisi a ritirare i loro figli dalle missioni e dalle scuole cattoliche. Non scherzano neppure gli americani della Nazione dell’Islam: dopo aver ricordato i soliti cinquecento anni di Inquisizione, Controriforme e Crociate che contraddistinguono la storia dell’Occidente (come no), se la cavano borbottando che ogni religione contiene un tasso di violenza (sai che scoperta), “nessuna esclusa, compreso il Giudaismo”. Caso mai qualcuno si fosse dimenticato degli ebrei, pardon, dei “giudei”.

  3. andrea inglese il 3 ottobre 2006 alle 12:15

    nessuna contumelia, grazie georgia

  4. maria (valente) il 3 ottobre 2006 alle 14:40

    Andrea, forse una possibile soluzione è il “mediattivismo” che non è più solo spettacolo in quanto contraddittoria forma di attiva passività, trascrivo qualche passo da Skizomedia di Bifo:
    “La parola mediattivismo entra nel lessico della politica quando nel 1999, durante la Rivolta di Seattle, migliaia di persone si mobilitano con i loro strumenti di registrazione audiovisiva invadendo per diversi giorni la scena mediatica globale con un’assemblea virtuale contro il potere delle corporation economiche.
    Con la parola “mediattivismo” s’intende da allora il rovesciamento del rapporto di ricezione passiva che caratterizza la comunicazione di massa, e la presa di parola da parte di una massa sempre più ampia di produttori semiotici(…)
    Dentro la parola stessa “media- attivismo” c’è una contraddizione. Medium è uno strumento che pone chi se ne serve in una condizione di mediazione e di passività. Come può divenire attivo chi usa gli strumenti del mediare del passivizzare? In questa contraddizione trova il suo problema teorico e la sua energia pratica…In questa ambiguità vive il mediattivismo: partecipa al processo di mutazione post-umana, ma tenta di deviarne il tragitto(…)
    Quest’inizio di secolo è segnato dall’esplosione di una follia aggressiva. Dall’11 settembre 2001 la guerra è avvenuta all’ordine del giorno, anzi è diventata l’orizzonte oltre il quale nessuno riesce a vedere(…)Nel 1991, le immagini della prima guerra americana contro il regime iracheno erano riprese dal punto di vista delle bombe intelligenti in cerca del loro obiettivo e possedevano tutta la pulizia fredda dell’elettronica e la passione dissociata del videogame. Questa volta l’orrore è stato mostrato in tutta la sua raccapricciante “VERITA'”, STRIDENTE CON LE PAROLE dei guerrieri occidentali che a Doha, a Washington, o a Londra parlavano con toni euforici dell’avanzata dei liberatori.
    Per quanto forte sia stato il controllo politico- militare sull’informazione, l’effetto è stato molto diverso da quello che ci saremmo aspettati(…)
    Con gli embeds, la stampa e la televisione è stata per la prima volta intimamente compartecipe alle azioni e scontri militari. Questo ha prodotto un’informazione eccitata e propagandistica, con giornalisti avvolti in tute protettive e occhiali per visione notturna ad ammirare estasiati la capacità o precisione di fuoco dei reparti americani(…)
    Questa situazione singolare ha avuto due effetti principali: la costituzione di un’informazione faziosa da parte degli embeds, e una divisione strutturale (e pericolosa) tra embeds (essenzialmente giornalisti americani) e tutti gli altri (Reporters sans Frontières ha stimato che dei 2000-2500 giornalisti presenti in Iraq e dintorni, solo 600 erano embeds).
    (…) I militari americani si sono così distinti in una serie di attacchi a giornalisti non-embeds, come ad esempio l’attacco all’Hotel Palestine a Baghdad (sede uffiicosa della stampa non allineata) che ha causato la morte di Taras Protsyuk, un cameramen ucraino che lavorava per Reuters, e di Josè Couso, spagnolo. Le truppe americane bombardarono inoltre gli uffici di Al-Jazeera e Abu Dhabi Television, uccidendo Terq Ayyoub, giornalista giordano palestinese che lavorava per Al- Jazeera (che già nel 2001 durante la guerra in Afghanistan era stata bombardata dall’aviazione americana). Sia la struttura militare americana che il regime iracheno hanno tentato di emarginare e reprimere l’indipendenza dei giornalisti, ma il principio della concorrenza tra le diverse agenzie di informazione ha impedito che la voce dei lavoratori dell’informazione potesse essere del tutto cancellata, e almeno fuori degli Usa ha reso possibile un’informazione sufficientemente abbastanza ampia da permettere una conoscenza di quel che stava accadendo: non una liberazione, ma una feroce guerra di invasione.(…)
    Questo non significa che il sistema informatico abbia detto LA VERITA’, significa solo che la sanitarizzazione informativa delle guerra in molti paesi non è passata, per una specie di rivolta spontanea…”

    Quindi, riassumendo, concordo con Bifo sul fatto che, da un lato, non tutto il giornalismo ha fallito e spesso prorpio in virtù di quella biasimata spettacolarizzazione del dolore e dell’orrore, uniche percezioni di verità che la censura americana non è riuscita a seppellire…la retorica del soldato eroe della patria stavolta non passa se ci sono le foto dello scandalo; dall’altro il giornalismo mantiene la precedenza nel campo dell’informazione, per l’ impatto immediato e dirompente sulla pubblica opinione, obiettivi che l’arte raggiunge solo raramente, con effetti di lungo periodo, e inevitabilmente parziali o almeno geograficamente circoscritti, a meno che non si tratti di un best- seller che, converrete, è una strada nient’affatto assicurata per una cellula impazzita, sfuggita chissà come al sistema e, comunque, quasi mai senza il sostegno della rete. In sintesi, è l’arte ad avere bisogno di appoggi mediali ( nonché spettacolari) se intende espandersi con velocità inversamente prorporzionale alla sua durata, se intende preservare la forza d’urto necessaria a sostenere la sua battaglia, non il contrario; pensare di costituire una valida alternativa come valore in sé, contro la spettacolarizzazione è ingenuo; viceversa, analizzare a fondo le perversioni del sistema, installarvisi come un’intrusa e sabotarlo dall’interno distorcendo i segnali, credo sia l’unica strategia possibile al momento.

  5. tashtego il 3 ottobre 2006 alle 16:14

    “Questa incapacità del destinatario di percepire le esperienze altrui (lontane nel tempo, nello spazio, nella qualità), Levi la considera come un limite antropologico. In questo, egli manifesta un pessimismo radicale. Però evoca subito un rimedio: la storia.”
    Sono convinto che Levi avesse ragione e che si tratti di un limite fisico, oltre che antropologico, e che la storia non possa farci niente, se non restituire, sotto forma coerente di narrazione, l’incoerenza dell’accadere che riguarda fatti di anni ed anni fa: la storia è spettacolo (o meglio è fiction) al pari di tutto il resto.
    Il passato si perde perché è la realtà stessa che si perde nell’attimo successivo al suo esserci. Il passato si perde innanzi tutto nella memoria e nella coscienza di chi l’ha vissuto, del cosiddetto testimone, nel quale resta solo una traccia deformata, più o meno pallida.
    Allora nella disperazione dell’irrealtà, che non è solo di oggi, ma di sempre (oggi si fa un uso politico dell’irrealtà, o meglio della fiction relazionata al cosiddetto reale), si apre la divaricazione tra l’urgenza giornalistica del riferire e la testimonianza a freddo ragionata e messa in coerenza con ciò che resta nella memoria.
    Sono modalità talmente differenti da non poter essere paragonate. E tuttavia hanno in comune almeno una cosa: la necessità di basarsi su un costrutto, uno scheletro interpretativo più o meno urgente solido completo, senza il quale anche il solo riferire ciò che accade nel momento in cui accade diventa quasi impossibile.

  6. tashtego il 3 ottobre 2006 alle 17:29

    ho scritto: “oggi si fa un uso politico dell’irrealtà”
    avrei dovuto scrivere: “oggi si fa un uso economico-politico dell’irrealtà”.

  7. andrea inglese il 4 ottobre 2006 alle 01:21

    a roberto: a me viene allora da chiedermi quanto l’informazione, che circola in paesi in cui la religione islamica ha un gran peso politico, sia spinta verso logiche di spettacolarizzazione autonome, sul modello di quanto avviene nelle nostre democrazie del capitalismo avanzato…
    (ma quanto poco so poi di quello che avviene in quei paesi….)

    a maria: è importante il brano di Bifo che citi, perché io stesso avevo sei anni fa una visione assai riduttiva del mondo giornalistico; quanto alla priorità del giornalismo per l’impatto immediato sull’opinione pubblica, in bene o in male, è senz’altro indiscutibile. Ma non credo che l’arte debba competere, o mettersi per forza in sintonia con il giornalismo, ai fini di ottenere un’acellerazione dei suoi “effetti”; c’è una forza d’urto della breve durata, delle immagini scandalo (ricordiamoci le torture in Iraq), ma vi è una forza d’urto anche dell’analisi spassionata, distaccata, storica, o dei tempi lunghi dell’arte. La forza d’urto di Primo Levi non è stata neppure “percepita” a ridosso degli eventi. E’ esplosa dopo. Ma non a caso, credo.

    A tash: ci sono delle belle pagine della Arendt, in “Vita activa” sulla Storia come narrazione reificata rispetto all’intreccio aperto e imprevedibile delle azioni umane… Ma non calcherei troppo la mano sulla dimensione “finzionale” della storia, si finisce prima in un certo Foucault, accusato da Carlo Ginzburg (“Il formaggio e i vermi”) di estetismo, e poi in alcuni veri e propri reazionari. E poi “giornalismo” e “testimonianza” sono solo una polarità, a cui bisogna aggiungere, e qui entra la Wieviorka, “testimonianza ” e “storia”. Insomma, il testimone, come tu dici, ha coscienza “pallida” degli eventi. Ma il documento (storico) corregge il testimone, pone una distanza, solleva la questione della prova, ecc.

  8. andrea inglese il 4 ottobre 2006 alle 01:35

    Inserisco a completamento, un brano dalla Wieviorka, che riguarda anche la quetione delle “giornate delle memoria”.

    “Alvin Rosenfeld osserva che negli Stati Uniti la maggior parte delle persone percepiscono i crimini nazisti non tanto attraverso i racconti storici, ma attraverso immagini individuali e attraverso i racconti prodotti dagli scrittori popolari, dagli artisti, dai produttori di film (vedi Olocausto e Schindler’s list). ‘Fa parte dell’ethos americano il fatto di porre l’accento sulla bontà, l’innocenza, l’ottimismo, la libertà, la diversità e l’uguaglianza. E allo stesso ethos appartiene anche il fatto di sminuire o di negare i lati bui della vita e di sostituirli accentuando il potere salvifico dell’atteggiamento morale e dei mezzi collettivi di Redenzione. L’americano preferisce pensare in modo positivo e affermativo. La viosione tragica e dunque antitetica alla visione americana del mondo, che vuole che gli uomini trionfino rispetto alle avversità e non continuino a rimuginare le loro pene.’ Il problema è che tale visione non coincide affatto con quella che si forma lo storico allorché studia il genocidio degli ebrei.”
    (Wieviorka, 1999)

  9. Lorenzo Galbiati il 4 ottobre 2006 alle 01:55

    L’articolo è molto interessante e difficile da commentare.
    Non si inserisce direttamente nel discorso relativo al dover ricordare.
    Ma a me pare che laddove si voglia isolare la testimonianza dalla sua spettacolarizzazione, laddove la si voglia usare per “fornire documenti per uno studio pacato di alcuni aspetti dell’animo umano”, non si possa imporre alcun dovere, alcuna memoria.
    La stessa possibilità di aver memoria di fatti accaduti ad altri pare peraltro svuotata di significato se si prende per buono quanto Levi afferma, e cioè che esiste “una nostra difficoltà o incapacità di percepire le esperienze altrui quanto più queste sono lontane dalle nostre nel tempo, nello spazio o nella qualità.”
    Se questa incapacità di identificazione sia dovuta alla situazione antropologica oggettiva dell’uomo o all’effetto dell’irrealtà dell’ambiente in cui si sviluppa la testimonianza (o a entrambi i fattori in sinergia), non cambia la conclusione a cui si arriva: imporre di ricordare (come monito a se stessi, in ultima analisi) esperienze altrui la cui percezione risulta difficile o alterata nei destinatari, appare quanto mai insensato.
    Ciò che importa non è la memoria del fatto, ma l’esistenza del fatto.

    L’arte credo permetta di avvicinarsi al fatto nel modo più coinvolgente possibile, proprio perchè non può imporre nulla, proprio perchè lascia il destinatario libero di reagire a suo modo. Anche dimenticando l’opera d’erte. E il destinatario ricorderà i fatti narrati (se pensiamo a un libro) tanto più questi fatti avranno colpito la sua sfera emotiva ed esperienziale. Forse si dovrebbe dire che più che far memoria dei fatti, il destinatario farà memoria delle emozioni che i fatti gli hanno evocato: i fatti come veicolo della memoria soggettiva più che come contenuto.
    Come ha detto Walser (ringrazio db per la segnalazione)
    “…ogni sollecitazione pubblica ha diretta influenza sulla coscienza degli appartenenti ad una comunità. Ma se la coscienza è esposta alla storia e alla vergogna deve poter reagire liberamente, non può limitarsi ad una pura reazione coatta decisa a priori da un tribunale. La scuola ad esempio deve offrire il materiale, la storia, le informazioni, i valori di riferimento, ma poi il ragazzo deve essere libero di reagire, fosse pure per diventare un essere asociale o un estremista di destra […]. Quanto alla coscienza dei tedeschi, una cosa è certa: è giusto informare, lo stato deve preoccuparsi che le sue scuole e le sue università mantengano viva la conoscenza sul nazismo e sull’Olocausto; ma poi si deve rischiare, si deve lasciare al singolo e alla sua coscienza il giudizio e la reazione rispetto a quanto è successo. Oggi come ieri un bambino tedesco quando viene a sapere di Auschwitz si spaventa. E si spaventerà anche fra duecent’anni. Ma forse fra duecent’anni nessuno pretenderà da lui che si spaventi. Questa è la differenza.”
    Lorenz
    PS E’ evidente credo, ma preferisco esplicitarlo: a me interessa in questo discorso studiare l’eticità e l’utilità del presunto “dovere di ricordare”, indipendentemente dal contenuto che si “dovrebbe” ricordare. Quando in Turchia si decideranno a riconoscere pubblicamente il genocidio degli armeni, e a insegnarlo a scuola, darò ragione all’intellettuale turco che, dopo qualche generazione, dirà cose analoghe a quelle di Walser.

  10. Jackie D. il 4 ottobre 2006 alle 08:01

    E’ noto, la stampa non informa sui fatti, ma “informa” i fatti… Testimone in latino accoglie due termini: “testis”, colui che si pone come terzo (in un processo), “superstes”, qualcuno che ha attraversato fino alla sua fine un evento (qui mi sembra di rintracciare la “testimonianza di Primo Levi). Il greco declina “martis” (martire)… ma forse il vero testimone (muto) è colui che nei campi era stato chiamato “Muselmann”, termine la cui origine resta irrisolta.

  11. tashtego il 4 ottobre 2006 alle 08:25

    in effetti ho fatto non-debitamente coincidere, come fossero sinonimi, fiction e narrazione.
    la storia è sempre narrazione, ne sono convinto.
    diventa fiction quando introduce modalità romanzesche o anche solo emozionali nel testo, di qualsisi tipo esso sia.
    l’importante secondo me è non farsi illusioni circa la possibilità della realtà (accaduta e/o accadente) di essere riprodotta senza prima passare per una bella trafilatura umana.
    quando esisterà la possibilità costruire macchine per fare storia, e forse già esiste, resterà sempre il problema di come programmarle.
    non ricordo il passo della arendt in vita activa, eppure è l’unico testo (bellissimo) che ho letto, di essa.
    lo cercherò.

  12. temperanza il 4 ottobre 2006 alle 09:34

    Tash: “l’importante secondo me è non farsi illusioni circa la possibilità della realtà (accaduta e/o accadente) di essere riprodotta senza prima passare per una bella trafilatura umana.”

    Sono d’accordo, e la strafilatura umana non è mai scucchiaiata o scucchiaiabile dai contesti e dalle contraddizioni indicati nel post di Inglese.

    Debord “Tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni moderne di produzione si presenta come un’immensa accumulazione di spettacoli.”

    Questa constatazione innegabile deve essere applicata anche qui, persino i commenti sono microrappresentazioni e in quanto tali il loro apporto di verità, di microverità, e persino di microverità personali, è altrettanto inquinato, eppure al tempo stesso è “vero” perché testimonia della contraddizione “vera” del voler portare un contributo di verità con strumenti inquinati alla fonte.

    Inglese “E l’arte? La poesia? Bisogna pensare che cosa, in esse, possa valere come custodia e denuncia di ciò che semplicemente esiste”

    Com’è possibile salvaguardare un momento di custodia e denuncia di ciò che esiste se ciò che esiste è spettacolo? Manipolazione? Solo con una critica radicale di ogni frammento del discorso.

    Eppure qui si leggono spesso interventi che criticano dall’esterno, nell’illusoria fiducia che sia possibile una postazione neutra, un punto di vista personale storico e politico che non sia il prodotto di manipolazioni.

    Sottoporre a critica prima di ogni altra cosa le proprie parole e le proprie posizioni senza credersi portatori di verità, ma solo di frammenti di discorso mi sembrerebbe una accettabile base di partenza.

  13. gina il 4 ottobre 2006 alle 09:38

    Di fronte alla condizione inumana

    di DONATELLA DI CESARE (il manifesto, 27.01.2005, p. 12)

    Accettando che Auschwitz corrisponda all’indicibile la filosofia ha confinato questa pagina della storia nel dominio del mistero, rinunciando al suo compito. Dovrebbe invece accettare la sfida e rivedere i propri concetti, da quello di morte a quello di libertà, da quello di morale a quello di ragione

    Come si può comprendere «quel che è accaduto»? Come si può anzi presumere di comprendere l’estraneità assoluta del male radicale? La domanda, in forma più o meno esplicita, circola nel senso comune, nella politica, nell’arte, nella psicologia, nella storia, nella filosofia. E sembra quasi ovvio che non si possa comprendere – a sessant’anni di distanza. A partire dal silenzio che nell’immediato dopoguerra Theodor W. Adorno prescrive ai poeti, questa posizione si è andata affermando, ad esempio nell’arte, che appare ancora stretta nell’alternativa tra l’oscenità del kitsch e il moralismo apologetico. La difficoltà di rappresentare l’irrappresentabile emerge nell’idea dei monumenti non-monumenti costruiti in questi ultimi anni nelle città europee ed americane. Analoghe precauzioni attraversano altri ambiti. Nel pamphlet filosofico uscito da poco in Italia Piccola metafisica dell’omicidio (Genova 2004) l’autrice Eliette Abécassis torna a sottolineare i pericoli che deriverebbero da ogni tentativo di comprendere o anche solo di frequentare il male radicale. Il pericolo maggiore sarebbe quello del contagio, già solo per la seduzione che il male esercita. Insomma per il suo carattere inglobante «il male – secondo Abécassis – comprende chi vuole comprenderlo». Il potere infinito del male, nella sua metafisica trascendenza, sembrerebbe allora imporre un silenzio del dire e un silenzio del comprendere.

    Trincerarsi tuttavia dietro il non-comprendere, anche solo per precauzione, comporta pericoli non minori. Dal non dire al negare il passo è breve – e nella storia si è giunti a negare i fatti. Perciò non ci sarebbe nulla da comprendere. Il male sarebbe appunto un nulla, un non posto fuori dall’essere, fuori da ciò che è, che si può dire e che si può comprendere. Questo negare è un modo di prendere parte alla grande impresa dello sterminio. La parola ebraica Shoah significa, com’è noto, annientamento, distruzione, rovina. Il male ha voluto non solo la cancellazione delle coscienze e la morte dei corpi, ma la negazione totale della comprensione.

    Perché allora accettare che Auschwitz sia un indicibile incomprensibile? Non si rischia – come ha avvertito Giorgio Agamben – di concedere ad Auschwitz il privilegio della mistica e di adorarlo in silenzio? La domanda deve essere oggi rivolta soprattutto alla filosofia che ha interpretato il male radicale come l’opposto del pensiero contribuendo in modo determinante a confinare Auschwitz nel dominio del mistero, di ciò che è inesplicabile, indicibile, incomprensibile. Ma respingendo Auschwitz al di fuori della propria sfera di competenza, la filosofia ha allo stesso tempo rinunciato al suo compito e confessato il suo scacco. Anche le questioni più dibattute negli ultimi anni, quella della colpa e quella del perdono, ribadiscono alla fin fine i limiti tra l’anti-mondo e il mondo e sono, semmai, tentativi di pensare il male trasformandolo in bene. Così però la filosofia non sbaglia solo mira; perde anche l’opportunità di un’inversione di rotta, la possibilità forse di quel nuovo inizio post-metafisico da tempo cercato.

    Perché non fare filosofia di nuovo a partire da Auschwitz? Perché non ricominciare dall’anti-mondo del mondo, dall’«universo concentrazionario» – per seguire la definizione data da David Rousset – che contiene in sé dispiegati e spiegati tutti gli universi totalitari e tutte le concentrazioni a venire? Perché non riprendere da quella situazione-limite, al limite di tutte le umane ovvero inumane situazioni-limite, e tentare di guardare da lì di nuovo il mondo ritrovando il nesso tra l’anti-mondo e il mondo? Auschwitz, nome proprio insostituibile, metonimia di «quel che è accaduto», è l’evento che non ha senso dire «unico», perché sarebbe astrarlo dalla storia, ma che si può chiamare unprecedented – secondo la tesi ancora molto controversa che ha proposto il filosofo Emil Fackenheim, da poco scomparso – per essere spinti a cercare precedenti nel passato e a vigilare perché non divenga precedente nel futuro. Cesura che segna un prima e un poi nella nostra storia, Auschwitz è una sfida lanciata alla filosofia sia perché la spinge a rivedere i propri concetti, da quello di morte a quello di libertà, da quello di legge morale a quello di ragione, sia perché la rinvia a concetti impensati, rimasti sinora fuori dall’inventario filosofico. Ma è una sfida soprattutto perché, a partire dall’essere umano, non più umano, disumanizzato e inumano, delle vittime e dei carnefici, a partire dalla loro condizione inumana, costringe la filosofia a ripensare radicalmente la condizione umana. Se questo è un uomo – così si interroga Primo Levi già nel 1947 a proposito del Muselmann (etimologia ancora non spiegata), cioè del «mussulmano», dell’essere umano «in dissolvimento» all’interno del lager.

    E è forse proprio dalla testimonianza che la filosofia deve riavviare la propria riflessione – anche quella sul concetto stesso di testimonianza. D’altronde, nella latitanza della filosofia di fronte ad Auschwitz, le prime domande e le prime risposte filosofiche sono venute sin qui in gran parte dai testimoni. Esemplare, e particolarmente significativa per la riflessione filosofica, è la questione del comprendere. Seguendo le testimonianze si dovrebbe rovesciare la domanda più ovvia e comune. E occorrerebbe allora chiedersi: come si può non comprendere? Come si può rinunciare a comprendere Auschwitz? Proprio là dove il non comprendere e il non essere compresi, dove la negazione totale della comprensione ha mostrato tutta la sua capacità di morte?

    Testimone ad Auschwitz-Monowitz della situazione-limite del parlare e del comprendere o, meglio, del non-parlare e del non-comprendere, Primo Levi intitola «Comunicare» un capitolo del suo ultimo libro I Sommersi e i salvati. E vale la pena a questo proposito sottolineare che, malgrado la sua grande notorietà, il contributo di Levi alla riflessione su Auschwitz non è stato ancora pienamente apprezato. Con lucida precisione veien descritto l’antilinguaggo nell’universo concentrazionario del lager dove si erge implacabile una «barriera linguistica totale». Questa barriera non si sperimenta nel «mondo normale» in cui, perfino nell’incontro con le lingue più lontane ed estranee, «il quasi-non-capirsi può addirittura essere divertente come un gioco». La barriera linguistica ad Auschwitz è totale come il totalitarismo che viene fondato attraverso il non-comprendere e il non-farsi-comprendere. Il meccanismo del potere si instaura qui. E la barriera, totale e totalitaria, non tollera nessuno spazio di gioco: «pena la vita». Molto semplicemente: chi non comprende muore.

    Ad Auschwitz, Babele del ventesimo secolo, il gergo del lager è una variante scheletrica del tedesco del Terzo Reich, contaminata dall’jiddish, dal polacco, dal dialetto slesiano, dall’ungherese. Ma sapere o non sapere il tedesco è lo spartiacque tra la vita e la morte. I prigionieri italiani appena arrivati, che non capiscono, che non fanno in tempo a capire, dopo pochi giorni annegano «nel mare tempestoso del non-capire» – morti a prima vista per fame, freddo, fatica, malattia, ma soprattutto, a ben guardare, per «l’urto» contro quella barriera linguistica. Secondo un modello ben consolidato nella manipolazione etnica del linguaggio, per le SS chi non capisce il tedesco è un «barbaro», balbetta e non parla. Se si ostina a balbettare la «sua non-lingua», bisogna farlo tacere perché, dato che non ha una lingua, non è neppure un «Mensch, un essere umano».

    Insieme alla barriera linguistica totale, nell’universo concentrazionario la comunicazione presenta infatti un’altra caratteristica: l’uso della parola cade in disuso. Per Levi è un segnale: «per quegli altri, uomini non eravamo più». Il linguaggio diventa uno strumento che serve solo per dare ordini a un essere disumanizzato con cui si tratta come con una bestia. Parlare a questo essere non più umano sarebbe come riconoscerne l’umanità che gli si vuole invece sottrarre.

    Si comunica con una dozzina di «segni variamente assortiti, ma univoci, non importa se acustici o tattili o visivi». Svuotati di ogni contenuto, questi segni vogliono dire molto: sono l’estrema, feroce trasformazione dell’altro nel sé, l’episodio ultimo del cannibalismo occidentale in cui il sé si assolve definitivamente dall’altro. E dato che non c’è più bisogno di parlare, non c’è più bisogno neppure di tradurre. Nel lager di Mauthausen il nerbo di gomma viene chiamato Dolmetscher, l’«interprete». Tutti capiscono il linguaggio del nerbo e diventa inutile tradurre – e a partire da qui, si dovrebbe meditare sul valore della traduzione e dell’interpretazione per la vita umana. Questo nerbo è la parola mortificata e revocata nella cosa, è parola morta, è anzi la morte della parola. È l’annientamento del linguaggio e con ciò dell’essere umano.

    Nel ricordo di Levi i primi giorni nel lager sono come un «film in grigio e nero, sonoro ma non parlato». Da quel frastuono di fondo non affiora più la parola umana. Quello che si riesce a strappare all’indistinto, e all’insensato, sono solo frammenti paragonabili a bucce di patate: servono per sfamare la fame di parlare, il bisogno di comunicare. Nel laboratorio del lager questo bisogno viene sperimentato in modo parossistico. Si muore per mancanza di informazione. Muore chi non sa di ordini, divieti, prescrizioni. Ma muore anche e soprattutto chi non riesce a comunicare perché nessuno gli rivolge più la parola.

    Non tutti soffrono allo stesso modo per questa eclissi della parola. Ma accettarla indica l’inizio della fine, l’approssimarsi della indifferenza definitiva che segna il Muselmann. Chi può si difende mendicando o inventando notizie e informazioni – pretesto dell’informazione per la comunicazione – si difende «aguzzando occhi e orecchi a cogliere ed a cercare di interpretare tutti i segni offerti dagli uomini, dalla terra e dal cielo».

    Ad Auschwitz si muore nell’urto contro il linguaggio reso uno strumento di potere, di oppressione, di morte. Si muore a causa del non-comprendere. E si muore perciò anche a causa del non-parlare. L’esempio portato da Levi è quello del bambino di tre anni Hurbinek, nato clandestinamente e a cui nessuno aveva insegnato a parlare. Con il suo bisogno esplosivo della parola, che preme in tutto il corpo, con il suo balbettio soffocato, Hurbinek dice molto di più di tutti gli esperimenti scientifici e di tutte le speculazioni filosofiche sulla necessità della parola per l’essere umano. Necessaria non è solo la parola indirizzata all’altro; necessaria è anche la parola rivolta dall’altro – segno di attenzione e di accoglienza – necessaria è la parola ascoltata. In breve, e questo è il punto decisivo, dove manca il vocativo assoluto viene a mancare anche la vita.

    Quel che resta del linguaggio ad Auschwitz è da un canto il rumore assordante delle urla quasi inarticolate, dall’altro il balbettio soffocato, quasi un rantolo che minaccia di spegnersi. È questo balbettio, questo rantolo, che Paul Celan ha raccolto, ripreso, riecheggiato nella sua poesia inscrivendolo nella lingua tedesca – lingua della madre e lingua della morte. Un modo, sinora forse il più convincente, per dire Auschwitz e per comprenderlo. Un Gegen-Wort, una «anti-parola», quella della poesia e dell’arte, contro ogni tentativo di fare di Auschwitz un indicibile incomprensibile, di dissolverlo nel nulla, di annientarlo ancora. Una via indicata anche alla filosofia perché finalmente, e nonostante tutto, dica e comprenda Auschwitz – a partire da Auschwitz.

    Certo non si tratta di fermarsi nell’anti-mondo, ma di passare semmai, non senza difficoltà, dall’anti-mondo al mondo per guardare questo mondo, il nostro, alla luce di Auschwitz. Ed è possibile che molte questioni filosofiche assumano contorni nuovi, inconsueti o anche solo più precisi. Così l’anti-mondo di Auschwitz può cominciare a chiarire quanto vitale sia il comprendere anche nelle situazioni-limite del nostro mondo. Non solo perché è indispensabile per la vita, perché anche nei casi più banali e quotidiani segna il limite tra la vita e la morte. Ma soprattutto perché agisce sulla vita e la rende possibile.

    Il movimento del comprendere asseconda la vita che si oltrepassa continuamente per sopravvivere. Come si potrebbe vivere senza questo «oltre»? Ma andare oltre sé e divenire altro da sé è possibile solo grazie alla parola rivolta dall’altro e indirizzata all’altro che oltrepassa il limite di quella strettoia, di quell’angustia in cui la vita potrebbe chiudersi, sprofondare in se stessa e ammutolire annientata. Dire, anche solo balbettando, l’incomprensibile, è la via d’uscita, il passo in fuori e al di là.

  14. georgia il 4 ottobre 2006 alle 09:45

    una volta ho dato a tash di macchina ;-)

    TASH
    l’importante secondo me è non farsi illusioni circa la possibilità della realtà (accaduta e/o accadente) di essere riprodotta senza prima passare per una bella trafilatura umana.
    quando esisterà la possibilità costruire macchine per fare storia.

    GEO
    E’ allucinate quello che hai scritto! se la lettura di arendt ti ha portato a questo, forse era meglio se non la leggevi ;-).
    A volte leggere fa male.
    Tu hai saldato natura e macchina. Mentre la componente umana sembra essere, nel tuo mondo, l’unico disturbo da eliminare.
    Era tutto quello contro cui hannah arendt combatteva e per quello scriveva.
    georgia

  15. andrea inglese il 4 ottobre 2006 alle 10:00

    una osservazione per temp, che scrive:
    “Eppure qui si leggono spesso interventi che criticano dall’esterno, nell’illusoria fiducia che sia possibile una postazione neutra, un punto di vista personale storico e politico che non sia il prodotto di manipolazioni.”
    E’ un punto di critica importante, ma non da buttar li veloce. Quindi ti chiedo di esplicitare quel “qui”. Ossia nel mio pezzo? in quello che scrivo io di solito? in quello che si scrivi su NI?

    “Sottoporre a critica prima di ogni altra cosa le proprie parole e le proprie posizioni senza credersi portatori di verità, ma solo di frammenti di discorso mi sembrerebbe una accettabile base di partenza.”
    Presa in senso rigoroso, questa affermazione porta alla paralisi e all’indebolimento del discorso. Cosi formulata io non riesco ad accettarla. La riformulo nel modo per me accettabile: ogni espressione di un discorso critico sul mondo, deve avere alle spalle una preistoria “interna”, intima, un conflitto con se stessi, che siamo già e sempre parte di quel mondo che ci troviamo a criticare. Quando ho letto Debord sono saltato sulla sedia. Ecco uno che poteva permettersi di farsi portator di una certa verità. Ma ci arrivava dopo averne demolite a centinaia di verità (già pronte)…

    Fortini diceva: combattere per un mondo migliore (il socialismo) e prendere certe posizioni è sempre una scommessa, perché nessuno possiede il “tutto” della verità. Cio’ non toglie che bisogna ad un certo punto uscire dal comodo “scetticismo”. In quanto è la sospensione del giudizio che pretende davvero ad una sua neutralità….

  16. temperanza il 4 ottobre 2006 alle 10:27

    @Inglese

    L’affermazione è rivolta un po’ a tutti noi, soprattutto ai commentatori, tra i quali naturalmente ci sono anch’io. E’ un problema che mi pongo, e non solo qui.
    No, non credo che porti alla paralisi e all’indebolimento del discorso, credo che possa invece aiutare a mettersi in rapporto con il discorso degli altri e contemporaneamente a non arroccarsi nella nostalgia di tempi migliori. Non ci sono tempi migliori ma solo quelli in cui viviamo. Non è comodo scetticismo, il comodo scetticismo ti porta ad andare in barca con la coscienza pulita.

    Io dico queste cose nello spirito della decima tesi di Benjamin che riporto qui

    “Autentica polemica è mettersi di fronte a un libro con l’amore di un cannibale che si cucina un lattante”

    Sostituisci a “libro” ogni frammento di discorso e sarà forse più chiaro quello che intendo.

    Trovo che però tu abbia ragione a dire che sono andata giù troppo veloce e cerco di tornarci in giornata. perché capisco anche la tua paura, e soprattutto la tua paura di poeta, che un’affermazione come la mia possa portare alla paralisi.

  17. fm il 4 ottobre 2006 alle 12:06

    “quando esisterà la possibilità costruire macchine per fare storia, e forse già esiste, resterà sempre il problema di come programmarle.”

    il sistema, a ben vedere, è stato già avviato grazie alla Fondazione Spielberg (1994-: http://www.vhf.org), la raccolta di testimonianze con cui si punta alla trasmissione su scala industriale (e globale) dei racconti dei sopravvissuti. una vera e propria macchina efficiente che punta proprio su ingenti investimenti economici e i nuovi media tecnologici (la digitalizzazione dei dati, il web, l’industria dello spettacolo, eccetera). è un organismo (iper-)’testuale’, un prodotto (politico e culturale) che andrebbe visto anche o soprattutto come campione significativo ed esemplare di dinamiche più vaste.
    come per i testi scritti (memorialistica o ‘letteratura come testimonianza’ – da levi a celan, per coprire l’arco delle esperienze e delle possibilli modulazioni del tema); così per gli altri codici che s’inseriscono in ciò che si potrebbe definire ‘archivio’ o ‘metatesto’ della memoria (film – da spielberg a benigni, passando per faenza, ‘train de vie’, resnais, pontecorvo, munk, ‘ogni cosa è illuminata’, eccetera; film-documentari, da ‘shoah’ di lanzmann agli ‘ultimi giorni’ a ‘uno specialista’; fumetti, come per spiegelmann..), si tratta di affrontare il tema della produzione, della formazione e della tradizione (della trasmissione) delle testimonianze, non restando solo al livello dell’analisi della loro forma compiuta, ma cercando di leggerle, in un contesto (politico e culturale) più ampio, nell’ambito dei meccanismi che presiedono alla loro formazione e di conseguenza alla loro ricezione.

    è noto ad esempio il fenomeno del ri-modellamento a posteriori della memoria (fenomeno in realtà già ‘avvistato’ con la consueta lucidità da Levi, al livello delle testimonianza scritte), che oggi con il sistema egemone (nella percezione comune) della raccolta audiovisiva dei racconti dei sopravvissuti si fa ingente: ampie zone dell’esperienza dei lager vengono rimosse, favolizzate, ovvero si cristallizzano in stereotipi narrativi che rimpiazzano le ‘verità’ plurali delle esperienze di ciascuno. il singolo sopravvissuto, è stato notato, non fa che ripetere e modellare (manipolare) il proprio racconto ‘autentico’ su costanti e vere e proprie isotopie che ormai circolano inerti tra l’immaginario comune e la ‘favolistica’ in tema di ‘olocausto’ (della shoah). il circolo produzione-ricezione delle testimonainze, dunque, fa per poggiarsi su un vizio d’origine, e il rapporto tra le due fasi è molto meno automatico e lineare di quanto si possa immaginare (la produzione è, insomma, influenzata in origine dai meccanismi che agiscono nella ricezione, è ‘programmata’ sulla base di ciò che si vuole che si dica, di ciò che si pensa sia più ‘efficace’ trasmettere…). in estrema sintesi, è il sintomo ‘formale’ delle storture insite nell’impianto alla base della strategia che oggi appare vincente (il ‘dovere’ di testimoniare e di accogliere di per sè la testimonianza): la produzione ‘emotiva’ e la conseguente ricezione ‘emotiva’ della testimonianza stessa (la ‘americanizzazione’ della testimonianza); le retoriche della memoria, la banalizzazione del ricordo, l’emotività che sottrae Storia al racconto, la mercificazione della testimonianza.

    mi spiace battere spesso sullo stesso tasto: il problema della testimonianza investe non solo le forme estetiche piegate a questa eminente funzione ‘etica’ (le forme che si spingono fino alla finis terrae dell’estetico e degli schemi codificati): non vanno computate solo, e superficilamente, eccezioni alle regole (come per levi), o evidenti sconfinamenti costitutivi lungo l’irriducibile tendenza alla spettacolarizzazione dell’esistente (la Storia come finzione). andrebbero viste invece all’interno delle strategie culturali egemoni che influenzano, come dicevo, la produzione, la formazione dei testi e la ricezione degli stessi. l’indifferenza alla verità (portato dei modi di percezione della realtà tipici del postmoderno o, per non urtare nessuno, della contemporaneità), non è dato costitutivo della natura dell’uomo, fattore antropologico, archetipo da accettare fatalmente, come invece sostiene qualche ‘apocalittico’ di cui sopra. se così fosse, l’intera riflessione del ‘900, da benjamin a levi, sarebbe (o diverrebbe) carta straccia, utopia inerte, parole sterili di anime belle. sono invece ‘segnalazioni d’incendi’, vanno a incocciare non solo con gli statuti fondativi, tragici e irrisolti, della modernità, ma con la necessità di applicarsi con rigore alla demistificazione e alla manipolazioe delle narrazioni che scivolano negli stereotipi; è un invito al rigore nel proprio mestiere di insegnante (galbiati), di giornalista o di ‘intellettuale’, persino di ‘lettore’ o di lettrice…; è un’indicazione di metodo per intervenire sul ‘senso comune’ che forma il nostro immaginario e i modi ‘deficienti’, rassegnati o intontiti, della nostra percezione di eventi passati e presenti. è lì che si dovrebbe intervenire. la posta in palio è terribilmente alta – e il testamento in negativo con cui levi si è congedato è forse, in sè, anche il fermo, lucido ma turbato atto d’accusa contro un sistema culturale che lo isolava, andava dritto dritto verso l’entropia, proprio con le parole d’ordine, entusiastiche o disincantate, di cui si è avuta traccia anche qui: tutta la Storia è (già) finzione; oppure tutto è (già) manipolazione, non restano che frammenti, o frantumi, di verità ‘deboli’.

  18. tashtego il 4 ottobre 2006 alle 12:58

    Dalle molte parole di fm mi permetto di estrarre una visione non oppositiva rispetto a quanto affermato più sopra, perché pur sempre di sintesi narrative si tratta, il cui rapporto coi due misteriosi concetti-chiave – tanto spesso e molto disinvoltamente evocati qui in NI 2.0 – di REALTÀ e VERITÀ è pur sempre sintetico, mediato, problematico, umano, politico, sporco, impuro, eccetera.
    Fare storia, è in sintesi narrare cosa è accaduto e perché, vale a dire riferire dei fatti, ma anche analizzarne le cause, metterne in luce la catena causale, le possibili alternative e i relativi possibili esiti.
    Esempio: e se Nenni non avesse accettato di appoggiare dall’esterno il primo governo di centro sinistra nel 1962?
    Alla fine di questo processo la Verita’ Storica somiglierà molto alla Verità Processuale, che non coincide mai con la verità tout court, perché la verità tout court semplicemente non esiste, se non nelle religioni rivelate.
    Una Macchina per fare Storia avrebbe la capacità, una volta introdotti i dati, di conservarli ed incrociarli tra loro ed esporli in catene causali a seconda del tipo di “verità” che si vuole ottenere, cioè di ricostruzione, cioè di narrazione, cioè, nei casi peggiori, di fiction.
    In un’altra ipotesi, la Macchina per fare Storia, una volta interrogata, andrebbe a cercarsi da sé, negli archivi di rete, i dati che le servono, ma sempre secondo i gusti dell’interrogante: ti chiederebbe l’angolazione politica della ricostruzione storica, ci sarebbe un apposito menu storico con l’elenco delle possibili ottiche:
    teocon
    fascista
    de destra
    socialdemocratica
    socialista
    comunista
    marxista
    liberale
    ecc.
    Contrariamente a quanto si crede il giudizio storico non si formula al postutto, ma nella stessa ricostruzione dei fatti e delle catene causali, tipo: chi ha colpa di cosa?
    Non sono “apocalittico” fm, è l’apocalisse che è in atto.
    Datevi un’occhiata in giro.

  19. tashtego il 4 ottobre 2006 alle 13:00

    tutti dicono che la storia non si fa con i se e con i ma.
    ma nei fatti tutti la fanno così.

  20. andrea inglese il 4 ottobre 2006 alle 13:48

    Intanto ringrazio Gina per l’articolo molto bello di Donatella di Cesare, e invito tutti a leggerlo.

    A Lorenzo: d’accordo con il brano che hai citato o ricitato di Walser; infatti, io distingue nettamente il dovere della memoria degli adulti e delle istituzioni, dal dovere della memoria delle persone che si formano attraverso queste istituzioni e che sono educate da quegli adulti. Sono due faccende diverse. Non si puo’ programmare l’antirazzismo altrui, ma si puo’ combattere il razzismo in prima persona, con gli strumenti e le occasioni che si hanno, istituzionali oltre che private.

    Il mio pezzo si collega al tuo in questo senso, credo. Il mio è un tentativo di riflessione critica interna a quelli che credono nella necessità della memoria storica.

  21. fm il 4 ottobre 2006 alle 13:57

    anni fa io e un mio sodale c’imbarcammo in un progetto per il CNR (andato ovviamente perduto per mancanza apocalittica di fondi, allora come ora), che verteva sulla possibilità di realizzare una specie di ‘contro-archivio’ della memoria, diciamo in opposizione ai luccichii di spielberg (lo chiamavamo temerari: ‘per un archivio italiano e multimediale della memoria della shoah’). ne è restato un mio saggetto pubblicato su una piccola rivista.

    prendevamo spunto da una frase-manifesto suggestiva di joahn huizinga- ‘sentire la storia’ -, per declinarla a ridosso delle derive relativistiche (postmoderne) applicate anche ai rapporti tra narrazione e storia (storiografia). e prendevamo in prestito uno slogan-feticcio della scrittura contemporanea – l’ipertesto-, per avanzare un’ipotesi di fruizione ‘consapevole’, comunitaria, circolare, non solo emotiva, delle testimonianze su un dato evento (come la shoah). il punto, allora, non era quello di affrontare in teoria temi spinosi come i rapporti tra verità/storia; testimonianza giudiziaria, prova/verità; letteratura (estetica)/ verità (etica).

    un po’ in sordina, e pragamticamente, l’idea era di realizzare un portale, sotto forma di ipertesto, nel quale si disponevano, incrociati e sovrapponibili, i diversi ‘codici’ coi quali si narra, si filma, si documenta, si trasfigura, si trasmette la memoria della shoah (dall’archivio o macrotesto scritto della memoria a quello audiovisivo a quello filmico, eccetera). chiamando il lettore-utente-fruitore alla partecipaziona attiva, autonoma, razionale, analitica, circolare, non solo emozionale, dei racconti (per coglierne, per ciascuno, meccanismi di produzione, costanti figurative e tematiche, stereotipi, isotopie, ‘ricadute’ nell’immaginario, possibili strumentalizzazioni da parte dell’industria dello spettacolo o della politica, eccetera).

    voglio dire che un limite alla deriva puntualmente colta da tashtego e da altri potrebbe essere quello di adottare uno sguardo lucido che, di fronte ad un ‘testo’ che ci sta rendendo partecipi di un dato evento (dal giornalismo al cinema, dal romanzo-inchiesta al docu-fiction), consenta di orientarsi (con il rigore di un metodo da perfezionare via via) tra manipolazioni e interpolazioni dei fatti, portato di verità e strategie ideologiche che informano i racconti, eccetera, proprio assecondando una visione ‘strabica’, plurale e ‘ipertestuale’ dei testi a disposizione. una sorta di enciclopedia, di educazione alla lettura (sulla ‘qualità’, e non solo sulla ‘quantità’ di informazioni, sul ‘rigore’ del metodo). è un’idea (per la scuola, e non solo). lo stato dell’arte prevede invece l’analisi isolata dei codici come quello dei film, dei romanzi-‘inchiesta’, o degli archivi audiovisivi delle testimonianze; o soltanto di scrittori-giusti alquanto museificati come levi : come ‘testi’ irrelati, senza relazioni o rapporti possibili tra di loro. senza indagarne, nel complesso dei rapporti reticolari che intrattengono all’interno del sistema culturale, i meccanismi di produzione e di ricezione.

    ancora un altro esempio. levi indulgeva spesso (per l’edizione scolastica di ‘se questo è un uomo’, per alcuni racconti del ‘sistema periodico’, per il romanzo storico ‘se non ora, quando?’), nell’introdurre tra le pagine scritte dei suoi libri, o in limine, mappe e cartine geografiche, oppure appendici nelle quali si dava conto delle fonti consultate, del percorso intertestuale (tra memoria personale e lavoro ‘storiografico’ sulle fonti) che lo conducevano alla stesura dei suoi testi-testimonianze. un po’ come sebald (‘gli emigrati’). è un modo per mettere in relazione finzione e verità, metodi letterari e storiografici, prove e documenti con l’inevitabile rielaborazione romanzesca degli stessi. in gioco, appunto, c’è come noi ‘sentiamo’ la storia, come facciamo lavorare i nostri sensi (il corpo, l’udito, la vista, la lettura), la nostra lucidità analitica (la nostra capacità di mettere in relazione più testi, appartenenti a codici plurali, per raggiungere non una Verità in senso imperialista, ma per cogliere latenze, discontinuità, mistificazioni delle narrazioni storiografiche codificate).

  22. db il 4 ottobre 2006 alle 14:01

    mi sembra che Walser abbia detto che il dilemma della memoria non è tra pubblica e privata, ma tra pubblica/privata e personale. I tedeschi sono qui “fortunati”, perché hanno Gedächtnis (un part. passato/passivo da denken/pensare) e Er-innerung (ri-cordo, interiorizzazione attiva, nel cor). L’uomo è al fondo sempre uguale, le condizioni mutano invece, e magari sempre più velocemente.
    Con l’illuminismo si è avuto un gran bell’avanzamento di metodo: mentre prima si pensava che il monstrum fosse lo scarto di uno stampo normale, allora si cominciò a pensare al monstrum come caso-limite che illumina il normale. Freud in questo senso è un post (e anche un super)illuminista: le nevrosi spiegano la normalità. In questo senso condivido in pieno il commento di gina. Se non si guarda il monstrum, è per pigrizia mentale, che giunge all’abdicazione morale quando si ammanta di discorsi epocali, della tiritera che tutto è finito, che si stava meglio quando si stava peggio = discorsi reazionari. La filosofia del ‘900 non ha abdicato in toto, ma ha pagato lo scotto di essersi presentata in improbabili vesti ieratiche (uso sintomatico delle maiuscole, etimologismi esoterici ecc.). Invece (proprio come nel ‘700) dovrà mettersi a lato di altre discipline (qui penso ad es. alla psicanalisi post-kleiniana sull’autismo e i borderline), e fare da socievole stimolatrice soprattutto per quanto riguarda i passaggi orizzontali da disciplina a disciplina. Insomma, cerchiamo tutti di essere costruttivi, nella vita come nei blog (e ricordiamoci che il male radicale è un concetto che è andato gambe all’aria con mammina teodicea, grazie appunto a Rousseau).

  23. tashtego il 4 ottobre 2006 alle 14:11

    @inglès
    mi permetto di contro-dedurre il tuo giudizio sull’articolo della Di Cesare sopra riportato, dove abbonda il termine “male” senza uno straccio di possibile definizione.
    articolessa atteggiata de rimasticazione della solita solfa su “Auschwitz”, sul problema della “comprensione del male assoluto”, eccetera, dove si parla en passant di “oscenità del kitsch” eccetera.
    dove si citano tutti quelli giusti.
    mi ricorda l a sciocca affermazione di Cacciari di commento alle carceri americane in Irak: “il male esiste”.
    che c. significa?
    che aggiunge a quello che già sappiamo e cioè che siamo, e siamo stati sempre, in grado di infliggerci reciproche indicibili sofferenze?
    e che sovente lo sterminio si è eletto a sistema, con annessi problemi tecnici?
    perché scomodare concetti di derivazione idealistica & spiritualistica, come quello di Male, non si parte da una semplice domanda iniziale, come per esempio: “procurare sofferenza agli umani ci da piacere? se sì, perché?”
    perché quando conviene sterminare si trova sempre tanta gente disposta a farlo?

  24. tashtego il 4 ottobre 2006 alle 14:12

    manca un “invece”.
    scus.

  25. andrea inglese il 4 ottobre 2006 alle 14:29

    a tash; capisco l’insofferenza, ma questa frase: “è l’evento che non ha senso dire «unico», perché sarebbe astrarlo dalla storia”, la salva dal rischio “ieraticità”, di cui parla (giustamente male) anche Borso. C’è una questione filosofica di Auschwitz, come c’è stata una questione filosofica del terremoto di Lisbona. Che non ci sia stato poi per lo sterminio delle popolazioni delle due americhe, dimostra solo che la filosofia è parte dellla cultura (e dell’ideologia), e non come avrebbe voluto Heidegger “al di sopra” di essa.

    a temp: solo un grandissimo desiderio di verità riesce a rendere davvero agguerriti di fronte a tutti i molteplici infidi candidati che ogni giorno si offrono. Nietzsche ha demolito Platone, ma non senza aver conosciuto l’ebbrezza del mondo iperuranico.

  26. Lorenzo Galbiati il 4 ottobre 2006 alle 14:58

    @ inglese
    concordo con il tuo commento. anch’io credo nella necessità della memoria storica da parte delle istituzioni. ma non so se questa si configuri come “dovere”, è un discorso complesso.
    d’altronde è ben difficile trovare qualcuno che dica che è bene dimenticare la storia.
    la differenza tra me e te – credo – sta nel fatto che io dubito fortemente che la memoria istituzionale possa ad esempio aiutare a combattere il razzismo.
    al momento, credo piuttosto che la memoria storica, i vuoti di memoria e le alterazioni della memoria vengano istituzionalizzati in funzione di ben precise logiche politiche (vedi Violante prima e Ciampi poi che riabilitano i repubblichini) o per essere usati come strumenti di egemonia politica-culturale (l’11 settembre: la guerra in Iraq? Guantanamo? ma tutto è cambiato dopo l’11 settembre, non dimenticate che è stata dichiarata guerra all’America!) o per coprire i misfatti che stanno avvenendo oggi e che poi verranno ricordati.
    ma forse scordo o sottovaluto gli effetti positivi del buon uso della memoria. sarò pessimista.

  27. andrea inglese il 4 ottobre 2006 alle 15:47

    rispondo a rate…
    fm: concordo con tutto quanto dici, con consapevolezza e lucidità;
    poi dici:
    “lo stato dell’arte prevede invece l’analisi isolata dei codici come quello dei film, dei romanzi-’inchiesta’, o degli archivi audiovisivi delle testimonianze; o soltanto di scrittori-giusti alquanto museificati come levi : come ‘testi’ irrelati, senza relazioni o rapporti possibili tra di loro. senza indagarne, nel complesso dei rapporti reticolari che intrattengono all’interno del sistema culturale, i meccanismi di produzione e di ricezione.”
    Verissimo. E ho citato la Wieviorka perché si pone esattamente questo problema. Quanto alla forma che una tale indagine possa avere, non so. Mi sembrerebbe comunque poco legata alla forma enciclopedia; o forse, una “enciclopedia critica”? (Le enciclopedie di per sé non sono mai troppo “critiche”….)

  28. tashtego il 4 ottobre 2006 alle 15:52

    @galbiati
    non sarò io a ricordarti che chi esce vincente dalle congiunture storiche è lo stesso che poi le narra fornendone – imponendone – la versione ufficiale.
    la memoria storica serve sempre a sostenere i valori dominanti, cioè quelli che fanno comodo ai dominanti.
    nella memoria storica del dopoguerra italico, per esempio, l’Italia non ha perso la guerra, non ha tradito l’alleato tedesco, nazista, per passare al nemico, ma è sempre stata dalla parte degli anglo americani.
    facci caso.
    la memoria storica istituzionale forse è indispensabile, ma mi da la nausea: è il contrario del fare storia, è trasmettere una versione ufficiale.
    che senso ha insistere sulla shoà, per esempio, quando si tralascia il fatto che fino a pochi mesi fa al governo c’era un partito apertamente razzista? e che questo partito ha rappresentati in parlamento?
    non sarà che Il Male de Adorno, eccetera, che ci zittisce e non se po’ spiegà e ci impedisce l’arte dopo di esso, se ne sta lì tranquillo in parlamento a fare politica come se nulla fosse?
    occorre proprio fare della metafisica de sinistra per accorgersi di come può formarsi il primo germe di un possibile male Assoluto e Inspiegabile?

  29. roberto il 4 ottobre 2006 alle 18:05

    @fm
    “introdurre tra le pagine scritte dei suoi libri, o in limine, mappe e cartine geografiche, oppure appendici nelle quali si dava conto delle fonti consultate, del percorso intertestuale (tra memoria personale e lavoro ’storiografico’ sulle fonti) che lo conducevano alla stesura dei suoi testi-testimonianze”. Ottimo fm. Sempre pieno di consigli. Anche quando non se ne accorge.

    @andrea
    caro andrea, la spettacolarizzazione è comune a tutto lo spettro giornalistico, da destra a sinistra. (Ma qualcosa non va se il professor Redeker deve nascondersi da qualche parte, in Francia).

    Siccome Tash ha dimenticato i Teodem, vorrei tornare alla citazione del papa, per vedere come se la sono cavata i giornali italiani a differenza dei quotidiani arabi. Sarò lungo, quindi Forlani è dispensato dal leggere.

    Giuliano Ferrara sfida gli occidentali “squinternati” ad affrontare “un piccolo esercizio di ragione laica in difesa del Papa aggredito e ricattato dalle richieste intolleranti di scuse multiculturali”. Superata l’impressione di essere nel prequel di “V for Vendetta” (e dopo aver appreso che il Times è diventato il “Corano del giornalismo liberal”), si può rispondere al direttore del Foglio. Ci mancherebbe. E chi si tira indietro. Leggiamola, la prima parte della lectio del Papa. L’argomento, lo ricordiamo, era il dialogo avvenuto sulle ceneri del regno bizantino tra l’Imperatore Manuele II Paleologo e uno sconosciuto Persiano, sul tema della religione e della violenza. Se analizziamo la sintassi di Benedetto XVI è interessante notare che il primo, accorto, dosaggio di aggettivi, arriva durante la presentazione dei personaggi. Il persiano è “colto” ma il Paleologo è “dotto” (qualcosa in più del suo interlocutore, dunque).
    La stesura del dialogo risale all’assedio di Costantinopoli (1394-1402), e questo, secondo il Papa, spiegherebbe perché “i ragionamenti (del Paleologo, ndr.) siano riportati in modo molto più dettagliato che non le risposte dell’erudito” (persiano). Non è chiaro perché l’assedio avrebbe dato all’imperatore questo vantaggio (la precisione), e affiora la nostalgia di una resistenza cattolica catacombale, ma il riflesso più interessante di questo passaggio è che la trascrizione del dialogo appare influenzata dalla condizione in cui si trovava a scrivere il Paleologo, con tutto quello che significa in termini di affidabilità delle fonti (il persiano ‘parla meno’ del protagonista, le fonti sono i ricordi del Paleologo). Questo lo ha scritto il Papa, è opportuno precisarlo. Il contesto della narrazione, le cause storiche che influenzarono la stesura del dialogo, servono a Benedetto XVI per ammorbidire la citazione del Paleologo, a renderla meno “colossale” di quanto piacerebbe a Ferrara. Il meccanismo è esattamente l’opposto dell’enfasi cazzuta: il Papa prova a rendere la citazione ‘inoffensiva’ agli occhi del lettore di fede musulmana. Le intenzioni sembrano queste da un punto di vista della costruzione testuale. Lo confermano altri due elementi: il primo è la citazione di Maometto che abbiamo già riportato (“nessuna costrizione nelle cose di fede”). La seconda è il climax: quando il Papa si accorge di non poter indulgere più nelle descrizioni, ed è costretto a centrare l’argomento (fede e violenza), allora definisce
    “sorprendentemente brusco” il modo in cui il Paleologo si rivolge ai musulmani (“Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava”).
    Secondo Ferrara, la citazione è stata “sapientemente addolcita” dall’aggettivo brusco, ma la sostanza resta: c’è un’opposizione tra il Dio cristiano e il Dio musulmano (l’assoluto Allah, che non ha alcun legame con la realtà). Il titolo del Foglio: “il nostro dio è diverso da Allah” significa forse che il nostro Dio è migliore del vostro? L’elefantino gonfia la citazione del pontefice fino a renderla una opposizione che non emergeva come un Totem nel discorso di Ratzinger. La “trascendenza” attribuita dal Papa ad Allah, insomma, nel bignami di Ferrara si trasforma in una “cattiva trascendenza”. Come mai tutto questo rancore verso il trascendentalismo islamico? C’è anche una trascendenza cattolica no?
    Il Papa questo lo sa e lo ‘racconta’. Il suo devoto Bartleby preferisce di no.
    Il bravo orientalista è sempre in cerca di trascendenza a buon mercato che giustifichi le sue tesi sul “monolitismo islamico”. Monolitismo che c’è, inutile negarlo, ma l’Islam non è un’essenza metafisica, un avversario nella sua totalità, è pazzesco legittimare come nostri unici interlocutori i quaidisti ed Hezbollah. Fare di una tendenza la norma significa trovarsi un nemico a ogni latitudine.

    E il manifesto? Nessuno ha impedito all’illustre dottor Tariq Ali di affermare che Benedetto XVI è “un reazionario” e che la sua citazione è stata “una provocazione” (17 settembre). Da queste parti ognuno dice quello che gli pare. Quindi è inutile che Tariq Ali si scaldi tanto. Non ci sono medici egiziani quaidisti che lo minacciano se scrive che “la Chiesa cattolica dichiarò guerra all’Islam nella penisola iberica e in Sicilia” (nel senso che la partita è ancora aperta?). Anzi, si può provare a confortarlo: le sue tesi non sono appannaggio di ristrette cerchie ‘illuminate’ di pensatori occidentali. Lo sa pure zia Maria che la storia della Chiesa Cattolica Apostolica Romana è piena di e(o)rrori e devastazioni.
    “L’Islam non ha bisogno di lezioni di pacifismo da questa chiesa”, aggiunge Ali. Non prende lezioni proprio da nessuno, eh? E che rispondiamo al Gran Muftì dell’Arabia Saudita, Abdelaziz al Sheikh, convinto che “la Guerra Santa è un diritto divino. Allah ha autorizzato i fedeli a combattere contro coloro che li combattevano, quindi è un diritto legittimato da Allah”. Che la Ragione sta dalla sua parte e che facciamo penitenza?
    Sempre sul manifesto, un candido Marco d’Eramo sostiene che “a differenza della crisi delle vignette, in gran parte orchestrata dai governi islamici, questa volta la furia è spontanea e la ‘desolazione’ non basterà a placare la collera”. Ma quale furia, quale collera? Quella di Shahid Shamsi, leader del partito pakistano Jammiat Ulema-e-Islam, che accusa il Papa di “voler dividere l’unità tra cristiani e musulmani contro l’aggressione israeliana in Libano”? (questa è nuova, il Libano ‘guerra giusta’).
    Meglio ancora la collera a orologeria del governo iraniano: un giorno l’ayatollah Ali Khameney, Suprema Guida della rivoluzione khomeinista, dichiara indignato: “le parole del Papa sono un anello della catena del complotto israelo-statunitense per alimentare lo scontro tra religioni”, e il giorno dopo Ahmadinejad incassa le scuse vaticane e perdona il Papa.
    Il presidente iraniano avrà moderato il suo eloquio per ingraziarsi l’opinione pubblica venezuelana durante la visita nel paese sudamericano a maggioranza cattolica? Concluso il viaggio, le scuse del Papa non bastano più e Ahmadinejad torna a ‘eccitare’ i suoi concittadini.
    “Attizzando la furia delle moltitudini islamiche”, scrive d’Eramo, “Ratzinger alimenta il fanatismo che dice di voler combattere”. Quali sarebbero queste “moltitudini islamiche” nella testa del giornalista del manifesto?
    Quali masse impulsive e fuori controllo? Non sarà la solita, riduttiva, visione (esibizione) muscolare dell’anonima folla musulmana?
    I leader religiosi islamici che sostengono la tesi dell’orrore di comunicazione se ne fregano delle scuse. Fanno disinformazione. Per governare meglio i loro conflitti interni, probabilmente: autoritari a casa loro ma pronti al dibattito sul destino della società multietnica.
    E se i giornali occidentali fossero vittime di “una irrazionalizzazione mistica dell’Islam”, come ha sottolineato il professor Rusconi? Parliamo di meccanismi rodati, no? Le “masse islamiche” in preda all’eccitazione (d’Eramo), la “cattiva trascendenza” dei fedeli musulmani (Ferrara).
    Ripeto: meglio una rassegna stampa del Jordan Times e del Daily Star che la solita minestra del Foglio e del manifesto.

  30. tashtego il 4 ottobre 2006 alle 19:04

    @roberto
    effettivamente il software della Macchina per fare Storia è ancora in fase sperimentale.

  31. sergio garufi il 4 ottobre 2006 alle 23:21

    @temperanza
    “qui si leggono spesso interventi che criticano dall’esterno, nell’illusoria fiducia che sia possibile una postazione neutra, un punto di vista personale storico e politico che non sia il prodotto di manipolazioni.”

    a me preoccupa maggiormente la tendenza opposta, che mi pare più diffusa e perniciosa soprattutto nelle questioni letterarie. è il modo di bollare con l’epiteto di “super partes” (da intendersi alla stregua di pavido, snob o finto neutrale) chi non si riconosce nelle dicotomie oppositive da tertium non datur. per chi ragiona in termini manichei, dividendo il mondo in bianco e nero, dichiarare di preferire il giallo significa essere considerato cromaticamente super partes. prima ancora di discutere dei propri gusti artistici, forse converrebbe dare una ripassata ai principi elementari della logica, oltre a rammentarsi l’unica dicotomia realmente significativa, quella di oscar wilde, per la quale “il mondo si divide in due: chi divide il mondo in due e chi no”.

  32. db il 5 ottobre 2006 alle 00:28

    mi sembra che Roberto tralascia una questione centrale: perché il papa, dalla miniera di testi, fatti ecc. che è la storia della chiesa trasceglie proprio quell’episodio minore del Paleologo, per farne il centro della sua lectio?

  33. andrea inglese il 5 ottobre 2006 alle 09:39

    caro sergio garufi non sempre ce la si puo’ sbrigare con una citazione da Wilde

  34. sergio garufi il 5 ottobre 2006 alle 10:51

    caro andrea inglese, la mia era solo una piccola nota a margine del tuo discorso riguardante certe polemiche letterarie in rete, non intendevo minimamente criticare la tua originale e raffinatissima analisi.

  35. helena il 5 ottobre 2006 alle 11:18

    Bellissimo pezzo e thread.
    Anch’io ho sempre trovato le tendenze a sacralizzare lo sterminio nazista (uso a proposito questa espressione) una cosa da brividi, il primo passo per neutralizzare ogni possibilità per farne una matrice su cui confrontare ogni altro episodio di sottomissione totalitaria, di produzione del disumano- dai genocidi veri e propri che sono avvenuti dopo in giù nelle nostre esperienza quotiane (certe realtà d’azienda, per esempio). Ed è chiaro che così campiamo tutti quanti più tranquillamente.
    Ingeborg Bachmann intitolava il suo ciclo di lezioni francofortesi “Die Wahrheit ist den Menschen zumutbar”. Non credo che ci facciamo bene se temiamo troppo di essere tromboni o peggio se ci accostiamo alla parola verità. Lasciamola minuscola, restiamo consapevoli che è problematica in mille modi, manipolabile e possibilmente manipolativa ecc., ma non cancelliamola dal nostro orizzonte. E’ sempre trafilata d’umano, come non potrebbe, ma è la qualità della sua trafiltura, sia nei lavori più rigorosi degli storici, nei saggi, nelle narrazioni, persino nelle poesie che fa la differenza. Quel che ci viene dato da Primo Levi e Imre Ketesz e Varlam Salamov (per fare qualche esempio), contiene un di più (di verità) rispetto ai migliori saggi storici sui lager, per non parlare ovviamente delle fiction cinematografiche più gettonate. Se la lasciamo all’ambito dello spettacolo-informazione, buonanotte. Poi magari buonanotte ugualmente, non mi azzardo a attribuire un peso eccessivo alle nostre produzioni e fruizioni di nicchia. Però mi sembra che in tempi che puzzano di apocalissi e catacombe, questo sarebbe quello che ci tocca.
    Ho scritto un poesia che c’entra con questo pezzo e ve la rifilo.

    Morto vincenzo cardella
    caporale dei carabinieri
    in missione a kabul,
    pugile dilettante, anni 24,
    di San Prisco.

    La notizia, quando si digita,
    diventa un epitaffio
    e ogni beep stimola e irride
    le fitte al cuore che simula
    o no, ce lo trasmette
    e c’è più amore
    in questo messaggio breve
    che in quelli con io e tu.

    Pieghiamo,
    pieghiamo le nostre armi,
    pieghiamo le nostre armi di pacifica comunicazione,
    pieghiamoci
    in maniera innaturale,
    ma pieghiamoci veramente
    verso i vinti.

  36. andrea inglese il 5 ottobre 2006 alle 11:22

    a temp e a sergio,
    vale forse la pena esplicitare meglio il mio pensiero;
    io sento che oggi, salvo in ambiti militanti (spesso tristemente autoreferenziali), agisce una sorta di varia e variamente motivata (auto)censura; ogni tentativo di fare un ragionamento critico, che si arrischi in affermazioni e non solo domande, è visto come segno di un’arroganza inspiegabile. Prendere posizioni su grandi questioni è considerato puerile. Mentre, e qui concordo con l’atteggiamento tuo, sergio, su questioni di “gusti”, su questioni di hit parade degli autori, tutti si lanciano nel circo per esprimere le loro saldissime opinioni.
    Ora, l’osservazione di temp, che era ad un tempo vaga e pôco innocente, mi è sembrata toccare un punto cruciale, ma anche (per me) sensibilissimo.
    Per questo motivo le ho chiesto di esplicitare il suo pensiero. Perché si vada se mai ad affrontarla seriamente questa questione. Ma, per favore, che non la si tocchi nuovamente di striscio.
    Qui si parla molta (e non a torto) della “censura” che fondamentalisti di credo islamico tentano di imporre a intellettuali laici, ecc.
    Io parlerei anche dell’autocensura che noi, gente democratica, operiamo su certi temi, autori, ipotesi, ragionamenti, ecc.

  37. andrea inglese il 5 ottobre 2006 alle 11:34

    e grazie per la poesia helena, perché “compie” il tuo discorso

  38. lorenzo galbiati il 5 ottobre 2006 alle 11:46

    Credo Sergio che ciò che dici non valga solo per le polemiche letterarie ma per molti altri ambiti.
    Bush, ad esempio, ne ha fatto una bandiera: chi non è con l’America nella presunta lotta al terrorismo sta dalla parte dei terroristi.
    Quante volte abbiamo sentito dire che chi si opponeva alla guerra all’Iraq sosteneva Saddam? A me è successo più volte nei blogs.
    Uno stato di guerra o di conflitto (non solo militare) rischia sempre di riproporre una dicotomia tra bianco e nero.
    Chi non ci sta viene spesso tirato da una parte da uno dei due contendenti (o con lui o contro di lui), se è interesse farlo, o viene giudicato come uno che assume una posizione super partes per non sporcarsi le mani e giudicare altri; quest’ultimo caso può effettivamente verificarsi, se uno può permetterselo.
    L’importante è quindi esporsi comunque, se si vuole intervenire: l’importante è dire che si è “giallo”, e far capire in che consiste l’essere “giallo”, evitando di dare sempre un colpo al cerchio e uno alla botte per evitare di non esporsi in modo chiaro.
    In passato anch’io ho provato a commentare tuoi post dicendo di scorgervi una certa propensione ad erigersi sopra le parti, il che può essere dipeso dal fatto che io non abbia visto e capito bene dove stava il giallo e/o dal fatto che tu non l’abbia mostrato bene – secondo la mia opinione.
    – non rileggo per motivi di tempo, mi scuso se ci son errori.

  39. sergio garufi il 5 ottobre 2006 alle 12:43

    Caro Lorenzo, ieri mi è stato segnalato un sito (quello di untitled editori), in cui si riportava un mio pezzo di agosto su NI (quello sulle idolatrie letterarie), definendomi “il sempre serio e compito Garufi”. Mi ha fatto sorridere, soprattutto pensando a come, in seguito al post-annuncio scherzoso, io sia diventato improvvisamente l’esatto opposto, cioè tutto tranne che serio e compito. Chi sono io allora, quello serio o quello faceto?
    Alla base di tutto io vedo un bisogno insopprimibile, perché rassicurante, di etichettare, di rinchiudere in uno schemino unidimensionale cose e persone, meglio ancora se all’interno di un sistema binario su basi oppositive. Il giallo, in questo senso, può essere il rifiuto delle dicotomie, la negazione dei ragionamenti da tertium non datur, il tentativo di applicare sempre e comunque la categoria della complessità, che si esplicita anche nel mostrare le segrete affinità di certe false contrapposizioni. Per esempio il richiamo a “Dio è con noi” sia di Bush e che di Bin Laden, o il feticcio dell’impegno che accomunava i contendenti nella polemica su Gomorra. Denunciare la versione caricaturale dell’impegno è anche un invito a prenderlo più seriamente, invece di sbandierarlo di continuo. A me, gli scrittori che vantano in ogni occasione il loro impegno politico a garanzia della qualità della loro scrittura fanno un brutto effetto. Presente quando a scuola dicevano “è intelligente ma non si impegna”? Ecco, di solito in letteratura succede l’esatto contrario.

  40. georgia il 5 ottobre 2006 alle 14:47

    beh l’impegno è una gran cosa, ma molto delicata e difficile da codificare e decodificare.
    Impossibile sbandierarlo (e soprattutto pretenderlo da altri) perchè quello che appare impegno oggi domani potrebbe essere solo propaganda.
    L’impegno è, come la scrittura, qualcosa che si sviluppa mettendola in atto, non è mai a priori e spesso non è neppure decifrabile in tempo reale.
    Ogni scrittura, essendo la cosa meno naturale che ci sia e la cosa più umana che ci sia, veicola sempre una dose di impegno altrimenti è illeggibile e alla lunga non interessa a nessuno e neppure diverte.
    Chiaramente è cosa per soli umani e non per le macchine ;-)
    geo

  41. roberto il 5 ottobre 2006 alle 15:04

    @db
    l’ho tralasciato perché aspettavo un lettore attento come te,
    sapendo che certamente me l’avrebbe ricordata (e motivata!).

  42. roberto il 5 ottobre 2006 alle 15:06

    db
    a proposito, il “centro” mica era quello.

  43. roberto il 5 ottobre 2006 alle 15:08

    @andrea
    “io sento che oggi, salvo in ambiti militanti (spesso tristemente autoreferenziali), agisce una sorta di varia e variamente motivata (auto)censura; ogni tentativo di fare un ragionamento critico, che si arrischi in affermazioni e non solo domande, è visto come segno di un’arroganza inspiegabile”. Parole (sacro)sante. Detto senza ironia.

  44. db il 5 ottobre 2006 alle 22:18

    brava helena, la tua è anche una testimonianza: su testis bisognerebbe vedere Derrida, il più acuto e dimesso dei filosofi (l’ho ascoltato, ma dovrei bere una damigiana per ricordarmi i suoi détours sul témoin).
    e Victor Klemperer, LTI?
    La lectio Penedicti, qua lectio, si regge sul paso doble del paleologo. Io la trovo finissima, molto sopra le slinguate dei relativisti italici, che poi s’infiammano per la ribellione dei cattoirlandesi conro l’England.
    saluti ubarchici a tutti
    (ma resto in zona)

  45. andrea inglese il 6 ottobre 2006 alle 00:29

    Roberto:
    “Monolitismo che c’è, inutile negarlo, ma l’Islam non è un’essenza metafisica, un avversario nella sua totalità, è pazzesco legittimare come nostri unici interlocutori i quaidisti ed Hezbollah. Fare di una tendenza la norma significa trovarsi un nemico a ogni latitudine.”
    Si, certo. Ma per parte mia ne so troppo poco di Hezbollah, della sua storia. Letture serie urgono, storiche, pero’, non solo editoriali.
    Invece non sono ancora riuscito a capire cos’abbia detto Redeker, per scatenargli addosso sicari fondamentalisti. Non ho avuto modo di leggere il pezzo…

  46. un amico il 6 ottobre 2006 alle 00:40

    l’islam non esiste. esistono i paesi arabi.
    radiamoli dall’albo. all’alba. con B52.
    un amico

  47. roberto il 6 ottobre 2006 alle 09:52

    @andrea
    Diciamo che anche Redeker ha fatto il cazzuto. E per questo lo accusano di aver scritto un testo: “approssimativo, volgare, a volte odioso e razzista, insomma orrendo”. Un testo antislamico. Ma se pure fosse, e probabilmente è così, non capisco che cosa c’entra la scrittura (o la citazione del papa o il versetto satanico o il film delle sottomissioni) con perdere la casa, il lavoro, e trovarsi di colpo a vivere sotto la protezione della Dgse (l’Islam esiste eccome, proprio come i B52). Andrea, hai ragione a dire che dovremmo fare un discorso storico, ma il contributo che posso dare alle nostre analisi è più vicino alla cronaca e all’attualità. Quindi speriamo di trovare qualcuno che riesca a scrivere anche di Storia. Buona giornata

  48. georgia il 6 ottobre 2006 alle 10:24

    intanto non capisco cosa c’entri gli hezbollah con un gruppo di integralisti pachistani (che sono da sempre i peggiori) proprio non lo capisco, ma capisco invece che roberto ce li voglia sempre mettere in mezzo;-).
    L’integrismo degli islamisti religiosi è pericoloso ma minoritario (molto minoritario), noi gli stiamo dando invece una visibilità enorme e li facciamo ingrassare come non avrebbero mai sperato neppure nei loro sogni più ottimistici del passato. Tra l’altro abbiamo fatto fuori tutti i loro nemici più accaniti come ad esempio saddam. In iraq per ora gli unici ad averci guadagnato dalla caduta del dittatore sono proprio loro.
    Certo ognuno di noi deve poter dire e scrivere quello che vuole senza che si venga obbligati a tacere, senza che quattro preti di tutte le religioni ci dicano cosa dobbiamo scrivere e cosa no, però mi insospettisce anche questo grande spazio che televisioni e giornali danno a questi nuovi razzisti che possono vomitare in tutta libertà addirittura dalle prime pagine, e nelle ore di maggior ascolto, prima non succedeva, come mai ora sì?
    Non riesco a spiegarmi la cosa in chiave democratica e civile. Sarò tonta ma proprio non riesco a spiegarmelo.
    georgia

  49. ness1 il 6 ottobre 2006 alle 11:02

    Possibile risposta alla domanda conclusiva: nessuno, ovvero tutti, ma nella vita vissuta immediatamente ed intestimoniabile/non-spettacolarizzabile in alcun reality o ‘forma d’arte’ di sorta: la grande rinuncia all’immagine, per l’essere puro e semplice, ‘in diretta’; dissacrando l'(auto)rappresentazione.

  50. temperanza il 6 ottobre 2006 alle 11:38

    @ Inglese
    Mi è saltato prima un hard disk e poi un secondo computer, (approfitto per dire a quelli a cui scrivo se possono rimandarmi l’indirizzo, grazie) e mi sono ricollegata solo adesso e dunque scusa se non ho più risposto. Sono anche indietro col lavoro. Non sono più riuscita a seguirvi, cercherò però di spiegarmi meglio perché anche per me la questione è cruciale e non voglio essere vaga. Appena posso.
    Queste catastrofi tecnologiche mi abbattono.

  51. andrea inglese il 6 ottobre 2006 alle 11:44

    cara temp, lasciatelo dire da un ateo materialista come me, avrai marte in quadratura o in opposizione… (ma poi passa)
    a presto

  52. Pollo Teitler il 6 ottobre 2006 alle 12:39

    Wir zeugt für der Dichtung?

  53. P. Ascellen-Teitler Ce là il 6 ottobre 2006 alle 20:12

    Niemand
    gognometro für dir Zukunft.

  54. Lady Lazarus il 6 ottobre 2006 alle 20:18

    die Nacht-
    die Niemandgognometro

  55. Lady Lazarus il 6 ottobre 2006 alle 20:21

    Entschuldigung…..Niemandsgognometriren

  56. Lorenzo Galbiati il 6 ottobre 2006 alle 20:45

    Sul discorso del Papa a Ratisbona, sarebbe bello sentire qualche analisi che non sia solo il confronto di opinioni di giornalisti o di religiosi. Che sia cioè anche una opinione nostra nel merito del discorso e in generale nel merito del papato ratzingeriano di questi primi anni in relazione al dialogo interreligioso.

    E’ evidente che le analisi di roberto santoro, quando liquidano come “solita minestra” Manifesto e Foglio non mi dicono niente. Dell’organo italiano di propaganda neocon non mi frega niente ma Il Manifesto è giornale di tutto rispetto, specie nei suoi editoriali; che roberto si diverta a commentare con sarcasmo – e senza nessun costrutto – stralci di D’Eramo e Tariq Ali potrà piacere a lui – e ad altri forse – ma a me dà solo noia.

    Sarebbe ben più utile un’analisi che aiuti la comprensione (le comprensioni, se i pdv son diversi) di quel che Ratzinger voleva dire per poi esporsi personalmente in giudizi sul pensiero di questo Papa.
    In questo senso, roberto fa un’analisi condivisibile relativa al

    SORPRENDENTEMENTE BRUSCO.
    L’mperatore, “in modo sorprendentemente brusco, si rivolge al suo interlocutore ….: “Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava”.

    “Sorprendentemente brusco” è un giudizio storico? Cioè è strano, è sorprendentemente brusco che l’imperatore parli così? Parrebbe di sì, a leggere: questa dovrebbe essere l’interpretazione corretta, credo, di quel periodo. Ma da come è impostato il discorso, dice Roberto, e io condivido, questo non è un giudizio storico, è il giudizio attuale del Papa su quella frase. A conferma di questo c’è il giudizio pronunciato poco dopo (qui non ci son dubbi, si tratta dell’opinione del Papa): “L’imperatore, dopo essersi pronunciato in modo così PESANTE…” Quindi, a meno che uno storico dica che effettivamente il giudizio dell’imperatore era sorprendentemente brusco e non prevedibile o comunque “normale”, dobbiamo pensare che Benedetto XVI abbia stigmatizzato due volte la frase di quell’imperatore.
    Perché? Perché è ciò che pensa davvero? O per opportunità “politica”?
    O per entrambi i motivi?
    Ma, in ogni caso, il Papa credeva davvero che con i suoi giudizi (“sorprendetemente brusco” prima, “pesante” dopo) si sarebbe scongiurata la per nulla sorprendente reazione da parte di certi ambienti islamici?

    E ci sarebbe da dire molto anche sulla questione del Dio totalmente trascendente dell’Islam, di cui, sempre ricorrendo a citazioni, Benedetto XVI dice: per l’Islam, “invece, Dio è assolutamente trascendente. La sua volontà non è legata a nessuna delle nostre categorie, fosse anche quella della ragionevolezza. In questo contesto Khoury cita […] si spinge fino a dichiarare che Dio non sarebbe legato neanche dalla sua stessa parola e che niente lo obbligherebbe a rivelare a noi la verità. Se fosse sua volontà, l’uomo dovrebbe praticare anche l’idolatria.”

    Qui, purtroppo, non mi pare che Ratzinger, con il resto del suo discorso, prenda le distanze da questi giudizi, anzi. Mi pare che la “cattiva trascendenza” di cui parla il Foglio sia, al di là della rozzezza dell’espressione, da non escludere, nella sostanza.
    Tant’è vero che quando arriva a parlare del patrimonio del pensiero greco, il Papa dice: “La convinzione che agire contro la ragione sia in contraddizione con la natura di Dio, è soltanto un pensiero greco o vale sempre e per se stesso? Io penso che in questo punto si manifesti la profonda concordanza tra ciò che è greco nel senso migliore e ciò che è fede in Dio sul fondamento della Bibbia.”

    E non mette il Corano. E questo lascia spazio a dubbi legittimi.
    Come giorni fa sottolineava anche il moderato muftì di Siria, uno dei primi, comunque, a dichiararsi soddisfatto delle scuse di Ratzinger.
    Insomma, la fede islamica crede in un dio che potrebbe essere irragionevole? (o meglio la fede nel dio dell’Islam è irragionevole?)
    L’uso corretto della ragione (“ciò che è greco nel senso migliore”) dovrebbe arrivare a compimento (“oltre la regione”: espressione di Ratzinger in molti discorsi) nel dio della Bibbia (se non del vangelo)?

  57. db il 6 ottobre 2006 alle 22:34

    @Galbiati
    ecco, impostato come fai tu, diventa un discorso interessante e importante da fare insieme. ci vuole tempo, e poi non bisognerebbe lasciarsi prendere dal ritmo frenetico dei post che contraddistingue NI.
    ad es., per contrapporre Dio ragionevole a Allah irragionevole, Penedetto non si perita di tagliar fuori Duns Scoto francescano, il dottor sottile che Dante invece mise accanto a San Tommaso in Paradiso…

  58. Lady Lazarus il 7 ottobre 2006 alle 15:33

    Zeitgeist ist das Wort, wissen sie.
    Agli albori del XXI sec il dottissimo Papa Benedetto XVI cita un colto basileus del XIV sec Manuele II Paleologo – quest’ultimo un filoccidentale di minoranza nell’impero d’oriente di quel lontano fine milletrecento – riportando uno stralcio del dialogo tenutosi ad Ankara nel 1391 con il capo della Chiesa cattolica di allora. Erudita esternazione in quel di Ratisbona da parte di un esperto guardiano dell’ortodossia cattolica per evidenziare il silenzio della ragione nella religione islamica di terzo millennio. Si sono avute reazioni e spiegazioni tra le parti. Grazie ai giochi di parole qualche altro povero cristiano di frontiera ci ha lasciato le penne. Riflessi di fuoco amico per tramite di esaltati di turno.
    San Giuseppe da Copertino che non è stato un padre della Chiesa come San Paolo o Sant’Agostino – anche perché non amava passare tanto tempo sopra i libri – direbbe, in un turbinio di ellissi temporali e lievitandosi come solo lui sapeva fare, che il troppo studio genera mostri.

  59. Lady Lazarus il 7 ottobre 2006 alle 15:36

    Mi correggo: … dialogo tenutosi ad Ankara con un emerito esponente dell’Islam di allora.

  60. temperanza il 7 ottobre 2006 alle 15:57

    @ Inglese

    I commenti sono tanti dunque riparto, anche se ormai mi sembra un po’ OT , dalla frase sulla quale mi chiedevi spiegazioni.

    “Eppure qui si leggono spesso interventi che criticano dall’esterno, nell’illusoria fiducia che sia possibile una postazione neutra, un punto di vista personale storico e politico che non sia il prodotto di manipolazioni.”

    Ho visto Scalfari a Otto e mezzo, sere fa, forse anche voi. Ha detto una cosa curiosa, ha lamentato l’eccesso di dietrologia dei giornali italiani e si è preso la sua responsabilità riconoscendo che alla nascita di Repubblica il giornalismo era prevalentemente immobile e che per dargli una svegliata e portare gli italiani a interrogarsi su quello che non affiorava mai in superficie, una robusta iniezione non solo di ricerca, ma appunto di sospetto, non dunque di analisi, ma di sano sospetto che portava a fare ricerche, era necessario, ma che ora è forse il caso di non essere tanto creativi e valutare le cose per quello che a volte sono, più semplici.

    Non so se credergli, Scalfari è sempre stato un grande manipolatore, oltre che un uomo molto ben informato. Ma così dicendo ha detto anche che con quella scelta Repubblica rinunciava a praticare esclusivamente la via della notizia e dell’analisi per qualcos’altro, per una forma di ricerca a volte manipolante e spettacolare.

    Non sono in grado di dire quando la testimonianza (ma quale testimonianza, il reportage? O cos’altro? Questo dovrebbe essere un discorso a parte) ha smesso di essere giornalismo, ma sono stata testimone di quando e come i confini tra analisi, reportage, notizie, ipotesi, opinioni si sono sfumati diventando quella specie di insalata mista di interessi politici economici e personali a volte anche non ignobili, che mira alla pancia del lettore, alla sua fidelizzazione.

    Da che fonti vengono le notizie sulle quali basiamo le nostre opinioni? Sono fonti pure o manipolate?
    Ogni opinione che mi sono fatta si basa su immagini, letture e incontri. Ognuna di quelle immagini, letture e incontri ha portato con sé una parte di verità e una parte di più o meno lucida manipolazione. L’unica arma che possiedo per cercare di non essere troppo manipolata è la possibilità di mettere a confronto ogni immagine lettura e opinione e incontro con moltissimi altri.
    Moltissimi altri. Ed è difficile e faticoso.

    Qui leggo a volte appassionate dichiarazioni e prese di posizione che si fanno forti di “notizie”. Quali, mi chiedo, trovate come? Fino a che punto attendibili? Lette nel proprio giornale di riferimento? Esiste un giornale di riferimento del tutto puro?

    Chi mi vuole convincere, sia pure per una giusta causa, non cede mai alla retorica? Non manipolerà mai sia pure in buona fede e in misura marginale una notizia per tirarmi dalla sua?

    Io fino a prova contraria credo a tutti, ma non abbandono mai un certo scetticismo. Dalla Morante in miseria all’affare Telecom trovo sempre qualcuno che sbandiera una “verità” di quarta mano che si è fin troppo felici di brandire per dare forza al proprio discorso.

    Prima ancora che nello spettacolo siamo nel discorso, cioè nella retorica. E che la retorica sia sinonimo di verità, beh…

  61. andrea inglese il 7 ottobre 2006 alle 17:13

    cara temp, ti rispondo poi; per ora ho arieggiato i commenti

    per chi fosse interessato a seguire la tenzone tra macaronici e pedanti, l’ho messa in bacheca, ed ora ragazzi… tenete a freno le LINGUE

  62. Lady Lazarus il 8 ottobre 2006 alle 08:28

    Nessun testimone scomodo e scomoda lo era per davvero Anna Politkovskaya, giornalista. Ottimi reportages tra tutti il suo sguardo critico posato sulla Cecenia, sull’assalto al teatro Dubrovka di Mosca in cui aveva tentato di fare da mediatrice, sull’occupazione della scuola con il tragico epilogo. E’ stata trovata morta da una sua vicina nell’atrio dell’edificio in cui viveva con a terra ai suoi piedi una pistola e quattro bossoli.
    Custode di ciò che semplicemente esiste: nella più dimessa banalità gli impegni quotidiani con i suoi due figli e l’impegno nella più sovrastante crudeltà dei diritti umani violati.

  63. maria (valente) il 8 ottobre 2006 alle 10:05

    Anch’io ho appena letto la notizia che mi ha lasciato senza parole.
    In questo caso io non ho nessun dubbio, nonostante le osservazioni di Lorenzo Galbiati, che sia assolutamente necessario ricordare. Parlate della Politkovskaya, parlatene a fiumi, parlate al suo posto, dite l’orrore che ne avrebbe detto lei, gridate a più non posso in faccia a chi le ha chiuso per sempre la bocca, voglio essere retorica, voglio la giornata della memoria, voglio il ritratto, voglio le testimonianze, voglio che m’inondiate la testa di parole, voglio ricordare, RICORDARE, RICORDARE!

  64. roberto il 8 ottobre 2006 alle 10:51

    @Lady
    Ricordare il kgb.

    @temperanza
    “non abbandono mai un certo scetticismo”.
    Anche più di un certo.

  65. maria (valente) il 8 ottobre 2006 alle 10:51

    “Sul tavolo un orologio meccanico scandisce il suo tic-tac. E’ carico, conta solo le ore a venire. L’uomo, comprendendo le regole che governano l’orologio, lo carica ogni mattina, in modo che il tempo non si fermi mai.
    Ma l’uomo è un essere strano. Si preoccupa molto delle lancette che gli indicano l’ora, ma riflette poco sul tempo.
    Nel settembre del 1999 Vladimir Putin, dopo aver ricaricato un po’ l’orologio e avre recitato con la gente la parte dell’antiterrorista, scatena in Russia la seconda guerra cecena.
    E’ così che Putin è riuscito a mandare dietro il tempo. Ben presto, insieme alla seconda guerra cecena, siè scatenata in Russia una nuova guerra, questa volta intestina.
    Oggi le nostre lancette girano solo all’indietro. La nuova guerra civile non è stata dichiarata contro un unico popolo del territorio russo, ma contro tutti. Ognuno ci mette un po’ del suo. La guerra lascia la sua impronta in ogni città, ogni regione, ogni repubblica. Ha invaso tutto e tutti vi partecipano, neanche l’autrice di questo libro sfugge alla regola.
    In che epoca viviamo? Cos’è questa nuova guerra? Quale ritmo imprime alla nostra società? Chi siamo noi cittadini russi dell’inizio delXXI secolo?
    Noi? Noi siamo pronti a scannarci per ogni parola che non ci piace.[…]

    Noi ? Noi abbiamo riconosciuto che una pallottola in testa è il mezzo più semplice e più naturale per risolvere qualunque conflitto, per minimo che sia.
    Noi? Noi inariditi dalla guerra, odiamo più spesso di quanto non amiamo. L’odio è la nostra preghiera. Stringiamo i pugni volentieri, ma abbiamo difficoltà a riaprire le mani. E ancora una volta, invece di respirare l’aria a pieni polmoni, ci nutriamo del sangue dei nostri compatrioti senza battere ciglio.
    Non è forse guerra civile, questa?
    (…)
    Moralmente la Russia di Putin è ancora più sporca di quella di Eltsin, è una discarica di immondizia coperta di rovi […]
    In Russia, Putin e il suo popolo hanno dato la loro benedizione a qualcosa che nessun paese, che non sia totalitarista, può approvare: una corruzione fondata sul sangue, migliaia di vittime che non suscitano stupore né protesta, un esercito corroso dall’anarchia militare, uno spirito sciovinista in seno all’apparato di governo spacciato per patriottismo, una retorica sfrenata dello Stato forte, un razzismo anticeceno ufficiale e popolare con metastasi che si estendono ad altri popoli della Russia…
    NON AMO PUTIN perché per sedersi sul trono e regnare da padrone ha incoraggiato la cancrena morale della Russia”

    (da “Cecenia, il disonore russo” di Anna Politkovskaia)

  66. Ugolino Conte il 8 ottobre 2006 alle 22:26

    Tremendamente vere e profetiche queste parole della Politkovskaia, con il nome del suo boia già stampato a lettere di sangue: l’ “amico vladimir”.

    Onore davvero, e grande, a questa donna coraggiosa e sola alla quale tutti dobbiamo qualcosa.

  67. teloquee il 8 ottobre 2006 alle 22:52

    ok, questo è un altro
    ne mancano ancora otto

  68. jack carter il 8 ottobre 2006 alle 23:56

    teloquee: be careful…

  69. teloquee il 9 ottobre 2006 alle 00:39

    vai a dormire adesso che domani mattina devi scopare il mare

  70. S.E. il 9 ottobre 2006 alle 18:24

    Dio, senza il cui volere non cade 1 passero dal tetto o 10.000.000 di ebrei non vengono gasati nei campi di concentramento, sarebbe un tipo parecchio strano, se esistesse.

  71. Lady Lazarus il 9 ottobre 2006 alle 19:33

    Dimmi se devo credere
    alla cronaca del mondo
    o alla sua rappresentazione letteraria.
    Dimmi se devo credere
    nella società dell’immagine
    o alla sua traduzione in parole.
    Dimmi se devo credere
    nella letteratura.

  72. andrea inglese il 10 ottobre 2006 alle 09:04

    a temp

    c’è una comprensione delle cose che non dipende dal fatto che oggi, all’ora tale, e nel posto tale, sia accaduto (o meno) il fatto x. C’è una comprensione delle cose che non passa per l’ultimo telegiornle. Che non passa per il regresso all’infinito verso la fonte originaria/originale. Vedo se quelli che vivono intorno a me hanno lavoro, e come lo hanno, quanto guadagnano. Vado in giro, vedo quanti malati di mente vivono in strada.
    Guardo il colore della pelle o ascolto l’accento di quelli che lavano i cessi, cementano le strade o le lavano. Leggo i margini di profitto che si fanno le grandi imprese del paese. Cerco di orientare il mio occhio nella direzione dove vanno le ricchezze costruite sul lavoro umano.

    Poi: i discorsi restano discorsi. A conti fatti, qui da noi, non spaventano quasi nessuno. E a ragione. Le cose cambiano quando molte persone ad un certo punto abbandonano alcuni parametri della loro vita normale, come è successo l’anno scorso in Francia. E gli universitari (tanto famigerati per essere apatici, individualisti, consumisti, ecc.) bloccano le università, bloccano le strade, bloccano le stazioni. Scoprono come reagisce il loro stato tanto buono (mandandogli gente attrezzata fino ai denti per menare), scopre la differenza tra quanto dice un politico e quanto fa… ecc.

    Le forme di sfruttamento e di esclusione sono complesse, multiple, in evoluzione, cosi come le forme di resistenza ad esse: ma la tipologia di rapporto che tali forme creano non sono poi cosi complesse: la visione di fondo di Marx è ancora quella che puoi applicare alla realtà in cui viviamo.

    Quanto al singolo fatto, al singolo evento, posso essere ingannato a volontà, ma prima o poi, nella nebbia spettacolare, l’occhio comincia a vedere di nuovo dove va il frutto del lavoro umano, o il frutto del non lavoro coatto.

    Quanto alla retorica, è legata all’arte del discorso, perché un discorso costruito ad arte, coinvolge l’ascoltatore, e cerca di persuaderlo. Se io parlo a qualcuno, è perché lo ritengo un interlocutore degno, autonomo, e capace di essere toccato dal mio discorso. Questo non c’entra ancora nulla con la menzogna e la manipolazione. Ma la retorica non ha padrone: serve sia i dittatori, sia i tribuni.

  73. temperanza il 10 ottobre 2006 alle 10:50

    @ Inglese

    Su quello che dici sono d’accordo, la morte di Anna Politkovskaya è un fatto. E non c’è retorica che possa cambiarlo.



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