Sonetto dell’ippodromo

12 ottobre 2006
Pubblicato da

di Angelo Petrella

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Federico Aldrovandi
Ferrara – settembre 2005
via dell’Ippodromo

tonfa spaccati ronfano sul cranio
(“gesticolava e urlava senza senso”) [4.30 – 5.55]
roso da tonfi sordi, in fondo al dorso,
sui denti rotti, in pasto al video lividi

di retro incoronati nel suo sangue
in pozze crude a chiazze, in spazi a pezzi.
(“con inaudita forza ci aggrediva”) [5.55 – 6.04]
città di regge retta senza legge.

occhiali d’oro, piazze estensi, corti:
nient’altro i benpensanti se non schegge
del vero vedono. Aldro, qui per strada

– fantasma che si agita già morto –
manca la luce, perciò nulla ha visto
nessuno. (“e poi le forze riduceva”). [6.04 – 6.16]

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19 Responses to Sonetto dell’ippodromo

  1. a.b. il 12 ottobre 2006 alle 11:30

    La trovo ideologicamente bella perché ritengo che dica quello che voglio sentire dire?
    La trovo bella perché è bella (il linguaggio è inventato bene, è una musica, anzi un canto)?
    La trovo bella perché è un racconto che mi commuove?
    Non lo so.

  2. P.R. il 12 ottobre 2006 alle 12:23

    La trovo brutta perché è poesia senza poesia?
    La trovo brutta perché ideologicamente programma poesia con giustapposizioni fonico-lessicali scontate e utilizza un registro metrico banale?
    La trovo brutta perché cerca la veste del sonetto per darsi un tono alto mentre il corpo sotto è scabro-banale.
    Lo so

  3. Gianluca M. il 12 ottobre 2006 alle 13:56

    poesia = linguaggio = ideologia

    dunque

    se N dice poesia non è = ideologia
    N = falsa coscienza (“la poesia è lirica”, “la poesia è sentimento”, “la poesia è ricerca del bello”, “la poesia è sacra”…)

  4. Alessia il 12 ottobre 2006 alle 16:21

    ma che significa ideologia uguale linguaggio? allora la poesia cosa è, un trattato filosofico?

  5. a.b. il 12 ottobre 2006 alle 18:06

    Be’ contiene pensiero, tutta l’arte, anche le immagini contengono pensiero. Il problema non è questo credo. Sarebbe una stupidaggine dire: Cerco un’arte che non è ideologica. Anche se esistono persone che si portano addosso questa semplificazione. Se ne incontrassi una la inviterei a guardare i bellissimi murali di Rivera, proprio per fargli incontrare quello che lui teme di più: l’ideologia politica nell’arte.
    Tolta dai piedi questa semplificazione dell’arte chiamiamola “purificata dall’ideologia” è capire che ideologia è, come entra dentro di noi.

  6. a.b. il 12 ottobre 2006 alle 18:08

    …il problema è capire che ideologia è, come entra dentro di noi.

  7. ness1 il 12 ottobre 2006 alle 19:38

    Terzine scatenate

    Già fu chi per sè, un tempo, la salvezza
    cercò, e per altrui, nella più oscura,
    selvaggia ed aspra e forte selva d’ira.

    Lavoro a migliorarmi, a perfettirmi!
    La mia notturnità: non tutto, è questa
    ostilizzata farsa di loquami.

    Contraffazioni, affezioni, affettati
    affetti: fitti-fotti, rubabaci,
    e confettati sguardi perlastrali.

    S’insempra l’ora, intercalata a quarti
    di lune-note, nelle notti s-tolte
    dal nume tecnoelettrico perfuso.

    Ma, la vita! Che in me solo s’ammala:
    malavita, la mia, per sua troppezza
    che mi randagia rantolante in giro.

    Ah truculenze e triboli pennaci!
    Ah contumacie relittuarie, a frotte!
    Ah mezzume stuprato, inforconato!

    Il vizio dell’immagine virtuale
    non mi guadagna: mi attengo all’im-mah?-
    ginario immane, e all’imminente niente.

    La verrucosa pelle del reale,
    l’incompiutezza astratta e impertinente
    della ridda fallita dei valori…

    Tutto ciò mi ripugna, altera, arrabbia,
    quasi quasi strafrega, annega, annoda,
    omologa – cum-media – e casualizza.

    Gli arenghi mi spoltigliano – in carotide;
    e figure lordate di cremose
    valanghe, melme spèrmiche – avallate.

    M’esilio nell’eliso del tuo fisico:
    su, fammi spazio in te – fammi largo, anzi
    fatti larga alla mia arma vitale!

    Fatti infetti, siringhe-feritorie:
    paura di sapersi insieme soli;
    gente in-festa: altri profughi del sogno.

    Un tempo ci fu luce – confutata -,
    specie in inverni d’innevato oblio:
    adesso, gamme oscure di sparole.

  8. Marco Saya il 12 ottobre 2006 alle 22:25

    Terzine stra-scatenate

    Luce, luci da oscuro ventre
    Primi vagiti di chi già vecchio nasce
    Vita di una sveglia, pila quasi scarica.

    Coro,coristi di atavico rituale
    Porpora il colore di una veste sacra
    Consuetudine di un profano e di un profumo.

    Strada,strade da percorrere senza una direzione
    Affluenti di viuzze in chimeriche allucinazioni
    Visioni frastornate di un reale confuso.

    Bambini,uomini, intervalli di altezze differite
    Segregazione di un corpo che consuma e non digerisce
    Rullo compressore di anime lacerate e calpestate.

    Amore,amori, prese di corrente alternata
    Masochistico rito per bestie incattivite
    Foreste,metropoli senza verde per pascolare.

    Sorriso,sorrisi di ipocriti Giuda
    Quattro monete per un assegno in bianco
    Futilità di vendere una ragione vuota.

    Poesia, poesie di Noi a metà
    Perfezione irragiungibile di ignote divinità
    Scheletri di calcio ossidato dopo una lunga stagione.

    Puttana,puttane nella testa e nel cuore
    Stronzo,stronzi mal celati fingono teneri sentimenti
    Umanità vanagloriosa,merda da concimare.

    Natura,nature ferite,oltraggiate,depauperate
    Foglie morte da una clorofilla figlia di gramigne
    Famiglie disgregate,rami secchi da estirpare.

    Parola,parole che suonano come una vergogna
    Liriche nauseabonde di surreale ottimismo
    Lune,albe,tramonti,deliri di menti impazzite.

    Occhio,occhi da aprire, da sempre ciechi
    Psichedelico stato prenatale nutrito con polvere bianca
    Soffice neve, oblio di sensi dimenticati.

    Speranza, verde il colore stinto da portare in tintoria
    Un nuovo soprabito per una nuova stagione
    Il primo rammendo, una confezione già scaduta.

    Genero, degenera il degrado di un’idea
    Figlia abortita da un labirinto di domande
    Pezzetti morenti di un’articolazione disossata.

  9. N.L. il 12 ottobre 2006 alle 23:36

    bella “poesia politica” quella di petrella. penso che ti faccia capire come il linguaggio poetico possa essere utilizzato per uno scopo, anziché concentrarsi su se stesso, sul romanticume e sugli sfoghi esistenziali, come purtroppo molti cosiddetti poeti oggi fanno.

  10. Cato il 13 ottobre 2006 alle 12:02

    Petrella, hai scritto un testo bellissimo, un sonetto nel quale la poesia depone ogni armamentario retorico e si fa grido, denuncia etico-politica che afferra nel profondo e “fa male”, come dovrebbe ogni forma di scrittura che non sia autocompiaciuta ostentazione dei propri artifici. Complimenti.

  11. Miku il 13 ottobre 2006 alle 16:00

    Mi catassocio.

  12. Biberon il 13 ottobre 2006 alle 21:31

    mi dissocatassocio, di denuncia non vi è proprio nulla. “fa male” a chi lotta “sul serio”.

  13. P.R. il 14 ottobre 2006 alle 11:55

    “linguaggio poetico possa essere utilizzato per uno scopo, anziché concentrarsi su se stesso, sul romanticume e sugli sfoghi esistenziali, come purtroppo molti cosiddetti poeti oggi fanno.”
    “come dovrebbe ogni forma di scrittura che non sia autocompiaciuta ostentazione dei propri artifici”
    Ecco cosa possono un dogmatismo fine a se stesso, una assenza assoluta di senso estetico, una formazione culturale zoppicante e una diffusa incapacità di cogliere all’interno del verso dualismi e contraddizioni per andare a cercare un’espressione piana e pulita in cui sia tutto presentato e ordinato… ecco cosa possono produrre.
    Ma non leggete poesia. Leggete il gazzettino veneto, leggete i saggi di Ricoeur. leggete gli strilli dell’ansa. Non accostatevi alla poesia, che avete le orecchie già piene del suono che vorreste sentire, e non concepite un’istante di stupore, non concepite nulla fuor di voi.

  14. Miku il 14 ottobre 2006 alle 12:24

    Ecco, per me questo è il troll esemplare; cui non bisogna assolutamente rispondere. C’è tutto: argumentum ad hominem, aggressione personale, invettiva calcolata, offese da stadio, pura provocazione.

    Altro che i calemborsi.

  15. P.R. il 14 ottobre 2006 alle 18:49

    aggressione personale, invettiva calcolata, offese da stadio, pura provocazione.
    credo tu non sia capace di reggere una disucssione al di fuori di zucchero e caramelle. la letteratura non è fatta x darsi bacetti a vicenda e dirsi a vicenda quanto si è bravi e belli.
    è fatta di idee estreme e passioni vioente, da difendere con le unghie se minacciata dalla tabula rasa ideologica di chi confonde vino con vin santo.

  16. Biberon il 14 ottobre 2006 alle 19:24

    ad ogni modo questo tipo di poesia “effettistico”, un cut and paste di giochetti di incrocio di parole già visto e rivisto non commuove proprio! Sembra più un esercizio di solfeggio, abbastanza noioso.

  17. Cato il 19 ottobre 2006 alle 16:54

    Caro Petrella, almeno una parolina per noi che abbiamo letto e commentato la tua poesia potevi anche spenderla…

  18. Angelo Petrella il 20 ottobre 2006 alle 00:41

    Che posso dire? Ho seguito tutto il dibattito ma non ho detto nulla per rispetto delle vostre interpretazioni così forti e spesso opposte tra loro. L’unica cosa che posso aggiungere è che per me la poesia è allegoria dell'”altro”, del suo essere prodotto materiale e parte integrante dei diversi tipi di discorso umano. La poesia è una forma di discorso che deve smascherare la sua tendenziosità (la poesia è sempre ideologica: anche la lirica, da tanti cos’ osannata come “arte pura e disinteressata”, nasconde in realtà l’ideologia del poeta ispirato, del daimon che rende il poeta un essere superiore e fuori dal tempo… ovvero la cosa più ipocrita che possa esistere). Gli effetti dei versi, della rima e dei giochi fonetici non sono mai fini a sé stessi, ma rimandano continuamente al senso politico e all’azione a un livello figurale. Le “pozze crude a chiazze, in spazi a pezzi” non sono divertissement, ma sollecitano la sensazione visiva del trovarsi di fronte al sangue versato causa repressione. Non esiste senso estetico al di fuori dell’agire umano. La poesia del Novecento e delle avanguardie ha insegnato questo. L’art pour l’art è una cazzata. Ma ora basta, ho parlato troppo… Grazie solo a tutti voi di aver letto e avuto la voglia di commentare questi versi, che stanno per uscire in raccolta.

  19. Cato il 20 ottobre 2006 alle 09:29

    Grazie.
    Condivido quello che dici sulla poesia.



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