Lessico e chiarezza espressiva

15 ottobre 2006
Pubblicato da

di Sergio Garufi 

lamine.jpg“Fatti, non parole” è l’eterna e disattesa promessa dei politici di ogni schieramento. Una conferma di questo luogo comune viene dal recente invito ad abolire dal dizionario del centro-sinistra termini quali socialdemocrazia ed egualitarismo, retaggio di un passato imbarazzante di cui ora ci si vuole disfare come di una prova a carico. Forse è solo questione di moda, in fondo anche il lessico si aggiorna e si adegua ai tempi che corrono, con nuovi innesti e mesti accantonamenti. Da trent’anni il discorso è fermo perché più nessuno lo porta avanti, e stessa sorte è toccata a nella misura in cui, espressioni decedute per l’abuso e il conseguente sarcasmo che suscitavano. Archiviazioni più attuali riguardano i diminutivi che facevano tanto understatement (attimino, aiutino), con ogni probabilità perché viviamo in tempi massimalisti e preferiamo la frase piena, reboante, in cui un avverbio non si nega a nessuno. Chi è più disposto a rispondere con un semplice o no senza premettere assolutamente? E comunque, posposto a perché è un must di questa stagione, come la sciarpa col nodo scorsoio e il cappotto corto e stretto.
 

Certi vocaboli sopravvivono solo nei dizionari, sono anziani problematici e non autosufficienti con cui nessuno vuole più avere a che fare. Valetudinario, ctonio, teratologico e bustrofedico pretenderebbero cure amorevoli e invece deperiscono tristemente nell’indifferenza generale. Perché abbandonare negli ospizi della paleografia etrusca l’aggettivo bustrofedico? Basterebbe prenderlo in affidamento e associarlo all’andatura di un ubriaco, o al trasformismo dei politici pronti a cambiare partito appena gira il vento, e rifiorirebbe sùbito. Ma a farlo si rischia l’accusa di snobismo, perché il lessico può essere classista, prevaricatore, farsi strumento del potere: come lo stile aulico, il linguaggio accademico, il latino dei preti e degli avvocati. In una memorabile disputa con Manganelli, Moravia accusò il malinconico tapiro (e con lui Sanguineti, Balestrini e altri) di deliberata illeggibilità, al fine di conseguire prestigio presso le masse incolte, irretite e soggiogate da tanta oscurità che scambiavano per garanzia di qualità. Il lessico manganelliano era ricco e immaginifico, attingeva a piene mani alla tradizione barocca, ma la sua posizione marginale e sostanzialmente estranea all’establishment letterario dimostrava in modo inconfutabile l’opposto di ciò che asseriva Moravia.
 

Quando le terze pagine stavano dove dicevano di essere, sul Corriere della Sera apparve un articolo di Pontiggia il cui provocatorio incipit affermava: “nei primi anni di scuola mi insegnarono che tutte le volte che avevo intenzione di scrivere il verbo andare, dovevo sostituirlo con recarsi. Ci misi molti anni per capire che era vero il contrario”. Pontiggia era uno strenuo apologeta della trasparenza comunicativa e della chiarezza espressiva. I suoi modelli erano Cesare, che aborriva gli inaudita verba, e Renard col suo stile anolessico che rasentava il silenzio; tanto che Sartre disse che “era venuto a Parigi a tacersi per iscritto”. Eppure Pontiggia conosceva l’aureo insegnamento di Paul Valéry, che sosteneva che “chiarezza è niente più che abituale frequentazione di nozioni oscure”. A quel pezzo replicò ironicamente Mariotti con un lungo elenco di verbi desueti che mai avrebbe rimpiazzato con altri più semplici e diretti; e infine intervenne in modo apparentemente risolutorio Citati, affermando che è il contesto a determinare il lessico più adatto. La sua riflessione servì a spezzare la mistificante dicotomia del di qua o di là, ma se esistesse un solo modo per descrivere una situazione, allora la lezione degli Esercizi di stile di Queneau si ridurrebbe a un ingegnoso rebus per indovinare il giusto registro espressivo da adottare volta per volta.
 

Anch’io credo fermamente nelle discussioni estetiche per gli stessi motivi per cui Talleyrand credeva nella Bibbia (“parce-que je n’y comprends rien“); tuttavia penso abbia ragione René Daumal, quando scriveva che “lo stile è l’impronta di ciò che si è su ciò che si fa”. Qualcosa che fa costitutivamente parte del nostro senso identitario, che è meno frutto di una scelta che un naturale riflesso del modo di essere di ciascuno. Ci si esprime come si mangia insomma, non a caso la massima istituzione in questo campo si chiama Accademia della Crusca. Anche riguardo alla superstizione della chiarezza – ottenibile con un lessico elementare, e per la quale spesso s’invoca il saggio precetto della sprezzatura, ipostatizzato dallo stile dell’anatra di cui parlò La Capria – converrebbe correggere alcuni sillogismi falsi e fuorvianti. Il linguaggio è per sua natura ambiguo e metaforico. E’ il tentativo di tradurre verbalmente un pensiero o un’immagine che fa grumo e resiste; e che, per essere trasmesso, necessita di vocaboli che si fanno al contempo tramite e schermo. Il segreto non consiste solo nel trovare le parole acconce – per usare un’espressione di Roberto Longhi, che difatti traduceva testi figurativi in testi letterari -, perché la chiarezza non sta nei concetti o nelle parole, ma nel loro incontro.

Per alcuni, come Fortini, questo incontro è impossibile, perché “la chiarezza è come la verginità, la si possiede solo nel momento in cui la si perde”; mentre per altri, come Derrida, questo incontro non era neppure auspicabile. Ne Il gusto del segreto il francese dice chiaramente: “se la trasparenza dell’intelligibilità fosse assicurata distruggerebbe il testo, mostrerebbe che non ha avvenire alcuno, che non deborda il presente, che si consuma immediatamente; dunque una certa zona di misconoscimento e incomprensione è anche una riserva […] Se tutti possono capire subito ciò che voglio dire non ho creato alcun contesto, ho meccanicamente risposto all’attesa, ed è tutto lì, anche se la gente applaude, e magari legge con piacere; poi chiude il libro ed è finita”. Detto in modo un po’ complicato, il messaggio è: diffidate della semplicità. Quando un’argomentazione è semplice e lineare significa che c’è identità tra esposizione e pensiero, o piuttosto che le complessità sono state occultate, rimosse?

 
Per Neil Postman è colpa della televisione, ritenuta “costitutivamente inadatta a trasmettere conoscenze che abbiano un minimo di spessore o di complessità, e che impone modalità espressive che impoveriscono la vita di una democrazia”. Il suo linguaggio è spesso rassicurante e consolatorio, intende farci credere che il mondo è comprensibile e dominabile. Propone l’essere conformi come ideale di sanità, mentre è il tratto più evidente della malattia; perché “una vita che non si individua” – diceva Jung – “è una vita sprecata”. Questo linguaggio risulta offensivo perché miseramente apodittico; ci considera dei lobotomizzati ai quali spiegare perfino un truismo. Si pensi, per esempio, alla gestualità tautologica di Piero Angela, che accompagna le sue parole con dei movimenti della mano che ribadiscono i medesimi concetti. In questo senso, parlar difficile può voler dire rifiutare facili dicotomie, introdurre anticorpi di vigilanza critica all’interno del senso comune. Già nel 1923, il surrealista Robert Desnos provò, con Language cuit, a scardinare gli automatismi verbali, disarticolando e rovesciando le frasi fatte per vedere se il pensiero anchilosato ne uscisse di nuovo suggestivo e rivelatore; ma fu un tentativo isolato e, in gran parte, inascoltato.
 

L’omologazione al basso è egemone pure in letteratura. In molte opere della nuova narrativa trionfa il  linguaggio elettronico, facilmente identificabile perché iterativo, pleonastico e brachilogico; un balbettio sconnesso fatto di frasi tronche, di concetti basici ripetuti all’infinito, di continui punti e a capo. E’ uno stile che sa di scuola di scrittura creativa e conta parecchi estimatori, figlio delle teorizzazioni degli studiosi del Reader Response Criticism, quelli che definirono la figura del narratee; cioè il personaggio interno alla storia che svolge la funzione dell’utile idiota, a cui si spiega tutto pazientemente perché non si può dare del cretino al lettore; figura che la demagogia catodica in seguito attribuì ed estese indistintamente al pubblico televisivo. La denuncia di questo appiattimento fu fatta a suo tempo anche da Gadda, che ne I viaggi la morte scrisse: “le genti sazie ebefatte dimandano con ogni ragione delle buone e intelligibili scritture: legittima cosa, che il fratello attenda dal fratello una parola fraterna. Ma questa prepotenza del voler canonizzare l’uso-Cesira scopre di troppo il desiderio, e quasi l’intento, della Cesira medesima: il desiderio di avere tutti inginocchiati al livello della sua zucca”. E la Cesira era l’ur-casalinga di Voghera, l’ipostasi dell’italiano medio.
 

Erasmo scrisse: “non mi indigno se mi mettono davanti qualcosa che non capisco, ma gioisco che mi si offra l’occasione di imparare”; questo dovrebbe essere l’atteggiamento di chi si trova di fronte una parola difficile o un concetto complesso: una forma di gratitudine. La lingua non è – come postulano i nominalisti – un mero strumento di comunicazione, un arbitrario repertorio di simboli stabiliti per convenzione, bensì una visione del mondo, la mappa dell’universo; e per orientarsi nella sua oscurità a volte serve un trattato di retorica. Il più divertente, anche perché applicato al singolare lessico amoroso, ha 800 anni e lo scrisse Boncompagno da Signa. S’intitola Rota Veneris, e può anche essere letto come un manuale d’amore in forma epistolare. All’autore non preme tanto teorizzare sulla psicologia del sentimento amoroso: piuttosto egli osserva gli amanti e racconta cosa si scrivono e si dicono in privato; perché, come confessa nel finale, “a me sono sempre piaciute più le parole dei fatti”.
 

 

107 Responses to Lessico e chiarezza espressiva

  1. Hyeronimus Haug. il 15 ottobre 2006 alle 07:52

    Nos albinum interrogamus dic ergo sebboleth quod interpretatur spica eum qui respondit tebboleth eadem littera ficam exprimere valens statim adprehensum iugulamus.

  2. Luca Tassinari il 15 ottobre 2006 alle 10:21

    Antonio Pizzuto: «No, il problema della comprensibilità è questo: che il lettore deve educarsi a comprendere quello che legge, non che lo scrittore deve sforzarsi a fargli capire, perché sennò diventa Fröbel lo scrittore, no? Noi non abbiamo preoccupazioni pedagogiche, l’autore non ha preoccupazioni di questo genere […] Il lettore non interessa, il lettore non deve interessare. Lo scrittore non deve preoccuparsi del lettore. Io avrò venticinque lettori, forse meno. Ma che cosa mi importa?».
    (tratto da G.Alvino, Tra biscia e camaleonte. Dialogo dello scettico e del fautore, in «Il Caffè illustrato», n. 24, maggio-giugno 2005, pp. 32-41)

  3. Omologato al basso il 15 ottobre 2006 alle 10:21

    “frasi tronche, concetti basici ripetuti all’infinito, continui punti e a capo”.
    Non sarà chiarezza?

  4. temperanza il 15 ottobre 2006 alle 12:43

    Allora, vogliamo parlare di élites intellettuali? O no? E’ un argomento spinosissimo, in un blog, se la discussione parte mi tiro su le maniche anch’io. Non caveremo un ragno dal buco, ma ci divertiremo.

  5. temperanza il 15 ottobre 2006 alle 15:09

    Segnalo, anche se non l’ho letto e non so ancora com’è,

    Giuseppe Antonelli, Lingua ipermedia. La parola di scrittore oggi in Italia. manni, lecce, pagg. 126, € 13,00

    Recensito oggi sul Sole24Ore mi sembra in tema.

  6. cf05103025 il 15 ottobre 2006 alle 19:08

    Cosa son quelle auree lamine o forse gemelle anime aurate che di sopra compaiono quali piccole fantasime?
    Quasi a significare, forse, che lassù stia scritto un secreto codice o una rivelazione angelica tipo quelle cazzate pazzesche che van predicando certi individui ben atticciati e incravattati sedicenti Testimoni di Mormon, che sarebbe poi l’angelo medesimo che dette le lamine in capa a un collione qualsiasi mericano, forse John Smith vuoi Adam, chessia, non so.
    Però mi incuriosiscono.

    Cioè era per dire che ognuno scrive che diavolazzo gli pare, poi ci pensa l’editore a dirti è una vera merda incomprensibile ed a buttarti il pcscritto nel cestone ove stanno trecentomila altri compari cartacei.
    Oppure ci pensa poi l’aureo editor a tagliuzzare a sforbiciare a impecettare impeciare a scazzarti con le sue fisime frustranti, a volte, però.
    Che poi qualche anno fa eravamo ben in mano a certi fisiologi tristologi della scrittura che sempre & dovunque banfavano di Carver senza saper di Gordon Lish, che chissà che cazzo fa adesso, e sempre a usare cutter o coltellacci per carta.
    Ecco, demenza senile, già.

    Bel pezzo di Garufi, però.

    MarioB.

  7. Scamander il 15 ottobre 2006 alle 20:12

    La faccenda è un’altra. E’ una questione di libertà.
    Indubbiamente lo scrittore deve porre attenzione al lettore in primis nella scelta dello stile, altrimenti verrebbe meno l’intento comunicativo che è tutto in ogni manifestazione artistica. Farsi capire insomma. Non se ne può più di vedere gli stessi autori sbandierare pure con fierezza l’arbitrio ermeneutico del proprio prodotto. Il messaggio deve essere in gran parte univoco.
    La libertà sta nella forma, ed è liberta di poter attingere con disinvoltura dal vocabolario di una lingua ricchissima qual è l’italiano, poichè c’è differenza tra tedio e noia, e il sinonimo, nella realtà linguistica, non esiste affatto. Il recupero di tante parole in disuso o semplicemente dette desuete, un po’ da retrogradi, avverrà solo se gli scrittori e i lettori smetteranno di considerare l’arte spontanea e rivaluteranno così la tecnica.
    Qualunque lettore se gli capiterà di trovare “bustrofedico” in mezzo a un bel discorso sentirà la necessità d’aprire il vocabolario per comprendere quel brano.

  8. indiana per caso il 15 ottobre 2006 alle 20:37

    Per quanto si possa scrivere, parlare, usare linguaggi, verbalizzare, il concetto non assurgerà alla capacità espressiva dell’immagine, della musica, polisemantiche.
    il pittore muto segna la tela. il silenzio come arma eversiva nell’eccesso di significanti verbali ormai sterili di significato.

  9. Steve-O il 15 ottobre 2006 alle 21:46
  10. ngyula ! from hungary il 15 ottobre 2006 alle 22:25

    how you can write poems, speaking in different languages, verbalizying, the konzept does not assurge to the expressive capacity 10 tons of the imagine all the people, of yoko ono music, polisemantic.
    the mute on/off painter signs the canvas. the silence as gun for eversive manoeuvers in the dark in the excessive of verbal significunts, which are sterilized from a significance which means something.

  11. indiana per caso il 16 ottobre 2006 alle 06:24

    thanks so much. why this perfect translation?
    have you fun making jokes?

  12. Antonio Pizzuto il 16 ottobre 2006 alle 10:19

    Un conto è raccontare, un conto è narrare… il conto, prego!

  13. indiana per caso il 16 ottobre 2006 alle 11:14

    si va bene, ma le parole anche quando sono artistiche, hanno il limite dell’ordine sintattico, della logica, della lingua, del concetto, dell’intensione, dell’estensione, e di tutti gli accidenti propri.

    Garufi è un po’ calvinista ma scrive bene.

  14. cf05103025 il 16 ottobre 2006 alle 12:27

    non è calvinista Garufi, lo so io,
    è un mennonita, ecco

    MarioB.

  15. Lucy Van Pelt il 16 ottobre 2006 alle 13:36

    e pure bustrofedico

  16. indiana per caso il 16 ottobre 2006 alle 14:25

    volevo dire un’altra parola, una brutta parola, ma sono una signora e allora dico che ha gli occhi piccoli.
    Sai quel film “una fidanzata per papà?”

  17. Scamander il 16 ottobre 2006 alle 16:15

    Del concetto non ci si lebera.
    Certo la musica ci pare la più evocativa delle arti – e questo per il fatto che meno se ne ha a che fare -, ma basti pensare al rigidissimo apparato tecnico di cui necessita per svelare quella magia capace di muovere l’animo. Cosa che è lampante nella scrittura: solo il doversi rapportare con il lessico e la sintassi.
    E tutto questo non è affatto un limite se, come ieri sera dicevo, si è in grado di confessare a se stessi e agli altri l’inautenticità dell’arte, questo dover procedere tra concetti e codici di comunicazione.
    La parola scritta, meglio se sentita recitare, ha un potere straordinario e inaspettato.

  18. Scamander il 16 ottobre 2006 alle 16:17

    libera, perdonate

  19. cara polvere il 16 ottobre 2006 alle 16:29

    l’arte è inautentica se concettuale e codificata?
    benissimo… allora largo al ritorno delle scapigliature artistiche e passionali e, ma si, palesemente paranoidi.
    un saluto
    paola

  20. indiana per caso il 16 ottobre 2006 alle 17:01

    Perchè allora i pittori si vantano di tacere?
    perchè si ribellano alla concettualità della parola, perchè considerano l’espressività plastica l’infanzia della letteratura ovvero la prima forma d’arte?
    Se l’estetica assume connotati di eternità è pur vero che le prime forme artistiche sono quelle elevate sulle tombe a ricordare il doppio eterno dell’uomo mortale e le prime forme estestiche sono appunto steli, sculture, maschere, pitture o addirittura raffigurazioni somiglianti al defunto.
    la scrittura arriva alla maturità della civiltà, ma a volte non vi viene voglia di stravolgerla e renderla meno culturale, piu’ arcaica , archetipica, balbuziente e infantile?
    cosi….oggi sono in fase regressiva.

  21. Cato il 16 ottobre 2006 alle 17:14

    E’ un pezzo molto bello, che nel suo solo apparente andamento “storiografico” fa trapelare una tesi ben precisa, che condivido appieno, sui rapporti tra lessico e chiarezza (concettuale), uno dei nodi problematici più dibattuti e più presenti nella pratica di chi scrive (e di chi legge). E se la (una) “soluzione” fosse proprio negli assunti erasmiani mediati sull’asse antitetico/speculare Fortini – Derrida?

  22. Lucy Van Pelt il 16 ottobre 2006 alle 20:59

    “assunti erasmiani mediati sull’asse antitetico/speculare Fortini – Derrida”

    sii piu’ chiaro

  23. Cato il 16 ottobre 2006 alle 21:07

    Lucy, dài, non farmi sentire in colpa! Se anch’io sono riuscito a capire quello che ho scritto, non ci dovrebbero proprio essere problemi per gli altri. ;)

  24. michele il 17 ottobre 2006 alle 11:57

    La mia esperienza di lettore e poi autore (siamo tutti autori) mi fa credere che il periodo delle definizioni, delle misure sia finito. Non ha senzo confutare l’inconfutabile. L’errore forse è credere che “questo” possa essere spiegato con “quello”. Due mondi che credo non si possono incontrare. L’allegoria, la forma del romanzo moderno si è soffermata anche troppo nell’analizzare, “quello”. Ma “questo”, è qui e non può essere semplicemente divulgato con quello. Naturalmente, non credo al semplice ritorno del pensiero magico, del pensiero primitivo, per considerare il bisogno dell’esprimersi. La psicologia moderna ci ha spiegato con precisione il sogno, e che “quello” è la riproduzione di una opera artistica. Ma ci hanno spiegato che “questo” è il sogno. Cioè un simbolo è gia. L’errore è il volerlo trasformare in quello…

  25. Scamander il 17 ottobre 2006 alle 12:36

    cosa intendi per “quello”? un termine di rimando, a cui il “questo” si lega per metafora, per allegoria? Che – a quanto dici – è altro dall’ Hinc et nunc…
    Cosa? una sovrastruttura? un concetto? Non-vita; non-Storia?

  26. Scamander il 17 ottobre 2006 alle 12:41

    per Indiana per caso:
    quella che auspichi mi pare proprio la strada dell’autoinganno.
    Prescindere dalla cultura, tornare al primitivo…Con tutto rispetto mi pare un ridicolo abbaglio. Si finisce per credersi creature naturali, quando non lo si è affatto.

  27. cara polvere il 17 ottobre 2006 alle 14:06

    @a indiana etc etc:
    chi dice che i pittori tacciano?

    @scamander
    cosa intendi per creature naturali?

  28. michele il 17 ottobre 2006 alle 14:23

    Naturalmente è una mia ipotesi, una ipotesi estetica. “Questo” è questo, quello è (allegoria) di questo. (forse, non è solo una mia..) Grazie dell’interessamento Scam.. (pare che l’arte sia solo l’espressione del sogno e forse il sogno è l’espressione dell’arte. Se fosse così, il contrappunto, il dualismo (l’eterno dualismo) sarebbe il sedimento ancora poco lavorato delle nuove immagini, dove nuovo è da intendersi come immagini tridimensionali moderne. Ad esempio, automobili, aerei, strade, ponti… alcuni artisti per riconoscere queste “nuove” immagini devono modificarle, cambiarle fino a farle divenire altro. Naturalmente ci sono varianti infinite, incalcolabili.

  29. indiana per caso il 17 ottobre 2006 alle 15:10

    io direi che lo spettro delle perce-cognizioni è talmente vasto da esuberare la capienza della parola, che, per quanto estendibile, ha un registro espressivo piu’ limitato rispetto ad altre forme espressive come la musica, o la pittura.
    provate a scrivere il requiem di Mozart con le parole e vediamo se riuscite a provocare le stesse emozioni che ha voluto indurci l’autore con la sua geniale empatia.

  30. indiana per caso il 17 ottobre 2006 alle 15:14

    Si puo’ tacere, non leggere, non scrivere, ma pare sia inevitabile sorridere, piangere, segnare lo spazio con il proprio sentire gestuale.
    e questi sono elementi-natura qualificativi nell’ordine comunicativo e forse meno fuorvianti della parola-cultura. dico questo perchè Garufi mi pare avvertisse l’esigenza di maggiore aderenza o non sufficente esaustività della parola.

  31. indiana per caso il 17 ottobre 2006 alle 15:23

    la mancanza di chiarezza quindi secondo me, è nella natura dello strumento verbale. qualcuno prima di noi disse riguardo al tempo “so cos’è ma se mi chiedi di dirtelo non te lo so spiegare”. milioni di persone hanno scritto sull’amore ma ancora non ci è chiaro concettualemnte cosa sia, lo sguardo di chi ci ama invece, pur non essendo un’idea, ci giunge molto chiaro e distinto.

  32. michele il 17 ottobre 2006 alle 16:00

    Ad una immagine diamo una parola. Ad un rumore una nota. Ne la parola ne la nota sono parte di noi. Forse diventano “quello”, arteficio. Le emozioni non si comunicano, sono. Quando sognamo, non componiamo musica, ne scriviamo o parliamo. Immaginiamo. Con la parola non comunichiamo odori, ne suoni, ne caldo, ne fame, ne dolore, e neppure vere immagini. Ma artefici di questi, finzioni appunto. La letteratura come la pittura come la musica è menzogna. Tanto più è menzogna, (più ha capacità di mentire) più questa è considerata. Con il tempo si è pieni di menzogna e questa non ti fa neppure riconoscere le tue mani. Artefici che costruiscono artefici. Macchine che costruiscono macchine ecc, ecc…

  33. Scamander il 17 ottobre 2006 alle 23:47

    Grazie a te Michele di continuare questa bella conversazione.
    E poi, mi trovi pienamente d’accordo. Soprattutto ti ringrazio per questo.
    Va benissimo! Arte è “quello”
    e per ora cito il figlio del Chaos: “la vita o si vive o si scrive”.
    Arte è dunque condanna a rielaborare l’esperienza della vita per creare tutt’altra materia, è quel ” io nel pensier mi fingo” di cui fingere è letteralemente plasmare la creta – lavoro di bottega, d’artigiano, anche umile e sporco, ma sempre ars/technè -. Menzogna, appunto come dice Michele, se alla vita dei profumi, degli sguardi d’amore, dell’umanità più viva si voglia assegnare la schiettezza, la naturalezza ( per rispondere al chiarimento chiestomi da Indiana per caso ), l’autenticità, cosa – quest’ulitima – che ritengo profondamente ingenua.

  34. indiana per caso il 18 ottobre 2006 alle 09:54

    Si siamo tutti d’accordo. Personalmente indago quello che si definisce ricostruzione, rielaborazione, quindi cultura, con tutti gli strumenti che ho a disposizione, principalmente il conatus intellettuale, l’inbarazzo gastrico che cio’ comporta.
    La finalità è quella di sciogliere e riequilibrare gli inganni che anche e sopratutto qui si annidano.
    sarebbe ingenuo fuggire alla nostra cultura senza prima averla compresa, superata, salutata. In questo senso, dal concetto autoctono, non ci si puo’ liberare, senza usarlo per allontanarsene.
    ps:Lo so che non ti sono simpatica, ma anche qui è questione di culture simili ma empatie avverse, forse anche di età diverse.

  35. magda il 18 ottobre 2006 alle 10:14

    “il poeta è fingitore finge il dolore che realmente prova”

  36. michele il 18 ottobre 2006 alle 11:50

    Quella è nevrosi, non poesia. una specie didascalica in via di espansione, dove didascalismo (poetico)è forma di ipocrisia, auto compiacimento per non essere appunto poeta. Diciamo che queste stupidaggini che ho detto qui, sono viste dall’ angolo riduttivo, dal prontuario stupido del facile intuire. Il dolore è dolore. La poesia che nasce da questo sentimento è da leggere, poi se ne parla.

  37. Scamander il 18 ottobre 2006 alle 12:55

    Scusami Indiana, ma non mi sei affato antipatica. Scusami se ti ho dato questa impressione.
    Tant’è vero che il tuo ultimo messaggio mi ha esaltato molto. E’ la strada che condivido.
    eta?
    …va bene, non è questo il punto…è bello discutere così, senza “biografismo”.
    Primo dovere è razionalizzare il luogo e il tempo in cui si vive ( cultura ), poi…forse…esser capaci di andare oltre. Ma insomma, non è da tutti!
    La priorità è non “fuggire la cultura prima di averla compresa”. Il che sarebbe già tanto. E questa strada, a mio parere, è fatta di raziocinio e attraversa il disvelo degli autoinganni. Si tratta di essere un po’ marxisti, ma che c’è di male? anzi, il giovane scrittore non può non essere marxista.
    Prima questo, poi la poesia della bellezza pura ( forse ).

  38. temperanza il 18 ottobre 2006 alle 13:01

    “Il giovane scrittore non può che essere marxista.”

    Cosa vuol dire?

  39. indiana per caso il 18 ottobre 2006 alle 14:17

    Ecco, spiegato semplicemente, prima di scappare in India, oriente, Patagonia, Paupasia, insomma prima di andare all’Inferno, voglio sapere cosa lascio. Perchè è il nostro essere germinati da virus culturali che ci rovina.
    io lo faccio, anche perchè essere in India, con le mie categorie mentali, mi sembrerebbe un viaggio a vuoto.
    Piu’ che marxista mi definirei una anarchica con molta abberrante coscienza della propria incultura.

  40. temperanza il 18 ottobre 2006 alle 18:55

    la domanda era per scamander, o siete uno?
    Andateci calmi con la moltiplicazione dei pani e dei pesci, che non vi seguo più.

  41. A.B. il 18 ottobre 2006 alle 19:01

    Sarò marxista per essere analitico: quando la classe intellettuale, e ancor più quella artistica – per l’avvento di una nuova forza, quella borghese, dalla dinamica rivoluzionaria (e mai inerziale e conservatrice, come erroneamente si tende a credere) che lentamente dissodò il terreno in cui da sempre i poeti, i letterati, i filosofi, gli eruditi, e gli artisti di ogni sorta avevano allacciato i loro legami con la società che gli ospitava – quando questa classe perse l’organicità con il tessuto sociale, allora si deve riconoscere il nodo storico, il vero momento di crisi in cui la condizione dell’artista fu stravolta.
    Persino definire la letteratura, e più in generale la parola, menzognera ha in sé un atteggiamento, inconsciamente ed ineluttabilmente, viziato da questo stravolginemto. La letteratura è vero è menzognera. Ma questo lo sappiamo da sempre, il problema è nella moralizzazione di quell’aggetivazione: con la perdita dei legami dell’artista con la società, di un suo ruolo ben preciso e definito in essa (in definitiva, come dicevo sopra, della sua organicità), questo si è rifugiato totalmente nella sua opera. E stupore nei suoi occhi: inorridì nel riconoscere che quella cosa a lui tanto cara non era sufficiente a compensare la perdita subita, nell’invenire un mondo a-vitale, incapace di offrirli ciò che invece la vita offriva; vita che reclamava nuovamente. Gettò così, su quella materia senza colpa (se non quella di essere artificio senza mai aver preteso alcuna promiscuità con la vita) tutta la sua frustrazione.
    Così adesso, c’è in molti l’esigenza del ritorno al primigenio, al depurato da ogni sovrastruttura, alla naturalezza espressiva che sia vita: bè, non posso dire altro che chi vuole la vitalità viva, ma lasci in pace la letteratura.

  42. La Letteratura il 18 ottobre 2006 alle 19:31

    Io voglio essere violentata, se permettete.

  43. indiana per caso il 18 ottobre 2006 alle 21:06

    A.B. si dai, ancora…. ancora….ancora…..
    Lo so’ che mi piacerà moltissimo quello che esprimerai. FALLO!
    in questo caso la parola è polisemantica e polisensoriale e polisintassica.

  44. Scamander il 19 ottobre 2006 alle 09:24

    Di Scamandro ce n’è uno…bhe insomma: il fiume, io, Astianatte…chi altro?

    Temperanza. E’ un onore!
    Perdona il mio ritardo; avrei voluto rispondere ieri a caldo, ma non ne ho avuto tempo.

    Marxista deve esserlo per via dell’azione, anche se intellettuale ma sempre azione.
    Pezzo dopo pezzo smantellare con cura certosina le sovrastrutture che ottundono la coscienza della società.
    Ad esempio: cito un piccolo estratto, pubblicato in estate su La Repubblica, di un lavoro di Sebastiano Timpanaro : “Vengono i freudiani e […]. Si sentono soddisfatti quando conflitti sociali, persecuzioni di minoranze, rivolta contro una “organizzazione” sopraffattrice, scompaiono per dar luogo a qualcosa di molto più audace in apparenza, ma molto più tranquillizzante in realtà: il desiderio di andare a letto con la propria madre, che tutti abbiamo avuto e avremo, e che proprio per questa sua universalità non minaccia, avrebbe detto Cicerone, la concordia ordinum.”
    Il pezzo è spassoso e attacca un filone della psicologia che con positivistico rigore vuol classificare ogni fenomeno in categorie spicanalitiche stantie.
    L’arte, secondo quell’impellenza di cui dicevo prima e che ben spiegava anche Indiana, deve indagare la cultura, deve acquistare consapevolezza di sè, di chi l’ha partorita, dell’habitat in cui è nata. E oggi si fa tutt’altro. Si pretende di indagare lo spirito individuale, l’interiorità come entità conchiusa e assoluta, rifiutando ogni analisi che vada di là dal proprio naso. E in una ricerca così chiusa e priva di riferimenti esterni, di dialettica, di studio e confronto, ci si inganna di trovar qualcosa in se stessi non essendo capaci di osservare la vita intorno, con le sue norme, i costumi, le idiozie, la leggerissima parvenza.
    Lasciamo perdere la concezione politica del marxismo. Non parlo di questo anche se effettivamente essa ne è un riflesso. Si tratta di un metodo di indagine! E lo scrittore giovane deve avere forza e veemenza da vendere , e onorare la ragione sopra a tutto, e scovare l’effimera convenzione in ogni agire umano: liberarsi al fine del principio di abitudine, o – almeno – comprenderlo questo principio.

  45. Scamander il 19 ottobre 2006 alle 09:35

    A.B. ora che leggo il tuo commento, non posso fare che appoggiarti in pieno.
    ” lasciate stare la letteratura ”
    Il grave problema è che, qualora si presenti una tale affermazione sul mercato editoriale, una tale teorizzazione della letteratura, dell’arte in generale, essa viene rifiutata in blocco e stroncata, e non solo dai lettori.
    Spostiamo adesso la questione una volta trovata tra noi condivisione: come intaccare questa logica frustrante?

    E visto che ci troviamo d’accordo, ci tengo un po’ a sapere con chi mi trovo d’accordo, per capire che tipo di persone la pensano come me.

    Per me dirò:
    21 anni, studente in lettere a Firenze

  46. Scamander il 19 ottobre 2006 alle 09:53

    un’altra cosa A.B.: non c’è nulla di obsoleto in una visione dell letteratura quale menzogna. Nessun revival romantico, nè primonovecentesco.
    Al contrario è come una conquista: le basi dalle quali partire per una ricerca letteraria dignitosa perchè consapevole prima di tutto di ciò che essa è. Basi che -a mio – dal dopoguerra a questa parte, si sono volute dimenticare per la necessità pratica di trovare migliore appiglio ad esempio nella fede nel partito, o, nel caso di certa letteratura, in uno spiritualismo stanco un po’ affascinato dal boom turistico in India degli anni sessanta-settanta, una sorta di debolissimo terzo-pseudo-romanticismo farcito di tanta psicologia per poveri: la fede in ” se stessi “, a prescindere dalla cultura. Una soluzione di comodo. Non si poteva più essere consapevolmente relativisti e convenzionalisti dopo i 50 milioni di morti della seconda guerra mondiale, dopo l’olocausto, dopo la più grave degenarazione della ragione. Ci voleva meno raziocinio e più sentimento, anche se becero e superficiale.

  47. michele il 19 ottobre 2006 alle 10:30

    La parola “menzogna” è per sua natura “prostituta:” si dona a tutti e tutti con poco possono averla ma mai intimamente possedere. Essa stessa racchiude tutto e nega al contempo ogni cosa. E’ quell’abile e fantasioso “non esisto ma mi vendo a poco”. E’ la negazione della ragione e ne è la salvezza. Altra cosa è la letteratura. Questa in realtà non esiste, non ha codice fiscale, ne domicilio. La fanno angelo o diavolo, materia o spirito. Quindi esiste, ha domicilio e quasi cofice fiscale… le parole si storpiano, si inventano, si modificano perchè non bastano mai a decifrare l’indecifrabile…sono bambinelle le parole, inseguono la mamma, ma “questa” è sempre a tre passi, le parole si avvicinano ma “questa” è sempre a tre passi…..(sono quasi poetico(patetico)stamane)

  48. Scamander il 19 ottobre 2006 alle 10:45

    d’accordo arte misia, ma inventare parole nuove in questa eterna corsa dietro la “mamma” – come dice Michele -, è un passo successivo al conoscere la propria lingua.
    E poi, orecchio o non orecchio, non v’è alcun nesso tra parola e realtà.
    E questo Giacomo Devoto lo sa bene!

  49. michele il 19 ottobre 2006 alle 11:28

    (La polemica è l’arte d’amare, quasi un innoquo cannibalismo) Nel voler essere precisi (nello studio della lingua) c’è quel piacere sottile come raccoglier mollichine dopo la merenda in “quell’asilo;” col sentimento-desiderio di bramare la sicurezza, dopo tanto dolore di abbandono( questa mattina poeta pedante). La “mamma” o il “Papà” con la loro bella macchinetta tutti i giorni ci portano all’asilo…

  50. magda il 19 ottobre 2006 alle 11:30

    stamttina sto leggendo questo:

    “perchè non sottolineare che i pittori sono per la maggior parte buoni cuochi e verosimilmente amanti migliori dei compositori? sensualismo della pittura, intellettualismo della musica dotta. La vista è più intellettualizzata del tatto ma meno dell’udito. Uno sculture sarà dunque meno”intellettuale” di un pittore e un pittore più”manuale” di un musicista. Nell’ascensione spirituale, l’occhio libera dal tatto, più “basso” ma quest’organo ancora animale, attaccato alla materia è distanziato dall’orecchio, l’organo dello spirito che s’invola.all’ultimo stadio si trovano gli angeli,che maneggiano più volentieri il liuto e la viola che non il pennello o il bulino.Di solito sono i musicisti che assistono i pittori nel loro lavoro, ma se ne vedono di rado dietro un cavalletto, e non se ne conoscono di scultori. E meglio insomma farsi invitare a cena da un pittore che non da un musicista,cenare con il Diavolo piuttosto che con un arcangelo,perchè i secondi non si sporcano le mani. la pittura si avvicina allo spirito quando è disegno,eal corpo quando è colore.se si fa puro spirito l’arte non è piu’ una plastica ma un estetica.
    Quando essa si sforza di essere manuale e operaia, la pittura totalmente mentale diviene calcolo o discorso.
    e il pittore critico d’arte. l’apoteosi spirituale è la sparizione fisica dell’opera e eventualmente dell’artista.
    Suicidio , mutismo o conferenza.
    Qui come altrove la materia salva, e LA CARNE RISCATTA IL VERBO.”

  51. E.SANGUINETI il 19 ottobre 2006 alle 11:58

    Tutti gli intellettuali sono organici a un gruppo sociale, ovvero a una classe, lo sappiano o non lo sappiano, lo vogliano o non lo vogliano. Nella storia d’Europa, ma anche d’Italia, il cosmopolitismo degli intellettuali fa corpo con la douceur de vivre dell’ancien régime, mentre caduta la Bastiglia, l’intellettuale borghese si rovescia da cosmopolita in nazionale, in attesa di farsi nazionalista. Personaggio emblematico di questa svolta è il Didimo Chierico del Foscolo, il quale segna anche il superamento del divorzio fra Trivio e Quadrivio verso la guerra tra le belle lettere e il mercato dell’arte, cui segue, sino ad oggi, la storia dell’intellettuale romantico-borghese, alle prese con l’industria culturale. Ascoltate me
    http://www.feltrinelli.com/IntervistaInterna?id_int=7

  52. temperanza il 19 ottobre 2006 alle 13:47

    Mozione d’ordine:

    “bhe” è una parola afgana e vuol dire “o tu, cuor mio, ti aspetto sotto l’albicocco prima che il gallo canti”

    beh invece vuol dire bè.

  53. Scamander il 19 ottobre 2006 alle 16:16

    per Temperanza pignola:

    si tratta di metatesi qualitativa. E’ cosa frequente nella lingua, sia scritta che parlata.

  54. Scamander il 19 ottobre 2006 alle 16:25

    Arte, purissima arte.
    Il mutismo di Lord Chandos ( H. von Hofmannsthal ).
    Melanconia nera!

  55. A.B. il 19 ottobre 2006 alle 16:36

    E’ indubbio che tutti gli intellettuali siano organici a modo loro e mi scuso di non esser stato chiaro in ciò che volevo dire: quello a cui mi riferivo non era tanto l’organicità strutturale quanto la percezione della propria organicità. Se organicità c’è (come possono, infatti, esistere sistemi isolati?) si deve però discriminarla nelle sue diverse manifestazioni storiche. Non si vorrà paragonare la condizione dell’intellettuale, e dell’artista, greco-romano o medievale (che sono già categorie fin troppo ampie) con la condizione dell’intellettuale, e dell’artista, di oggi: qualcosa è mutato profondamente. L’alienazione artistica e l’emarginazione dalla vita che tanti hanno provato e con cui si apre il novecento, mi sembra parli chiaro. E ancor più, nella società di oggi il ruolo dell’intellettuale è difficile da definire. Questa percezione di mancanza di organicità (e non solo come artista) credo abbia portato alla concezione distorta della letteratura come emozione vera, come ritorno alla purezza verginale della sensazione, all’arte senza arte, fatta di puro “ingenium”, d’istintiva ispirazione.
    La parola è un arma e va saputa usare con abilità artigianale, come diceva Scamander: allora sarà capace di impressionare e rapire il lettore come riesce a farlo la musica (la retorica nasce infatti, in stretto contatto con quest’ultima), ma non si voglia confondere questo rapimento con la vita. La vitalità della letteratura sta nella comunicazione non in ciò che comunica, nella sua capacità di creare cultura non nella cultura da cui è plasmata, che già al momento della scrittura si rivela cosa al di là della vita.

  56. Scamander il 19 ottobre 2006 alle 16:53

    …caspita! stiamo parlando con Sanguineti!

  57. temperanza il 19 ottobre 2006 alle 17:26

    Nella lingua parlata. Bisogna avere davvero un orecchio finissimo per sentire la h in mezzo, nella lingua parlata.

    Ma non voglio essere pignola, come giustamente hai detto, e anch’io voglio esprirmi in metatesi qualitative

    sobigna reave advvero nu erocchio nifissimo pre setnire la h in nella guanli partata.

    Che te ne pare?

    Ne ho viste altre di queste bhe metatesizzate qualitativamente. E non vorrei che Ni diventasse un sito di appuntamenti sotto l’albicocco.

    Detto questo, tu scrivi:

    “L’arte, secondo quell’impellenza di cui dicevo prima deve acquistare consapevolezza di sè, di chi l’ha partorita, dell’habitat in cui è nata. E oggi si fa tutt’altro. Si pretende di indagare lo spirito individuale, l’interiorità come entità conchiusa e assoluta, rifiutando ogni analisi che vada di là dal proprio naso. E in una ricerca così chiusa e priva di riferimenti esterni, di dialettica, di studio e confronto, ci si inganna di trovar qualcosa in se stessi non essendo capaci di osservare la vita intorno, con le sue norme, i costumi, le idiozie, la leggerissima parvenza.”

    Chi fa tutt’altro? I nomi please, tanto per cominciare, perchè altrimenti tutto resta così, campato in aria e piuttosto fumoso. Un generico “piove, governo ladro” applicato alla letteratura o anche (visto che forse non parli di scrittori, non è chiaro) alla critica.

    Io sono sempre curiosa, anzi, curiosissima, ma vorrei vedere discorsi ben pensati, mentre questi mi sembrano ancora abbozzati, e debitori di letture un po’ generiche. Se come dici hai ventun’anni la colpa non è tua, però puoi fare uno sforzo per la vecchia temp.

  58. temperanza il 19 ottobre 2006 alle 17:28

    E poi, amici cari, un po’ di sana farina del vostro sacco, oh quanto, quanto mi piacerebbe vederla piovere, per farci una torta come dico io, saporita.

  59. Scamander il 19 ottobre 2006 alle 17:43

    ho detto della metatesi anche nello scrivere, ricordi Temperanza? e quel bhe è stato scritto, non pronunciato. Non è questione di quanto agisca l’h nella pronuncia. è chiaro?
    poi capisco che tu voglia preservare NI da queste brutali storpiature…e poi, certo, la tua esperienza…ne hai viste tante…
    giusto?

    questo per ribattere al tuo tono.

    Seriamente invece, l’ortografia di un intercalare non è esiste affatto. Fluttua.

  60. A.B. il 19 ottobre 2006 alle 17:48

    Scusami vecchia temp se mi permetto, ma la metatesi qualitativa non agisce sulle parti semanticamente significative della parola o del discorso. Gli intercalari invece, propri della lingua parlata, sono fortemente soggetti a cambiamenti di questo tipo e non risentono di una perdita di comprensibilità, soprattutto perché come hai detto tu, quella h non si sente.
    E per dirla tutta la scrittura più corretta è “be’”, con l’apostrofo, che sta per “bene”.

    E ancora: il problema non sta nella ricerca ma nell’assenza di metodo.

  61. Scamander il 19 ottobre 2006 alle 17:55

    E ora la farina.
    Sia chiaro! proviene da “generiche letture”, questo è ovvio.
    Non vedo francamente come possa essere altrimenti vecchia temp.
    o forse era detto così, per infastidire?
    Capisci che non ha alcun senso.

    Se dico arte è ovvio che non parlo della critica d’arte. Certo la critica aiuta a smussare le identità, ma sarebbe bene che prima di tutto siano gli stessi artisti ad averne coscienza. Identità è sapere dove si nasce, è metodo e finalità.
    La mia è una stima, certo, in via generalissima.
    Che vuol dire fare nomi?
    Devo far liste di proscrizione?

    per ora questo…ma non è tutto.

  62. magda il 19 ottobre 2006 alle 18:54

    vorrei chiedervi cosa pensate di questo personaggio:

    http://www.regisdebray.com

  63. temperanza il 19 ottobre 2006 alle 20:30

    Eccovi divampati.
    Allora, per amor di precisione, beh non è lo stesso di be’ che è solo un troncamento di bene. Vedi Battaglia.
    Quanto a be’ / bè i dizionari non sono concordi, il Palazzi Folena dà bè, il Devoto Oli dà be’.
    I dizionari minori accomunano beh e be’ o bè, che è prevalentemente un belato, ma non sempre.
    Nessuno nessuno nessuno dà però bhe. Che come ho detto è parola afgana.
    Devo aspettarmi che qualcuno telefoni a Kabul per confutare l’informazione che vi ho dato? Forse sì, se devo spiegare che la metatesi qualitativa temperanziana era una metatesi d’autore, anzi, d’autrice, solo per sfottere un po’ di fronte a cotanta scienza.

    Ma quello che mi premeva dire è che a vent’anni si possono anche avere idee proprie e forti e non occorre avere paura di dirle in modo chiaro e semplice, si possono dire anche senza ricorrere a discorsi non ancora digeriti (e giustamente non ancora digeriti) sotto i quali si sente l’eco di una lezione, di un libro, di un manuale, di un articolo. Se ti chiedo i nomi, Scamander, non è perché tu faccia liste di proscrizione, e come potresti? ma per sapere a chi ti riferisci, quando dici che l’arte deve acquistare consapevolezza di sé. Quale artista, o poeta o scrittore che tu conosci non ha consapevolezza di sé? Che tu conosci, cioè che hai visto o letto. Se tu dici che i giovani scrittori devono essere marxisti, cosa vuol dire?

    E tu A.B. cosa vuoi dire quando dici:

    “La vitalità della letteratura sta nella comunicazione non in ciò che comunica, nella sua capacità di creare cultura non nella cultura da cui è plasmata, che già al momento della scrittura si rivela cosa al di là della vita.”

    oppure

    “Questa percezione di mancanza di organicità (e non solo come artista) credo abbia portato alla concezione distorta della letteratura come emozione vera, come ritorno alla purezza verginale della sensazione, all’arte senza arte, fatta di puro “ingenium”, d’istintiva ispirazione.”

    Anche tu, di chi parli? Di quali autori? Chi è quell’autore che pensa alla letteratura come emozione vera? Chi è questo autore da baci perugina che a leggerti sarebbe l’autore dominante della letteratura contemporanea?

    (E ho scelto a caso)

    Dopo tutto state commentando un post che si intitola Lessico e chiarezza espressiva.
    E immagino che vogliate dire qualcosa anche a noi, non solo a voi stessi. O mi sbaglio?
    Potrei anche sbagliarmi. In fondo perché preoccuparsi del lettore?

  64. il magnifico (e)rettore il 19 ottobre 2006 alle 20:58

    Cava Tempevanza, la pvego, non sia tanto seveva. In fondo, i vagazzi stanno facendo le pvove genevali pev gli esami di domani mattina, stanno quindi soltanto esevcitandosi, vipassando le lezioni pvima del gvavoso impegno. I miei docenti li stanno già aspettando con le pvovette, tutto è pvonto pev la bisogna…

  65. temperanza il 19 ottobre 2006 alle 21:04

    Ha ragione, magnifico, li ho inutilmente stressati. Chiedo venia.

  66. temperanza il 19 ottobre 2006 alle 22:50

    @magda

    Pour un handicapé informatique, accroché à l’écriture manuelle (anche lui, ma è un vezzo!)

    Non so, che si deve pensare? Viva la pubblicità?

  67. A.B. il 20 ottobre 2006 alle 00:00

    Al di là dei cavilli linguistici, sui quali non voglio tornare, solo per non annoiare e abbrutire la conversazione, cercherò di spiegarmi ulteriormente.

    Le mie riflessioni erano una risposta alla questione posta da Indiana riguardo alla mancanza di chiarezza dello strumento verbale e la maggiore e più godibile sensibilità di altre arti, come la musica.
    La parola non è chiara per sua natura: è ambasciatore della cosa, non è la cosa stessa. E fin qui non credo ci siano obiezioni. Ma allo stesso tempo, il rapporto fra parola e cosa non è univoco, ma a volte la parola sfugge, i suoi limiti si fanno a un tratto opachi, perdono definizione e si allontanano dalla concreta relazione con la cosa di cui fanno ambascieria. Perciò è necessaria la forte tempra artigianale di chi scrive e che si serva di tutta la sua capacità e conoscenza, perché le parole nell’insieme del discorso acquistino coerenza ed efficacia, e possano sortire lo stesso effetto di un armonica costruzione musicale. Si capisce allora, come la letteratura non si risolva in sé ma nel suo effetto psicagogico, nella sua capacità di “movere” gli animi, la godibilità stessa non sta nel sentimento che l’autore con ingenuità vi riversa ma nella sua capacità di creare sentimento e con esso dare dinamismo alla cultura del suo tempo. Per fare tutto ciò chi scrive non può essere guidato dal sentimento e dalla vita, ma dal raziocinio e dal freddo calcolo; e deve poter usare tutti gli strumenti a lui necessari per il suo scopo: comprese le concettualizzazioni e un lessico ricercato.

    Per quanto riguarda la seconda obbiezione: basta andare in una qualsiasi libreria, nella sezione della poesia per esempio, e sfogliare a caso uno qualsiasi degli autori contemporanei per capire come si sia persa la capacità tecnica in favore del più ingenuo e tedioso espressionismo nutrito di sentimento, il sacrificio dell’ars da tanto conquistata in favore dell’ingenium. Vi si scoprirà una dilagante incapacità metrica e musicale (anche il verso libero necessita di una tale capacità, al contrario di quanto si possa pensare) ed insieme all’assenza di una coerenza retorica, la mancanza di un volontà di esplificarsi e al contrario un morboso amore per l’espressione contorta ed enigmatica.
    Ma in fondo le mie riflessioni si spiegano con la più semplice incapacità da parte mia di confrontare gli autori attuali con i grandi del passato.

  68. indiana il 20 ottobre 2006 alle 00:53

    Grazie Ab, io provo la stessa tua inquietudine e disagio, ma dicono, che questo sentire porta all’eterno ritorno ai punti iniziali, di primitività culturale, che non è esattamente la nostra culla ellenisitca, ma le incisività dell’homo sapiens nelle sue prime forme espressive.
    tribali.
    in fondo tra conteggiare la nostra cultura dallìetà di Pericle o a 20.000 anni fa, non è la stessa cosa.
    Consideriamo alba quello che in realtà era un meriggiare.

  69. A.B. il 20 ottobre 2006 alle 01:14

    Sinceramente, non credo a questo bisogno di primitivo. Prima di tutto perché non voglio fuggire dalla modernità ma anche perché ciò che 20.000 anni fa caratterizzava l’umanità primitiva lo portiamo ancora con noi: lo abbiamo solo arricchito di tecnica e concettualizzazione.
    Ma, altrettanto sinceramente, non capisco quello che vuoi abbattere con il primitivo: le concettualizzazioni e le sovrastrutture dell’epoca moderna? Che cos’è questo bisogno di ritorno allo stato embrionale della civiltà (perché l’espressione artistica è un elemento fondante e costitutivo, ma persino propulsivo per certi aspetti, di ogni civiltà e della sua crescita)? E ancora, come è possibile un espressione totalmente depurata?

  70. indiana per caso il 20 ottobre 2006 alle 09:29

    Vedo lo sviluppo culturale nell’ottica antropologica comprendente pulsioni, elaborazioni, erezioni verticali, relazioni orizzontali, il tutto organizzato in forma reticolare, di cui il detonatore sono le intuizioni artistiche, plastiche, animate. Avverto questa propulsione al momento totalemtne inaridita, piena di significanti vuoti di significato, non veicolanti l’anima profonda che appartiene e identifica la nostra umanità, simile ad oriente e ad occidente.
    L’islam senza immagini ha mediato meno Dio e l’uomo, ma paradossalemente mantenendosi misticamente ortodossa ha conservato la purezza e la vicinanza ai fenomeni sacri originari. La cultura cristiana si è mischiata al desiderio di propaganda, utilizzando l’arte come pubblicitari ante-litteram ..ma questo è un altro discroso.
    Dato lo sviluppo umano nella metafora della spirale ascendente, in cui la determinazione, il parametro costante è la curva funzionale, ovvero la nostra biologia, e la variabile è la misura di elevazione tra un epoca e un altra che determina l’ascesi diciamo progressiva della civiltà, sento la necessità di portare il punto di inizio ad una condizione di possibile e nuovo sviluppo, che non sarà ovviamente ingenuamente originario, meraviglioso e di stupor mundi, ma una reinterpretazione dell’essere sinolo.
    l’arte al momento è informazione, commercio, non potenza espressiva.
    cosi’ la parola.
    portarsi al sentire originario, come fosse il fenomeno naturale originario di Gothe, l’epifenomeno potrebbe essere rigenerante, trovare il nuovo nell’antichità storica ma anche pulsionale, arcana, che guida la reale corrispondenza tra noi e la realtà.
    Se preferisci, sfruttare le possibilità immaginifiche insite nel bagaglio biologico, neuronale, che attraverso i sentimenti, intesi come facoltà conoscitiva e finemente sofisticata sull’albero delle percezioni, per operare rivoluzioni del sentire.

    Cio’ che ci circonda è finto. technè che supera poiesis e praxis.

  71. Scamander il 20 ottobre 2006 alle 10:22

    Sono contento!
    Il dibattito è ripreso con maggiore vigore di prima.
    Scemava un po’ ieri, ma grazie a Indiana per caso e ad A.b. può continuare.
    le precisazioni adesso, solo a chi le merita!

  72. A.B. il 20 ottobre 2006 alle 15:45

    Sono d’accordo, Indiana. L’arte è sintesi di intuizione ed espressione, luogo dove la percezione, quel “sentire originario” di cui parli, è dominato e racchiuso con mano ferma, in una plastica definizione (diciamo pure architettonicamente definita): questo, che si tratti di pittura, scultura, musica o parola. Se importante è l’attenzione all’ars, altrettanta attenzione dovrà essere riservata all’ingenium. Non lo nego.
    Ma vorrei riproporti quella prospettiva di cui nei giorni scorsi parlavo: se il problema non stia, infatti, nella mancanza (nell’arte in generale) della capacità di farsi veicolo di comunicazione, motore di dinamismo culturale, piuttosto che nell’assenza di quell’apporto fondamentale di “sentire originario”, che non credo manchi ma anzi non sa farsi percepire dal lettore per mancanza di tecnica.
    L’emozione, che è sempre originaria e primordiale quando ancora non abbia subito lo stupro da parte del concetto e la razionalizzazione che ne segue (o moralizzazione), appartiene tanto all’autore, quanto al lettore ma mai all’oggetto artistico, in questo caso una pagina colma di parole: essa è solo veicolo di comunicazione. Come l’autore imprime una sensazione, così il lettore ne estrapola un altra; e non c’è legame o continuità fra le due. Il problema del SENTIRE non si esplica nell’arte che come dicevo è a-vitale, ma nel suo luogo originario: la vita. Le sensazioni dell’autore e del lettore appartengono alle loro singole esistenze, al divenire delle loro vite, non all’arte. Il problema è nella mancanza di un humus, di un sostrato culturale, che permetta all’arte di esplicare la sua propria funzione: mettere in comunicazione due vite.

  73. Scamander il 20 ottobre 2006 alle 16:57

    Caro A.B., a prposito della purezza dell’emozione “sempre originaria e primordiale”, sai che è possibile arrivare a negare anche questa.
    Ricordi Wild, The decay of lying, i tramonti fuorimoda di Turner, la nebbia del Tamigi, quel languore a passeggiare lungo il fiume…
    Sentimenti indotti.
    E’ così intricata questa impalcatura tutta umana che è il nostro mondo culturale e sociale, che anche poter dire SENTO lascia qualche dubbio sulla propria veridicità.
    Eppure la sofferenza è viva, e lo è la gioia, la tristezza, il rimorso, l’attrazione dell’amore e quella dell’odio, tanto da corromperne il corpo che, schiavo di ogni turbamento, asseconda questo vitale movimento.
    Ma il dubbio ci rimane.
    Chi mi ha insegnato a reagire così? Chi mi indicò quale stupore assumere di fronte al levarsi del sole, ai colori del tramonto, al mare gonfio e nero di tempesta? Dove ho già visto quel corruciare il sopracciglio a una notizia amara, quello stesso sopracciglio che incrino anch’io come per istinto ad imitare?
    Romanzi di successo, il cinema, la fiction, i fenomeni di massa, tutte occasioni di propagazioni di modelli.
    Le dame un tempo svenivano con il dorso della mano a reggersi la fronte, oggi – che so? – si preferiscono le lacrime…
    Ma se le reazioni al sentimento variano nel tempo, per così dire a seconda della moda che un luogo e una comunità hanno partorito, perchè il sentimento stesso dovrebbe essere originario e primordiale e non mutare nel divenire dei cnotesti?
    Daccordo, i tempi lunghi della storia umana…ma un dubbio ci rimane.

    Per il resto A.b. inizio a venerarti

  74. temperanza il 20 ottobre 2006 alle 17:03

    Ragazzi, anch’io inizio a venerare voi. Mi rimangio tutto quello che ho detto e chiedo di poter venire a cena anch’io con una bottiglia di vino.
    Garufi, credo che tu sia un genio.

  75. temperanza il 20 ottobre 2006 alle 17:04

    Non tu solo, è ovvio:–)) e credo di sapere chi è l’altro.

  76. A.B. il 20 ottobre 2006 alle 17:13

    Sono lusingato della venerazione immeritata.

    Hai ragione, è un ottima obbiezione (soprattutto Wilde era azzeccatissimo); o meglio lo sarebbe stata se avessi parlato dell’emozione particolare e definita, la cui assolutezza apparente, così veritiera sul momento estatitico, ad una distaccata analisi si rivela del tutto illusoria.

    Io, al contrario, parlavo della capacità di PROVARE emozione, dell’attitudine dell’animo umano (o della mente?) di GODERE di un momento estatico: di questa, penso si possa affermare l’assolutezza con una ragionevole approssimazione (mettere in dubbio anche questo sarebbe un sofismo!)

  77. Scamander il 20 ottobre 2006 alle 17:25

    per il codice comune del sostrato culturale che auspichi, A.b., e anche tu Indiana, fondiamo un’eterìa!

  78. Scamander il 20 ottobre 2006 alle 17:27

    tra parentesi: che sta dicendo Temperanza? svariona?

  79. Scamander il 20 ottobre 2006 alle 17:38

    Va bene A.b., avevo inteso.
    La faccenda però è complessa.
    Io mi riferivo a un sentire straniato, esasperato fino ai limiti dell’espressione, della sopravvivenza, di là dalla tessitura di quel sostrato omogeneo che permette comunicazione e partecipazione tra uomini.
    Tanta letteratura è stata vittima di questo stato disarmato e disperato, e per di più in contesti diversificati.
    Guarda certi risultati di una retorica comune: totalitarismo ad esempio…

  80. federico il 20 ottobre 2006 alle 18:18

    da: Aqua Barbie Girl

    Sono un poeta di plastica
    Ho emozioni di plastica
    E l’anima di propenonitrile

    Mi piacciono i container dell’Ikea
    Gli organi femminili di caucciù
    O derivanti dalla cellulosa
    Con peli in poliammidi tipo nylon

    Mi eccita il tuo polipropilene
    Ed è per questo amore mio che prima
    Di amarti sento la necessità
    Di unire ai polialcoli i miei baci
    E polimezzarli all’infinito
    Così da riprovare nei tuoi occhi
    Metilpropeonato di metile
    Tutti i tecnopolimetri del cuore

    A sua volta da: Nelle galassie oggi come oggi. Covers
    Di Aldo Nove

  81. paolo il 20 ottobre 2006 alle 18:35

    guardarsi intorno e non sapere dove
    ritorna il senso d’essere sentiti
    come tu ci sentivi tutti uniti
    magari per la vita e senza prove
    è come coniugare queste nuove
    ore d’assenza senza gl’infiniti
    con tempi solo morti fra i detriti
    sparsi quando la piena si rimuove
    ma cosa resta adesso solo il fermo
    immagine che torna a dirci insieme
    io te corrado cesare e il mirino
    che sulla riva ancora ci trattiene
    a ridere di quanto poi il destino
    avrebbe impresso solo sullo schermo

    Gabriele Frasca

  82. F.P. il 20 ottobre 2006 alle 18:46

    La parola è un arma e va saputa usare con abilità artigianale, come diceva Scamander: allora sarà capace di impressionare e rapire il lettore.

  83. indiana per caso il 20 ottobre 2006 alle 20:51

    perchè temp non dindovini chi sono io? :-) non dirlo, pensalo solo.

    AB, vediamo dei processi banalmente comunicativi: un emitente un destinatario e un veicolo d’informazione.
    diamo dei nomi a queste tre variabili?

  84. temperanza il 20 ottobre 2006 alle 22:26

    @Indy
    Non sono tanto sveglia in questi giorni, sento l’autunno, ma se non scompari ci starò attenta e vedrò cosa posso fare:–)

  85. michele il 21 ottobre 2006 alle 10:05

    Ad A.B. ,
    sono contento che junghiani approdano qui. Jung, purtroppo è “uno” dei tanti sconosciuti. Più viene letto (pare) meno viene compreso. Indiana, se mi è permesso dare qui un giudizio estetico, lei o tu è ancora presa nelle “dimensioni”. Poeticamente si potrebbe dire che -sente (i) ancora (troppo) il peso specifico della sua (tua) “anima”. E’ un giudizio questo (il mio)che sembra viziato da un probabile ridurre. (ancora ad A.B. credo che lei o tu, possa comprendere in parte la (mia) dislessia, e il ridicolo lavoro intorno alla radice (senza sentimento) delle parole.) Borges, aveva in una delle sue discussioni o inquisizioni non ricordo, erroneamente (erano anni però dove tutto era compresso) diviso due categorie di scrivere, quella visionaria e quella “opposta” (non la pronuncio perchè così fa più effetto). Credo che la disillusione e l’illusione (scatole cinesi) sono infinitamente moltiplicabili e giocano molti scherzi in un solo “movimento” in un solo concetto, in un solo sentire e nello stesso “vedere” che si crede (a volte si crede invece non è) parte o padre del concetto. E’ questa in pratica una altalena, dove da una parte vi è la luce (letteralmente come esperienza primigena personale) è dall’altra distacco (taglio letterale del cordone ombellicale). Rimane così nella finta esperienza primigena quest’esperienza che prevaricherà tutte le altre. Cosa voglio dire? Lascio qui dei semplici versi di un poeta russo, che è uno dei massimi esponenti della letteratura, e al contempo il vero padre della psicanalisi moderna.

    La natura è una sfinge. E più sicuramente
    Con i suoi artefici distrugge l’uomo,
    Proprio perchè, forse, da quando c’è il mondo,
    In essa non c’è mai stato alcun enigma. ( F. J. Tjutcev)

  86. temperanza il 21 ottobre 2006 alle 11:30

    la bière vous fait du bien:–))

  87. A.B. il 21 ottobre 2006 alle 15:44

    A Scamander:

    Certo, riconosco la complessità della faccenda e condivido l’esigenza di vagliare razionalmente le impronte lasciate dalla realtà contingente di cui ognuno è figlio illegittimo: storicizzare il nostro essere nella storia, si potrebbe dire.
    Ma al contempo, la letteratura non può che affidarsi alla storicità della sua epoca, alla sua cultura e al suo sentire, criticandolo fino ad assolverlo o condannarlo. Vi si deve avvinghiare intorno, con impeto costruttivo e distruttivo; mai trascenderla del tutto, ma sentirsi sempre legata ad essa da un difficile parto.

  88. indiana per caso il 21 ottobre 2006 alle 15:47

    sento il peso della mia animaccia, è vero. la vendo!

  89. A.B. il 21 ottobre 2006 alle 16:12

    A Indiana:

    Non me ne volere, per un po’ di freddezza analitica che lascia offeso e umiliato tutto ciò che tocca, e permettimi di rendere onore a tutto ciò che fa della letteratura (o dell’arte) cosa divinamente indefinibile dall’occhio umano e insofferente ad ogni misera critica.

    Non è solamente un banale processo comunicativo: ciò che si può scoprire in opera d’arte sfida, il più delle volte la comprensione e la definizione umana, fino a brillare su un piano superiore, da dove tocca i luoghi più profondi e vivi delle nostre anime. Così vi scopriamo un luogo immaginifico che lascia una ferita indelebile nelle inclinazioni del nostro spirito, e vivo e tangibile. Ma proprio questo è il dolce inganno a cui quell’opera mirava: stimolare il nostro spirito affinché, ammaliato, riversasse in essa la propria vitalità e così ne accendesse l’anima perduta nel momento della sua creazione.
    Questo è il carattere più divino e venerabile dell’arte.

  90. A.B. il 21 ottobre 2006 alle 16:27

    A Michele:

    Mi dispiace doverti dare una delusione, ma non mi definirei junghiano, avendo letto poco e per lo più frammentariamente Jung. Forse l’impressione ti è stata data da un’impronta che devo a letture affini. Non so. Ma ti ringrazio comunque, per avermi fatto notare quest’affinità che non trascurerò.

    E’ vero l’esperienza si rivela subito irrimediabilmente compromessa dal concetto. Ma non esistendo esperienze che siano pure, non possono le impure assurgere a rappresentanti di esse: per usare un’esempio filologico, non avendo il testimone padre, non può forse il testimone figlio di esso, essere considerato nella veste del padre, prendendo le dovute precauzioni?

  91. indiana per caso il 21 ottobre 2006 alle 16:34

    era quello che volevo scrivessi.
    scusami l’amesia ma ab sta per ? ( ho l’impressione di averti già parlato con altri nick)

  92. A.B. il 21 ottobre 2006 alle 16:44

    Non credo, Indiana. Non ho mai usato altri Nick ed scoperto questo sito solo qualche giorno fa.

  93. temperanza il 21 ottobre 2006 alle 17:20

    @Indy
    Mai thread fu più artificioso:–))

  94. temperanza il 21 ottobre 2006 alle 18:15

    @indy

    capito:–))

    Vediamo come posso dirtelo sia pur nel dovuto rispetto della privacy.
    Idee rubate/anima materna?

  95. michele il 21 ottobre 2006 alle 18:47

    Ad A.B. , si è molte cose senza saperlo. Ma non posso essere deluso, perchè mai sono stato illuso. Ad indiana, colloquio non giudico. Non mi permettererei mai di farlo. Per il secondo punto di A.B. posso rispondere che la luce va compresa per quello che è. Non vi è concetto in essa ma sensazione e questa di cui parlavo è luce di morte, anche se è la prima luce. Non c’è nulla di concettuale, ma semmai sensazioni errate che fanno nascere equivoci. Alcune “esperienze” si concludono con la nascita. Dopo nove mesi nell’utero una nuova luce. La prima luce è concepita dal neonato come morte, questa sensazione quanta letteratura “concepisce”? Domanda: un bambino nell’utero ha memoria? Ha sensazioni? Si nasce intellettivamente senza memoria? La memoria quella uterina cosa era? E nel momento di nascita quale è la sensazione per contrasto? Due sono le strade qui, ho si cerca la “verità” o la “verità” è altra cosa, un rimandare. Concepire la luce e i suoi colori è un buon inizio per comprendere. Fare battute e chiuderla li, è anche questo un modo di comprendere. Finisco (visto che è comparso qui il bel faccione di Manganelli) con questa idea un pò bizzarra, conosci Ernst Bernhard, se no? Domandati (sempre se vuoi) cosa ha in comune Manganelli, Fellini, e quasi tutta la letteratura significativa degli anni sessanta con Bernhard? Scusa il tono antipatico e da saputone, vuole questo tono, solo coprire timidezza di fondo.

  96. indiana per caso il 21 ottobre 2006 alle 19:51

    tempe si.
    idee rubate perchè è effettivamente cosi’ o perchè è una mia fissa?

  97. indiana per caso il 21 ottobre 2006 alle 20:07

    Ah ma vuoi anche dire che per tutto il thread ho parlato con degli specchi?
    :-)

  98. temperanza il 21 ottobre 2006 alle 21:42

    @Indy
    1) questo non lo so, nel senso che non ho verificato:–)
    2) temo.

  99. indy il 22 ottobre 2006 alle 10:38

    siamo sempre in 3 , 3 briganti etc etc….

  100. temperanza il 22 ottobre 2006 alle 11:23

    Tre, sì, come i tre moschettieri, o i tre porcellini, ma il quarto moschettiere, o il lupo, arrivano sempre, il tre è numero perfetto, + uno.
    Però tre briganti ottocenteschi, ed ecco la cifra traditrice, il quarto incomodo:–)

  101. indy il 22 ottobre 2006 alle 11:39

    tempe scusa, come fai ad essere cosi intelligente?
    già che ci sono:
    Michele, guarda che la pulsicone artistica esiste prima di Jung, almeno da quando esiste la specie Sapiens.
    Siamo tutti artisti, non tutti jungiani!
    Come se Cristoforo Colombo avesse scoperto l’America.

  102. A.B. il 22 ottobre 2006 alle 13:09

    A Michele:

    Si tratta di un dialogo continuo fra esperienze contrastanti che si rivelano tutte quante erronee, perché concepite (l’opera del concetto è fondamentale: non c’è esperienza che non sia filtrata da noi attraverso il concetto e perciò depurata e suscettibile di contraddizione).
    Si tratta comunque di scegliere con le dovute precauzioni: o che si scelga per induzione da parte della società o che si scelga per volontà, quale esperienza o sensazione seguire, approfondire, difendere, comunque si deve riconoscere in una di esse un valido rappresentante della sua purezza originaria. Poi la ragione dovrà criticare quell’esperienza secondo le contraddizioni che vi trova.

  103. michele il 22 ottobre 2006 alle 21:02

    Ad A.B. Avremo (spero) modo di continuare. Ora un pò indaffarato per questioni familiari. Comunque brevemente, Si quel che dici. Ma prima non vi è concetto, è il subito nuovo (nascita, la nostra nascita) è priva di concetto. Quello il concetto (poi)e tutto preso da alcune sensazioni che sono inverse, la sensazione di morte (nella realtà) è vita, quindi la vita è eterno ritorno. Difficile ridurre, indurre si può solo con l’ipnosi profonda, o con altre pratiche pscicologiche alquanto pericolose. A presto. P.S. L’altro argomento di estetica o politica da te trattato è aperto con il rinascimento (in realtà molto prima) e mal concluso con parzialità e fretta con l’illuminismo, ed è illogicamente concluso con l’ideologismo totalitario e irrazionale, concluso (non è vero) nel finto dualismo occidentale… Sono tutte cose queste che possono essere criticate e ho infatti molti dubbi in proposito. Grazie della tua risposta.

  104. Monia Gaita il 23 ottobre 2006 alle 11:04

    Certa scrittura, indubbiamente quella maggioritaria, sembra aver abbandonato i pretensiosi portoni barocchi del difficile, in un’alterazione progressiva e lividamente asfittica di noia compatta più di nebbia. Un aspersorio ininterrotto di banale, un impunito assassinio di termini elegantemente dotti e ricercati, un’autolesionistica gara volta all’appiattimento e all’omologazione comunicativi. La gente, specie quella pseudocolta, si fa accanita avversatrice dei termini “sconosciuti”, extraterrestri potenzialmente pericolosi verso cui diffidare, accusando di snobismo avariato chi li usa, di babilonica oscurità il corpo del messaggio. L’esteso bacino d’utenza delle parole domanda “perspicuitatem proximam et minimum laborem” per capire. Siamo tutti ignoranti felici nel manovrare i fili di un linguaggio bucherelleto come colabrodo. Esiste però per fortuna, l’impegno entusiastico di chi, sparuto superstite in via d’estinzione, balza in sella ad un metodico quanto meritorio criterio di scelta e selezione delle parole giuste. Un bel quadro non si dipinge mai in due secondi. E una frase che voglia attraccare alla banchina del riuscito, ha bisogno di smarrire il comodo bandolo di stereotipi diffusi, avviando un’incursione a rete dentro il senso con una struttura terminologica piuttosto che con altre. Riautorevolizziamo l’asse espressivo per un pensiero dal colorito più vivace!

  105. ind.Arno S. il 23 ottobre 2006 alle 12:00

    Sei es noch so unpopulär;
    aber ich weiß, als einzige
    Panacee, gegen Alles,
    immer nur die ARBEIT

  106. michele il 24 ottobre 2006 alle 13:12

    Ad indiana (con rispetto e spero di essere inteso)La “pulsione” non è artistica, è pulsione appunto. Non vi è definizione più errata che riferirsi a Jung: voler essere Junghiano. Cosa difficile non è scrivere ma leggere, saper leggere: “essere Junghiano” è sapere che prima e dopo non hanno valore, non c’è un prima o un dopo. L’arte non è (dal mio vedere naturalmente) un distillato di conoscenze, non ha un nome proprio o una collocazione, vi è però la stupididà e l’arroganza di chi colloca e da nomi. In ogni tempo, non vi può essere riconoscenza di arte, non si può riconoscere ciò che non si è in grado di comprendere. Si comprende ciò che non è più. I sistemi tolemaici non costituiscono argomento scentifico, così sottolineare non è riprodurre ne evidenziare, è negare l’esistenza di una totalità ovvia.

  107. nino il 29 gennaio 2007 alle 23:41

    cos’è un narratee?



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