Report di una storia del cinema ideologica

17 ottobre 2006
Pubblicato da

di Simone Ciaruffoli

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I testi che dicono della storia dell’architettura non cominciano con le palafitte, come quelli che ragionano sulla pittura non partono con le pitture delle caverne. Per questo Guido Oldrini, nelle sue 700 pagine intitolate Il cinema nella cultura del novecento. Mappa di una storia critica (Casa Editrice Le Lettere), scansa leggero i Lumière e Méliès, e a pagina 3 esordisce con Griffith. Lumière e Méliès attengono alla sfera del tecnico, e non a quella della forma, Griffith è il primo a scavare le fondamenta linguistiche del cinema. Per Oldrini quindi, la storia del cinema comincia non nel 1895 ma più o meno una quindicina di anni dopo.


A pagina 71, dopo aver elogiato il cinema svedese degli esordi, Oldrini si lascia alle spalle l’espressionismo e il Kammerspiel e parte con un accalorato armonico in crescendo sul cinema proletario weimariano; quello che là si chiama Neue Sachlichkeit (“nuova oggettività”), qualche anno dopo da noi si chiamerà Neorealismo. Oldrini sente la necessità di dedicare pagine ai fautori di questo movimento tedesco, non manca dunque la citazione di Dudow, Rahn, Richard Oswald, Tintner, Jutzi e altri ancora.
A pagina 82, Max Sennett è criticato duramente poiché il suo slapastick bada poco al contenuto sociale. Per dirla tutta, tutta la Keystone di Sennett bada poco al contenuto sociale, anzi, tutto lo slapstick comedy. Soprattutto per questi motivi lo slapstick è un “prodotto estremamente esangue”.
La 100 è la pagina in cui si dice che Buster Keaton, dopo averlo già detto di Max Linder e Harold Loyd, è una ciofeca, e coloro che lo hanno sostenuto a emblema di certa modernità hanno preso un abbaglio molto importante. Poi, per decine e decine di pagine, Oldrini, che è l’autore di Chapliniana (1979) tesse le lodi dell’autore de Il grande dittatore.
Per 300 pagine circa Oldrini scrive del cinema sovietico, dell’impatto di Chaplin con la “grande crisi”, del New Deal, del “cinema di papà”, di Bergman, del neorealismo, non parla della commedia all’italiana, ancora di Chaplin e il suo “realismo”, dell’Europa socialista, dell’antifascismo della Repubblica democratica tedesca, dell’Ungheria socialista, dell’Urss e lo stalinismo. Logicamente non scrive della Riefenstahl. Poi qualche parola per Satyajit Ray e alcune pagine per il Giappone di Mizoguchi, Ozu e Kurosawa.
A pagina 431 Oldrini posa il suo sguardo sulla Nouvelle vague, rea di aver ucciso il realismo in nome dell’avanguardia formale. E addirittura Rossellini, il Rossellini che abbandona il neorealismo e con Viaggio in Italia fa dire a Rivette di trovarsi di fronte al “cinema moderno”, al suo manifesto, è un’altra ciofeca, un altro abbaglio della critica e della storiografia. Il secondo periodo di Rossellini è fuffa. Più o meno questo scrive Oldrini. A Oldrini, quando Rivette scriveva “Mi sembra impossibile vedere Viaggio in Italia senza risentirne l’impressione evidente che questo film apre una breccia, e che il cinema tutto intero vi deve passare, pena la morte”, gli sale la bile alle labbra. Le breccie, tutte, a Oldrini non piacciono. Tant’è che a pagina 441 scrive: “Enorme l’influsso su tutti della dilagante cinefilia, il culto – oltre che per Rossellini – per certi pseudo-autori di Hollywood, come Hitchcock, Hawks, Nicholas Ray, il Lang americano (ma da parte di Rohmer anche, poniamo, Murnau); più in generale, la mitizzazione senza confini della politique des auteurs. Di un bagaglio del genere non ci si sbarazza certo d’un colpo”.
“Pur con tutte le sue indecisioni e i suoi alibi, le sue contraddizioni interne non risolte, è un regista che merita discutere, da non liquidare affrettatamente”. Questo Oldrini lo scrive di Truffaut a pagina 446. Godard invece, a pagina 453, è uno che “… nasce, come artista, giovane e si sviluppa presto, senza giungere mai davvero alla maturità”.
A pagina 454 sembra che Oldrini non sia coerente con il suo pensiero. Poiché se strazia a morsi la Nouvelle vague francese, accarezza docilmente quella svedese. Sembra, come si diceva, ma non è così. A ben vedere, infatti, basta sfogliare le pagine e si capisce che al modernismo svedese, aiutato dalla riforma cinematografica, Oldrini è vicino poiché tra i punti saldi del suo manifesto, si sottolinea che è ora di tagliare il cordone ombelicale in comune con Bergman. Troppo preoccupato dei grandi problemi metafisici, del destino ultimo dell’uomo, Bergman. Troppo borghese, poco concentrato sulla situazione sociale. Poco realista insomma. Oldrini è coerente.
Da pagina 500 a pagina 700 succede più o meno questo: come accennato l’involuzione di Rossellini, poi si parla degli outsiders, ossia Manuel de Oliveira, Stanley Kubrick, Jacques Tati, Straub, Terence Davies, Pasolini, Tarkovskij e Kieslowski. Registi che, “pur senza assurgere al rango di maestri, presentano tratti di originalità artistica degni della più attenta considerazione”. E’ così che li definisce il nostro, sbrigandoli tra l’altro in poche pagine. Kubrick per esempio ne ha solo una, dove gli si dà del sopravvalutato, autore solo di un film interessante: Orizzonti di Gloria.
A pagina 691 scrive che il cinema di fine secolo è desolante, “tetro oltre ogni dire”. Per Oldrini è tutta colpa del crollo del Muro di Berlino. Sì perché Oldrini continua così…
Dopo l’89 i paesi già socialisti scompaiono praticamente dal giro, almeno dal giro che per la storia conta (si ricordino solo le amare constatazioni di Chuciev, riferite sopra); il loro cinema perde ogni mordente e, con esso, ogni attrattiva. Hollywood, che non lasciava più speranze già da decenni, mostra ora solo più la sua “facies hippocratica”. Neanche dall’estremo Oriente giungono più voci di prestigio come un tempo. […] Le poche voci orientali ancora risonanti nella pubblicistica, strombazzate con fracasso per ogni dove, come quelle dei sudcoreani Im Kwon-taek e Kim Ki-duk, del giapponese Takeshi Kitano, del taiwanese Hou Hsiao-hsien, del cinese (di Hong kong) Wong Kar-way, non hanno di originale se non l’artificio, con punte che in Wong richiamano il melodramma del cinema cinese premaoista e giungono talora sino al limite del fumetto. (Che una Mostra già d’arte come quella veneziana, madrina di anni lontani dell’Oriente di Satyajit Ray, Mizoguchi, Kurosawa, sanzioni con inviti, riconoscimenti e osanna della stampa d’ogni colore, l’Oriente globalizzato e bastardo di oggi, è solo una prova in più della sua decadenza irreversibile).
Per Oldrini, passi avanti nel cinema di oggi li sta producendo solo la Repubblica islamica dell’Iran dopo la rivoluzione khomeinista. Un’altra rinascita per Oldrini è rappresentata dalla cinematografia della Germania democratica del secondo dopoguerra.
Merita un’attenzione particolare la pagina 582. Nella quale si scrive malamente dei cinefili, e di “uno snobismo raffinato quanto ideologicamente subdolo”, quello che è sempre sdegnoso verso il “cinema delle dittature”, ma apologetico nei confronti della dittatura cinematografica. “Per effetto del quale – scrive Oldrini – non più che abili artigiani senza genio del cinema di Hollywood, come un Cukor o un Wyler, un Ray o un Sirk, un Penn o un Pollack, un Altman o un Coppola, uno Scorsese o uno Spielberg vengono trasformati tout-court in autori”.
Se Coppola e Scorsese, se Kubrick e Altman vengono solo nominati, compresi Leone e Eastwood coi loro “giochetti capziosi del western”, Scola, Monicelli e Risi non vengono menzionati nemmeno una volta. Non vengono mai nominati nemmeno Cronenberg Lynch Tarantino Burton Mann Moretti Tornatore e tutti quelli che fanno parte del cinema degli ultimi trent’anni. In pratica, per Oldrini, non hanno mai fatto film.

(Nella foto: Fritz Lang, secondo Oldrini pseudoautore durante la sua produzione americana)

27 Responses to Report di una storia del cinema ideologica

  1. Annibale Letterio il 17 ottobre 2006 alle 21:23

    Se il resoconto di Ciaruffoli è veritiero, e non ho motivi per dubitarne, ecco un libro che non comprerei nemmeno col fucile puntato alla testa. Mi “consolo” pensando che finirà sicuramente nella biblioteca di almeno “un” commentatore di NI.

    Bergman, Tati, Straub, Tarkovskij, Altman, Coppola, Truffaut, Keaton, Rossellini, Lang, etc. etc.etc…..tutta fuffa? Oldrini, ma mi faccia il piacere…

  2. temperanza il 17 ottobre 2006 alle 22:33

    La Neue Sachlichkeit come antesignana del nostro neorealismo?

    Sarà che io mi sono fermata a Krakauer…

  3. temperanza il 17 ottobre 2006 alle 22:34

    Kracauer, scusate, ma lo sconcerto mi ha rimescolato le consonanti.

  4. Annibale Letterio il 17 ottobre 2006 alle 22:41

    Temperanza, credo tu sia fin troppo buona a chiamarle, eufemisticamente, “consonanti”…

  5. gabriella il 17 ottobre 2006 alle 22:47

    Ringrazio sentitamente Ciaruffoli per questa illuminante recensione: non comprerò il libro di Oldrini e risparmierò 45 euro, che non è poco. Stimo q.b. Ciaruffoli per dar credito alle sue parole.
    Dal sito della casa editrice:
    “…Non il grigiore indistinto di un manuale ha di fronte a sé il lettore, ma una storia critica sotto forma di mappa, vòlta a indirizzarlo e a guidarlo. Una carta di navigazione che ha lo scopo di orientare il lettore nel caos della sterminata bibliografia sul tema. Una scelta coraggiosa, senza pregiudizi, che vuol prescindere dai miti già acquisiti dalla precedente storiografia, per riallacciare il cinema alla storia e alla cultura del Novecento…”
    Vòlta ad indirizzarlo e guidarlo. E dove di grazia?

  6. diderot il 17 ottobre 2006 alle 23:11

    su welles e bunuel niente?

  7. Annibale Letterio il 17 ottobre 2006 alle 23:16

    Immagino siano altri due produttori di fuffa. Viste le premesse…

  8. Uno che passava di qua il 17 ottobre 2006 alle 23:29

    A me la famiglia Griffith piace molto, ma da qui a far cominciare la storia del cinema con loro ce ne passa! Ci sono i Simpson! no?

  9. Uno che passava di qua il 17 ottobre 2006 alle 23:35

    opperò: sono arrivato a fine articolo con le desolanti constatazioni di questo tal oldrini! posso solo dire: miodddio, passa anche la voglia di ridere! ma chi è?

  10. gabriella il 17 ottobre 2006 alle 23:55

    @ uno che passava di qua:

    Guido Oldrini (1935) è ordinario di Storia della Filosofia all’Università di Bologna. Proveniente dalla scuola di Eugenio Garin, ha pubblicato numerosi saggi su Hegel e l’hegelismo in Europa, sui problemi della filosofia tardo-rinascimentale (La disputa del metodo nel Rinascimento, Le Lettere 1997) e sulla storia del marxismo.
    Tra i suoi lavori come storico del cinema ricordiamo: La solitudine di Ingmar Bergman (1965), Problemi di teoria e storia del cinema (1976), Chapliniana (1979), Il realismo di Chaplin (1981), Gli autori e la critica (1991), Preliminari a una storia del cinema (2004).

  11. tashtego il 18 ottobre 2006 alle 08:10

    Il resoconto di Ciaruffoli dice che quella di Oldrini è una storia “ideologica”, dice delle omissioni eccetera, ma non riferisce nulla sulla chiave di lettura dell’intera vicenda del cinema mondiale che l’autore adotta. Sembrerebbe che escluda e deprezzi tutto ciò che non può dirsi realista. Ma allora Chaplin? Insomma, non mi interessa tanto che uno non nomini autori importanti, quanto il motivo per cui lo fa.

  12. Joe Black Foot il 18 ottobre 2006 alle 10:25

    In effetti è giusto parlare di resoconto, non certo di recensione..

  13. georgia il 18 ottobre 2006 alle 15:41

    ciofeca … fuffa????
    ma sono termini critico-tecnici dell’autore del libro o del recensore?
    E se sono del recensore, è una recensione o un dibattito a mediaset?
    geo

  14. a.b. il 18 ottobre 2006 alle 20:36

    A me pare che la mise en abyme dell’interlocutore (qui avversario) usando l’argomento che “fa ideologia” sia senza senso. Se si vuole essere seri si cerca di capire quell’ideologia consapevoli che ognuno parte dalla propria. Io per esempio sono rimasto sconcertato nel non trovare citato da Simone Ciaruffoli Hayao Miyazaki. Evidentemente la mia ideologia prevede che il linguaggio di Miyazaki sia tra le cose più alte del cinema. Sono sicuro che Eisenstein avrebbe sostenuto lo stesso, come con Disney.

  15. mise en abyme il 18 ottobre 2006 alle 20:43

    vado di moda…

  16. Annibale Letterio il 18 ottobre 2006 alle 23:59

    Il problema non è quello di “dare addosso” a un libro che non si è nemmeno sfogliato (una pratica che non mi interessa), né, tantomeno, sempre per quel che mi riguarda, “contestare” il taglio ideologico del saggio (che posso anche condividere). Quello che mi chiedo, molto ingenua-mente, stando al contenuto delle note che ho letto qui sopra, è come si possa disegnare la “Mappa di una storia critica” di qualsivoglia “oggetto” prescindendo da coloro che hanno contribuito, indipendentemente dai contesti e dagli esiti, a formalizzarlo, quell’oggetto, con le loro opere. Nessuno mi vieta di contestare anche duramente gli “idola” che segnano il paesaggio che sto perlustrando, ma ignorarli, facendo finta che la loro presenza sia irrilevante, è come, scrivendo una storia della poesia italiana, tacere di Dante e di Montale (che possono benissimo stare sulle balle al mio personale gusto di lettore e fruitore, non certo al mio “sguardo” di strudioso) dedicando cento pagine di analisi critica al libro di ricette natalizie appena licenziato in endecasillabi dalla mia condomina, la sciura Cesira. Come faccio a dimenticare, o a ritenere superfluo, il fatto che, senza Dante, la mia cara vicina, che mi porta sempre a casa un piatto di frittelle appena sfornate, non avrebbe mai potuto scrivere? Se le cose stanno nell’ordine di discorso prefigurabile dalla lettura del testo di Ciaruffoli, il libro di Oldrini è inutile esattamente quanto questo mio commento notturno. E tale rimarrebbe, per quel che mi riguarda, anche in una temperie dominata da mai del tutto chiarite istanze di “arte realistica”. Ho il massimo rispetto, ad esempio, per il cinema ungherese degli anni Cinquanta e Sessanta, ma anteporlo, fino ad oscurarla, all’opera di Welles, mi sembra, quantomeno, un’operazione di dubbio gusto, tanto sul piano teorico che su quello pratico. Sono sempre più convinto che non scrivere niente sia più ecologico, eticamente e politicamente coerente, che scrivere cazzate al solo scopo di épater le bourgeois. Cui prodest?

  17. Emily Kane il 19 ottobre 2006 alle 08:03

    Di Welles si parla (per es. da pag. 257 a pag. 265). Si può condividere o meno la posizione di Oldrini, il suo taglio e la sua ottica, ma – da studioso – non è così irresponsabile da dimenticare uno snodo del cinema esplicitato dai film di Welles (profondità di campo, piano sequenza, obiettivi… la lettura di André Bazin… che Oldrini non accetta in pieno). «E’ un portato dell’intelligenza e delle doti di Welles che egli, contrastando frontalmente gli schemi di Hollywood, punti sulla scelta di riannodare il cinema con la cultura, segnatamente tramite l’innesto in esso di stilemi presi a prestito dalla letteratura americana coeva: da un Fitzgerald o un Hemingway o un Dos Passos, gli scrittori della generazione che fa seguito a quella, più anziana, formatasi nell’anteguerra». (p. 260) Oppure: «L’efficacia compositiva, la maestria tecnica, il lustro delle immagini, sbilanciano invece che favorire la penetrazione realistica (benché nella prima parte degli “Ambersons” Welles scriva anche pagine degne di un Balzac» (p. 262)
    Il fatto che l’opera di Welles venga anche criticata (si parla di involuzione e di via sbagliata) rientra fisiologicamente all’interno di uno processo di analisi. Poi a dirla tutta, il realismo di Welles, è spesso ottenuto col massimo di artificio… forse questo non va giù a O. Dopotutto, Welles ha diretto un film intitolato F for Fake…

  18. tashtego il 19 ottobre 2006 alle 08:29

    Di solito ogni rilettura storica di qualsivoglia disciplina ripercorre passo passo il canone condiviso, riconfermando puntualmente ogni sequenza paradigmatica e introducendovi, se del caso, solo lievi spostamenti.
    Se c’è uno studioso che non lo fa, piuttosto che stracciarsi le vesti, cercherei di riferire il perché, se c’è.

  19. Emily Kane il 19 ottobre 2006 alle 08:35

    Se qualcuno fosse interessato al “canone” di Oldrini, invito alla lettura di tutte le annate di Cinema Nuovo.

  20. tashtego il 19 ottobre 2006 alle 11:09

    leggersi tutte le annate di Cinema nuovo?
    non potresti riassumerlo brevemente, con parole tue?

  21. marco v il 19 ottobre 2006 alle 17:45

    … ma se Buster Keaton, la Nouvelle Vague, Kurosawa e Kubrick sono “sopravvalutati”… Hitchcock e Lang “pseudo-autori” (??!!??!!)… Oldrini cos’è?
    Inutilmente pensante..?…

  22. AbatediTeheleme il 22 ottobre 2006 alle 15:32

    Sarei felice di sapere se Oldrini ha pensato di dedicar qualche spazio ad Allen, Blake, Renoir e soprattutto Erich von Stroheim.
    E perchè no, anche a Siffredi, vero bolscevico massimalista nel mondo patinato dell’hardcore :)
    Le opinioni dei vetero marxisti di stampo hegeliano sono sempre un adorabile intrattenimento.
    P.s. Evviva Jacques Tati!!!

  23. Leonardo il 25 ottobre 2006 alle 12:52

    E’ vero, nel monumentale saggio “Il cinema nella cultura del Novecento” del professor Guido Oldrini alcuni grandi registi dei nostri giorni spiccano per la loro assenza. In base ai miei gusti cinematografici ho provato un certo dolore nel notare la mancata citazione di Quentin Tarantino ed Emir Kusturica, solo per fare due esempi di cineasti notissimi e molto amati. Mi sono però anche accorto che il libro di Oldrini – la cui vis polemica è brillantemente ostentata fin dall’introduzione – guarda al cinema da una prospettiva che abbraccia molto di più della contemporaneità, e ci parla di qualcosa che non è solo spettacolo e neppure solo arte. Ma, appunto, cultura. E in particolare cultura del Novecento. Un periodo che ha visto Kafka passeggiare pensoso in piazza Venceslao, Einstein arruffarsi distratto la folta chioma, Gandhi seminudo mettere in ginocchio l’impero britannico proclamando la nonviolenza, Proust cercare ancora un posto all’ombra sotto le fronde del Bois de Boulogne.

    Accanto a tutto questo hanno agito i Griffith e i Chaplin, i Truffaut e gli Hitchcock, i Kubrick e i Kim Ki-duk. Ma più ci si avvicina a noi e più il Novecento si allontana. Per chi la pensa come Hobsbawm, il XX secolo è finito a Berlino nel novembre del 1989 (quando – sia detto per inciso – esisteva ancora la Jugoslavia di cui l’ottimo Emir ha raccontato mirabilmente il tragico crollo, e Pulp Fiction era probabilmente solo un’idea nella testa del vulcanico Quentin) e con il muro, forse, è crollata anche quella cultura che lo aveva contraddistinto. Da lì in avanti è cominciata un’altra fase, per noi che l’abbiamo vissuta per molti versi straordinaria, che però si è subito connotata come “qualcos’altro”. Che Predrag Matvejevic ha chiamato, credo con grande acutezza, “tempo del post”. E che forse non rientrava più nella storia del Novecento.

    La domanda, quindi, non è se NOI possiamo vivere senza Tarantino e Kusturica – e qui è più che lecito rispondere di no – ma piuttosto se possa farlo una storia del cinema inquadrata nella prospettiva culturale del Novecento. E in questo caso la risposta, a mio parere, può legittimamente essere affermativa. Beninteso, la scelta di Oldrini può essere opinata, ma questo non inficia il valore e la portata di un saggio che rimane d’inconsueta vastezza. >

  24. anatra verde il 28 ottobre 2006 alle 16:19

    il culto che i bloggatori hanno del ‘sentito dire’ mi fa venire i brividi.
    il recensore ciaruffoli, per suo personale privato privatissimo isterico furore, questo sì IDEOLOGICO, dice vere e proprie menzogne, e gli altri gli vanno dietro, come le pecore che alla fine di “l’angelo sterminatore” di bunuel si rifugiano in chiesa, salvo poi rimanerne prigioniere.
    ho verificato:
    – nel libro di oldrini non esistono le parole fuffa e ciofeca (e ci mancherebbe…).
    – il giudizio di oldrini su keaton, come sui tanti citati da ciarFUFFOli è totalmente diverso da quello volutamente e dolosamente travisato dallo stesso FUFFOli.
    – di bunuel, appunto, e di tanti altri volutamente taciuti da FUFfoli, nel libro di oldrini si parla eccome.
    è vero che a volte oldrini taglia corto su alcuni registi, lasciando anche un po’ perplessi, ma lo fa coerentemente con l’impostazione e non per questo manca loro di rispetto. solo, probabilmente, oldrini ha una prospettiva più ampia, storica, appunto. nulla poi toglie, credo, al piacere di vedersi un buon altman (“america oggi”) o truffaut (diversi), solo per fare due esempi, con spirito sereno (personalmente faccio volentieri a meno di tarantino).
    d’altra parte o si fanno i dizionari di cinema, e allora ci va dentro tutto, sì, ma anche tanta vera fuffa, e si finisce per non parlare di nulla, o si fa una seria storia, prospettica, con approfondimenti ma anche esclusioni, alcune dolorose, altre decisamente meno o per nulla (scorsese, leone, eastwood, coppola, la lista di certi assurdi miti sarebbe lunga).
    alcuni sembra che vogliano leggere e rileggere sempre le stesse cose sul cinema. e allora a che pro scrivere l’ennesima storia? non è molto meglio dare un taglio diverso, una lettura (nel libro, per giunta, dichiarata) che percorra un filo, lo colleghi alla storia della cultura del novecento e alla storia tout-court, anziché navigare a vista intorno a sempre gli stessi vuoti miti, fine a se stessi, inventati da non si sa bene chi, e scollegati dal mondo intorno?
    chi non ha capito il senso di dire qualcosa di diverso e magari più vero delle solite fesserie del potere, lasci perdere, si dedichi al giardinaggio, che è arte di tutto rispetto, o perlomeno accetti che non tutti la pensano come lui.
    Fuffoli forse, come berlusconi e chi lecca la strada dove passa, o anche a sinistra è succube e subalterno alla cultura del marketing, non accetta proprio che esistano ‘ancora’ dei marxisti, e soprattutto che si dica qualche parolina sulla tragedia che gli stati uniti d’america hanno spesso significato e spesso significano per il mondo intero, dalla conquista genocida delle ‘origini’ a oggi. si può criticare registi conniventi, talora complici, o semplicemente ‘leggerini’, superficiali e facenti parte omertosa del sistema di dominio mercantile capitalistico o no? è ancora permesso o la cultura la dobbiamo regalare a condolezza rice, confalonieri, costanzo/defilippi?

    due parole ad alcuni bloggatori. diversi che mi hanno preceduto nei commenti mi pare non abbiano letto il libro (e forse non sanno leggere; i post se li fanno scrivere da un amico).
    anziché colare grasso per certi registucoli che vi mandano in sollucchero per il solo fatto di avere la cittadinaza USA, avete visto qualche film – dico il primo che mi viene – di bresson? non conoscete nulla di meglio di linch o cronenberg?
    gabriella, se hai posto fiducia in fuffoli, be’ o sei come lui o hai preso un grosso granchio. salvati, finché sei in tempo…
    annibale letterio, che sa fare bene solamente il provocatore e l’agente del caos, farebbe invece bene a dubitare di quello che scrive fuffoli. a.l.non ha letto il libro (quella lista che riporta è demenziale), ma non si fa nessuno scrupolo a commentarlo. non credo sappia nemmeno cosa significhi la parola cultura, né dove stia di casa. ma se come dice “non scrivere niente è più ecologico, eticamente e politicamente coerente, che scrivere cazzate”, perché non ci risparmia sproloqui disinformati e disinformanti? quanto a dante e montale, forse per oldrini – ma io la penso come lui – monicelli o pollack, per dirne due a caso, non sono esattamente come dante e montale…
    comunque, annibale letterio, il fucile alla testa non credo glielo punterà nessuno, la cultura del fucile la possiamo lasciare agli amici suoi. ma stia tranquillo, il libro di guido oldrini nella mia biblioteca di casa ci sarà. e mi servirà come utile consultazione: dove annuserò che le idee ufficiali circolanti su un regista o un film puzzano, saprò su quale libro cercare una visione diversa, forse più sana perché non dettata dai soliti mercantili interessi. per me che sono un profano non sarà una bibbia, ma certo un utilissimo strumento di approfondimento. tutto è criticabile. o no?
    anatra verde

  25. fags of our fathers il 14 novembre 2006 alle 15:30

    linch (sic) e cronenberg e le loro apologie dell’impero americano, come no

  26. anatra verde il 26 novembre 2006 alle 19:05

    oh, scusa, ti ho storpiato il tuo lyncino…
    ma almeno leggi, prima di commentare a vanvera e storpiare il pensiero degli altri, anziché badare a refusi di nessuna rilevanza.
    dico solo che – fortunatamante – non esiste solo il cinema americano, ma a quanto pare ne siamo tanto imbevuti, che si fa fatica a vedere tutto il resto, e spesso, come nel caso di lYnch e cronenberg, è di tale pochezza, al confronto di registi di ben altra importanza, che la cosa non può essere come minimo sospetta di sudditanza e subalternità culturale all’impero. chiaro?
    anatra verde

  27. fags of our fathers il 20 dicembre 2006 alle 19:08

    vabè. dunque al linchaggio chiunque abbia passaporto usa (e anche canada, arguisco). fedeli alla linea. ochim carasciò.



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