TROOST. Tradurre il cibo

19 ottobre 2006
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troostweb.jpg un raccontorecensione di Marino Magliani che parla di TROOST di Ronald Giphart, ma non solo.

Scendo ad aprire la cassetta postale, esco dal palazzo, mi libero della pubblicità al primo cassonetto, vago per qualche strada alberata, passo davanti alle case dalle vetrate senza tendine, e mi ritrovo in biblioteca. Ci entro per il caffé che costa poco e per leggere la rivista di calcio. La biblioteca offre una collezione di libri di ogni genere e in ogni lingua possibile, francese turco arabo tedesco cinese, libri russi, portoghesi, finlandesi, spagnolo slavo, mancano solo libri in italiano. E’ una storia lunga, l’ avrò chiesto trenta volte all’ impiegata: ” Buondì, cerco la collezione di libri italiani.”
Le dita della signora si muovono sui tasti. “Italiani italiani italiani” comincia a fare “No, non abbiamo una collezione di libri italiani, vuole che la ordiniamo?”
“Sí, certo, libri italiani, di autori italiani.”
Tanto lo so, la volta dopo chiedo come mai gli italiani non sono arrivati e le bibliotecarie dicono che non arrivano perché sono andate a vedere e hanno scoperto che sono l’ unico italiano che chiede libri italiani.
Mi sposto al bar della biblioteca, prendo con me Voetbal, la rivista. Mi siedo, tra sperperi di luce su ogni tavolino, poso la posta, poso la rivista Voetbal e apro il plico che era assieme alla posta.
Il libro s’intitola Troost, é di Ronald Giphart, tradotto da Claudia Di Palermo e pubblicato da Scritturapura.
La bibliotecaria che lavora al bar viene a vedere se ho bisogno. Ordino un caffè. Me lo porta, caffè olandese, ottimo, col cioccolatino.
“Cosa legge?”
“Troost.”
“Ma é’ bellissimo, dicono, qui ha venduto moltissimo. E’ tradotto da un editore importante?”
“Importante certamente, e coraggioso, si dice da noi, è un editore che fa molti portoghesi, ma anche gli italiani che ha fatto erano buoni, uno su un’orchestra che gira per l’ Italia e un altro su un delitto commesso in una cava di marmo, belli.”
“Lo legge perché é un olandese tradotto?” Guarda in giro se ai tavolini qualcuno ordina qualcosa, e si siede.
“Anche, sa, fa uno strano effetto leggere un olandese tradotto in italiano. E’ un po’ come leggere il libro di uno che conosci, se non lo conoscessi il tuo giudizio sarebbe diverso?”
“Come dice?”
Devo ripetere sempre le cose quando parlo in olandese. Questo popolo non accetta che io usi la loro lingua. Ho un ricordo di tedeschi e olandesi che venivano in ferie in Liguria, chiedevano ai nostri vecchi informazioni in un italiano molto improbabile, verbi all’infinito ecc. e i nostri vecchi capivano al volo e indicavano. Qui se non gli pronunci la frase perfettamente esatta, ti guardano e ti dicono: cosa dice lei? Per il resto, in sé, l’ olandese sarebbe anche bello, ha una sua completezza a volte. Questo é un posto dove dopo mezzogiorno, rigorosamente, invece del buon giorno si dice buon pomeriggio. La completezza della lingua. Intorno ai diciott’anni, andavo spesso in discoteca, senza sapere mai cosa stavo facendo. Non c’ era un termine per dire che ero lì per divertirmi, ma non solo, per ballare ma non solo, perché la finalità del ballo era agganciare, ma non solo, agganciare era solo una delle attività, e star con gli amici sul bordo pista rialzato, fare gli stupidelli insomma. Dopo i vent’anni sono andato a vivere in Spagna e là ho scoperto che tutte le cose che avevo fatto in discoteca e a cui non sapevo dare un nome in italiano, erano semplicemente bazilar.
La barista-bibliotecaria si é alzata da un pezzo. Ho cominciato a leggere Troost. Art Troost, “patron de cuisine pluristellato” vien definito nella quarta. La prima impressione é di trovarci in un posto nuovo, dove la letteratura di solito non entra, il tempio delle alte cucine. Art Troost é uno dei migliori chef olandesi. Esistono due scuole di cucina: quella classica e quella sperimentale. I cuochi di matrice classica lavorano una vita a perfezionare determinate pietanze. Sono in genere cuochi in età. Diametralmente opposto a questo polo c’è quello dei cuochi creativi (quando parla di creativi Art Troost non si riferisce di certo a Olivier Jamies). In realtà anche i cuochi sperimentali sono di formazione classica, ma sono – come dire? – più elastici, e cercano il gusto nell’ esplorazione e nello scontro tra opposti. Art Troost si dichiara un cuoco sperimentale. I suoi ristoranti in Olanda sono famosi, e una televisione olandese l’ha ingaggiato per un programma, “Stelle in cucina”, dove vengono invitati vip, girano telecamere, si consuma del sesso e si fa naturalmente della gran cucina. Ogni tanto Art Troost ci racconta come é diventato un grande, cos’ ha dovuto subire, e il materiale che usa per parlarci é fatto di cibi, di ingredienti, persino le donne appaiono a lui sotto forma di cibi. “cercai di analizzarla. Gelato allo zafferano con zabaione alle rose in vestitino estivo. Mela renetta in gelatina. Pomodori cigliegini grigliati. Pisellini primavera, raccolti a maggio, freschi di terra, ancora al dente: sí. Aprii gli occhi.” La lingua è geniale. “Gli aromi che oltrepassavano le mie labbra facevano l’ otto volante sul palato.”
Le scene in cucina sono filmate da tre uomini che si chiamano tutti e tre Ton. Ton Audio, Ton Cameraman e Ton Assistente, si muovono molto in sincronia, anche per dire le cose. Gli ospiti della settimana sono la bella e sensuale attrice e autrice Helmke Draaibaar e Hansen Fennema Klein, tristallegro filosofo, divenuto celebre col libro Sette sermoni di un miscredente.
Le telecamere all’ inizio riprendono la sveglia degli ospiti, i tre Ton dunque inquadrano Troost che porta la colazione in camera da letto alla bella Helmke, bussa col piede alla porta, vassoio in mano, caffé, brioche, succo di frutta, vasetto monofiore… si sentono dei rumori in camera, e al posto di Helmke viene ad aprire il filosofo in mutande, più vecchio che in foto e sui giornali, ma dal fisco asciutto e abbronzato. Troost se ne fa un’ idea del genere: Pecorino di fossa. Una scorzonera rimasta in terra troppo a lungo.
“Non farli entrare” dice la Helmke. “Non sono presentabile”.
Smetto di leggere. Ripassa la bibliotecaria.
“Vuole ancora del caffè? ”
“No, un bicchiere d’ acqua per favore.”
Mi porta l’ acqua. La ringrazio. Si siede al tavolino. “Allora, le piace…come le dicevo ne ho sentito parlare un gran bene, ma non  l’ ho letto.”
“E’ grandioso, un’ esplosione di aromi, di gusti. La storia comincia in un cesso, il cesso del castello dove girano il programma. Troost, l’ io narrante, nudo, sta vomitando, ha mangiato qualcosa che gli ha fatto male, ha sbattuto la testa contro la vasca da bagno, si é rotto un dente. Deve sapere che la dentatura di Troost é anomala, da ragazzo l’ hanno visitato famosi dentisti, ortodontisti, paradontologhi. Pare che la dentatura di Troost viva in uno stato di giovinezza permanente e ancora adesso ci sono clienti del suo ristorante che gli chiedono sfacciatamente se possono dargli un’ occhiata alla bocca. E’ un libro che parla finalmente del mangiare non come una ricetta ma come letteratura pura…”
“Non capisco.”
“Non capisce perché voi olandesi non capite quando parlo nella vostra lingua o non capisce perché le racconto delle cose strane? I commensali distruggono col coltello, la forchetta e i denti, e ingoiano, fanno sparire la creazione dello chef, e tutto questo senza sentirsi in colpa. Mangiare, é l’ arte della distruzione… Souflé allo zafferano. Si sbaglia a pensare che lo zafferano serva solo a dare colore riso, in Persia lo zafferano era già usato prima di Cristo come rimedio contro la malinconia e lo spleen, un’overdose poteva generare un’ euforia che portava alla morte. A lei piace cucinare, cosa mi farebbe se mi invitasse a cena?”
La bibliotecaria se la ride come se le avessi fatto il solletico. “Sono brava nelle torte.”
“All’inizio?” scuoto la testa. “Mai zuccheri all’ inizio, sostiene Troost, il dolce frena la salivazione, é la salivazione, cara lei, che fa girare il mondo. Senza saliva non c’ é sapore, senza sapore non c’ é appetito, senza appetito addio creatività… Lei non mi vuol far arrivare al secondo, direbbe il grande Troost. Perché gli hamburger dolciastri dei McDonald’s hanno i semi di sesamo sul panino? Perché il sesamo é insapore, raschia il palato, stimolando la produzione di saliva, per McDonalds sarebbe un disastro se l’ hamburger facesse passare la fame…”
Mentre parlo passa una bella signora di colore, la saluto con un cenno gentile, mi risponde con lo stesso cenno, e senza rendermene conto, proprio com’ é successo a Troost, i miei pensieri corrono a lande coloniali. Latte fresco di mandorla e cocco con il rum. Insalata di baccalà e cassave con komro komro tapu asing, pane fritto condito con pomodoro ed erba cipollina.
“E’ stato tradotto bene?” mi fa voltare la bibliotecaria.
“Molto ma molto bene, diciamo che é stato tradotto, cosa che talvolta non succede. Testicolo, qua e là la traduttrice ha tradotto fedelmente, per dire qualcosa come: cazzo, oppure: che casino!”
“Non sono molto d’ accordo sulla fedeltà delle traduzioni.”
“Io sì, certo ci sono fedeltà e fedeltà… vede io ogni tanto faccio l’interprete, per un paio di avvocati, clienti italiani, spagnoli, francesi che si fanno beccare con della droga e mi raccontano le loro storie…”
“Perché allora non si mette a tradurre dei libri dallo spagnolo all’ italiano?”
“Perché preferiscono gli accademici, che poi sì, ecco loro sì che fanno disastri. Una volta ho letto un romanzo in spagnolo, la storia di un paio di tossici, l’ autore l’ avevano beccato ad Amsterdam, gli ho fatto da interprete nel processo e mi ha regalato il suo libro. Ambiente: per le strade di Buenos Aires, epoca post Alfonsin. Il romanzo é rimasto degli anni paralizzato, poi un discreto editore italiano l’ ha tradotto. L’ ho letto sia in italiano che in spagnolo per vedere un po’. Bene, c’ era una scena, uno dei due tossici una mattina, seduto su un marciapiede accanto al compagno gli dice: “Me gustaria echarme un polvo, loco” Alla lettera si dovrebbe tradurre “Mi piacerebbe farmi una polvere”  e naturalmente il traduttore ha associato e tradotto: “mi piacerebbe farmi della polvere” senonché tener ganas de echarse un polvo, per le strade di Buenos Aires e non solo, significa aver voglia di farsi una chiavata. Lei capisce… Non si traduce così, perché si é accademici… Il sindaco di Roma, certo Veltroni, ha scritto un libro che si intitola Senza Patricio. Una scritta su un muro di Buenos Aires: Patricio, te amo. Papà, ha suggerito a questo Veltroni cinque ipotesi, cinque narrazioni, belle, dure, intense, per carità, sull’amore tra padri e figli, sul sogno e l’ angoscia tra padri e figli. Probabilmente Veltroni ha pensato a un vero padre, e nessuno gli ha mai raccontato che a Baires, papà è un termine che si usa per strada, papà chiama una ragazza il suo uomo, papà chiama un uomo il suo uomo, papà chiama una puttana il suo protettore, papà si dice a una persona, così. ‘Che fai, papà?’ Chissà da chi era stato veramente scritto Patricio, te amo. Papà, e a chi era indirizzato?”
La biblio-cameriera: “Ora vado a lavorare.” Per non sembrare scortese ha aggiunto: “Lo leggerò senz’altro Troost, ora più che mai…in olandese naturalmente.”
Mi alzo, mi prendo il mio Troost, di Ronald Giphart, editore scritturapura, caratteri adottati Garamond, titoli in caratteri Tekton.
La biblio-cameriera, bella e sorridente con la sua faccia da china snack, prende ordinazioni. Mi avvio tra la dispersione di luce elettrica delle biblioteche olandesi, mi volto a guardarla.
Souflé allo zafferano. Choux au safran. Mirepoix di zafferano. Gelato allo zafferano con zabaione à la rose.

[Ronald Giphart, TROOST, (traduzione di Claudia Di Palermo) Scritturapura editore. Collana Paprika]

8 Responses to TROOST. Tradurre il cibo

  1. alice il 19 ottobre 2006 alle 17:50

    Mi piacciono i pezzi che parlano di un libro e di altro.
    E quello che hai scritto è bello.
    Però non m’incoraggiare ad imparare l’olandese, se poi scrivi:”Devo ripetere sempre le cose quando parlo in olandese. Questo popolo non accetta che io usi la loro lingua”. ;-)

  2. marino il 19 ottobre 2006 alle 18:07

    Cara Alice, ció che dico dovrebbe incoraggiarti invece, cosí quando non ti capiranno, sai che non sei la sola,

    un caro saluto

    marino

  3. Una il 19 ottobre 2006 alle 19:21

    bazilar è triestino?
    Molto bello questo racconto-recensione; credo che comprerò il libro.

  4. marino il 19 ottobre 2006 alle 19:41

    Gentile Una, non so proprio se bazilar sia anche triestino. Troost ti divertirà molto.

  5. fabio il 22 ottobre 2006 alle 19:36

    Jamie Oliver. Si chiama Jamie Oliver…

  6. marino il 23 ottobre 2006 alle 20:06

    infatti, Fabio, grazie
    m.m

  7. Achille Maccapani il 23 ottobre 2006 alle 20:53

    Una recensione sotto forma di racconto. Che a sua volta apre un varco non indifferente sul dibattito tra testo originale e traduzione, tra l’altro ripreso – se non vado errato – pochi giorni fa su “La Stampa”. Ciò che sconvolge, difatti, è la differenza abissale tra quel che voleva dire l’autore e il modo con cui la traduzione rende il testo in tutt’altra direzione. Per carità, è anche successo che l’autore cada in errore (ad esempio, Grisham ne “Il broker” quando individua il confine ferroviario italosvizzero nella città di “Como San Giovanni” invece che della sola Como) e che il traduttore non rettifichi. Ma nel contempo l’articolo (bello, brioso e trascinante) offre un altro spunto di riflessione: come noi parliamo agli stranieri nella loro lingua, questi pretendono che da parte nostra ci si esprima correttamente. Personalmente vivo questa situazione di confine da alcuni anni: quando mi reco regolarmente a Menton, Monaco, Nice (per più ragioni…), mi esprimo in francese. Semplice, scolastico ma comunque mi sforzo di spiegare quanto necessario. e cerco di fare errori. Di sicuro, mi sorridono perché pensano: “C’est un italien”. E ci sono abituato. Ma a furia di gironzolare la sera tra Arte, Tf1, France 2 e 3, riesco a comprendere come il loro parlato sia più diretto e meno rispettoso dei princìpi grammaticali che ci hanno insegnato a scuola (in questo, credo, i francesi divergono non poco rispetto agli olandesi, per quel che m’è parso di intuire dalla lettura dell’articolo), e mi aiuta parecchio ad utilizzare una linea di dialogo più semplice.
    Comunque, scusandomi per la digressione francofona di un residente nella linea di confine francoitaliana, quello che emerge dall’articolo di Marino è quantomai evidente: una traduzione fedele e in grado di saper far rivivere lo spirito delle pagine dell’autore è fondamentale per una buona e fruttuosa lettura. Quella del traduttore è una tremenda responsabilità, che va considerata nella giusta misura, specialmente con riferimento ai modi di dire, allo slang locale, che ben difficilmente – appunto – un cattedratico di città può conoscere, perché “non” ha vissuto.

  8. Achille Maccapani il 23 ottobre 2006 alle 21:32

    errata corrige – quando sono in Francia cerco di NON fare errori.



indiani