Brodo caldo

22 ottobre 2006
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brodo.jpgfulgido esempio di borghesissima mentalità mafiosa raccontato con trasporto e disprezzo da Nicolò La Rocca

Quel sabato d’agosto avevo un appuntamento con mio zio Masino. Masino Pirro, il ragioniere del comune.
Credevo che grazie a mio zio avrei potuto aiutare il mio amico Enrico.
Aiutare Enrico.
In fondo era l’unica cosa importante.
Mia madre, alle sei in punto del pomeriggio venne in spiaggia a cercarmi. Secondo lei avevo dimenticato la mia promessa: chiedere un aiuto per un posto di lavoro al fratello di mia madre, Masino, appunto. Mio padre ci aspettava in macchina. Sbuffava. L’incazzatura di quel giorno era notevole, da fargli rovinare la digestione pomeridiana… perché mio padre, la pasta che aveva mangiato a pranzo, se la teneva calda calda nello stomaco fino all’ora di cena: giusto un minuto prima della verdura delle nove di sera. Era un grande artista: andava fiero di quella sua capacità di dominare la sua trippa interna, di piegarla come voleva. Aveva una sua filosofia: il cibo più sta nella pancia e più soddisfa. Solo che quel giorno i suoi rutti non erano per niente felici, sapevano di zolfo. Una cosa ripugnante. Alle volte penso a quando mio padre morirà e mi dico che non riuscirò a versare neppure una lacrima. Mi sembra un pensiero terribile, ma quando passo dal cimitero e vedo tutta quella gente che si spreme gli occhi e piange a dirotto mi rendo conto che io non ne sarei mai capace.
Mio padre, comunque, in quel periodo era più nervoso del solito. Mi faceva schifo, la sua stupida rabbia.
“Hai visto ieri sera Peppe Variotto in televisione?” Mi chiese rabbioso.
“Eravamo insieme davanti al televisore…” Gli ricordai.
“Quello ce lo mette in culo, a tutti”. Concluse. “Non solo è culo e camicia con l’onorevole Crivello ma adesso ti faccio vedere che diventerà qualcuno in televisione…”
Il fatto era che mio padre era invidioso di tutti: negli ultimi tempi, con l’euro e l’inflazione galoppante, non riusciva più a pagare la rata mensile della sua BMW 320 D chilometri zero e i settemila euro del condono edilizio. Il nostro villino abusivo sorgeva proprio sul bagnasciuga, mio padre aveva finito il pianterreno lasciando incompleti, senza facciata e finestre, il primo e il secondo piano. Così aveva chiesto un prestito proprio a mio zio Masino. Vi lascio immaginare il suo turbamento: non solo era in debito con l’odiato-amato cognato, ma addirittura aveva dovuto convincere il proprio figlio intellettuale dell’importanza di una raccomandazione di Masino… Insomma: una tragedia. Per non parlare delle demolizioni dell’anno prima: sarebbe toccato alla nostra casa se non avessero ammazzato lo zio di Enrico… prima che arrivasse il condono…
“Gran minchione!” Mi disse ispirato. “Tuo zio ti aspetta da un’ora! È  così che lo ringrazi…” Mio padre non tollerava la mia faccia da sola di cuoio… così diceva… e il mio pezzo di carta. Certo, anche lui era stato fiero della mia laurea, anzi ne era stato il principale sponsor, nei momenti di stanchezza mi aveva spronato. Ma adesso si chiedeva: che avevo studiato a fare? La mia laurea in architettura era appesa al muro da quattro anni, dopo sette di studi, e non sapevo fare altro che passeggiare per il lungomare di Selinunte d’estate, ubriacarmi nell’unico pub di Gibellina d’inverno. Per non parlare della mia attività di artista. Credeva che si trattasse solo di minchiate, anche se quando parlava delle mie installazioni con gli amici al bar si gonfiava il petto d’orgoglio. Infine, per piegarmi, per convincermi a chiedere una raccomandazione a mio zio Masino aveva giocato sporco: “sai quante mostre ti può organizzare tuo zio Masino? L’amico suo, l’assessore regionale, poi, è in contatto con pezzi grossi della televisione di Milano…” 
Con la BMW che dondolava molle molle sui saliscendi dell’autostrada che ci portava a Gibellina cercavo di prepararmi all’incontro con mio zio Masino. D’estate infatti vivevamo a Selinunte, nel villino abusivo, e per tornare a Gibellina di tanto in tanto prendevamo l’autostrada. Venti minuti di viaggio.
Stavamo tutti in silenzio: io ero muto e mio padre sordo. Mia madre piangeva… non ricordo per quale motivo… ma piangeva, sì.
Dopo lo svincolo ecco il nostro paese: tante case quadrate costruite dopo il terremoto rispettando un unico e grande piano urbanistico, un unico progetto per tutti… e le case erano venute siamesi… uguali uguali, che uno prima di riconoscere la sua bisognava che infilasse per sbaglio la chiave nella toppa di tutto il vicinato. Una tragedia quotidiana.
Intanto io pensavo che avevo avuto una bella faccia di minchia ad assecondare mio padre. Proprio una bella faccia … e me la guardavo nello specchietto retrovisore. Trasalii vedendo i miei occhi, spiritati, scolorati.
Mio padre, vedendomi muovere, pensò che volessi dire qualche cosa, cercò subito la lunga lingua con la quale stava sciacquando nella saliva una mentina e la fece vibrare come solo lui sapeva fare:
“Cos’è che hai da dire ora, sentiamo…” Probabilmente pensava che mi stessi per tirare indietro. Provavo un’antipatia viscerale per mio zio. Così fu sorpreso quando mi sentì dire:
“Che ne pensi se chiedo a zio Masino se può aiutare anche Enrico?”
“Enrico chi?” Fece lui infastidito.
“Il mio amico, Enrico Perrati”.
“Ma chi, il nipote di Matteo Perrati? Il ruspista? Quello che ha demolito le case l’anno scorso?” Inghiottì la mentina, il pomo d’Adamo gli sobbalzò in gola.
“Sì, si è appena laureato”.
“Ma sta zitto, va’.” Sibilò masticando ferocemente la mentina.

Salutai mia madre che piangendo se ne andava a fianco di mio padre e poi salii lentamente le scale di mio zio. Lui mi aspettava in vestaglia. Mi offrì i pasticcini di ricotta, i cannoli, le cassatelle, farcite, slinguate con crema e cacao. Ne feci incetta. Ero stanco di quei sapori, eppure ogni volta ingoiavo quel genere di dolci con voracità, anche se nel farlo mi sentivo un po’ disperato. Anche lui ne mangiò parecchi. Quando finimmo di ingoiare tutto ciò che c’era di molle sul tavolino del salotto, esclamò:
“Luigi, beddu me!”
Io feci un rutto, di quelli grossi. Ora che ci penso è stato uno dei miei più grandi, bello corposo e acido da rimanerci avvelenato. Da allora non ne sarei più stato capace.
Decisi che dovevo pur dire qualcosa:
“Papà mi ha detto che hai comprato un Fontana”.
“Lo vuoi vedere?” Fece lui entusiasta.
Ci fermammo davanti al Fontana: l’ennesima fenditura campeggiava sulla tela, per il piacere di mio zio e la mia malcelata invidia. Sbavavo. Allora ero ridotto così male che invidiavo chi possedeva un Fontana.
Quando tornammo in salotto, dopo essere sprofondato nella morbida pelle del Frau rosso, tirai fuori dallo zaino un voluminoso raccoglitore e dissi:
“Ti ho portato le mie opere d’arte, mio padre mi ha detto che volevi vedere le ultime. Si tratta per lo più di installazioni”.
“Sì, sì, non vedo l’ora”, e si mise quella sua stupidissima faccia intelligente.
“Guarda”, dissi sfogliando e commentando ogni immagine del catalogo fotografico che avevo realizzato apposta per quell’incontro, “è tutta roba che possiamo concentrare in un unico ambiente”.
“Bella questa!!! E anche questa… E questa! Uh! Complimenti, Luigi, veramente i miei complimenti: sapevo che avevi una testa di brillante, ma non fino a questo punto”.
“Allora che facciamo zizì, ci andiamo dall’assessore Adragna?” Arrivai a dire.
Sull’Audi A 8 di mio zio galleggiavo di nuovo sull’autostrada, questa volta però in direzione di Selinunte.
Io, come ho detto, da quando ero arrivato a casa di mio zio avevo avuto un unico pensiero: come potevo aiutare il mio amico Enrico? Mio zio, dopo tutto, oltre alla possibilità di una mostra, mi avrebbe procurato un lavoro. E se gli avessi chiesto di impegnarsi anche per Enrico?
“Non posso.” Mi rispondeva adesso. “Sai che cosa si dice in giro…”.
“Ma sono scemenze”.
“Sarà anche vero, però io non posso raccomandare tutti quelli che vengono da me”. Masino ormai era un fiume in piena: “Al comune, vengono tutti a rompermi i coglioni. Come se io fossi il servo del primo fesso che apre la porta del mio ufficio…”
“E che vogliono?”
“Il condono. Vogliono che falsifichi i documenti per farli entrare nei termini di legge. Sai che c’è una data da rispettare: le case sorte dopo quella data dovrebbero essere demolite…”
“Dovrebbero?”
“Certo. Però sai com’è? Un aiuto lo sto dando a tutti, anche se mi rompono i coglioni. E non pensare che lo faccia per i soldi: chiedo poche migliaia di euro, così, per il disturbo. È che credo che non sia giusto demolire tutte quelle case. Certuni non fanno altro che riempirsi la bocca con ‘stu cazzo di ambientalismo”.
“E non potresti aiutare anche Enrico?”
“Il tuo amico non ha speranze. Lasciatelo dire… con quelle demolizioni dell’anno scorso… lo zio è pure scomparso: non sapeva come vanno le cose?”
Dopo avere abbassato il finestrino, sputò come solo lui sapeva fare, con nel petto la forza di due polmoni di ferro.
A un certo punto disse:
“Hai visto Peppe in televisione?”.
“Eh sì”. Dissi con uno sguardo spento.
“Quello ce lo mette in culo, a tutti!”
“Eh sì…”
“E poi l’onorevole Crivello sta preparando la campagna elettorale di primavera: vedrai che Peppe in televisione gli sarà utile. L’onorevole vuole avere un ruolo importante nel partito, e uno fidato come Peppe in televisione gli farà comodo. Vedrai, a breve vedrai Peppe condurre un programma nazionale, vedrai”.
L’assessore Adragna ci accolse a braccia aperte.
“Le presento mio nipote Luigi”. Disse Masino orgoglioso, non capivo di cosa.
“Tuo zio mi ha parlato di te. Mi ha detto che hai ‘na testa di brillante”. Disse l’assessore schiacciando un braccio sulle mie spalle, nonostante fosse più basso di me di almeno venti centimetri. E quando poi mi strinse la mano lo fece con il maggiore calore possibile, anche se la mia era sudata da fare schifo. Sembrava che il fatto che noi fossimo lì a elemosinare una raccomandazione, anzi un vero e proprio abuso d’ufficio da parte sua – avrebbe dovuto parlare col segretario della scuola media per fare in modo che quello mi chiamasse per delle supplenze fottendosene, delle graduatorie – lo rendesse immensamente felice. Poi mi chiese il catalogo e cominciò a sfogliarlo, anche lui con l’espressione stupidamente intelligente che aveva avuto mio zio prima.
“Sono veramente delle installazioni interessanti”, concluse chiudendo il catalogo. “Ho detto a tuo zio che possiamo parlare con alcuni amici che hanno uno spazio espositivo a Palermo, in viale Libertà.”
“Sono molto selettivi, ma se gli parlo io…” Continuava l’assessore compiaciuto.
“Grazie”, dissi, come uno scimunito.
“Poi, ascoltami: l’onorevole vuole ristrutturare il Makumba. Gli servono camerieri, impiegati, animatori. Se vuoi posso metterci una buona parola. Potresti lavorare nell’animazione, oppure fare qualcosa di più adatto alla tua laurea: stanno riprogettando gli interni. Il progetto c’è, veramente. Potresti proporre una variante”.
“Come?” Sussultai. Mio zio mi ordinò con una gomitata di tacere.
“Non ti preoccupare, per quanto riguarda le graduatorie delle scuole medie è tutto a posto. Però questo sarebbe un lavoro più adatto alla tua laurea. Tu hai una testa di brillante, non ti ci vedo a fare l’insegnante morto di fame per tutta la vita. Giusto?”
“Giusto”. Risposi confuso.
“L’onorevole Crivello ci ha fatto avere i finanziamenti.”
Stavo per cercare qualcosa che incensasse l’onorevole senza apparire scopertamente ruffiano, quando l’assessore passò bruscamente a un altro argomento.
“Ormai è sicuro.” Disse dopo averci tranquillizzato giurandoci ancora che l’indomani di persona avrebbe parlato con il segretario della scuola, grande amico suo – “Mi candido come sindaco alle prossime elezioni”.
Mio zio commosso gli strinse tutte e due le mani e lo abbracciò. Siccome avevo visto che i due andavano d’accordo e d’amore, pensai che fosse arrivato il momento di parlare all’assessore del mio amico Enrico. Lo feci con una sorprendente foga, era da tempo che non mi infiammavo per qualcosa.
L’assessore stette curioso ad ascoltare le lodi sperticate che tributavo a Enrico e poi, quando mi zittii, mi disse senza espressione:
“Vedrai che troveremo qualcosa anche per il tuo amico”.
“Grazie”.
“Fa ancora il ruspista?”
“No no!” Mi affrettai a precisare.
“Va bene, vedrò cosa potrò fare”.
Mi aveva quasi commosso, ma non potetti fare a meno di notare lo sguardo acido di mio zio.
“È un cretino, Adragna è un cretino!” Mi disse in macchina. Era chiaro che stava cercando di indirizzare su qualcuno la sua rabbia. Lo avevo scavalcato spudoratamente e la risposta dell’assessore doveva suonare per lui come una specie di delegittimazione.
“Sai quanto ha voluto quel cretino? Cinquemila euro tondi tondi. Tuo padre ne avrà da cacare… e pensare che l’assessore mi ha fatto capire che se non ero io a chiedergli il piacere, lui non avrebbe mai accettato queste cose, né per soldi né per altro.”
Io compresi che mio zio aveva ragione e che per me aveva fatto il meglio del meglio:
“Grazie zio. “ Chiusi gli occhi, sperando di dormire qualche minuto.

Mi lasciò a Selinunte, al lido Zabbara. Sotto i vestiti indossavo il costume, così con due mosse conservai il mio abito in cabina e mi confusi con gli altri bagnanti.
Passeggiai parecchio tempo con i miei pensieri, con il mare piatto che non ne voleva sapere di arrabbiarsi. Lo preferisco turbolento, perché almeno si fa odiare, e io me ne torno a Gibellina a rinchiudermi nella mia stanzetta. Invece quando fa caldo e il mare è fermo non posso proprio scappare e devo per forza mettermi impalato sulla spiaggia a prendere il sole, a farmi abbrustolire… Quel pomeriggio decisi che sarei tornato a Gibellina, nonostante la bella giornata.
Però soffrivo per l’acido allo stomaco, mi risaliva in bocca. Non resistevo più: mi piegai sulle ginocchia e feci dei gargarismi con l’acqua di mare. Sperai che nessuno mi avesse visto…
Peppe Variotto mi centrò proprio mentre stavo riprendendo i vestiti dalla cabina.
“Ma che sei pazzo?!” Disse ancora fradicio d’acqua salata, con il costume molle che rivelava il grosso pene in erezione.
“Guarda che c’hai la minchia tisa, si vede lontano un miglio”. Lui senza mostrare d’avermi ascoltato domandò:
“Ma dove stai andando?”
“Torno a casa, è stata una giornataccia, ho il mal di testa.”
“Ma fammi il piacere! Vieni con me, c’è una sorpresa.”
Ecco la sorpresa: Barbara Adragna ballava in mezzo a una decina di uomini. Le piaceva sentirsi addosso tutti quegli sguardi? Era circondata da un branco di cani affamati, sporca di sabbia, con alla sua destra l’acropoli greca in controluce. Ballava con le cuffie alle orecchie e sicuramente capiva che non era proprio invisibile.
Quando ci vide, iniziò a correre verso di noi. Un ultimo salto e fu addosso a Peppe Variotto che gongolante se la stringeva tutta. Non potei fare a meno di notare il costume impigliato tra le natiche di Barbara. Rivelava su una natica il tatuaggio di un’aquila stilizzata. Lo avevo cercato con tanta sicurezza in quella posizione che fu come la conferma di una lunghissima e gustata tesi a tavolino. Ma quello che mi sorprese fu invece lo sguardo di imbarazzo di lei e il tentativo delle sue dita di porre inutilmente rimedio. Dovette liberarsi dall’abbraccio di Peppe per sistemarsi. Mi guardava credo con la stessa mia espressione. La sua pelle abbronzata riverberava al sole, qua e là altri tatuaggi, più grandi di quello che aveva sulla natica. Ridevo come un cretino, perché il mio bel tatuaggio ce l’ho anch’io, una specie di frattale sul bicipite destro, e anche lei ben presto mi imitò, anche se non sapeva perché ridevo. Peppe ci guardava soffocando nello stomaco una risata implosa. Io ho la risata contagiosa, è un mio pregio, una specie di talento: ho capito che, oggi come oggi, quando fai una cosa non ci deve essere un motivo preciso, anzi puoi anche farla per finta, l’importante è essere molto convincenti.
“Luigi, Barbara Adragna. Barbara, Luigi… testa di brillante…” E rise beffardo, sempre con lo stomaco. Gli diedi un pugno proprio lì, allo stomaco. E lui, ancora col suo ghigno imploso, ma tossendo, bofonchiò: “calma, calma, Luigi, ehi…uhuhuhuh”
Da come l’abbracciava capii che voleva tenersela stretta, specialmente ora che lei rideva con me e che io, pur continuando a restare impalato come un minchione, ero contento che tutti mi vedessero con lei.
La figlia dell’assessore Adragna!
Giocammo a pallavolo. A ogni passaggio della palla i capelli biondi di Barbara esplodevano sopra la sua faccia abbronzata. Io sbagliavo apposta i passaggi e lei rideva.
Un corteggiamento tra dementi.

Tornai a casa con un insopportabile formicolio alle tempie.
Telefonai a Enrico. Mi rispose la voce afflitta della madre.
“Enrico è uscito. Vuoi che riferisca qualcosa?”
“…niente…niente…”
“Va bene.”
“…niente… anzi, dica che ho parlato con l’assessore, Enrico capirà…”
“Con l’assessore regionale?… l’assessore Adragna?”
“Sì.”
“Grazie, Luigi, grazie!”
“Prego”.
Buttai il telefono a terra. Mi sdraiai sul letto, sulle lenzuola fresche che mia madre aveva appena rassettato. Era stato sempre un piacere coricarmi a digerire i brodi caldi inghiottiti a cena. Lo scirocco diventava tiepido al tramonto. Pittoresco e buttano. Ma quella sera pensando al sole della giornata provavo solo ribrezzo. Dovetti trattenermi lo stomaco con una lunga apnea per evitare spiacevoli conseguenze al tappeto persiano di mia madre.

11 Responses to Brodo caldo

  1. Rina il 22 ottobre 2006 alle 19:08

    sembra che non si possa fare a meno di stare in questa spira, ma è proprio cosi?

  2. Rina il 22 ottobre 2006 alle 19:10

    quella non questa, scusa

  3. Nicolò La Rocca il 22 ottobre 2006 alle 19:25

    No, è peggio.

  4. Rina il 22 ottobre 2006 alle 19:33

    io son convinta che una “ferma volontà” possa dare la libertà interiore -in ogni situazione ambientale-

  5. Nicolò La Rocca il 22 ottobre 2006 alle 19:35

    Finché resta interiore è un lusso che ti puoi permettere.

  6. Rina il 22 ottobre 2006 alle 19:51

    Sugnu siciliana coma’ttia. E dunque comprendo, ma non accetto. -Noi- per primi dobbiamo avere il coraggio di far sì che sia inattaccabile la nostra identità personale.

  7. Nicolò La Rocca il 22 ottobre 2006 alle 19:59

    In che senso?

  8. Rina il 22 ottobre 2006 alle 20:03

    Non accettando -mai- compromessi, ‘giustificati’ dal fatto che l’ambiente li richiede. Seguire la propria linea di condotta, e che sia la nostra, e solo la nostra, coscienza a guidarci.

  9. missy il 22 ottobre 2006 alle 23:24

    Monsieur La Rocca,
    un bel pezzo, scritto benissimo…poi quello scirocco “buttano”, solo noi possiamo capire. Ti invidio per aver trovato definizione così perfetta, ché la senti a pelle come funziona bene e quanta storia c’è dentro.

  10. Al De Santis il 23 ottobre 2006 alle 10:11

    Nicolò, davvero un bel racconto.
    Mi ha fatto pensare, da non siciliano, a tutti i brodi caldi che ci tocca ogni passo inghiottire senza poterli digerire coricandosi al suono pensato dello scirocco buttano.

  11. Giuseppe Iannozzi il 23 ottobre 2006 alle 11:07

    Un racconto simpatico, sì.



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