A proposito di una triste puntata di “Porta a porta” dedicata al velo

27 ottobre 2006
Pubblicato da

di Francesco Longo

(Questo articolo è stato pubblicato sul Riformista il 25 ottobre 2006, ieri hanno replicato sullo stesso giornale Massimiliano Parente, Filippo La Porta e Dino Cofrancesco, oggi direttamente Bruno Vespa)

Durante la puntata di lunedì scorso di Porta a Porta si è assistito ad un triste spettacolo. La trasmissione è dedicata alle polemiche sul velo delle donne islamiche. Tra gli ospiti in studio (oltre la Santanché, la Pollastrini e Fouad Allam) c’è una ragazza con il velo. Ad un certo punto il tema del dibattito diventa la lapidazione, e Vespa chiede alla ragazza se per lei la lapidazione è «giusta o ingiusta». Sarah dice che è lì per parlare del velo e che preferisce non rispondere. Ma Vespa incalza: «Signorina, per lei è giusto o ingiusto che una donna che tradisce il marito sia uccisa con le pietre?». Sarah: «Preferisco non rispondere». E Vespa, con la faccia stupita, come se stesse chiedendo quanto fa due più due: «Le sto domandando se è giusto o ingiusto lapidare una donna». Sarah si rifiuta di rispondere. Vespa e tutti gli altri ospiti, e molti telespettatori, sono sbalorditi dalla elementarità della domanda e non riescono a credere che una risposta così facile come: «La lapidazione è sbagliata!», non esca da quella bocca.
Come si incontrano due civiltà se si procede così? Che significato può avere interrogare altre religioni o altre culture partendo da domande inadatte come «è giusto o ingiusto?» La nostra religione, e quindi parte della nostra cultura, si fonda su elementi del tutto irrazionali, illogici, ingiusti. Perché dunque pretendere dagli altri ragionamenti, coerenza, sillogismi? Anche il nostro libro sacro non è stato scritto da Aristotele né da Gottlob Frege, inutile negarlo.
Vorrei chiedere a Vespa: «Se una monaca di clausura entra in un monastero e non può più uscire, è giusto o ingiusto?». Vorrei chiedere a Vespa: «Gesù è venuto a dare il sangue per l’umanità, compreso Adolf Hitler. Per lei è giusto o ingiusto che Gesù sia morto in croce per Adolf Hitler?». Che senso ha porre questa domanda?
La religione cristiana si basa su eventi di dubbia razionalità (chi concepisce un figlio senza aver «conosciuto uomo», chi muore e poi ritorna in vita; chi compie esorcismi; chi si fa martire; chi fa voti di povertà e altro). Neanche la nostra religione, che pure ci porta a formulare domande simili, funziona secondo la dicotomia giusto/ingiusto: perché costringere gli altri a questo schema?
Il secondo veleno che circola durante la puntata di Porta a Porta è che le ragazze che portano il velo in realtà non lo fanno mai per libera scelta, anche qualora lo dicessero, ma sempre perché costrette. Come si può dimostrare questa “verità”? Tutti gli ospiti la dimostrano, semplicemente, affermandola.
Ma cosa diremmo se vedessimo donne islamiche sottoporsi alla chirurgia estetica? Non diremmo che qualcuno le costringe? Che diremmo se vedessimo donne rinunciare ad essere madri per i motivi più strani? Non diremmo che dietro c’è qualcuno che le sta plagiando? E il voto di castità dei seminaristi è una scelta libera? E i monasteri di clausura? È uguaglianza o disuguaglianza (questa è l’altra coppia di termini con cui la ragazza durante la puntata viene messa alle corde) che un prete possa confessare o dire messa e nessuna donna possa farlo?
Accettare, comprendere, dialogare con un’altra civiltà non può essere accettare solo ciò che dell’altra civiltà, alla fin fine, ci convince.E poi: è giusto o ingiusto mettere una ragazzina in minoranza in un salotto tv? Accerchiarla con domande impossibili come fanno i bulletti con le compagne di classe?

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89 Responses to A proposito di una triste puntata di “Porta a porta” dedicata al velo

  1. yw il 27 ottobre 2006 alle 10:12

    povero longo, poveretto chi lo ha postato, povero questo multiculturalismo scolastico, correttissimo come un grembiule anni sessanta

  2. orneore il 27 ottobre 2006 alle 10:38

    “Come si incontrano due civiltà se si procede così?”
    Ma le due civiltà non si possono incontrare, se una delle due pratica la lapidazione. Toglietevelo dalla testa.
    E poi: finché ci saranno tasti che non si possono toccare, quanto serve incontrarsi per discutere?
    Ad ogni modo, Vespa sapeva benissimo che quella domanda avrebbe messo in crisi l’interlocutrice, quindi l’ha posta in malafede.

  3. roberto il 27 ottobre 2006 alle 10:50

    A me quella Sarah lì puzzava di ragazzetta che si mette il velo tanto per darsi un tono, tipo studentesse della Cattolica targate dolce&gabbana che la domenica si fanno il segno della croce dopo i bagordi della sera prima e vanno a messa presto per non scontentare mammà.
    Voglio dire, una cosa è avere il coraggio di scappare di casa, abbandonare la famiglia, rinnegare il padre e la madre. Altra cosa è diventare la preferita di monsignor Hamza Piccardo: quando cresci nella bambagia come una puffetta coranica che ne sai di lapidazioni? Il posto che ti meriti è VespaAVespa. Nient’altro.

  4. nanook il 27 ottobre 2006 alle 11:08

    sono pienamente d’accordo con longo, e cercherò la risposta di vespa a quest’articolo, che mi incuriosisce non poco

  5. Marco Saya il 27 ottobre 2006 alle 11:21

    Ma alla fine è così necessaria questa integrazione che marcia con ritmi così lontani? a chi giova ,poi? All’occidente che oltre a imporre la democrazia tenta di esportare il modello “rifacimento-estetico-Santanchè”, novella eroina post-Oriana, come esempio di donna-decadente-del-post-capitalismo-liberata-solo-da-qualche-rughetta-che-cerc-qualche-votarello-in-più? La Santanchè disse: le donne islamiche portano il velo per nascondere le tumefazioni dalle botte dei mariti. Peccato che l’occidente, da recenti statistiche, meni le mogli a più non posso… e chi sono questi valenti maschietti? Al 60% avvocati,liberi professionisti, chi possiede un’alta scolarità, etc,etc, ohibò!

  6. marco v il 27 ottobre 2006 alle 11:40

    … sono d’accordo con Longo: è assurdo imporre dicotomie di una logica nostra come fosse quella naturale…
    però quella della lapidazione è una provocazione che può al contempo – come nel caso di Porta a Porta – essere stupida, ma anche colta, intensa.
    Dopotutto è uno degli episodi principali del Vangelo, quando si racconta che un profeta ebreo, 2 mila anni fa!, interruppe una lapidazione facendo proprio una “provocazione”, tanto semplice quanto affilata: «chi è senza peccato scagli la prima pietra».
    È difficile, per noi, resistere alla tentazione di opporre ad una civiltà che pretende di partecipare alla modernità un concetto fondamentale che ci accompagna da millenni (poi, ovviamente, è rimasto in tante occasioni inascoltato, ma questo è un altro problema) a cui loro non sono ancora arrivati.
    Venti secoli… son tanti.

  7. Baldrus il 27 ottobre 2006 alle 11:52

    Non sono d’accordo sul fatto che la diversità di culture, di religioni, tradizioni non possa prevedere regola sovraordinate, valide per noi occidentali ma anche per gli orientali, arabi ecc. Essere contrari alla pena di morte è una di queste regole – o principi – sovraordinate. Essere contrari alla lapidazione, o all’infibulazione delle bambine, combatterle, denunciarle, è non solo auspicabile, ma sacrosanto, e vale PER TUTTI.

    Poi sulla conduzione di Vespa, la sua malizia, è un’altra storia.

  8. roberto il 27 ottobre 2006 alle 12:10

    qui non si tratta di noi e di loro. Si tratta dei wahabiti, dei salafiti, dei risorti emirati talebani, delle Corti islamiche. Insomma, non è che “loro” sono fermi al VII secolo e non sono ancora arrivati alla ‘civiltà’. L’Islam non è mica una cosa sola. L’importante è stigmatizzare quelli che non ti fanno parlare, scrivere o disegnare, e magari ti vogliono pure lapidare. E’ una guerra dell’islam nell’islam. Noi che facciamo? Restiamo a guardare?

  9. Marco Saya il 27 ottobre 2006 alle 12:26

    @Roberto

    Sono totalmente d’accordo con te ma ci sono anche guerre dell’occidente nell’occidente. E noi, colonie derise, che facciamo? Stiamo a guardare.

  10. elogiodelleccedenza il 27 ottobre 2006 alle 13:26

    Vorrei postare un intervento su società di carisma e società di bacchettoni. Meno male che esiste l’antimodernismo Roberto. Meno male che ho il cognome arabo. Meno male che Cristian Raimo comincia ad essermi simpatico.

  11. elogiodelleccedenza il 27 ottobre 2006 alle 13:27

    Vorrei postare un intervento su società di carisma e società di bacchettoni. Meno male che esiste l’antimodernismo, Roberto. Meno male che ho il cognome arabo. Meno male che Cristian Raimo comincia ad essermi simpatico.

  12. AbatediTeheleme il 27 ottobre 2006 alle 13:33

    Hai ragione YW, questo politically correct sempre uguale a se stesso, decennio dopo decennio è agghiacciante.
    A parte Robert Hughes, se ne stanno accorgendo persino i francesi, il che è tutto dire…
    Mi accorgo adesso che è stato persino pubblicato sul riformista, ma pensa te…
    Va beh, diamo un’occhiata più da vicino alle argomentazioni del Longo.
    Cominciamo dall’unica valida, a mio vedere… si, forse non è il caso di mettere sotto fuoco incrociato una ragazzina, allo scopo di spingerla a condannare tutto il suo mondo davanti alle telecamere.
    Avesse Vespa questa fermezza, questa incisività, quando intervista i grandi boiardi di stato saremmo tutti più contenti di lui, credo.
    E adesso passiamo alle numerose tesi campate per aria.
    In primo luogo non tutte le vacche sono nere. Ovvero è impossibile mettere Vangelo e Corano sullo stesso piano.
    Per un’infinità di motivi che non citerò per esteso, sperando bastino tre esempi.
    Questo dice il Corano delle donne:
    Corano, An Nisa,34 : Gli uomini sono preposti alle donne, a causa della preferenza che Allah concede agli uni rispetto alle altre e perché spendono [per esse] i loro beni. Le [donne] virtuose sono le devote, che proteggono nel segreto quello che Allah ha preservato. Ammonite quelle di cui temete l’insubordinazione, lasciatele sole nei loro letti, battetele. Se poi vi obbediscono, non fate più nulla contro di esse. Allah è altissimo, grande.
    Se poi consideriamo gli Hadit, ecco qui due esempi.

    1) Sahih Al-Bukhar Hadith 1.301: Una volta, l’Apostolo di Allah andò a Musalla per offrire la preghiera o’Id-al-Adha o la preghiera Al-Fitr. Poi sulla via incontrò le donne e disse: “O, donne! Date l’elemosina, perché ho visto che la maggior parte degli abitanti dell’Inferno di Fuoco eravate voi.”
    Loro chiesero: “Perché, o Apostolo di Allah? ”
    Lui rispose: “Voi bestemmiate frequentemente e siete ingrate ai vostri mariti. Non ho visto nessuno più scarsamente dotato di intelligenza e di religione di voi. Un uomo cauto e sensibile potrebbe essere sviato da qualcuna di voi.”
    Le donne chiesero: “Oh Apostolo di Allah! Di cosa manchiamo nella nostra intelligenza e religione? ”
    Egli disse: “Non è forse vero che la testimonianza di due donne equivalga a quella di un sol uomo?”
    Loro risposero confermando.
    Egli disse: ” Ecco il difetto nella sua intelligenza: non è vero che una donna non può neanche pregare né digiunare durante il suo periodo mestruale?”
    Le donne risposero confermando.
    Egli disse: “Questo è il difetto nella sua religione.”
    N.d.R. da ciò deriva la conseguenza ultrateologica che nei tribunali arabi la testimonianza delle donne viene accolta solo se confermata da altra donna e se non c’è modo di presentarne una maschile.
    2) Sahih Al-Bukhari Hadith 1.490, Narrato da Aisha (moglie di Maometto):
    Le cose che annullano la preghiera erano menzionate alla mia presenza. Essi dissero, ” la preghiera è annullata da un cane, un asino e una donna (se questi passano davanti ad un gruppo di persone che stiano pregando).” Io dissi: ” Tu ci hai paragonate (a noi donne) ad asini e cani. O Allah![…]”.

    Come ultimo spunto utile, vi dico che tutte le spade del Profeta si conservano con grandissima venerazione in tutto l’Islam e rendono i luoghi in cui sono contenute dei sancta sanctorum. Il suo equivalente in occidente è la spina del Cristo. Insomma, una bella differenza…
    E’ di tutta evidenza che il paragone arditamente e scriteriatamente tentato dal Longo con la civiltà cristiana occidentale (la quale, nel bene e nel male, prende le mosse dal Vangelo) sia possibile invece con la Torah ebraica.
    Da li il profeta trasse ispirazione e da li vengono un insieme di norme, di cui la lapidazione dell’adultera e le regole di purità ed impurità sono tra gli esempi più caratteristici.
    Tale portato normativizzante dell’Islam, per quanto oggi possa sembrar strano, fu per le molteplici tribù che popolavano la penisola araba un notevole upgrading rispetto alla condizione precedente, che si allontanava di poco da quella caratteristica del neolitico.
    Il problema è che, avendo i seguaci di Maometto incardinato i dettami pratici all’interno delle scritture sacre, unica vera, imperitura fonte del volere divino, ne è derivata la impossibilità del superamento di quelle che erano concezioni evolute per il VII secolo ma che oggi sembrano a noi quel che sono. Altomedioevali.
    Mentre la maggior ricchezza di sfumature e di voci, presente nella Torah, unita alla sorte diaporetica del giudaismo ha permesso l’interpretazione evolutiva che fece e fa del popolo ebraico una delle molle dello sviluppo culturale, economico e tecnologico dell’occidente (senza perdere del tutto, peraltro, la componente integralista), il progressivo abbandono della matrice ellenistica da parte degli arabi, matrice che fu per secoli contraltare all’intransigenza delle Sure e della Sunna, anche a causa della sopraffazione operata ai loro danni dai turcomanni, veri uomini delle steppe, causò un progressivo cristallizzarsi della lettera del Corano.
    Il Vangelo invece, come è facile costatare, si limita a riferire episodi edificanti della vita del Messia, o suoi detti, privi di portata “pratica”, “normativa”, “sociale” o “igienica”, lasciando la determinazione di ciò al Cesare del momento, proponendo invece una visione del tutto spirituale ed astratta della vita terrena ed ultraterrena.
    Non ci dice con qual mano dobbiamo macellare i vitelli per esser puri, ma ci dice che chiunque si creda santo e giudichi gli altri è il primo peccatore. Fa una bella differenza, vero?
    Che poi l’istituzione Chiesa si sia comportata bassamente per secoli, che abbia tentato di tenere i popoli nell’oscurantismo, che abbia bruciato eretici ed avversari, che ancora nella seconda metà dell’Ottocento fosse leader in Europa nelle condanne a morte degli oppositori politici (davvero degna vicaria in terra del Dio del perdono e dell’amore), ), che ancora oggi cerchi, riuscendoci, di impedire agli italiani l’autodeterminazione, è un’altra storia. C’è differenza QUALITATIVA tra le tre rivelazioni. A Gottlob Frege non sarebbe sfuggita, caro Longo.
    Dalla clausura si esce e si usciva, la chirurgia estetica non è obbligatoria, i seminaristi sono liberi di inchiappettarsi e non, i preti sono uomini perchè uomini erano i discepoli e sinora si è conservata la tradizione.
    Non permettere da millenni la lapidazione dell’adultera non significa affatto ritenere donne ed uomini assolutamente uguali, ed è evidente che la Chiesa li ritenga diversi.
    Però siamo liberi di seguire i dettami del clero oppure no e siamo anche liberi di criticare apertamente il Vangelo e di negare la sua verità senza per questo essere ammazzati.
    Il problema di come acquistare gli islamici alla nostra visione libertaria, qualitativamente superiore fintantochè non proveranno a separare ciò che eterno da ciò che è transeunte nel loro credo o quantomeno a mostrarsi in merito capaci di critica storica e filologica, è un gran problema, forse il maggiore del nostro tempo.
    E la risposta risiede forse nel saper accettare la responsabilità che è propria a chi, magari, non è affatto più buono, ma di certo sa di più.
    Vale et ego.

  13. cheroba@email.it il 27 ottobre 2006 alle 13:43

    povera ragazzina velata. e ch epena che faceva. mi ricordava le figlie dei nazisiti costrette a visitare i lager dagli alleati e che cattivaccio quel vespa. il solito servo del regime. per fortuna che ci sono certi paesi dove nun c’è a televisione di reggime. dove ci sono culture altre. longo tu si che sei uno che capisce il mondo. solo visto che la sai così lunga ma perchè no te ne vai a vivere in quei pizzi. com’è bello essere relativisti e multiculturali, neè.

  14. georgia il 27 ottobre 2006 alle 13:52

    Baldrus, e dagliela con l’infibulazione:-): Non è pratica dell’islam tanto è vero che in asia non esiste. Baldrus cerca di essere originale se proprio non ti riesce di essere informato ;-)
    Idem per la lapidazione, che è barbara pratica pre-cristiana, e che non si può chiedere ad una ragazzina di discuterne.
    Vespa è un propagandista al servizio della propaganda in auge al momento;-)
    Non ho visto la trasmissione (perchè mi guardo bene dal guardare vespa) ma non dubito che sia stata indegna e ‘sta storia del velo mi ha proprio rotto, sarebbe meglio che vespa tornasse a discettare sul delitto di cogne.
    Hanna Arendt disse una volta Se mi attaccano come ebrea mi trovo costretta a difendermi come ebrea. E fino a quando non iniziarono gli attacchi vergognosi agli ebrei (compreso l’esimio padre gemelli presente anche in questa lista), Hanna non si era mai posta il problema dell’identità ebraica, era l’ultimo dei suoi pensieri anche se si sentiva ebrea e ne era felice.
    Lo stesso ragionamento vale oggi per i musulmani. Se li attacchiamo come tali, li costringiamo ad attaccarsi alla loro identità (e c’è una minoranza di integralisti da ambedue le parti che non aspettano altro per i loro fini guerrafondai interni e esterni) Li costringiamo proprio ad identificarsi tutti anche quelli che ne farebbero volentieri a meno. L’80% dei veli sono tornati in auge proprio per questo motivo cerchiamo di non costringerle (NOI) tutte a velarsi e a complicare ogni forma di integrazione spontanea (l’integrazione poi non è così necessaria per nessuno, io ad esempio non mi sono mai integrata anche se dovrei essere della sponda cristiana, e quindi della cosidetta maggioranza … e allora? vivo benissimo lo stesso, ANZI).
    Le uniche regole che valgono, che devono valere, sono quelle che provengono dalla nostra Costituzione (che va rispettata da tutti i residenti in loco): in italia non si può lapidare, ma si può portare il velo. Quindi Vespa pensi alla zia suora di berlusconi che è velata. E la santachè pensi alle sue mascherate giornaliere e faccia una legge per proibire ai motociclisti di girare a volto coperto.
    geo

  15. Lucio Angelini il 27 ottobre 2006 alle 14:03

    Per me il velo è una stronzata. Figuriamoci se ad Allah è mai potuto venire in mente di ***pretendere*** che le umane girino così sacrificate, soprattutto in Occidente, dove non ci sono né polvere, né zanzare malariche, né sole a picco, né tempeste di sabbia…
    Davvero l’uomo ne inventa (e ne attribuisce alla supposta Alterità, comunque la si chiami) di ogni colore. Trovo sia ora di smetterla di credere a ‘ste panzane, sorrette o meno che siano da tradizioni secolari. o addirittura millenarie. Cento colpi di spazzola e ‘vvia, piazza pulita.

  16. ILGOLPISTA il 27 ottobre 2006 alle 14:05

    scusa Francesco Longo ma sei stupido? mi spiace offendere, Porta a Porta è una trasmissione idiota ma il tuo intervento mi sembra perfino più stupido.

    Perché non si può chiedere a una persona se ritiene giusto che una adultera sia lapidata dato che alcuni suoi correligionari lo ritengono giusto per ragioni che essi ritengono appartenere alla loro religione?

    Cosa ci vuole a rispondere “si, lo ritengo ingiusto”?

    Una monaca di clausura è libera di uscire dal convento quando vuole, ovviamente rinuncia ad essere una monaca di clausura uscendo dal convento… in secoli (o anche decenni) passati si sarebbe potuto chiedere riguardo alle pressioni soffocanti della famiglia e della società che in alcuni casi obbligavano a una scelta del genere, ti sembra che sia questo oggi il caso nella nostra società?

    Un qualsiasi cristiano poi ti potrebbe facilmente rispondere alla domanda su Gesù e Hitler con relativa facilità e senza imbarazzi.

    Ottimo poi il sillogismo tutte le religioni contegono credenze irrazionali quindi se una di queste ti spinge lapidare donne non c’è niente di male. Degno di quel interessante incrocio tra Voltaire e Frege che sei.

    Giusto e ingiusto sono categorie che servono alla vita (e alla sopravvivenza) di qualsiasi società. Io ritengo che sia pericoloso convivere con gente che pensa sia giusto lapidare chicchessia. Non voglio mettere in galera nessuno per ciò che pensa, solo mi interessa sapere cosa pensa e sinceramente se pensa cose del genere cercare di trovare una soluzione a quello che potrebbe essere un problema sociale.

    Sinceramente non avrei mai pensato in vita mia di dover difendere Porta a porta ma qui ogni tanto si toccano livelli di stupidità veramente inauditi.

  17. Lucio Angelini il 27 ottobre 2006 alle 14:05

    P.S. Adoro de-solennizzare i dibattiti:- )

  18. domenico il 27 ottobre 2006 alle 14:39

    concordo con Giorgia quando dice che se il nostro rapportarci al modo isalmico si concretizza in atti ostili la loro risposta sarà solo una strenua difesa identitaria. riporto inoltre un’altro esempio dopo quello ricordato di Hanna Harendt: il grande maestro Janus Korzack(spero di aver scritto correttamente il suo nome), un laico che gli eventi, la terribile tirannia nazista nel ghetto di Varsavia, fecero diventare un ebreo orgoglioso della sua fede religiosa.

  19. roberto il 27 ottobre 2006 alle 14:47

    @abate
    commento meglio del post. Ma perché invece di ripubblicare il Riformista (e dico il Riformista) non ce lo facciamo noi un bel giornale di opinione?
    P.S. Le hai viste le foto del magazine del Corriere di ieri? Chissà che ne direbbe l’ultimo Scurati, sulle foto, il (bel) pezzo di d’Orrico e tutto l’ambaradan. (Secondo la mia morosa, al di là della camorra, Lui è proprio un gran figo. Dalla pelata alle scarpe da ginnastica. Figurati l’invidia. Elkann ci sguazzerebbe).

    @golpista
    si chiama Vespa A Vespa. Me l’ha detto la Marzullina, responsabile culturale delle reti Fininvest.

    @georgia
    Ma perché non si può chiedere a una ragazzina di discutere di lapidazione? Che cos’è, una troglostronza col riporto? E poi sarà pure una pratica pre-cristiana, ma l’hanno realizzata alla grande qualche settimana fa. E sembra che Ruini non c’entra niente!

    E il significato del Velo? Te lo devi mettere perché sei cresciuta e ti sono spuntate le tette e quindi sei carne fresca che potrebbe far scattare qualche tentazione. Hai capito che idea della donna cià sto maialone de’ Piccardo? Ma certi preferiscono prendersela con quella sciupacazzi della Santanchè. Naturalmente aspetto lumi anche sull’antimodernismo.

  20. domenico il 27 ottobre 2006 alle 14:54

    Hannah Arendt e Janus Korczak per la precisione

  21. AbatediTeheleme il 27 ottobre 2006 alle 14:59

    @ Roberto,
    L’idea del giornale è più che ok, visto dove siamo arrivati sicuramente non potremmo che migliorare l’offerta informativa esistente… l’importante, però, è esser pronti al martirio (dal dibattito precedente dovresti sapere come la penso .) )
    Si, ho visto, ho visto … e infatti ho aggiunto qualcosa in merito … poi dicono che uno non deve fare l’avvocato del diavolo! Nel caso estremo della tua ragazza – potenza della fama – ti rimando alla citazione dal Corano … quanno ce vò ce vò… :))))

  22. Isaia Ascoli il 27 ottobre 2006 alle 15:10

    Roberto, un po’ più di cura ai congiuntivi, mi raccomando…

  23. roberto il 27 ottobre 2006 alle 15:13

    ummammamia!

  24. georgia il 27 ottobre 2006 alle 15:49

    lui (roberto) per la precisione, alla discussione preferisce aggungere … un acca ;-)
    geo

  25. georgia il 27 ottobre 2006 alle 15:51

    scusa roberto, sono mortificata … era domenico

  26. georgia il 27 ottobre 2006 alle 15:51

    … ma vale anche per te ;-)

  27. il magnifico (e)rettore il 27 ottobre 2006 alle 16:14

    oddio, no, il votolone è vesucitato…aiutooooo!!!!

  28. il magnifico (e)rettore il 27 ottobre 2006 alle 16:23

    scusate signovi, è un evvove di postatuva, non vogliatemene. voi intanto fate finta di niente e continuate puve. pavdon.

  29. giannicola il 27 ottobre 2006 alle 16:57

    ultraquarantenne automunito militesente scambierebbe georgia così come si trova, buone condizioni, revisionata, con golpista per feste, comunioni, battesimi, matrmoni. gradita conoscenza delle più avanzate applicazioni di windows. tel

  30. hag reijk il 27 ottobre 2006 alle 17:34

    Continuo a ritenere che il problema non sia questa o quella religione, ma la religione per se. In ogni religione ci sono assurdità -ma neppure questo è il problema. Considerato che la felicità non è nel bagaglio genetico dell’uomo (potremmo citare il vecchio Monod) la sua ricerca in termini umani e ultraterreni risulta comprensibile si (e molti aiuta a vivere) ma anche culla di mostruosità varie nonché eventuali… Le guerre più atroci hanno sempre avuto una forte componente religiosa -siano le Crociate citate a non certo unico esempio; così come le “opere” della Santa (!) Inquisizione: trovare la colpa che si addica alla condanna. Le armi vengono sempre benedette e, perdonatemi, se più che ingiusta, assurda è la lapidazione (precedente a qualsiasi religione oggi in uso) -che cos’è questo benedirle? Non ricordo però di aver mai sentito porre questa domanda -ad un cattolico per esempio, magari delle alte gerarchie.
    Fatto è che queste trasmissioni (ma sinceramente perchè guardare Vespa? Non è già questa una lapidazione del cervello?) sono a tal punto preparate e dosate nelle domande, nella scenografia, nell’invito dei vari ospiti, nel volere sin dall’inizio andare a parare in un punto ben preciso e premeditato che mettersene a discutere è davvero (ma non vorrei passare per uno con la puzza sotto il naso) ozioso. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, chiede il credente al suo dio; e un bel nemico da odiare sopratutto, per potrelo ringraziare (il dio) di non essere come lui. Ho già più volte detto che trovo il velo ostentato inutile quanto il crocefisso in ogni aula o ufficio pubblico. Un buon tasso di laicità -ecco quel che ci difetta. A cui si cerca (Vespa docet) di rimediare con furbizia contadina. Un po’ come -murtandone il segno- chiedere ad un bimbo che le ha appena prese di santa ragione se vuole però ancora bene alla mamma… La grossa difficoltà è saltare la propria ombra. Siamo aperti si, ma col forcone in mano. Noi come loro. Ed in queste trincee non ci voglio scendere -per difetto di utilità
    .

  31. baldrus il 27 ottobre 2006 alle 20:40

    georgia, fammi capire, ne fate una questione di cortesia e di educazione: non sta bene chiedere certe cose perché qualcuno si potrebbe offendere. Sinceramente, questo aspetto non mi turba. Francesco Longo (e tu, credo, sei d’accordo) fa degli esempi non molto pertinenti: una suora di clausura non può essere trattenuta in un monastero contro la sua volontà, perché sarebbe sequestro di persona. Ma una donna uccisa a sassate non ha possibilità di difendersi mi pare. Quindi, le pratiche criminali in nome di religioni (non specialistiche? bene, spiegale tu georgia) vanno combattute e se possibile vietate, anche con la forza. Ti disturba che si parli di infibulazione. Te credo. Sembra che venga praticata persino in Italia! Qualcuno si offende? Che si offenda.

  32. georgia il 27 ottobre 2006 alle 20:41

    ferrara (tanto per cambiare fa una trasmissione sui musulmani (che se non ci fossero ferrara sarebbe disoccupato) e lo fa con arroganza con protervia come se fosse un esperto.
    Il titolo che appare in alto è: “Possiamo ridere dei mussulmani?”
    Ora a me l’argomento non interessa un tubo ma chi glielo va a dire a quel coglione che si scrive musulmani e non mussulmani?
    :-)))))))))))))))))))))))))))))))))

  33. baldrus il 27 ottobre 2006 alle 20:42

    Ho visto che l’esempio della monaca di clausura è stato ripreso anche da “il golpista”. Mi era sfuggito.

  34. baldrus il 27 ottobre 2006 alle 20:52

    hag, sono d’accordo con te, però bisogna anche considerare il fatto che le religioni sono state le giustificazioni teoriche – chiamiamole così – per le azioni dei potenti, dei re, degli imperatori: per le modifiche strutturali del Potere. Sarebbe potuta nascere la riforma protestante senza la volontà forte dei signori del Nord di sganciarsi dall’imperatore cattolico e riformare il nascente capitalismo dei banchieri, dei mercanti?

  35. missy il 27 ottobre 2006 alle 21:13

    Stucchevole, melodrammatico, falsissimo post (non sono mai stata dura io qui a NI quando ho commentato il pensiero altrui… ma davvero è rivoltante)!

    Una cosa è la figura di Bruno Vespa e del suo giornalismo, un’altra è La Donna, come valore universale.
    Non oso immaginare a quale cultura bieca e infame sia stata sottoposta quella ragazza per non poter esser in grado di esprimere un secco giusto ovvio incontrovertibile NO alla lapidazione!

    La verità è che non stiamo andando avanti. Qui siamo a difendere diritti conquistati a fatica anche contro la Chiesa da secoli e non facciamo un nuovo passo avanti sociale perchè adesso arrivano gli islamici e si torna indietro a discutere di lapidazione, infibulazione e velo.

    Sinceramente mi sono stancata di questo buonismo europeo a senso unico.

    Caro Longo, perchè non ti fai un giro a Riad?

  36. hag reijk il 27 ottobre 2006 alle 21:16

    Certo baldrus, non lo metto in discussione. Ma chi sta sotto, i non-potenti, i fregati d’ogni dì pensano che la religione sia una cosa che abbia davvero (nonostante tutto) a che vedere con la morale e la salvezza dell’anima. Certo che anche tra i musulmani c’è chi approfitta della religione (che nella società ha però un altro ruolo e peso che da noi) per imporre motivazioni d’ordine politico e di potere dunque -motivazioni quindi molto terrene . Ma allora non confondiamo le cose, smettiamola di discutere di veli e di lapidazioni quando il punto è altrove -nello sbilanciamento ancor più estremo prodotto dalla globalizzazione, dalla fobice sempre più aperta tra chi ha e chi non ha. Le religioni sono un elemento di speranza per chi non possiede nulla, per questo sono sempre state usate dai potenti. Ma anche noi occidentali in questo senso abbiamo un velo -che fingiamo di non avere- da togliere.

  37. missy il 27 ottobre 2006 alle 21:16

    Stucchevole, melodrammatico, falsissimo post (non sono mai stata dura io qui a NI quando ho commentato il pensiero altrui… ma davvero è rivoltante)!

    Una cosa è la figura di Bruno Vespa e del suo giornalismo, un’altra è La Donna, come valore universale.

    Non oso immaginare a quale cultura bieca e infame sia stata sottoposta quella povera ragazza per non poter esser in grado di esprimere un secco giusto ovvio incontrovertibile NO alla lapidazione!

    La verità è che non stiamo andando avanti. Qui siamo a difendere diritti conquistati a fatica anche contro la Chiesa da secoli e non facciamo un nuovo passo avanti sociale perchè adesso arrivano gli islamici e si torna indietro a discutere di lapidazione, infibulazione e velo.

    Sinceramente mi sono stancata di questo buonismo europeo a senso unico.

    Caro Longo, perchè non ti fai un giro a Riad?

  38. AbatediTeheleme il 27 ottobre 2006 alle 21:24

    @ Baldrus,
    nemmeno a me era sfuggita la svista monacale.
    La concezione della religione esclusivamente quale instrumentum regni è un pò riduttiva, anche se ovviamente ha la sua verità.

    @georgia,
    1)non per difendere quel panzone, cattivo pagatore peraltro, almeno mediatamente .) , ma mussulmano è antico lemma della lingua italiana, come da Garzanti…sai che l’innominabile ama fare il conservatore :)
    2) Fai attenzione, che stavi già condannando roberto al posto di domenico…. poi finisce che dai ragione ai saggi
    islamici degli hadit che ho citato :)))))))))))))))

    @hag reijk,
    come si fa a darti torto… comunque, se rileggessi il Vangelo (almeno uno dei tre sinottici, magari Matteo) sarebbe cosa buona e giusta.
    Puoi non credere che fosse Dio, ma di sicuro era molto molto meglio di Vespa. E pure di Longo. Forse anche di Saviano. Per non parlare di me.

    Vale et ego.

  39. hag reijk il 27 ottobre 2006 alle 22:35

    @AbatediTheheleme

    Confesso di averli letti, i Vangeli. Matteo è quello che mi è piaciuto di più. Sopratutto nella versione di J.S. Bach ;-)

  40. georgia il 27 ottobre 2006 alle 23:09

    Se se se … ora dagli dignità con il termine “antico lemma” ;-)
    certo si può dire mussulmano, molti lo dicono, perchè come spesso accade raddoppiano il termine colto, ma non è molto corretto scriverlo.
    Di solito usa il termine raddoppiato chi di musulmani non sa nulla ;-)
    Anch’io (e non solo io) dico, ad esempio, corrazza e spesso lo scrivo pure.
    La parola deriva da muslim, o meglio dall’antico persiano musliman (che è plurale di muslim) e non dovrebbe avere raddoppiamento, il raddoppiamento è avvenuto nel parlato e nel teatro popolare (e forse in epoche di grossi conflitti). Più che parola antiquata (anche se lo è) è parola scorretta, per lo meno se se ne vuole fare un uso serio, ferrara lo sa bene e forse … non l’ha usata a caso;-) è già tanto se non ha usato maomettano;-)
    Il termine corretto, che la televisione, dovrebbe seguire è musulmani.
    Ma cosa c’è di corretto alla televisione? Nulla neppure i congiuntivi ;-)
    geo

  41. Nota del traduttore il 27 ottobre 2006 alle 23:15

    “Per indicare il giudeo, si trova, nell’originale, il termine dispregiativo jidan. Data la deplorabile assenza, nella lingua italiana, di un vocabolo corrispondente al romeno jidan, siamo stati costretti a rendere il termine dispregiativo usato da Codreanu con gli incolori giudeo ed ebreo. (Sarebbe stato un tradimento ancor più grande nei confronti dell’originale usare il rispettoso vocabolo israelita, vocabolo adoperato costantemente nella I Edizione del libro).
    Tradurre jidan (o jidov) in francese sarebbe stato già più facile, data la presenza, nel lessico francese, di youtre e di youpin.
    Una volta Codreanu usa il termine tîrtan (voce dialettale moldava): invece di tradurre con ebreaccio, come fece il I traduttore, abbiamo preferito rispettare il significato di tîrtan, che vuol dire piattola. Per maggior comprensione del lettore, abbiamo tradotto piattola ebraica. Parimenti, il termine jidanime ci ha posto di fronte a un problema di non facile soluzione. Jidanime è la juverie dei Francesi, la juderia degli Spagnoli, la zsidòsàg degli Ungheresi, ma con l’aggiunta di una buona dose di disprezzo. Ci si perdoni quindi l’audacia, ma siamo stati costretti a coniare il neologismo giudeame.
    I Devoto, gli Anceschi e i Segre non ce ne vogliano.”
    [da Corneliu Z. Codreanu, “Guardia di Ferro”
    Edizioni di Ar, Padova, 1972 – Traduzione e cura di Claudio Mutti]

  42. roberto il 28 ottobre 2006 alle 09:29

    Viva Freccero.

  43. marco mantello il 28 ottobre 2006 alle 10:10

    Il limite dell’impostazione critica di Francesco (che nello specifico ovviamente condivido, visto che Bruno Vespa continua nella sue trasmissioni a riproporre il discutibile assunto per cui ‘dove c’é Cristo c’é più libertà’ -titolo fr al’altro di un articolo usicto ani fa sul riformista a firma di B. De Giovanni) è quello di non uscire del tutto dalla logica-Vespa del conflitto fra culture identificato come guerra fra religioni (infibulazione e lapidazione di donne in paesi islamici non equiparabili a clausura di suore o a foto di Hitler messe accanto a foto di gesù Cristo nei collegi austriaci dove studiavca T. Bernard negli anni ’30-’40 del ‘900). La mia impressione è che le obiezioni che andavano fatte da Francesco a quell’orribile scena di porta a porta, in cui il richiamo al c.s. valore comune (non uccidere le adultere) nascondeva intolleranza italica per identità diverse, dovevano essere di altro tenore: perchè Bruno Vespa è cristiano e al pari di George bush contravviene al ‘non uccidere’ essendo favorevole alla guerra? Perchè Bruno Vespa non propone di abolire l’uso della giacca e della cravatta nei luoghi di lavoro, che specularmente al velo/presunto simbolo di oppressione della donna costituisce un’indebita limitazione della libertà delle persone, ridotte a ‘funzionari’ di qualche multinazionale o del tg2, o peggio spersonalizzati nel nome di un estetica del lavoro più protestante che cattolica? Nel caso della giacca qualcuno penserà: uno la giacca e la cravatta la sceglie. E’ vero: come esistono molte donne mus(s)ulmane senz aburka che scelgono consapevolmente di portare il velo. In contesti polietnici o multiculturali, la politica del riconoscimento non passa a mio avviso attraverso la logica reazionaria del ‘meno peggio’ o dell’ ‘ugualmente aberrante’ (le stranezze o le aberrazioni di una cultura o di una religione comparate a quelle dell’altra per legittimare se stessi e il crocefisso nelle aule giudiziarie italiane), nè attraverso leggi che impongano il non uso del velo nelle scuole pubbliche (ha ragione Ricoeur: una ragazza musummana in una scuoal pubblica si confronta con gli altri al parti di tutti e deve esser emessa in condizione di togliersi o indossar eil velo, se ne è convinta in quel dato periodo della sua vita). Personalmente continuo a credere che le religioni contengano moltissimo oppio e che la cultura del mercato, associata in genere a discutibili modleli di ‘libertà di scelta’ (in cui le ‘sclete sono eterodeterminate e le libertà spesso futili) funzionalizzi il nostro modo di andare in giro per strada. Dovremmo uscire dalla logica della comparazione fra ‘culture’ o ‘religioni’ , che nell’attuale momento storico è utilizzata da gente come Vespa per fomentare l’intolleranza dei nipotini di Borghezio verso i rom e i musulmani negri che iscrivono i loro figli a scuola e non cantano Bianco Natale. I valori comuni su cui si fonda la convivenza democratica non sono altro che ‘discussione politica’, ‘uso pubblico della ragione’ o quant’altro. Lasicamo Vespa ronzare nel suo studio e proponiamo qualcosa di diverso dalla comaprazione fra culture/religioni orientata all’adesioen ai supposti valori più ‘razionali’ o ‘ragionevoli’ (la logica del meno peggio, appunto, che è sempre sinonimo di posizioni reazionarie, in quanto indetifica ‘senso comune’ e ‘buon senso’ in base a una supposta cultura di maggiornaza che dialoga con minoranze da integrare. Che parola orribile integrazione)

  44. roberto il 28 ottobre 2006 alle 10:32

    @marco mantello
    Caro Marco, ti seguo da molto tempo e apprezzo quello che scrivi e le tue idee. Sono d’accordo con l’evitare la logica della comparazione (anche se c’è kamikase e kamikase). Ma per favore, la cravatta no. Se no stiamo fermi ancora a “Mai come loro”.

  45. dorino & c il 28 ottobre 2006 alle 10:40

    tu guarda dove para il fenomeno*: se s’ha da scrivere musa o mussa!
    *da db

    sul tema butto giù qualcosa
    interpretare il corano, non dico da parte di un kafir, ma da parte di un buon musulmano qualsiasi, è patetico. L’arabo del corano rispetto all’arabo volgare è come per noi il latino. Nè esistono traduzioni in arabo volgare circolanti. La ragione è che la parola di allah non è traducenda, khalas!
    Per quanto riguarda il velo e altre questioni socioteologiche, nei paesi musulmani ci si rivolge dapprima a uno sheick, diciamo il curato, il quale anche se non mastica l’araborum, potrebbe avere qualche idea sul tema, diciamo per sentito dire. E’ probabile però che lo stesso sheick allarghi le braccia e indirizzi alla madrasa di al-azhar al cairo, centro mondiale di studi coranici.
    Nè la santanchè nè l’imam di segrate, nè la vespa teresa, nè i suoi ospiti reticenti perchè più consapevoli, hanno voce in capitolo.

  46. georgia il 28 ottobre 2006 alle 11:15

    la cosa interessante è che la fallaci ha usato sempre mussulmano con doppia esse. Stessa cosa su l’opinione e su la padania (non so se sempre ma certo spesso).
    I termini esistono ambedue ma solo uno è corretto e usato in ambito serio, come mai una scrittrice sceglie di usare la forma meno corretta?
    Nessun testo serio di storia riporterebbe mai la doppia esse ma sempre e rigorosamente solo il termine esatto con una s sola.
    Ora scarterei il fatto che a destra siano sempre e comunque più ignoranti (anche se sarei tentata di pensarlo) per credere invece che la doppia ss di ferrara non sia stata casuale, ma che la fallaci faccia scuola.

    @Roberto perchè dici kamikase?
    Ora a parte che è sbagliato anche kamkaze (perchè è giapponese) e semmai il termine giusto sarebbe shaid (non credo di averlo scritto corretto, manca un’acca come al solito), ma kamikase da dove viene?
    Non è che di questo passo presto dirai kamicasse, vero?
    Ma e a destra ora avete la fissa della “s” per caso;-)
    geo

  47. missy il 28 ottobre 2006 alle 12:05

    Cara Georgia, a sostegno dei fraintendimenti linguistici che giustamente rilevi, pensa che il toponimo Padania è stato inventato dalla Lega e prima non esisteva. Sull’argomento, ricordo un’ironica lezione del prof. Settis… sempre pronto -come sempre- a puntualizzare come stanno le cose.
    Però, come dici tu a proposito di Ferrara che adotta la Fallaci, basta che qualcuno inizi, e il fatto diventa realtà consolidata per tutti.
    Rimane il fatto che sia Terronia che Padania sono obiettivamente nomi brutti al suono e alla lettura e che Mussulmani sa tanto di isterismo con questa esse volutamente rimarcata.

  48. dorino & c il 28 ottobre 2006 alle 12:08

    siccome però il problema c’è, ed è politico, magari fosse solo quello di vestirsi come si vuole e piace, bisogna approfondire, io ci provo.
    Intanto, perchè il problema è politico? In generale, qualsiasi comunicazione o espressione, arrivo a dire vagito, di un musulmano in pubblico sono politici, cioè non sono mai disinteressati; l’obiettivo potendo essere personale, famigliare, tribale, nazionale, regionale o della umma, a breve,lungo e lunghissimo termine (secoli). Solo le tradizioni sono politico-esenti. Ma se il velo in un paese arabo è tradizione, il velo in italia/europa è politico.
    Io vedo un livello difensivo:
    personale: io sono io e non mi integrerò mai, se no perdo me stesso;
    di comunità: siamo in tanti, aiutiamoci a vicenda, fratello conta su di me
    un livello offensivo:
    più veli ci sono in giro e più i kafiri si cacano sotto; più forte è l’incoraggiamento alla jihad mondiale; più conversioni si promuovono; più in fretta i kafiri si abituano all’ ipoteca islamica sul futuro.

  49. Steve-O il 28 ottobre 2006 alle 12:32

    Che inutile Post quello di Longo

  50. marco mantello il 28 ottobre 2006 alle 12:44

    Ciao Roberto, il richiamo all’uso della giacca era ‘paradossale’, legato a doppio filo alla critica del ‘metodo Vespa’. Cercavo di dire che la logica delle ‘restrizioni interne’ a una certa ‘comunità’ non è riducibile alla questione del velo ma coinvolge potenzialmente qualsiasi ‘usanza’, religiosa e non. Ecco io non amo nè le forme di laicità imposte per legge (preferisco dialogare con una studentessa musulmana che porta il velo nelle scuole francesi ed esporle il mio punto di vista ‘laico’ sul tema della parità uomo-donna) nè le leggi non scritte che dominano le società civili occidentali, in cui si instaurano feroci meccanismi di ‘reazione passiva’ (parafrasando Gramsci e Cuoco) a danno di chi non le rispetta o non le percepisce come la ‘normalità’. Se uno pretende di andare a lavorare da McKinsey con i sandali francescani, non sono certo che mantenga il posto di lavoro. Ecco per me fra il ‘velo’ e la ‘giacca’, in questo senso, non esiste una differenza marcata, sia che si tratti di limitazioni della libertà individuale imposte dall’alto, sia che si tratti di scelte consapevoli dell’individuo, o di qualcosa che è percepito come talmente ‘normale’ in un dato contesto da non essere visto tout court come ‘restrizione’ alla libertà di chicchessia. Suppongo che nel modno esistano donne di religione islamica per le quali portare il velo è una semplice abitudine, al pari della giacca di Bruno Vespa alternanta alla lacoste nei periodi estivi. Alla fine sono questioni fesse, è vero, se non fosse che il dibattito sul velo in Italia nasconode spesso forme di intolleranza verso i ‘diversi’ (nei paesi musulmani, per le donne ‘costrette’ a burka o quant’altro, la questione non si pone allo stesso modo). Un saluto.

  51. dorino & c il 28 ottobre 2006 alle 13:30

    che inutili post tutti, eccetto il mio

  52. AbatediTeheleme il 28 ottobre 2006 alle 14:12

    @ Mantello,

    tendenzialmente la tua bisnonna portava la veletta e certamente copriva i capelli prima di entrare in Chiesa.
    Altrettanto sicuramente non usciva da sola nè fumava.
    Mentre tuo bisnonno indossava la giacca etc etc.
    Oggi tu continui a portare la giacca etc etc ma la novità è che la tua ragazza non porta la veletta, non si copre i capelli prima di entrare in chiesa (sempre che ci entri), esce anche da sola e fuma (se vuole).
    La tua obiezione in questo contesto, come vedi, non regge…perchè non è di omologazione che stiamo parlando (in tal caso sare più che d’accordo con te), ma di discriminazione nei diritti tra uomini e donne. Gravi discriminazioni, tali da consentire la poligamia maschile e la lapidazione dell’adultera. Discriminazioni di cui il velo, (riduzione del burqa) è il simbolo, un sinolo di materia e forma che non ha eguali.
    Ora io sono sbalordito di come una persona che scrive come tu scrivi possa lasciarsi sfuggire il senso vero del discorso.
    Spiegamelo perfavore, anzi spiegatemelo.
    Vale et ego.

  53. supremum il 28 ottobre 2006 alle 15:32

    ma che ci importerebbe se fosse solo una discriminazione da parte loro nei confronti delle donne loro, dimmi, simon mago

  54. gina il 28 ottobre 2006 alle 15:34

    da “Il rovescio del dominio” di SANDRO MEZZADRA
    (il manifesto,01/02/05)

    Dalla proibizione del sati nell’India del colonialismo inglese all’umanitarismo del presente globale, l’affilata “Critica della ragione postcoloniale” di Gayatri C. Spivak.

    …”Siamo intorno al 1820, nella regione di Sirmur, basso Himalaya. Sono anni decisivi per il consolidamento della presenza imperiale britannica in India: negli ultimi decenni del XVIII secolo una serie di interventi legislativi aveva modificato in profondità la struttura e le funzioni della East India Company, delineando un sistema di governo che sarebbe durato fino al grande “Ammutinamento”, la rivolta anti-britannica del 1857. Subito dopo, muovendo dall’esigenza di razionalizzare il sistema del prelievo fiscale, e in particolare l’imposta fondiaria, la Compagnia aveva finito per realizzare un intervento di ampia portata sulla definizione stessa delle figure sociali nelle campagne del Bengala, introducendovi un diritto proprietario modellato su quello inglese. Nel 1813, la dichiarazione di sovranità della Corona britannica sul territorio acquisito nel subcontinente, rappresentò anche formalmente un momento di stabilizzazione del dominio coloniale, mentre nel 1818 l’annessione dei territori dei marathi assicurò continuità territoriale a quello stesso dominio. Un anno prima, anche sotto il profilo culturale, l’uscita della monumentale History of British India di James Mill, il filosofo “radicale” che si era ben guardato dal mettere piede in Asia, aveva dato espressione a un significativo mutamento nell’atteggiamento britannico nei confronti dell’India: alla fascinazione per gli aspetti esotici dell'”Oriente” subentrava ora una schietta rivendicazione di superiorità culturale dell'”Occidente”, mentre il tema della “conquista” si ritirava sullo sfondo lasciando spazio ai problemi del governo, della “riforma” e della modernizzazione dei territori e delle popolazioni del subcontinente.
    È in questo contesto che ha luogo un episodio certo “minore” nella storia del colonialismo britannico in India. Torniamo a Sirmur, dunque: il Raja locale, Karam Prakash, viene deposto dai britannici in ragione della sua “barbarie” e “dissolutezza”. Vi sono buone ragioni per pensare che la principale prova a suo carico fosse il fatto che aveva la sifilide. La reggenza viene assegnata a un figlio minorenne del Raja, di cui viene riconosciuta come tutrice la regina (la Rani). Un bambino come reggente, posto sotto la tutela di una donna: una situazione ottimale per preparare la soluzione, a cui puntavano gli inglesi, di uno smembramento di Sirmur. A questo punto, però, avviene qualcosa di strano. Un funzionario britannico, il Capitano Birch, scrive al Residente a Dehli che la Rani, rimarcando che “la propria vita e quella del Raja sono una cosa sola”, gli ha comunicato la propria decisione di farsi ardere sulla pira funebre del marito alla morte di lui. Il Capitano chiede di essere autorizzato a intervenire nel modo più deciso per scongiurare il suicidio della Rani di Sirmur, coniugando opportunità politica e sincera riprovazione morale per un’usanza come il sacrificio rituale delle vedove: per quel sati su cui già nel decennio precedente erano divampate furiose politiche, che avevano coinvolto amministratori coloniali e sezioni delle elite autoctone, e che sarebbe stato dichiarato illegale dal governatore generale Lord Bentinck nel 1829, con il plauso di intellettuali indiani “illuminati” come Ram Mohan Roy. Gli archivi non riportano la conclusione della vicenda, ma pare che la Rani di Sirmur sia morta di morte naturale. Ora, vittime certamente di un pregiudizio “orientalista”, possiamo immaginare che la Rani di Sirmur fosse una donna schiva e riservata, di poche parole. Chissà come avrebbe reagito di fronte al vero e proprio profluvio di parole che l’ha investita negli ultimi vent’anni, dopo che nel 1985 Gayatri Chakravorty Spivak, una raffinata intellettuale indiana trasferitasi negli Usa, dove si era conquistata una discreta notorietà cimentandosi nell’ardua impresa di tradurre in inglese la Grammatologia di Derrida, pubblicò sulla sua storia un saggio sulla rivista “History and Theory”. Forse avrebbe tratto conforto dalla scoperta che tre anni dopo Spivak, in un altro articolo ormai celeberrimo, avrebbe portato a una provvisoria conclusione le riflessioni avviate proprio con la sua vicenda dando risposta negativa alla domanda se i subalterni (termine di cui la Rani non avrebbe certamente inteso il significato e che comunque difficilmente avrebbe pensato la riguardasse) “possono parlare”…..
    Costruendo i dispositivi del discorso coloniale britannico, del dibattito intellettuale indiano e del discorso braminico sul sati (ma trascurando, come le è stato obiettato dal citato Patrick Wolfe, l’apporto dell’eredità musulmana indiana) Spivak porta alla luce insospettate complicità testuali, e mostra brillantemente come l’intera discussione sull’argomento si sia fondata su (e abbia prodotto) una doppia esclusione della donna: mentre nella “tradizione” il sati era funzionale alla costruzione di un’immagine della “brava donna” dal segno profondamente patriarcale, i britannici costruirono la donna soltanto come oggetto del massacro di cui il suo corpo era la scena. Tra l’uno e l’altro polo, scrive Spivak, “è lo spazio della libera volontà, della agency del soggetto sessuato come femminile a essere efficacemente cancellato”.

  55. gina il 28 ottobre 2006 alle 15:36

    “Altri femminismi”, pensieri
    e pratiche alla prova del presente

    Anna Simone (da liberazione di venerdì)

    Un libro collettivo, a cura di Bertilotti, Galasso, Gissi, Lagorio della Società italiana delle storiche, offre un ampio quadro delle nuove teorie e del rapporto con i movimenti su temi come corpo, lavoro, islam, migrazioni

    Francia, 1838: Herculine Barbin si suicida. Nasce ermafrodito ma viene dichiarata femmina all’anagrafe. Conduce un’infanzia da bambina “sgraziata” rinchiusa in un istituto religioso femminile. Dopo vari accertamenti medici e giudiziari la società del suo tempo la riconosce come maschio e la obbliga a cambiare sesso legale e stato civile. Ma lei/lui non regge gli obblighi della norma eterosessuale, si sente soffocare da questa ingerenza continua sul suo corpo e si uccide. Michel Foucault ne curerà i bellissimi diari nel 1978 in Francia. Spostiamoci dall’altra parte del mondo.

    India, 1926: Bhubanesvari Bhadouri si impicca nella casa del padre. Ma lo fa durante le sue mestruazioni per evitare che le codificazioni “tradizionali” della sua società potessero imputarle una gravidanza avuta da una relazione extra-coniugale e quindi illegittima. In realtà lei si uccide perché era un’attivista clandestina del movimento indipendentista indiano a cui era stato chiesto di compiere un assassinio politico che lei, emotivamente, non era in grado di sostenere. Entrambi i suicidi, ripresi poi da Judith Butler e da Gayatri Spivak, non possono essere letti secondo la matrice “sacrificale” delle religioni monoteiste. Herculine, infatti, compie un “atto corporeo sovversivo” (Butler) perché lei era anche un lui che decide di non farsi banalmente tradurre in una lei assoluta o in un lui assoluto dalla norma eterosessuale. Bhubanesvari sa di essere subalterna al suo leader politico, subalterna ai dispositivi “tradizionali” della società indiana, subalterna al potere del padre. Lei non può parlare se non attraverso un gesto corporeo ultimo e finale che decide di compiere, appunto, durante le mestruazioni per lasciare almeno un segno sovversivo nel mare magnum della cecità interpretativa del suo mondo che l’avrebbe voluta solo “vittima” di un amore illegittimo.

    Questo intreccio tra fatti e parole, tra realtà e produzione teorica ci fornisce il quadro chiaro di una nuova posta in gioco politica dei femminismi contemporanei. Herculine, Bhubanesvari, Spivak e Butler sono qui a ribadirci che l’eccedenza, la trama intensa e appassionata che travolge i corpi, non può mai tradursi in un unicum interpretativo. Anzi, ci dicono con chiarezza inequivocabile che i conti non possono tornare quando a decidere cosa sono e cosa devono dire e fare i singoli corpi è sempre e solo l’ordine del discorso dei poteri codificati e consolidati. Compresi quelli ideologici più all’avanguardia.

    Ed è dentro questo intreccio di fatti e parole sovversive, dentro questo contesto filosofico-pratico contemporaneo che ha tradotto l’impossibilità della presa di parola diretta in una differenza possibile (sia pur ancora problematica) che “prende corpo” il volume collettaneo, appena edito dalla manifestolibri, Altri femminismi (a cura di Bertilotti, Galasso, Gissi, Lagorio, pp.159, euro 15). Un prendere corpo che rovescia qualsiasi “passione triste” della reductio ad unum dell’analisi politica, delle esperienze militanti dei movimenti lesbo-queer, transessuali, femministi, migranti, sex-worker, delle pratiche di contro-condotta, ma anche del rapporto sempre più visibile che intercorre tra femminilizzazione del lavoro, precarietà strutturale e sfruttamento del corpo femminile attraverso la reificazione del “lavoro di cura” inteso come nuovo mezzo di regolazione sociale ed economica. Il libro ha più matrici di lettura proprio perché raccoglie autrici e temi che si intersecano e, al contempo, si differenziano pur mantenendo salda l’esperienza felice di un confronto intergenerazionale franco e all’altezza dei grandi temi del presente: dalla biopolitica al lavoro, dalle soggettività che cambiano segno oltrepassando le codificazioni del sesso e dei generi alla de-vittimizzazione non acritica del lavoro sessuale, dal postfordismo alle reti di donne migranti, dal femminismo islamico alla lettura critica e problematica dell’infibulazione.

    Il volume genera tre piste di lettura ricomposte e tramate nella bella introduzione scritta dalle curatrici. La prima si misura esplicitamente con le nuances del cosiddetto terzo femminismo occidentale, del lesbismo prima e del lesbo-queer poi che ha creato non poche resistenze da parte del cosiddetto “femminismo storico” – come se il genere potesse essere letto sempre e solo all’interno della matrice eterosessuale e riproduttiva – (Liana Borghi); nonché la tematizzazione dei femminismi islamici e post-coloniali tesi a tradurre la parola negata delle “subalterne” in presa di parola possibile e contestualizzata, posizionata e situata all’interno di un contesto differente ma non per questo facilmente “colonizzabile” dai valori universalistici e illuministi a cui facciamo spesso riferimento (Ruba Salih). Una seconda pista di lettura si misura direttamente con il rapporto che intercorre tra l’indefinibilità di genere dei/delle transessuali e i dispositivi di sicurezza che operano secondo i criteri della norma eterosessuale. Belle e tragiche allo stesso tempo le pagine di Porpora Marcasciano su l’applicazione dell’art. 1 che rendeva e rende ancora “delinquenti abituali” i trans, soprattutto i maschi che si travestono da donne. La terza, invece, tiene assieme il postfordismo, il capitalismo cognitivo, la femminilizzazione del lavoro e la precarietà (Adriana Nannicini) con il lavoro dei/delle cosiddette sex-worker. Il saggio di Beatrice Busi evidenzia il nesso che intercorre tra lavoro sessuale, lavoro domestico (così come tematizzato dal gruppo delle femministe padovane negli anni ’70), lavoro di riproduzione e femminilizzazione globalizzata del lavoro. Questi mutamenti epocali portano Busi a sostenere la tesi del “patriarcato diffuso” (altro che fabbrica diffusa) che spostandosi dal privato al pubblico obbliga i nostri corpi a non essere poi tanto diversi dai corpi delle prostitute. Sempre disponibili, sempre efficienti, sempre sensuali, sempre accoglienti, sempre comprensive. Non è “sempre” questo che viene chiesto a chi deve fare la cameriera per pagarsi le tasse universitarie? Non è “sempre” questo che viene chiesto a chi muore dietro un telefono dei call center? E non è, infine, sempre questo che viene richiesto tra le pareti domestiche? Un contesto che ci chiede di diventare ciniche, di agire per rimozione e sostituzione come se i corpi fossero spersonalizzati, interscambiabili e seriali. Un contesto in cui non c’è più tempo per amare, giocare, ridere, parlare.

    Il problema del chi parla è ancora un nodo per nulla sciolto in tutti gli ambiti della sfera pubblica. Sciogliamolo accogliendo due proposte che ci vengono da questo libro: le soggettività si danno solo a partire dall’irriducibilità delle loro singole esperienze; è impensabile e riduttivo scindere le pratiche di libertà e le pratiche di contro-condotta dalle analisi sul lavoro vivo e sul capitalismo cognitivo. Un esercizio che né i libertari, né i marxisti hanno mai voluto praticare congiuntamente ma che risulta, ora più che mai, urgente.

  56. gina il 28 ottobre 2006 alle 15:37

    Dietro il velo

    di Lea Melandri (da liberazione del 18 ottobre)

    Il dibattito che ha fatto seguito al caso Hina, agli stupri avvenuti in agosto a Milano, alla ripresa di omicidi di donne in ambito famigliare, e infine ai casi di violenza sessuale denunciati pochi giorni fa a Roma, non poteva che percorrere la strada tortuosa dell’annodamento tra quello che oggi viene visto come “scontro di civiltà”, in particolare tra Islam e Occidente, e la guerra più antica, universalmente estesa, per quanto mai dichiarata, tra uomo e donna. Era altrettanto inevitabile che avrebbe finito per oscillare tra spiegazioni opposte: per alcuni, l’evidenza rimasta così a lungo invisibile di un dominio, come quello maschile, che attraversa la storia quasi senza variazioni significative di tempi e luoghi; per altri, il legame manifesto tra la violenza contro le donne e la rinascita di fondamentalismi religiosi, difese identitarie, bisogni di appartenenza.

    Il corpo femminile, la sessualità, sono l’ossessione di culture “arretrate”, di rigurgiti patriarcali, di pregiudizi antichi nascosti nelle pieghe della modernità, o non appartengono piuttosto ai fondamenti stessi dell’economia, della politica, dei poteri e dei saperi istituzionali, su cui si sono costruite le società umane sotto qualunque cielo? “Cristo e Maometto” è la semplificazione rozza, con cui si vorrebbe inglobare oggi il rapporto tra i sessi, in quella “campagna di cultura e di civiltà” che l’Occidente, “custode” dell’universalità dei diritti dell’uomo e del cittadino, è chiamato a “impostare e vincere, anche con il ricorso alla forza”, contro l’insorgenza di un Islam guerriero e dominatore” (Il Foglio, 21.8.06). Non è un caso che, a dispetto di cronache, Rapporti Onu, inchieste, denunce quotidiane, che descrivono la molteplicità tragica, agghiacciante, delle forme che prende la violenza contro le donne, si torni sempre riduttivamente, coattivamente, alla questione del “velo”.

    Che se ne discuta animosamente nei governi, nelle piazze del mondo, o che se ne impadroniscano gli stilisti per dare una coloritura esotica alla moda, che lo si enfatizzi fino a farne oggetto di leggi in alcuni Stati, o che si preferisca considerarlo alla stregua dei conflitti che attraversano da sempre tradizioni famigliari e comunitarie, il “velo islamico” è oggi l’immagine, o, se si preferisce, il simbolo più appropriato a rappresentare quel “confine”, “scontro” o “dialogo” , fra mondi che si vorrebbero chiusi, omogenei, con identità definite, valori propri e irriducibili. Come si spiega che un abbigliamento, sia pure discutibile per l’ombra di imposizione, razzista, patriarcale, che lo accompagna, diventi, come ha detto l’ex-ministro Straw, “una dichiarazione di separazione e diversità tanto visibile da mettere in pericolo l’armonia sociale”, o, per dirla con un altro noto esponente politico inglese, Gordon Brown, “parte di un discorso più vasto sulla diversità e l’integrazione, sulle responsabilità e i diritti di tutti coloro che vivono in Gran Bretagna”?

    In confronto a tanto clamore, il richiamo del Corano affinché le credenti abbassino i loro sguardi e siano caste, sfuma come un leggero velo di cipria.

    Sull’ombelico scoperto di Hina, nella foto che giornali e Tv hanno riportato con più insistenza, gli appartenenti a comunità musulmane in Italia vengono chiamati a misurare la loro maggiore o minore aderenza alla sensibilità, agli umori, ai comportamenti del Paese che li ospita, come se in quel rettangolo di pelle scoperta si fossero concentrati secoli di ribellione e di conquiste femminili di libertà. Forse è proprio in questo riduzionismo estremo –appiattimento di una realtà multiforme su un solo aspetto, su un registro unico- che va cercata la saldatura tra violenza maschile e “scontro di civiltà”. Classificare gli abitanti del pianeta sulla base di una identità unica, trasformare il mondo in una “federazione di religioni”, come se non esistesse un numero infinito di altre divisioni e affiliazioni, di classe, lingua, genere, professione, opinione politica, ecc. –scrive Amartya Sen (Identità e violenza, Laterza 2006)- è l’arte con cui gli “istigatori di violenza” costruiscono contrapposizioni immaginarie, destinate a trasformarsi con una rapidità sorprendente in guerre reali. Valga per tutti l’esempio dei Balcani.

    Gli “odi settari”, se incoraggiati, possono diffondersi in un lampo, l’identificazione con un gruppo di persone “può essere trasformata in un’arma potentissima per esercitare violenza su un altro gruppo”. Sono passati molti anni, e sono anche mutati, insieme al contesto economico e politico, i processi di settarizzazione a cui assistiamo oggi, ma la logica che li guida non è molto diversa da quella descritta da Elvio Fachinelli nel suo saggio Gruppo chiuso o gruppo aperto? (“Quaderni piacentini”, n.36, nov. 1968): “Il movimento di allontanamento dall’esterno, e quello di raccolta in un nucleo chiuso, nascono dalla stessa esigenza”, “il processo di differenziazione dagli estranei” è intimamente collegato a quello di una progressiva adeguazione a un’immagine di gruppo omogeneo perfettamente fuso nell’unità dei suoi membri”. Il richiamo a un “bene ideale” da difendere e proteggere è ciò che oggi nei Paesi europei, minacciati dall’eterogeneità crescente dei loro abitanti, va a costruire “valori”, “identità” che si vorrebbero “autoctone”, senza macchia e contaminazione, da imporre come modello universale di umanità.

    Ma se queste sono le logiche d’amore e morte, conservazione e distruzione, che da sempre sottostanno ai conflitti tra gruppi, popoli, culture, la domanda allora si sposta, si fa più radicale. “Quello che si fa fatica a capire –precisa Amartya Sen- è perché questa ricerca di unicità abbia tanto successo, considerando che si tratta di una tesi straordinariamente ingenua in un mondo in cui la pluralità di affiliazione è un fatto evidente”. Soprattutto –ma questo Amartya Sen non lo dice-, perché la cultura, e, nella cultura specificamente la religione, diventa sistema unico per classificare gli esseri umani? Nell’accezione ristretta con cui oggi si usa il termine “cultura”, riducendola a credo religiosi, tradizione, norme consuetudinarie, obblighi comunitari, è chiaro che ci si muove sul terreno che più è rimasto separato dalla politica, dalla vita pubblica e dalle sue istituzioni, pur essendone incluso. Riconoscersi una “pluralità di appartenenze” e poter scegliere a ragion veduta quale priorità dare di volta in volta all’una o all’altra, è la conquista di una libertà individuale che emerge con lentezza alla storia, e che, al contrario, può retrocedere con estrema rapidità.

    Le “identità precostituite”, tra cui prima fra tutte quella dell’appartenenza a un sesso o all’altro, affondano per l’appunto in quell’area di frontiera -tra biologia e storia, famiglia e società, sentimenti e ragione- che vede ancora il singolo amalgamato col gruppo, prigioniero delle “idee ricevute” insieme alla garanzia di sopravvivenza. E’ in questa vasta zona di esperienza, dentro cui gravitano vicende essenziali dell’umano, come la nascita, la sessualità, la malattia, la morte, che la religione ha il suo radicamento, anche se sempre più vacillante, conteso oggi dalle biotecnologie e dalla biopolitica, ma pur sempre rivendicato come “riserva” propria, come luogo di un ordine “naturale”, di “valori indiscutibili”, di cui la Chiesa, o le chiese, sarebbero depositarie.

    Anziché fissarsi sull’idea che “la religione si politicizza”, e gridare contro l’ingerenza clericale nelle scelte dei governi, si dovrebbe riconoscere che oggi la politica – e con essa i poteri forti che l’accompagnano, come l’economia, la scienza, la tecnica- comincia ad avvicinarsi alla sfera che è stata appannaggio del sacro, e che ci stiamo abituando a nominare genericamente come “vita”.

    Il pesante “velo” che ha chiuso metà del genere umano nelle case, nella funzione sessuale e riproduttiva, nella cura di bambini, anziani, malati, solo con fatica, estrema lentezza, resistenze di ogni sorta, affiora alla coscienza mostrandosi, una volta sfrondato dalle mille coperture -onore, pudore, protezione, cavalleria-, come il primo e il più duraturo modello di proprietà e di dominio.

    Se la “libertà di scegliere la propria identità agli occhi degli altri è sempre limitata”, quale maggiore semplificazione di quella che ha identificato le donne con una funzione biologica? Con o senza veli, protetta o esposta rispetto allo sguardo, al desiderio dell’uomo, la donna resta comunque prigioniera di un’identità precostituita fin dall’origine della specie, vincolata a quella cultura atavica che la vede essenzialmente e prioritariamente come corpo, puro o impuro, schiavo o liberato, sottomesso o trasgressivo, ma sempre e comunque corpo.

    Se la religione -e, confusi con essa pregiudizi antichi spacciati per “valori”- si va imponendo così aggressivamente come regolatore unico della convivenza tra popoli, gruppi, lingue, culture, è perché tra le comunità storiche di sesso maschile quella dei sacerdoti, e in generale dei rappresentanti di dio in terra, ha avuto, più di ogni altra, controllo dei corpi e accesso ai segreti del cuore femminile. Se è facile condannare la violenza manifesta contro le donne, non altrettanto vibrata ed esplicita è la protesta per il peso che vanno assumendo le autorità religiose in sostituzione della società civile, dei cittadini, dei loro legittimi rappresentanti, quando si tratta di questioni riguardanti la famiglia, la sessualità, la maternità, le convivenze, le libertà personali.

    A un’idea di “virilità” messa in crisi da profondi cambiamenti, in quella che ancora si vuol vedere come “natura” della donna, risponde l’arrogante, violenta affermazione dell’autorità maschile, con nessi evidenti tra la violenza che si consuma tra le mura domestiche e la prevaricazione che esercitano in ambito politico, giuridico, morale, i fondamentalisti e i comunitaristi di ogni specie.

    Se sul “velo” resta aperto un largo margine di dubbio, tra scelta e imposizione, molto più pericolosa è la maschilità che avanza oggi sulla scena pubblica, protettiva e insieme guerriera, oscillante tra “dialogo” e “scontro”, determinata, in entrambi i casi, a non lasciarsi sfuggire il dominio più antico della storia del mondo.
    (fine e ….sorry:)

  57. AbatediTeheleme il 28 ottobre 2006 alle 15:47

    Niente o poco ci importa, Supremum.
    Si tratta solo di aggiungere alle deroghe territoriali della Costituzione (intendo Napoli, Palermo, Catania, Bari, Oppido Mamertina etc.) delle nuove deroghe, questa volta personali, legate all’appartenenza etnica.
    Tornando così al Medioevo del diritto tanto ben descritto da Calasso.
    L’unica difficoltà sarà procurarci un rapidamente un castello, che nel medioevo del diritto, come ben si sa, era l’unica cosa decente per poter star tranquilli di tanto in tanto.
    Però la Geo nel maniero non la voglio… dire corrazza in tali frangenti sarebbe davvero pericoloso :))))

  58. marco mantello il 28 ottobre 2006 alle 16:12

    Ciao Abate
    Tanto per darti una descrizione stilizzata di me stesso, personalmente non sono religioso, voto rifondazione comunista, detesto la giacca e il suo valore simbolico, detesto la bigamia e la poligamia istituzionalizzate in riti religiosi e non (la giacca, in particoalre, l’ho indossata in tutto 17 volte da quando cammino con le mie zampe, ho 34 anni e ti assicuro che questa cosa, nella mia personale esperienza di ‘lavoro’ ovvero nel mio ‘piccolo’ mondo, l’ho pagata un po’). Quanto alle parentele, ho una nonna vivente di novant’anni devota alla madonna, credo fumi tutt’ora e al tempo votò monarchia. Mio bisnonno paterno era un bracciante calabro, probabilemnte ateo. La mia ex compagna non è battezzata e si è coperta le spalle con uno scialle durante un viaggio a Istanbul, per entrare in moschea. Detto questo e parlado più seriamente, è ovvio che nessuno qui sia a favore della lapidazione dell’adultera o dell’imposizione del ‘burka’. Del resto se Ratzinger legiferasse nel nostro paese, forse gli omosessuali si ritroverebbero obbligati per legge all’astinenza sessuale, non si discuterebbe nemmeno di quell’ibrido compromesso denomianto pacs per le coppie di fatto, non avremmo aborto, divorzio e ogni singolo embrione avrebbe un nome un cognome e un compleanno da festeggiare fino al suo scongelamento. -voglio dire: non è certo l’etica del vaticano in campo sessuale a garantire le libertà individuali che richiami nel tuo intervento. Tutte le religioni (lo ripeto utilizzando l’espressione ‘religione’ in senso ampio, come sinonimo di ‘verità rivelata, imposta a e/o condivisa da una ‘comunità’ o da una singola persona) contengono il loro quantitativo di oppio. Il mio intervento e in particolare il paradosso ‘velo’-‘giacca’ riguardava soprattutto il ‘metodo’ del confronto con le ‘diversità’, la necessità del ‘dialogo’ interculturale e la non riducibilità di quella vasta area del mondo in cui è diffuso il credo islamico (del resto presente anche in Europa e in Nord America) all’integralismo iraniano o talebano. Credo che ciò che denominiamo ‘medio-oriente’ sia un’entità culturale non monolitica e che abbia una storia leggermente più complessa del cervello di Bruno Vespa. In ‘medio oriente’ esiste anche una cultura laica, molto poco citata dai paladini del ‘cristianesimo uguale cultura occidentale’ modello Giuliano Ferrara o Gianfranco Fini. Quanto alla questione specifica del ‘velo’, il mio giudizio politico negatico sul valore discriminatorio che assume in alcuni contesti geografici o sulla carica simbolica di ‘sottomissione’/’ghettizzazione’ della donna connessa alla copertura del volto, tenderei ad affermarlo tramite il confronto democratico con gli interessati e non tramite ‘guerre di religione’ dirette a riproporre la scurrile identificazione fra ‘identità italiana’ e ‘cristianesimo’ (tieni conto che quando parlavo del ‘velo’ si stava discutendo del metodo-bruno vespa. Se in Iran le donne cominciano a manifestare in strada a viso comperto, sono idelamente al loro fianco, come credo che in altri paesi esistano donne che scelgono di portare il velo per mera ‘abitudine’ o quant’altro e non si sentono per questo ‘minorate’ ). Più in generale, resto convinto che nell’epoca in cui viviamo bisogna fare attenzione al modo in cui si utilizzano i temi della promozione della ‘democrazia’ e dei ‘diritti umani’ nel mondo, visto che uno degli argomenti culturali tipicamente neocon. a favore delle ultime guerre ‘occidentali’ in Medio-oriente, accanto all’assioma della lotta al terrorismo, è stato quello dell’esportazione della democrazia e dei diritti umani (è un modello discutibile di universalismo questo oppure no? Non credi che la ‘democrazia degli altri’, come la chiama Sen in un bel saggio, sia qualcosa che si realizza principlamente nella ‘storia’ delle popolazioni interessate, nei loro ‘conflitti’ e nelle loro eventuali ‘rivoluzioni?’ Altrimenti finiamo per legittimare guerre umanitarie e Gauntanamo nel nome dell’affermazione di ‘valori occidentali’ identificati apriorisiticamente come ‘raizonali’, ‘universali’, etc.). Insomma Bush alla vigilia della guerra in iraq ha dichiarato che dio gli era apparso: gli iraqueni hanno visto la luce, purtroppo. Perchè nella famigerata trasmissione di vespa nessuno gli ha chiesto se era d’accordo con Bush e come si conciliavano il comandamento del ‘non uccidere’ con un esercito di invasione? Probabile che Vespa avrebbe detto che Bush sbaglaiva a invocare dio, con quelle mani impastate e congiunte alla maniera come di chi si accinge alla preghiera. Un saluto

  59. marco mantello il 28 ottobre 2006 alle 16:12

    Ciao Abate
    Tanto per darti una descrizione stilizzata di me stesso, personalmente non sono religioso, voto rifondazione comunista, detesto la giacca e il suo valore simbolico, detesto la bigamia e la poligamia istituzionalizzate in riti religiosi e non (la giacca, in particoalre, l’ho indossata in tutto 17 volte da quando cammino con le mie zampe, ho 34 anni e ti assicuro che questa cosa, nella mia personale esperienza di ‘lavoro’ ovvero nel mio ‘piccolo’ mondo, l’ho pagata un po’). Quanto alle parentele, ho una nonna vivente di novant’anni devota alla madonna, credo fumi tutt’ora e al tempo votò monarchia. Mio bisnonno paterno era un bracciante calabro, probabilemnte ateo. La mia ex compagna non è battezzata e si è coperta le spalle con uno scialle durante un viaggio a Istanbul, per entrare in moschea. Detto questo e parlado più seriamente, è ovvio che nessuno qui sia a favore della lapidazione dell’adultera o dell’imposizione del ‘burka’. Del resto se Ratzinger legiferasse nel nostro paese, forse gli omosessuali si ritroverebbero obbligati per legge all’astinenza sessuale, non si discuterebbe nemmeno di quell’ibrido compromesso denomianto pacs per le coppie di fatto, non avremmo aborto, divorzio e ogni singolo embrione avrebbe un nome un cognome e un compleanno da festeggiare fino al suo scongelamento. -voglio dire: non è certo l’etica del vaticano in campo sessuale a garantire le libertà individuali che richiami nel tuo intervento. Tutte le religioni (lo ripeto utilizzando l’espressione ‘religione’ in senso ampio, come sinonimo di ‘verità rivelata, imposta a e/o condivisa da una ‘comunità’ o da una singola persona) contengono il loro quantitativo di oppio. Il mio intervento e in particolare il paradosso ‘velo’-‘giacca’ riguardava soprattutto il ‘metodo’ del confronto con le ‘diversità’, la necessità del ‘dialogo’ interculturale e la non riducibilità di quella vasta area del mondo in cui è diffuso il credo islamico (del resto presente anche in Europa e in Nord America) all’integralismo iraniano o talebano. Credo che ciò che denominiamo ‘medio-oriente’ sia un’entità culturale non monolitica e che abbia una storia leggermente più complessa del cervello di Bruno Vespa. In ‘medio oriente’ esiste anche una cultura laica, molto poco citata dai paladini del ‘cristianesimo uguale cultura occidentale’ modello Giuliano Ferrara o Gianfranco Fini. Quanto alla questione specifica del ‘velo’, il mio giudizio politico negatico sul valore discriminatorio che assume in alcuni contesti geografici o sulla carica simbolica di ‘sottomissione’/’ghettizzazione’ della donna connessa alla copertura del volto, tenderei ad affermarlo tramite il confronto democratico con gli interessati e non tramite ‘guerre di religione’ dirette a riproporre la scurrile identificazione fra ‘identità italiana’ e ‘cristianesimo’ (tieni conto che quando parlavo del ‘velo’ si stava discutendo del metodo-bruno vespa. Se in Iran le donne cominciano a manifestare in strada a viso comperto, sono idelamente al loro fianco, come credo che in altri paesi esistano donne che scelgono di portare il velo per mera ‘abitudine’ o quant’altro e non si sentono per questo ‘minorate’ ). Più in generale, resto convinto che nell’epoca in cui viviamo bisogna fare attenzione al modo in cui si utilizzano i temi della promozione della ‘democrazia’ e dei ‘diritti umani’ nel mondo, visto che uno degli argomenti culturali tipicamente neocon. a favore delle ultime guerre ‘occidentali’ in Medio-oriente, accanto all’assioma della lotta al terrorismo, è stato quello dell’esportazione della democrazia e dei diritti umani (è un modello discutibile di universalismo questo oppure no? Non credi che la ‘democrazia degli altri’, come la chiama Sen in un bel saggio, sia qualcosa che si realizza principlamente nella ‘storia’ delle popolazioni interessate, nei loro ‘conflitti’ e nelle loro eventuali ‘rivoluzioni?’ Altrimenti finiamo per legittimare guerre umanitarie e Gauntanamo nel nome dell’affermazione di ‘valori occidentali’ identificati apriorisiticamente come ‘raizonali’, ‘universali’, etc.). Insomma Bush alla vigilia della guerra in iraq ha dichiarato che dio gli era apparso: gli iraqueni hanno visto la luce, purtroppo. Perchè nella famigerata trasmissione di vespa nessuno gli ha chiesto se era d’accordo con Bush e come si conciliavano il comandamento del ‘non uccidere’ con un esercito di invasione? Probabile che Vespa avrebbe detto che Bush sbaglaiva a invocare dio, con quelle mani impastate e congiunte alla maniera di chi si accinge alla preghiera. Un saluto

  60. marco mantello il 28 ottobre 2006 alle 16:15

    Scusate ho ripsotato perchè alla fine avevo scritto ‘alla maniera come di chi’. Sucsate anche epr la dislessia.

  61. ossignoor koch-ai il 28 ottobre 2006 alle 16:26

    gina, il femminismo col velo musulmano c’entra come i cavoli a merenda,
    rileggiti i commenti di dorino & c che sono illuminanti

  62. gina il 28 ottobre 2006 alle 16:38

    aquila!:)

  63. supremum il 28 ottobre 2006 alle 16:50

    @ abate
    no, non faremo i castelli come nel medioevo, ma l’immagine è potente, hai capito il problema.
    La soluzione non è dietro l’angolo, ma mi aspetto che nei paesi d’origine dove è in auge ancora lo slogan “islam is the solution” si faccia strada la opinione che la ragione è l’unica soluzione, grazie alle ripetute zuccate contro il muro della storia.

  64. roberto il 28 ottobre 2006 alle 19:16

    @marco mantello
    L’importante è non lasciarla esclusivamente nelle mani della destra e dei conservatori, la battaglia per i diritti e delle idee. Il paragone del velo come stella gialla non è farina della Santanchè giacchè ne ha parlato Djavann, la scrittrice iraniana che vive in Francia. Ad ogni modo, lasciamo perdere pure il velo e le veline, tenendo conto che forse, alla fine dei conti, in una paese non troppo laicizzato come l’Italia, sarà più semplice ‘integrare’ altri foulard. Ma degli apostati perseguitati, costretti a cambiare identità, e infine raggiunti e uccisi, che ne facciamo? Li difendiamo o no? A oriente e a occidente?”Noi che godiamo della libertà di pensiero dobbiamo incoraggiare uno sguardo di ragione sull’islam”. Lo ha detto Ibn Warraq, pseudonimo dell’apostata ateo e iraniano che vive da qualche parte nell’Ohio. Meglio non dire dove.

    @georgia
    Dalla S alle SS.

  65. mai contenti il 28 ottobre 2006 alle 21:02

    velo come stella gialla è una sparata ispirata da chi vuole confondere le cose, infatti il velo può essere gettato alle ortiche, la stella no.
    C’ è chi teme i pogrom contro gli islamici come già per gli ebrei.
    Non ci sono segni in questo senso. Certo sta crescendo una insofferenza per l’arroganza inaudita di molti di questi soggetti, per motivi anche futili; la loro specialità è negare l’evidenza; avete mai avuto un incidente con ragione lampante, che so, un tamponamento, una precedenza non data, ecc?

  66. marco mantello il 28 ottobre 2006 alle 21:21

    Roberto
    sono perfettamente d’accordo con te, è importante non lasciare nelle mani della destra questi temi e gli apostati vanno difesi a qualsiasi latitudine. E’ anche importante, però, soprattutto nel nostro paese, non legittimare immagini trite e ritrite dell’ ‘islamico’, appiattite su integralismo e minaccia di terrorismo. Tanto per aggiungere altri ‘-ismi’, nelle mani della destra le ‘battaglie’ di cui parli sono spesso strumentali e rischiano di favorire razzismo, populismo, nazionalismo e comizi di lega nord e forza nuova dalle parti di Verona.

  67. renzo tramaglino il 28 ottobre 2006 alle 23:39

    Il solo fatto che tu possa considerare lega nord e forza nuova come giocatori di rilievo e dunque temibili nel panorama politico di oggi in italia/europa, mi conferma che è in atto un processo di decadenza del mondo metropolitano senza precedenti dalla caduta di roma

  68. ops il 28 ottobre 2006 alle 23:59

    Non vi farà piacere sapere a cosa mi fanno pensare le vostre osservazioni del Noi e loro. Mi fanno pensare a una leggenda metropolitana che una decina d’anni fa girava per i nostri uffici (mai letto niente sulla stampa, solo passaparola). Si parlava di stupri in una certa area della città a opera di extracomunitari (non erano tantissimi, ma dovevano essere cattivissimi) e si raccontava di una tipa in motorino che era rimasta bloccata e poi violentata da due ‘marocchini’ a cui aveva chiesto aiuto. In seguito si sono aggiunte altre versioni, una aveva anche vittime maschili.
    Per la prima volta sentivo dei colleghi maschi, italiani, incazzati contro gli stupri. L’incazzatura finiva sempre: vengono quì a violentare le nostre donne ( o uomini, per quelli che avevano altre mire più o meno consapevoli). Sembrava che questa Pura Penisola non avesse mai conosciuto la brutalità degli stupri prima dell’arrivo degli extracomunitari. Stufa di questi deliri ho chiesto apertamente perchè prima di questi fantomatici episodi non li avevo sentiti stramaledire gli stupratori nostrani. Tutt’al più in quei casi avevano azzardato una difesa dell’esuberanza del branco e ammiccamenti a vestiari striminziti vera sfida al sano testosterone. Pareva loro che l’episodio del Circeo e altri affini o meno gravi fossero stati commessi da extracomunitari e non da simpatici giovanotti nostrani?
    Sto ancora aspettando la risposta.
    Sia chiaro che il mio inconscio deve avere trovato in questi accostamenti solo lontane analogie, lungi da me la voglia di paragonare chiunque ai rozzi deliri di qualche collega.
    Intanto ricordo che E’ stato un colpo di culo essere nati in quest’epoca e in occidente. Perchè se solo guardate la vita delle donne in Italia prima della seconda guerra mondiale vi rendete conto che erano ancora a un passo da quelle di esseri senz’anima come furono per secoli e per santa romana chiesa. A chi non l’ha dimenticato ricordo che le attenuanti per il delitto d’onore sono state rimosse dalla nostra legislatura nei primi anni ’80 e che il reato di stupro è passato da reato contro la morale a reato contro la persona in tempi recenti e dopo infinite lotte.
    Per non parlare poi delle date (molto recenti) in cui alle donne fu ‘concesso’ di votare.
    Con questo non voglio certo giustificare chi difende la costrizione a vestire in un certo modo o l’infibulazione o leggi aberranti, voglio solo sottolineare che noi italiani da situazioni simili non siamo stati esenti e che per certi versi (crescente impossibilità di indipendenza economica femminile e altre regressioni di ‘costume’) rischiamo di ricascarci. Non è impossibile, con le leggi sul lavoro e sui diritti umani stiamo regredendo a pieno ritmo e senza che lo impongano religioni particolari se non quella (dominante) Economica e di PIL e di WTO, FMI e lobby varie dai produttori di armi e di tutti i Redditti in poi.
    Se non siete stati attenti vi ricordo che in Italia è stata proposta la dose minima di tortura, che gli USA hanno poi sdoganato ad uso e consumo delle Guantanamo globali. Ed è un processo in cui NOi, l’occidente Civile siamo da tempo impegnati. Con doppie legislazioni che rispettano (sempre di meno, vedi USA) i diritti degli ariani occidentali e se ne fregano di quelli del Resto del mondo, soprattutto se povero o di diversa religione.
    Passate una buona nottata.

  69. marco mantello il 29 ottobre 2006 alle 10:52

    L’intervento di Ops sul ‘doppio binario’ seguio dalle legislazioni ‘occidentali’ lo sottoscrivo, con l’aggiunta che il messaggio mediatico che spesso passa in televisione o sui giornali di fronte a stupri è la presunzione fino a prova contraria che possano essere coinvolti stranieri. Mi è rimasto impresso, su Repubblica, un titolo del mese scorso che suoanva più o meno così: ‘Ragazza trovata morta in casa. Il fidanzato era marocchino’. Sul tg regionale del Lazio gli sgomberi di rom o rumeni che abitano in baracche lungo il tevere sono stati definiti ‘operazioni di bonifica’.

    Renzo Tramaglino
    non ti sembra di essere un po’ snob? Forza nuova e Lega nord avranno anche relativamente pochi iscritti, ma la mentalità che si nasconde dietro quelle sigle, il modo di ragionare sulle ‘diversità’, il barricarsi dietro simboli come il crocefisso, il bisogno di ‘conservazione’ di una supposta ‘identità’, sono purtroppo molto più diffusi di quello che pensi. Nella realtà ogni tanto questo sottobosco di merda sfocia in accoltellamenti, percosse a danno di ‘clandestini’ sbronzi (anche da parte delle forze dell’ordine), o bar di ‘stranieri’ bruciati, come è accaduto di recente nelle periferie romane.

  70. AbatediTeheleme il 29 ottobre 2006 alle 11:47

    @Mantello, Roberto, Supremum

    In realtà per me ha già risposto più che bene Roberto… nel mio primo post, quando azzardavo una differenza “qualitativa”, molto politically uncorrect, tra l’occidente ed alcune conglomerazioni etnico culturali, non intendevo assolutamente dire che le nostre plutocrazie ipocrite rappresentassero la fine della storia alla Fukuyama (che cretino quello li…), bensì che solo qui, sic et nunc, sembra possibile esprimere un parere dissonante senza incorrere in pene capitali e solo qui la ragione ogni tanto pare trovar posto. Non tutto il posto che merita, come ricorda Supremum, ma certamente più che durante la festa dell’Ashura, in cui centinaia di migliaia di persone si prendono a spadate, chiodate, bastonate sulla testa e sulle braccia, sanguinando tutto il di in ricordo della colpa capitale di aver fatto fuori L’Imam Ali, consaguineo di Maometto. Cerimonia oceanica di cui in Sitria ho avuto la sfortuna di vedere un filmato amatoriale completo.
    Certo, al sud ci sono le processioni con Madonne che pesano quintali e penitenti che camminano incappucciati e scalzi tutta la notte, retaggi di approcci culturali non troppo dissimili… come dice Roberto l’Italia non è certo laica …. nonostante tutto la differenza è evidente.
    La democrazia non può essere certo resa attraente e credibile lanciando le bombe in testa ai beduini, soprattutto se fino al giorno prima si sosteneva il dittatore del posto… essa è figlia di processi storici peculiari a ciascun popolo…però credo che la responsabilità di spezzare una lancia per chi tra quelle popolazioni prova a scuotere gioghi millennari o di difendere i valori liberali almeno sul nostro territorio, dimostrando che il fulmine di Allah non è detto colpisca più spesso le non velate, credo che la abbiamo tutta. Anche dall’alto delle nostre straordinarie capacità mediatiche.
    Il che non implica assolutamente il lavaggio del cervello, ma un lavoro costante ed intellettualmente onesto di persuasione senza repressione, nella consapevolezza che i risultati li vedranno solo i nostri nipoti. Forse.

    @ Ops

    Ok, ritengo che lo stupro non sia più gradevole se chi lo fa abbia i documenti italiani o meno,…resta però ovvio che se in Italia è difficile avere una soddisfacente vita sessuale anche per i cittadini maschi caucasidi integrati, immagina come siano messi gli extracomunitari senza documenti di soggiorno, che non parlano la lingua italiana e sono senza una lira ed un tetto.
    Di conseguenza è ovvio che la maggioranza assoluta degli stupri nelle strade sia commessa da loro.
    Da qui l’avversione popolare.
    Più che l’Abatedi theleme stavolta ho fatto Monsieur de Lapalisse :)))

  71. AbatediTeheleme il 29 ottobre 2006 alle 11:50

    -Corrige: La SITRIA non è un luogo dello spirito, tipo il Wessex, e nemmeno una sperduta regione ai confini del Gobi o la replica moderna del regno del Presto Gianni… è solo un refuso per SIRIA. Perdonatemi.
    Vale et ego.

  72. supremum il 29 ottobre 2006 alle 12:14

    abate, ti leggo sempre con interesse
    vorrei precisare che nell’islam chi si flagella sono gli shiti, che rappresentano

  73. supremum il 29 ottobre 2006 alle 12:16

    che rappresentano

  74. supremum il 29 ottobre 2006 alle 12:17
  75. supremum il 29 ottobre 2006 alle 12:23

    rinuncio
    provo ancora con un altro testo:

    strano, in siria, trattandosi di sciti, forse erano hezbollah?

  76. supremum il 29 ottobre 2006 alle 12:31

    gli sciti hanno il senso di colpa come noi, si flagellano perchè non avrebbero aiutato Husayn, figlio di Ali, in una certa battaglia fatale per Husayn.
    Questo aspetto ce li rende più vicini a noi dei sunniti. Ci fidiamo più degli iraniani, insomma, anche se si baloccano con la bomba

  77. AbatediTeheleme il 29 ottobre 2006 alle 12:32

    @ Supremum

    Certo, son gli Sciiti che piangono il tredicesimo Imam che un giorno tornerà …. mah, sai, la Siria è un bel rompicapo etnico religioso, esoterico direi quasi, è difficile davvero orientarsi … c’è un’elite sciita … io comunque ero li per un servizio (abortito) sull’architettura religiosa romano-siriaca … ogni altra domanda sull’argomento via mail .)
    Grazie per l’interesse.

  78. ops il 29 ottobre 2006 alle 12:52

    Non so quanti extracomuniari voi conosciate, io ho la fortuna di conoscerne diversi. Se dovessero stuprare in base alla solitudine anche sessuale (non ignota anche a molti italiani ambosessi)in cui vivono, sarebbe una strage quotidiana, se dovessero incattivirsi in proporzione a quello che subiscono (non solo loro, ma anche le fasce più deboli italiane) sarebbe un macello.
    Credo che un immaginario del tipo Noi e loro cresca soprattutto in assenza di contatti e relazioni vere. Mi capita costantemente di sentire dei discorsi sulla pericolosità di questo e quello e assistere ai dialoghi di signore infiocchettate che ce l’hanno col mondo anche se votano centro sinistra e se la fanno coi preti. A questa gente mi capita di augurare di incontrare veramente della gente così aggressiva, spietata folle come sono usi dipingere chi ha il colore della pelle diverse o semplicemente l’assenza del conto in banca. Ed è proprio quest’ultimo il discrimine maggiore. Conosco infatti palestinesi musulmani perfettamente integrati e ad alto reddito (medici, insegnanti, professionisti), integrati anche in virtù del loro status. Conosco invece gente dell’est, cristiana, bianca, poverissima sospettata delle peggiori intenzioni in virtù della propria miseria. Lì sta il vero problema. Nessuno infatti protesta al cospetto dell’emiro e delle sue ventidue mogli che viaggiano in limousine e alloggiano nei migliori alberghi. Vengono guardati con ammirazione, invidia e qualche soubrette nostrana ci ricava pure soldi e qualche gioiello. Quelli vanno bene, non puzzano, non sporcano e, soprattutto, pagano (bene) tutta la tolleranza e le opinioni positive possibili. D’altronde anche l’equivalente degli emiri in casa nostra segue la medesima strada fino a farci credere, a noi poveretti (io almeno lo sono), che dobbiamo difendere questo mondo e soprattutto le sue strutture economiche con i loro prvilegi.
    Proprio quì volevo arrivare, a dire che quello che ci fa paura non sono le religioni o le infibulazioni o gli stupri, ci fa paura la miseria.
    L’erosione progressiva dei nostri diritti e delle nostre menti si associa all’erosione progressiva di un ‘benessere economico diffuso’ e anzichè affrontare queste strutture di merda rivendicando i nostri diritti abdichiamo a una guerra tra poveri basata su pretesti che fino al giorno prima abbiamo preferito ignorare.
    I nostri emiri sono contenti, ci hanno venduto il sogno della ricchezza anche se abbiamo le pezze al culo e oggi i più disposti a difendere i loro aumenti di reddito a scapito della miseria globale siamo proprio noi, quelli che vogliono fare guerra a una parte di mondo perchè di altra religione (e parlo anche dei nostri equivalenti maomettani o atei).
    Bene, continuiamo a discutere di velo e altro poi contempliamo le Pupe (in altri tempi si sarebbero fatti bivacchi di protesta) e i coglioni (con cultura da treccani e pronti per l’ennesimo quiz, anche su questo in altri tempi si sarebbe discusso) e rilassiamoci in attesa che i conflitti siano maturi, poi, armi in spalla, andiamo ad ammazzare e a farci ammazzare, per la gloria e il giubilo di qualche lobby.
    Quello che scrivo potrebbe sembrare un delirio, ma prima di chiudere (per qualche tempo visto che devo partire) vi invito a parlare con gli extracomunitari sia con quelli ufficiali che con quelli clandestini. Non dimenticate gli sfigati di casa nostra, quelli senza casa, lavoro, prospettive. Vedrete che ad avere relazioni e scambi le cose possono assumere altri toni di colore.
    Se poi per un breve periodo volete anche provare a fare la loro vita (in strada, al freddo o in fabbrica sottopagati o a raccogliere primizie nei campi), prego, accomodatevi, potreste scoprire delle cose veramente interessanti, istruttive, l’equivalente di una galassia sconosciuta e parallela.
    Fate qualche piccolo esperimento che non sia la lettura delle cronache giornalistiche o la chiacchera da bar, please.

  79. AbatediTeheleme il 29 ottobre 2006 alle 12:56

    Beh Supremum, non solo motivi di feeling ontologico .)
    Mi spiego meglio… i sunniti non hanno un Papa, gli sciiti si.
    Non ti sembra abbastanza perchè il Vaticano, che muove tanta parte della nostra politica interna ed estera, li guardi con affetto? .)
    E che qualche affinità tra Iraniani ed italiani in effetti ci sia, mutatis mutandis?
    Vale et ego.

  80. roberto il 29 ottobre 2006 alle 13:13

    @ops
    “Nessuno infatti protesta al cospetto dell’emiro e delle sue ventidue mogli che viaggiano in limousine e alloggiano nei migliori alberghi”.
    E’ interessante notare che siano proprio gli idealisti della Casa Bianca, democratici come Perle e conservatori come Frum, a sostenere che prima della guerra in Iraq fosse necessario spezzare la schiena ai reucci di Riad e separare l’Arabia Saudita in due stati, controllando i pozzi di petrolio e abbandonando quei sessisti autocrati dei Saud al loro destino.

  81. AbatediTeheleme il 29 ottobre 2006 alle 13:24

    @ ops,
    mi auguro che l’invito non sia rivolto a me. Non parlo certo degli extracomunitari come di insetti curiosi sotto la mia lente, ne conosco più che a sufficienza per aver diritto ad una vita sana ed equilibrata .)
    Molti di loro hanno enormi problemi ad adattarsi nel nostro paese proprio a causa del rapporto con le donne, oltre che al resto.
    Ovviamente i problemi sono centuplicati se invece dello studente palestinese di medicina a Firenze consideriamo il nigeriano clandestino manovale che vive nelle nebbie di Sala Baganza.
    Ciò detto, resta che la logica e le statistiche ci dicono una certa tipologia di violenze esser ormai appannaggio quasi esclusivo di non italiani.
    Evidentemente il nostro concittadino povero, disoccupato e tossico (più di me), derelitto della società, quando va in bici a mignotte, coi soldi della pensione del nonno, non viene rifiutato. Molti stranieri si.
    Vale et ego.

  82. ops il 29 ottobre 2006 alle 13:27

    roberto Says:
    E’ interessante notare che siano proprio gli idealisti della Casa Bianca, democratici come Perle e conservatori come Frum, a sostenere che prima della guerra in Iraq fosse necessario spezzare la schiena ai reucci di Riad e separare l’Arabia Saudita in due stati, controllando i pozzi di petrolio e abbandonando quei sessisti autocrati dei Saud al loro destino.

    come dire lo scontro tra due clan rivali per il controllo della ricchezza e del territorio. Gomorra docet. Quei meccanismi che Saviano descrive bene alle porte di Napoli sono spesso gli stessi che muovono chi ci governa e governa l’economia, nè più nè meno. Solo che chi li subisce (noi tutti con velo o senza velo) ci improvvisiamo (o ci accontentiamo) di ragioni Altre o di altri capri espiatori.

  83. cadmio il 29 ottobre 2006 alle 19:43

    Longo è un microcosmo in cui si riflette l’universo intero: la grande storia, con il suo ultimo drammatico episodio di “Porta a Porta”, il salotto dell’approfondimento politico, culturale e non solo. Longo ha ragione ha dire che non bisogna lasciar correre questo episodio, sarebbe un errore che danneggerebbe il calcio in generale. Approvo il presidente!

  84. roberto il 30 ottobre 2006 alle 00:37

    @abate”
    “La democrazia non può essere certo resa attraente e credibile lanciando le bombe in testa ai beduini, soprattutto se fino al giorno prima si sosteneva il dittatore del posto…”

    @ops
    “come dire lo scontro tra due clan rivali per il controllo della ricchezza e del territorio”

    PRIMA DELLA SCONFITTA
    Il generale americano Casey ha dichiarato che la preparazione delle forze di sicurezza irachene è completata al 75% ma, un paio di settimane fa, un reparto della polizia è stato sciolto quando si è scoperto che truppa e ufficiali, nel tempo libero, erano uno squadrone della morte sciita che terrorizzava la comunità sunnita. Secondo il generale americano Caldwell è già pronto il “re-training” dei miliziani col distintivo.

    In Afghanistan, L’International Security Assistance Force (Isaf) della Nato ha assunto il comando generale delle operazioni, ma secondo il comandante supremo dell’Alleanza Atlantica, John Jones: “Siamo impegnati nei combattimenti più furiosi dal 1949, da quando la Nato stessa è stata fondata”. Dopo il bombardamento dell’Isaf nel distretto del Panjwayi, a Kandahar – un tragico ‘errore’ della coalizione, costato la vita a decine di vittime civili – è scattata la ritorsione talebana: i kamikaze ormai operano in team, si sono lanciati contro un minibus provocando altre 14 vittime tra i civili. Karzai aveva chiesto ai fratelli della comunità islamica di tornare a Kabul per salvare la democrazia afgana. Dopo la strage provocata dall’Isaf, il presidente si è detto pronto a trattare con il mullah Omar.

    Gli Stati Uniti non hanno “legioni” sufficienti a tenere in piedi un Impero. Il motto di Rumsfeld è “less is more”. Come ha scritto il Professor Niall Ferguson, della Harvard University, la guerra è servita all’amministrazione Bush per fare lobbyng e per governare la politica interna, “sottoforma di lotta interna degli apparati burocratici e di manipolazione dell’elettorato”. E nonostante i proclami patriottici, e la spinta idealistica dopo l’11/9, sta arrivando il momento del disimpegno. Gli Stati Uniti non sono come gli inglesi del secolo scorso. Sono un paese di immigrazione, che non è fatto di pionieri pronti a colonizzare i paesi ‘liberati’. In Iraq ci sono solo 140.000 militari americani, lo stesso numero di truppe inviate dagli inglesi negli anni ’20, quando la popolazione irachena era un decimo di quella di oggi. Il generale Casey non fa altro che chiedere truppe fresche a Washington. Bush ha promesso rinforzi che tardano ad arrivare.

    Prima della sconfitta dei conservatori americani alle elezioni del Congresso, prima della ‘balcanizzazione’ dell’Iraq, prima che il paese sia smembrato su base etnica, la strategia americana dovrebbe tendere a ‘normalizzare’ la situazione nei paesi occupati. Il ritiro potrebbe essere guidato dalla nuova maggioranza democratica, ma dobbiamo sapere che i Clinton e le nuove stelle del partito non cambierebbero granché rispetto alla politica estera di Bush. A criticare l’alleanza tra gli Stati Uniti e Israele ormai sono rimaste le estreme: la sinistra rosso-verde e il variegato mondo dei radicali americani, ma anche la destra più xenofoba e protezionista.

    In Iraq si potrebbe patteggiare un cessate il fuoco con la ‘resistenza’ sunnita, una ‘riabilitazione’ dei quadri ex-baathisti in vista di una prossima amnistia. Insomma, cooptare gli ambienti politico-militari del vecchio establishment all’interno nel nuovo meccanismo parlamentare. Vanno in questo senso alcune ‘confortanti’ dichiarazioni dell’ambasciatore americano Khalilzad, rivolte al governo Maliki. Il governo iracheno deve darsi una ‘tabella di marcia’ della pacificazione nazionale, per isolare ed emarginare il terrorismo quaidista, il nucleo duro del wahabismo-salafita foraggiato dai sauditi.

    In fondo anche i jihadisti hanno un cuore. Lo sceicco Abu Ussama al-Iraqi avrebbe chiesto a Osama Bin Laden di contrastare le azioni di Al Quaida in Iraq: non giovano alla causa della ‘resistenza’ le esplosioni avvenute nelle scuole, negli ospedali, nelle case di musulmani, gli omicidi degli imam e le esecuzioni sommarie dei compagni. Ce ne fossero di al-Iraqi.

    Il governo Maliki, a sua volta, dovrebbe garantire, diffondere e tutelare la legalità. Un paio di giorni fa è venuta fuori una storia di mazzette e corruzione che ha coinvolto i dirigenti del ministero della difesa iracheno, 500 milioni di dollari destinati a combattere la guerriglia sono spariti nella tasche dei politici locali. Anche gli americani non scherzano: Ayham al-Samarrai, ex ministro dell’energia nel governo di Iyad Allawi, è stato condannato a due anni di carcere per malversazione e sottrazione di fondi pubblici. Ma i Marines che lo hanno preso in consegna invece di portarlo in galera lo hanno scortato nell’ambasciata degli Stati Uniti. Finalmente al sicuro, al-Samarrai si è tolto le manette e ha chiesto asilo politico.

    In Afghanistan gli emiri Talebani sono in rimonta e vengono riforniti di truppe fresche che arrivano dai diversi fronti della leva jihadista: Iraq, Arabia Saudita, Yemen, le comunità nordafricane di Algeria, Marocco ed Egitto, i giovani immigrati reclutati dagli imam itineranti nei paesi europei. Nel Waziristan, il papavero è tornato a conciliarsi con la Sharia: nel 2005 la produzione di oppio è raddoppiata toccando quota 6.100 tonnellate. Ai tempi degli Emirati Talebani, la droga era considerata un tabù, un “commercio antislamico e immorale” come il sesso e la musica. Oggi che i talebani devono finanziare la guerriglia intorno a Kabul professano una nuovo, ispirato revisionismo tossico.

    Le basi talebane in Pakistan pullulano di martiri pronti a immolarsi. Perpetuare uno scontro frontale, alla lunga, finirà col destabilizzare anche il governo di Islamabad. Hameed Gul, il direttore dei servizi segreti pakistani, si è difeso a modo suo dall’accusa di aver collaborato con il mullah Omar: “Preghiamo per il successo dei Talebani”. Autodifesa che suona ancora più strana quando vengono scoperti un paio di missili piazzati nel giardino del parlamento, a mezzo miglio di distanza dal palazzo del presidente Musharraf, che aveva appena sconfessato il capo dei servizi. Che succederebbe se gli emiri talebani che infiltrano l’Isi mettessero le mani sull’atomica pakistana?

    Se le vacillanti democrazie irachena e afgana non dovessero sopravvivere alla guerra civile, e ‘l’esportazione’ si rivelasse un totale fallimento, allora, in ultima analisi, sarebbe meglio una giunta militare, sul modello turco o pachistano, per ‘riportare l’ordine’, interrompere le violenze anche con la forza, evitare la deriva integralista su base religiosa. Meglio i generali che condannare un paese a sparire dalla Storia (curdi al nord, sunniti al centro, sciiti del sud annessi all’Iran, Baghdad come il Muro di Berlino).

    In Iraq ci sono gli eredi di quelle famiglie di militari, spesso sunniti, che hanno combattuto nell’esercito inglese all’epoca del mandato di Sua Maestà nella regione. Potrebbero essere coinvolte nella prossima conferenza di pace. Blair ha confermato l’impegno inglese per la sicurezza della regione.

  85. Desert Orchid il 30 ottobre 2006 alle 16:32

    bip-bip-bip-
    sip-sip-sip-
    tregua tregua tregua
    pace pace pace
    non ammorbateci non ammorbateci non ammorbateci più di tanto
    bip-bip-bip
    sip sip sip

  86. Desert Orchid il 30 ottobre 2006 alle 16:35

    la mettete l’ora legale,
    o mi faccio un altra sega?

  87. RAMELLA.ORG il 31 ottobre 2006 alle 16:09

    Le donne dimenticate dalla Santanchè…

    Con le sue ripetute esternazioni televisive sul velo islamico che “non è mai simbolo di libertà” – e grazie all’involontaria e provvidenziale complicità dell’imam della moschea di Segrate, Ali Abu Shwaima – Daniela Santanchè si è conqu…

  88. M M il 20 gennaio 2007 alle 16:43

    A parte l’articolo di Longo che è immerso di una valanga di stupidate della quale non mi fermo ad elencare, il nodo cruciale è l’impossibilità d’integrazione di quelle “civiltà” che contrastano con i nostri valori e con i nostri diritti, da questo punto di vista non ci può essere alcun dialogo produttivo e credo che nella puntata sia evidente tutto ciò.



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