Putin e l’eredità staliniana

27 ottobre 2006
Pubblicato da

di Alessandro Leogrande

Questo articolo è uscito su Lo Straniero n. 62/63, agosto/settembre 2005

Anna Politkovskaja, inviata speciale della moscovita “Novaja Gazeta”, ha scritto il suo ultimo libro, La Russia di Putin, per un pubblico occidentale. Il dettagliato resoconto del regime putiniano, che esce ora in edizione rivista e ampliata per Adelphi, è già stato pubblicato in Gran Bretagna nel 2004, ma l’originale russo è ancora inedito nel suo paese. Per un semplice motivo: così come ai tempi di Breznev, non sarebbe possibile mandarlo in libreria, dal momento che la libertà di stampa è seriamente compromessa in quello che è, come si diceva un tempo, il paese più esteso del pianeta, la settima parte del globo terrestre. Altro che democrazia: la Russia di Putin è retta da un’oligarchia militare-terroristico-mafiosa, da un reticolato di poteri che lega il centro alle province, le province al centro, in un rapporto di reciproco do ut des tra l’ex-tenente colonnello del Kgb insediatosi al Cremlino e i suoi molti emuli disseminati nel paese.
Anna Politkovskaja è una giornalista seria e impegnata. In Italia è già uscito, presso Fandango, il suo Cecenia. Il disonore russo (2003) e, come qualcuno ricorderà, per la profonda conoscenza che ha maturato dell’orrore ceceno, è stata coinvolta nelle due più gravi vicende di terrorismo (e antiterrorismo) accadute negli ultimi anni: la strage del teatro Dubrovka di Mosca, la mattanza di Beslan. Nel primo caso ha accettato, contro il volere dei servizi segreti, di trattare con i terroristi la liberazione degli ostaggi. Nel secondo caso, in volo verso l’Ossezia nel momento in cui 1.500 bambini, donne e uomini erano sequestrati, è stata misteriosamente avvelenata.
Con molto pudore, nelle quasi trecento pagine di La Russia di Putin, la Politkovskaja non allude mai a queste vicende “private”. Ciò che analizza è invece lo stretto rapporto all’insegna dell’autoritarismo che lega le vicende cecene a un’involuzione politica più generale che coinvolge tutti i russi, e non solo i “neri”, i caucasici: “Non sono un oppositore politico, sono solo una cittadina russa. Una moscovita quarantacinquenne che ha potuto osservare l’Unione sovietica all’apice della sua putrefazione comunista, negli anni settanta e ottanta del secolo scorso, e non vuole ricascarci.”
Ma la Russia di Putin vi sta ricascando a gran velocità. Sono impressionanti le pagine che la giornalista dedica all’impunità di cui godono gli ufficiali russi, ai loro efferati crimini, all’inferno delle caserme (soldati e sottufficiali seviziati, violentati, “suicidati”, mandati a morire…), ai processi farsa contro i ceceni, tutti indistintamente terroristi.
In Russia non esiste più una macchina giudiziaria indipendente: quando non è nelle mani dei militari, è sotto il controllo delle mafie. In un caso o nell’altro, che si tratti di processi di guerra o di pace, il risultato è lo stesso: la Politkovskaja racconta storiacce che sembrano risalire dal sottosuolo degli anni trenta, dalla purghe staliniane. Dichiarazioni estorte tramite tortura, violenze sui detenuti, omicidi impuniti, carriere di oppositori distrutte dall’oggi al domani, la corruzione come unica regola.
Non è la democrazia che sta degenerando, è lo stalinismo che non è mai morto. Mai come oggi in Russia comanda la burocrazia: gruppi di potere che provengono, come Putin, dall’ex Kgb (oggi Fsb), dalla nomenklatura sovietica, e che si fanno nuovi mediatori tra la politica e un nuovo capitalismo selvaggio nato dall’occupazione mafiosa delle ex industrie e miniere di Stato. Straordinario è il capitolo che la giornalista dedica al rapporto tra mafia e politica negli Urali: a Ekaterinburg regna una cupola di gangster, politici ed ex-007, saldamente in contatto con Mosca, che ha al proprio servizio i tribunali, l’esercito, la polizia, perfino le unità speciali dell’antimafia. Perché, per chi non lo sapesse, è la mafia, in Russia, a nominare i vertici dell’antimafia.
Mafia e antimafia, terrorismo e antiterrorismo: la Russia di Putin è stretta tra queste due coppie di opposti che sovente si scambiano i ruoli, i volti, le strategie… come nell’ultimo capitolo della Fattoria degli animali, quando tra uomini e maiali non c’è più alcuna differenza, gli unici sembrano gli altri e viceversa.
La Russia di Putin è un buco nero di violenze, corruzione e razzismo, una cancrena che ha nel suo epicentro il conflitto ceceno: è da lì che nasce lo strapotere dell’esercito, il consenso di Putin, l’imbarbarimento della vita civile. Ma la cancrena è ormai incurabile; se c’è una lezione da trarre dalle stragi del teatro Dubrovka e di Beslan è che la strategia di Putin segue una logica ineccepibile: le vite dei civili (fossero anche centinaia, fossero anche dei bambini innocenti) sono il prezzo da pagare sull’altare degli interessi dello Stato; niente deve intaccare la contrapposizione tra terrorismo e antiterrorismo. Per cui niente trattative, nessun negoziato, eliminazione capillare dei moderati, dei mediatori, del cuscinetto di mezzo, sia questo rappresentato dai ceceni come Maschadov (ucciso dai servizi segreti nel 2005), sia questo rappresentato dalle associazioni in difesa per i diritti civili o da politici d’opposizione come Cerepkov (fatto saltare su una bomba a Vladivostok). Così il deserto di Putin è popolato da falchi e da squali che, come è noto, finiscono per scambiarsi sovente i ruoli o per stringere tra loro incredibili alleanze.
(Negli stessi giorni di La Russia di Putin è uscito in Italia un altro libro che si confronta lucidamente con il conflitto ceceno: Le torri di pietra. Storie dalla Cecenia, edito da Bruno Mondadori. L’autore è il giornalista-scrittore Wojciech Jagielski, una delle migliori penne polacche: con stile kapucinskiano si addentra tra le file delle guerriglie caucasiche, ricomponendo il quadro del genocidio e analizzando le degenerazioni della guerriglia di Shamil Basaev. Jagielski e la Politkovskaja si fanno portatori di un altro giornalismo, che non ha paura di confrontarsi con il potere, la censura, la guerra e che accetta la sfida di piani narrativi più complessi, che fondono reportage e inchiesta, pamphlet e racconto. Sono voci d’Oriente spesso più mature e profonde di quelle dei colleghi dell’Europa occidentale, troppo schiacciati dalle regole, tutte di mercato, del reportage mordi-e-fuggi.)
Ma dal libro della Politkovskaja (come da un altro recente bellissimo libro di Svetlana Aleksievic, Incantati dalla morte, e/o), si ricavano anche terribili notizie sugli sconfitti, sui vinti, su chi non ce l’ha fatta a sopravvivere al durissimo decennio post-1991, al blocco dell’economia, alla recessione, allo sfaldamento dello Stato, alla fame nera, all’assenza di prospettive. Un dato scioccante su tutti: “È stato calcolato che quasi il cinquanta per cento dei ragazzi e delle ragazze nati tra il 1978 e il 1982 siano morti di overdose a metà degli anni novanta.”
Allora si capisce che la decisione di scrivere per gli occidentali non è motivata solo dalla censura in patria, ma da un obiettivo ben preciso: far capire che l’inferno è molto più tetro di come possa apparire, che il puzzo di morte non può essere mascherato a lungo. Putin è un macellaio, ma è stato accolto nel G8 e il suo principale sponsor e amico in Occidente è Silvio Berlusconi: difficile dimenticare le immagini televisive che li ritraggono insieme in Costa Smeralda circondati da bodyguard (Putin in t-shirt nera, il Cavaliere a torso nudo). In Italia cala pressoché sistematicamente un velo di disinteresse sul disastro ceceno, sul comportamento criminale delle unità antiterrorismo nel teatro Dubrovka e a Beslan, sulla connivenza con la mafia, sulle venature neostaliniste della politica putiniana.
Questo merdaio sembra non riguardarci, il genocidio ceceno e il disastro russo non scatenano indignazioni condivise, eppure il reportage della Politkovskaja ci ricorda che il silenzio è una colpa: c’è il silenzio delle opposizioni russe nei confronti dello zar, c’è il silenzio delle opposizioni italiane nei confronti di un governo complice della sua politica. Tra tutte le nuove destre che si sono affacciate sulla scena mondiale, quella incarnata da Putin, la peggiore, è anche la meno criticata.

4 Responses to Putin e l’eredità staliniana

  1. AbatediTeheleme il 27 ottobre 2006 alle 14:45

    Alessandro, caro concittadino, ciò che scrivi è inoppugnabile. Solo Pannella si è recato ai funerali della Politkovskaja, dando prova del tipico coraggio che, nel bene e nel male, lo contraddistingue. Unico italiano ed europeo, pensateci bene.

    Terribile anche la notizia riguardante le morti per overdose…la percentuale è calcolata sull’ex U.R.S.S. , sulla Russia attuale o sulla Cecenia?

    A parte tutto, Speriamo almeno che in Italia l’antimafia non venga nominata dalla mafia…
    Vale et ego.

  2. claudio il 27 ottobre 2006 alle 17:00

    ..c’è il silenzio dei vari “Centri sociali” di sinistra, movimenti No-global ecc. che non ho mai sentito muoversi contro le schifezze Russe.. è così difficile capire che Putin non è il figlio di Marx ed Engels? Vorrei capire, forse perdo dei pezzi?

  3. Giuseppe Iannozzi il 27 ottobre 2006 alle 18:33

    Per me Putin è rimane un figlio del comunismo capitalista e non del solo “capitalismo”: insomma un vero e proprio mostro. Come Stalin. Tra i due non saprei dire proprio chi peggiore. Due putrefazioni, due cancheri, due mostri per uguale morte. :-(((

  4. enricodelea il 28 ottobre 2006 alle 11:44

    Alla fine, nel bailamme del “luogocomunismo” imperante (“sì, sì Putin sarà un po’ autoritario, ma perbacco è anche un democratico amico dell’Occidente…”), come negli anni Trenta sono sparute minoranze che denunciano la barbarie che avanza. Penso, all’epoca, a Salvemini che, unico, al Congresso internazionale degli scrittori del 1933, nell’indifferenza generale, denunciava congiuntamente i crimini di Mussolini e di Stalin…



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