Terra! Zu’ vs Peppe Lanzetta

28 ottobre 2006
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Dialogo tra Monica Zunica e Peppe Lanzetta
Napoli. Piazza Dante, le sei del pomeriggio. È l’ora in cui devo incontrare Peppe Lanzetta per una intervista. Al telefono, prima di vederci, mi aveva chiesto quale sarebbe stato l’argomento della nostra chiacchierata. Gli ho detto che avremmo parlato del rapporto che c’è tra scrittura e territorio. Quando mi vede arrivare mi sorride e, da lontano, mi mostra una copia di Repubblica piegata in due.
Mi avvicino e mi fa leggere la notizia in prima pagina: Napoli, volo cancellato per rapina.
Lanzetta stringe ancora il giornale e poi mi dice: Te lo dico da adesso. È difficile parlare di territorio quando questo territorio fa così male.
Ci facciamo uno sguardo e comincio con le mie domande.

Questa chiacchiera apparirà sul blog Nazione Indiana. Tu che rapporto hai con questo modo di fare comunicazione?

Zero a zero. Ho litigato con la tecnologia. Sono un uomo di penna. Da pochissimo ho imparato a inviare gli sms con il telefonino ma sono ancora lontano dall’essere al passo con i tempi. Scrivo ancora su una Olivetti. Voglio raccontarti un episodio: l’altro giorno si è rotta la macchina da scrivere, allora la infilo in una busta e la porto a riparare. Nel negozio mi hanno guardato stralunati chiedendomi che ci facevo con quella ‘cosa’ quando avrei potuto utilizzare un computer. Il fatto è che scrivere è un atto d’amore, e l’unico modo che ho io di amare sta nella materialità del gesto. Nel fatto che un foglio si riempie di parole proprio nel momento in cui le batto a macchina.

Che lavoro fai?

Utopisticamente ho cercato di vivere secondo i miei input. Ho anche provato a fare altri lavori: per ben quattro anni ho lavorato in banca. Purtroppo in quel lavoro mancava una cosa fondamentale: provare piacere a fare quello che si fa. Del resto non avrei potuto fare altro nella vita. Pensa che nelle cassette di sicurezza, (il reparto dove ero addetto), appendevo i poster di John Belushi e scrivevo poesie. Questo era quello che avevo dentro e questo doveva essere il mio lavoro.

Molti anni fa, alla presentazione di un tuo libro, Giancarlo Mazzacurati definì la tua scrittura ‘letteratura fuori porta’. Dai tempi di una Vita post datata a oggi, come è cambiato il tuo rapporto tra scrittura e territorio.

Posso dire che sono stato influenzato dal vivere. La vita è per me come un amplesso. L’ho venduta, svenduta, chiavata, amata. Basta leggere Tropico di Napoli; il cazzotto più duro che la mia vita poteva dare a questa città. Se io fossi un pittore e dovessi ritrarre Napoli la immaginerei come una donna che nelle pieghe della pelle porta sapori, odori e fumi di quel romanzo. Napoli io l’ho vomitata tutta la dentro e una volta fatto questo ti senti come uno che pareggia un conto. Come uno che dopo quel fatto può anche permettersi di occuparsi di altro. Questo territorio io l’ho lasciato e l’ho ripreso, sono andato e sono tornato. È un andirivieni che fa riflettere. Fa chiedere: che cosa ha questa città che infetta e disinfetta contemporaneamente. Non lo so con certezza, tutto quello che so è che si tratta di qualcosa di forte e io ho bisogno di questa forza per scrivere. Se dovessi lasciare la mia città e andarmene lontano, forse sarebbe la stessa cosa o forse no. Non ho ancora fatto questo esperimento ma sono certo che sarebbe un legame resistente a tutto. È chiaro che sono uno scrittore legato a questo territorio e forse solo con Giugno Picasso ho tentato di rompere un muro. Un muro che mi teneva legato stretto a uno stereotipo, quello del Bronx. Ho voluto alzare il tiro affrontando temi come quello dell’isola, o quello del complicato legame tra padre e figlio, e sono felice di averlo fatto. Ma sono contento anche di essere quello che sono, di essere pulp, di essere un tutt’uno con gli odori di questa città. Volendo descrivere me stesso non potrei fare altro che immaginarmi come l’odore di fritto di pesce la domenica mattina mentre dalla strada arriva forte la musica dei Clash. Sono contento anche di quello che ho fatto con il teatro perché attraverso quello ho cercato di rendere umano il sogno. Per la mia generazione il grado massimo del sogno era quello americano. Il desiderio di raggiungere un posto lontano, lontanissimo. Oggi, però, la California è vicina, troppo vicina. E la vicinanza rimpicciolisce i sogni costringendoli a cercare altre destinazioni. Loro, si sa, per restare tali, per sopravvivere, devono necessariamente restare irrealizzabili. Io di questa terra ho raccontato le cose brutte ma più di ogni altra cosa ho raccontato la bellezza insuperabile di chi è stato condannato a essere brutto. Le Vele sono le anime, i corpi e le facce belle che vivevano nella bruttezza di quel posto. Le cose brutte certo esistono a prescindere, ma io ho voluto prendere il loro lato migliore, quello umano: i fiori del deserto.

Ti sei occupato di periferia per primo, quando la faccia del mondo era ancora troppo schizzinosa per voltarsi a guardare. Oggi, invece, i riflettori sono tutti la. È una questione di moda, per cui Scampia fa più notizia di Capri, o cosa?

Una volta ho lavorato a una rassegna che si intitolava Da casa mia non si vede Capri. Certo ho amato Capri ma più di tutto e ho amato l’umanità delle mie terre. Due estraneità diverse. È stato il confronto diretto con questi due mondi a farmi sapere cosa dovevo raccontare. Adesso la periferia è sotto gli occhi di tutti perché hanno capito che anche le bruttezze possono essere dei business. Quando c’è stata la faida mi sono arrivate tantissime telefonate di gente che voleva sapere, voleva mettere in piedi un servizio da grido. Io ho glissato. Camorristi, prostitute, drogati, disperati, violenti e violentati. I miei personaggi sono veri, sofferenti e io non potevo venderli alla Notizia. Ho voluto conservare la loro tenerezza. Adesso la periferia è stanca, esplode e straripa, arriva fino al centro delle città e le contamina. Come Parigi. I disperati attingono forza da enormi serbatoi di sofferenza, frutto della inarrestabile scissione tra ricchi e poveri, fortunati e sfortunati. Tutto questo la società non l’ha visto allora e forse neanche adesso. Bisogna avere la vista lunga per riuscire a notare certe cose. Penso che se ho avuto un merito nella vita quello è stato di aver visto per primo quello che oggi fa notizia. Nel 1982 portai uno scritto a Pino Daniele Bronx Napoletano. – Peppe si interrompe e comincia a recitare. E tutto il resto sembra scomparire.

«Chisto è ’o bronx napulitano
Estorsioni e robba ’mmano
È l’America d’ ’o 1920
A 16 anni vanno a dinto.

7 scippi 3 rapine
Je me vendo ogni matina
Laccettine a buon mercato
Pe’ ’st’America ’nguaiata.

Ma addo’ è juta Napule è
Cu l’addore d’ ’o ccafè
’e scugnizze so’ cagnate
Mo’ se chiamano drogate.»

Che oggi, al posto degli scugnizzi a Napoli ci sono i drogati, è una questione che non può riguardare i sociologi. Chi ha il naso per certe cose è lo scrittore perché solo lui annusandole ne soffre e ne scrive. E a me tutto questo ha fatto molto male. Allora ho scritto. Ho scritto fino al punto di dare un corpo e una faccia ai miei personaggi. Li ho tirati fuori dai libri e li ho messi sul palco. Bellissimo.

A proposito di teatro, ricordo la storia di un ragazzo che proprio grazie al tuo teatro si è salvato. Raccontami come fa il teatro ad aiutare a sopravvivere in questi posti.

Più che il teatro quello che sarebbe importante per questi ragazzi sono le possibilità. La garanzia di una nuova chance. Avrebbero bisogno di sapere che la società è capace di offrire loro dei modelli validi per riscattarli dalle etichette. Un ragazzo di Secondigliano non sarà mai un ragazzo del Vomero, questo è chiaro, ma se si cominciasse a guardare oltre, quegli stessi ragazzi darebbero molto di più, e io lo so. Chi vive in questi inferni vuole solo sapere che non è condannato solo per il semplice fatto di essere nato lì. Vuole sapere che il sogno non è negato, che il futuro dipende da loro e allora vedrete quello che sanno fare. Dovrebbe essere compito delle Istituzioni, dovrebbero essere loro a dare la possibilità di sognare, attraverso iniziative, punti di ritrovo, arte, sport. Può sembrare difficile, ma bisogna farlo. Vorrei che tutti riflettessero su una cosa fondamentale: quando quelli che si sono fatti male nella vita (galera, eroina, prostituzione e altro) hanno la possibilità di essere “liberati” sapete cosa dicono alla società? Dicono che era meglio l’eroina, meglio la galera. Dicono che tutta questa libertà è un pacco. Non è difficile credere a quello che dicono, basta guardarsi in giro dopo l’indulto. Certo di pacchi ce ne sono tanti, anche io, che ho fatto il percorso inverso quando ho conosciuto il mondo del teatro ho pensato che era tutto un pacco. Ero intossicato proprio come i ragazzi che poi ho messo sul palcoscenico. Eravamo uguali. Così, quando siamo saliti sul palco tutti insieme, i ragazzi del bronx sono diventati il teatro. Mi viene in mente una cosa a proposito di quel ragazzo di cui mi chiedevi prima, Gaetano. Pensavo al fatto che dopo un po’ di tempo è stato proprio lui a mettermi sulla stessa strada di Abel Ferrara. Un uomo che amo per il lavoro che fa e che, una volta incontrato, non mi ha deluso. Lui, amico di Martin Scorsese, dal sogno americano è venuto qui, nel bronx napoletano e quando a quei ragazzi una sera si è rotta la macchina il grande regista ha aperto lo sportello, si è tolto la giacca e ha spinto per metri e metri senza pensarci due volte. Questo perché lui è vero proprio come lo sono i ragazzi che ho portato sul palco. Sono felice di aver vissuto quell’avventura. Molti mi spingevano ad andare avanti ma le cose sono vere quando hanno un tempo determinato. Se avessi forzato quella spinta spontanea fatta di rabbia e arte non sarebbe stata la stessa cosa.

Da poco, una casa editrice napoletana ha pubblicato un libro di Erri De Luca dal titolo Napòlide. Tu invece resti. Allora ti chiedo, quel famoso ‘fuitevenne’ di Eduardo De Filippo a chi lo lasci?

Napoli, volo cancellato per rapina – dice Peppe mostrandomi ancora una volta il giornale (racconta di otto banditi che hanno speronato un pulmino Alitalia poco prima dell’imbarco. Bottino? 150 euro, un rolex, pilota e hostess pestati, un volo bloccato e i passeggeri che credevano fosse un’invenzione per coprire un ritardo) – questo, capisci, è il luogo dei paradossi. È la realtà che precede la letteratura. Il titolo di questo articolo potrebbe essere quello di un racconto. Ma la fantasia, in questo caso è stata più lenta dei fatti. Altre volte, invece, quando la fantasia è lunga e pure veloce, allora è la città a stroncare i sogni. Tutto quello che si fa qui, che sia arte, cultura, lavoro, o un’impresa qualsiasi diventa pesante. ‘Fuitevenne’ diceva Eduardo, certo lo capisco, ma adesso quel ‘fuitevenne’ non saprei a chi lasciarlo. Io sono rimasto. Non è un alibi, ho abbastanza onestà per guardare le cose succedono in questa città e posso dire che il dispendio di energie che c’è a Napoli non c’è da nessun altra parte. C’è da dire, anche, che tutto quello che viene fatto a Napoli in qualsiasi altro posto avrebbe un valore triplicato. Anche la cultura, l’arte, la musica, la poesia e l’editoria, cose che qui vengono fatte con grande passione, non solo soffocano tra le mura della città ma hanno anche poca possibilità di circolare nel resto d’Italia o, addirittura, all’estero. L’ultimo grande prodotto di questa città La gatta cenerentola è riuscita a sbrogliarsi dalle invidie e le gelosie napoletane quasi per scommessa. Forse perché questa è una città ancora tristemente troppo paesana. Se parliamo di questo aspetto napoletano non posso fare a meno di ricordare La corda sensibile di Renato Carpentieri. Un omaggio a Raffaele Viviani. In quel testo Maria, attraverso un fitto epistolario, raccomanda a suo marito Raffaele, di non amareggiarsi troppo se la città non lo capisce.
Il fatto è che se un napoletano ha deciso di vincere nella vita vuole farlo a Napoli. La fama fuori dalle mura della città non interessa a nessuno. Gli applausi devono essere prima di tutto napoletani. Ci si aggrappa all’illusione che se vinci a Napoli allora hai vinto ovunque. Poi, dopo mille delusioni, la forza diminuisce, le speranze si assottigliano e alla fine ci si arrende. Questo capita a chi vuole “fare” in questa città.

Ma chi sono gli scrittori napoletani?

Sono quelli che hanno avuto il coraggio di sopportare la definizione “napoletano” (intesa come diminutio) messa subito dopo la parola scrittore. Domenico Rea è un grande scrittore. Penso a Luigi Incoronato che non solo ha vissuto ma si è anche suicidato a Napoli. Il massimo! Lo scrittore napoletano è quello che superando i luoghi comuni e le difficoltà riesce a mettere insieme quello che è stato e quello che c’è, quello che porta i fatti di questa città fuori dalle mura senza cadere negli stereotipi, quello che si mette in gioco. Uno scrittore napoletano è come un enorme ponte che riesce a tenere contemporaneamente i piedi in due pezzi diversi del mondo. Come quello del Bosforo che lega l’Europa e l’Asia. Lo scrittore napoletano è uno che sa cogliere la potenza e la miseria di una città come questa.
Una volta una signora mi disse: «qua potete trovare tutto quello che volete. Anche se volete un elefante alle tre di notte al centro della stazione. Tutto è possibile, ma fatemelo sapere almeno entro ventiquattro ore.» Napoli è questo. Napoli è come un peccato enorme, sporco, lurido e infame con una grande croce in mano. Una Madonna che scopa. Senza mediazioni. Lo scrittore napoletano è chi si è fatto carico di tutto questo, riesce a sublimarlo e lo porta fuori. Come Erri De Luca che racconta Montedidio in tutte le lingue. Anche io mi sono sentito così quando in una libreria di Berlino, ho visto esposto Messico napoletano. Diventa, invece, difficilissimo per quelli che credono di appartenere ai salotti letterari della città giacobina e non hanno idea di che cosa possa significare il rapporto con la città plebea. La cultura non è quella con un papillon al collo. Il grande poeta Fabrizio De Andrè ha detto “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori”. A questo non posso aggiungere altro.

21 Responses to Terra! Zu’ vs Peppe Lanzetta

  1. luisa sereno il 28 ottobre 2006 alle 11:20

    e tu effeffe, sei un scrittore italiano o napoletano ?

  2. furlen il 28 ottobre 2006 alle 13:18

    turineis
    effeffe

  3. luisa sereno il 28 ottobre 2006 alle 13:40

    sei como un immigrante, bisogna dimenticare le origine per ricostruire altro ?
    e quando scrivi in francese ?

  4. furlen il 28 ottobre 2006 alle 15:35

    Jabes credo dicesse che ogni viaggio è solo lo spostamento del punto di partenza Approfitto per ringraziare Monica per questo intervento Nazionindiano
    effeffe

  5. Gog Magog Bevi Krog Kol Krug A Kiel il 28 ottobre 2006 alle 17:11

    qualcuno
    spieghi
    a lanzetta
    che
    il computer
    nella fase
    scrittoria
    funziona
    praticamente come
    una macchina
    per
    scrivere.

  6. Maga Magog Bevi Krog Kol Krug A Kiel il 28 ottobre 2006 alle 17:17

    qualcuno
    spieghi
    a computer
    che
    il lanzetta
    nella fase
    scrittoria
    funziona
    praticamente come
    una macchina
    per
    scrivere.

  7. Gog Magog Bevi Krog Kol Krug A Kiel il 28 ottobre 2006 alle 17:22

    qualcuno
    spieghi
    alla maga
    che ai computer
    non bisogna
    far sapere
    quanto
    è snob
    scrivere a macchina
    col sedere.

  8. luisa sereno il 28 ottobre 2006 alle 18:50

    @effeffe
    Jabes anche dicesse che scrivere e intraprendere un viaggio al termine del quale non si sara piu lo stesso al fondo della pagina percorsa

  9. Maga Magog Bevi Krog Kol Krug A Kiel il 28 ottobre 2006 alle 19:25

    qualcuno
    spieghi
    a magog
    che ai computer
    non bisogna
    far sapere
    quanto
    è gog
    scrivere a maga
    col sedere.

  10. Gog Magog Bevi Krog Kol Krug Da Ruud Krol A Kiel Un Tanto al Kil il 28 ottobre 2006 alle 20:55

    qualcuno spieghi
    a maga
    che
    alle macchine per scrivere
    non piace
    essere trattati
    come computer
    a calci
    nel sedere.

  11. bruno esposito il 28 ottobre 2006 alle 22:07

    Ruud Krol. Un mito.

  12. P.R. il 28 ottobre 2006 alle 22:42

    Diventa, invece, difficilissimo per quelli che credono di appartenere ai salotti letterari della città giacobina e non hanno idea di che cosa possa significare il rapporto con la città plebea. La cultura non è quella con un papillon al collo.

    ah ah ah
    straordinario! qualunque cosa voglia dire

  13. bruno esposito il 28 ottobre 2006 alle 22:49

    Secondo me che il papillon non si porta più. E’ stato soppiantato dalle cravatte di Marinella.

  14. dominique il 28 ottobre 2006 alle 23:18

    quelle appezzottate!

  15. Zu (monica) il 29 ottobre 2006 alle 10:04

    effeffe turineis!!!!!! fantastico! ma io ti preferisco napoletano con qualche aggiunta parigina e torinese.
    comunque tra le cravatte (in genere) e il papillon scegliere non saprei. Il punto non cambia. Sono in linea con lanzetta quando dice che la cultura non abita (forse aggiungerei “solo”) i salotti letterari. Mi viene in mente Domenico Rea che era sempre in perfetta armonia sia con i salotti che con i vicoli. E mi viene anche in mente quello che lui rispondeva a tutti quelli che gli chiedevano come facesse ad essere così a suo agio sia tra i peggiori avanzi di galera sia con i più brillanti profesionisti della città: “le persone sono come strumenti musicali, bisogna solamente imparare a suonarli”.
    Comunque al di la di tutto lanzetta è troppo simpatico

  16. micael romor il 29 ottobre 2006 alle 11:46

    salve a tutti
    “se un prosciutto costa 8 un libraio sa parlare
    se domani un fante canta,qui la nave sa cantare
    oggi un micio si forniva di ceramiche imbalsamate
    9 sono le torrette che di giada s’impettivano”

    e chi vuol saltare s’inpenni

  17. furlen il 29 ottobre 2006 alle 12:10

    che rudy krol in una cosa era maestro ovvero il lancio. Sui campi di calcio a napoli succede che quando i giocatori perdono la visione e tutti gli sguardi sono incollati a terra- illusi di non perdere di vista il pallone- uno, che non sta mai fermo – e l’immagine è quella del mito della caverna- alza gli occhi e grida al compagno in possesso di palla: arape ò iuoche. Se il compagno lo ascolta si ricomincia a giocare.
    Quando sono incominciati i post da me intitolati Terra – è in arrivo un quarto dalla terra di Calabria- ho pensato che fosse e lo è, un modo per aprire almeno alcune delle porte che il libro Gomorra ci ha sbattuto in faccia.
    Open the games , indians!
    effeffe

  18. bruno esposito il 29 ottobre 2006 alle 14:09

    Ma proprio non si riesce a parlare di qualcosa che riguardi il sud senza citare, nel bene o nel male, Gomorra ?
    Non vedo quali porte doveva aprire o chiudere, caro furlen. A me non ne ha aperte, conoscevo tutto o quasi e so ancora dell’altro. Ma Saviano non ha scritto, nè voleva farlo, il vangelo della Campania. Ciò non toglie che per me Gomorra resta, in assoluto, la migliore opera del genere mai scritta.
    Ma è un parere personale. Perchè non si riesce a parlare di altro senza prendere il libro di Roberto come pietra di paragone ?
    Questa intervista di Peppe è interessante, e lo dice uno che lo mal sopporta per motivi personali, e tra strafalcioni ( quello sulla cultura col papillon lo è ma penso che volesse dire un’altra cosa, tipo l’esempio perfetto di Domenico Rea, maestro di vita e di parola ) e linguaggio diretto, indica lucidità e chiarezza di pensiero. E’ vero, pochi come Peppe conoscono la periferia napoletana a ancora meno sanno che lui è uno che la vive dal di dentro. Io, che sono napoletano, seppi delle inziative di Peppino da Claudio Lolli, che vive a Bologna.
    Ben vengano quindi pezzi come questo ma senza dover poi rincorrerci l’un con l’altro per affermare questo o quel principio.

  19. zu (monica) il 2 novembre 2006 alle 11:39

    Bruno sono contenta che l’intervista ti sia piaciuta. (papillon a parte).

  20. francesco patrizio (riopat) il 27 gennaio 2007 alle 19:28

    non mi piace che termini il 2 novembre

  21. zu il 29 gennaio 2007 alle 14:30

    ban fatto
    meglio non finire il 2 novembre
    grazie
    zu



indiani