Bordello blog

29 ottobre 2006
Pubblicato da

di Franco Arminio

Qualche tempo fa mi era venuta l’immagine di un blog letterario come di una strada a luci rosse. Ognuno sta in vetrina a esporre la sua merce. Chi mostra i glutei, chi spalanca le cosce. Tutto un susseguirsi di merci che cercano acquirenti nella scabrosa condizione in cui i produttori di merce sono assai di più rispetto ai possibili compratori.

E questo i compratori lo sanno e da lì nasce la figura del compratore sadico, colui che entra nel box, gira intorno alla merce e magari se ne va lasciando semplicemente un commento sarcastico.

Da circa mezz’ora cerco di entrare nella rete senza riuscirvi. Mi sento come un arrapato che batte alle porte di un bordello chiuso, non c’è altro che mi alletta adesso se non entrare in questo sito e vedere se qualcuno mi ha leccato i piedi o mi ha preso con la frusta. Scrivere era già una perversione in tempi più pacati, figuriamoci adesso, nell’era dell’autismo di massa.

Alle nove del mattino sono salito sulla giostra delle spedizioni e delle risposte. Adesso sono le sette di sera e ancora giro, mendicante tra mendicanti. Non c’è differenza tra chi esibisce la sua gamba monca, l’occhio in cui cigola il delirio e quelli che fanno finta di stare qui perché vogliono cambiare il mondo, fanno finta di indignarsi, insomma fanno finta di essere scrittori.

Torniamo all’immagine iniziale. È come se una puttana pretendesse di essere prelibata da altre puttane. Il risultato è che si sbandierano cosce e culi e quasi si finisce col dimenticare che in fondo il pensiero è la cosa più eccitante ed è per esprimere i pensieri e le emozioni più difficili che è nata la letteratura. Per il resto ci sono tanti strumenti, da quelli antichi come la musica, a quelli nuovi come il cinema e la televisione.

Lo scrittore sbatte con il bastone del cieco contro le vetrate dell’infinito. Prega, balbetta, cade nel suo tentativo di annusare la rosa che non c’è. E questo tentativo viene ripreso da un altro e poi da un altro ancora. Insomma, la letteratura è una catena di preziosi fallimenti. Il cinema e la televisione non potranno mai attingere alla dimensione sacrale che è propria della scrittura. I blog sono creature biforcute perché portano la scrittura, ma la portano in un clima che sembra quello televisivo. Chi scrive, chi commenta, deve ogni volta decidere da che parte stare sapendo che da quando abbiamo smesso di credere all’invisibile e al sacro tutto il visibile e il profano non ci basta più e ci basterà sempre meno.

La poesia nell’era della posta elettronica

Poesia è malattia, diceva Kafka. Il poeta che manda in giro le sue poesie dunque manda in giro i suoi virus, le sue fratture, i suoi tessuti infiammati. Il poeta anela alla cura o almeno alla consolazione, ma dall’altra parte si pensa a difendersi dal contagio. È sempre stato così: il poeta è una creatura solitaria, un santo che non fa miracoli, un autista che parla. È sempre stato così, ma adesso il poeta si trova nel circo della comunicazione, sul trapezio della posta elettronica. Pensa di mostrare il suo numero, pensi di meritare attenzione perché sta lavorando senza rete, ma si rivolge a qualcuno che a sua volta sta pensando di mostrare ad altri il suo numero. Il poeta vuole inchiodare alla condizione di pubblico chi si sente in pista, chi lavora da anni a rifinire il suo ruolo di artista. Kafka diceva pure che l’impazienza è il male più grande e non c’è grande poesia senza una grande impazienza domata. Il guaio è che l’impresa può riuscire sulla pagina più che nella vita. L’impazienza domata sta a quella indomabile come il non detto sta al detto. E la poesia è proprio quella lingua ariosa, leggera, ma capace di tenere a freno enormi flutti. È come se il lettore avvertisse che sotto la superficie lieta della pagina si agita il maremoto, il sisma del non detto. Forse per questo i poeti che si vogliono d’avanguardia spesso scrivono brutte poesie, perché pensano a far saltare questa carta velina dell’armonia, della semplicità, delle rime. Pensano che la poesia consista nell’esibire direttamente il terremoto, le rovine della lingua. Il risultato è la fuga. E se l’impresa avviene nel baraccone della comunicazione in cui ci troviamo adesso, ecco che il baraccone si svuota e ogni poeta, buono o cattivo che sia, resta solo nel suo circo a provare e riprovare numeri che non interessano a nessuno.

La posta elettronica corre sul filo e la metafora del trapezio è quanto mai calzante. La poesia dice sempre del tentativo di riparare un lutto e quando viene spedita fa un po’ l’effetto di un afflitto che va in giro a chiedere le condoglianze. E questo movimento rende dubbio il lutto stesso, come ci trovassimo davanti a qualcuno volesse venderci le azioni del suo dolore, azioni destinate inevitabilmente al ribasso in una società in cui tutti piangono e dove i morti senza lutto si confondono coi lutti senza morto. Il poeta è alla guida di un’impresa fallimentare perché ogni suo prodotto resta invenduto e la ragione dell’impresa consiste esattamente in questo. E anche se il prodotto risultasse smerciabile al poeta non può venirgli nulla, non ci sono rendite, bisogna subito cominciare da capo. I critici letterari, gli altri poeti, gli amici, il mondo intero non possono essere di aiuto. Il poeta si ritrova sempre solo, sempre da un’altra parte. Il suo tempo corre sulle spine, attende senza pace il nulla della morte senza fine.

48 Responses to Bordello blog

  1. Marco Saya il 29 ottobre 2006 alle 12:40

    Leggosolomestesso

    Il nick viene al mondo.Una nuova vita. Non si sa quanto possa vivere. Poco importa a chi lo ha creato. Serve solo come… quantità e quando raggiunge l’obiettivo prefissato può morire o vivere nel letargo assoluto o rimanere nelle top ten se ha successo. É venuto…al sito senza desiderarlo. Diamogli un nome. Leggosolomestesso. Ottimo nome. Leggosolomestesso inizia così la sua adolescenza. Si guarda attorno. Incontra altri compagni di viaggio. Giocano poco assieme. Giocano da soli. Tanti figli unici. Inizia la scuola. Leggosolomestesso non ha voglia di studiare. Legge poco. Gli altri?.Come lui. Una gara a chi legge di meno. Il più delle volte si passano i compiti e come i carabinieri li correggono tutti assieme prima di presentarli in classe alla maestra. Prevedibili e scontati non si assumono alcuna responsabilità. Navigano nel loro oceano e poco importa se l’erba del vicino è più verde. Sono, guarda che coincidenza…, come gli essere umani: invidiosi,gelosi, permalosi, arroganti, presuntuosi e saccenti. Pochi sono bravini. Se fossero davvero tutti bravi non sarebbero lì. Viaggerebbero nei siti dei quartieri alti e non nel girone dei dannati leoni spelacchiati che si sbranano per un tozzo di voto in più. Non utilizzerebbero un nick. Sarebbero orgogliosi di dire mi chiamo: “Mario Rossi”. Forse non credono in quello che fanno, hanno paura del confronto, del giudizio e si nascondono. Hanno bisogno di allearsi, di fare gruppo, di essere una piccola mafia che allontana il nemico. Quale nemico…? Leggosolomestesso non si è mai posto il problema, come gli altri fa parte di una famiglia numerosa composta da decine di fratelli e sorelle occasionali, qualche amichetto a cui chiedere un favore una tantum e così sopravvive nel chimerico virtuale. Leggosolomestesso è ora un adulto. Scafato e maneggione controlla gli accessi e i voti di scambio ma inizia a essere malato, molto malato: un monitor dipendente con evidenti crisi convulsive. La sua gravità aumenta di giorno in giorno, comincia a parlare a vanvera, a insultare tutti, la mano sempre più tremula finchè interviene il suo carnefice. Stanco e sopraffatto dal male Leggosolomestesso chiede di poter morire, altri nick più giovani e rampanti gli chiedono oramai di cedere il passo. E così avviene, Leggosolomestesso muore e il suo viaggio ha termine. Inizia una nuova era. Non si sa se sarà migliore o peggiore, la storia dirà nel tempo se Leggosolomestesso è stato un buon nick e soprattutto un buon autore.

  2. Marco Saya il 29 ottobre 2006 alle 12:48

    Umberto Eco: “una volta, facendo una ricerca bibliografica, uno poteva tirar fuori un centinaio di titoli.” Oggi con Google, su qualunque argomento, si ottengono almeno 10.000 risposte. Come si fa ad analizzare 10.000 fonti diverse, discernere il vero dal falso, il sacro dal profano? La risposta è semplice. Uno si mette lì con pazienza. Trova i siti di interesse, li mette a confronto. Cerca conferme esterne(ad esempio cartacee) e porta a termine la sua ricerca. Non è per questo, per imparare un metodo, che uno va all'”Università…?”

  3. cara polvere il 29 ottobre 2006 alle 12:49

    tutto quello che chiudiamo in un cerchio ci è sacro.
    esistevano le puttane sacre, venerate come vestali.
    sono esistiti i bordelli, meraviglia poetica.
    oggi esistono “puttane” vuote, disperate.
    mettiamola così, che la manna sia vomito o viceversa, che importa.
    noi siamo già i posteri del nostro futuro, quello che cade dal cielo è ci viene dalla terra è confuso.
    nulla più ci disarma, nulla ci spaventa.
    abbiamo saputo tutto, sapremo sempre meno, nemmeno quanti giorni in meno ci restano che anche l’orologio biologico
    è sfasato
    si ritorna al solo quadro individuale – atto unico – che ancora emoziona: l’io da scovolare, l’interno di pece, la frattura non ancora scritta… alla masturbazione solitaria non a qualla en plain air.
    uno specchio viscido all’infinito dove tanti dorian gray si suicideranno in massa alla stessa ora.
    non è poi così male in fondo essere puttane oneste con noi stessi tutto sta ad avere voglia di ricominciare da capo, appunto…
    la terra sii salverà da sola, senza uomini, magari pensionando come si deve solo quell’esercito di buone puttane oneste e professionali che hanno sempre pagato le tasse. chissà.

    e poi. la poesia è costretta a reincarnarsi in aggettivi limitati così com’è limitato l’uomo. si dovrebbe lasciar scrivere dell’uomo alla poesia ma non sempre è possibile ficcarsi un ferro per fare la lana da un orecchio all’altro.
    la poesia deve sotterrare gli uomini, far loro un sobrio funeralo e poi mollarli lì a sgrondarsi dai vermi.

    la poesia non è niente. è solo un buco che molti poeti ingombrano anzichè fare l’opposto perchè molto piace il vezzo di ririridire anzichè ascoltare da quel buco.
    boh. finisco qui.
    un saluto
    paola

  4. Giancarlo Tramutoli il 29 ottobre 2006 alle 12:56

    Letto d’un fiato. Bello (da puttana a puttana te lo dico) e preciso.

  5. cara polvere il 29 ottobre 2006 alle 12:59

    ps. gli ambienti antiautoreferenzialisti non capiscono una cippa di poesia.
    questa ossessione di inibirsi cercando di non parlare di se stessi in poesia è una bufala che va bene per i critici- poeti mancati e mancati di individualismo poetico.
    hanno il potere della critica, che lo usino senza pulpito.

  6. Marco Saya il 29 ottobre 2006 alle 13:38

    “la poesia deve sotterrare gli uomini, far loro un sobrio funerale e poi mollarli lì a sgrondarsi dai vermi.” Purtoppo sono gli uomini che hanno già sotterrato la poesia senza funerali di stato e con il rito abbreviato della cremazione.

  7. wovoka il 29 ottobre 2006 alle 14:06

    Bel testo, son contento di risentire Armino, origine di discussioni tra le più intriganti che io ricordi.

  8. georgia il 29 ottobre 2006 alle 14:48

    bellissimo pezzo, veramente interessante.
    geo

  9. gloria il 29 ottobre 2006 alle 14:58

    tra tanti piccoli arminio è grande

  10. gloria il 29 ottobre 2006 alle 15:07

    caro Giorgio, anche a te grande Albertazzi, non so come farti arrivare l’ultimo libro di Arminio. S’intitola circo dell’ipocondria ed è una vertiginosa riflessione sul corpo e sul rapporto che la nostra psiche intrattiene con esso. penso che a te e all’altro grande Woody piacerebbe molto e chissà potresti ricavarne qualcosa.
    è drammatico e ilare allo stesso tempo. puoi scegliere se piangere o ridere. come dopo una tua piece teatrale quando non sai se applaudire o dire grazie. spero che questo messaggio ti arrivi in qualche modo. spero di vederti presto.

  11. AbatediTeheleme il 29 ottobre 2006 alle 16:45

    Ammazza quante baldracche, altro che la pornovideochat che mi avevano suggerito ….
    :D

  12. indiana per caso il 29 ottobre 2006 alle 16:58

    io una votla avevo la webcam.
    Poi un giorno mi sono trovata travolta daglie venti a chattare con un deputato siciliano coperta solo dalla tende di tulle gialla che avevo in cucina.
    Ho buttato la webcam.
    Mica posso cambiare le tende ogni settimana!

  13. Michele il 29 ottobre 2006 alle 18:15

    Io che ho in gloria (come poesia e non come poeta) cara polvere, debbo contraddirla, non è vero che esistono solo (“solo” mi senbrava sottointeso) -puttane vuote, disperate-. La categoria è ancora viva, meravigliosa e piena di meraviglie ma questa è un’altra storia (peraltro bellissima). P. S. La “testa per timone” ce l’avevo a quattordicianni quando avrei dato la mia vita per F.G. Lorca. (vai un pò a spiegare cosa significa)

  14. tashtego il 29 ottobre 2006 alle 18:53

    Metafore che surfano sui frangenti dell’enfasi e rischiano di impattare sugli scogli della stupidità.
    Rischiano, dico.

  15. indiana per caso il 29 ottobre 2006 alle 19:20

    ah perchè siamo su un tema intelligente?…non avevo capito.

  16. cadmio il 29 ottobre 2006 alle 19:54

    Franco sei un mito, sei davvero una persona speciale, sai regalare un sorriso e sai far divertire la gente, con la tua semplicita’… e la tua ironia.

  17. cara polvere il 29 ottobre 2006 alle 20:06

    @michele

    al posto del “solo”, “tante”?
    si. molto meglio tante
    un caro saluto, michele

    @tashengo

    il suo appunto rischia di essere troppo sobrio.
    faccia quei nomi e cognomi o nick colpevoli di surfare appropriandosi di qualunque vento, ovunque e senza ritegno con le metafore
    ma meglio rischiare e sperare di apparire stupidi in buona fede ogni tanto (poi anche lì il giudizio è soggettivo e lei capita soggettivamente a fagiolo, guarda caso:-), che fedeli alla stupidità per sempre… anche se ammiro comunque la coerenza in questo senso di certuni

    un saluto
    paola

  18. Gongo il 29 ottobre 2006 alle 20:29

    Il nickname è l’identità – solitamente fittizia – con cui tu ti presenti in rete.
    Puoi averne uno per ogni chat che frequenti, o cambiarlo più volte mentre scrivi commenti su un blog. Ci obbliga a questo una certa fragilità emotiva, che non consente di essere permanentemente esposti alle reazioni di ciò che scriviamo e dichiariamo. E’ il tegumento, il velo, l’epidermide cibernetica che protegge il corpo nudo. Ostinato intruso nella postmodernità, il comune senso del pudore.
    Ma bisogna ammettere che ha i suoi lati piacevoli. Con un nicknime, sei entrato nel mundus imaginalis: geografia tracciata nella luce astrale.
    Il nickname è il minimo sindacale dell’identità, daccordo, ma l’io minimo è un io multiplo, che offre immagini diverse e pilotate in diverse chat, in ciascuna delle quali profonde una passione particolare e riceve un peculiare piacere. Spesso se ne trae un bilancio soddisfacente con cui consolidare il narcisismo primario, che è un po’ come il colesterolo buono, (il secondario è quello cattivo.
    Come Gongo, che non pretenderebbe mai di essere molto più della somma dei suoi nicknames. Il resto è un bilocale moderatamente sporco in via Plinio, un frigo stipato di precotti, ma un guardaroba accurato e una consolle da piani alti.
    Gongo è un liberale indignato a Toqueville, uno spammer demenziale su Nazioneindiana, amante appassionato su Jaqueline mis a nu e filosofo leopardiano su Vibrisse. Ma anche Therion lo Scrutatore nell’ultimo adventure di ruolo della serie Gotica. Naturalmente alcune di queste identità gli aprono possibilità di incontri, di lavoro, e anche qualche avventura sessuale. Ogni volta Gongo si presenta fedele a se stesso cioè al proprio nick, e compie disinvoltamente il suo destino, e tutto ciò gli riesce molto meglio di prima, quando viveva nella Regione Esterna e cercava di essere uno solo.

  19. ness1 il 29 ottobre 2006 alle 21:15

    Sembra che dei poeti, ormai da tanto, importi solo quando sono morti. Così non danno più alcun fastidio con la testimonianza della carne. Sono solo parole inscatolate, pronte per esser consumate fredde. O calde, per gli spiriti appetenti: che però sono soli – come loro. E i libri, come immensi funerali dove le autorità fanno discorsi ed i parenti piangono in silenzio. Proprio una bella scena, l’arte – vero? I poeti ci parlan da/di un posto, da/di un tempo – che sono proprio questi, ma che nessuno vive come loro:
    unici svegli tra i troppi sonnambuli. Vorrebbero poter non dire niente, se non le cose per tutti comuni: passami il pane, tieni una coperta, ti amo, per di qua, sto male, ciao.

  20. cara polvere il 29 ottobre 2006 alle 21:41

    fare senatore a vita Luzi all’età di novant’anni mi è suonato come un requiem in una stanza dalla quale tutti i vivi e i morti erano scappati da tempo.
    in parlamento ci sono senatori in fasce.
    pensarci magari venti, trent’anni fa, no?
    mah.
    solo un esempiuccio e qui il signor tashengo si sbraghi pure
    usando tutta la sua enfasi in doppiopetto (blu?).
    paola

  21. tashtego il 29 ottobre 2006 alle 22:07

    cara polvere, dammi der tu, per favore.
    ormai ci frequentiamo da tempo.
    l’immagine del web come bordello con i poeti come puttane, posso dire che non mi piace?

  22. cara polvere il 29 ottobre 2006 alle 22:36

    .. data la frequentazione passo alla seconda persona @ tashengo (ma lo porti blu?)

    adesso è tutto chiaro.
    ovviamente la metafora è ironica
    può piacere o no.
    il prostituirsi sta nel fatto di
    voler scrivere per PIACERE
    a chi legge.
    omologazione uguale a prostituzione
    vangate di regressione a fior di pelle
    versi cui la luna, e non la sola, potesse,
    mostrerebbe il culo
    “versi” che sono colesterolo obbediente
    pretesa di sacrificare le nuvole che sono sempre
    alte, che sono sempre soffici
    pretesa di non mettere in discussione
    il biglietto da visita con su scritto “poeta”
    e se ti azzardi ad entrare in certi gruppetti
    poetici possedendo solo la tua testa, ahimè…
    ssstttt. ti mandano in giro a fare volantinaggio.
    bah.
    paola

  23. Anonimo Ex Poeta il 29 ottobre 2006 alle 23:19

    Ho deciso di smettere
    è stato facile
    non come smettere
    di fumare.
    Oddio, qualche volta
    ci sono le ricadute
    come questa
    semplicemente
    parlo
    o comunico per iscritto
    così.
    Mia moglie dice che
    non sto bene
    lo psichiatra ovviamente
    non dice niente
    mia figlia se ne va
    in camera sua
    dopo aver spazzolato
    i sofficini
    infila le cuffie
    e ascolta
    il poeta Grignani
    uno che con la
    poesia
    ha fatto i soldi.
    Io ho smesso
    anche di leggerle
    le poesie
    a parte quelle
    di Arminio.
    Me ne spedisce 24
    al giorno
    e mi paga pure.
    Così tra 3 mesi
    pago la rata
    della smart.

  24. Desert Orchid il 29 ottobre 2006 alle 23:24

    inalterato svolgimente a battesimo tengo
    nuvole d’agosto e pioggia puerile
    sasà,sasà,chiamm’a maria
    sasà,sasà,chiamm’a maria
    intrattenersi a pranzare,sciogliersi una catena
    diciamo che al primo tempo hanno giocato meglio del secondo
    è per questo che ti ho fatto venire?
    è per questo che ti ho chiamato?
    dissossa il barlume
    accendi il barile

  25. il magnifico (e)rettore il 29 ottobre 2006 alle 23:35

    aspettiamo fiduciosi una pavola illuminante dal pvode Avminio. a pvoposito, quando avviva? finova non ha mai lasciato i suoi commentatovi tanto a lungo da soli. ho un po’ di timove pev il signov tash, pevò…

  26. (bozza di un io in contumacia) il 30 ottobre 2006 alle 04:45

    Ma voi sapreste indicarmi
    la direzione -ruvida- dei mari?
    Ho imparato ad annusare i cambi
    di stagione dietro i vetri, blindata,
    ma non mi fermerà quell’istinto di
    anima accovacciata, seduzione
    di statica per rimanere chiusa tra
    parentesi, a chiave, rosicchiata.
    Ho smesso da un bel pezzo di
    redimermi i fallimenti e sono pronta
    a farmene una ragione (un fascio di
    luce non un fascio di funzioni) istruire
    percorsi – da una parte all’altra dello
    schermo scorre la mimica gesticolare
    a tempo come per motivare colpi
    di luce in-grata di silenzi. Correrò
    il rischio di questa percezione parallela
    d’anonimato, un corpo espanso,
    una struttura aerea, una parola
    friabile in cui a scanso d’equivoci
    mi oriento- ma è per difetto di postura
    se latito un luogo comune un io
    d’avanzo e non è colpa di nessuno
    se mi ritaglio (un dominio privato
    come un nome) o un dettaglio
    sotto le unghie che l’intonaco usura
    un’abrasione subita a discapito
    (come dirti che c’è come piove o fa) piano.
    E a volte è chimica, a volte patafisica:
    sono tre parti di acqua e una di vento
    e la notte aderirmi a due stelle
    di plastica scorrendo via, lattea e d’argento
    per arroganza di vivere, assurdità di morire.
    Oppure cercarsi un etimo di (seta cruda)
    di conio ruvida, una cantiga d’amigo
    o d’escarnho. Quanto dolore ci vuole
    a farsi sera per sbarazzarsi di quest’io
    logoro, sul lastrico, un io d’avanzo.
    Levigare le superfici, s’impone l’esigenza
    di raggiungere peso e volume conformi
    alle cicatrici, ne consegue il distacco
    delle pareti lacere- placenta, resta una fame
    chimica di sentimenti al dettaglio. E’ il taglio
    che fa la differenza, perché si può morire
    di purezza, di carezze imbevute d’aceto
    – avrei voluto un cielo a goccia e resina
    un cielo tutto lucido stagnola e m’infilavo
    i suoi giorni a rovescio ma ne indossavo
    solo la stessa stoffa comune – deve
    avermi scambiata per…
    qualcun’altra – viola incarnita ed abrasa.
    Avrei voluto essere più leggera delle
    parole o appena più discreta, ma una
    promessa è come un ingranaggio
    sempre troppo remoto, un meccanismo
    inceppato che ha bisogno di un moto
    rettilineo uniforme e una scommessa
    è solo un altro modo di usare ancora
    le parole sbagliate ma avrei voluto
    anch’io essere allegra come bottiglie
    vuote di ricordi e intanto passi pure ma,
    con metodo. Sono una porta sull’acqua
    tra due assi sconnesse e in pozza mi
    rapprendo i vetri scalzi. Una battuta di
    arresto. Sarà che mi rattristo con poco
    ma voglio intitolarmi tra due mari o
    vergogna dell’arte cercando di afferrare
    per questa debolezza di tacere.
    Di parole pagate a caro prezzo
    appena un poco al di sotto del vento
    -forse mi sto perdendo – ma voi potreste
    inseguire il profumo delle parolefiore
    su un dirupo? O voi potreste catturare
    paroleghiandaie tenendo stretti
    i pugni a liberare vocali? (Ma
    voi potreste eseguire
    un notturno su un flauto di grondaie?)
    le parole di ghiaia, banali-
    le parole sopruso.

  27. arminio il 30 ottobre 2006 alle 10:38

    Appunti allo stato larvale intorno ad alcune idee confuse

    *******

    Il primo s’intitola bordello blog, ma avrei potuto intitolarlo molto più estesamente bordello mondo e sarebbe stata la stessa cosa. Il secondo pezzettino s’intitola “il poeta nell’era della posta elettronica” e avrei potuto titolarlo “ il poeta nell’era della fiction economy” e sarebbe stata la stessa cosa.

    *

    Nei territori della medialità il concetto stesso di valore di un testo letterario perde ogni tonalità etica e solenne per assumere un carattere semplicemente estetizzante, alla fine irrimediabilmente frivolo.

    *

    In un’epoca in cui le componenti simboliche della merce sono strutturali, nella merce letteratura le componenti simboliche diventano marginali. Ci nutriamo ogni giorno degli aspetti sentimentali delle merci e non riusciamo più a nutrirci dell’aspetto sentimentale della letteratura.

    *

    La nostra morte non compare mai direttamente nella nostra vita, non ha mai avuto luogo, essa è letteralmente inconoscibile. Ho il sospetto che qualcosa di simile oggi si possa dire della realtà, pure essa è letteralmente inconoscibile, qualcosa da cui difendersi proprio perché non accade mai e se accade rivela che il suo cuore è orribile anche quando è puramente godibile.

    *

    Nel media-set globale il poeta è un alienato e si sente allo stesso modo di come si sentiva Leopardi tra la gente zotica e vile del suo paese. Il poeta è sempre l’ossicino nella gola da far sparire. Basta mandar giù un po’ di pane mediatico, il pane della comunicazione, l’ostia sacra delle nostre giornate profane.

    *

    Se il reale è vuoto, vuoto perché mortale, l’apparenza è piena, piena perché immortale. Tutto può accadere a un’apparenza tranne che di morire.

    *

    Io non è un altro, io è attraversato, calpestato dall’altro. Parlo dell’io poeta, io strada, io ciottolo, io su cui il mondo mette i piedi e qualche volta inciampa.

    *

    La poesia è una trasgressione intrinseca in un’epoca di trasgressioni estrinseche.

    *

    Non può esserci consenso collettivo e appassionato verso il poeta perché il poeta serve alla demolizione di questa vacua socialità così come la fiction serve alla sua costituzione.

    *

    Se il reale appare in forme immaginarie, la poesia appare in forme reali. È una mappa su scala uno a uno, le cose segnate si trovano esattamente nel punto in cui sono segnate.

    *

    La rete è un mondo a brandelli, parole vaganti come pezzi di carne: veniamo presi a morsi, torniamo bestie che si azzannano. Il blog è preontologico.

    *

    La poesia è fuori dal capitalismo culturale e quando ci entra fa una pessima figura.

    *

    La troppa presenza di me in me diventa fantasmatica.

    *

    La poesia è sempre al di là del bene. La poesia come atto brutale che sorprende chi lo compie.

    *

    Il poeta è colui che sopporta un normale stato di eccezione.

    *

    La poesia non ordina e non proibisce. La poesia non ci capisce.

    *

    Immaginare l’immaginario, simulare il simulacro, traumatizzare il trauma.

    *

    In rete compare il lettore sfinge. Non è il testo che chiede di essere interpretato ma il suo lettore.

    *

    Il mostruoso Lucio Dalla può promuovere i suoi dischi, il poeta non può promuovere le sue poesie e appena le promuove viene bocciato.

    *

    Lucio Dalla quando diceva che era figlio di puttana era simpatico. Adesso è solo uno dei tanti imprenditori di se stesso. Il poeta è un’altra cosa, è un demolitore di se stesso.

    *

    Nella rete siamo tutti fantasmi di noi stessi.

    *

    Se il testo sul poeta nell’era della posta elettronica l’avesse scritto uno che ha una brand più forte il testo sarebbe stato più forte. Arminio non è un personaggio della semiocrazia: chi non è famoso è colpevole.

    *

    La neomitologia mediale di Bruno Vespa è la stessa di chi lo sfotte a Striscia la notizia.

    *

    Sembra che i poeti scrivano poesie al momento fuori uso per metterle definitivamente fuori uso.

    *

    Penuria di esperienze collettive per noi quarantenni che le abbiamo vissute quando erano alla fine e iniziava il ripiegamento senza che ci fosse qualcosa su cui ripiegare.

    *

    Anche l’amore, anche l’amicizia sono entrati nel castello manierista. Ogni telefonata traccia segni, aggiunge altre linee al disegno, proliferazione di fregi e sfregi su una colonna assente.

  28. tashtego il 30 ottobre 2006 alle 11:32

    @c. polvere
    porto blu, cosa?

    @todos
    quand’è che i poeti smetteranno di parlare del “poeta” e della sua condizione ner mondo?
    limitandosi invece ad esercitare il mestiere che si sono scelto senza, si suppone, che nessuno ve li abbia costretti?

  29. cara polvere il 30 ottobre 2006 alle 11:35

    quando si apre un blog si va subito alla ricerca di lettori e il fatto di potere usufruire subito di questi ultimi può distorcere la percezione della qualità di quello che è dato da leggere.
    difficile è incanalare l’entropia poetica in un blog, perchè se lo fai veramente, rimani solo.
    bisogna avere il coraggio della solitudine anche in rete, così come nella vita e vedere il blog solo come un utile documento testamentario di facile immediatezza, a questo punto.
    dietro la poesia non importa che sia il poeta.
    usare il blog come un albero o un palo a cui incollare versi, prosa e lasciarli lì, letti o non letti.
    insomma, lasciarci lì il morire scavato e labirintico, che possa diventare forma e disforma sotto gli occhi e dentro (in con su per tra fra) i punti sconciati che ancora abitano i lettori che avranno la pazienza di attraversarli-
    paola

  30. cara polvere il 30 ottobre 2006 alle 11:37

    @tashengo
    il doppiopetto

    paola

  31. gianni biondillo il 30 ottobre 2006 alle 11:58

    A TASH:

    L’architettura è una trasgressione intrinseca in un’epoca di trasgressioni estrinseche.

    *

    Non può esserci consenso collettivo e appassionato verso l’architetto perché l’architetto serve alla demolizione di questa vacua socialità così come l’ingegneria serve alla sua costituzione.

    *

    Se il reale appare in forme immaginarie, l’architettura appare in forme reali. È una mappa su scala uno a uno, le cose segnate si trovano esattamente nel punto in cui sono segnate.

    *

    L’architettura è fuori dal capitalismo culturale e quando ci entra fa una pessima figura.

    *

    L’architettura è sempre al di là del bene. L’architettura come atto brutale che sorprende chi lo compie.

    *

    L’architetto è colui che sopporta un normale stato di eccezione.

    *

    L’architettura non ordina e non proibisce. L’architettura non ci capisce.

    *

    Il mostruoso Lucio Dalla può promuovere i suoi dischi, l’architetto non può promuovere le sue architetture e appena le promuove viene bocciato.

    *

    Lucio Dalla quando diceva che era figlio di puttana era simpatico. Adesso è solo uno dei tanti imprenditori di se stesso. L’architetto è un’altra cosa, è un demolitore di se stesso.

    *

    Se il testo sull’architetto nell’era della posta elettronica l’avesse scritto uno che ha una brand più forte il testo sarebbe stato più forte. Biondillo non è un personaggio della semiocrazia: chi non è famoso è colpevole.

    *
    Sembra che gli architetti progettino architetture al momento fuori uso per metterle definitivamente fuori uso.

    ;-)

  32. arminio il 30 ottobre 2006 alle 12:15

    stamattina mi sembra tutto falso, le vostre parole e le mie, il cielo là fuori, la gioia di vivere e la paura di morire, tutto consumato dalle parole e nelle parole, tutto perduto, anche il silenzio, perché tacendo si continua a sproloquiare, stamattina mi sembra che l’unica serietà è quella dei morti nelle bare.

  33. cf05103025 il 30 ottobre 2006 alle 12:26

    Chi non è famoso è colpevole:
    resto frastornato, se non mezzomazzato, da simile affermazione.

    Per accellerare il processo di mia colpevolezza & eventuale condanna a morte,
    faccio che darmi na randellata in testa con ‘sta tastiera pulverulenta e schifida.
    Poi, poco prima della defunzione, recomi sul blog e mostro mia ignominiosa foto con capa spaccata & copiosamente sanguinolente, scopo cronaca immediata dal vivo.
    E’ tutto ok
    E’ tutto okkey
    Sarò allora famoso & colpevole, insieme,
    ecco.
    MarioB.

  34. arminio il 30 ottobre 2006 alle 13:08

    vado avanti da solo, come gli altri….
    Pubblicare qualcosa, che sia un libro o un articolo su un blog, poco cambia, ci mette nella condizione di Simon nel deserto. Noi siamo sulla colonna, ma il dio a cui vogliamo raccomandarci con la nostra sofferenza non sta nei cieli, il dio sono gli altri, è a loro che chiediamo il passaporto per il paradiso. È chiaro che salire sulla colonna ha senso quando si è in pochi a farlo. Quando le colonne spuntano come funghi, non c’è più nessuno là sotto ad offenderci e adularci, sono tutti sulla loro colonna in un inferno di attese che non si compiono mai.

  35. cara polvere il 30 ottobre 2006 alle 14:53

    @signor Arminio.
    comprendo il suo disgusto nella fattispecie.
    ma avendo scritto una cosa che fa riflettere, rifletta anche lei.
    le sue parole operano nell’endocrinologia, se lo faccia dire.
    è non sto spalmando un intero alveare – spero si capisca.
    io non vedo colonne, la colonna bisogna portarsela dentro, strigliarla tutti i giorni, controllarle le carie. è faticoso.
    qui vedo solo un bell’articolo, importante, amaramente ironico, ben scritto.
    capisco il disgusto ma negare questa acutissima capacità di dire, sarebbe tristezza per chi “attende.
    non riscontri troppa sciatteria che poi rischia di impattarsi con lo snobismo : esistono ancora individui capaci di apprezzare le parole buie così come sono capaci di ascoltare il cuore – che stranamente per un organo cresciuto e che morirà al buio, parla dei colori come nessun pittore.
    non si disarmi. non si sconforti.
    le colonne sono solo ologrammi fatiscenti e se il virtuale le dà quella sensazione di trascinarsi dietro solo fantasmi, beh, qualcuno di quei fantasmi è un po’ meno morto di altri
    detto questo, viva la ruggine sulle catene.
    e un saluto
    paola

  36. Desert Orchid il 30 ottobre 2006 alle 14:58

    chi scrive alle 4 di mattina di patafisica
    mi fa attizzare
    chi si vuole intitolare tra due mari
    io l’amo

  37. tashtego il 30 ottobre 2006 alle 15:21

    “L’architetto è colui che sopporta un normale stato di eccezione”.
    sostituirei “eccezione” con “indigenza”: funziona meglio anche per il poeta.

    spero che Arminio capisca che stiamo solo scherzando un po’.
    tuttavia gli segnalerei il pericolo del narcisismo che può annidarsi nell’anti-narcisismo.

  38. farminio il 30 ottobre 2006 alle 16:16

    simon nel deserto è un magnifico film breve di bunuel.
    il narcisismo puo essere simpatico e antipatico, non c’è che fare.
    è chiaro che quando scrivo “vado avanti da solo” in fondo sto chiedendo comunità, in fondo è una cosa che chiedono tutti, fino a quando non viene il disgusto

  39. Michele il 30 ottobre 2006 alle 17:27

    A tash, a chi lo dici! Mia moglie fa l’arch. (donna onesta a casa resta).

  40. Michele il 30 ottobre 2006 alle 17:35

    “Donna onesta a casa resta” è citazione da un film di Bunuel, che qui ricorre per tripla apparizione (e a volte sparisce) Per le colonne proporrei le Doriche le trovo più femminili.

  41. Michele il 30 ottobre 2006 alle 18:23

    A farminio, (e poi finisco) Simone nel deserto inizia così:
    Un paesaggio desertico, bruciato dal sole. Unica vegetazione, arbusti e piante grasse coperte di spine. Dal fondo di un avvallamento avanza con lentezza, salmodiando, una iregolare processione di una cinquantina di persone.

    VOCI Domine, Domine noster,
    quam admirabile est nomen tuum in universa terra,
    qui extulisti maiestatem tuam super coelos.
    Cum video coelos tuos, opus digitorum tuorum,
    lunam et stellas quae tu fundasti:
    Quid est homo, quod memor es eius?
    aut filius hominis, quod cura de eo?
    (O Eterno, Signor nostro, quanto è magnifico il tuo nome in tutta la terra, o tu che hai posta la tua maestà nei cieli. Quand’io considero i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle, che tu hai disposte: che cos’è l’uomo, che Tu n’abbia memoria, o il figliol dell’uomo che Tu ne prenda cura?) (all’incirca la trad.)

  42. Michele il 30 ottobre 2006 alle 18:52

    Ad Arminio delle 10 e 38 (credo legali e non solari)
    “La nostra morte non compare mai nella nostra vita” è una affermazione di un errore madornale. (appunto) La morte compare dapprincipio, (dapprincipio -attenzione- è parola magica, letteralmente) La morte compare per prima cosa ed è il tutto che ci avvolge e ci fa pensare. La morte il senso di morte e il principio di riconoscimento sarà la discussione di questo millennio, (in parte è gia, ma è suggestione e studio solo psicologico come evento riconosciuto e mistificato) Lo psichiatra Fagioli (ideologo ora pare di Rif, nonché Lui autore vero di Bellocchio) ha una sua idea in proposito, ma questa era già viva nella poesia russa degli anni trenta, e già nella riduzione femminina nel Corano, (sura delle Donne).
    Questo tema e tutto il concepire di letteratura ed è il nodo. Però dire la morte non compare mai nella nostra vita, è segnale di domanda non risolta, e dire non risolta e dire anche risolta o….

  43. tashtego il 30 ottobre 2006 alle 19:00

    @michele
    l’ordine più femminile, per me è lo ionico.
    grazia, ambiguità, enigma.

  44. Michele il 30 ottobre 2006 alle 19:58

    A tash, indiscutibilmente l’ordine più femminile(anche per me) è ionico ma “Dorico” è citazione femminile felliniana, quindi era omaggio segreto e non citato (considerando anche l'”ordine” di questo poss).

  45. arminio il 30 ottobre 2006 alle 20:10

    caro michele
    mi costringi a farmi pubblicità. è uscito proprioo in questi giorni un mio libro che è un lungo discorso sulla nostra o almeno sulla mia paura della morte.

  46. Bruto il 30 ottobre 2006 alle 20:23

    Povero Arminio, tutto costretto a farsi pubblicità… Ma, ops… esce un suo libro e appare un suo pezzo su un blog. In questo bordello pieno di puttane e guardoni… chissà come soffre Arminio. Complimenti per il tema, comunque. Originalissimo e nuovo nella tua produzione…

  47. arminio il 30 ottobre 2006 alle 21:54

    ho iniziato alle cinque di stamattina la mia giornata per nazione indiana. ho scritto un post ai miei testi piuttosto lungo e impegnativo. mi sono offerto, mi sono esposto in coerenza col mio discorso sul bordello. ho avuto anche alcune espressioni infelici, tipo “costretto a farmi pubblicità”. in effetti non vedo l’ora di parlare del mio libro e che se ne parli. poi magari anche questo non mi farà contento, ma è un’altra storia.

  48. Michele il 30 ottobre 2006 alle 22:22

    Ad Arminio,
    perchè dici “costringi”, leggerò volentieri il tuo libro. Spero che tecnicamente hai compreso cosa ho detto. Come vedi siamo all’alba, ops, anche alba è parola da prendere in considerazione quando si parla di morte: questa è conosciuta nella semplicità della suggestione, nella semplicita della letteratura e compare ogni tre settimane al cambiar della Luna. La luna piena è una semplice metafora dell’interezza della vita, tutto incluso compreso morte. E’ superstizione ma anche coincidenza, a luna piena più “parti”, più donne concludono la gravidanza. E’ l’origine cioè -dapprincipio- (non a caso come sai “in principio” o “dapprincipio” è la prima parola della Bibbia: “In principio Dio creò il cielo” ) vi è nascita, come sensazione di morte. Incomprensibile ribaltamento razionale, all’apparenza, solo all’apparenza. Quindi, la negazione del senso di morte avviene con il riconoscimento di questo. La morte così è figurata come ritorno, è mnesica del nascituro. Un “nodino” dove rinuncia alla madre, (vedere velo islamico, rinuncia figurata della donna) è un probabile (dico probabile) viaggio interiore per arrivare al desiderio di “Unita”. (Corano) Considerato che hai citato (forse eri tu, Bunuel, ed io Fagioli, e poi Bellocchio, parlerò brevemente del poeta Tarkovschij il papà del famoso regista.(citato non a caso nei film di Bellocchio-Fagioli) Qui (nella poesia di T.)la visione della madre è negata con il suicidio di lei. Il suicidio della madre è negazione di vità e per corto circuito proprio questa è esaltata (la nascita come esperienza per avvicinarsi alla madre persa, come bisogno di riconoscerla in un percorso mnemonico). Fagioli nega sua madre, anche lui intimamente la nega, (froid è un cretino dice) ma semplicemente arriva alla negazione di questa, per affrontare il tema della morte. (paradossalmente è riduzione inconsapevole froidiana)Cosa centra? La madre per il nascituro è colpevole (uso la parola colpa non a caso) di separazione, (nel ventre materno vi è memoria ed esperienza). La luce, il bianco è morte per il neo-nato. Si parla di Cina, è cultura dove il culto dei morti, è concepito in modo differente: alla morte si preferisce la riflessione sulla vita. Il bianco è simbolo di lutto. Per comprendere il messaggio inconscio della morte (l’inconscio ne è pieno) la “Giada”: (pietra sacra anche in Cina) sono gli occhi della morte. Nei sogni, nella poesia: “occhi di giada ti verranno incontro”. E in realtà prima luce, la luce che il feto-bambino riconosce assomiglia al color di giada nella placenta. Nel culto dei morti il disco di giada simboleggia il cielo. Con la pietra di giada si chiudevano tutti gli orefizzi dei morti, gli occhi, le narici, ecc… Al momento della nascita vi è sensazione di morte, avere compreso che vi è continuazione anche prima di nascere, cioè nel ventre materno, si concepisce “l’intuizione” come frammento di questa memoria. (Ho fatto un bel zibaldone incomprensibile, ma se uno vuole….)



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