Il colosso

29 ottobre 2006
Pubblicato da

goya_colosso.jpgrisposta a Stefano Zangrando

di Antonio Moresco

   Caro Stefano, 

    ho letto la lettera aperta che mi hai indirizzato e – scusa la franchezza – mi sono cadute le braccia. Se voleva essere una confutazione di ciò che ho cercato di evidenziare nel mio scritto intitolato “La sproporzione”, si è rivelata invece la dimostrazione più eloquente di quanto sia grande questa sproporzione.
   Io ti conosco di persona e quindi so che sei molto più giovane di me. Come so che sei intelligente, simpatico e che hai scritto dei buoni libri. Altrimenti avrei pensato di avere di fronte il solito vecchio letterato ormai approdato al suo piccolo e rassicurante nichilismo cartaceo.
   Come mai – mi domando – ci sono in questi anni un gran numero di persone di ogni genere e tipo, scienziati, tecnici, ricercatori, gruppi militanti, intere comunità e popolazioni sparse qua e là sul pianeta, persino uomini politici di primo piano che si stanno rendendo conto di quanto sta succedendo e si stanno ponendo in modo attivo e proporzionale di fronte a una situazione di questo tipo, cercando di contribuire a creare le condizioni per un cambio di direzione finché si è in tempo (compresi quelli che tu liquidi come ambientalisti sabotatori e Cassandre), e quando invece si arriva ai letterati saltano fuori questi tipi di atteggiamenti e posture? È questa – mi domando ancora – l’unica proiezione della cosiddetta cultura, di cui pure ti fai paladino? Ma cosa me ne faccio io della letteratura e della cultura se può arrivare solo a portarmi in questo piccolo scacco? Perché dovrei sforzarmi di trasformarmi in un mutante solo per trasmettere il suo patrimonio  in un altro giro a vuoto a venire, assolutamente identico a quello di cui stiamo intravedendo la fine, se non posso portare al suo interno una nuova e proporzionale invenzione? È solo questa angusta postura e questa impotenza paludata da superiore consapevolezza che ci può venire da quella parte?
   La situazione che abbiamo di fronte non è una pura fatalità, è il risultato – anche – di comportamenti ormai individuati, di responsabilità precise, di strutture che hanno preso il sopravvento sulla popolazione umana nel corso del tempo e che hanno generalizzato le loro finalità e scale di valori. Non vedi niente di tutto questo? Non te ne frega niente? Non puoi limitarti a dire: “Credo, d’altra parte, che sia troppo tardi per trattare la fine della specie come un problema seriamente culturale, di cui doversi occupare verbalmente. È già stato fatto e non è servito. Per questo il tuo intervento mi appare anacronistico.” “Anacronistico”? Ma se questo problema non è mai stato così proporzionale e impellente! “Verbalmente”? Ma perché credi che la parola ormai non possa più nulla? E poi chi ti dice che io voglia occuparmene solo “verbalmente”? Perchè questa atrofia etica e creativa in così tanti “uomini di cultura” e scrittori che consegnano se stessi a questa impotenza e leggono retrospettivamente attraverso questa lente tutto ciò che è stato scritto e pensato, immaginato e creato da uomini e donne nel corso del tempo? Guarda che “siamo ormai fuori tempo massimo” lo si può dire sempre, in ogni contingenza e in ogni momento. Sei sicuro che – dall’alto di una stessa geriatrica e blindata sapienza – non si sarebbe potuto dire la stessa cosa anche ieri, anche l’altro ieri? Allora si può dire che ogni cosa è anacronistica e fuori tempo massimo. Lo sono tutti quelli che – ciascuno a suo modo – fronteggiano, testimoniano, creano. Pensa, per fare un solo esempio, al caso eclatante e attuale di Roberto Saviano. Secondo questo tipo di atteggiamento, come può apparire infinitamente “anacronistico” rischiare così tanto solo per scrivere un libro su quella piccola cosa maligna che è la camorra con tutto ciò a cui è inestricabilmente intrecciata, espressione di una sopraffazione e di un male che è sempre esistito in varie forme nel mondo, tanto più di fronte a una prospettiva di specie come quella che stiamo vivendo. Eppure queste cose continuano a succedere, è tutto legato, il fuoco continua ad ardere a dispetto di tutto sopra il ghiacciaio.
   In quel mio piccolo scritto ponevo, tra le altre cose, alcuni interrogativi: Come mai, tra tutte le indentità, non si afferma anche quella di specie? Come mai non si creano ancora e più fortemente di quanto stia succedendo i primi embrioni che possono dare vita a un governo mondiale di specie? Cosa possiamo fare per contribuirvi? Perché parli di metamorfosi se poi non riesci neanche a immaginare la possibilità di un’invenzione di specie? Credi che sia stato questo l’atteggiamento di molti degli scrittori che hanno dato vita alla “cultura” che anche tu ami e che vorresti tramandare, i quali hanno invece fronteggiato, ciascuno a suo modo (compresi i più pessimisti e i più isolati e i più disperati e forse soprattutto quelli), la potenza della vita e del “male”? Sostieni che l’unica cosa che possiamo fare a questo punto è “aiutarci a vicenda a morire nel modo più dolce possibile”. Lo sai anche tu che questa è una frottola consolatoria. Non ci sarà nessuna dolce morte di massa. Sarà terribile. Io non so cosa farmene della tua dolce morte. Preferisco morire con la bava alla bocca ma dopo avere bruciato fino in fondo le mie potenzialità creative, cognitive e precognitive, in una situazione del tutto nuova, in questa accelerazione del “male” che non cessa di elargire a piene mani la leopardiana “natura”, di cui siamo parte. E – per quanto riguarda Leopardi – guarda che in lui non c’è solo l’implacabile lucidità distruttiva, c’è anche l’elemento eroico, insurrezionale.
   Non tutto si riduce – come sembrerebbe dal tuo scritto – alla possibile estinzione della folle e tumorale specie umana così come l’abbiamo conosciuta nel brevissimo tempo della sua apparizione su questo pianeta. In realtà questa specie sta trascinando molte altre forme viventi nella sua distruzione ed è smisurata la quantità di dolore che ha arrecato e che sta arrecando a ciò che vive nel mondo e a se stessa, dolore che grava sempre più sul filo dell’orizzonte di questo pianeta. Alle specie e alle forme che vivono ancora in nostra presenza e a quelle future, che vivranno esperienze distruttive ancora più grandi prima di rigenerarsi, forse, in altro inconcepibile modo e in nostra assenza. Non abbiamo nessuna responsabilità di fronte a tutto questo e a noi stessi? E verso le persone che verranno subito dopo di noi non abbiamo nessuna responsabilità? Qualcuno di noi ha anche dei figli, che non hanno chiesto di venire al mondo. Non abbiamo una responsabilità nei loro confronti? La nostra cosiddetta cultura può essere ormai solo umor nero? Cosa credi che penserebbero le persone che verranno dopo di noi, e che pagheranno senza colpa molto più di noi, se potessero leggere uno scritto come il tuo o di altri loro irresponsabili e rinunciatari antenati? È davvero così importante – ripeto – tramandare ad altre forme di vita una cultura e una letteratura (che pure  io amo in modo intimo e incontenibile) depotenziata, che in molti si affannano a depotenziare perché non venga più percepita come in grado di porsi in modo proporzionale dentro la combustione della vita e del mondo e del suo tessuto creativo fisico-mentale? E – qui ed ora – quale dovrebbe essere da adesso in poi la nostra parte di scrittori? Quale dovrebbe essere la parte della letteratura che mettiamo al mondo? Quella di preparare delle rilassanti camomille al cianuro per procurarci l’un l’altro una dolce morte? A me pare invece – forse perché sono sprofondato nelle zone più ultimative e segrete di Canti del caos – che non debba e non possa (e non possa!) essere solo questa la nostra possibilità e la nostra parte, ma che sia possibile anche un sia pur disperato proporzionalizzarsi a tutto campo alle forze e alle potenze umane, assolutamente materiali e reali, genetiche e psicofisiche, cognitive e precognitive latenti, senza le quali non sarà possibile nessuna delle “metamorfosi” di cui tu parli.
   In un celebre dipinto di Goya si vede un colosso che si erge sul filo dell’orizzonte, mentre uomini e bestie fuggono atterriti da tutte le parti. Noi siamo la prima generazione di uomini – e di scrittori – che stanno vivendo in una simile condizione e in una simile sproporzione e che stanno vedendo ergersi sopra di loro il colosso.
 

   Ringrazio gli amici di Nazione Indiana per l’ospitalità. È tanto che non ci vediamo e non ci sentiamo. Approfitto dell’occasione per salutarvi e abbracciarvi.

36 Responses to Il colosso

  1. roberto il 29 ottobre 2006 alle 23:44

    Ma cosa intendi con “governo mondiale” e “invenzione” di specie?

  2. Annibale Letterio il 30 ottobre 2006 alle 00:13

    “Come mai, tra tutte le indentità, non si afferma anche quella di specie? Come mai non si creano ancora e più fortemente di quanto stia succedendo i primi embrioni che possono dare vita a un governo mondiale di specie?”

    Peccato che né Zangrando né Moresco abbiano letto le considerazioni che su tali quesiti proponeva Inglese nel post precedente… Forse lì c’era una prima risposta, o un’ipotesi preliminare di analisi, capace di sgombrare il campo da parecchi equivoci, teorici e pratici.

  3. andrea inglese il 30 ottobre 2006 alle 00:32

    Sono molto contento di trovare questo pezzo di Antonio Moresco su NI. Considero le sue riflessioni come molto provocatorie, nel senso che ci provocano su di un terreno che riguarda tutti e che, nel contempo, abbiamo tendenza a neutralizzare in vari modi, attraverso ad esempio l’accusa di catastrofismo. D’altra parte, scendere su questo terreno, significa immediatamente misurare il concreto contributo di ognuno (per piccolo che sia) sul fronte del mutamento di rotta.

    Molte persone sono già dentro questa battaglia per il cambiamento, gruppi di militanti di base e intellettuali di rilievo.

    Se c’è qualcosa di cui varebbe la pena di parlare, senza preoccuparsi di “buttare fiato”, è questa: cominciando col fare un resoconto sulle “forme embrionali” di mutamento strategico di cui parla Antonio. Ma queste forme sono tutte politiche, tutte interne ad una critica dell’economia capitalistica e tutte volte a una ridefinizione dei “beni pubblici mondiali”, che non sarà mai accettata in modo indolore dalle classi dirigenti attuali. (Da qui la mia riserva a parlare in astratto di una “coscienza di specie”.)

    Ma di questo è ridicolo pretendere di parlare in qualche riga di commento. Sarebbe importante, pero’, che anche su NI si offrissero contributi su quanto già esiste in termini di lotta per la “definizione” dei beni pubblici mondiali.

  4. cf05103025 il 30 ottobre 2006 alle 01:10

    Io vedo che un primo ipotetico contributo a questa discussione importante sarebbe quello di non usare più la parola intellettuali.
    Se parliamo di specie, di specie umana, parliano allora di persone, donne/uomini, senza specifici di professione, classe, ruoli, etc etc etc.
    grazie

    MarioB.

  5. Marco Saya il 30 ottobre 2006 alle 02:08

    Già, la parola “intellettuali” sembra caratterizzare una casta in via di estinzione. La figura di “intellettuale” ha senso in questo inizio di terzo millennio? Francamente no! Pasolini era un intellettuale. punto. “Ma queste forme sono tutte politiche, tutte interne ad una critica dell’economia capitalistica…” Dov’è finita la coscienza di classe? “Il contributo di ognuno sul fronte del mutamento di rotta….” Qualcuno mi vuole spiegare concretamente dove sta agendo in tal senso? Non penso che sia possibile una mediazione con l’attuale classe dirigente. Mi viene il sospetto che qualcuno cerchi un dialogo senza il consenso della maggioranza…un manipolo di intellettuali cerca la propria via, forte di un presunto potere di contrattazione con le istituzioni. Non funziona così e non è così! questo manipolo di pensatori altro non è che un’appendice del sistema stesso. “Pensiamo noi per voi”. Assurdo! Il protagonismo di una falsa opposizione. Vomitevole! Fare finta-opposizione e conservare il proprio orticello significa semplicemente usare la logica del “rischio calcolato”. La cultura deve uscire allo scoperto con un progetto comune, non il “calcolo” di pochi.

  6. Uno che passava di qua il 30 ottobre 2006 alle 09:53

    @saya: la cultura come progetto comune esiste già, ed è la cultura “pop”!

  7. tashtego il 30 ottobre 2006 alle 11:27

    A chi manifesta avversione per le posizioni nihiliste sul futuro (futuro che è ormai presente) nostro, come specie, e del Pianeta e delle altre specie, chiedo però un po’ di realismo.
    Fermi restando i temi/problemi epocali – già instancabilmente pre-visti da una buona parte della cultura, anche politica, del Novecento, già abbondantemente detti e messi in scena, a volte con esiti magnifici – come individui, al di là dell’enunciato, resta il problema dell’agire “concreto”.
    Ciò di cui si parla è prodotto del dato strutturale su cui si fonda l’economia del mondo da almeno due secoli – produzione industriale e accumulazione del capitale, naturalmente – che ha sua volta prodotto culture e modelli di vita fondati sul benessere e sullo spreco ai quali, giustamente, vogliono accedere un paio di miliardi di individui che ne sono restati finora esclusi.
    Ma è proprio l’urto di quei due miliardi di accessi che il sistema economico mondiale, e direi il Pianeta come sistema fisico chiuso, non è in grado di reggere.
    L’”emergenza di specie” (che come problema esiste da millenni, ma non per questo è meno reale) improvvisamente si svela quando il resto del mondo smette di essere alle dipendenze dell’Occidente e chiede ciò che, sic stantibus rebus, gli spetta.
    Invocare l’accesso al potere dello scienziato, del tecnologo, del faber, cioè di categorie di vita activa cui normalmente è affidata “l’opera”, la dove siamo in presenza di un sistema economico capace di forme di dominio planetario mai conosciute prima, se permettete, fa sorridere.
    Quando, neanche troppo velatamente, è possibile percepire l’azione del Profitto, dietro ogni azione politica di rilievo messa in piedi dalle potenze che si contendono il mondo, è ovvio dedurne che la scienza, come la tecnologia, non possono non essere a loro volta soggette allo stesso potere, come sempre sono state.
    Cosa può fare la parola nuda?
    Cioè: cosa può fare la parola, a sua volta spogliata della forza di un tempo – quando apparteneva ad una visione del mondo, quando si faceva forza dello stare dalla parte dei più deboli -, a fronte di tutto questo, se non muoversi, come scrive Fofi, da pochi a pochi?
    La sensazione – ne ho praticamente certezza – è che finché il percorso verso un conclamato suicidio di specie non apparirà a tutti attraverso sintomi capaci di superare, per evidenza e conseguenze, l’attuale anestetizzazione di massa, cioè quando sarà troppo tardi, nessuno potrà muovere un dito nel senso della salvezza.
    (Il discorso, come al solito, è complesso).

  8. wovoka il 30 ottobre 2006 alle 12:41

    Mi pare evidente che su certi temi è per tutti difficile capirsi, nonostante la presenza di affetti ed affinità elettive. Si rischia continuamente di adombrare sgradevolissime recriminazioni e di rompere così la finzione del consesso spirituale, quel distanziamento dal reale che solo permette i giochi dell’estetizzazione. Ma sarà davvero utile anticiparle queste brutte cose? La “stretta”, che si preannuncia inevitabile, costringerà tutti quanti a guardare bene in faccia (ed in tasca) al prossimo, dimenticando orpelli e sensibilità esagerate. Non saranno allora alla fine più saggi i politici, lasciando che sia la forza indiscutibile delle cose ad operare i necessari e dolorosi riequilibri? Ho l’impressione che se un giorno andasse storto il raccolto di grano nel nord-america (magari perché siamo riusciti a togliere il petrolio dalle mani USA) forse ci avvieremmo alla nostra minestra – naturalmente distribuita dai militari – con quel disciplinato realismo che oggi non siamo disposti a concedere per un ritaglio marginale sulla nostra pensione o sul nostro stipendio (i più fighi naturalmente si daranno al banditismo). Siamo tutti quanti legati mani e piedi a questo bel sistema, mi sembra, e certe posture di idealismo intransigente mi sembrano possibili soltanto al prezzo di una grossa rimozione: appena si scuote un po’ questa spinosa faccenda, ne escono problemi su problemi: chi sarà in mai grado di progettare, e giustificare, un’interfaccia adeguata fra “l’intellettuale di rilievo” ed il “militante”, tanto per fare un esempio?

  9. Fausto il 30 ottobre 2006 alle 12:45

    La sensazione – ne ho praticamente certezza – è che finché il percorso verso un conclamato suicidio di specie non apparirà a tutti attraverso sintomi capaci di superare, per evidenza e conseguenze, l’attuale anestetizzazione di massa, cioè quando sarà troppo tardi, nessuno potrà muovere un dito nel senso della salvezza.
    eh???????????????????

  10. avanti-popolo il 30 ottobre 2006 alle 12:49

    minchia, i commenti di tashtego sembrano i volantini delle brigate rosse: stesso tono, stesso lessico, stessi concetti. manca solo la rivendicazione del morto.

  11. vince-chi-è-più-astruso il 30 ottobre 2006 alle 12:56

    Fausto, aggiungerei anche questa:

    “Si rischia continuamente di adombrare sgradevolissime recriminazioni e di rompere così la finzione del consesso spirituale, quel distanziamento dal reale che solo permette i giochi dell’estetizzazione”

    Ma come cazzo scrive ‘sta gente?????

  12. tashtego il 30 ottobre 2006 alle 13:24

    “La sensazione – ne ho praticamente certezza – è che finché il percorso verso un conclamato suicidio di specie non apparirà a tutti attraverso sintomi capaci di superare, per evidenza e conseguenze, l’attuale anestetizzazione di massa, cioè quando sarà troppo tardi, nessuno potrà muovere un dito nel senso della salvezza.”
    Riscrivo, per Fausto, in modo meno sintetico e, forse, meno ermetico.
    Volevo dire:
    “Finché le avvisaglie della catastrofe energetica e ambientale (mutamenti climatici, crisi energetiche e sanitarie, crisi mondiali di smaltimento rifiuti, sparizioni di intere specie, desertificazione dei mari e delle terre, conflitti per l’accesso all’acqua, crisi dell’aria nelle città, aumento esponenziale del costo dell’energia, crisi economiche planetarie, e vi andando con le catastrofi) non saranno diventate così forti da riuscire a far breccia nell’attuale stordimento di massa – indotto dal troppo satollo, dal “benessere” e dal consumismo – non sarà possibile costruire nulla (un movimento politico?) che sia veramente capace di invertire la tendenza in atto: ma allora forse sarà tardi”.
    Non riesco, per ora ad essere più chiaro di così.
    Ma ci sto lavorando.
    Noi delle BR abbiamo questo maledetto vizio del linguaggio involuto.

  13. wovoka il 30 ottobre 2006 alle 13:55

    > Ma come cazzo scrive ’sta gente?????

    touché! cercherò di emendarmi.

  14. diego s. il 30 ottobre 2006 alle 14:38

    @ Tashtego
    e
    @ Wovoka

    Se può servire a qualcosa dirvelo, è chiarissimo quello che avete scritto.
    O, meglio, io (e, sono certo, molti altri) lo trovo estremamente chiaro ed interessante (tanto per prevenire qualcuno che scriverà “parla per te”…).

    Del resto, Tashtego stesso scrive che il discorso è complesso e allora sarà il caso di “impegnarsi” un po’ nel leggere, prima di partire con critiche non particolarmente utili.

    ciao

  15. Annibale Letterio il 30 ottobre 2006 alle 16:38

    Sono d’accordo con l’analisi di tashtego.

    @ diego s.

    Guarda che avrebbero trovato il modo di scrivere le stesse “cose” anche se tash e wovoka avessero detto esattamente il contrario. Non ti curar… etc.etc.

  16. Michele il 30 ottobre 2006 alle 17:13

    Il figlio del Faraone, sarà Faraone.

  17. farminio il 30 ottobre 2006 alle 17:46

    concordo con moresco. io sono un pessimista che combatte e mi piace stare coi pessimisti che combattono.

  18. wovoka il 30 ottobre 2006 alle 19:38

    Grazie Diego, la tua nota mi rinfranca, pur potendo ammettere la pesantezza della frase “incriminata”, o anche del mio scrivere in generale.

  19. Dice il saggio... il 30 ottobre 2006 alle 19:43

    Per essere davvero pessimisti, bisogna poterselo permettere…

  20. stefano zangrando il 30 ottobre 2006 alle 21:32

    Caro Antonio,

    grazie di avermi risposto nonostante lo sconforto. Da parte mia, comunque, non volevo confuta-re quello che hai scritto in “La sproporzione”, ma dare il mio contributo, per quanto scoraggiante, affinché quel testo non continuasse a passare troppo inosservato.

    Sono disposto ad ammettere che la mia giovinezza anagrafica abbia potuto indebolire la mia lettera con compiacimenti stilistici che avrei potuto forse evitare, ma credo ci sia un malinteso in merito a quella che ti appare come la mia “angusta postura”, questa mia presunta senilità impotente “paludata da superiore consapevolezza”.

    Letterato, innanzitutto, sarai tu. Io non ho letto né scritto abbastanza per potermi fregiare di questa inutile bandierina decorativa. Credo invece di non fare troppo poco, nei limiti delle mie attitudini, sul piano della prassi quotidiana. Infatti, non inclinando alle mobilitazioni collettive, non avendo competenze tecnico-scientifiche specifiche e non essendo vocato al proselitismo o all’éngagement massmediatico, rispetto alle urgenze che stiamo trattando cerco di fare la mia parte tra la casa, la scuola e i pochi altri luoghi reali e virtuali che frequento nella mia piccola esistenza provinciale, sperando di poter fornire al tempo stesso un esempio utile a chi – si presume – la sua parte non la fa ancora. Si tratta di comportamenti minimi, piccoli esempi di solidarietà e collaborazione con amici e sconosciuti, provocazioni a misura d’uomo lanciate in classe verso i preadolescenti e le loro famiglie, consumi sostenibili in privato e in pubblico, e così via. In quello che scrivo non c’è niente di tutto questo, perché la pratica quotidiana e il buon esempio sono i soli metodi che conosco, ripeto i soli, e per di più adattabili al temperamento di ciascuno, per provare a cambiare le cose. Non credo che la letteratura e la riflessione intellettuale, o la parola ‘colta’ in genere, possano giovare al cambiamento delle cose, a meno che ciò che apprendiamo in sede speculativa non si travasi poi, in qualche modo, in queste modalità concrete e quotidiane – che però, allorché si realizzano, non sono già più né letteratura né impegno intellettuale, ma senso civico e di civiltà. Cultura, certo: in senso lato. Annovero in queste modalità o manifestazioni, tanto per capirci, anche tutti gli opuscoli sulla raccolta differenziata, l’inquinamento delle città, i consumi sostenibili e il rischio ambientale diffusi dalle amministrazioni pubbliche e dalle associazioni ecologiste di tutto il mondo civilizzato, come anche tutto ciò che tu chiami azione “proporzionale” di fronte all’emergenza di specie da parte del “gran numero di persone di ogni genere” che in questi anni stanno prendendo coscienza del problema.

    Non ho invece la tua stessa pretesa di raggiungere con la mia pratica quotidiana (figuriamoci con le mie parole!) quelle “strutture che hanno preso il sopravvento sulla popolazione umana nel corso del tempo e che hanno generalizzato le loro finalità e scale di valori”, insomma questa specie di società parallela di uomini ‘potenti’, più o meno criminali, i quali, avvalendosi delle proprie posizioni entro i rapporti di forza dell’economia capitalistica, hanno rovinato più di altri l’ecosistema terrestre. Né so come sopperire all’aspetto del problema sollevato da Andrea Inglese nei commenti, per cui, di fatto, le persone in grado di maturare una coscienza dell’emergenza di specie costituiscono solo una minima parte dell’umanità. Più concretamente, ad esempio, non saprei proprio come fare per contribuire a rendere sostenibili i nuovi commerci e consumi che stanno devastando aree del mondo fittamente popolate come l’India o la Cina. Lo ammetto, pertanto, sento di non poter fare nulla contro queste “strutture” e queste circostanze (anche se – perché nasconderlo – un mio lato giacobino godrebbe assai nel contribuire alla soppressione di quelle ciniche, irresponsabili élites economiche). Ma non ammetto che questo senso d’impotenza venga considerato una forma di rinuncia o biasimato come “atrofia etica e creativa”. Chi mi conosce sa anche del mio peculiare “anacronismo”, della mia fiducia nella “durata” delle opere umane, artistiche e non, pur nella persuasione di vivere un momento storico in cui la maggior parte degli scrittori e degli intellettuali ha perso la lungimiranza e la nobiltà di un tempo, e in una fase aurorale dell’evoluzione in cui violenze di varia specie e pestilenze diverse si annunciano come altamente probabili. Pure è questa la mia prospettiva, e tutto ciò in cui oggi credo, contro ogni forma di distruzione e decostruzione, è il principio attivo del come se: fare e scrivere ‘come se’ le nostre opere migliori potessero ancora durare a lungo, leggere ‘come se’ il testo che abbiamo davanti avesse un significato preciso, agire ‘come se’ il nostro operato potesse influenzare quello altrui, ecc. In breve: auto da fè. Anche per questo non ti permetto, in nessun modo, di giudicare come “frottola consolatoria” quello che considero il nucleo viscerale della mia riflessione, ciò che va oltre ogni mia possibilità e volontà di controllo razionale, ossia il proposito, sia pure insulso, di “aiutarci a morire nel modo più dolce possibile”. Me ne frego, caro Antonio, delle “potenzialità creative, cognitive e precognitive” alle quali uno scrittore con la bava alla bocca ha dato fondo per generare una “situazione del tutto nuova”, se davanti a me ho una processione di anziani che tirano gli ultimi in un’estate troppo, troppo calda, o un bue moribondo bruciato da un ordigno nucleare o un cane squarciato dall’esplosivo di un terrorista, o una sfilza di appestati dall’aids con pochi giorni di vita, o una squadra di lavoratori incancreniti con i polmoni in fiamme per l’inalazione di un gas tossico; il quel caso cercherei, te lo ripeto, di addolcire in qualche modo qualcuna tra quelle morti in corso, come ho cercato di fare in passato con persone o animali morenti per cause meno catastrofiche o meno legate alle nostre responsabilità di quelle che ho appena ventilato. E credimi, anche in quei pochi casi non l’ho mai fatto con l’egoismo di chi vuole sistemarsi la coscienza, piuttosto con la mal celata curiosità di chi vuole conoscere meglio la morte, comunque con quel fermo proposito di consolazione e presenza al prossimo che tu chiami sbrigativamente “frottola consolatoria”. Vedi, non ho mai sopportato l’ottuso rifiuto ideologico che molti intellettuali e scrittori “impegnati” hanno opposto alla pratica umana della consolazione: credi forse che tutti gli esseri umani siano portati a forme più o meno dolorose di disincanto o di lotta? Ci sono sensibilità che, per ragioni spesso imperscrutabili, non tollererebbero l’affondo della lama della coscienza critica, e che come tali hanno il diritto di non essere violate dallo spirito missionario e ambizioso degli ideologi o degli intellettuali complessati. Mentre avrebbero forse la possibilità di attingere consolazione o compagnia da qualsiasi loro simile, tanto più in un momento di solitudine e angoscia comunque insopprimibili come la morte. Se non comprendi questo, trovandolo una semplice “frottola consolatoria”, e ti sembra più importante occuparti di come “dare vita a un governo mondiale di specie”, significa che siamo troppo lontani, e il nostro confronto può pure fermarsi qui: le lotte per il potere non mi interessano.

    Aspetterò comunque con curiosità la terza parte dei Canti del caos, poiché a quanto pare è lì che stai elaborando a fondo tutto ciò di cui “La sproporzione” non è che un epifenomeno. Dal canto mio, come scrittore, in questo frangente ho solo cercato di dare il mio contributo alla sensibilizzazione nostra e di chi ci legge con una piccola riflessione, certo anche intellettuale e letteraria, ma essenzialmente legata a questa idea di solidarietà umana e animale di fronte alla morte. Non so ancora quale letteratura potrebbe venir fuori dal mio punto di vista, anche se molti pensieri che ti ho portato sono quelli che probabilmente forgeranno anche le trame e i temi di ciò che farò, se lo farò. Per il resto, come puoi immaginare, continuerò nelle mie pratiche quotidiane, che forse a molti appariranno misere e insufficienti (a me per primo, a volte), guidato tuttavia, giorno per giorno, da un certo motto gramsciano, molto noto, che però qui preferisco omettere nella sua forma completa, per evitare di esporlo ad ulteriori appropriazioni indebite – dopo la mia, visto che il pessimismo della mia ragione si manifesta agli occhi di un esperto, quale tu sei o pretendi di essere, come senilità rinunciataria o irresponsabile nichilismo.

    Un sentito grazie agli amici di NI per l’ospitalità.

  21. cf05103025 il 30 ottobre 2006 alle 22:11

    Io vado terra terra.
    Volo basso.
    Io credo che la specie umana abbia fatto parecchi danni su questo pianeta, però al contempo penso che gli umani, nella gran parte, non si sentano ancora un insieme, una specie.
    Si sentono cinesi, napoletani, della famiglia Cristofanetti, del villaggio RioBo, per prima cosa.
    Tante persone non accetterebbero mai di essere accomunati in una specie con il nigeriano che spaccia qui sotto.
    Cioè prima eliminiamo il nigeriano, poi pensiamo al pianeta.( direbbero)
    La consapevolezza di far parte di una specie animale particolare, mica tanto migliore delle altre bestie, è difficile da mandar giù.

    Per di più, aggiungo, che gli umani spesso sono tanto presuntuosi anche nell’incolparsi eccesivamente dei guai del pianeta, come se del tutto il riscaldamento della Terra dipendesse esclusivamnte dai nostri stronzi abusivi fuochi pasticci e casini.
    E’, ancora una volta antropocentrismo bello e buono.
    Pare, ora, che la Corrente del Golfo vada rallentando il suo corso portando un periodo freddissimo….ultima notizia, non comprovata da prove certe.
    E’, per dire, che se anche noi umani ci diamo da fare, e dovremmo farlo davvero, a riequilibrare la nostra presenza sul pianeta,
    una bella cometa o una eruzione gigantesca o un giro più lento di questo globo ci fa sparire tutti.
    Non crediamoci onnipotenti anche nella salvezza della Terra.

    MarioB.

  22. absit il 30 ottobre 2006 alle 22:18

    ma quanto è stupido marco gonorrea?
    ma quanto?
    ma quanto!
    ma quanto?!?!

  23. roberto il 31 ottobre 2006 alle 09:08

    IL GOVERNO DELLA SPECIE

    “Ogni essere umano di per sé ha solo i doveri”
    G.L. Ferretti, “Reduce”

    Qualche settimana fa è spuntata la storia l’embrione “etico”. Il dottor Stojkovic di ‘Sinto-cell’ avrebbe estratto linee staminali da embrioni “morti”. La notizia è stata diffusa dalla rivista scientifica ‘Stem Cells’ e confermata dalla Columbia University. Ma se andiamo a leggere le dichiarazioni fatte da Stojkovic viene fuori che “le cellule create con questa tecnica non sarebbero un’alternativa all’uso di embrioni vivi, se mai solo in una fonte aggiuntiva…”. Il veterinario serbo non parla di ‘morte’, si limita a dire che gli embrioni che ha utilizzato sono “arrested”, bloccati. Se le cellule prese dall’embrione erano ancora “vitali” come si fa a dire che l’embrione è morto? Come dire, la scoperta sbandierata viene notevolmente ridimensionata per bocca del suo stesso autore.

    Chi governa la Specie è alle prese con decisioni critiche. La Human Fertilisation and Embryology Authority (Hfea), che si occupa della fecondazione artificiale, è indecisa se dare il via alle ricerche di un gruppo di scienziati inglesi che intendono creare embrioni attraverso la fusione di cellule umane e ovuli animali. Il nuovo essere dovrebbe chiamarsi “Chimera” e servirà a testare “i difetti genetici di gravi malattie neurologiche”. Uno scherzo di natura, mezzo uomo e mezzo coniglio, usato come cavia. Carne senza diritti di un futuro fantasy e hard.

    La Exelgyn è la multinazionale che produce e vende la pillola RU486. Ai trafficanti di Specie non garbano i mercati dei paesi industrializzati dove c’è un’opinione pubblica dissenziente. Negli Stati Uniti, dopo le prime denunce di donne che hanno lamentato emorragie e infezioni causate dal farmaco abortivo, e dopo una dozzina di morti sospette, la Exelgyn ha ceduto il brevetto per concentrarsi su altri mercati meno ossessionati dalla ‘difesa della vita’. Quello italiano, per esempio, che risponde bene su scala locale e regionale. Umbria e Toscana sono territori all’avanguardia nel governo della Specie. Secondo il dottor Fiala, presidente dell’associazione degli operatori d’aborto e contraccezione (Fiapac), il fatto che la pillola non sia ancora in tutte le farmacie è “una violazione dei diritti umani”. Sponsor della conferenza presieduta da Fiala è il marchio Exelgyn.

    La Svizzera viene descritta abitualmente come il paradiso dell’eutanasia grazie ai servizi di “suicidio assistito” garantiti dalla ‘Exit’. Il dottor Jerome Sobel i suoi pazienti non li tocca nemmeno, si limita a passargli il veleno: “E’ essenziale che siano loro a suicidarsi”. Sai che schifo le piaghe, la puzza dei malati, nutrirli e mobilizzarli in carrozzella. Sai che bestie quei familiari che si accaniscono sui loro figli per tenerli in vita. Per Sobel non ci sono “vegetali” in grado di risvegliarsi. Quindi chiudiamo gli antiquati reparti di geriatria e gerontologia, che sono improduttivi e costano un occhio della testa. Secondo indiscrezioni del ‘Journal of Medical Ethics’, i “vegetali” fanno gola a quanti, nella comunità ranxerox, necessitano di cavie, centauri e chimere per i loro esperimenti.

    C’è poi la Tecnica, la cura tecnologica della Specie. Anna Silvestro, la presidente dell’associazione di categoria degli infermieri italiani (Ipasvi), vorrebbe riorganizzare l’assistenza sanitaria. Pensa a un “infermiere di comunità” o “di famiglia”, che non è invenzione sua ma una figura richiesta dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Chissà se Silvestro ha letto cosa hanno in serbo Intel e Microsoft per rivoluzionare la medicina digitale: un carrello semovente, definito “robot infermiere”, che raccoglie i dati sul paziente, lo controlla attraverso cavi e sensori, avverte il medico se c’è qualcosa che non va. Il robot è fornito di ossimetro, glucometro e termometro, e dispone di una “tecnica di riconoscimento vocale” che secondo i programmatori di Microsoft permette la diagnosi on line. In Italia, il robot infermiere si chiama ‘Sensitron’ e viene prodotto da Biomedica.

    Tutte queste notizie non hanno lo scopo di negare la validità della ricerca sulle staminali, oppure la difesa della legge 194, o la legittimità del gesto di Welby. Ma ci sono anche altri discorsi di preservazione e conservazione della Specie. Non si tratta di dare una connotazione valoriale, etica, scientifica, a una pratica di cura piuttosto che all’altra. Ma riconoscere che la cultura pro-choice, in materia di embrione, aborto ed eutanasia, non copre l’intero spettro delle opzioni biomediche disponibili.

    Su “Internazionale”, Tullio de Mauro ci ha spiegato cosa significa “palliativo”. La parola ha origine nel latino ‘pallium’, la benda ornamentale sopra la toga degli antichi romani. Da ‘palliare’ le lingue neolatine generarono ‘palliatif’, in francese, per qualificare cure e medicine che attenuano i sintomi della malattia. In inglese, si definiscono
    ‘palliativist’ i medici che sostengono questo genere di cure (‘palliation’). “Dalla fine degli anni novanta,” conclude de Mauro, “con lo sviluppo delle terapie del dolore anche in Italia, il medico palliativista è una figura professionale ben definita e la parola, insieme a palliazione, ha perduto quella sfumatura di deprezzamento che le veniva dalla cultura di secoli andati”.

    Quali sono i trattamenti del dolore e perché la morfina e gli oppiacei non scorrono a fiumi? Meglio un malato tossico vivo o una morta razionalità? Dove sono gli ‘hospice’ e che posto hanno gli ultradegenti nelle strutture sanitarie nazionali? La scenografia della tv sono la morte e il sesso, ma il ‘prodotto-vita’ non tira, né dal punto di vista della comunicazione aziendale, né in quella politico-istituzionale, che ormai sono riflessi del network, certamente non il suo motore. Parlo del prodotto-vita non della Vita come valore non negoziabile, che lascio al Papa e ai Teocon. Almeno il prodotto me lo lasciate in pace?

    Una indagine del Censis ha messo in evidenza che gli italiani si rivolgono sempre più spesso ad internet e alla televisione per avere informazioni sulla loro salute. Se analizziamo nel dettaglio i dati dell’indagine, ci accorgiamo che il pubblico chiede più notizie sui temi di bioetica e sulle terapie alternative. Forse c’è una soluzione al deficit dell’offerta informativa relativa a questi temi. Secondo il premio Nobel Rita Levi Montalcini, i giovani laureati in medicina, e molti ricercatori precari, avrebbero delle chance professionali in più se si rivolgessero al giornalismo scientifico. Oggi di biomedicina, biologia e genetica, scrivono giornalisti che, molto spesso, non hanno né il tempo né la competenza per approfondire i temi del dibattito scientifico (eccomi). Molti neolaureati potrebbero diventare degli attori protagonisti nel campo della ricerca: non in laboratorio, ma dalle pagine dei grandi quotidiani e delle riviste scientifiche.

  24. roberto il 31 ottobre 2006 alle 09:12

    la storia dell’embrione “etico”

  25. farminio il 31 ottobre 2006 alle 09:46

    caro moresco
    per me l’emergenza della specie si coniuga con l’emergenza della mia vita, vissuta fin ora e credo fino alla fine, sempre in corsia d’emergenza.
    la parola emergenza ne richiama un’altra: urgenza. Senza il sentimento dell’urgenza credo che oggi non si possa fare buona letteratura e nemmeno buona politica. La politica sappiamo a chi è in mano, in Italia e altrove. Sulla letteratura è il momento di gettare uno sguardo impietoso. Circolano troppi libri scritti in maniera agevole, frutti di un semplice addestramento a raccontare qualcosa nei format che le case editrici prediligono. la letteratura in mano ai figli di papà, la letteratura senza infiltrazioni dell’infinito, la letteratura come autismo chiassoso. in un clima del genere è difficile che chi parla di cose vere riesca a essere raggiunto da altri che parlano di cose vere.

  26. GiusCo il 31 ottobre 2006 alle 10:37

    In Inghilterra la questione e’ molto sentita e alcuni quotidiani (soprattutto “the independent”) stanno tirando sulla faccenda da diversi giorni, tanto da suscitare dibattiti in Parlamento e ipotizzare una stretta ecologista (tassazione incrementale su cio’ che non e’ ecosostenibile). Dal punto di vista tecnico-scientifico, e’ innegabile il dato di un marcato surriscaldamento del pianeta e di una probabilissima stretta correlazione con la quantita’ di CO2 presente nell’atmosfera, arrivata a livelli recordi (382 parti per milione, contro le 280 pre rivoluzione industriale). Non conosciamo i sistemi di feedback che reggono il clima e cio’ rende improbo pensare a correttivi mirati; dal punto di vista pratico si propenderebbe, quindi, per una prudente auto-limitazione dei consumi delle risorse.

  27. georgia il 31 ottobre 2006 alle 11:02

    il problema grosso è che moresco non è affatto un pessimista, ANZI.
    Solo un c***** come candida può scrivere le bischerate che ha scritto su vibrisse (ma si sa che il mouse batte dove il blogger duole)
    Quello che dicono i giornali da un anno a questa parte non è affatto allarmismo, ma anzi stanno molto attenti a non dire tutta la verità per non creare il panico.
    Il fatto vero è che i liberisti scatenati che con l’amministrazione bush (che ha dato anche l’alibi per scatenarsi a tutti i liberisti mondiali) si sono rifiutati di firmare la convenzione di tokio e che hanno scatenato guerre sul pianeta, hanno delle colpe così grosse verso la specie umana da oscurare persino il terribile secolo breve.
    geo

  28. db il 31 ottobre 2006 alle 12:03

    *Come mai -mi domando- ci sono in questi anni un gran numero di persone*…

    è davvero un peccato morire come specie prima di avere imparato la grammatica…

  29. uno per caso il 31 ottobre 2006 alle 12:39

    Come spesso accade l’esimio dottor DB ha sempre qualcosa di profondo da dire su ogni argomento. C’è una cosa che Le manca, esimio dottor DB: un po’ di maturità oppure un pannolone…

  30. due per caso il 31 ottobre 2006 alle 17:02

    Eccolo. Il rigonfiamento colossale di attributi conclamato che fa sensazione! Su questo tono dovremmo concentrarci.
    L’effettone smuove l’aria, mescola e rimescola, non tenendo conto del fatto che né di gloria né di eroismo dovrebbe nutrirsi la pratica scrittoria, tanto meno la vita.
    Il fine è intrinseco alla parola. La parola nuda è tautologia. L’ “impegno” cosiddetto ancor di più.
    I sogni di dominio malavitosi, letterari, politici, ecc. ecc. che siano, sono appunto sogni di una realtà altra.
    Penserei più alla conservazione. Della specie.
    La specie la si conserva evitando compiacimento, durezza, enfasi e effettistica.

  31. cristiano prakash dorigo il 31 ottobre 2006 alle 21:43

    la domanda da cui scaturisce il tutto è quel “come mai”. mentre il mondo si sta consumando io sto fracendo un corso di shiatsu professionale e quotidianamente mi occupo di persone che stanno male col mondo degli uomini. cerco di vivere intensamente ogni istante in attesa della morte, che verrà per me, come per ognuno di noi. cerco di capire nel frattempo perchè la razza umana si sta suicidando e rischia di farlo ancor prima che il pianeta reagisca placidamente, senza la minima acredine, solo per riequilibrarsi. cerco di capire perchè gli altri non sono come me; che se fosse per me questo mondo non rischierebbe l’implosione. cerco di capire perchè i commenti di georgia mi danno di frequente i nervi e perchè tashtego mi è simpatico e antipatico insieme.
    “……… il mondo è il vostro problema, e per comprenderlo dovete comprendere voi stessi. la comprensione di se stessi non chiama in causa il tempo. esiste solo in rapporto, altrimenti non esiste.il vostro rapporto è il problema, il vostro rapporto con i possessi, con le persone, le idee o i credi. attualmente questo rapporto è attrito, conflitto, e finchè non avrete compreso il vostro rapporto, qualunque cosa facciate, ipnotizzatevi pure con qualunque ideologiao dogma, non ci sarà mai riposo per voi.. . ….”
    per cui, oltre a sperare di comprendere prima che arrivi la fine, mi viene da dire che il problema non lo si può risolvere fino a quando ci sarà divisione, attribuzione di colpe agli altri; fin quando ci sarà la tara dell’ideologia, del pre-concetto. e mai, oquasi mai, la consapevolezza di come si è e si sta con gli altri.

  32. che palle! il 31 ottobre 2006 alle 23:32

    che palle ‘sti grandi scrittori e poeti che postano i loro scritti e manco si degnano di uno straccio di risposta ai commentatori…

    anche i loro luogotenenti in terra sono in sciopero, a quanto pare

  33. ilduca70 il 1 novembre 2006 alle 04:16

    La specie si sta’ suicidando? Se si vive in un piccolo paese non si ha questa percezione onestamente, se si vuole fare una speculazione intellettuale ci si puo’ porre anche il problema,ma rimane tale. Il mondo va’ avanti sempre e comunque, se la situazione precipitasse si prenderebbero le adeguate contromisure, non vedo perchè preoccuparsi, anche perchè credo in pochi rinuncerebbero a qualcosa per una fantomatica fine del mondo, li vedo piu’ propensi a godere di un agiato presente, che poi è la cosa piu’ seria da farsi.
    Il futuro non esiste.

  34. GiusCo il 1 novembre 2006 alle 11:02

    Rilancio dandovi il link al rapporto di Sir Nicholas Stern, per conto del governo inglese, che mette in chiaro numericamente (e prova a fare delle previsioni) le questioni sollevate anche da Moresco:

    http://www.hm-treasury.gov.uk/independent_reviews/stern_review_economics_climate_change/sternreview_index.cfm

  35. db il 1 novembre 2006 alle 19:35

    vedo che don Tonino è rimasto sempre uguale, solo ovviamente un po’ invecchiato: così, se 30 anni fa celebrava rossi matrimoni, ora somministra nere estreme unzioni. Con tutto ciò, naturale che gli scappi qualche sacramento, tipo l’ottavo, della sacra scrittura (che per uno scrittore è l’analogon della sacra falegnameria per un falegname: niente sedie a 2 gambe ecc.).
    però, siccome se n’è visti di mangiapreti invocare l’aspersorio in transitu, approfitto qui per esternare: casomai chiedessi di venire estremamente unto, desidero che al contempo e sull’istante mi si orienti verso la mecca e mi si sottobanco circoncida. Dixi, et salvavi animellam meam.

  36. claudio il 4 novembre 2006 alle 16:35

    Interessante l’immagine del “colosso”, una sorta di “palazzo” pasoliniano all’ennesima potenza. Personalmente condivido l’impostazione di Moresco. Letteratura e vita sono la stessa cosa per lo scrittore. Cosa dovrebbe fare se non scrivere, cioè vivere.



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