Qualche numero sul precariato

2 novembre 2006
Pubblicato da

ADN Kronos – Gio 26 Ott

Roma, 26 ott . (Adnkronos) – Un battaglione di lavoratori illusi e
disillusi, scoraggiati dalla precarietà, la maggior parte senza figli, con
un reddito medio inferiore ai 1000 euro al mese ma che lavorano da anni per
uno stesso committente con un orario mediamente lungo. E’ questa la
fotografia scattata dall’Ires per conto del Nidil-Cgil sul lavoro
parasubordinato in Italia.

Un flash amaro, quello scattato dal centro studi
della Cgil, che illumina una realtà complessa attraverso una indagine
accurata realizzata tramite interviste a 560 lavoratori atipici, dai
co.co.co ai co.co.pro, dalla collaborazione occasionale a quella con partita
iva, fino agli stage e ai tironicii.

E l’80% dei collaboratori intervistati svolgono appunto il proprio lavoro
per un unico committente, soprattutto se lavoratore a progetto o co.co.co.
Ma a disegnare un rapporto di lavoro di ”quasi dipendenza” sopratutto il
fatto che sempre l’80% degli intervistati lavora all’interno dei luoghi di
lavoro, il 77% perlopiù con una presenza quotidiana e il 71% tenuto a
rispettare un orario fisso di lavoro. Ben il 50% del campione per più di 38
ore a settimana con punte di oltre 45 ore, sopratutto tra i tirocinanti e
gli stagisti. Ma le retribuzioni complessivamente si assestano su fasce
decisamente basse, sopratutto al sud nonostante l’elevata qualificazione
professionale, i titoli di studio e l’orario lungo. Oltre il 31% degli
intervistati infatti guadagna meno di 800 euro netti al mese, e il 26% tra
gli 800 ed i 1000 euro: come a dire che un collaboratore ogni due lavoratori
guadagna meno di 1.000 euro al mese.

Poco sensibile la differenza
anche nella fascia più qualificata in ambito scientifico: circa il 52% degli
intervistati guadagna infatti tra gli 800 ed i 1.200 euro al mese. E nel
settore privato, spiega ancora il rapporto Ires, i redditi sono più bassi
che nel settore pubblico. Un livello salariale che per il 34% del campione
”consente a stento di vivere e di mantenere persone a carico”, mentre un
altro 31% lo giudica ”del tutto insufficiente”.

E le ripercussioni di questa situazione
sui modelli familiari sono immediate: l’89,4% di
lavoratori tra i 28 anni ed i 35 non ha figli; e lo stesso vale per il 51,2%
di quelli oltre i 35 anni. Più ‘scontato’ il 96,4% di quelli con meno di 28
anni. Ma la media dei numeri dice che circa l’82% dei collaboratori
complessivamente intervistati non ha figli. Così come circa il 20% del
campione che ha già superato i 28 anni dichiara di vivere ancora in
famiglia. Un quadro scoraggiante, questo, per i lavoratori che per la
maggior parte non pensa di poter contare su questo rapprto anche in
prospettiva. Poco meno del 50% ritiene infatti che non continuerà ancora a
lungo a lavorare con il proprio committente. Fanno eccezione solo i
collaboratori del settore pubblico e quelli che registrano il rapporto di
‘dipendenza’ più lungo, anche 4 anni, che nel 45,3% dei casi considerano il
proprio rapporto destinato a durare. Oltre il 20% degli intervistati inoltre
non ha nessun tipo di prospettiva per il futuro, non saprà cioè cosa gli
verrà proposto alla scadenza del contratto. Un insieme che fa stimare
all’Ires come un lavoratore su quattro non ha certezza del suo futuro, e
neppure quello a lungo termine.

Pochi dunque gli ottimisti o quelli che pensano comunque di avere buone
possibilità di fare carriera, solo meno del 20% del campione. La maggior
parte, oltre il 40% infatti, affida le proprie prospettive ad un percorso
lavorativo meno lineare e sopratutto esterno, in particolare se svolge una
professione di alto livello (44%) o se sta svolgendo uno stage o un
dottorato (52,5%).

(Adnkronos)

(Ringrazio Marco Giovenale che mi ha segnalato questo pezzo da it.news.yahoo.com/26102006/201/indagine-ires-nidil-atipici-battaglione-dipendenti.html)

4 Responses to Qualche numero sul precariato

  1. roberto il 2 novembre 2006 alle 16:26

    Caro Andrea,
    i numeri sono questi e c’è poco da discutere. Ma senti questa storia.
    Nel 2005-2006, ho avuto la (s)fortuna di diventare “docente a contratto” della Sapienza. Non dirò per quale facoltà per non infierire. Ti basti sapere che ero un “parasubordinato”.
    Bene, a circa un anno di distanza dall’incarico non so ancora quanto verrò pagato e soprattutto quando, perché continuano a rimpallarsi queste informazioni da un ufficio all’altro. Ho firmato una specie di contratto (pre-contratto) a cui non è mai seguita altra comunicazione. Ho fatto le mie ore di lezione, ho corretto i compiti scritti, e svolto regolarmente l’attività di tutor. Nel frattempo, lavoravo altrove per campare. Sappi però che quando ho alzato la voce, non per ingordigia, ma per l’assurdità della vicenda, non mi è stato più riconfermato l’incarico (meno male).

    Con mia grande sorpresa, ho scoperto che la Sapienza assume migliaia di ‘contrattisti’ che sembrano assuefatti allo stato delle cose: lavori oggi e ti paghiamo quando il burocrate di turno si deciderà. Ovviamente il burocrate il suo fisso mensile ce l’ha, ce l’ha pure il ricercatore che avevo come referente (stipendio netto d’ingresso di circa 1100 euro), per non dire dello stipendio che si porta a casa il professore vero (dai 2500 euro in su). Costui, per inciso, non ho mai avuto la fortuna di conoscerlo, in un anno di lavoro. Mi dirai che nell’università ci vuole pazienza, ma siccome sono stato abituato al mercato del lavoro, quello vero, di Pazienza ne conosco solo uno, il nostro amico Andrea.
    I contrattisti non muovono un dito, mentre i ricercatori e i professori li vedo molto attivi nella mobilitazione per la difesa dei loro diritti: assunzioni a tempo indeterminato, aumenti e scatti di carriera.
    Le altre cose che ho visto durante l’anno accademico mi hanno fatto accapponare la pelle. Migliaia di studenti che, grazie alle “lauree facili” (brrrrr), studiano una pletora di esami inutili e scoordinati, tipo “Psicologia degli alimenti” ad Agraria di Napoli.
    L’università pubblica, come tutti gli altri carrozzoni irriformabili, mi appare un mondo grigio, caotico, un groviglio di potentati su cui andare a sbattere la testa. Spero che chi ci lavora per passione, lottando perché ama la ricerca, faccia sentire la sua voce.
    A me quello che guadagno, in fondo, mi sta bene, e ti assicuro che non sono cifre a tre zeri. Non me ne frega un accidente della pensione e – se devo dirla tutta –, non credo che avere un figlio sia una specie di realizzazione personale da ottenersi dopo quella professionale (dall’indagine sembra emergere questo).
    Il lavoro lo intendo più come passione che come professione, passione che mi ha sempre ripagato meglio della professione.
    Credo che la battaglia dovrebbe essere quella per la casa (il Movimento ce l’ha insegnato), ma su questi temi si nicchia, a meno che non vogliamo credere alle stronzatine sull’edilizia popolare e sul caro-affitti da calmierare, non si sa bene come, vista la finanziaria conservatrice che si sta delineando.
    Non essendo capaci di creare una classe dirigente che faccia i nostri interessi, i risultati sono abbastanza prevedibili. Proprio non capisco cosa ci sia da protestare.
    Dimmi tu se non converrebbe ‘indietreggiare per rinforzarsi’, decapitare l’idra, tagliare in base al merito e alle competenze e al reddito, e in questo modo favorire chi si fa il culo perché ci crede. No, dobbiamo manifestare per essere assunti e immatricolati tutti.

    L’altra faccia della medaglia è quella scalcinata (r)esistenza professionale chiamata “lavoro autonomo”. Se vuoi ‘fare impresa’ al Sud, che non è una parolaccia, c’è una strada facile facile: chi ha visto l’inchiesta di Report dedicata a “Sviluppo Italia” può capirmi al volo.
    Ancora una volta, ti paraculano co’ ‘sti progetti e bandi e progettini che dovrebbero insegnare a fare l’imprenditore. Ma dico io, invece di ‘spiegare come si lavora’, non potrebbero munire direttamente i proponenti di telefono e fax e vedere come se la cavano a vendere e a comprare?
    Sai com’è, nella (piccola) editoria e nel giornalismo (freelance), grosso modo funziona così. Guadagni per quello che produci e per quello che sei.
    Ah!, quanto avrei voluto votare un premier che insieme al cuneo fiscale avesse cancellato tutte quelle spese incomprensibili, di registro bolli e tagliandi, di certificati notarili e cazzate varie che t’impediscono di ‘fare iniziativa’ da un giorno all’altro. Populismo? Ma per piacere…
    Nel bunker del dirigismo nostrano non hanno uno straccio di programma per le partite iva, figuriamoci per le società in accomandita semplice. Facci caso, in giro si ricominciano a vedere sempre più Fiat. Si era detto meno tasse e abbiamo visto com’è andata. Gli indici di consenso sull’attività del governo sono in caduta libera. Ieri sera, all’“Infedele”, Amadori ha dato cifre impressionanti. Prodi non lo rivoterebbero in tanti. Altro che Partito Democratico e Giunta Rosso-Verde, se va bene ci beccheremo un altro decennio di destra, così potremo continuare a maledire il Berlusca che prima o poi, darwinisticamente, scomparirà anche lui. E allora? Non sorprende che alla fine uno impazzisca, come ha fatto Cacciari. Ma vaffanculo i diritti preconfezionati. Questo sentivo il dovere di dire, con una menzione speciale, Andrea, per le tue ultime ‘incursioni’. Magari parlassimo più spesso di lavoro e identità.

  2. andrea inglese il 2 novembre 2006 alle 17:39

    “Con mia grande sorpresa, ho scoperto che la Sapienza assume migliaia di ‘contrattisti’ che sembrano assuefatti allo stato delle cose:”
    questa è una delle cose che più manda in bestia, l’assuefazione. Potremmo benissimo accettare cio’ che è più difficile e anche umiliante accettare, ma almeno con la consapevolezza di essere una massa di persone “sacrificate”, scientemente sacrificate da parte di istituzioni che hanno tradito un patto sociale fondamentale: quello tra formazione e ruolo lavorativo. Potremmo almeno riconoscerci come vittime, invece ognuno fa finta di nulla, corre da solo, convinto che lui riuscirà a salvarsi, anzi, ogni precario simula di fronte ad altri precari una sua condizione di maggiore stabilità, di forza, di posizionamento migliore, ecc.
    Questa atomizzazione totale di persone nella stessa condizione sociale e lavorativa è il capolavoro del più recente capitalismo.

  3. maila il 2 novembre 2006 alle 17:46

    Cari,
    il tutto si potrebbe sintetizzare così:il sistema italiano fa acqua dappertutto.Spiegatemi dove e in cosa il nostro stato evince per straordinaria efficienza .A partire dal mondo universitario,che ben conosco,la riforma 3 +2 non fa altro che creare ignoranza su ignoranza regalando laeree con tanto di 110 e lode e bacio accademico!
    Per non parlare degli esami che non hanno senso e ti ritrovi a studiare l’ apicoltura e i diversi tipi di transumanza studiando tutt’altro!
    Vogliamo parlare di nepotismo?come mai ,forse per magia, nella mia facoltà ci sono 2 esempi,due docenti con figli assistenti.Probabilmente siamo figli di 1cultura malata, basata sul favoritismo e non sul merito ,sull’apparenza e non fatta di sostanza.Credo che 1cambiamento richieda una vera e propria rivoluzione dei costumi comportamentali e mentali, sopratutto.

  4. marco il 2 novembre 2006 alle 18:32

    scusate lo scarso appeal intellettuale del mio commento,
    ma chiedo a chi ne sa qualcosa:
    come si fa a lavorare in Australia nel settore dell’editoria/comunicazione?

    Partirei anche domani.

    Grazie per le eventuali dritte.



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