Il carro

3 novembre 2006
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il carro snip
di Tiziana Verde


Discariche spuntavano a cielo aperto e da lontano venivano a venderci i loro rifiuti. Qualcuno li versava a concime nei campi, dimenticando che è materna la terra che dà frutto.
Stavamo sopra macerie di alluvioni e terremoti mai del tutto spalate, tra muri sventrati e schianto di bombe, le case spaccate come frutti, per amnesia che è mestiere della terra sostenere.



Stavamo lì più come passanti, allucinato pensiero erano i progetti mai avviati, le strade mai cominciate, e vera soltanto la ressa dei quartieri sorti all’improvviso. Potevamo fingerli dei precari accampamenti, ma duravano una vita, ci cambiavano, perché da nessun sotterraneo si esce illesi.
Contro luce e spazio alzavamo barriere, quasi rispondessimo, contrapponendo all’apertura di panorami e mare, l’ordine mostruoso di brutti palazzi, da cancellare la possibilità stessa d’avere riparo.
Senza dolore si ordinavano demolizioni, ma franava insieme ai vicoli, il ricordo di chi in quei luoghi era invecchiato, la geografia sottile e perduta, che nessun atlante scriverà mai e, scomparso l’antico, i paesi parevano muti, se sono gli alberi, le pietre il saluto quando si torna da lontano.
Inquinati i pensieri, gli scambi, le regole, ci inventavamo nicchie da rinviare almeno la disperazione più immediata. Intere generazioni partivano, fino a svuotarsi le strade, tranne dei vecchi, più vecchi ancora senza radice di figli, ma ‘terra’ diventava deserto, ai lontani rimpianto, e mai casa, mai giusto spazio.
In ginocchio cadevamo soltanto sotto il tiro di illegalità tollerate, persa d’occhio a furia di inchini ogni vastità, chi impazziva poteva vantare la sua tana e cancellarci giorni e fede andata persa, se ricchezza d’un suolo è poter essere seminato a sogni oltre che a semi.
I dispersi mai spalati, finivano mischiati al fango e noi napoletani dimenticavamo persino quest’ultimo dialogo che ci aveva fatto profondi e finivamo davvero inutilmente, per dimenticanza, che è materia della terra ricoprire i morti.
Nel mio paese non sapevo dove fossi. Mi chiedo se esista ancora per noi dimora, una qualsiasi eredità o solo condanna a vagare. Perché se la terra non fa tutto questo, se non dà frutto, né spazio, né sogno, né riparo, allora non è più terra, né noi di sud vi abbiamo suolo, piedi, significato…

Il carro

“Qualcuno non è più sceso
Qualcuno non è più salito”
(N.Hikmet)

il carro

A nord, malgrado un sentimento di estraneità, il lavoro mi occupava la mente. Ma in certe notti, nel sonno, io stavo davanti alla paura allo stesso modo, senz’armi; l’eta non mi aveva aggiunto astuzia.
Nei sogni la luce è quella bianca dell’infanzia, nell’aria passa un suono di marcia lento, interrotto dal ringhio dei cani. Le strade sono vuote, sono fiumi e il paese ci nuota dentro.
Donne senza sguardo siedono davanti ai portoni semiaperti così, pensando a loro, io so cosa lascia indietro di più incurabile una guerra.
Svegliandomi, non so più cosa sia vero, dei continui lutti la memoria ha trattenuto i discorsi di commiato, un sentimento di mistificazione, ogni parroco invocando: rassegnazione per gli uccisi, speranza in un cambiamento non lontano, perdono come necessaria condizione all’essere cristiani…
Erano parole buone quanto una chiave che finga di aprire una casa già sventrata da tutti i lati, senza nessun silenzio, che a quelle messe assistevamo col cuore ogni volta più nero, i pensieri mutati in bestemmia e la nostra stordita presenza non onorava nessuna fede se non come suprema, ennesima sopraffazione.
Eppure, allo stesso tempo, scoprivamo quale culto resistesse, nonostante e forse in grazia dei tanti soprusi celesti o terreni, ed era l’amicizia, la nostra presenza non salutava che questo.
Perciò in chiesa restavamo immobili, quasi un gesto potesse mandarci in pezzi e, tranne le madri, non piangeva nessuno.
Agli uccisi ancora riservavano il carro.
Arrivava dal corso, nel sole, lucido e grottesco, coi cavalli sudati. Del rumore di zoccoli, del sentimento che tutto finisse tra quelle quattro colonne con l’interno d’oro e il baldacchino nero, mi prendeva divertito strazio.
Nemmeno da quell’ultimo carnevale, la morte riparava e anche se chiese e piazze le avresti dette reali, restava il sospetto di un niente, dietro o alla base di tutto, che fosse miraggio il nostro stesso esistere.
Con lentezza, il carro sfilava lungo il corso, tra le persiane abbassate e fuori, dove viali solitari segnavano l’inizio dei campi…
Non sono mai riuscita a seguirlo, di troppe cose segnava la perdita, troppe cose inghiottiva. Mi sembrava che persino le strade ne rabbrividissero e così io, a quel passaggio immaginandomi una stella di piombo, fissata sul nostro cielo.
I giornali ne scrivevano, ma certe verità un conto è leggerle e accettarne la durezza come un ordine o piuttosto un malessere delle cose; un altro è trovarcisi davanti.
Una sera lontana di festa, fu il mio battesimo, sebbene una guerra fosse già da tempo iniziata. E può darsi che tutte le guerre comincino così, con la convinzione d’essere lontani dalla linea del fuoco, finché un colpo non ti sfiora.
Io, quella sera, ho 13 anni, i piedi dentro un ballo. Due uomini col volto coperto entrano e un’incertezza nella voce li rivela giovani. Ordinano a tutti di stendersi a terra, tutti tranne due, li segnano a dito: tu e tu. Sembra un appello di scuola e allora Erminia si alza.
Il pensiero del ragazzo che prende meticolosa mira, mentre lei in piedi aspetta, non mi ha lasciato più. Capisco oggi che il tempo non attenua gli strappi, allora ne ebbi piuttosto il presentimento di quanto cominciava; di quanto, oltre ogni disinganno, sarebbe rimasto ‘vero’.
L’inizio riguardava una guerra senza verità da far valere, ma che scavava frattura e quella linea non si poteva più attraversarla, richiuderla, il sangue segnava confine interno.
Vera, invece, come poco altro nelle nostre vite, una frase in cui i cecchini lessero scherno: – Si nun m’accide ampressa, almeno m’assetto -. Ma era saluto a noi e Erminia la pronunciò a ricordarci che eravamo cresciuti insieme e questo fatto lei metteva al di sopra della paura.
La dolcezza si è mischiata ormai a un sentimento di estraneità senza spiragli.
Di estraneità e solitudine. Eppure, se oggi ripenso al suo profilo, i lineamenti la memoria li ha sfocati, ma il riso no, me ne è rimasta dentro l’intenzione assennata, materna… un imperativo a non rinnegare nulla.
Dopo ho chiuso gli occhi, non volevo vederla fucilata. Con la fronte contro il marmo del pavimento ho aspettato il colpo.
Al ragazzo dovevano aver raccomandato di ferirla a sfregio e lui deve essersi raccomandato chissà a quale dio, quale delle nostre madonne per non sbagliare.
Non fu esaudito, il colpo toccò una vena. Lo seppi quando aprii gli occhi vergognandomi d’averla lasciata forse più sola… quando già il sangue le aveva disegnato sul vestito una macchia che lasciava poca speranza.
Sua sorella Marta vi premeva le mani per fermarlo.
Ha improvvisato una fasciatura, chiesto una macchina, calcolato il tempo e intanto parlava forte, per coprire la cadenza cupa di una campana.
Nessuno le disse:- E’ inutile -, non si distoglie chi ha deciso di tentare un miracolo. Soltanto quando fu lontana, una vecchia domandò a bestemmiare:
Nun ‘o sape che là nun ci sta nisciuno? – e mostrava, col braccio alto come un ramo, le prime stelle, il cielo disabitato a dire cosa in noi si era spezzato.
Malgrado fossi convinta anch’io di un’impostura mi pareva lontana e rabbrividivo piuttosto per altri inganni sulla terra fabbricati, né riuscivo a staccare il pensiero da Marta, sola sulla strada a guidare, mentre sua sorella le moriva di fianco.
Di notte mi salì la febbre.
Nell’altra stanza, a bassa voce piangevano, tutto attutito: passi, porte richiuse, lo squillo lontano di un telefono…ogni tanto cadevo addormentata e in sonno, un tiro al bersaglio mutava in sagome i volti, che però urlavano pena.
Alla fine era giorno. Aveva piovuto e dalla terra veniva odore di freddo.
Non riuscivo ad alzarmi.
Dal letto guardavo Marta appoggiata alla finestra, con gli occhi sperduti che si tenevano dentro le lacrime e così, dopo tanti anni, ancora la rivedo.
Quando in ospedale l’avevano invitata a restare, calmarsi che avrebbero mandato un’ambulanza, pulito tutto, aveva risposto:
– No, questo sangue voi non lo pulite, si perde e basta – ed era salita in macchina senza parlare, sulla stessa strada ma al contrario.
Dopo, è andata a chiudersi in una casa di campagna e ci è rimasta dentro tre anni, come una bestia in una tana. Soltanto a sua madre permetteva di entrare per il tempo di riempire di cibo il piatto.
Un giorno non ha aperto.
Allora già non chiedevo se fosse sbaglio o destino, si nasca liberi o segnati, avevo solo pena delle mie cugine, del modo in cui erano morte, di veder mutato in strazio quanto dell’infanzia ci era stato caro e una stanchezza delle parole versate senza riflettere, dell’offesa che aggiungevano.
Scrivendo è stato diverso, ridavo voce ai nomi, perché io desidero silenzio più di ogni altra cosa sopra tanto chiasso, ma lieve e tessuto di rispetto, che a tanti già basta il peso della terra…
Allora, nemmeno questo fu possibile.
Il giorno dopo la festa, al funerale, c’era anche chi aveva mandato il ragazzo.
Lì in piedi a guardare, mentre la bara di Erminia e molto altro, finiva dentro il carro…

Quel corteo me ne ha ricordato nel tempo un altro: era la processione del venerdì santo e in costume se ne rappresentavano le scene: bambine col vestito della comunione, vecchi con la corazza da centurioni, ragazzi in sella a cui lo scarto dei cavalli strappava soffocate bestemmie … Li guardavo sfilare nei ritorni da nord e ogni faccia mi commuoveva, forse perché Erminia vi aveva avuto spesso ruolo di Madonna e per quei volti io tornavo ad appartenere alla mia gente…
O forse perché quel corteo a lutto, silenzioso e così diverso dal chiasso delle nostre feste, svelava un tratto antico, l’incedere di chi niente si aspetta e su un niente cammina. Ma nella mia impressione entravano distanza, sentimentalismo, chissà quale nostalgia e il travestimento concedeva a tutti una libertà mai posseduta
Al funerale invece, quando il carro si mosse, quei visi io non avevo la forza di guardarli. Tenevo gli occhi a terra e mi veniva in mente un pomeriggio d’autunno, in cui era stato portato il tavolo sotto la palma del cortile per mangiare.
Eravamo insieme i cugini sposati, noi più piccoli e mio nonno, fingendo di leggere nei fondi della bottiglia di vino, ci andava augurando fortuna.
Soffiava scirocco, dai rami cadeva una lenta pioggia di foglie e noi intorno a quell’improvvisata sfera di cristallo, chiedevamo quale felicità ci sarebbe toccata in sorte. Né potevamo allora immaginare di dover rimpiangere proprio quel giorno, quel pranzo, la corsa che facemmo più tardi, per vedere chi arrivava primo sulla salita del convento.
Anche dopo, l’immagine di quel pomeriggio in cortile ha continuato a consolarmi, mi consolava soprattutto che mio nonno non avesse mai saputo quanto lontane fossero le sue previsioni dalla realtà.
E tuttavia, sognavo a volte tornando, di ritrovarci al tavolo di un impossibile futuro, come lo avevano indovinato, con molta indulgenza e poca verità, i suoi occhi in quella bottiglia di vino.

La sera in cui fu uccisa, Erminia aveva 26 anni.
Mesi prima, suo padre aveva rifiutato protezione, e per qualsiasi attività bisognava invece provvedersene, giacché rifiutare tanta premura era, come minimo scortesia, se non addirittura cattivo esempio.
Alla fine si era risolto a chiederla, ma alla persona sbagliata, come molti che per evitare compromessi, cadono in accordi ancora più inaccettabili, cedendo al male minore e soprattutto avendo memoria abbastanza corta, da dimenticare che all’attuale disperazione, proprio il male minore ha contribuito.
Alla festa era lui l’altro ucciso: Gaetano Amodio.
Già una volta in America si era salvato da un’esecuzione. Ancora ragazzo, di notte, rincasando, l’aspettava in poltrona al buio e con la sigaretta accesa uno che dall’aspetto si sarebbe detto irlandese. L’Amodio, vedendolo, era caduto in ginocchio, non chiedeva pietà e non se la aspettava, ma aveva diciassette anni e la sua età doveva aver colpito anche l’uccisore, perché era rimasto a lungo a riflettere.
Alla fine aveva versato con scrupolo benzina nell’appartamento, mentre lui in ginocchio, meccanicamente stringeva la medaglietta di sant’Antonio che sua madre gli aveva messo al collo alla partenza e, quando le tende avevano preso fuoco, l’aveva visto sollevare la pistola: due colpi in aria. Dopo l’irlandese l’aveva guidato giù per le scale come un sonnambulo ed erano rimasti nel buio del cortile a guardarsi l’incendio.
– Fumiamo – aveva pronunciato in italiano stentato, offrendogli una sigaretta. Poi, vedendolo lì, magro, in maniche di camicia, tremare sotto la neve che cominciava, gli aveva dato ridendo la sua giacca e commentava: – It was my favourite! -.
La notte stessa Gaetano Amodio era partito per l’Italia, dell’irlandese non aveva più saputo nulla e sempre si pentiva che non si fossero presentati: – Le cose più importanti mancano di nome – pensava -.
Anni dopo, gli venne l’idea di far dire una messa per lui. Il parroco, Don Aniello, vedendolo entrare in chiesa, si era informato: – Il requiem è a suffragio di un morto vostro… di produzione vostra? –
– No, voi dovete pregare per un vivo, che stia bene e abbia fortuna -.
– Scusate lo stupore, ammetterete che in bocca a voi, la richiesta suona insolita -.
L’Amodio andò a sedersi per stanchezza, bisogno di spiegare: – Nel penale si sta con cuore chiuso e mano svelta, ma è terreno dove crescono pure amicizie fortissime. La messa è per uno che mi salvò quando ero ragazzo… allora per me pregava mia madre -.
La chiesa era vuota e le parole vi rintronavano appartate, estranee.
– Quelli uccisi da voi saranno stati orfani… – Don Aniello, oscillando incenso quasi ad attutirne l’eco.
– Ci ho rischiato del mio, andavo armato e quel che succedeva, succedeva, non è tutto una coincidenza? Restava febbre di nervi: quel senso di troppo in mezzo a un nulla. Altri, senza disturbo, l’hanno fatto da una poltrona… –
– E comunque o dentro la legge o dentro quest’aria che nessuno ormai può dire: Io non l’ho respirata. Avete ragione, però non mi conforta –
– Quindi la messa non la direte – l’Amodio provando in quel silenzio un infiacchimento di sonno.
– E perché? Il penale è pure questo: la vita che fa mille giri e neanche è nostra. La dirò il 13. Fate l’accortezza di evitarmi la coincidenza con qualche servizio funebre. In paese i funerali stanno diventando l’unico intrattenimento, ma io, in confidenza, preferisco annoiarmi – Don Aniello alzando, nella nebbia dell’incenso, la mano a benedirlo.
La sera della festa però, Gaetano Amodio un presentimento doveva averlo avuto, perché aveva tirato fuori dall’armadio quella giacca che conservava come una reliquia da vent’anni. Non l’aveva protetto e i colpi stavolta, erano andati a segno.
Per senso di giustizia, tra i due uccisi era stata fatta differenza. L’Amodio sfinito di colpi, Erminia colpita a sfregio tra le gambe con una pallottola soltanto, ma sufficiente a dissanguarla, che la protezione era un’entità metafisica, qualcuno arricchiva, qualcun altro faceva morire a ragione o per sbaglio, sempre conservando il sonno tranquillo e la pace della coscienza.
Quando anni dopo, ho deciso di partire è stato come tornare da una guerra, solo che uno scontro tra nazioni si può ancora spiegare, mentre noi avevamo lo stesso sangue e il sangue le morti le complicava.
Lontano, ascoltavo spesso monologhi, il rosario dell’io ho fatto, io ho previsto. A quelle frasi aggiungevo davanti un non. Non avevo indovinato nemmeno gli addii e ho dovuto chiedermi a lungo, quali segni avrebbero dovuto farmi attenta e non avevo visto, quali avevo trascurato.
Degli ultimi soprattutto mi prendeva rimorso, né capivo la fiducia che a nord si respirava, certi giorni l’invidiavo, più spesso vi misuravo estraneità.
A volte sognavo, tra la marcia e il rifiuto di chi avevo amato, una terza strada.
Nei rari istanti di chiarezza, quando non ha prevalso nessun giudizio, nessuna rabbia, nessuna ripugnanza, ho potuto intravederla appena accennata.
Un movimento troppo poco compiuto, per cui il sangue non si pulisce, ma nemmeno si perde, senza fede ma capace di tenersi stretto quanto era stato vivo e dedicargli spazio, silenziosa cura, l’invenzione di una fedeltà.

Tratto da L’ordine del vento, Filema, 2005. Foto di Luigi Verde

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11 Responses to Il carro

  1. Dario V. il 3 novembre 2006 alle 08:21

    Toccante. E’ proprio così va sognata una terza strada

  2. effeffe il 3 novembre 2006 alle 09:49

    un grazie a Jan e all’autrice
    effeffe

  3. Vince il 3 novembre 2006 alle 12:31

    E’ tempo che si torni a scrivere letteratura e questa lo è.
    C’è dentro molta musica, musica che viene volgia di ascoltare ancora

  4. Nicolò La Rocca il 3 novembre 2006 alle 15:46

    Dal CSD “Giuseppe Impastato” (notare, alla fine dell’articolo, i 500 partecipanti al funerale e le saracinesche abbassate, così poco poetiche…). 15 settembre 2000. Denunciata la scomparsa a Cinisi (Pa) di Giuseppe Di Maggio, figlio dell\’ottantenne capomafia Procopio, prima alleato di Gaetano Badalamenti e dagli anni \’80 alleato di Totò Riina. Si pensa a un caso di lupara bianca. Padre e figlio hanno subìto due attentati in cui sono rimasti illesi: nell\’81 quando contro di loro furono sparati diversi colpi di pistola che non riuscirono a colpirli e nell\’83 in una sparatoria in pieno centro di Cinisi in cui rimase ucciso Salvatore Zangara, segretario del Psi e ex consigliere comunale, e furono gravemente ferite altre due persone. Giuseppe Di Maggio è stato assolto dall\’accusa di associazione mafiosa in primo grado nel cosiddetto maxi-ter. Poi condannato a sei anni nel 1993, sempre per mafia, è stato assolto in appello dopo aver scontato tre anni a Pianosa e ha avviato una richiesta di risarcimento di un miliardo. Il cadavere di Giuseppe Di Maggio verrà trovato in mare il 23 settembre, al largo di Cefalù (Pa). Al funerale parteciperanno circa 500 persone e durante il corteo funebre i commercianti abbasseranno le saracinesche.

  5. Nicolò La Rocca il 3 novembre 2006 alle 15:48

    L’onorevole Lumia, ex presidente della Commissione antimafia, a una domanda del giornalista a proposito di come la stampa e l’opinione pubblica italiana trattino oggi il “problema mafia”, risponde così: “Cito un solo episodio per evidenziare qual è oggi l’atteggiamento dei giornali: venti giorni addietro (nota: rispetto alla data dell’intervista) a Belmonte Mezzagno il funerale di Martorana, morto ammazzato, ritenuto vicino a Benedetto Spera. E’ stato una specie di festa del paese. Fiori dai balconi, la bara portata a spalla e sollevata tre volte durante il tragitto e poi, davanti alla chiesa, un sax all’arrivo del feretro ha suonato “Il padrino”. Nessuno ha trovato nulla da dire. Nessun giornale lo ha scritto”.

  6. Mia Hoffmann il 3 novembre 2006 alle 16:57

    Il silenzio sembra il corpo di questa strage. Aveva ragione Marta, il sangue non va pulito.

  7. Addio Alle Arti il 3 novembre 2006 alle 19:47

    Mi è piaciuto molto, come anche l’altro, grazie.

  8. Dario B. il 4 novembre 2006 alle 12:15

    *Dario V.* non sono io, benché V e B siano entrambe labiali. Io bolebo scribere vene:

    Toccante. E’ proprio così CHE va sognata una terza strada[.]

  9. Giulia il 4 novembre 2006 alle 17:50

    Perfetto. Grazie

  10. Alessandro Iacuelli il 6 novembre 2006 alle 16:52

    Rimango sinceramente senza parole.
    Emozionante. Dall’inizio alla fine…

  11. Alice il 16 novembre 2006 alle 10:44

    Concordo con Alessandro Iacuelli. Mi ha tolto il fiato.Durissimo. Limpido.



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