No!

3 novembre 2006
Pubblicato da
di Mario Pavia
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Sono sempre più convinto che la memoria sia, oggi più di ieri , uno degli aspetti fondamentali della conoscenza, senza la quale noi tutti e le nostre società si troverebbero a vivere e rivivere drammi e tragedie che la nostra speranza vorrebbe definitivamente relegate ai ricordi del passato.

La memoria come esercizio di continua verifica del presente e come timone per le scelte del futuro. Come garanzia costante di quel Mai più, giuramento di ieri e impegno di sempre. Se così è – e credo che così sia e debba essere – mi pongo allora una domanda, forse retorica. Ma me la pongo. È sufficiente, può bastare a noi, all’Aned la meritoria ed indefessa opera di testimonianza? Può bastare il ricordo della deportazione, dell’annientamento e dello sterminio da oltre mezzo secolo portata ai giovani e ai non più tali, senza che questa sia contestualizzata, senza che sia legata ad un impegno di azione identificabile in un obiettivo? Non voglio qui e scorrettamente affermare che ciò non sia mai stato fatto, che l’impegno dell’Aned sia stato carente, che la nostra Associazione ed i suoi componenti abbiano latitato da impegni culturali, politici e sociali. Sarebbe affermare il falso. Tuttavia, personalmente sento che oggi, e sarebbe umanamente comprensibile, noi ci si sia un poco adagiati sull’impegno della testimonianza, quasi questa fosse fine a se stessa. Mi piacerebbe che, soprattutto alle generazioni più giovani che si trovano ad affrontare società molto complesse, strade irte di difficoltà e ostacoli, percorsi confusi con alti rischi di imprevedibilità e di amare sorprese, noi indicassimo un tema di impegno sul quale esercitare la memoria che con loro costruiamo giorno per giorno. Un tema che traduca le nostre parole in atti concreti, in volontà manifesta. Ne voglio qui suggerire uno.
Lo spunto mi viene dato dalla pubblicazione di un libro di Marco Rovelli, dal titolo Lager Italiani. Non si tratta di una nuova pubblicazione che parla di Ferramonti o di Sforzacosta o di Anghiari. Parla, con estrema lucidità e senza alcuna concessione alla benché minima autoassoluzione, dei Cpt, dei Centri di permanenza temporanea. Letta così questa sigla e queste parole sembrano gentili, tranquillizzanti, pienamente accettabili.
Ma, e anche per questo serve la memoria, i nazisti non chiamavano Wohnungsbezirk (distretto abitativo, tranquilla e tranquillizzante definizione amministrativa ) i ghetti, della cui infamia non si perderà mai il ricordo e la conoscenza?
Ma non era così allora e non è così oggi per i Cpt. Non luoghi tranquilli, non luoghi sereni. Tutt’altro e ben altro! E che altro siano lo dimostra il quasi comune e generale silenzio intorno alle loro realtà, alle inaccettabili vicende quotidiane. Un silenzio che potremmo definire bipartisan, rotto solo da poche voci coraggiose, da poche voci che ben altro e maggiore ascolto dovrebbero riscuotere. Il nostro ascolto ed il nostro sostanziale appoggio, ad esempio. Perché i Cpt sono veri e propri lager. Diversi e uguali a quelli che abbiamo conosciuto. Sarebbe in questa sede lungo tracciare le diversità, che pur ci sono. Sono gli aspetti di identità – non pochi – che colpiscono e ci devono seriamente preoccupare e indignare. Marco Rovelli ci porta la voce, la testimonianza diretta di quale sia la tragica realtà dei Cpt. A che situazioni ci abbia portato la tanto conclamata legge Bossi-Fini, vantata come esempio di avanzata democrazia.
Sono parole pesanti, disperate, voci che denunciano un tradimento ma anche una accorata volontà di speranza. Voci che ci portano tanti anni indietro e alle quali non si può rispondere con l’appellarci alla solita e falsa definizione di “italiani, brava gente”.
Vorrei proporvi citazioni delle testimonianze e delle storie umane che il libro raccoglie e propone. Ritengo tuttavia che non riuscirebbero a dare che una minima rappresentazione dell’orrore dei Cpt.
Vi invito a leggere il libro, invito che estendo ai nostri rappresentanti nazionali con la speranza che, trovandosi d’accordo con me, indichino come impegno dell’Aned l’aiuto possibile a chi si sta prodigando perché la realtà dei Cpt venga a modificarsi sostanzialmente, cancellando una profonda vergogna del nostro Paese. Facendone un impegno primario, caratterizzante. E su questo impegno chiamare quanti ci sono vicini, quanti hanno fatto dei nostri ricordi la loro memoria.
Per concludere quello che è certamente il mio personale appello alla mobilitazione, voglio citare un brano della postfazione di Moni Ovadia: «La Bossi-Fini ha dato il la alla fascistizzazione dei Cpt.[…] Dopo Auschwitz, dopo i Gulag, nessuno può essere assolto per aver girato la faccia al fine di non vedere e di non sapere. Il clandestino è l’ebreo di oggi. Egli è ridotto a “sotto uomo” prima dalla sinistra cultura retorica “sicuritaria”, poi da una legge fascista che lo dichiara criminale per il solo fatto di essere ciò che è, un essere umano che ha fame e cerca futuro per sé e per I suoi cari e che per questo viene privato di qualsivoglia status, sottoposto alla violenza della reclusione, sottratto alle tutele minime che spettano a un essere umano per diritto di nascita. Una volta sepolto in uno spazio di eccezione, il clandestino è alla mercé di arbitrii, percosse, torture, privazioni, abusi sessuali.»
Credo che per noi, superstiti dei lager nazisti e per i familiari degli assassinati, queste siano parole sufficienti per esprimere il nostro deciso, chiaro: NO.
(Pubblicato su: Triangolo Rosso – Ottobre 2006)



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