Camera oscura

4 novembre 2006
Pubblicato da

di Piero Sorrentino

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per Titti

Qualcuno era entrato e uscito
Dal mondo non pervenendo
A vere decisioni su un bel niente.

Kenneth Patchen

Dell’inverno che arriva me ne sono accorto questa sera. Sono uscito dal laboratorio a fumarmi qualche sigaretta e ho guardato il cielo, nero e livido.
Fuori, in strada, non c’è quasi più nessuno già a partire dalle sei. Ogni tanto passa qualche coppia di fidanzati, vecchi in bicicletta che pedalano stanchi; un paio di auto sfrecciano ingoiando asfalto.
La luce è immobile, grigia. Spesso sono costretto a liberare l’ingresso del negozio dai mucchietti di foglie morte che il vento si ostina a spingere dentro. Dicono che quest’anno l’inverno sarà davvero freddo.

Riempio le vaschette di soluzione e prendo le pinze. La luce rossa della camera oscura ricopre ogni cosa col suo velo di sangue nero, compatto. Lascio scorrere via un paio di minuti, immergo la pinza nel sodio bisolfato e sposto i fogli nella vasca di destra. Dalle ombre dell’acqua a poco a poco i contorni delle immagini prendono forma, i corpi e gli oggetti impressi sulla lastra si delineano sempre più nettamente, acquistano consistenza.
Alla fine i fogli sono tutti sviluppati e appesi sulla cordicella, a asciugare.

Io nella mia vita ho sempre fatto questo, nient’altro. Mio nonno sviluppava foto, mio padre sviluppava foto, io sviluppo foto. Non credo che mio figlio svilupperà foto per la semplice ragione che non ho un figlio, e sono sicuro che mai ne avrò uno, visto che sono sterile. Non è un gran problema, comunque. Mia moglie l’ha presa abbastanza bene, e io pure. A farci compagnia c’è Zardo, il nostro cane; in giardino mia moglie coltiva rose e gerani, e spesso quando la sera torno a casa la trovo lì inginocchiata che si prende cura dei suoi fiori.

Stavo in laboratorio a pulire le vaschette incrostate di soluzione quando la porta si è aperta e la campanella attaccata sull’arco della porta ha suonato. Mi sono asciugato le mani con un panno e sono uscito. In piedi, davanti al banco, c’era un uomo, le lunghe dita delle mani appoggiate sul ripiano di acciaio. Ho pensato che aveva una bella faccia luminosa, regolare, la pelle liscia; gli occhi piccoli e veloci, il naso stretto. Mi ha sorriso e ha detto buonasera. Ho fatto altrettanto.
“Dovrei sviluppare questi” ha detto allungandomi due rullini.
“Sì” ho risposto. Ho preso i rullini e li ho infilati in un sacchetto di carta con il nome del negozio scritto in giallo e blu.
“Per il ritiro domani mattina” ho detto. Mi sono chinato sotto al banco e ho preso una penna.
“Signor?” ho chiesto.
“Gualtieri. Mauro Gualtieri. Vuole anche il numero?”
“Non c’è bisogno”.
“Allora a domani” ha detto uscendo.

Sono rientrato in laboratorio e ho finito di pulire le vaschette. Con un panno umido ho spolverato l’ingranditore, la sviluppatrice e la smaltatrice, poi ho spazzato e lavato per terra.
Sono andato dietro al banco e ho preso il sacchetto con i rullini. Non c’era nient’altro da fare. Nella camera oscura ho srotolato i rullini e li ho spruzzati di soluzione, poi li ho passati nell’ingranditore e ho aspettato qualche minuto. Mi sono infilato i guanti e ho immerso i fogli nella vaschetta di sinistra, poi in quella di destra.
La prima serie è composta perlopiù da fotografie di paesaggi montani, prati di campagna, alberi storti e nodosi o dritti e impalati nella terra come colonne di legno scuro, tramonti infuocati. Dal tipo di inquadratura, dall’uso sapiente del grandangolo, dalla scelta dei filtri cromatici ho capito che quell’uomo era un buon fotografo. Ho messo a asciugare la prima serie e sono passato alla seconda.

Ritratti. Ritratti di donna. Di una donna. È una ragazza pallida, magra. Ha i capelli neri e corti che sulla fronte si interrompono bruscamente con una frangetta, il naso tozzo, con una leggera gobba poco oltre la radice tra gli occhi. Non è bella. Però ha quegli occhi. Ti inchiodano.
Nel secondo rullino non c’è altro. Tutte e ventiquattro le foto sono immagini della ragazza in diversi piani, diversi sfondi, diverse gradazioni della luce: ma c’è sempre lei.
Appendo alla cordicella anche queste foto e prima di uscire le guardo ancora una volta.
Mai stato così incalzato da una foto.

A casa mia moglie era in giardino. Indossava un lungo grembiule verde di plastica lucida, impermeabile. Stava inginocchiata accanto al cespuglio delle rose, e con una grossa cesoia arrugginita staccava dagli steli spine e foglie marrone, venate di macchioline come di crusca annerita. Quando mi ha sentito entrare si è voltata e mi ha sorriso.

La mattina dopo è arrivato puntuale. Avevo già preparato la cartellina con dentro le foto e le strisce dei negativi e l’avevo posata sul banco. Mi ha chiesto quanto mi doveva e gli ho risposto. Ha pagato, si è messo la cartellina nella tasca della giacca e è uscito.

Per il resto della giornata ho pensato spesso a quella ragazza.
Ai suoi occhi.

L’ho rivista quella sera stessa, poco prima di cena. Ma non in fotografia. Perlomeno, non in una di quelle che ho sviluppato io. Quella che stava alle spalle dello speaker del telegiornale era una banalissima foto a colori scattata a una festa di compleanno. Stava in piedi davanti a una enorme torta bianca e rosa, piena di candeline colorate e pupazzetti di zucchero e glassa; sorrideva.
Quando il giornalista ha detto “E adesso passiamo alla cronaca”, col telecomando ho alzato il volume. Mia moglie era in cucina a preparare la carne e l’insalata, io stavo in poltrona, con Zardo che dormicchiava accucciato lì vicino.
“Da oltre quarantott’ore non si avevano più sue notizie. Poi oggi, purtroppo, la macabra scoperta. Il cadavere di Vittoria Tenni, ventitreenne studentessa universitaria, è stato ritrovato dalla polizia, orribilmente massacrato, in un casolare abbandonato. Fino a oggi investigatori privilegiavano la pista della fuga d’amore, ma poi la segnalazione di un contadino…”.

Più di una volta, durante la cena, mia moglie mi ha chiesto se avevo qualcosa che non andava. Le ho detto va tutto bene, e mi sono messo un pezzo di arrosto in bocca. Buono, ho detto masticando.

È piovuto tutto il giorno. Ho chiuso la porta del laboratorio per evitare che l’acqua allagasse il pavimento. Fuori, il vento strapazzava i rami degli alberi con spallate potenti, nuvole nere e obese d’acqua si muovevano pigre in cielo, dispensando qui e là tuoni e lampi e scrosci. I pochi passanti in strada tentavano di ripararsi dietro ombrelli o impermeabili, lottando contro il vento che glieli strappava di mano.
Erano le otto.
Quando la porta si è aperta, in mano avevo già le chiavi per chiudere la saracinesca del negozio. Prima di oltrepassare la soglia l’uomo ha chiuso l’ombrello e lo ha lasciato gocciolare qualche secondo, poi lo ha infilato nel portaombrelli vuoto accanto alla porta. Si è sfilato l’impermeabile e se l’è messo piegato attorno a un braccio; ha alzato la testa e mi ha sorriso.
“Tempaccio da cani, eh?”
“Già” ho convenuto.
Si è avvicinato al banco con un sacchetto tra le mani.
“Sono proprio sbadato,” si è giustificato porgendomelo “avrei dovuto portarglieli l’altro giorno. Che testa!”.
Nel sacchetto c’era un rullino.
“Passo domani come al solito?”
“Domani, sì…”
“Grazie” ha detto uscendo.

Con tre giri di chiave ho chiuso la porta e sono corso nella camera oscura. Stringevo nella mano il sacchetto col rullino.
In fretta ho riempito le vaschette, acceso l’ingranditore, preparato guanti e pinzette. Ho srotolato il rullino e ho immerso le lastre nel solfato di sodio e potassio, nella vaschetta di sinistra.
Dovevo fare in fretta.

Cacche. Solo cacche.
Gualtieri mi aveva dato da sviluppare sequenze di cacche di cane sui marciapiedi, di merda di piccione sui tetti delle macchine in sosta, di caccole umane raccolte e messe in fila su cartoncini bianco latte.
Un velo leggerissimo di rabbia mi si è posato addosso. Ma s’è sciolto in un momento, è volato via come i riccioli di polvere di stamattina sotto i colpi dello straccio umido.

In giardino ho trovato i cespugli ricoperti da lunghi fogli di cellophane, umidi di rugiada. Mia moglie mi ha spiegato che è per proteggere i fiori dal freddo e dalla pioggia.
“Hai sentito?” ha detto mentre rientravamo in casa. “È scomparsa un’altra ragazza. La seconda, in un mese”.
“Davvero?” ho finto di interessarmi.
“Sì. E sai chi è? Giulia, la figlia dell’avvocato Cerbola. Madonna mia, speriamo…” ha detto alzando gli occhi in aria e segnandosi due volte con una croce rapida tra mento e seno.

Dopo cena sono stato in poltrona a guardare un film. Mia moglie era già a letto. Mi sono addormentato prima della fine.

Stamattina mi ha portato un altro rullino. Mentre gli consegnavo, sigillate nel sacchetto, le foto del giorno prima, mi è parso di vedere – non ne sono certo – un sorriso, una luce obliqua che gli scendeva dagli occhi su tutta la faccia. Volevo dirgli qualcosa.
Gli ho allungato le foto e l’ho salutato.

Tre foto dello stesso soggetto. Due primi piani in bianco e nero e un’immagine a figura intera. La ragazza ritratta è giovanissima. Non più di sedici o diciassette anni, credo. È legata a un tavolo, mani e piedi stretti con corde grosse da scalatore. Indossa un vestito leggero leggero, senza scarpe né calze, i capelli sciolti le si sparpagliano sul tavolo sul quale è stesa.
Dai rivoli umidi che le tramano le guance, giù per il collo sottile, nei ritratti in primo piano, si capisce che ha appena smesso di piangere, e che ricomincerà a farlo subito dopo il clic.

È terrorizzata.

Esco dalla camera oscura. Vado al banco e alzo la cornetta del telefono.
Lentamente, con un dito compongo uno uno tre. Fuori piove.

Mentre, al terzo squillo, una voce annoiata dall’altra parte dice “Polizia”, lui si materializza davanti alla porta del negozio, e con la mano libera dall’ombrello mi fa ciao. La voce sale di un tono e dice “Pronto?”, e lui, fuori, mi sorride amichevolmente inclinando un po’ la testa di lato.

Rispondo al suo saluto, Dio mi perdoni, sorrido e gli faccio anche io ciao con la mano, mentre meccanicamente metto giù la cornetta. Lui annuisce, contento, mi strizza l’occhio e si volta per andarsene.

Finalmente il giardino è fiorito. Tutt’intorno è un’esplosione di odori e di colori e di forme. L’inverno scorso, dicono, è stato uno dei più freddi degli ultimi anni. Mia moglie ha salvato le rose dal vento e dalla pioggia, e i cespugli sono pieni e forti.
Adesso è mattina, c’è un sole bello e caldo. Zardo abbaia su e giù per il giardino cercando invano di sorprendere qualche uccellino che zampetta tranquillo sul prato. Mia moglie è uscita per la spesa.
Io sto seduto qui in giardino a leggere quotidiani e libri. Da quando ho ceduto il negozio sono diventato un pensionato modello. Le mie giornate vanno avanti lente, e sempre uguali.

Solo, qualche volta dal cespuglio di mia moglie stacco con cura una rosa per Giulia e mi incammino a piccoli passi vero il cimitero.
Per il resto non succede niente altro.
Va bene così.

(Pubblicato nell’antologia AA.VV. Under 25. Terzo Millennio – Costa&Nolan editore)

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5 Responses to Camera oscura

  1. effeffe il 4 novembre 2006 alle 09:47

    di questo conto s’indovina il tono
    melanconico distratto d’una vie en rose
    sognato forse vagheggiato appena
    e all’imbrunire luce dello sguardo e un tonfo
    di sole
    effeffe

  2. gabriella il 4 novembre 2006 alle 11:04

    Bellissimo racconto Piero. Malinconia anche per un mondo che sta scomparendo, quello dei rullini e dello sviluppo…

  3. Laura Sica il 4 novembre 2006 alle 12:37

    Bello, Piero, molto bello.

    “Più di una volta, durante la cena, mia moglie mi ha chiesto se avevo qualcosa che non andava. Le ho detto va tutto bene, e mi sono messo un pezzo di arrosto in bocca. Buono, ho detto masticando.”

    Questo punto, bellissimo.

  4. eli il 8 novembre 2006 alle 13:21

    complimenti, piero.

  5. Angelo Petrella il 8 novembre 2006 alle 13:41

    Ottimo racconto, questo di Piero. Stile asciutto e pungente, reiterato. Molto bello.



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