Ballata delle madri

9 novembre 2006
Pubblicato da

di Pier Paolo Pasolini

Mi domando che madri avete avuto. 
Se ora vi vedessero al lavoro 
in un mondo a loro sconosciuto, 
presi in un giro mai compiuto 
d’esperienze così diverse dalle loro, 
che sguardo avrebbero negli occhi? 


Se fossero lì, mentre voi scrivete 
il vostro pezzo, conformisti e barocchi, 
o lo passate a redattori rotti 
a ogni compromesso, capirebbero chi siete?  

Madri vili, con nel viso il timore 
antico, quello che come un male 
deforma i lineamenti in un biancore 
che li annebbia, li allontana dal cuore, 
li chiude nel vecchio rifiuto morale. 
Madri vili, poverine, preoccupate 
che i figli conoscano la viltà 
per chiedere un posto, per essere pratici, 
per non offendere anime privilegiate, 
per difendersi da ogni pietà.  

Madri mediocri, che hanno imparato 
con umiltà di bambine, di noi, 
un unico, nudo significato, 
con anime in cui il mondo è dannato 
a non dare né dolore né gioia. 
Madri mediocri, che non hanno avuto 
per voi mai una parola d’amore, 
se non d’un amore sordidamente muto 
di bestia, e in esso v’hanno cresciuto, 
impotenti ai reali richiami del cuore.  

Madri servili, abituate da secoli 
a chinare senza amore la testa, 
a trasmettere al loro feto 
l’antico, vergognoso segreto 
d’accontentarsi dei resti della festa. 
Madri servili, che vi hanno insegnato 
come il servo può essere felice 
odiando chi è, come lui, legato, 
come può essere, tradendo, beato, 
e sicuro, facendo ciò che non dice.  

Madri feroci, intente a difendere 
quel poco che, borghesi, possiedono, 
la normalità e lo stipendio, 
quasi con rabbia di chi si vendichi 
o sia stretto da un assurdo assedio. 
Madri feroci, che vi hanno detto: 
Sopravvivete! Pensate a voi! 
Non provate mai pietà o rispetto 
per nessuno, covate nel petto 
la vostra integrità di avvoltoi!  

Ecco, vili, mediocri, servi, 
feroci, le vostre povere madri! 
Che non hanno vergogna a sapervi 
– nel vostro odio – addirittura superbi, 
se non è questa che una valle di lacrime. 
È così che vi appartiene questo mondo: 
fatti fratelli nelle opposte passioni, 
o le patrie nemiche, dal rifiuto profondo 
a essere diversi: a rispondere 
del selvaggio dolore di esser uomini. 

 

10 Responses to Ballata delle madri

  1. Marco Saya il 10 novembre 2006 alle 09:41

    Uno dei suoi capolavori, grande anticipatore (allora) il Nostro. Quando rileggo le Lettere Luterane che considero il “Vangelo” del terzo millennio, penso ai tanti Gennariello-figli in attesa dell’educatore (la Madre), e non dei soliti squallidi “personal-trainer” nutriti di scipide insalatine…

  2. Angelo Petrella il 10 novembre 2006 alle 11:24

    c’è una letturadi questo testo su cd, bellissima, eseguita da vittorio gassman, in una sua antologia poetica personale uscita per sossella.

  3. tashtego il 10 novembre 2006 alle 14:32

    Le madri, strano.
    Solo madri niente padri, come se per Pasolini l’imprinting si trasmettesse esclusivamente per via matri-lineare.
    Non l’ho mai considerata bella come poesia.
    Ma è molto potente come invettiva.
    Mi domando se oggi, per noi, abbia ancora senso.
    E mi domando se davvero sia un buon segno questo stare attaccati – mi ci metto anch’io – all’ipse dixit pasoliniano.
    Mi domando se davvero non sia ora di voltare pagina e vedere il mondo con occhi più attrezzati dei suoi: in fondo è scomparso nel Settantacinque, trent’anni fa.
    Non sono pochi.

  4. Marco Saya il 10 novembre 2006 alle 15:25

    @tash

    ma chi è che ,oggi, dopo trent’anni, ha occhi più attrezzati dei suoi?

    Perchè vedo solo occhi ancora più ciechi? Perchè la cosiddetta produzione d’impegno mi sembra più la manifestazione di una “rabbia sopita” e non una volontà di sana critica-azione al sistema?

    C’è quest’altra poesia di Pasolini alquanto significativa:

    Alla mia nazione

    Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico
    ma nazione vivente, ma nazione europea:
    e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
    governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
    avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
    funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
    una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
    Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
    pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
    tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
    Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
    proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
    E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
    che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male.
    Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.

  5. I Trollini della Casetta Gialla il 10 novembre 2006 alle 16:41

    ma su,ma via,ma che vogliamo da queste parole
    da tutte le parole fetide del mondo
    che mai può significare questo giuoco letterario
    quale sapore hanno le lettere
    e che valore le poesie posseggono?
    che grande casino siamo diventati
    pomeriggi interi e mezze mattinate a vivere i blog
    che felice nausea,oh antico sollazzo
    la televisione piano piano ci ha spinto sulla rete
    a naso,mi sembra una brutta faccenda
    un saluto a tutte le persone che sono su di una spiaggia alle Hawai
    a tutti quelli che non leggono o scrivono
    a le cose senza anima,tipo formaggi provoloni,acciughe sott’olio
    un abbraccio fraterno a tutti i calli,anche a quelli maleodoranti

  6. franz krauspenhaar il 10 novembre 2006 alle 16:59

    Io penso che la forza morale di queste poesie di P.P.P. sia eterna, semplicemente. Sono d’accordissimo con Saya. E lo ringrazio per aver pubblicato Alla mia nazione, che sta benissimo assieme all’altra.
    Se Pasolini era a volte un “effettista” più che un artista (penso al suo cinema, principalmente) da qui, invece, viene fuori prepotentemente l’artista dalla devastante forza morale. Si tratta di disperate invettive, certo, ma che partono da una piattaforma morale solidissima.
    Grazie a Petrella della segnalazione, cercherò di procurarmi il cd.

  7. hag reijk il 10 novembre 2006 alle 17:05

    Il problema è che Pasolini -dice giustamente Tashtego- è sì morto trent’anni fa; è stato però anche l’ultimo grande intellettuale della cultura italiana. Dopo di lui chi ha vissuto (e prodotto e rispecchiato) l’impegno civile, politico, culturale come i diversi volti, i diversi modi di agire di un’unica persona? Anche io mi incazzo (sì, mi incazzo) quando mi ritrovo davanti questo senso di essere un orfano dopo la sua morte -dopo trent’anni… Certo che finalmente dovremmo metterlo a riposare: quanto ha fatto continuerà a fruttare per chi ha orecchie ed occhi: i suoi libri, la sua poesia, i suoi film sono lì, nella storia culturale, nel nostro mnodo di vedere e pensare (sopratutto di chi l’ha conosciuto). Ma l’Italia è un paese che guarda volentieri indietro: in barba alla sua sempre richiamata creatività. È il paese delle nostalgie e dei rimpianti anche -che si “gongola” in qualche modo nelle occasioni perdute.
    È un paese che ha portato il cellulare in spiaggia perchè non sa più guardare il mare (e meno che mai attraversarlo).
    E tanto per tornare alle amate (sic) citazioni pasoliniane, a proposito di sguardi indietro…

    Solo l’amare, solo il conoscere
    conta, non l’aver amato,
    non l’aver conosciuto.Dà angoscia
    Il vivere di un consumato
    amore. L’anima non cresce più.

    (Il pianto di una scavatrice, Le ceneri di Gramsci, )

  8. enricodelea il 10 novembre 2006 alle 17:42

    Pasolini, a parte i primi versi (friulani), è un pessimo poeta, esaltato essenzialmente per motivi extraletterari. I migliori poeti di quell’epoca (e generazione) restano Fortini, Sereni, Volponi, Raboni. Pasolini è un grande in tutta la sua opera saggistica e critica, in cui resta inarrivabile…

  9. cristiano prakash dorigo il 11 novembre 2006 alle 08:03

    a me suscita vari sentimenti.
    l’assenza di un abbraccio materno da contrappore alla solitudine che devasta, seppur necessaria.
    la miseria di essere ridotti a maschere e di essecisi abituati, a tal punto da dover ricorrere al poeta per non dimenticarlo.
    mi rimane una sensazione di disperazione – percepita in lui – e un rimpianto per non avere più riferimenti credibili. o ancor peggio, che quelli credibili siano occultati dalla moderna tendenza all’approssimazione.
    giusto per dire che comunque fa ancora riflettere, pur avendo lette poesie più belle

  10. wovoka il 11 novembre 2006 alle 12:05

    Taglienti, dire che fanno riflettere è poco. Leggendole, a tutto ho pensato fuorché al fatto che fossero scritte bene o male – per me hanno tecnica sufficiente a passarmi un contenuto incandescente, ed è su questo che mi concentro. Forse un po’ impietose, ci sono “vergogne” delle quali non si può evidentemente avere colpa, in tali casi sarebbe forse meglio fingere di non vederle.



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