Aforismi di Arminio

10 novembre 2006
Pubblicato da

di Franco Arminio 

Perché non credo alla vita
perché non ci credo?
Cammino tenendola tra le mani
come si può tenere una faina.
Non posso morderla, non posso accarezzarla,
penso solamente al fatto che dovrò lasciarla.
 

L’eternità esiste, ma solo in forma di minaccia.
 

Davanti alle mie paure c’è una lente di ingrandimento.
 

Il mio corpo sta bene, ma io sto malissimo.
 

Abbiamo bisogno della vita degli altri e finiamo per accontentarci della loro morte.

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Io amo molto, ma non amo nessuno.
 

I sentimenti non sono nostri, sono le cose del mondo che aprono ambasciate nel nostro corpo.
 

Un’idea ben ponderata: qui si muore alla giornata.
 

L’anima non muore insieme al corpo per il semplice fatto che l’anima muore molto prima, di solito a sedici anni.
 

La mia mente è come un’aula di prima elementare dove non c’è la maestra.
 

I versi sono le mie luci di posizione.
 

Una volta mi comprai un gelato, sarà stato all’età di nove anni, sarà stato in un mattino di luglio, e feci alcuni passi con un senso di benessere che non ho più conosciuto.
 

Ieri sera ho visto che il mio gatto è solo al mondo.
 

Confesso che non ho vissuto.
 

La vita è sempre un mendicare a vuoto. Mentre ripetevo ad alta voce questo verso mio figlio Livio mi ha detto: papà, devi essere normale così sei troppo poeta.
 

Penso alla morte cento volte al giorno, a volte questi pensieri durano anche una mezz’ora.
 

Io vivo per tenere l’ansia in vita. L’ansia lievita e la vita mi evita.
 

Un altro giorno di paure a picco. È solo per paura che ancora non m’impicco.
 

Io dovrei stare lontano da me. 
 

Ogni tanto mi chiedo quanto spazio c’è da fare dall’ultimo respiro al non respirare.
 

Non ho anima, ho solo i dolori dell’anima.
 

È vero, anche gli altri hanno un destino. Ma io me ne accorgo solo raramente.
 

Sono allibito, quotidianamente allibito dal fatto che nessuno si smuova dalla propria vita, ognuno col culo sulla propria maniera di vivere o di scrivere.
 

Veramente non ho avvenire se dovessi scoprire che era un trucco perfino la paura di morire.
 

L’inquietudine è la mia fosforescenza.
 

Sono infelice, come tutti. In più ho solo il tarlo di rivelarlo.
 

Amo i mali che non ebbi.
 

Ero adolescente già a sei anni e lo sono ancora adesso.
 

L’io normale nasce dentro un corpo e lì rimane fino alla morte. Ma ci sono alcuni io, per esempio il mio, che non si sa da dove vengono né dove vanno.
 

C’è in me qualcuno che aspira alla mia morte, figuriamoci alla vostra.
 

A volte parlo di me come se fossi io.
 

Da anni scavo in me stesso. Mi occupo dell’estrazione di una materia prima che non esiste.
 

Ogni giorno un funerale. La morte si è montata la testa.
 

Se non sento la morte imminente non m’impegno.
 

I miei neuroni mi usano come un videogioco.
 

Quando scrivi i tuoi pensieri si devono impaurire.
 

Alcuni non potendo sfondare nella vita sfondano nella morte.
 

Chi migliora la sua vita aumenta le dimensioni del peggioramento che lo aspetta.
 

Niente e nessuno verrà a giudicare i grandi sogni e il tirare a campare.
 

Nascondiamo la nostra inesistenza fino al momento della morte, dopo non è più possibile.
 

A morire sembra che ci penso solo io.
 

Salgo ogni giorno sulla bilancia della delusione e mi da il peso quasi esatto delle persone.
 

L’unico mio fanatismo sta nella paura di morire.
 

L’ansia, l’infanzia, la follia. Non conosce altri semi la poesia.
 

Sempre in piedi, prossimo all’uscita. Così, nell’ansia, seguo il cinema, la vita.
 

Quell’imminenza del crollo che mi ha guastato tante giornate e forse alcune le ha salvate.
 

Alla lunga il tempo si rivela versione tranquilla del veleno.
 

Una moderata quantità di disperazione non guasta mai.
 

Voglio una medicina per dimenticarmi.
 

Se la vivi è mezza eternità la vita.
 

Zitto, dovrei stare zitto. Ho parlato per trent’anni continuamente per dire una cosa che avrei potuto dire con qualche giorno di silenzio.
 

Il poeta è un cuoco morto. Cucina con la carne del suo corpo.
 

Dentro il corpo non ci sono parole. Le prendiamo fuori. Costano moltissimo le migliori.
 

La scrittura come atletica pesante. Si usa l’ansia come si usano i bicipiti.
 

Il mondo ha un solo osso che nessuno ha mai visto.
 

Di me so quello che tutti sanno, più quello che perdo di anno in anno.
 

Da anni cammino dietro l’anima che non ha ruote, che teme e desidera e mi scuote.
 
 

 
Noi non siamo fatti per sorvolare sull’esistenza, ma per perderci in essa. Questo appare soprattutto alla fine, quando ci sciogliamo letteralmente nella terra. 

Vivere è sentirsi in pericolo. 

La feroce società capitalistica è semplicemente una società che vuole scordare la morte e non ci riesce. 

Stare qui, dormire, fare qualche sogno all’insaputa, non è poi tanto diverso dal morire. 

In fondo sono andato avanti come ho potuto: qualche mal di testa, un po’ di rabbia, molte attese deluse. 

Si potrebbe anche pensare che la morte sia l’ultimo tentativo di guarigione, il più radicale.
 

Parlando di questo tempo fra mille anni diranno che fu finta perfino la vita più convinta.
 

Torno sempre allo stesso punto, ma non è colpa mia, è colpa del punto.
 

La paura del trapasso che ti rapisce come ti rapisce la bellezza di un passante.
 

Che si può fare con la morte? Che si può fare oltre a pensarla?

(Tratto da: Circo dell’ipocondria, Le Lettere – 2006, da pag.95  a pag.100 – Aforismi di Arminio)

65 Responses to Aforismi di Arminio

  1. Giancarlo Tramutoli il 10 novembre 2006 alle 17:18

    Franco, molto belli. Specie quello dove tuo figlio ti dice di non esagerare con la poesia. Lì è la chiave. Trovare il TONO giusto. Como ci si era già detto: fare poesia senza il “poetese”. Fare aforismi, epigrammi, prosa poetica, e anche far finta di giocare.
    PS
    (Quando arriva il Circo su IBS?)

  2. arminio il 10 novembre 2006 alle 17:20

    caro giancarlo il libro puoi cercarlo direttamente sul sito di lettere. a me m puoi trovare a bisaccia, quando vuoi.

  3. sergio garufi il 10 novembre 2006 alle 17:35

    Sto leggendo anch’io con molto interesse gli aforismi di Arminio, e concordo con Giancarlo sull’importanza del tono. Uno dei maestri indiscussi del laconismo, Cioran, disse una volta a Mario Andrea Rigoni che il segreto della scrittura è tutto lì: “Si vous avez le ton, vous avez tout”.

  4. Giancarlo Tramutoli il 10 novembre 2006 alle 19:35

    Ecco, giusto a Cioran pensavo e ho appena scritto a Franco che lui è meno sentenzioso perché è poetico. Bella ‘sta cosa, Sergio, che non sapevo, sul TONO. Se ci si pensa è veramnete una questione (nella sua impalpabilità) semplicissima. Almeno è quello che subito percepisco quando leggo qualcosa, specie nei versi. Veramente bastano quattro versi per capire se c’è il tono che ti piace o no.
    Vado sul sito di Lettere. Ciao

  5. Michele il 10 novembre 2006 alle 20:01

    Bene Arminio. Ma poi è uscito sto libro sulla morte? e se si da quando?
    Dimmi la casa. Ma poi il commento che ti avevo lasciato l’hai capito?(bordello) Un buon fine settimana a te e alla tua famiglia.

  6. salvatore il 10 novembre 2006 alle 20:03

    arminio e cioran, bella accoppiata. penso che arminio sia uno dei pochi scrittori italiani che possa affrantare grand temi senza apparire piccolo. e poi ci sono le sue poesie: incredibile che ogni volta che guardo nello scafale dedidato alla poesia non trovo suoi testi. incredibile e scandaloso.

  7. manganelli il 10 novembre 2006 alle 21:00

    grazie a chi ha messo in rete queste perle. è la mia prima volta su nazione indiana. complimenti. di arminio mi ha parlato oggi pomeriggio un amico. adesso gli scrivo e lo ringrazio. uno che scrive di cose così difficili in modo tanto semplice io non l’avemo mai visto. non conosco cioran, a me arminio pare uno che ha la grazia di penna ma con tanto pensiero in più.

  8. ddd il 11 novembre 2006 alle 00:35

    arminio scende all’inferno come se facesse una scampagnata. mi pare ci sia da riflettere su questo uso dello sgomento. non è solo questione di apprezzare il suo talento indubbio, si tratta di capire che tipo di uomo ci propone, possono vivere gli uomini in uno sgomento perenne, possono andare a lavorare, possono andare al cinema, possono allevare bambini. arminio merita risposte di carattere politico, ma qui e altrove nessuno prende sul serio la letteratura. per quanto mi riguarda penso che arminio ci propone un modello di uomo eroico, un eroismo basato sulla fragilità. c’è tanto da riflettere per chi vuole…..

  9. sexyL il 11 novembre 2006 alle 00:44

    La vita è sempre un mendicare a vuoto. Mentre ripetevo ad alta voce questo verso mio figlio Livio mi ha detto: papà, devi essere normale così sei troppo poeta.

    Aforisma? No, Polaroid di un esemplare e disarmante incontro di aforisma di arminio con la realtá. Per un momento disarma anche lui, il militante del suo io. Non sa cosa farne. Ci pensa. Riprende (dolente) superomismo superandola, fagocitandola, scannerizzandola in digitale e inserendola in mezzo al resto. Ció che spiazza me mentre spiazzo risulterá almeno parimenti spiazzante: pubblicarla lusinga, fa ulteriore magnificazione dell’io.
    Malgrado il surrettizio tentativo di indifferenziarla, la sospensione momentanea del discorso solipsistico dischiusaci da arminio risulta senz’altro l’evento degno di nota della lista di frasi argute.
    Un bambino, franco ti serve un bambino tascabile, che salti fuori con imprevedibile frequenza casuale per offrirti specchio semplice, per evitare mendicitá, per uscire e toccarli davvero gli altri, per nuove inedite acrobazie comunicative (e comunitative, come tu cerchi, o circhi), per mandare giú dalla spalla l’estetica narcisistica del lamento. Ipocondriaco, chissá cosí cureresti almeno la scoliosi che certamente non mancherá nell’elenco di afflizioni del tuo famoso corpo, (fortunamente) adolescente. Una botta di vita. La tua figura si staglierebbe allora ancora piú ammirabile che mai. (Cerco di dare gli incentivi appropriati)

  10. wovoka il 11 novembre 2006 alle 09:30

    > si tratta di capire che tipo di uomo ci propone, possono vivere gli uomini in uno sgomento perenne, possono andare a lavorare, possono andare al cinema, possono allevare bambini

    Non credo che Arminio si proponga come modello bensì come eccezione da capire ed eventualmente utilizzare come “farmakon”, a dosi accorte. Ovviamente, in cambio, andrà affrancato dal lavoro e dalle più comuni seccature della vita.

  11. arminio il 11 novembre 2006 alle 14:47

    caro garufi
    se mi manda la sua mail le faccio pervenire il testo di un mio amico che la sa lunga sul laconismo.

  12. Michele il 11 novembre 2006 alle 18:43

    Se pensi che sia un provocatore ti sbagli. Ma se non vuoi rispondere di solamente non voglio risponderti. Poi si vedrà. Ma hai capito cosa ho scritto si o no? Internet è questo: comunicare, altrimenti

  13. cara polvere il 11 novembre 2006 alle 20:05

    “Che si può fare con la morte? Che si può fare oltre a pensarla?”

    ipotecarla (?)

    avevo già letto i versi di Arminio in rete.
    si parla di inferno. come dice Artaud: “nessuno scrive, dipinge, scolpisce se non per uscire dall’inferno…”
    poi anche se continua a restarci credo che questo poco importi ai più. anzi.

    comunque. scrivere dicono sia un modo di arginare temporaneamente l’apocalisse ma un uomo che scrive
    ” Il mondo ha un solo osso che nessuno ha mai visto.” o
    “Torno sempre allo stesso punto, ma non è colpa mia, è colpa del punto.” ha la perfetta e onesta coscienza che sarà fino alla fine un essere inseguito. non c’è argine.

    un saluto
    paola

    ps: leggendo Arminio che scrive di morte, non so perchè ma mi sono venuti in mente questi versi di Salvatore Toma che mi accompagnano da tanto tempo :

    Il maiale
    era lì che mi guardava.
    Il macellaio
    faceva finta di niente
    e gli girava intorno indeciso
    col coltellaccio allucinato.
    Voltai l’angolo
    il maiale pareva
    implorarmi a restare
    posando alla catena
    come un lupo in olfatto.
    Così rimasto incantato
    non sentì il coltello
    forargli la gola
    e non vide il sangue
    colargli a dirotto.
    Era tutto concentrato
    a rivedermi apparire.

  14. arminio il 11 novembre 2006 alle 22:00

    caro michele
    il libro di cui parlavo è quello da cui sono tratti gli aforismi. più che un libro sulla morte, di cui non ho alcuna esperienza, è un libro sulla paura della morte. gli aforismi qui presentati sono solo una delle due appendici, il libro è fatto anche di pezzi più lunghi, ma la cosa a cui tengo di più è il film che è allegato al libro. mi sembra la cosa migliore che io abbia mai fatto.

  15. sergio garufi il 12 novembre 2006 alle 10:40

    caro arminio, la mia mail è nome.cognome@fastwebnet.it
    complimenti ancora per “circo dell’ipocondria”. come dice cortellessa, “una prosa perfetta” e originalissima.

  16. arminio il 12 novembre 2006 alle 15:05

    grazie dei complimenti, caro garufi.
    fra poco vado in un paesino vicino al mio a prensentare il libro, credo che non saremo più di cinque, vado a respirare la desolazione di metà novembre, vado a sentire il silenzio di chi non c’è. affollato o desolato che sia pare che non ci sia più mondo da nessuna parte. solo parole, solo questa sensazione che anche tacendo si continua a sproloquiare. ho nostalgia di un tempo che non c’è mai stato, nostalgia di un tempo in cui ogni secondo era una piccola fiammata.
    vorrei abbracciare ed essere abbracciato, ma ovunque è tutto un traffico di ombre, ombre noi stessi, diceva montale.

  17. Michele il 12 novembre 2006 alle 19:06

    Grazie leggero presto.

  18. Michele il 12 novembre 2006 alle 19:22

    Un’altra morte vista a tre quarti, tra specchi a quarantacinque che moltiplicano la tua immagine. Che senso ha? Quale vertigine e soprattutto Arminio, futuro, passato, presente, hanno un senso se solo modellate o dicesi (brutta parola questa) proiettate nel vuoto cercato? Ventre materno antico e dimenticato? Vertigine (forse) per spegnere quello strano interruttore ai sensi? la società del suicidio. Leggerò con attenzione, -tutta questa materia-, perchè è di questo che si parla credo.

  19. lettore notturno il 12 novembre 2006 alle 20:22

    ho letto il libro di arminio in una notte. non m isuccedeva da tempo di incontrare un libro tanto intenso. tanta intensità ti entra dentro perché non è solo un’intensità letteraria, è proprio della nostra vita che arminio ci parla e lo fa parlandoci solo della sua. in fondo il suo lavoro è quello che da sempre hanno fatto gli scrittori. peccato che in giro ne siano rimasti pochissimi.

  20. arminio il 12 novembre 2006 alle 21:28

    tornato dalla presentazione nel paese. io sono uno scrittore conosciuto nella mia provincia e questo mi fa piacere. sono conosciuto perché non mi sono mai messo alla corte di de mita e questa coerenza intellettuale alla fine paga. sospetto che non siano molti gli scrittori che abbiano un qualche rappoorto con territorio in cui vivono. trafficare con le ombre alla lunga stanca. adesso sto qui, ma già domani mattina sara di nuovo in qualche paese. molte scritture odierne risentono di questa mancanza del “fuori”, sono scritture che nascono e muoiono dentro il computer.

  21. cara polvere il 12 novembre 2006 alle 23:12

    io non capisco. davvero. cosa centra de mita? la corte?
    ma percaso lei, signor arminio sta usando il “dentro” di quel mezzo così da lei demonizzato per esprimere malamente un qualcosa di politico? no, perchè mi era sembrato più un comizio che una riflessione… ha detto le stesse cose in quel paese da dove è tornato? le dirà domani in quel paese dove è aspettato?
    mah.
    ecco che, puntuale, arriva ciò che personalmente definisco una caduta di stile.
    solo questo.
    paola

    va beh. w i Poeti.

  22. Marco Saya il 13 novembre 2006 alle 09:25

    “…sono scritture che nascono e muoiono dentro il computer.” Il computer è solo un mezzo, la tecnologia, che c’entra tutta la “filippica” con il territorio?

  23. arminio il 13 novembre 2006 alle 09:30

    ma perché la politica vi fa tanto schifo? perché se uno racconta che ha incontrato un pò di mondo vi spaventate?
    io qui sono un poveraccio come voi dannato davanti a queste macchinetta, ma so che c’è tutta una vita là fuori che ancora mi prende e che spero prenda anche voi.

  24. Marco Saya il 13 novembre 2006 alle 09:58

    Il mondo lo incontro tutto il giorno e ti posso assicurare che non mi spaventa affatto . Mi spaventa l’idiozia umana e la pericolosità di un certo tipo di politica, un nemico da abbattere! Certo che c’è “una vita là fuori” ma come giustamente scrivi “Sono allibito, quotidianamente allibito dal fatto che nessuno si smuova dalla propria vita, ognuno col culo sulla propria maniera di vivere o di scrivere.” Ciascuno di noi racconta il suo mondo fatto di relazioni e sensibilità. Mi verrebbe da dire, leggendo i tuoi aforismi, che la morte bisogna, anche, guadagnarsela…non necessariamente in mezzo a una piazza…

  25. arminio il 13 novembre 2006 alle 10:24

    adesso parto. vado a trovare un paese come si va trovare un vecchio zio che sta male. è il turismo della clemenza. qui dentro ce n’è veramente poca di clemenza. mi spiace ma non mi arrende, il mio è un dolore cocciuto, un dolore che combatte.

  26. Marco Saya il 13 novembre 2006 alle 10:37

    caro arminio, se mi lasci un tuo indirizzo sulla mia mail poesiaoggi@yahoo.it , ti contatto.

  27. Michele il 13 novembre 2006 alle 11:50

    Io credo che il tono polemico è solo un tono, che in realtà non è polemica (quella antipatica e canzoniera) E’ meglio rimanere anche se si sente di dover andare via, altrimenti si rischia di essere proprio quello che si denuncia. Continuare a comunicare nonostante “noi stessi” qui ora, è più importante di cento libri. Rinunciare in una piazza informatica, anche se in tono delicato e amoroso è un delicato comunicare di rinuncia ad una nuova realtà. L’abbraccio informatico anche se antipatico e falsamente concettuale nasconde molta più umanità di quanta ne trovi fuori, in quello che idealmente è il “tuo fuori”. Se poi è per bisogno, è altra cosa. Se poi si trova “fuori” l’idea, l’immagine, o meglio il sogno che diventa realtà concettuale in immagine allora è altra cosa. Se intendi il tuo fuori una “pittura” e a questa gli dai un concetto che poi trasformi nel tuo specchio, allora quella è altra cosa. Ma -questo lo dico in verità anche se penso che possa essere frainteso- è una domanda, e non è una domanda da poco. (S’intende solo per me non è da poco)

  28. farminio il 13 novembre 2006 alle 14:41

    caro marco
    il mio indirizzo è questo: farminio@libero.it

    mentre stavo nella piazzetta di cairano, piazzetta ricavata dal tetto del comune, dove non c’era nessuno, pensavo a questo luogo ugualmente spopolato. io adesso invece di aprire un file scrivo qui, posso scrivere dei fatti miei, posso spogliarmi, posso dire che ieri carla mi ha fatto un pompino e che un idraulico ha fregato cento euro a una vecchia a cui doveva aggiustare il rubinetto. qui posso pure scrivere a una donna olandese conosciuta trent’anni fa e mai più vista, posso dire che ho mangiato in fretta, posso quello che mi pare così come ognuno risponde ciò che gli pare. ha vinto l’autismo di massa, ha vita questa culturetta del cazzo per cui saremmo più o meno tutti poeti e scrittori e letterati dei miei coglioni, adesso mi diverte questo turpiloquio, adesso giro il testo da un’altra parte, tolgo i freni e chiedo a questo michele: ma chi sei, cosa fai nella vita, perché stai qui? ma è la stessa cosa che cihedere a me perché insisto, perché non mi rassegno, perché non impazzisco in maniera più concisa. l’epoca non vuole titani, ma uscieri delle lettere, perenni apprendisti finto umili e tutto questo ci mette dentro un giornalame di scritture che non servono a nessuno, scrittori senza fanatismo, scrittori senza ossessione, ma come è possibile? come si fa a fare questi sgorbietti sulla carta senza sentirsi braccati, senza braccare l’attimo e l’alito del nulla a cui tutto è appoggiato?

  29. wovoka il 13 novembre 2006 alle 15:38

    Come l’assetato che in sogno vuol bere e vuota recipienti d’acqua che non lo saziano e muore dilaniato dalla sete in mezzo a un fiume: così Venere inganna gli amanti con simulacri, e la vista di un corpo non dà loro sazietà, e nulla possono ricavare o ottenere, benché si esplorino reciprocamente i corpi con mani indecise. Infine quando nei corpi vi è un presagio di felicità e Venere è sul punto di seminare i campi della donna, gli amanti si stringono con ansietà, dente amoroso contro dente; ma invano, perché non riescono a perdersi nell’altro né a essere un unico essere. [Lucrezio]

  30. cara polvere il 13 novembre 2006 alle 17:39

    mi chiedo ancora. “qui dentro non c’è clemenza” ma, clemenza verso che cosa? verso chi? cosa?
    all’apoteosi delle ossa bucate (cifrate ossa), in cerca di baci a spasso per i paesi? per un torace ammutolito dal fango che a chiamarlo di adamo ce ne passa e che slagrima a tempo ? per la paura della morte in carta copiativa? clemenza per chi? e quale clemenza? che tristezza il poeta che pubblica, si espone in prima persona, questiona di corti di re di alfieri rincoglioniti che sprecano tempo mentre il mondo fa un mondo là fuori… e poi, poi cerca clemenza.
    diventa come quelli che aborrisce, e che inutilità. un inutile martellarsi le palle.
    vado a comprarmi là fuori, va. vado a comprarmi rat-man.

    paola

  31. arminio il 13 novembre 2006 alle 18:26

    per scrivere qualcosa che abbia forza bisogna martellarsi le palle molto a lungo. io sto in questo luogo perché so e posso stare anche in altri luoghi. me lo sono meritate le esperienze che vado facendo e anche le scritture che vado scrivendo. buone o brutte che siano. questo è un luogo per narcisisti è inutile farla lunga. io sono un narcisista che sa ascoltare, ecco tutto.

  32. cara polvere il 13 novembre 2006 alle 20:14

    (sull’onda pubblicitaria)

    … e dopo la scoperta dell’acqua calda, furono le patate bollite.

    no. non sai ascoltare e nemmeno leggere. ti ho commentato, nessuna risposta. ho perso del tempo che avrei potuto impiegare a far man bassa nello specchio, a farmi bella nei limiti del possibile, l a tampinare le rughe, a mettermi il rossetto, a cambiarmi l’assorbente, a registrare la mia voce e tenere il dito continuamente sul repeat repeat repet… avrei potuto fare mille cosucce immaginabili e inimmaginabili.
    invece ho scritto due righe a commento sulle tue. silence.
    quindi. mi permetto di dirti che sei un pochino maleducato. punto.
    e mi sciacquo quello che mi viene per secondo come attributo più caro con i tuoi giudizi da bambino viziato.
    amen
    paola

  33. Michele il 13 novembre 2006 alle 21:24

    Arminio, sono quello che scrivo qua ora, non ieri o un ora fa. Sono solamente questo. Vivo come vivi tu ora, mi mantengo lavorando e mantengo la mia famiglia. Non quantifico verticalmente la scala di essere uomo società, non mi interessa. Mi dai -sbagliando- un aria da poetastro, mi recinti, mi fai quello che non sono, crei un illusione, un essere liofilizzato. E’ una immagine, una falsa immagine poco umana. Internet è questo, (forse) anche questo, ma trovare persone o uomini stà a te. Ti confesso che sono più interessato ai commenti che ai post, comunque il tuo chi sei? E’ un gioco, un finto e illusorio problema. Ma non ho offeso nessuno ne intendo farlo. Per quel che concerne il nuovo, la grande piazza rumorosa di internet, bisogna ammettere che è un bel play, e che non da respiro solo ai soliti ignoti, ma rende democraticamente tutti assolutamente uguali, silenziosamente uguali. Se ti piace il silenzio è un buon posto. Le scale cromatiche dei vuoti e dei meriti a questi sono fatti infantili. Capire molto di più di quello che si scrive, è anche cercare un confronto senza paura. Se credi di avere l’indice del giudizio e questo passa nella macina delle finte o vere sofferenze, bisogna distinguere tra testimonianza e finzione di questa, l’onesta è una cosa seria.

  34. Michele il 13 novembre 2006 alle 21:48

    Arminio sono solo quello che scrivo qua ora. Sono solamente questo.

  35. arminio il 13 novembre 2006 alle 21:53

    l’ipocondria è una malattia del narcisimo. ho studiato per trent’anni questa patologia e allo studio putropppo devo aggiungere un’esperienza diretta. bisogna studiarle bene le patologie associate al narcisimo, la scrittura è una di queste.
    mi meraviglia che i colleghi scrittori riflettono poco su questa invasione narcisistica di cui siamo vittime e artefici.

  36. mirko il 13 novembre 2006 alle 22:29

    Bene benissimo
    le pale girano,i muri ronzano,Pamela è seduta sul circostante
    9 marinai in calzamaglia nere,7 samurai in tute di plastica
    la voce stancante di un pifferaio stolto
    Cremerughe si è allineato,Cremerughe si è moderato
    dovremo anche usarlo questo Computer
    servirà,anche a qualcosa quaesto Compiuter
    ceniamo alle 7 ceniamo alle 8
    ma tutto lo stato ha fatto filotto
    se non ti risiedi accanto al bidè
    arriva suor Paola,e te le canta ben ben
    se poi che non c’è,arriva Sebè,gli diamo l’Arminio
    il buon Gesto Arminio

  37. teoraventura il 14 novembre 2006 alle 12:41

    Caro Franco, ti prometto di organizzare una presentazione anche al mio paese; magari saremo 5, forse più, forse meno. Ma “il dolore che combatte”, per i nostri paesi, è quanto mai necessario.
    Stefano

  38. sexyL il 14 novembre 2006 alle 21:08

    Arminio, come ogni narcisismo, é dicotomico. Fra narcisismi eterogenei, tipicamente le dicotomie non sono in fase. Ne scaturiscono critiche a pronunciamenti (inevitabili quanto le lodi), appena ad es. cita de mita. Tutta la mia solidarietá a franco su quanto ha detto su de mita e la politica lá fuori. Perché questo é un luogo virtuale e chi legge/scrive non sa cosa voglia dire il lá fuori di ciascuno, specie quello di coloro che stanno in paesi interni della parte sbagliata dello Stato, secondo lo Stato.

  39. arminio il 14 novembre 2006 alle 21:57

    accolgo. qui c’è gente che non sa un cazzo di cosa ha significato per le mie zone il terremoto e poi la ricostruzione. l’italia non è roma e milano. ora che anche quest’altro giro su nazione indiana è finita posso dire che è stata l’ennesima occasione mancata. c’è tanto mondo apparecchiato ovunque, ma sembra esserci una congiura per non far accadere più niente.

  40. Addio Alle Arti il 14 novembre 2006 alle 22:15

    Gentile Signor Arminio, tutte le volte che la leggo, alla fine debbo concludere che io non so “un cazzo” (la cito) delle cose sue (eppure lei parla sempre di sé, e mi pare che tenga sempre a precisarlo), come mai?

    Tutte le volte che la leggo, mi par che lei si lagni (“l’ennesima occasione mancata”=colpa dei Lettori? di Nazione Indiana? Di qualcuno di sicuro, lei lascia intendere, ma non mai di lei stesso).

    Crede forse in questo modo di provocare il lettore?

    A me pare – forse anche non volendolo – che lo offenda, semplicemente.

    Cordialmente

  41. sexyL il 14 novembre 2006 alle 23:39

    Un fatto: arminio si lamenta sempre; é il suo modo di cercare di essere fosforescente, é quindi la sua maniera di cercare consolo all’inquietudine.
    Un altro fatto: ognuno (anche ogni narcisismo) si porta dietro il proprio bagaglino.
    Un terzo fatto: il bagaglino di chi “vive dove secondo il centro non vive nessuno” é significativamente diverso da chi vive al centro o in prossimitá di esso.
    Conclusione: ci sono molteplici dimensioni di impossibilitá di comunicazione; solo che arminio, in italiano, non si arrende, prova a continuare a fare travaso da Bisaccia.
    Non é un caso che riesca a raccogliere lodi specie o quasi esclusivamente quando parla della realtá strettamente contenuta entro i limiti del proprio corpo – un terreno comune, si potrebbe dire.

  42. il magnifico (e)rettore il 14 novembre 2006 alle 23:53

    Lotta Continua o Lagna Continua? Questo è il pvoblema.

    Tenuto conto che Lagna Continua è il santuavio dell’Italia alla tafazzi, e che il dottov Fvanco Avminio è uno dei massimi custodi delle sacve tavole del tempio, io non posso che optave, decisamente, pev Lotta Continua. Non fosse altvo che pev avvicchive e aggiovnave il lessico: si confvontino, a tale pvoposito, tutti i commenti del suddetto dottove in calce ai post che lo viguavdano, a pavtive dal pvimo compavso.

    Complimenti, comunque, pev la coevenza.

  43. franz krauspenhaar il 15 novembre 2006 alle 15:41

    Caro Franco, perchè per l’ennesima volta parli di “occasione mancata”? Te lo dico in pubblico. Non pensare a Nazione Indiana soltanto come a un blog, è una rivista, soprattutto. Non pensare solo ai commenti: c’è molta gente – la maggior parte, evidentemente – che legge, non commenta, si fa un’idea, approva o disapprova.

  44. sexyL il 15 novembre 2006 alle 17:52

    Aggiungerei: come ma piú di altri strumenti, internet rende vasi comunicanti il “centro” e le periferie, il luogo dove tutti hanno converso nel tempo o ab origine e altri luoghi idiosincratici.
    The flood dal centro si impone facile: un esempio é che arminio parla italiano, e che nella libreria petruzziello nel suo capoluogo si trovano i giusti libri “riconosciuti” intellettuali.
    Il piccolo rivolo da ciascuna idiosincrasia ha la vita ben piú difficile: riesce a passare se parla – bene – di oggetti e valori non davvero idiosincratici, come l’esperienza sensibile o emotiva di ciascuno; incontra mille ostacoli altrimenti. Un esempio è la presa che arminio riesce ad avere quando parla del proprio sé, a fronte della sua difficoltá a far comprendere il suo “lá fuori”. Un altro esempio, piú paradossale, é che da petruzziello non sará facile trovare un libro di arminio.

  45. arminio il 15 novembre 2006 alle 19:26

    caro franz
    anche io ti rispondo in pubblico.
    io parlo di occasione mancata in relazione al fatto che vivo come se un medico mi avesse diagnosticato un’ora di vita. in quest’ora residua non possiamo accontentarci di cose generiche e blande, vogliamo cercare di risolvere tutto. so bene che questo sentimento ha una sua ferocia non condivisibile. so anche che moltissime persone non commentano. so anche che la gallina che si mostra ferita viene beccata dalle altre galline. più che di lamento io parlerei nel mio caso di una nevrosi recriminatoria. nasconderla non serve. ultima questione, ultima espressione della nevrosi: chi pensa che negli aforismi pubblicati io parli solo di me è di una pochezza umana sconcertante, oltre a non avere neppure la più pallida idea di cosa sia la letteratura.

  46. franz krauspenhaar il 15 novembre 2006 alle 20:11

    Ma no, non sono d’accordo: nascondere le proprie nevrosi non serve, ma c’è un limite!
    Cosa vuoi recriminare, Franco; dobbiamo convivere con l’indifferenza, è così. Il resto non serve, tanto meno a quelli veramente bravi (e sottolineo bravi) come te.
    Un po’ credo di conoscerti, e so che le tue “urla del silenzio” sono vere, sono spiegate di piena gola. Rispetto la tua “postura”, ma credo tu ti faccia, paradossalmente, troppe illusioni sul prossimo.

  47. arminio il 15 novembre 2006 alle 22:23

    ti abbraccio, franz, ti abbraccio. queste tue righe sono illuminanti. io passo per un narciso e un presuntuoso, ma in realtà tendo a sopravvalutare gli altri. è come se la mia presunzione si estendesse perfino alla percezione degli altri. e così mi aspetto la condivisione del tragico che c’è nella vita, l’amore e la pena ardente per questa nostra condizione di morti non ancora entrati in funzione. forse le cose che dico bisognerebbe dirle davanti a un caminetto, a tarda notte. forse questi luoghi virtuali mal si prestano a un’esposizione radicale. ma tu sai che se taccio sarebbe solo un ritiro strategico, io sono fatto per strepitare, per inveire, come una volta si faceva ai funerali.

  48. cara polvere il 15 novembre 2006 alle 22:30

    i prossimi: discendenti da un unico ceppo.

    ora. il poeta non deve spacciare la sua poesia secondo la spirituale entomologia brulicante che l’ha prodotta.
    non può spacciarla proprio. non la può insalsare con intingoli che piacciono alla sua lingua.
    la poesia è come l’aria. ognuno la respira e la traduce
    secondo la conformazione del proprio appato respiratorio.
    gli uomini non respirano tutti allo stesso modo-
    la poesia è come l’aria . gratuita. dovrebbe essere regalata.
    il poeta e chi per lui che spara a zero sulle presunte pochezze umane è uomo sollecito a giudicare tout court elargendo nemmeno troppo elegantemente micro espansività intellettuale
    sono piazze bellissime. di cartongesso.
    piazze bellissime di cartongesso che vivono da anni in una scatola di cerini. insieme ai loro chili e ettari di libri.
    ah, si. convinti. convinti di essere inespugnabili e di sapere espugnare.
    ma le loro spugne sono secche. se ne sente lo scricchiolio fino qui.
    e poi il poeta scrive anche perchè non si fa illusioni sul prossimo, perchè è stato tarato, umiliato, giudicato continuamente dal prossimo.
    il poeta va cercato nel fumo rimasto sul soffitto.
    bisogna credere che se ne sia andato per poterlo leggere.
    per raccoglierlo, bisogna andare a leggerlo nudi al centro e lì sparire anche da noi stessi.
    un saluto
    paola

  49. cara polvere il 15 novembre 2006 alle 22:43

    la poesia è un funerale.

  50. arminio il 15 novembre 2006 alle 23:24

    cara polvere
    non capisco il tuo testo a quali poeti si riferisce. oggi la nozione di poeta è completamente svuotata. anche per questo mi sono autoproclamato paesologo.
    volevo dire ancora una cosa a franz, ma eventualmente anche ad altri. scrivere in fondo presupone sempre una sopravvalutazione degli altri, presuppone che qualcuno possa convenire in un luogo che non c’è, il luogo della scrittura o meglio ancora, il luogo dell’autore. il narcisimo nelle sue forme più sofisticate porta a fiutare la nostra assenza in quanto autori.
    un’altra cosa non capisco è perché il narcisimo dei politici, quello si molto grave, in fondo non da fastidio a nessuno e si inveisce contro gli scrittori.

  51. cara polvere il 15 novembre 2006 alle 23:37

    crash! bum! crak”
    sono andata in cortocircuito.
    giaccio vuota. dopo il tuttologo, il poetologo, ecco il paesologo.

    ps: ma lei fa poesia per il prossimo? perchè questo convoli al suo luogo?
    sarà, ma è mia personalissima opinione che ciò non sia possibile, almeno in poesia.
    troppe le sfumature, le inadempienze, le mezze mascelle di animali strani o uomini irriconoscibili lasciate per strada, nei giardini, nel dolore, nel deserto.
    non si può avere la presunzione di profetare a tavolino, pensando a un adepto modello.

    paola

  52. cara polvere il 15 novembre 2006 alle 23:40

    aggiunta: anzi al suo non luogo. come l’isola che non c’è dove si agita un peter pan demoniaco e cinico che altro non è (peter pan, dico) il risultato lampante di un fallimento della società degli adulti.

  53. Addio Alle Arti il 16 novembre 2006 alle 00:48

    A esempio, lei Arminio dice: “questo è un luogo per narcisisti è inutile farla lunga”.

    A me sembra che questo luogo non sia che in qualche caso di (e per) narcisisti, e che lo diventi – ai miei occhi – soprattutto quando leggo lei, i suoi commenti, Signor Arminio, come mai?

    Eppure lei sembra proprio voler decidere delle mie personali esperienze: perché, se per lei “questo è un luogo per narcisisti” ed “è inutile farla lunga”, dovrebbe essere così anche per me? Mi dica, mi dica, che l’ascolto.

    Ovvio: sono parte di quella “gente che non sa un cazzo di cosa ha significato per le sue zone il terremoto e poi la ricostruzione”, in compenso (perdoni il limite) ho vissuto in altri luoghi (che per lei forse non sono Italia: Milano, Roma…) e anche all’estero. Accade che uno viva da una parte, e uno da un’altra, sa com’è.

    Della sua “coerenza che alla fine paga” non mi vanterei troppo pubblicamente, avendo lei solo fatto le cose in cui crede o credeva. Qua dentro, intorno, e fuori, c’è “gente” coerente come e quanto lei, e che non ha né i mezzi, né il tempo, né la voglia di venire a dirlo né qui, né altrove.

    Tenti allora solo di mostrarsi un po’ più grato (e con chi la ospita e con chi la legge), se vuole, beninteso, e lasci perdere l’infantile sua favoletta della gallina ferita e che dovrebbe morire tra un’ora, che non è il caso, mentre sta crepando per davvero molta “gente” assurdamente.

    Cordialmente suo ecc. ecc.

  54. arminio il 16 novembre 2006 alle 10:08

    io sono uno stronzo io non scrivo a della polvere e a delle arti, utilizzo questa colonna per riversare scrittura che poi mi servirà altrove. quando seguo le polemiche che impegnano gli altri le trovo un pò assurde e un pò assurda è anche questa. sto lavorando sul narcisimo e questo è un luogo in cui posso fare ricerca sul campo dopo decenni di studi teorici.
    la letteratura è una faccenda per santi, per esseri squilibrati, non per questa socialdemocrazia dello spirito a cui si vorrebbe uniformere tutto e tutti.

  55. il magnifico (e)rettore il 16 novembre 2006 alle 14:53

    Scusi, dottov Avminio, ma si vende almeno conto delle enovmi cazzate, anche insultanti, che continua a spavave? Mi vuole spiegave, se è lecito, pevché io, in quanto lettove di NI, savei “natuvalmente” una cavia dei suoi espevimenti dell’ostvega da gvande (o glande) studioso incompveso?

    “io non scrivo a della polvere e a delle arti, utilizzo questa colonna per riversare scrittura che poi mi servirà altrove”

    “sto lavorando sul narcisimo e questo è un luogo in cui posso fare ricerca sul campo dopo decenni di studi teorici”

    e, in un altro mivabolante pavto intellettuale:

    “Altri approfitteranno del fatto che non ho mai pubblicato con un grande editore per dirmi…”

    Avminio, sincevamente, lei ha dei gvavi pvoblemi, sicuvamente molti di più di quelli che dimostvo di aveve io pev il semplice motivo che continuo a leggeve le sue favneticanti cazzate.

    Si faccia vedeve: tva l’altvo qui su NI sono attivi ventiquattvo ove su ventiquattvo due egvegi psichiatvi, i dottovi Cavotenuto e Peyote…

  56. Addio Alle Arti il 16 novembre 2006 alle 21:23

    Gentile Signor Arminio,
    anzi tutto vorrei farle presente che io sono una persona e non un semplice (nulla?) “a delle arti”. Se lei non vuole scrivermi può anche farlo: ne prenderò, semplicemente, atto. Vedo invece che lei mi scrive, assurdamente, volendomi informare di non farlo… Nell’incertezza (sua) mi permetto allora, intanto, di replicare ancora. D’altra parte io l’ho letta per un anno tacendo (e sopportandola), ritengo ora d’avere un minimo di materia per poterle esporre le mie impressioni, pure passate, non ho problema ad ammetterlo, da un iniziale interesse e apprezzamento (per la sua poesia, così come per certa sua prosa) a una graduale delusione.

    Ma vengo alla replica: le dico subito che non ci siamo, Signor Arminio, mi dispiace.

    Lei utilizza questa colonna per riversare i suoi particolari problemi e le sue Visioni/Proiezioni (sante?) addosso a sconosciuti, altro che scrittura che poi le servirà altrove (auguri).

    Lei contribuisce, e notevolmente, al rinforzo del peggiore stereotipo dello scrittore e del poeta, in “questo luogo in cui può fare ricerca sul campo dopo decenni di studi teorici” (e si vede: che sono solo studi teorici, intendo), e che dovrei pure ringraziarla?

    Sta “lavorando sul narcisismo”. In che senso, scusi. Ah, ma già, dimenticavo: lei è “uno stronzo che non parla a delle arti”. Ci mancherebbe, allora, la capisco: silenzio con me, la prego!

    La letteratura, per me, non è (solo) la sua arminiana minuscola microscopica “faccenda per santi ed esseri squilibrati”, è diversa per ognuno che la fa e che la fruisce, perciò guardi: uniformato (a un certo superficialissimo rigido andazzo nel giudicare) sarà lei, non in ultimo, nel venire qui spesso a insinuare che la stessa letteratura (così la vita) degli altri sia, tutto sommato, una pochezza, che la sua sia l’unica Via Degna, e che lei sia una sorta di vittima-scrittore (nauseato, non sia mai nauseante), tanto bravo, tanto coerente, attaccato ingiustamente.

    Ora, finalmente, dopo un anno che la leggo, glielo dico io che “è inutile farla lunga”, la faccia breve: si faccia pure la sua letteratura e le sue ricerche sul campo, ma non venga eccessivo nei commenti a raccontarla (ripetitivo e scontento, la sua piagnucolosa, ricattatoria lezioncina-invettiva piccola piccola, che solo la ritrae, lei sì, come “ennesima occasione mancata”, da intellettualucolo di provincia vanaglorioso) proprio a me, che non attacca.

    Cordialmente suo ecc. ecc.

  57. sexyL il 17 novembre 2006 alle 01:07

    Franco, lo vedi che, come ti sbatti ti sbatti, dal confronto vasto col centro ne esci mazzolato per definizione? Tu non potrai mai dire loro “intellettualucoli di capitale”, ma all’occorrenza loro sí potranno sempre dire te “i. di provincia”. E senza nemmeno la vanagloria mundi: solo provinciae.

  58. il magnifico (e)rettore il 17 novembre 2006 alle 09:05

    Cava dottovessa sexyL, ma lei e il suo pvotetto cosa ne sapete di me o di chiunque altvo, qui, non tvovando niente di meglio da fave, pevda tempo a commentave i delivi dell’uno e le leccatine dell’altra? Le è mai capitato, visto il pevmanente stato di adovazione estatica in cui si tvova, di leggeve i commenti lasciati a futuva memovia dal suo idolo solitavio e incompveso? “Centvo”, “intellettualucoli di capitale”: ma di cosa mai pavlate, o egvegi allievi del dottov “elogia dell’eccedenza”? Pevché, invece, non pensa alla possibilità di tvasfevivsi, insieme al suo vate(v) di vifevimento, nella capitale? Cvedo che ci sia oltvemodo bisogno, sopvattutto in un momento come questo, di teste pensanti e di intellettuali del vostvo calibvo, di pevsone sincevamente cvitiche come lei. Buona mavmellata, signova.

  59. sexyL il 17 novembre 2006 alle 14:42

    Dear wonderful (e)r(?)ettore,
    please refer to my comment dated November 11th, 2006, h.00:44.
    In any case, you are one of the reasons why I YEARN to move from the Capital.

  60. il magnifico (e)rettore il 17 novembre 2006 alle 15:34

    Cava foxy lady (do you remembev Jimi Hendvix?), allova è pvopvio vevo: ovmai senza l’inglese non si va più da nessuna pavte!

  61. Addio Alle Arti il 17 novembre 2006 alle 19:54

    Gentile sexyL,
    immagino che lei, invece, esca molto bene dal confronto (vasto all’estremo?) con l’Arminio che come si sbatte si sbatte. Che dire? Son contento per lei. Gli autori che amo io li rileggo sempre molto volentieri, perciò sperando di farle cosa gradita, mi permetto di riportarle alcune perle qua sotto (titolo provvisorio: Crema di Gallina Ferita) del suo autore mazzolato (da sé stesso, mi par chiaro) che qua su NI – come ormai tutti sapranno – ha avviato una seria “ricerca sul campo” (e questo, bisogna dirlo, nonostante una ennesima occasione mancata).

    Le do poi senz’altro ragione: il suo diletto automazzolato, è vero, non potrà mai dire “intellettualucolo di capitale” (a chi non abiti nella capitale), ma potrebbe sempre dire, a esempio, meno cazzate. Temo che sarà difficile (visto il novissimo post, quello della corda al collo, per intendersi): capitale o provincia che sia.

    Cordialmente suo ecc. ecc.

    ***

    “per scrivere qualcosa che abbia forza bisogna martellarsi le palle molto a lungo”.

    “io sto in questo luogo perché so”

    “e posso stare anche in altri luoghi”.

    “me lo sono meritate le esperienze che vado facendo”

    “e anche le scritture che vado scrivendo”.

    “buone o brutte che siano”.

    “questo è un luogo per narcisisti è inutile farla lunga”.

    “qui c’è gente che non sa un cazzo di cosa ha significato per le mie zone il terremoto e poi la ricostruzione”.

    “l’italia non è roma e milano”.

    “ora che anche quest’altro giro su nazione indiana è finita posso dire che è stata l’ennesima occasione mancata”.

    “c’è tanto mondo apparecchiato ovunque, ma sembra esserci una congiura per non far accadere più niente”.

    “io sono uno stronzo io non scrivo a della polvere e a delle arti”

    “utilizzo questa colonna per riversare scrittura che poi mi servirà altrove”.

    “sto lavorando sul narcisimo”

    “e questo è un luogo in cui posso fare ricerca sul campo dopo decenni di studi teorici”.

    “la letteratura è una faccenda per santi, per esseri squilibrati”

    “non per questa socialdemocrazia dello spirito a cui si vorrebbe uniformere tutto e tutti”.

    “la gallina che si mostra ferita viene beccata dalle altre galline”

  62. Addio Alle Arti il 17 novembre 2006 alle 19:57

    Fuori tema

    Egvegio magnifico (e)rettore,
    le confessevò, in questa (fuovi)sede e (fuori di) test(a) di vicevca sul campo dell’illustve dottov Avminio, di esseve un suo gvande estimatove. L’ammivo, anzi l’adovo pvopvio, lettevaviamente pavlando, s’intende, anche se lei – puvtvoppo – non deve esseve un santo, né uno squilibvato. Cvedo pvopvio di aveve capito chi sia: la pevfezione della sua lingua – oltve al suo spivito che si diffonde solo che lei civcoli nei pavaggi, seppuve, come in questo (s)fovtunatissimo caso, in qualità di puva cavia – è la sua inconfon(go)dibile fivma.

    Spevando di aveve occasione di potevla incontvave pvesto in altva veste e possibilmente non in altvo labovatovio, mi dichiavo il suo devotissimo umilissimo ecc. ecc.

  63. il magnifico (e)rettore il 17 novembre 2006 alle 21:55

    OT in fovma di pompino vivtuale (noi “intelletualucoli di capitale” (!) siamo fatti così)

    Gvazie, egvegio dottov Alle Avti (Addio, dopo quello che ha scvitto, non potvei mai più divglielo). La stima è, nella più assoluta semplicità, vicambiata. E se lei, così come affevma, cvede di conoscevmi, così come io conosco lei, allova sapvà anche che avvei scvitto le stesse cose anche se mi avesse mandato a cagave. Covdiali saluti.

    post scviptum

    Ho appena vicevuto l’incavico, da una gvande casa editvice, di divigere (oltve al tvaffico) una nuova pvestigiosa collana, dal titolo pvovissovio di “Paesaggi, passaggi e massaggi”: inutile divglielo, ma se ha delle segnalazioni da pvopovve, savò ben lieto di accoglieve i suoi pveziosi suggevimenti: immagino che abbia già qualche titolo sotto mano…

  64. Addio Alle Arti il 18 novembre 2006 alle 14:55

    Egvegio magnifico (e)rettore,
    la pvego, non sono dottove, mi chiami puve semplicemente A.
    “Alle Arti” mi suona, “fvancamente” (in senso avminiano, nevvevo) un po’ vidicolo.
    Lieto pev il suo nuovo incavico, onovatissimo della sua offevta, non sapvei pevò come essevle utile: dovvei addentvavmi meglio nella matevia (anche stvadale) della sua collana e allova fovse, chissà, potvei aveve un’impvovvisa ispivazione. Puvtvoppo è un momento difficile pev me: da quando il dottov Avminio mi ha fatto capive che io sono di una pochezza umana impvessionante e che non ho la più pallida idea di che cosa sia la lettevatuva, non mi sono più vipveso.
    Speviamo, chiuso questo esclusivo labovatorio (questa “faccenda per santi ed esseri squilibrati”), magavi leggendo un po’ più di lei, di supevave questo tviste momento.

    Vestando a sua disposizione, la saluto covdialmente e mi dichiavo ancova e sempve il suo affezionatissimo e umilissimo ecc. ecc.

  65. Il Treno a Vapore il 19 novembre 2006 alle 12:02

    Me li sono letti gli aforismi, uno per uno e con calma, e si potrebbero uno per uno anche dottamente commentare.
    Mi sono piaciuti.
    Siamo nel vecchio gorgo/giro, la vita la morte la paura l’arte la presunzione lo smarrimento, e una “calma” rassegnazione che tutto impacchetta. In fondo si tratta solo di vivere.

    @ sexyL

    “la sospensione momentanea del discorso solipsistico dischiusaci da arminio”
    …padre nostro che sei nei cieli, liberaci dal male. amen

    @ wovoka
    “Ovviamente, in cambio, andrà affrancato dal lavoro e dalle più comuni seccature della vita”
    E no cazzo! Ed io allora?

    @ cara polvere
    “ma un uomo che scrive
    ” Il mondo ha un solo osso che nessuno ha mai visto.” o
    “Torno sempre allo stesso punto, ma non è colpa mia, è colpa del punto.” ha la perfetta e onesta coscienza che sarà fino alla fine un essere inseguito. ”
    E da chi mai inseguito? A chi importa inseguirlo? Solo da se stesso, solo da se stesso.
    “il poeta va cercato nel fumo rimasto sul soffitto.”
    E dopo l’imbiancatura?

    @ michele
    “Un’altra morte vista a tre quarti, tra specchi a quarantacinque che moltiplicano la tua immagine. Che senso ha?”
    Ovviamente nessun senso. Non vi è modo di vedere la morte, dobbiamo accontentarci di vedere i morti.

    @ marco saya
    “Mi spaventa l’idiozia umana e la pericolosità di un certo tipo di politica”
    Chi da la pagella?

    @ arminio
    “bisogna studiarle bene le patologie associate al narcisismo, la scrittura è una di queste”
    Vero. Corretto sottolinearlo. Solo che studiarle non serve.
    “ma sembra esserci una congiura per non far accadere più niente. ”
    Ma ti pare mai che si possano organizzare congiure per questo?

    @ teoraventura
    “Ma “il dolore che combatte”, per i nostri paesi, è quanto mai necessario.”
    Questa non la sapevo. E per il mio paese, alquanto più a nord, che può fare il combattente?



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