Da “Degli angeli minori” (1)

11 novembre 2006
Pubblicato da

immagine-071.jpg di Antoine Volodine

Traduzione di Andrea Inglese

Queste traduzioni inedite in Italia sono apparse inizialmente su il calzerotto marrone (n°4, 2006). Su NI è disponibile un’altra traduzione inedita a cura di Andrea Raos (qui)

Chiamo narrats dei testi post-esotici al cento per cento, chiamo narrats delle istantanee romanzesche che fissano una situazione, delle emozioni, un conflitto vibrante tra memoria e realtà, tra immaginario e ricordo. È una sequenza poetica a partire dalla quale ogni fantasticheria diviene possibile, per gli interpreti dell’azione come per i lettori. Si troveranno qui quarantanove di questi momenti di prosa.

In ognuno di essi, come su di una fotografia leggermente alterata, si potrà percepire la traccia lasciata da un angelo. Chiamo narrats quarantanove immagini organizzate sulle quali, nella loro erranza, si soffermano i miei pezzenti e i miei animali preferiti così come qualche vecchia immortale. Anche perché si tratta di minuscoli territori d’esilio sui quali continuano ad esistere alla meno peggio quelli di cui mi ricordo e quelli che amo. Chiamo narrats dei brevi brani musicali, la cui musica è la principale ragion d’essere, ma anche nei quali quelli che amo possono riposarsi un istante, prima di riprendere la loro avanzata verso il nulla.

*

12. Varvalia Lodenko
Varvalia Lodenko posò il fucile, fece un ampio respiro e disse:
– Scervellati! Decerebrati!
Davanti a noi si stende la terra dei poveri, le cui ricchezze appartengono solo ai ricchi, un pianeta di terra scorticata, di foreste dissanguate in cenere, un pianeta di fango, un campo di rifiuti, di oceani che solo i ricchi attraversano, di deserti inquinati dai giocattoli e dagli errori dei ricchi, abbiamo davanti a noi le città di cui le multinazionali mafiose detengono le chiavi, i circhi di cui i ricchi controllano i pagliacci, le televisioni concepite per la loro distrazione e il nostro assopimento, abbiamo davanti a noi i loro grandi uomini appollaiati su di una grandezza che è sempre una tonnellata di sanguinante sudore che i poveri hanno versato e verseranno, abbiamo davanti a noi le brillanti vedette e le celebrità professorali di cui non una delle opinioni formulate, non una delle spettacolari dissidenze entra in contraddizione con la strategia a lungo termine dei ricchi, abbiamo davanti a noi i loro valori democratici concepiti per il loro rinnovamento eterno e per il nostro eterno torpore, abbiamo davanti a noi le macchine democratiche che gli obbediscono ciecamente e impediscono ai poveri ogni vittoria significativa, abbiamo davanti a noi i bersagli che essi designano per il nostro odio, sempre in maniera sottile, con un’intelligenza che eccede la nostra comprensione di poveri e con un’arte del linguaggio bifido che annienta la nostra cultura di poveri, abbiamo davanti a noi la loro lotta contro la povertà, i loro programmi d’assistenza alle industrie dei poveri, i loro programmi d’emergenza e di salvataggio, abbiamo davanti a noi la loro distribuzione gratuita di dollari, perché noi si rimanga poveri e loro ricchi, le loro sprezzanti teorie economiche e la loro morale dello sforzo e la loro promessa di una ricchezza universale, tra venti generazioni o ventimila anni, abbiamo davanti a noi le loro organizzazioni onnipresenti e i loro agenti persuasori, i loro protagonisti spontanei, i loro innumerevoli media, i loro capifamiglia scrupolosamente attaccati ai principi più luminosi della giustizia sociale, a patto che i loro figli abbiano un posto garantito dal lato buono della bilancia, abbiamo davanti a noi un cinismo così ben oliato che il solo fatto di farvi allusione, non dico smontarne i meccanismi, ma di farvi semplicemente allusione, rinvia ad una marginalità indistinta, prossima alla follia e lontana da ogni tamburo e sostegno, sono davanti a questo, in territorio scoperto, esposta agli insulti e criminalizzata a causa del mio discorso, siamo di fronte a ciò che dovrebbe dare nascita a una tempesta generalizzata, a un movimento oltranzista e spietato, dieci decenni almeno di spietata riorganizzazione e di ricostruzione secondo le nostre regole, lontani da tutte le logiche religiose o finanziarie dei ricchi e al di fuori delle loro filosofie politiche e senza prestare attenzione ai clamori dei loro ultimi cani da guardia, siamo di fronte a questo da centinaia d’anni, e non abbiamo ancora mai capito come fare perché l’idea dell’insurrezione egualitaria penetri nello stesso istante, alla stessa data, i miliardi di poveri che non ha ancora penetrato e si radichi in essi e finalmente vi fiorisca. Troviamo dunque come fare, e facciamolo.

Varvalia Lodenko interruppe qui il suo discorso. Dietro la iurta, le pecore s’agitavano, perché di notte il rumore delle parole le aveva inizialmente disturbate, in seguito cullate e adesso l’assenza della voce le risvegliava.
Le vegliarde avevano acceso un fuoco a qualche metro da una iurta. Le fiamme si riflettevano sulle loro pelli incartapecorite, sul fondo dei loro occhi che nonostante fossero ben spalancati sembravano appena socchiusi. Era una magnifica notte di giugno. Le costellazioni erano leggibili da un orizzonte all’altro, e il calore del giorno persisteva fino alle stelle e vibrava trasportando i profumi della steppa, mentre sui nostri volti si depositavano dei fiocchi di assenzio, delle mosche notturne.
Varvalia Lodenko era vestita per il viaggio, con una veste di seta e una pianeta di marmotta, e dei pantaloni ricamati che Letizia Scheidmann le aveva regalato. La sua testa piccolina spuntava fuori da quei vestiti come se fosse stata rimpicciolita da una squadra di Jivaros e le sorelle Olmès, per darle un’aria meno mummificata, le avessero imbottito le guance e le stesse palpebre con dei tubuli riempiti di feltro mongolo. Anche le sue membra erano state consolidate nei punti in cui presentavano delle fratture. Il braccio destro, che in caso di scontro avrebbe dovuto sopportare il peso della carabina e del suo rinculo, era stato stretto da bracciali sui quali Marina Koubalghaï aveva attaccato delle piume di corvo e dei peli d’orso.
– Ecco, sospirò Varvalia Lodenko. Ecco ciò che direi, come introduzione.
Ci fu un mormorio di approvazione, poi ricadde il silenzio. L’assemblea delle vegliarde avrebbe adesso meditato un’ora o due, avrebbe ruminato un’ultima volta i propositi di Varvalia Lodenko, per cogliervi delle goffaggini che inizialmente potevano esser loro sfuggite. Malgrado la cura che avevano collettivamente posto nell’elaborazione di questo manifesto, sapevano infatti che degli errori potevano ancora essere corretti prima della partenza di Varvalia per il vasto mondo della sventura: delle debolezze di stile, ad esempio, o delle pesantezze.
Varvalia Lodenko si piegò sopra il fuoco. Vi aggiunse un rametto. Aveva l’aria rattrappita e minuscola eppure, se tutto si svolgeva come previsto, sarebbe scaturita da lei la fiamma che avrebbe di nuovo messo a fuoco la pianura.

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(Foto A Inglese)

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One Response to Da “Degli angeli minori” (1)

  1. maria (valente) il 11 novembre 2006 alle 18:35

    Molto bello, sempre incendiarie le donne di questo Volodine, sempre così perdutamente in fiamme



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