Le narrazioni della paura. Un anticorpo.

12 novembre 2006
Pubblicato da

di Christian Raimo

Le narrazioni della paura. Le narrazioni della paura sostituiscono, surclassano, invadono, succhiano lo spazio delle narrazioni del male. Ne costituiscono la versione commerciale, si potrebbe dire. Cosa sono queste narrazioni della paura? Grossolanamente, delle narrazioni che invece di scomporre, destrutturare, anatomizzare la sintesi che operano i luoghi comuni, ne sfruttano e ne amplificano comodamente la potenza emotiva. Viviamo rappresi tra queste sintesi, subiamo la scontatezza semantica di formule come “terrorismo islamico”, “scontro di civiltà”, “masse di immigrati”, “alienazione giovanile”. Per questo trovare visioni, autori che – nel loro modello poetico – tentino di rovesciare questo meccanismo di riduzione estetica è assai salutare.
Guillermo Arriaga e Alejandro Innaritu sono tra questi autori. Il loro terzo film, Babel, aldilà della sua confezione parahollywoodiana, è un’opera che propone un campione di anticorpo alle narrazioni della paura. Vediamo. La trama del film segue tre storie che s’intrecciano con un escamotage minimo. Nella prima siamo su un altopiano del Marocco: un pastore dà ai suoi bambini un fucile per difendere il gregge dai lupi. I figli, lasciati da soli, lo usano invece per giocare al bersaglio con un pullman di turisti e feriscono una donna (Cate Blanchett). Si scatena una caccia al terrorista. Lei, in agonia, in attesa di soccorsi che non arrivano, è la moglie di una coppia in crisi dopo la morte del loro terzo figlio, soffocato nel sonno: insieme al marito (Brad Pitt) ha deciso di venire in vacanza in Marocco proprio per riprendersi dal lutto.
Nella seconda storia siamo tra il Messico e gli Stati Uniti: la coppia in crisi Pitt-Blanchett ha affidato i suoi due figli alla tata messicana durante la loro assenza, assenza che si protrae oltre il previsto per l’incidente. Ma la tata non può assolutamente mancare al matrimonio del proprio figlio, e con l’aiuto del nipote (Gael Garcia Bernal) finisce per portarli con sé alla festa, ma sulla strada di ritorno i poliziotti della dogana fanno storie a lei e al nipote, che reagisce istericamente forzando il posto di blocco. Cosicché la donna senza averne colpa si ritrova da sola nel deserto con i due bambini; a quel punto, disperata, li abbandona da soli vicino a un cespuglio per andare a cercare aiuto e viene arrestata da un poliziotto che la crede una clandestina.
Nella terza traccia, in Giappone: una ragazza sordomuta è ancora sotto shock per il suicidio della madre, avvenuto di fronte a lei mentre suo padre dormiva; e, in cerca di condivisione, d’affetto, si sballa con gli amici e prova a sedurre nei modi più diretti e penosi chiunque le capiti a tiro. Il film è tante altre cose, ma è anche il tentativo di parlare con gesto massimalistico degli spauracchi del mondo globalizzato e babelico: il terrorismo, l’immigrazione clandestina, l’alienazione. Che in realtà, ci mostra Innaritu, non sono mai quello che sembrano. I due bambini pastori sono tutt’altro che terroristi, sparano per sbaglio. La tata non è una clandestina, vive negli States da sedici anni. La ragazza giapponese non è una vittima di un disagio diffuso, ma patisce la latitanza del padre. Ogni storia è una storia a sé, e dietro ogni interpretazione preconfezionata se ne nasconde un’altra, spesso più banale, più dolorosa, più reale.
Le narrazioni della paura si sbriciolano se si ha il coraggio di guardare il male per quello che è e non per quello che vorremmo che fosse. Quello che spesso ci viene raccontato non è il male ma una sua falsa controfigura. Accade così per le armi di distruzione di massa, accade così per tutte le inchieste sulle cento presunte cellule terroriste italiane, per i continui allarmi criminalità, per gli attentati sventati in Inghilterra, per l’imminente invasione di migranti sulle coste della Sicilia. A ogni narrazione della paura abbiamo imparato qual è il ruolo che ci viene assegnato: rimettere la nostra capacità di comprensione e invocare la fata morgana della “sicurezza”. Ma allora come ci si può discostare da questo gioco delle parti?
C’è una frase che pronuncia Cate Blanchett, rivolgendosi al marito, in un momento in cui teme di morire: “Non lasciare più da soli i bambini. Promettimelo”. Pare che sia questa la chiave di Babel per spiegare come si origina la tragedia. Il pastore marocchino che incautamente affida il fucile ai figli senza sorvegliarli, la coppia americana che ha lasciato i figli alla tata per ritrovare un’armonia perduta, la tata che abbandona i bambini nel deserto, il padre della ragazza giapponese che non è stato di capace di starle vicino. Spesso il male è molto banale, così come forse altrettanto banale può essere il modo di evitarlo, e di proteggerci.

10 Responses to Le narrazioni della paura. Un anticorpo.

  1. Al De Santis il 12 novembre 2006 alle 22:32

    Onore a Guillermo Arriaga e Alejandro Innaritu per il loro salutare tentativo di rovesciare il meccanismo di riduzione estetica di cui parla Raimo.
    Ed onore a Christian per l’interessante pezzo: centrato ed essenziale.

  2. Giorgio Tesen il 13 novembre 2006 alle 02:20

    Una delle paure peggiori è che qualcuno, chiunque da qualche parte dell’Europa o degli Usa, decida che qualcun altro sia un terrorista, vero o presunto, lo sequestri. Il sequestro di persona è un reato che diventa tale a seconda di chi lo mette in atto, così sembra. Esorcizzare la realtà tramite il catalogo delle proprie paure? La sicurezza forse esiste soltanto entro il recinto, fuori non v’è che il terrore.

  3. Alcor il 13 novembre 2006 alle 12:22

    Non so, qualcosa non mi convince. Forse la definizione: narrazioni della paura.
    Sto leggendo Neve, di Pahmuk (lo trovo un polpettone, ma mi interessa la descrizione dell’anima islamica). Il sentimento della paura e la sua potenza emotiva non gli sono certo estranei, eppure non credo, per quanti limiti il libro abbia, che la paura qui sia un meccanismo di riduzione estetica. Di quali narrazioni parla allora Raimo?
    Qualcosa mi ha fatto pensare che parlasse di pagina scritta, oltre che di cinema.
    Pensava ad autori come Ammanniti?

  4. tashtego il 13 novembre 2006 alle 15:14

    “Le narrazioni della paura sostituiscono, surclassano, invadono, succhiano lo spazio delle narrazioni del male.”
    Devo ancora vedere il film e quindi, quando ho capito che Raimo ne dice parecchio, non mi sono inoltrato ulteriormente nel suo resoconto per non rovinarmene il gusto.
    Tuttavia trovo interessante questa sua affermazione di apertura, dove per narrazione, immagino, si intende anche ogni tipo d’informazione, oltre che ogni tipo di fiction.
    In pratica ogni tipo di “discorso”, anche politico, anche ideologico.
    Leggo questa formulazione in questo modo: la paura è sempre paura del male [di un tipo di male, dato che Il Male, come lo chiama metti Cacciari (“il male esiste”), si riferisce ad un concetto cui non si può laicamente conferire un senso], il male ha delle cause, per comprendere ed eventualmente rimuovere le quali occorre superare, appunto, la coltre di paura che le ricopre.
    Se politica, informazione e fiction si limitano a narrare la nostra paura senza riuscire a darcene conto come effetto di un agente che avrà anch’esso, come tutto il resto, le sue brave causa, lo fanno esclusivamente nel loro interesse, non nel nostro.
    Perché la paura compatta, la paura produce potere, denaro.

  5. matteo il 13 novembre 2006 alle 15:17

    Mi è parso che con “narrazioni della paura”, Raimo si riferisca alla narrazione giornalistica, su carta stampata e video. Almeno, mi è parso che la riflessione sul film e sul ribaltamento estetico prenda le mosse da una presa d’atto sullo stato dell’informazione. Le narrazioni poste al ruolo d’informare compiono oggi effettivamente un’operazione estetica già più volte definita “della paura”. Mi trovo piuttosto d’accordo con Raimo su questo. Sul film non lo so, perché non l’ho visto.
    Rocco Smitherson si è già espresso in proposito?

  6. alice il 13 novembre 2006 alle 17:58

    sì, proprio un bel pezzo. Svolto su un’idea che condivido in pieno. Non mi resta che vedere il film.

  7. lu il 13 novembre 2006 alle 18:12

    “Le narrazioni della paura si sbriciolano se si ha il coraggio di guardare i male per quello che è”… O la produzione emotiva o il coraggio dell’ “arido vero”… Sì, ma qui inizia il problema. Non si tratta semplicemente di sollevare il velo di maya e scoprire che non bisogna lasciare soli i bambini (non ho visto il film, ma, come è chiaro, non importa). Forse il male, come i vampiri, ha paura della luce e prospera se non viene conosciuto e seguito nelle sue pieghe oscure. Le narrazioni della paura non solo sono la versione commerciale di quelle del male, ma rischiano di essere suoi strumenti. O no?

  8. Cristoforo Prodan il 14 novembre 2006 alle 02:35

    Interessante la tua chiave di lettura del film, Christian. Quando l’ho visto, insieme ad altre persone, la cosa strana che ho notato è la babele appunto di interpretazioni diverse che ne sono scaturite nel commento postcinema e presaluti. Chi ne ha tratto delle conclusioni moralistiche, tipo la stupidità, il non pensare alle conseguenze delle proprie azioni, chi delle conclusioni fantastiche, tipo che se il giapponese non avesse regalato il suo fucile al marocchino allora eccetera, chi ha messo in evidenza i problemi comunicativi che sono all’origine dei drammi delle storie intrecciate, chi gli aspetti fantasmagorici legati alla varietà paesistica dei luoghi descritti. Alla fine rimane un senso di confusione, di rimescolamento di piani, forzatamente tenuti insieme dal fil rouge legato all’improbabile catena di eventi causata da quel fucile. Storie che si intrecciano nello spazio e nel tempo e che alla fine sembrano risolversi bene solo per il giapponese che dalle conseguenze della vicenda del fucile, riesce a ritrovare un dialogo con la figlia sorda, sorretto da null’altro che da un abbracciarsi in un ambiente iper-opulento, il Giappone supertecnologico straricco, in una situazione conclusiva francamente stridente con le storie di sofferenza dei bambini marocchini o dei migranti messicani. Lo stesso dicasi per Brad Pitt e il suo pseudodramma, dove la sofferenza della moglie morente sembra voler assolvere gli americani che fanno i padroni del mondo anche quando sono turisti. E anche la crisi della coppia americana si risolve e assolve tra lacrime, abbracci.

    Mi sembra che gli autori del film non avessero le idee molto chiare su cosa volessero dire. E mi sembra anche che, nella sproporzione del confronto che salta fuori tra i livelli di sofferenza dei protagonisti nei vari ambienti (Marocco, Stati Uniti/Messico, Giappone), ne venga fuori uno scivolone ozpetekiano, alla cuore sacro, della serie “anche i ricchi piangono”.

    Sì può fare del male per noncuranza, per distrazione, per mancanza di comunicazione? Dal film sembrerebbe di sì. La banalità del male appunto, e cioè che il male esiste indipendentemente dalle scelte delle persone che ne sono coinvolte, che possono solo innescarlo per superficialità. Una tesi molto vicina a quella della Arendt sul caso Eichmann (nel suo libro La banalità del male, appunto), ma che ha il grosso limite di prescindere dalle responsabilità personali. Il male esiste invece nella misura in cui le persone che ci sono in mezzo se ne rendono complici e dunque responsabili.

    Babel è comunque un film interessante, ingenuo nelle sue conclusioni, anche se francamente penso che sia un po’ sopravvalutato.

    Cristoforo

    P.S.: Ehi, Christian, fatti dare la mia email dagli amministratori di NI e scrivimi, se ti va. In effetti quando ci siamo visti, tu eri con Lagioia, ti avevo promesso che ti avrei contattato via email alla casa editrice. Ma forse è più semplice così.

  9. maria (valente) il 14 novembre 2006 alle 11:43

    A me sul concetto di Bene e Male è piaciuto di più The Departed con il grande Jack che dice: “Poliziotto o mafioso: che differenza fa quando hai in mano una pistola?”

  10. roberto il 15 novembre 2006 alle 09:43

    @tesen
    @matteo
    Sul Corriere della Sera di ieri c’è un’intervista a Vincent Cannistraro, il capo dell’antiterrorismo della Cia tra la fine degli ’80 e i primi ‘90, che oggi campa di consulenze politiche. L’intervista è una critica severissima all’amministrazione Bush. Cannistraro dice che Cheney avrebbe pianificato una ritorsione contro l’Iran per la primavera del 2007. La notizia si guadagna subito una terrificante didascalia: “il blitz progettato nel caso in cui le sanzioni non dovessero sortire effetto”. Quando finisci di leggere, ti senti perlomeno rinfrancato nei tuoi convincimenti sulle bugie del governo americano. Dopo gli scandali sulle armi di distruzione di massa di Saddam, adesso ci riprovano con le centrali di Ahmadinejad. Ma questa storia della ritorsione contro l’Iran circola già da un bel pezzo. E Cannistraro non è un “ex” al di sopra delle parti, fa parte della dissidenza dei servizi americani ostili al Pentagono e alla Casa Bianca. Quelle eroiche spie celebrate dalla Gilda hollywoodiana in film come “Syriana”. Si presentano come ‘esperti’ super partes ma in realtà lavorano politicamente nei meandri della disinformazione. Sono pedine mobilissime di un network complesso e contraddittorio, ma sempre più compiacente quando si tratta di prendere a calci la “cricca neocon”. Usano la tv, pubblicano riviste, viaggiano su internet, partecipano a convegni di tutti i tipi. Negli ultimi anni hanno infilato uno scoop dopo l’altro, dal Nigergate alle “extraordinary rendition”. Il piano contro l’Iran, ma Cannistraro non lo dice, mi permetto di aggiungerlo io, sarebbe stato architettato dagli Usa con la complicità di Israele. E allora chi la diffonde l’insicurezza globale? Qual è l’effetto di questa intervista? Semplicemente di agitare il babau del terrorismo di stato, a cui però non sembra credere più neanche il giornalista del Corriere. Costui, leggermente stupito dalla granitica sicurezza dell’interlocutore, domanda: “Non è inverosimile che il presidente meditasse un’altra guerra in aggiunta a quella dell’Iraq e dell’Afghanistan?”. Certo che è possibile. Tutto è possibile nelle palle sparate da Cannistraro. E non è detto che sia una “narrazione della paura” condotta all’insegna della “povertà semantica”.



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