Racconto bianco

14 novembre 2006
Pubblicato da

di Andrea ‘mubi’ Brighenti

Il confine più importante è quello tra bene e male. Suor Claudia non si stanca di ripetermelo, e anche quando non parla ce l’ha scritto in faccia costantemente. Le suore sono così ottuse, hanno una pazienza che ti fa saltare i nervi. Una pazienza da bue, una lentezza da bue, una pesantezza da bue. Odio le suore. A volte mi verrebbe voglia di tirarmi giù le mutande e dire a suor Claudia: “E questo è bene o è male?”. Ma so già cosa succederebbe: mi darebbe una sberla da farmi schizzare contro la parete. Significa che è male. E il male fa male. Come una sberla.

Le suore dicono che bisogna sempre sforzarsi di imitare Gesù, ma io non sono d’accordo. Tanto è evidente che non saremo mai buoni come Gesù. Secondo me, passare una vita a sforzarsi di fare una cosa impossibile ti trasforma in un frustrato e basta. Qui ci esercitano a una cosa sola: a diventare pazienti, ad avere pazienza, portare pazienza. In pratica a subire. Imitare Gesù è solo un modo per dirti che devi pazientare con le tue imperfezioni. Ma siccome non sarai mai come lui, significa che devi pazientare all’infinito. E nel frattempo, ubbidire. La pazienza è la cosa che mi fa più uscire di testa. Io sono l’essere più spazientito che conosca. Per questo non avrò mai successo con le suore. Forse neanche con le donne. Da grande andrò solo a puttane, perché con le puttane non c’è da avere nessuna pazienza. Basta pagare e loro ti risparmiano la lagna della pazienza.
La gente per insultarsi si chiama figlio di puttana. Ma qui è un insulto che proprio non ha senso. Qui siamo tutti figli di puttana, altrimenti non saremmo qui, ci vuole poco a capirlo. Qualcuno è convinto che un giorno i suoi genitori torneranno a riprenderlo. Si tratta della fiducia più mal riposta della storia dell’umanità. Non voglio mancare di tatto, ma nella maggior parte dei casi la semplice verità è che i genitori dei nostri giovani colleghi sono già morti. Morti stecchiti scarnificati: da una dose di boom in qualche vicolo, da un bagnetto di acido per insolvenza prestiti, da una febbre tropicale cum mancanza di assicurazione sanitaria. Perciò adesso è meglio se ci mettiamo una croce sopra e contiamo solo su noi stessi.
C’è il bene e c’è il male, e in quanto al male bisogna guardarsene perché è sempre in agguato. Io lo so bene. Per apprezzare l’eccesso ci vuole un forte senso dei limiti, ed è proprio quello che viene fuori da questo posto. Gente con il senso dell’eccesso. Le suore mi vedono come un caso difficile, uno che non si lascia domare. Anch’io lo pensavo, ma poi ho capito che è vero il contrario: io sono il loro prodotto più riuscito. Senza il loro senso del bene e del male, non ci sarebbe il mio senso dell’eccesso. Secondo me la storia di Robinson Crusoe è un bluff: un uomo che crescesse veramente nella giungla non produrrebbe nessuna civiltà, starebbe troppo bene per farsi venire in mente tutte quelle idee di ordine e limiti. E dire che all’inizio mi sembrava così interessante. Ma c’è un altro motivo che mi porta a credere che Robinson Crusoe sia un bluff: qui si trovano solo libri bluff. E non è che ne manchino: la biblioteca è ben equipaggiata, veniamo stimolati a leggere quel che vogliamo. Per forza: tutto quello che c’è, è un omogeneizzato già attentamente selezionato. Ci credo che molti si perdono a fare disegnini pornografici a margine delle pagine: perché nella nostra biblioteca non ci sono libri veramente interessanti, solo libri che cominciano la prima pagina dicendo: “il confine più importante è quello tra bene e male” e vanno avanti a ripeterlo fino all’ultima pagina.
Dicono che sono un violento, ma la violenza non mi interessa per niente. Quel che mi interessa è un’altra cosa, piuttosto diversa: la verità. Non capisco perché la gente si mette a ridere quando dico che da grande voglio fare lo scienziato. Se è vero che gli scienziati cercano sempre la verità, da qualche parte ci deve essere qualcuno che ha scritto dei libri che cercano di dire la verità. Sono sicuro che quei libri esistono, anche se naturalmente non nella nostra biblioteca. Forse la cosa veramente ridicola nella mia frase è che per diventare scienziato bisogna studiare in scuole costose che io non avrò mai i soldi per permettermi, così le uniche scuole che potrò frequentare sono quelle delle suore, dove probabilmente morirò prima di aver compiuto 15 anni per indigestione di frasi come “l’unico confine che conta è quello tra bene e male”. Neanche a farlo apposta, la violenza è male, e a me il male disgusta. Perché allora a volte sono violento? Anzitutto mettiamo in chiaro che la violenza spesso non ha niente a che fare con l’uso della forza fisica. Io non picchio mai nessuno. Quasi sempre è sufficiente alzare la voce con un collega per ottenere quel che si vuole. Basta fare la faccia da indemoniato, un po’ di gesti e gridare. Questa è la violenza. Anzi, ora che ci penso la cosa più importante è la faccia da indemoniato. E quella me l’hanno fatta venire qui. Se incuto qualche paura, è perché uso la loro espressione della paura, quella che ci hanno insegnato qui. Come un messaggio in codice, che altrove nessuno comprenderebbe.
Due notti fa ho fatto un sogno, che sembra non volersene più andare dalla mia testa. Suor Claudia mi veniva a chiamare per dirmi che c’erano i miei genitori. Erano venuti per farmi visita e per darmi un’occhiata. Se mi avessero trovato abbastanza carino mi avrebbero anche portato via con loro. Cercavo di sistemarmi in fretta, infilavo la camicia nei pantaloni, davo una pulita alle scarpe e seguivo la suora lungo il corridoio, giù per le scale. Ma a questo punto non mi ritrovavo più con la realtà: qualcuno aveva modificato le scale, ora si dividevano in una serie di gradini sgangherati come una bocca di vecchio: c’erano diverse possibilità da scegliere e io non sapevo più dove andare. Alla fine comunque finivo in una sala illuminata da decine di candele con un mezzo un cancello chiuso, una di quelle grosse cancellate nere che cingono il parco. Dall’altra parte c’erano due figure che immaginavo fossero i miei. Allora mi aggrappavo al cancello e guardavo attraverso le inferriate. Ma i miei genitori avevano una maschera sul viso, una maschera senza occhi e senza bocca. Così non potevano né vedermi né parlare. Forse non respiravano neppure, ma comunque stavano in piedi. Li chiamavo ma non succedeva niente. Urlavo, mi mettevo a piangere, solo che il rumore dell’autostrada copriva la mia voce persino a me stesso. Il sogno s’interrompeva bruscamente mentre correvo a staccare le candele dal muro per tirargliele addosso.
C’è gente che, se può parlare, dà fiato alle corde volentieri. Sono quelli di cui non ti puoi fidare, ma a volte servono anche loro. Quelli che non se la tengono mai per sé, sono un’arma a doppio taglio. Caol è di quella razza. Non so come un giorno se ne viene fuori con una informazione che non si capiva da dove provenisse: la voce che c’era un libro proibito nella biblioteca, un libro che le suore stavano cercando per eliminarlo, ma che essendo stato messo fuori posto non si trovava più. Mi faccio un giro nella biblioteca per verificare, ed effettivamente nella terza sala ci sono un paio di suore in abito da lavoro che stanno spulciando, come se rimettessero a posto i libri. Ma si vede che stanno facendo qualcosa di diverso e che il carrello dei resi è lì solo pro forma. Nel pomeriggio, Caol mi fa avere sghignazzando un foglietto compilato della biblioteca con l’indicazione di un libro, uno di quei romanzetti anodini che mi sono assolutamente indigesti. Mi fa tutto un lungo discorso per arrivare a concludere: è vero, vai a vedere. Solo che lui non ha avuto il coraggio di fare nulla.
Per buona parte del pomeriggio ignoro il consiglio. Torno in biblioteca solo poco prima della chiusura, in modo da essere sicuro che non ci sia troppa gente intorno. Anche le suore se ne sono andate: forse mi hanno anticipato, oppure sono con le pive nel sacco e hanno bisogno di una tregua per le loro varici. Raggiungo la segnatura e naturalmente mi rendo subito conto che il libro importante è quello a fianco. Un grosso libro nero, decisamente fuori posto in quella sezione. Dopo una rapida occhiata intorno, me lo infilo sotto la maglia e mi dirigo verso l’uscita. Per non destare sospetti prendo anche il romanzetto, giusto per far vedere che sono andato a fare qualcosa. Cerco di non sembrare furtivo, che è la cosa più importante, e ci riesco abbastanza bene. Vado dritto in un bagno, dove ispeziono il libro nero. La parte interessante comincia qui. Studio un poco il titolo: Storia dei Galli. Non so nulla dell’argomento, e tra l’altro mi chiedo a chi possa interessare quella roba. Sul momento ci rimango male. Che diavolo di argomento proibito è?
Solo quando apro il libro il cuore mi comincia a palpitare e capisco che c’è in giro un bastardo che la sa ben più lunga di me. In un trucco classico, ma al quale non avevo assolutamente pensato, le pagine all’interno del libro nero sono state scavate per accogliere e nascondervi un altro libretto, che s’intitola Manuale di insurrezione armata. Ci sono diversi capitoli che parlano di lotta politica, del significato della presa del potere, di come reclutare i rivoluzionari, dell’organizzazione interna delle cellule. Sebbene di tutte le frescacce politiche non me ne faccia una pippa, verso la fine c’è qualcosa di più saporito: si parla di armamenti e si forniscono le istruzioni per la costruzione di diverse armi con materiali di recupero. Questa è roba forte. A questo punto l’agitazione giustifica la mia presenza al cesso: evacuo rapidamente tenendo la mia piccola bibbia insurrezionalista in alto davanti a me, poi mi riallaccio i calzoni, la infilo sotto la maglia (molto più facile da nascondere del libro di storia), elimino rapidamente il libro-involucro e il romanzetto nella spazzatura e me ne vado.
La sera, sdraiato a letto con il manuale nascosto sotto il cuscino, in mezzo al solito coro ussaro della camerata, ricapitolo mentalmente la situazione: se Caol sa qualcosa significa che anche altri in giro sono al corrente, e chissà da quanto tempo. Può darsi che qualcuno abbia sentito due suore parlare tra loro, ma il foglietto con la collocazione precisa del libro da dove salta fuori? Possibile che altri si sia già impossessato del manuale? Che magari ne abbia trascritto dei passi? Mi convinco che c’è qualcun altro in giro che ha già superato la fase in cui sono io adesso, che forse è già entrato nella fase operativa, e mi addormento con questa idea. Bisogna essere sempre vigili, perché il male si presenta spesso sotto le mentite spoglie del bene. Questo perché il male è intelligente, e l’intelligenza è in sé sempre qualcosa di maligno. Forse è a causa della mia intelligenza che le suore mi vogliono del male. Nel sogno di quella notte passo rapidamente da un’umiliazione a un’altra, in una teoria apparentemente infinita delle classiche umiliazioni subite da tutti i collegiali, eppure ciascuna di esse dura così poco da risultare irreale, persino finta. La mattina seguente mi sveglio con un sapore di bruciato in bocca e la gola riarsa. Ho bisogno di un bicchier d’acqua. Ora sono convinto di essere l’unico a sapere del libretto, in base a un ragionamento semplice ma chiaro: il primo che trova fa sparire, come ho fatto io. Se fossi arrivato secondo non avrei trovato nulla, esattamente come quello secondo a me non troverà nulla.
Succede durante la seconda ora di lezione. La suora sta parlando dei terribili errori che discendono dalla confusione tra il bene e il male, e di come tutti i nostri sforzi vadano invece diretti a mantenere chiara la distinzione, così come ci è stato insegnato. Come d’incanto, a metà frase non la sento più: non si sente più niente. Veniamo tutti assordati, c’è un tremore come se stessimo per venire portati via, cancellati dal pianeta. Non si capisce neppure quanto dura: io vedo tutto bianco e non mi sento solo: vedo anche gli altri che vedono tutto bianco. I vetri si staccano dalle finestre, la cattedra si rovescia addosso alla suora. La lavagna si abbatte contro quelli della prima fila, il lampadario piove sui banchi in mezzo all’aula. Poi dal silenzio si scatena il panico. Sale come un’onda, all’inizio lenta, ma già inesorabile. Ragazzini insanguinati che corrono da tutte la parti, si schiacciano contro la porta per uscire. Altri piangono, si lamentano: qualcuno zoppica intorno, in circolo, come una cavalletta azzoppata. Animali senza controllo o senso di se stessi. C’è una specie di polvere nell’aria e un odore che non ho mai sentito. C’è l’odore della paura animale, ma insieme anche l’odore di tutto ciò che di solito è nascosto, della polvere mai spostata, e intriso a quello l’odore di bruciato, così stranamente simile a quello che avevo in bocca appena sveglio. Rimango lì al mio posto, praticamente illeso, con tutte quelle visioni, quel piccolo inferno negli occhi. È qualcosa di unico, di veramente eccezionale, qualcosa di indimenticabile. Ringrazio Dio di avermi fatto assistere a una cosa del genere. Almeno una volta.
Come sapremo più tardi, l’esplosione è avvenuta nell’aula a fianco, che al momento era vuota. L’effetto comunque si è fatto sentire: dicono che un ragazzo è morto e ci sono più di venti feriti, tra cui tre suore. La suora ferita più gravemente stava nell’aula simmetrica alla nostra: la lavagna l’ha scaraventata per terra e ha battuto forte la testa; adesso non riprende più conoscenza. Il fatto che la realtà abbia rapidamente scavalcato la mia fantasia, oltre che le mie capacità operative, e da ultimo le mie intenzioni, non impedisce che prima di sera io sia facilmente identificato come colpevole. Il manuale viene scoperto sotto il mio cuscino (anche grazie al buon vecchio Caol), io sono un soggetto difficile e ribelle. Due più due. Ma mentre tutti intorno mi ritengono un genio del male, io non mi sono mai sentito così idiota. È una cosa che mi fa diventare rosso dalla vergogna: come ho potuto non capire? Qualche bastardo là fuori mi ha cucinato per bene. Ho abboccato alla sua esca con l’astuzia del pesce rosso nell’acquario. I dettagli cominciano a quadrare, ma è troppo tardi. Ecco perché il libretto era ancora lì: perché una montagna di merda si abbattesse sul cretino che si credeva furbo, che aveva voglia di giocarsela con il proibito. Nella fattispecie, si trattava di me. Però questo significa anche che qualcuno ha fatto saltare il confine; qualcuno ha perso la pazienza molto prima di me.
So già che le cose non si metteranno molto bene per me, ma al momento non riesco a preoccuparmi di questo. C’è una sola domanda che si espande nel mio cervello e continua a premere con un’urgenza incomparabile: chi? Passo e ripasso in rassegna tutti i miei colleghi. Quello più implicato nella vicenda è Caol, ma lui è sicuramente troppo stupido, senza contare che si è fatto parecchio male nell’esplosione, e non è affatto un masochista. Allora, da chi ha avuto quel maledetto biglietto Caol? Come mai non me l’ha voluto dire, lui che ha sempre la briglia sciolta? Come mai non l’ho pressato su quel punto? Anche se queste sono tutte domande a cui non sono in grado di rispondere, il mio ardente desiderio di sapere viene appagato prima della fine del giorno. Non molto prima, peraltro: è ormai notte inoltrata e io sto per crollare, lì, legato alla sedia nella stanza del direttore, con la luce puntata in faccia per i loro interrogatori da quattro soldi. Devo essere già svenuto un paio di volte, perciò non sento neppure suor Claudia entrare. Semplicemente si materializza e fluttua davanti a me come un fantasma. Sembra estremamente seria, come tutti gli altri, ma quell’affettazione di serietà non riesce a nascondere la perfetta soddisfazione che la domina interamente. I nostri occhi si incrociano, si inforcano come non è mai successo prima. Non posso capire cosa pensi di me suor Claudia, ma ora, se non altro, vedo bene cosa pensi di se stessa. Il confine più importante è quello tra bene e male, e a volte è necessario forzare un po’ le cose per far vedere a tutti che il confine tra bene e male regge sempre. Deve reggere.

9 Responses to Racconto bianco

  1. alice il 14 novembre 2006 alle 11:28

    il bene che scende a patti col male x sconfiggerlo, tutto è ribaltato.

  2. maria (valente) il 14 novembre 2006 alle 12:20

    Nessuno come le suore è capace di disorientare in maniera irrecuperabile sul concetto di bene e male.
    Chiunque sia stato educato dalle suore sa che le suore sono male, difficilmente da adulto conserverà una fede cattolica pure serbando un’ansia spirituale.
    Nella mia infanzia ho assistito ad un numero imprecisabili di sevizie su minori, tanto per rendere un’idea: al mattino venivamo schierati contro il muro dove a turno una bacchetta poco magica e molto legnosa, c’interrogava sulle mitiche tabelline, ad ogni risposta sbagliata, si scagliava solerte e nerboruta sulle piccole mani; chi veniva colto impreparato veniva messo alla gogna, girando aula per aula anche in lacrime e recalcitrante a recitare il motto sono un asino; chi in terza elementare commetteva ancora errori di lettura, veniva sdraiato faccia a terra, affinché il sandalo francescano della nostra suora raddrizzasse le schiene…e altre amenità.
    Ora voi direste che tutto questo è male, regime del terrore istituzionalizzato e quotidiano, lesioni corporali, eppure oggi io non posso condannare quella suora perché è da lì che proviene la mia passione per la poesia se in quarta elementare sapevamo a memoria Leopardi, Manzoni, Montale, Ungaretti, Quasimodo e addirittura il Cantico delle Creature in volgare.
    Pertanto, vi chiedo: qual è il confine tra bene e male che dovrebbe reggere? I muri sono crollati da un pezzo.
    Comunque bel racconto.

  3. stefano il 14 novembre 2006 alle 14:04

    Per chi ne fosse interessato, l’eclettico ed esuberante Andrea ‘Mubi’ Brighenti ha una pagina internet, questa:

    http://www.bung.it

  4. mattia paganelli il 14 novembre 2006 alle 14:28

    sulle suore mi piace ricordare Dario Fo: asilo nido, “Suoraaaa!” grida una bambina indicando un bambino fare pipi in cortile “Cos’ha quel bambino lì?!”
    “Non guardare! Non guardare! È una brutta malattia!”

    Per non parlare di quella che alla comunita’ di recupero SPES mi giudicava di non poter mai diventare un ‘buon padre’ perchè mangiavo troppo rapidamente alcuni biscotti secchi rimasti dal giorno prima… solo che io ero l’obbiettore in servizio, non il tossico da recuperare.

    bel pezzo sul terrorismo di stato

  5. maria (valente) il 14 novembre 2006 alle 16:21

    A proposito del suo commento, Mattia, una mia amica che è stata da poco assunta in un istituto di scuole medie gestito da suore di non so quale ordine, a Roma, mi ha detto che anche loro hanno l’ora di educazione sessuale, ormai -fanno progressi verrebbe da dire- e invece fanno più danni che altro, perché a parte che non parleranno mai di prevenzione, profilattici e roba varia (il che non mi stupirebbe, dal momento che neanche a mio padre che fa il ginecologo, quando tiene qualche lezione in una scuola media superiore, sono mai riuscita a fargli dire l’impronunciabile!!!), ma la cosa più assurda è che a qualche ragazzo che ha chiesto spiegazioni sull’omosessualità è stato risposto – oggi, in Italia, a Roma, nell’anno 2006 d.C.: “L’omosessualità è una grave malattia!!!”, la mia carissima amica, insegnante laica, mi spiace ammetterlo, non ha protestato in alcun modo per paura di perdere il posto!
    Le scuole degli orrori esistono ancora.

  6. mattia paganelli il 14 novembre 2006 alle 18:27

    Mi fa piacere che venga citata la scuola in questo ambito.

    Ricordo una certa ‘Signorina’ (dai capelli bianchi) insegnante di religione (1973-4?). Ci blandiva promettendoci di farci vedere “le filmine”, ovvero illustrazioni di episodi biblici, riprodotte in diapositiva.
    Mi chiedevo gia’ allora “perche’ filmine?”. Perchè al femminile? Perchè comprimere il sostantivo femminile fotografia e il sostantivo maschile film, in piu’ con la riduzione del diminutivo? Forse che le illustrazioni, considerate meno veritiere delle fotografie erano femminilizzate in quanto di minor valore? Mera ignoranza dell’italiano o gerarchia linguistica? Mi è sempre rimasto il dubbio.

    Gli angeli non hanno sesso, ma Dio si sa è maschio

    ps: chi poi avesse un’istantanea di Mosé che spartisce le acque alzi la mano

  7. andrea inglese il 14 novembre 2006 alle 23:04

    a maria: no, non dire questo; senno’ è come la storia che Leopardi siccome aveva la gobba è divenuto un poeta bravo e pessimista; quante allieve avranno odiato Ungaretti e Montale imparati a memoria con quei metodi; ma nello stesso tempo: basta fare le scuole medie dai Salesiani per diventare ateo? a me è bastato, ma a un sacco di gente non sarebbe bastato neppure farci 5 anni di liceo;

    mattia: ho una foto di mosè con fiammiferi vicino al roveto, ma è molto sfuocata, un po’ come quell’altra che ho, di un paio di extraterrestri in giardino

  8. maria (valente) il 15 novembre 2006 alle 15:54

    Caro Andrea, quello che volevo dire è che se è vero che il mondo non è in bianco e in nero é altrettanto vero che è sempre in questi termini che si continua a ragionare, se invece si guardassero le cose più in base alla dinamica, come scorrendole su di un piano inclinato, vedremmo come il bianco dell’inizio diventa nero e poi di nuovo bianco e poi di nuovo nero all’infinito…così anche nel racconto: il bianco delle suore, il nero del castigo, il bianco (o il rosso) dell’insurrezione armata e il nero ancora del castigo…- Non credo nella predestinazione, né nell’innatismo, non pretendo di fornire la chiave di lettura universale, ma faccio molto affidamento sulle “combinazioni di circostanze” e ti assicuro che senza quella suora io non avrei avuto modo di scoprire la poesia poiché in tutto il resto della mia carriera scolastica non ho beneficiato di un solo insegnante decente, fino almeno all’università, e la casa in cui sono cresciuta era una casa assolutamente priva di libri, compresi dizionario ed enciclopedia.
    Dunque, se nella mia infanzia la mia mente non fosse stata tanto malata da innamorarsi del suo carnefice, a quest’ora sarei senz’altro laureata, senza la fatica di districarmi tra crisi di panico e tendenze autodistruttive e tuttavia questa conversazione non starebbe avendo luogo.
    Cosa avrei scelto se avessi avuto la possibilità, non so e non voglio chiedermelo, ma in fondo è come se sapessi che non farebbe troppa differenza (e so di contraddirmi).

    @ Mattia

    Eppure nella Trinità c’era una presenza Femminile rimossa: Ruah, Lo Spirito era una Donna!

  9. andrea inglese il 16 novembre 2006 alle 01:03

    ho capito, maria, e sono d’accordo con quello che dici: è vero che non possiamo non essere le “nostre” circostanze particolari.
    In ogni caso mi hanno colpito i tuoi resoconti…



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