self-control (4-7)

14 novembre 2006
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 di Sergio Garufi

Io conto le lettere delle parole (2-5-2-7-5-6). Di quante lettere è formata ogni parola (2-6-7-1-7-4-6). Lo faccio da sempre, mentalmente (2-6-2-6-11).

Le poche persone cui l’ho detto mi hanno preso per pazzo, per un autistico, e mi chiedono tutte il motivo (2-5-7-3-1-2-5-2-5-5-3-5-3-2-9-1-2-8-5-2-6). Non c’è un motivo particolare (3-1-1-2-6-11). E’ un’abitudine (1-2-9). Poi, certo, ho le mie preferenze (3-5-2-2-3-10). Diciamo che non amo le parole fatte di numeri primi (7-3-3-3-2-6-5-2-6-5). Di tredici lettere, per esempio (2-7-7-3-7). Già la parola tredici è orrenda (3-2-6-7-1-7). Sono sette lettere (4-5-7). Ma anche sette è brutta (2-5-5-1-6). E’ che non sono divisibili (1-3-3-4-10). O meglio, sono divisibili solo per uno o per se stesse. Divisibili è una parola stupenda (10-1-3-6-8). Con la sua struttura semplice, consonante-vocale-consonante-vocale; sempre la stessa vocale. Il massimo è una parola di dodici lettere (2-7-1-3-6-2-6-7). Mi trasmette una sensazione di ordine e di armonia (2-9-3-10-2-6-1-2-7). La puoi dividere per due, per tre, per quattro, per sei (2-4-8-3-3-3-3-3-7-3-3). Il dodici è il tre trascendente che moltiplica e reitera trinitariamente il quattro dell’immanenza. Il dodici come pienezza, il dodici come consesso di ogni eccellenza, di ogni completezza. Risarcimento definitivo dopo l’undici del peccato, “giacché questo numero infrange la barriera del dieci, che è la cifra del decalogo, e il peccato è l’infrazione della legge”. Dodici come limite che non si deve oltrepassare, confine dopo la moltiplicazione oltre il quale c’è l’indistinto, l’incontrollata proliferazione. Dodici come gli apostoli (6-4-3-8). Dodici come le tribù di Israele, i mesi dell’anno, le ore del giorno e della notte. Dodici che Olivier Beigbeder definisce “il numero delle relazioni con il mondo”. Dodici come la somma delle lettere che compongono il mio nome e cognome (6-4-2-5-5-7-3-10-2-3-4-1-7). 

In verità, la mia passione per i numeri applicata al linguaggio ha poco o niente di metafisico. E’ una sorta di oroscopo personale (1-3-5-2-8-9). Una parola divisibile porta bene, è di buon augurio (3-6-10-5-4-1-2-4-7). Il massimo del massimo è una parola di dodici lettere eterogrammatica, cioè con ogni lettera diversa dall’altra. E poi forse c’entra pure la mia idiosincrasia per la soggettività (1-3-1-5-4-2-3-13-3-2-12). La matematica è il linguaggio dell’universo (2-10-1-2-10-4-8). Il grande fascino che esercita la sua algida e rassicurante oggettività è frutto di un mondo dal quale è escluso l’io. Vedere nel linguaggio dei numeri equivale a rigettare le interpretazioni personali, i bizantinismi semantici. E’ il linguaggio nudo e crudo, lo scheletro del linguaggio (1-2-10-4-1-5-2-9-3-10). 

In pittura ogni artista si riconosce da alcuni dettagli anatomici: le mani paffute di Leonardo, quelle venose di Pedro Berruguete, gli artigli ossuti di Carlo Crivelli e Cosmè Tura. Ma le mani sono composte dallo stesso numero di ossa (2-2-4-4-8-5-6-6-2-4). Ecco, io vedo le ossa, ciascun osso (4-2-4-2-7-4). E amo le parti anatomiche costituite da un numero pari di ossa (1-3-2-5-10-10-2-2-6-4-2-4). 

Le mani di Giada erano scarnificate sulle nocche del dorso (2-4-2-5-5-12-5-6-3-5). Era a causa dell’acido gastrico che le corrodeva la pelle quando si infilava le dita in gola per vomitare. Giada è bulimica (5-1-8). Subito dopo aver mangiato va in bagno a rimettere (6-4-4-8-2-2-5-1-8). Credo che lo faccia perché fu lasciata dal marito mentre era incinta, e da allora pensa che la causa dell’abbandono fu la sua pancia. La sua improvvisa grassezza (2-3-10-8). Giada è una ragazza problematica, e a me piacciono le ragazze problematiche (5-1-3-7-12-1-1-2-9-2-7-13). Penso che solo l’esperienza di un grande dolore sia in grado di farci raggiungere un livello di coscienza più alto. Le epilettiche, masochiste, disoccupate, psoriasiche, complessate, adottate, molestate dal padre, anoressiche o bulimiche io le preferisco alle altre. Mi sembra che abbiano uno spessore umano diverso, maggiore (2-6-3-7-3-8-5-7-8). Devo avere la sindrome di San Giorgio, quello che salva la fanciulla dal drago (4-5-2-8-2-3-7-6-3-5-2-9-3-5). Ho sempre pensato che fosse indizio di bontà d’animo, la mia passione per le ragazze problematiche. Andare in soccorso dei più deboli, cercare di salvarli (6-2-8-3-3-6). Ma forse è solo il tentativo di garantirmi un credito, di assicurarmi una gratitudine perenne che, invece, di lì a poco si trasformerà in risentimento. La gente si vendica quando gli fai i favori (2-5-2-7-6-3-3-1-6). 

Con Giada è andata così, e in fondo era prevedibile, dato che si chiama Giada Dreghi. Undici lettere (6-7). Una disgrazia (3-9). Ciononostante mi sorprese lo stesso la sua fuga, e stetti da cani quando mi comunicò che mi lasciava per un pubblicitario più giovane di me. Ancora adesso, a distanza di tanti anni, la sogno. Immagino che torna con me, mi chiede scusa perché è pentita, ha capito lo sbaglio commesso (8-3-5-3-2-2-6-5-6-1-7-2-6-2-7-8). I sogni che la riguardano sono molto simili, partono dalla stessa matrice e poi evolvono con minime varianti. Tipo che mi citofona all’improvviso, si mette a piangere e mi supplica di riprenderla. Oppure che la incontro casualmente per strada, di ritorno da una festa con amici, mentre è importunata da degli stronzi che meno e metto in fuga. E’ che io riesco a sognare ciò che voglio (1-3-2-6-1-7-3-3-6). E’ un metodo che ho affinato col tempo (1-2-6-3-2-8-3-5). In pratica, nel dormiveglia mi impongo un canovaccio prefissato, che poi nella fase rem viene sviluppato con qualche aggiustamento necessario ad assicurare l’effetto sorpresa. 

Ma Giada non è mai tornata da me, e da allora penso seriamente al suicidio (2-5-3-1-3-7-2-2-1-2-6-5-10-2-8). Dico seriamente perché in realtà al suicidio ci penso da sempre. Credo sia il mio destino (5-3-2-3-7). Leggendo Cioran, mi ero quasi convinto che quell’ossessione funzionasse come una sorta di esorcismo. Se pensi spesso ad ammazzarti, poi finisce che non lo fai (2-5-6-2-10-3-7-3-3-2-3). La tieni a bada, l’ossessione (2-5-1-4-1-10). Ecco, forse l’ossessione per i numeri, la passione per le donne problematiche, l’abitudine a ipotecare l’onirico, a organizzare meticolosamente gli aspetti pratici del mio suicidio, hanno tutte la medesima spiegazione. Controllare le componenti irrazionali della vita, imbrigliare tutto ciò che sfugge al normale controllo: l’amore, la morte, il linguaggio, i sogni. Decido io cos’è una parola, scelgo io cosa e chi sognare, di quale donna innamorarmi, quando e come morire. Giorni fa, leggendo dei versi di Caproni, avevo trovato perfino il biglietto d’addio giusto (6-2-8-3-5-2-7-5-7-7-2-9-1-5-6). Sobrio e ricco, letterale e simbolico allo stesso tempo (6-1-5-9-1-9-4-6-5). Per un citazionista come me sarebbe un’imperdonabile arroganza andarmene con delle mie parole. Delle parole nuove (5-6-5). Le parole non sono mai nuove (2-6-3-4-3-5). Sono numeri, e i numeri sono antichi come il mondo, appartengono a tutti e a nessuno (4-6-1-1-6-4-7-4-2-5).  Ad ogni modo, il biglietto d’addio diceva: “Scendo. Buon proseguimento” (2-4-4-2-9-1-5-6-6-4-13). Era perfetto (3-8). Secco e non patetico (5-1-3-8). Peccato che proseguimento sia di tredici lettere (7-3-13-3-2-7-7).

(immagine tratta da http://panizzi.comune.re.it/eventi/1996/piero/IMAGE/PIERO-.GIF)

23 Responses to self-control (4-7)

  1. Bartolomeo Di Monaco il 14 novembre 2006 alle 10:03

    “Peccato che “proseguimento” sia di tredici lettere.”

    Non si può fare a meno, dunque, oltre che dei numeri primi, delle parole ‘prime’!
    Pezzo orginale.

    Bart

  2. maria (valente) il 14 novembre 2006 alle 11:39

    Ho provato anch’io con “fate senza di me”=13
    o “fate pure senza di me”=17, ma suggerirei che :
    “Proseguite!” =10 è perfetto ed è un ottima uscita di scena, una danza, da maestro ;-)

  3. farminio il 14 novembre 2006 alle 11:43

    io amo i testi in cui chi scrive si espone. mi pare un modo per non sprecare tempo scrivendo e non farlo sprecare a chi legge. la letteratura non è un ballo in maschera. spero che altri su nazione indiana seguano questa linea di verità

  4. mag il 14 novembre 2006 alle 11:56

    io non compaio nei commenti, fa niente?

  5. francesco B. il 14 novembre 2006 alle 14:17

    Garufi,
    posso io
    non crederti fratello?

  6. Gemma Gaetani il 14 novembre 2006 alle 15:37

    “in quei momenti in cui non si dice, non si deve dire, niente davanti agli scritti di uno che scrive”

    (Gemma Gaetani)

  7. franz krauspenhaar il 14 novembre 2006 alle 16:02

    “Grazie per questa prosa Sergio, sei bravissimo a scrivere delle tue ossessioni!.”

    (Franz Krauspenhaar)

  8. Giancarlo Tramutoli il 14 novembre 2006 alle 16:22

    Bel pezzo 6+6!

    9+9

    Ovvero:

    “Per vivere di lettere
    ci vogliono i numeri”

    (Giancarlo Tramutoli)

  9. Gemma Gaetani il 14 novembre 2006 alle 17:02

    Franz, che fai?!?!? Mi fai il verso? Io mi citavo! Dal mio libro! Cìtati anche tu dai tuoi! Altrimenti non usare le virgolette! Aspetta che tolgo l’esclamativo! Ecco.

    ;0*

  10. Giancarlo Tramutoli il 14 novembre 2006 alle 17:17

    per citare Citati:
    3-6-6

    “Ma la letteratura non ha molto a che fare con la decenza e il decoro”

    Pietro Citati, La morte della farfalla – Zelda e Francic Scott Fitzgerald, Pag.7, righi 11-13.
    :-)

  11. Paolo Ferrucci il 14 novembre 2006 alle 17:46

    “L’otto è il numero dell’equilibrio cosmico, constatò, tanto che il diagramma ottagonale dell’Obscura mens con il ciclo degli elementi era stato adottato in alternativa al cerchio; otto sono le direzioni cardinali unite alle direzioni intermedie, e le punte della rosa dei venti. Però, essendo la stanza aperta da un lato, le pareti erano effettivamente sette. I sette giorni della settimana, i sette cieli dove abitano gli ordini angelici, i sette pianeti tradizionali, le sette Esperidi, le sette porte di Tebe, le sette corde della lira, i sette colori dell’arcobaleno furono le prime cose che gli vennero in mente. E poi, si disse, sette è la somma delle virtù cardinali e delle virtù teologali, per non parlare del libro dell’Apocalisse: le sette trombe, le sette chiese, le sette stelle, i sette sigilli, le sette teste, i sette flagelli, i sette tuoni, i sette re… senza contare che il numero sette, nell’Antico Testamento, compare settantasette volte.
    Incuriosito, andò a contare i gradini che portavano all’ingresso: erano cinque. Il cinque corrisponde al punto medio dei primi nove numeri, seguitò a speculare, ed è uguale alla somma del primo numero pari con il primo numero dispari: cifra simbolizzante il centro, l’armonia e l’equilibrio, e segno di unione; numero nuziale, secondo i pitagorici. Il cinque è il simbolo dell’uomo, che a braccia e gambe aperte appare come una costruzione a cinque parti; cinque sono i sensi, e quindi le forme sensibili della materia; la quinta essenza degli alchimisti, poi, era il coronamento delle scomposizioni e ricomposizioni dei quattro elementi. Cinque erano le età mitiche di Esiodo.
    Mazza s’interrogò anche sul numero quattro: quattro sono le pareti dove sono appesi i quadri, e con quel numero non c’è da scherzare. I quattro punti cardinali, i quattro venti, i quattro pilastri dell’universo; quattro sono le stagioni, le fasi della luna, gli elementi, i fiumi del paradiso, le lettere del nome di Dio e di quello del primo uomo, i bracci della croce, gli evangelisti; nelle ricorrenze dell’Apocalisse, poi, si trovano i quattro angoli della terra, i quattro cavalieri, i quattro flagelli, i quattro angeli distruttori… E le vetrate? Erano tre. Addio, pensò sconsolato: qui si comincia con la Santa Trinità e si va a finire alle tre suddivisioni della grande opera degli alchimisti, l’opera al nero, l’opera al bianco e l’opera al rosso, nonché ai tre agenti, zolfo, mercurio e sale.
    Decise di abbandonare la pista dei simbolismi. Era una di quelle vie che, una volta imboccata, avrebbe potuto condurre a nulla e ovunque.”

    (Paolo Ferrucci)

  12. Francesca il 14 novembre 2006 alle 18:27

    Io invidio, sinceramente invidio, la possibilità di ipotecare i sogni, brutta razza di assassini del giorno.
    Ecco.

    Francesca

  13. bruno esposito il 14 novembre 2006 alle 19:15

    Toh, Gemma…

  14. andrea barbieri il 14 novembre 2006 alle 21:44

    Volevo dire una cosa a Farmino che scrive “amo i testi in cui chi scrive si espone”. Credo che sia la prima volta – correggetemi se sbaglio – che Garufi pubblica un suo racconto in tre-quattro anni. Quindi in un certo senso proprio ora ha realizzato un’esposizione di sè parecchio meditata.
    E devo dire la verità, non sopporto Garufi quando si incaponisce a fare il giudice spesso proiettando pregiudizi. Mentre sono contento che oggi abbia pubblicato il suo racconto.
    Lo so, sembra un discorso un po’ strano.
    E scusate se la premessa fosse sbagliata.

  15. andrea barbieri il 14 novembre 2006 alle 21:45

    No scusate, non avevo capito, credevo che quello di Farmino fosse un rimprovero…

  16. LaRadman il 14 novembre 2006 alle 23:51

    “io amo i testi in cui chi scrive si espone”. Io non ne conosco altri, che valgano la pena di essere letti. Le vite sono molto ma molto più interessanti delle opinioni della gente, nella stragrande maggioranza dei casi…
    Per quel che può valere, mi è piaciuto leggere quello che ho letto, mi sono riconosciuta nella sindrome di san Giorgio (anche nel risentimento finale) però non ho mai pensato al suicidio. Ed è un po’ sto pensando al fatto che quello che sto scrivendo si riveli poco compatibile ai calcoli matematici sulle parole, e alla fine poi portarti male anche se le intenzioni sono le migliori: ma sono troppo arraffazzonata e pigra per avere la forza di cambiare tutto mettendomi nei tuoi panni. Spero che possa andare bene lo stesso…
    (e scusate l’intromissione: io sono una scrivaiola di bassa lega, mica come voi…ma quando vedo qualcosa che mi piace, c’ho il vizio di dirlo…)

  17. Trespolo il 15 novembre 2006 alle 01:48

    Copiato e lo leggerò con calma. Però mi è venuto da ridere: allora non sono l’unico matto che conta le lettere delle parole :-)

    Buona notte. Trespolo.

  18. azzardo il 15 novembre 2006 alle 12:56

    Il mio primo intervento in N.I, 4-5 mesi che la leggo, non so bene se emettere un giudizio critico globale (su N.I), un salto nell’affollatissima chimica delle sensazioni, esercizio intellettuale ardito. Perdonate, mi viene da pensare a volte ai significati primi e ultimi, gli estremi del pensiero in subbuglio. Verso la letteratura e le parole ho un impeto di rispetto e diffidenza, ma quando le sento vive ed efficaci cedo al loro fascino potente e discreto.
    Questa volta ho letto un frammento, mi è piaciuto, e semplicemente dico grazie al buon Sergio Garufi.

    Ps: mi è sempre impressa la frase di Balzac: “la letteratura sono azioni umane nella morte”

    Un saluto a tutti da un aspirante comunitario

  19. maria strofa il 15 novembre 2006 alle 16:30

    Sergio… ma anche tu te le vai a cercare. Caproni è di sette lettere, sette!

  20. Luca Tassinari il 16 novembre 2006 alle 18:26

    Da oggi in avanti presterò grande attenzione alla numerosità delle parole che mi càpita di usare… (bell’articolo, Sergio).

  21. Vince Guaraldi il 17 novembre 2006 alle 18:57

    al buon Sergio Garufi.

    Ecco, sì: a chi produce un artefatto con tanta evidente fatica, vincendo con sforzo le remore fortissime delle molte pretese, si può dare a giusto titolo del “buon X”.

  22. CalMa il 20 novembre 2006 alle 12:59

    Ti ho sempre letto come saggista e citazionista. Plaudo e applaudo a questa tua felice trasgressione. (d’accordissimo con quanto sintetizzati in quel “amo i testi in cui chi scrive si espone”)

  23. Davide il 18 dicembre 2006 alle 12:42

    Al talentoso Sergio,
    da piccolo scrivevi al contrario per poterti leggere riflesso nello specchio, da grande scrivi contando le lettere………cos’altro cé’ che non so e che dovrei sapere?
    Un forte abbraccio,
    D



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